Skyforger – Kauja Pie Saules

Skyforger – Kauja Pie Saules

1998 – full-length – Mascot Records

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Peter: voce, chitarra – Rihards: chitarra – Edgards “Zirgs”: basso – Imants: batteria

Tracklist: 1. Zviegtin’ Zviedza Kara Zirgi / Neighed The Battlehorses – 2. Kauja Pie Saules.1236 / The Battle Of Saule. 1236 – 3. Sencu Ozols / Ancient Oak – 4. Viestarda Cîna Pie Metotnes.1219 / Viestard’s Fight At Mežotne. 1219 – 5. Kurši / Kurshi – 6. Kalçjs Kala Dbesîs / Forger Forged Up In The Sky – 7. Kam Pudat Kara Taures / Why The Horns Of War Are Blown – 8. Kauja Garozas Silâ.1287 / Battle At Garoza Forest. 1287 – 9. Svçtais Ugunskrusts / The Sacred Firecross

Siamo abituati a gruppi che parlano di storia nei propri album. Ce ne sono di tutti i tipi: quelli che letti due libri ci fanno un concept, quelli che hanno reale interesse per un determinato periodo storico (può essere un indefinito medioevo, la cultura celtica o le due guerre mondiali) e quelli che non avendo qualcosa di personale da dire nei testi seguono il trend vichingo tra inquietanti drakkar e generica mitologia norrena. E poi ci sono gruppi – pochi in realtà – che trattano di storia con competenza e sincera passione. È il caso degli Skyforger, band lettone formatasi a Riga nel 1995, che tre anni più tardi, con l’aiuto della Mascot Records, pubblica il debut Kauja Pie Saules (The Battle Of Saule).

Piccola – dovuta – precisazione. I titoli saranno riportati sia in lingua originale, il lettone, che in inglese. Il motivo è semplice: scrivendo solo in inglese, come spesso si è portati a fare, si rischierebbe di far perdere fascino all’intero lavoro degli Skyforger, snaturandolo.

Il pagan metal è legame con la propria storia, la ricerca delle proprie origini, lo scavare la terra alla ricerca delle radici, e una volta trovate conoscerle, capirle, amarle. Gli Skyforger sono fieri della loro cultura, della loro storia, di ciò che i Semigalli e le altre tribù hanno fatto per difendersi dagli aggressori nei vari secoli di storia. Nel libretto di Kauja Pie Saules il primo ringraziamento è un sentito “our brave forefathers who have spilled their blood upon this ground for the freedom of our land”. I testi dell’album trattano delle valorose popolazioni pagane che per anni si difesero dai continui attacchi dei cristiani (i Cavalieri Livoniani, detti anche Cavalieri della Spada, aiutati dall’Ordine dei Cavalieri Teutonici), prima di soccombere ed essere sottomessi sul finire del XIII secolo.

Musicalmente parlando Kauja Pie Saules suona sporco, grezzo, violento. In alcuni passaggi il black metal la fa da padrone, riff tiratissimi e urla si uniscono in una macabra danza di morte tanto fredda quanto affascinante. Ma si va oltre, perché s’iniziano a sentire i primi echi dei Bathory (quelli più epici), così come alcuni spunti prettamente heavy metal tedesco (influenza molto chiara in Kurbads). E poi ci sono le bellissime melodie folk, le atmosfere ancestrali, i canti in coro su un semplice ritmo di tamburo, l’orgoglio nazionalista che risuona in ogni secondo delle nove canzoni qui presenti. E proprio con cori maschili e delicate melodie inizia Kauja Pie Saules: Zviegtin’ Zviedza Kara Zirgi/Neighed The Battlehorses è una canzone tradizionale lettone, per l’occasione modificata nelle parole, dove tutti e quattro i musicisti cantano creando un’atmosfera delicata e sognante. Ma dura poco, bastano pochi secondi di Kauja Pie Saules. 1236/The Battle Of Saule. 1236 per capire che qualcosa è cambiato, la tragedia è alle porte e Peter lo urla con tutte le forze in corpo. Il suo scream suona disperato, perfetto con i grevi riff di chitarra e l’atmosfera soffocante, soprattutto nella seconda parte della canzone. Il ritmo non cala e la drammaticità aumenta con Sencu Ozols/Ancient Oak, tra blast beat e taglienti soluzioni chitarristiche, fino a quando, a sorpresa, arriva uno stacco lento che spezza il ritmo e un fantastico kokle porta colore e respiro a un brano oramai in apnea e diretto alla morte. Non c’è tregua però, la voce di Peter e il ritmo forsennato di Viestarda Cîna Pie Metotnes. 1219/Viestard’s Fight At Mežotne. 1219 ci fanno ripiombare nella drammaticità degli eventi, la dura lotta tra i Semigalli e i crociati, la volontà di difendere le proprie terre dall’invasore cristiano. Al popolo Kurši è dedicato il brano seguente, che dopo un’introduzione folk ispirata dai ritmi dainas, tradizionale ballata lettone, parte un motivo potente cantato da Imants, batterista della formazione. Cornamuse e scacciapensieri sono gli strumenti trainanti della prima parte di Kalçjs Kala Dbesîs / Forger Forged Up In The Sky, killer song appena la componente prettamente metal ha la meglio sul lato più intimo dei nostri. Ottimi i riff di chitarra, così come azzeccati sono i cambi di tempo e i mutamenti d’umore – comunque sempre “nero” – che caratterizzano la canzone. Rabbia, ferocia, voglia di libertà e ancora – di nuovo – rabbia, fino a quando non arriva Kam Pudat Kara Taures / Why The Horns Of War Are Blown: un fuoco che arde al centro, quattro pagani intorno a condividere sotto forma di canto l’orgoglio nazionale, tradizioni e volontà di essere un tutt’uno con la natura circostante che per l’intera durata del brano fa loro compagnia coccolandoli con rumori di uccelli notturni e fronde che si muovono. E poi c’è lei, la canzone più bella dell’intero repertorio Skyforger, Kauja Garozas Silâ. 1287 / Battle At Garoza Forest. 1287. In poco più di cinque minuti di durata è racchiuso tutto lo stile, le influenze (musicali e storico/culturali), le sfaccettature del sound della band lettone, passando dai canti degli antichi guerrieri (che fungono da introduzione – mozzafiato!), alle melodie uniche, figlie di una terra contesa e bramata da altri popoli per secoli. Svçtais Ugunskrusts / The Sacred Firecross chiude alla grande un album che fa ormai parte della storia del pagan metal, tra giri di chitarra sostenuti che si tramutano in lancinanti melodie e una sensazione di soffocamento data dall’improvviso comparire di una foschia che nel giro di pochi istanti s’infittisce diventando una nebbia densa. Nebbia inquietante, ma anche liberatoria, perché tiene a distanza chi non sa vedere oltre, intimorendo i semplici curiosi e avvolgendo con freddo calore gli amanti di queste tetre ma affascinanti atmosfere.

L’artwork e la copertina perfezionano l’opera, essendo parte fondamentale nel concept-non concept degli Skyforger, un qualcosa in più che arricchisce e rende completa sotto ogni aspetto una piccola grande opera troppo poco conosciuta. Kauja Pie Saules è un album capolavoro, forse il primo del genere, sicuramente troppo importante e bello per sottovalutarlo. Un modo intenso e sincero per avvicinarsi alle antiche tradizioni e alla storia delle Lettonia, terra imbevuta di sangue ma abitata da persone fiere e valorose.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
Annunci

Alvenrad – Heer

Alvenrad – Heer

2017 – full-length – Trollmusic

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Mark Kwint: voce, chirarra – Thijs Kwint: basso – Ingmar Regeling: batteria – Jasper Strik: pianoforte, organo, mellotron, voce

Tracklist: 1. De Hoogzit – 2. 
De Raven Wodans – 3. Dagen Gaans Heen
 – 4. De Zonne-ever – 5. Boom Des Gouds
- 6. De Herder
 – 7. Fallisch – 8. Minneschemering – 9. 
De Groene Tempel – 10. Omheind
 – 11. Foreest In Tweelicht (bonus track)

La difficoltà di un disco come Heer sta nel dover superare i muri mentali che siamo soliti erigere tra i generi musicali. In questi tre quarti d’ora, difatti, troviamo uno strano quanto originale ed efficace mix di folk/pagan metal, hard rock ’70 e progressive. I punti di riferimento della band olandese sono Vintersorg, Uriah Heep e Jethro Tull: questi nomi possono bastare per incuriosire l’ascoltare meno chiuso mentalmente e avvicinarsi al secondo lavoro degli Alvenrad, uscito a tre anni dal debutto Habitat.

La tracklist sbagliata della label non ha aiutato di sicuro (due intro e uno strumentale come primi tre pezzi), ma una volta corretto l’ordine delle canzoni Heer ha conquistato un ruolo di primo piano negli ascolti giornalieri, incuriosendo e non poco l’amante del folk metal che è cresciuto con l’hard rock degli anni settanta quando era poco più che un ragazzino. E proprio qui sta la forza del quartetto olandese: robuste chitarre dai classici riff del vero hard rock, hammond come se non ci fosse un domani e melodie folk metal si ritrovano in un unico brano e sono arricchite dalla voce calda di Mark Kwint. A tutto questo va aggiunto un reale groove sempre più difficile ascoltare di questi tempi. L’intero disco è stato registrato senza l’aiuto dei trucchetti digitali e anche la batteria, solitamente lo strumento più taroccato in studio, è sempre stata catturata su nastro al massimo alla seconda take. Le registrazioni sono avvenute negli studi della band, ma del missaggio e del mastering se n’è occupato presso lo Studio E Markus Stock (Empyrium, The Vision Bleak), noto per aver collaborato con Helrunar, Eluveitie e Alcest . A completare il tutto c’è la bella copertina di David Thiérrée, ricca di dettagli che si fonde perfettamente con il mood musicale di Heer e si collega con il concept narrato all’interno dei quaranta minuti del disco: attrazione sessuale, amore e violenza tra dei e giganti, il tutto raccontato con lo spirito moderno e ambientato nella terra madre dei quattro musicisti, la regione Veluwe nella provincia della Gheldria.

De Hoogzit è il delizioso intro strumentale che porta a De Raven Wodans (tr. I Corvi Di Odino), opener dalle forti influenze degli Amorphis di metà carriera. Un grande gusto melodico e sporadiche accelerazioni su un tappeto di organo sono un buon biglietto da visita per gli Alvenrad. La traccia seguente, Dagen Gaans Heen, è un omaggio ai favolosi anni ’70, dai quali prende tutti i pregi tipici di quegli anni. Sulle sonorità simili si muove De Zonne-ever, con l’aggiunta di piglio più aggressivo nelle chitarre e con un ritornello ossessivo. Boom Des Gouds è uno strumentale da due minuti e mezzo a metà strada tra il rock seventies (la tastiera) e il thrash metal newyorkese (i riff di chitarra) seguito da un intro dal significato oscuro. Fallisch è un pezzo carino ma sottotono rispetto agli altri, mentre le cose vanno decisamente meglio con Minneschemering, dal riffing deciso e la sezione ritmica a dettare legge. Il soave cinguettio degli uccelli e il delicato pianoforte di De Groene Tempel ci portano in una dimensione che gli Alvenrad, per quanto di rado, sono abilissimi di gestire e controllare. La semi-ballad in questione è coinvolgente fin dai primi secondi, ma è con il passare dei minuti che cresce d’intensità fino a colpire al cuore. Le iniziali note di violino e gli arpeggi clean di chitarra della conclusiva Omheind sono quelli tipici del brano bello e delicato, dal cuore forte ma sensibile nell’anima. L’unico dubbio che ci si pone è il perché di due canzoni simili attaccate nella tracklist. La bonus track Foreest In Tweelicht meriterebbe l’inclusione nella scaletta ufficiale per quanto è varia e ben fatta: alle ormai classiche sonorità sono presenti dei giri black metal (con tanto di scream infernale) che sorprendono e danno quel dinamismo che forse sarebbe stato perfetto se collocato a metà album.

Strana e diversa da tutto quello che gira attorno al mondo folk metal, Heer è un’opera che stupisce per suoni e coraggio, ma conquista grazie alla bontà delle canzoni. La parte del leone lo fa il rock e l’hammond in particolare, ma l’insieme di strumenti e influenze funziona bene nonostante qualche dubbio sollevato dalla tracklist che forse poteva essere concepita meglio. Questo degli Alvenrad rimane comunque un disco godibile e originale, consigliato soprattutto a chi ha una mente aperta e non disdegna a priori gli intrecci di generi.

Intervista: Andreas Marschall

Quello di Andreas Marschall è uno dei nomi più importanti in ambito heavy metal negli ultimi 30 anni. Le sue copertine, oltre che essere l’immagine di alcuni dei dischi più importanti o di culto dell’intera scena, sono delle vere e proprie opere d’arte ammirate e studiate anche al di fuori del mondo hard & heavy. Intervistare uno dei propri miti musicali è sempre un grande onore, ma Marschall è, oltre che una persona gentile e modesta, anche un grande appassionato di cinema italiano. Artwork, film e progetti futuri nelle parole di Andreas Marschall!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION –

Un ringraziamento a Stefano Zocchi per la traduzione dell’intervista.

Vorrei partire parlando del lavoro che hai fatto per Imaginations From The Other Side dei Blind Guardian. Per anni ho ammirato quella copertina (e il retro cd!) per immergermi in quei dettagli pazzeschi che hanno di fatto reso la copertina memorabile. Ti pregherei di raccontare tutto quello che accadde per quel lavoro: dai primi contatti in poi, se c’erano dei vincoli o delle richieste particolari da parte della band, qualche storia dietro la creazione dell’artwork.

Ricordo che Hansi Kürsch aveva idee molto dettagliate per quanto riguardava il design della copertina. I Blind Guardian sono un gruppo che considero narratori musicali, e per questo le cover dovevano essere molto narrative. Ciò significa che avevano idee specifiche, la copertina doveva essere una finestra sull’“Otherworld” e il retro una finestra sul nostro mondo da laggiù. Oltre a questo c’erano parecchie citazioni da altri artwork: la cameretta dei bambini di Sandman, la chitarra-drago sulla copertina. Ma a parte quello avevo molta libertà creativa per poter sviluppare i dettagli. Quando guardi il dipinto originale lo vedi, puoi prendere una lente d’ingrandimento ed entrare nella casa delle bambole. Io li ho dipinti senza una lente, davvero. La maggior parte di questi dettagli vanno persi nelle dimensioni di un DVD e con le immagini a scarsa risoluzione disponibili su internet, ma su una confezione di un vinile li puoi vedere. Si può quasi viaggiare attraverso la copertina e il retro di Imaginations From The Other Side, tuffarsi in questo mondo mentre si ascolta la musica. Era quello che si faceva con gli album prima del tempo dei DVD: le cover dei dischi in vinile, i libretti e le confezioni pieghevoli erano finestre visive nei mondi musicali delle band.

Come reputi, a oltre venti anni dalla pubblicazione, il disco Imaginations From The Others Side e il lavoro che hai svolto per la grafica?

Sono ancora molto orgoglioso di questo artwork. È uno dei miei lavori migliori. Di recente ho fatto un nuovo scan per il re-release e ho messo molta attenzione nella qualità e nella correzione del colore. È un’illustrazione perfetta per un vinile – e per quello che chiamo storytelling visivo.

Un’altra copertina che mi colpì immensamente fu quella di Nigthfall In Middle-Earth. C’è da dire che il tuo nome è fortemente legato alla band tedesca anche se hai lavorato con altri mostri sacri del metal. Quanto credi che la crescente popolarità dei Blind Guardian ti abbia aiutato nel mondo delle illustrazioni?

Si, ovviamente hanno dato una mano alla mia popolarità, ma gli artwork dei Blind Guardian non erano i primi che ho fatto ad avere un buon successo. Credo che ancora oggi l’illustrazione più famosa che ho fatto è Coma Of Souls dei Kreator. Ogni volta che viaggio per il mondo la vedo stampata su magliette.

C’è stato un periodo in cui molti grandi gruppi si rivolgevano a te per la copertina e sfogliando le riviste, a volte, si trovava nella sezione delle recensioni più di un disco da te illustrato. Ammetto che era divertente scovare i tuoi artwork semplicemente guardando un quadratino – spesso in bassa risoluzione – su una rivista. Ti chiedo quindi di raccontarci come sei “entrato” nel mondo della musica, i primi tuoi passi da illustratore e, se vuoi, qualche aneddoto che ricordi con piacere o un sorriso.

Ho iniziato come artista per graphic novel, o solo fumetti come li chiamiamo in Germania. Ho pubblicato delle storie, thriller e horror, in magazine come Heavy Metal, ma il mio stile era troppo dettagliato e richiedeva troppo tempo per poter creare storie lunghe. Realizzarlo mi spezzò il cuore, ma non potevo continuare su quella strada e decisi di concludere la mia carriera fumettistica. Poi incontrai Karl Walterbach di Modern Music/Noise International in una fumetteria di Berlino. Eravamo entrambi fan dei film horror e potevamo passare ore a chiacchierare. Ho fatto i miei primi artwork per dei sampler chiamati Rock from Hell e, se non ricordo male, Rock From Hell – delle robe incredibilmente macabre e trash. Fu bandito in Germania. Il mio primo lavoro veramente accettabile era il sampler per Doomsday News. Andavo a un sacco di concerti metal, e adoravo anche gruppi “goth” come i Sister Of Mercy. Berlino era una città festaiola per i metallari e i rockettari degli anni ottanta, ricordo un sacco di notti folli con musicisti fatti e ubriachi.

Ti dico le copertine che più mi hanno entusiasmato o incuriosito negli anni, puoi fare un piccolo commento per ognuna di esse?

In Flames – Whoracle: Illustrazione psycho-horror carina, parla di infanzia, età e la paura della “madre malvagia”.

Dimmu Borgir – Godless Savage Garden: Questa è ispirata dai film gothic horror italiani, soprattutto La Maschera Del Demonio di Mario Bava. Il personaggio principale somiglia vagamente alla bellissima attrice Barbara Steele.

Grave Digger – Tunes Of War: Ispirato da un tour con il gruppo attraverso i più famosi campi di battaglia scozzesi – ero assieme ai Grave Digger, stavamo girando il video per Rebellion, uno dei pochi video metal che erano trasmessi su Heavy Rotation.

Hammerfall – Glory To The Brave: Uno dei miei lavori eroico-fantasy più iconici.

Obituary – Frozen In Time: Ispirato dal film La Cosa. Un’interessante variazione sulle creature draconiche della band.

Immolation – Failures For Gods: Un lavoro molto atmosferico. Non sono un satanista, ma il mio artwork per gli Immolation sembrava un modo poetico per affrontare il tema. Ispirato alle visioni fantasmiche di John Martin.

Running Wild – Masquerade: Uno dei molti lavori che ho realizzato riguardanti la metafora Maschere [NdT: Masks, vedi più avanti]. Un altro è Masquerade In Blood dei Sodom.

Stratovarius – Visions: Questo è ispirato alle visioni di Nostradamus. Le mani sono le mie, le ho usate come modelli.

C’è una copertina tra quelle meno famose della quale vai particolarmente fiero?

Mi piace molto l’artwork di Sandman dei Blind Guardian. Non è esattamente poco famosa, ma la composizione e l’atmosfera mi rendono orgoglioso ancora oggi. Adoro il clown malvagio, è veramente terrificante. L’artwork racconta una storia e stimola la tua immaginazione.

C’è, invece, una copertina nella quale non ti riconosci più o che a guardarla ora pensi che avresti voluto non fare?

Non mi sono mai pentito di uno dei miei lavori. Nemmeno di uno terribilmente cliché come il sampler di Rock From Hell. Sì, con gli occhi di oggi è terribile, ma era la mia prima cover metal a quei tempi e rappresenta l’inizio di un viaggio.

Il tuo stile è personale e immediatamente riconoscibile. Oltre ad aver creato le copertine ad alcuni capolavori del mondo heavy metal, hai letteralmente dato vita a quelle immagini con un numero infinito di dettagli che per studiare una cover ci vuole davvero molto tempo. Come sei arrivato al tuo stile che oggi tutti conosciamo bene?

Ho iniziato con fumetti per il magazine francese Metal Hurlant e altre pubblicazioni. Queste storie brevi erano già realizzate con uno stile fotografico, “cinematografico”, che si rivelò essere troppo dispendioso in termini di tempo. E sì, mi spezzò il cuore dover abbandonare quella scena perché aveva iniziato a consumare la mia vita. Poi, quando ho iniziato a disegnare per gli album, ho mantenuto viva la mia ambizione per creare lavori in stile realistico ma con un soggetto fantastico. Volevo creare porte fotografiche verso mondi immaginari, e dare un sacco di materiale all’occhio del lettore per poter entrare in questi mondi. Alcuni dei miei lavori più nuovi – come Inked In Blood degli Obituary – sono più “dritto in faccia”, e fanno leva sull’impatto e sullo shock piuttosto che sul numero di dettagli. [NdT: Metal Hurlant/Heavy Metal è una rivista francese di “genere” pubblicata negli anni Settanta e Ottanta, fondata dal leggendario artista francese Jean “Mœbius” Giraud. Per più di dieci anni ha rappresentato il livello più alto del fumetto francese, forse europeo, con le sue incredibili illustrazioni e storie di fantascienza, fantasy, horror e di altri generi “non nobili”.]

Ti posso chiedere di dare dei consigli a chi vuole intraprendere o sta percorrendo la via della grafica musicale?

Bisogna imparare dagli altri artisti. Ogni esempio di arte divenuta popolare prende ispirazione da ciò che era già presente, e segue il solco di una tradizione. Ma mai, mai andare su internet e copiaincollare elementi di altri artisti. Bisogna trovare il proprio metodo!

Girando un po’ il web mi sono reso conto che molti ammiratori delle tue copertine quasi non sanno che sei anche un regista e ho letto diverse interviste nelle quali si parla dei film e poi c’è la domanda che inizia con “fai anche alcune copertine…”. Ti dispiace non essere conosciuto a 360 gradi oppure ritieni i due mondi divisi nonostante metal e horror/thriller vadano spesso a braccetto?

I due mondi sono collegati. Il mio lavoro di regista scaturì direttamente dal mio lavoro di illustratore di album, quando ho iniziato a girare video per gli stessi gruppi, Kreator, Sodom, Grave Digger eccetera. E ora, nei miei lungometraggi, la musica è un elemento importantissimo. A volte musicisti rock si occupano della colonna sonora dei miei film, come Sebastian Levermann (Orden Ogan) ha fatto per Masks, il mio thriller. La gente che conosce i miei lavori nota le somiglianze nei colori, nell’illuminazione e in quel tipo di concetti che uso nei miei film. L’illuminazione del mio più recente episodio per German Angst, Alraune – un fantasy horror erotico con un mostro spettrale – ha colori primordiali molto ricchi, rossi, verdi, come le mie illustrazioni. Mentre il mio lavoro nell’arte è molto solitario, meditativo, girare un film lavorando con una squadra numerosa e attori è diverso, c’è un sacco di pressione e limiti di tempo. Adoro entrambi i mondi.

Ho letto che ami diversi film italiani e che in gioventù sei venuto a Roma in autostop per poterne vedere alcuni direttamente al cinema. Quali sono i registi e i film che più ti hanno influenzato e in che modo ti hanno influenzato la tua crescita artistica fino a farti diventare il regista che sei?

La mia influenza più grande sono stati i film di Dario Argento, fino a Tenebre, e i classici di Mario Bava degli anni Sessanta. Questi horror e thriller mi hanno incantato e scioccato, e mi sono reso conto subito di voler ipnotizzare il pubblico nella stessa maniera. Mi vedo saldamente nella tradizione dell’horror europeo, mi ispiro ai film della nostra tradizione tedesca (Il gabinetto del dottor Caligari, Il Golem, Lo studente di Praga ecc.) e alle magnifiche produzioni italo-franco-tedesche dei dorati anni Settanta, quando ho scoperto il cinema. Nel mio episodio di German Angst recita una giovane attrice italiana molto brava, Désirée Giorgetti, e recentemente mi era stato proposto di dirigere un horror italiano. Sfortunatamente, temo che i produttori non siano riusciti a garantire i finanziamenti.

Il tuo ultimo lungometraggio Masks risale al 2011. German Angst, un lavoro a tre che ha colpito nel segno, è di due anni fa. Cosa stai facendo ora e stai lavorando a un tuo nuovo progetto?

Si, sto sviluppando un’interessante serie TV gialla ambientata nella Germania nazista. Ho anche scritto qualche copione per dei lungometraggi, ma sto ancora combattendo per poter avere dei finanziamenti.

Hai girato videoclip per Kreator, Sodom, Gotthard e Guano Apes per citarne alcuni. Quali sono le differenze di approccio tra un video musicale e un cortometraggio o un film?

I videoclip sono girati nel giro di uno o due giorni. Devi essere molto rapido, e al giorno d’oggi la crew è più ridotta. Ma a parte questo non ci sono molte differenze. Mi piace mischiare elementi di film e scene nelle performance delle band dei miei videoclip. Costruire un’atmosfera interessante è importante in entrambi i campi.

Ti ringrazio di cuore per questa intervista, per me è un vero onore ospitarti sulle pagine del mio sito. Hai un messaggio per i tuoi fan italiani?

Ho sempre amato l’Italia, e non vedo l’ora di tornare a visitarla. Potete essere orgogliosi di un paese con una tradizione così fantastica nel campo dell’arte, del film e della musica!

ENGLISH VERSION:

I’d like to start by talking about your work for Blind Guardian’s Imagination From The Other Side. I’ve admired the cover (and back cover!) for years, looking at all the incredible details that make the cover memorable. I’d like to ask you to tell us all about how that specific project went down; from the first time you got in touch, if there were any particular kinds of limits or requests from the band, and any anecdote about the creation of the artwork.

What I remember is that Hansi Kürsch had very detailed ideas about the cover artworks. Blind Guardian is a band that I consider as musical storytellers. That´s why there covers had to be very narrative. This meant that they had specific ideas, the front cover being a window into the Otherworld and the back cover the view from there into our world. Other than there were many quotes from other artworks: The children room from Sandman, the dragon-guitar on the front cover. But other than that I had a lot of creative freedom to go into great detail. When you look at the original painting you will see, that you could take a magnifiying glass and go into the doll-house. I really painted elements of these artworks with a magnifying glass. Most of these details are lost in DVD-size and the poor reproductions in the internet, but on Vinyl-size you can see them. You can almost „travel“ the front-and back artworks of Imaginations From The Other Side, dive into this world while listening to the music. That´s how you did with many metal albums before DVD took over: The Vinyl-covers, fold-ups and booklets were visual windows into the musical worlds of the bands.

It’s been twenty years since Imaginations From The Other Side was first released. What do you think of the album now, and of the work you’ve done for it?

I am still very proud of this work. It is one of my best works. I recently did a new scan for the re-release and took great care of the color correction and quality. It is a perfect artwork for a vinyl – and what I call visual storytelling .

Another cover I was very impressed by was Nightfall In Middle Earth’s. Even though you’ve worked with other illustrious bands in the past, it’s undeniable that your name is tied to Blind Guardian. Do you believe their success and popularity helped you in the world of illustration?

Yes, of course they helped my popularity, but the Blind Guardian artworks weren´t the first very popular ones I did. I think the most well known artwork I painted till today is still Kreator Coma Of Souls. Wherever I travel in the world I keep seeing it on t-shirts.

There was a time when a lot of important bands turned to you for taking care of their artworks and, flipping through the pages of magazines, you could find more than one album with your work on the cover at the same time. I admit it was fun to identify your art by looking at low-resolution tiny squares on a page. Can you tell us how you first “entered” the music world, your first steps as an illustrator, and, if you want, any anecdotes that bring a smile to your face?

I started as a artist for graphic novels, comics as we call them in Germany. I published some stories, thrillers and horror, in magazines like Heavy Metal. But my style was far too detailed and time consuming for longer stories. It broke my heart, but I could not continue this path and ended my comic book career. Then I bumped into Karl Walterbach from Modern Music/Noise International in a comic-store in Berlin. We were both fans of horror movies and could talk hours about them. I did my first artworks for samplers called Rock From Hell and, as far as I remember, Rock From Hell which was incredibly gory and trashy stuff. It got banned in Germany. My first really acceptable artwork was the Doomsday News sampler. I went a lot to metal concerts and loved also “gothic” bands like sisters of mercy then. Berlin was a party town for the rock and metal crowd in the eighties and I remember many crazy nights with drunken and stoned musicians.

I’m giving you a list of the covers that excited me the most along the years. Can I ask you for a short comment on each of them?

In Flames – Whoracle: Nice-psycho-horror—artwork, talking about childhood, age and the fear of the evil mother.

Dimmu Borgir – Godless Savage Garden: This is inspired by Italian gothic horror movies, especially Black Sabbath (La maschera del demonio) by Mario Bava. The main character looks a bit like the gorgeous actress Barbara Steele.

Grave Digger – Tunes Of War: Inspired by a band-journey through Scottland´s famous battle-grounds which I did with the guys from Grave Digger to shoot the video-clip Rebellion, which was one of the few metal-clips which went on Heavy Rotation.

Hammerfall – Glory To The Brave: One of my most iconic Heroic-Fantasy artworks.

Obituary – Frozen In Time: Inspired by the film The Thing. An interesting variation on the band´s dragon-creatures.

Immolation – Failures For Gods: A very atmospheric work. I am not a Satanist, but my artworks for Immolation felt like a poetic way to deal with this subject. Inspired by the phantasmic visions of John Martin.

Running Wild – Masquerade: One of several artworks I did about the metaphor Masks. Another one was Sodom Masquerade In Blood.

Stratovarius – Visions: This is inspired by the visions of Nostradamus. The hands are my own hands which I used as models.

Is there an underrated cover you created that makes you particularly proud?

I really like the artwork for Blind Guardian´s Sandman. It is not underrated but the composition and the atmosphere still makes me proud. I really like the evil clown who is very scary. The artwork tells a story and it stimulates your imagination.

On the opposite side of the spectrum, is there any cover you don’t identify with anymore or that you regret making?

I didn´t ever regret doing an artwork. Not even a terrible clicheed one like the Rock From Hell-sampler. From the perspective of today it is awful, but it was my first metal cover then and it was the start of a journey.

Your style is deeply personal and immediately identifiable. Besides creating covers for absolute masterpieces of the heavy metal world, you use so many details that it takes a while to fully process and understand your artworks. What path did you take to get to your unique style, how did you develop it?

I started with comic-stories for French Metal Hurling magazine and others. These short stories were already painted in a photographic cinematographic style, which finally turned out to be too time consuming for the genre of graphic novels. It broke my heart when I had to give this up because it would consume my whole lifetime. When I started to do record illustrations then, I kept the ambition to paint were realistic in style but fantastic in subject. I wanted to create photographic doors to imaginative worlds and give the eye of the viewer a lot af material to walk these worlds. Some of my newer works – like Obituary´s Inked In Blood – are more into your face and work with shocking impact instead of many small elements.

Do you have any tips for someone interested in working in this field?

Learn from other artists. All popular art draws inspiration from art that has been there before and continues tradition lines. But never, never go through the net and copy-and-paste elements from other artists. Find your own way!

Wandering around the web I realized a lot of your fans don’t know you’re also a movie director, while in the interviews you gave on the topic they often comment “oh, and you’re an illustrator as well…” Would you prefer to be known for both of your talents, or do you think those are separate worlds, even though metal and horror/thriller often go hand in hand?

These worlds are connected. My job as a film director came directly out of my album artist´s jobs, when I started to shoot music videos for the same bands, like Kreator, Sodom, Grave Digger etc. And now, in my feature films, the music is a very very important element. Sometimes rock musicians compose the soundtracks for my movies, like Sebastian Levermann (Orden Ogan) did for my mystery thriller Masks. People who know my artworks see similarities in the colors and lighting concept of my films. The lighting of my recent episode from German Angst, Alraune – an erotic horror fantasy with a ghastly monster – has very rich and primal colors, reds, greens like my artworks. While my work as an artist is a very lonely meditative work, directing a film working with a big team and actors, with a lot of stress and time pressure. I love both worlds.

I read you’re a fan of a couple of Italian movies, and you even hitchhiked your way to Rome to be able to catch them on the big screen. What are the directors and films that influenced you the most, and how did they influence your artistic career, making you the director you are today?

My biggest influence were the films of Dario Argento until Tenebre and Mario Bava´s classics from the sixties. These Horror and Thriller movies mesmerized and shocked me. I knew I once wanted to hypnotize an audience in the same way. I see myself clearly in the tradition of the European horror film, I draw inspiration from our German tradition (The Cabinet of Dr Calgary, The student from Prag, The Golem etc) to the gorgeous French-German-Italian co-productions in the Golden Seventies when I discovered the world of cinema. My German Angst episode stars a talented young Italian actress, Desiree Georgetti and I was asked recently to direct an Italian horror film. But unfortunately, I think the producers didn´t get the financing together.

Your latest full-length movie, Masks, was released back in 2011. German Angst, a three-person work that left a mark, was made two years ago. Are you working on anything at the moment? Do you have any new projects lined up?

Yes, I am developing an interesting mystery TV-program which is set in Nazi-Germany. I also wrote a couple of screenplays for feature films but am still fighting for financing.

You directed a couple videos for Kreator, Sodom, Gotthard and Guano Apes, just to name a few. How do you approach music videos, compared to the way you approach short or full-length movies?

Music videos are shot in one or two days. You have to be very fast and nowadays the team is smaller. But other than that there is not such a big difference. I like to blend scene and film elements in the band performances of my music videos. Building an interesting atmosphere is important for both genres.

I’m sincerely thankful for your availability, it’s a true honor to have you as our guest on this website. Do you have a final message for your Italian fans?

I always loved Italy and am looking forward to visit it again. You can be proud of a country with such an phantastic tradition in music, art and film!

Duir – Obsidio

Duir – Obsidio

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Giovanni De Francesco: voce – Mirko Albanese: chitarra – Pietro Deviscenzi: basso – Matteo Polinari: batteria – Thomas Zonato: cornamusa

Tracklist: 1. Inconscio – 2. Destarsi – 3. Rise Your Fear – 4. Dies Alliensis – 5. Insomnia Seeds – 6. Obsidio

Nuovo EP per i Duir, formazione che abbiamo già incontrato qualche anno fa in occasione del loro primo e acerbo Tribe. Tra i due lavori è passato molto tempo e la band veneta ha avuto modo di lavorare con calma alla realizzazione di questo Obsidio, dischetto composto da sei tracce per una durata complessiva di trentuno minuti.

Pur rimanendo in ambito extreme folk metal, la nuova via musicale intrapresa dai Duir convince maggiormente rispetto alla vecchia: forse i cambiamenti di line-up (per un periodo ha fatto parte della formazione anche l’ex Dyrnwyn Mauro Ricotta alla chitarra), probabilmente per la maggiore esperienza, fatto sta che le nuove canzoni – tutte composte dall’axeman Mirko Albanese – suonano fresche e in grado di competere con il mercato odierno.

Obsidio è introdotto dall’ambient Inconscio fino a quando la feroce Destarsi si fa spazio a suon di doppia cassa e riff tritacarne. I suoni sono un po’ confusionari ma non disturbano l’ascolto e rendono l’EP particolarmente grezzo. In questo contesto tendente all’estremo la cornamusa di Thomas Zonato spicca per eleganza e gusto, ma è il ritornello il pezzo forte della canzone, per melodia e impatto. Rise Your Fear è un mid-tempo in lingua inglese che nella parte finale accelera in potenza e velocità con la cornamusa sempre in bella vista. Dies Alliensis è un pezzo dal mood oscuro, ricco di riff aggressivi e cupi che ben contrastano con le melodie di Zonato. Più “classica” per struttura e linearità, Insomnia Seeds è una composizione matura di extreme folk metal, ma il meglio arriva con la title-track: epica secondo la migliore tradizione Draugr, personale nello stile e italiana nell’anima. I cinque minuti e mezzo di Obsidio sono la migliore prova possibile delle abilità dei Duir, passati da essere il classico gruppo di belle speranze a una piccola realtà arrivata a un passo dal salto di qualità definitivo.

Con questo lavoro la band veneta mostra quanto sia importante lavorare sodo per realizzare un lavoro di qualità. Le canzoni scorrono senza ostacoli, l’ispirazione è più che concreta e anche la produzione, sicuramente migliore di Tribe, ma ancora da migliorare per il prossimo lavoro, fa un passo avanti. L’artwork di Chiara Bruscaggin è volutamente scarno e le illustrazioni crude ben rendono l’idea del contenuto sonoro di Obsidio. Infine, la lingua italiana, quando utilizzata dal cantante Giovanni De Francesco, è stimolante e motivo di interesse, tanto più che è utilizzata in sole due occasioni, fatto che la rende sempre affascinante quando la si sente. I Duir hanno prodotto questo buon cd che può rappresentare per loro un nuovo punto di partenza.

Tersivel – Worship Of The Gods

Térsivel  Worship Of The Gods

2017  full-length  autoprodotto

VOTO: 8  recensore: Mr. Folk

Formazione: Lian Gerbino: voce, chitarra – Camilo Torrado: basso – Andrés Gualco: batteria – Franco Robert: tastiera, fisarmonica

Tracklist: 1. Deorum Statui Cultum – 2. Argentoratum – 3. This Day With Pride – 4. Live To Fight – 5. Hymn To King Helios – 6. Eleusinian Mysteries 354 AD – 7. Satyrs Wine – 8. Dignitas – 9. Proserpina – 10. Bacchus – 11. Walls Of Ctesiphon – 12. Vicisti Galilaee

La scena folk metal argentina è più viva e interessante che mai. Negli ultimi anni sono nati gruppi in grado di sfornare EP e dischi professionali e piacevoli, ma sicuramente i nomi più noti (anche per via dei tour nel vecchio continente) sono quelli di Skiltron e Triddana. Il terzo nome da fare è assolutamente quello dei Térsivel, act guidato dal cantante/chitarrista Lian Gerbino in attività dal 2004 e che, dopo una manciata di release minori, ha debuttato su lunga distanza nel 2011 con il cd For One Pagan Brotherhood. Cos’è successo in questi anni? La line-up della band di Buenos Aires è stata rivoluzionata, ma c’è stato anche un lungo momento che ha fatto pensare a un possibile scioglimento dei Térsivel. Ma le cose hanno ripreso a funzionare e dopo un duro lavoro in sala prove l’armata di Gerbino è tornata con un concept album ispirato a Flavio Claudio Giuliano, imperatore romano del IV secolo, detto “l’apostata” in quanto pagano in un mondo ormai colonizzato dal cristianesimo. Come nel caso degli Ex Deo, gruppi provenienti dall’altra parte del mondo s’interessano della ricchissima storia romana/italiana, mentre le formazioni tricolori, esclusi rari casi, hanno quasi paura di farlo. Un legame tra i Térsivel e il Belpaese comunque c’è: i nonni di Gerbino sono siciliani che sul finire degli anni ’40 sono emigrati in Argentina.

Si diceva del tanto tempo passato in sala prove: tra il debutto For One Pagan Brotherhood e questo Worship Of The Gods c’è un abisso di qualità. La band suona compatta e sa perfettamente cosa deve fare per rendere al meglio, le canzoni sono sempre accattivanti e non mancano dei momenti di grande epicità. Il folk metal dei Térsivel è di stampo “moderno”, potente e a metà strada tra il metal estremo e quello classico; in tutto questo la tastiera di Franco Robert ricopre un ruolo fondamentale, basta ascoltare l’iniziale Argentoratum per rendersene conto. Il cantato è solitamente pulito ma non disdegna incursioni nel growl nelle canzoni più aggressive, mentre le chitarre solitamente “accompagnano” la canzone senza particolari picchi, giocando di squadra. Il sound è maturo e personale (anche se ogni tanto compare qualche riferimento ai Turisas di The Varangian Way), e c’è da rimarcare il buon lavoro svolto in fase di registrazione e produzione: i suoni potenti e compatti, gli strumenti ben bilanciati e la resa audio è di primo livello.

Argentoratum è un brano di grande impatto e molto vario musicalmente, così come lo è Live To Fight, sette minuti durante i quali la band argentina tira fuori il meglio a propria disposizione con una naturalezza disarmante: parti power e rallentamenti vicini al death metal si alternano a una struttura “canzone” dal ritornello melodico e orecchiabile. Hymn To King Helios sorprende per la parte incredibilmente melodica delle strofe che si scontra con il growl e le chitarre sature del bridge, ma ad incantare è la linea di tastiera che sembra essere totalmente estranea alla canzone ma che in realtà l’arricchisce e la rende imprevedibile. La soft Satyrs Wine è ricca di chitarre acustiche e fisarmoniche e l’atmosfera è quasi rilassata, in completa opposizione con la successiva Dignitas, dal piglio battagliero e caratterizzata da momenti death metal. Infine va citata la bellissima Vicisti Galilaee, composizione di dodici minuti durante i quali il songwriting gei Térsivel raggiunge probabilmente l’apice per creatività ed efficacia. Tra riff iper rallentati con growl demoniaci e orchestrazioni intriganti la spunta il ritornello cantato con voce pulita, prima del toccante finale affidato al pianoforte che porta a conclusione in maniera teatrale un disco veramente bello.

Don’t cry for me, I will return
When everything’s gone, I’ll answer
When the Pagan Empire remembers my name

Worship Of The Gods è un album ben fatto in grado di fare la gioia degli amanti dell’extreme folk metal. I Térsivel, dopo un periodo difficile, non solo tornano con un nuovo lavoro, ma lo fanno con un cd di elevata qualità. A tutto questo bisogna aggiungere un concept fresco e ben sviluppato, ed ecco che Worship Of The Gods può essere considerato uno dei migliori lavori dell’anno appena passato.

A.V. – B:east Reign The East

A.V. – B:east Reign The East

2017 – compilation – Einheit Produktionen/Painkiller Productions

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: n.d.

Tracklist: 1. Nine Treasures – Arvan Ald Guulin Honshoor – 2. Dream Spirit – Ancient Poems – 3. – Nine Treasures – Sonsii – 4. Dream Spirit – Of Daggers And Men – 5. Ritual Day – Devila Grantha (Mo Xin Jing) – 6. Evocation – Chaotic Army – 7. Ritual Day – Cursed Land (Mi Sa Jing) – 8. Evocation – Tin Ling Ling Dei Ling Ling – 9. Song Of Chu – Marco Polo – 10. Mysterain – Ancient Wind Bell (Gu Feng Ling) – 11. Suld – Frozen Autumn (Leng Qiu) – 12. Song Of Chu – Teng Chao (Furious Tides) – 13. Xie Jia – Kings Of Hell (Shi Dian Yan Luo)

Con l’avanzare della tecnologia, lo streaming e il download selvaggio, alcune tipologie di prodotto sono destinate a scomparire o ad essere d’uso solo per collezionisti e maniaci delle “discografie complete”. Ma ci sono rari casi in cui, invece, la compilation è ancora un ottimo mezzo di promozione, utile per far conoscere gruppi underground o “fuori mano” per la maggior parte dei possibili ascoltatori. Questa B:east Reign The East è uno di quei casi, perché diciamolo tranquillamente, nonostante internet e la possibilità di ricevere i dischi da ogni parte del mondo con un massimo di un mese d’attesa, della scena heavy metal cinese se ne sa poco o nulla. Stessa cosa, quindi, per quella folk metal o comunque folk oriented. Chi segue con interesse la scena folk metal (o che legge regolarmente queste sito), probabilmente conoscerà già i nomi Nine Treasures e Tengger Cavalry (quest’ultimi in uscita addirittura con la potente Napalm Records), ma ci sono altre realtà interessanti e valide? La risposta è un netto sì, questa compilation è un ottimo modo per conoscere band a noi lontane ma che non hanno nulla da invidiare a gruppi europei in circolazione da decenni. Il merito di questo lavoro di ricerca e pubblicazione va riconosciuto alla rivista Painkiller Magazine e all’ala commerciale Painkiller Productions: senza di loro e alle persone Yang Yu, Zakk Wu e Hang Ning tutto questo non sarebbe stato possibile. Painkiller Magazine è l’unica rivista autorizzata dal governo a trattare heavy metal in Cina, stampa mediamente 40.000 copie a numero (da 200 pagine!) e organizza concerti e festival nelle maggiori città cinesi.

La prima cosa che balza all’occhio è l’estrema cura di questa compilation. Il lavoro si presenta in un bel digipak con all’interno della confezione la spiegazione di come è nata la raccolta e quali sono stati i motivi che hanno spinto il magazine a creare un cd fisico per promuovere l’heavy metal cinese. Il booklet è composto da dodici pagine a colori con le foto dei gruppi partecipanti, le info delle tracce, una breve biografia di ogni formazione e i vari contatti per rimane aggiornati sulle attività delle band. La ciliegina sulla torta sta nell’accordo raggiunto con la tedesca Einheit Produktionen (label di culto per ogni estimatore di folk/viking metal), fatto che permette alla compilation di essere facilmente reperibile in Europa. Altra nota a favore di questa raccolta sta nel lavoro di re-mastering effettuato da Andy Classen (Holy Moses, Suidakra, Rotting Christ, Belphegor, Tankard ecc. ), e scusate se è poco.

La parte del leone la fa il folk metal, in particolare i Nine Trasures sono sicuramente il gruppo di punta della compilation e della Cina intera. Autori di un folk metal per attitudine simile a quello dei Korpiklaani, ma in versione mongola sia per approccio vocale (il famoso throat singing) che per strumentazione folk utilizzata, del loro repertorio sono presenti due canzoni, Arvan Ald Fuulin Honshoor e Sonsii (tratte dai primi bellissimi album della band di Pechino). Si prosegue con i Dream Spirit, heavy /folk metal melodico e accattivante; anche loro sono presenti con due tracce, entrambe tratte dal recente (2017) · (General Triumphant), uscito la scorsa estate. La seconda traccia ha un approccio maggiormente melodico e con ritmiche vicine al power metal pur non disdegnando momenti hard rock, mentre la prima è più classica e lineare, tipicamente folk metal. I suoni si incattiviscono con il tibetatian melodic black metal dei Ritual Day, act agguerrito qui presente con due furiosi brani che ben rappresentano lo spirito dell’ultima fatica in studio Devila Grantha pubblicata nei primi giorni del 2017. Da Honk Kong provengono gli Evocation, death/black metal band con nulla da invidiare alle formazioni europee e americane per qualità e ignoranza; troviamo due brani, molto oscuri e potenti, presi dal full-length Abracadabra del 2013: metal estremo e magia nera a braccetto! Si cambia nuovamente genere e incontriamo una vecchia conoscenza di del sito, Song Of Chu, realtà presente in una passata compilation di Mister Folk. Marco Polo e Teng Chao sono due canzoni dal suono moderno caratterizzato da inserti di tastiera, riff di chitarre a sette corde e melodie del folklore cinese. Il symphonic metal dei Mysterain è quello classico con voce femminile, tastiere e grandi melodie, ma impreziosito dagli strumenti folk cinesi che arricchiscono il sound e lo rendono molto originale. La musica tradizionale è presente anche in Frozen Autumn (Leng Qui) dei Suld, heavy metal band del nord della Cina. I primi secondi della canzone sono emozionanti e rimandano a luoghi e tempi lontani, fino a quando entrano in scena le chitarre elettriche e la composizione prende una piega più heavy senza mettere da parte gli strumenti folk e le affascinanti melodie: probabilmente questo è il brano più bello dell’intera compilation. Il cd si conclude con il black metal dei Xie Jia: la loro Kings Of Hell (Shi Dian Yan Luo) è arricchita dalle tipiche e antiche sonorità tradizionali cinesi che ben si amalgamano con il mid-tempo proposto dalla band di Honk Kong.

B:east Reign The East non è semplicemente una bella compilation piena zeppa di buona musica, ma anche una fedele fotografia di quello che la scena cinese è in grado di produrre al giorno d’oggi. I gruppi sono professionali in tutto e per tutto, la loro musica è spesso molto personale e arricchita da testi e musica legati alla millenaria storia della Cina. Queste band non hanno nulla da invidiare alle realtà occidentali e questa compilation è un ottimo modo per scoprire una parte di questa “nuova” scena musicale.