Intervista: Æxylium

Gli Æxylium pubblicavano due anni fa l’EP The Blind Crow e in sede di recensione conclusi dicendo che “con la prossima uscita, ci si augura un EP con un paio di brani in più, gli Æxylium potrebbero stupire in positivo.” Il gruppo lombardo, invece, ha inciso direttamente il full-length di debutto e con Tales From This Land ha effettivamente stupito per il salto di qualità effettuato, realizzando un disco talmente valido che non a caso ha trovato l’interesse di un’etichetta valida come la Underground Symphony. Sono quindi molto felice di ospitare nuovamente sulle pagine di Mister Folk, a due anni di distanza dalla precedente intervista,  il gruppo di Varese e dar loro l’occasione di raccontare cosa è successo dopo la pubblicazione dell’EP e di approfondire il discorso musicale-lirico del nuovo cd.

Iniziamo parlando del dopo The Blind Crow. Cosa è successo in casa Æxylium e dopo le reazione di critica e pubblico avete “cambiato” qualcosa nel vostro modo di lavorare?

Sicuramente quando una band lancia un primo EP si tratta anche una sorta di sondaggio per vedere quanto e se le proprie creazioni vengano apprezzate; con The Blind Crow abbiamo voluto lasciare un “biglietto da visita” con le risorse che avevamo in quel momento, visto che una band appena nata è logico che sia poco conosciuta. In quel frangente le critiche sono importantissime perché ti fanno capire quale sia bene o male la linea da seguire, ed infatti noi abbiamo lavorato molto sulla qualità in generale, da quella della registrazione, a quella della nostra immagine e delle prestazioni live: l’obiettivo è sempre quello di risultare professionali agli occhi della gente.

Le tre canzoni che facevano parte di The Blind Crow le troviamo ri-registrate in Tales From This Land. Immagino quindi che avete voluto fortemente inserire quelle tracce con un suono all’altezza della situazione nel nuovo disco. Siete soddisfatti di come suonano ora?

È proprio così, sono tre canzoni che ci rappresentano fortemente e sentivamo la necessità di riproporle in una veste sicuramente più curata. Siamo molto contenti della qualità del prodotto e il feedback che ne abbiamo ricevuto a riguardo è stato sempre molto positivo.

State promovendo il vostro primo full-length Tales From This Land, vi chiedo quindi di parlare del cd come se i lettori non avessero ascoltato una sola nota dell’album.

Tales From This Land è una raccolta di storie con le quali vogliamo intrattenere l’ascoltatore affidandoci alla nostra musica; si tratta di undici tracce anche ben diverse tra loro: una delle caratteristiche che crediamo ci possa contraddistinguere è proprio il fatto di non porci limiti in fase di composizione, spaziando da un folk metal con ritmiche thrash e serrate, alla classica canzone spensierata da ballare live, fino a tracce in cui le varianti sinfoniche e melodiche sono decisamente in prima fila. Anche la voce di Steven è soggetta a variazioni all’interno del disco, passando dalle numerosi parti cantate in pulito, ad altre in growl utilizzate sia nei cori che nella linea vocale principale.

Quali sono le canzoni più rappresentative del disco, e perché?

Oltre alle tre tracce già citate presenti nel primo EP, direi che Into The Jaws Of Fenrir e Tales From Nowhere nella loro diversità possano rappresentarci bene. La prima perché esalta il nostro lato più “heavy” e deciso, la seconda perché ha ispirato la scelta dell’artwork ed è ricca di parti melodiche, soprattutto per quanto riguarda tastiera, violino e flauto.

In alcuni frangenti si sentono chiari i riferimenti agli Elvenking, cosa che non accadeva con il precedente EP. Qualcuno di voi ha ascoltato la band friulana negli ultimi tempi? Quali sono i gruppi italiani, anche al di fuori del folk metal, che ascoltate con piacere?

Gli Elvenking, nonostante riteniamo essere una delle più grandi band italiane folk metal, dobbiamo ammettere che non sono parte della musica che prevalentemente ascoltiamo o dalle quali traiamo ispirazione. In molti comunque ci hanno fatto notare questa “somiglianza”, ma probabilmente è qualcosa che è nato più come spontaneità, invece che trattarsi di un’influenza vera e propria in fase compositiva. Riguardo le band italiane che ci piacciono, oltre a quelle del nostro stesso genere musicale come Folkstone, Wind Rose e Atlas Pain, ascoltiamo principalmente DGM, Vision Divine, Secret Sphere, Destrage e Frozen Crown.

Parliamo dei testi: si spazia dai miti nordici a Tolkien e a storie più “personali” nel giro di poche canzoni. Ci sono libri, film, videogiochi o altro che hanno ispirato i testi? Qual è quello che ritenete migliore o più rappresentativo rispetto agli altri?

Siamo sicuramente affascinati dalla mitologia Norrena, ed è chiaro leggendo i nostri testi che abbia una grande importanza nella scelta dei temi da trattare; siamo anche quasi tutti amanti dei videogiochi, soprattutto se trattano tematiche fantasy o legate a miti e leggende, direi che un po’ tutto questo ha influito sulla scelta del testo da sviluppare canzone per canzone.

Con la canzone Radagast trattate Tolkien, autore amato dai musicisti rock/metal e non solo. Come mai la decisione di scrivere di un personaggio poco noto come Radagast?

Esatto, i racconti di Tolkien sono spesso fonte di idee anche per le band musicali, e in particolare un genere come il folk metal trova facile ispirazione. Abbiamo deciso di scrivere una canzone su Radagast proprio perché si tratta di un personaggio secondario sì, ma estremamente buffo e ambiguo, e crediamo si sposi perfettamente con le sonorità della canzone che abbiamo scritto, in particolare con le linee di fisarmonica che vogliono quasi rappresentarne la personalità.

L’artwork è davvero molto curato e avere in mano dischi “completi” come il vostro è sempre un piacere. Siete dei “tifosi” del formato fisico? Come sono nate le illustrazioni del booklet e più in generale, come vi siete mossi per l’aspetto grafico?

Era qualche mese che cercavamo un artista che potesse rappresentare alla perfezione i nostri gusti riguardo l’artwork per l’album e, a dirla tutta, anche noi stessi facevamo fatica a trovare un’idea comune. Poi, quasi per caso, siamo venuti a conoscenza dei lavori di 3MMI Design e ci sono piaciuti sin dal primo momento. La copertina pensiamo sia perfetta per rappresentare i racconti dell’album, e Pierre-Alain Durand ha scelto di realizzare anche illustrazioni dedicate alle diverse canzoni dell’album come si può notare dal booklet. Nell’era in cui il digitale ormai risulta sempre più dominante, è comunque impagabile e affascinante aprire la confezione e trovare un artwork e un booklet fatti bene.

Anche l’audio del disco è davvero gagliardo. Come vi siete trovati a lavorare con Davide Tavecchia e Simone Mularoni? Vi hanno “insegnato” qualcosa?

Siamo venuti a conoscenza del Twilight Studio di Davide Tavecchia dopo aver ascoltato l’EP degli Atlas Pain e la qualità dei suoni ci sembrava adatta a ciò che volevamo realizzare. Lui è davvero una persona paziente e disponibile, e anche in fase di produzione ci ha dato una grandissima mano, in particolare sulle parti sinfoniche e su tutti i doppiaggi di voce in growl. Per quanto riguarda Simone Mularoni ovviamente c’è poco da dire, vista la quantità di band che si rivolgono a lui per la qualità dei suoi lavori, è uno che non ha bisogno nemmeno di presentazioni; dobbiamo inoltre dire che è anche lui molto disponibile e viene incontro alle esigenze della band senza problemi.

Avete firmato per Underground Symphony, un’etichetta storica italiana che in passato ha lavorato soprattutto con realtà power metal. Come siete entrati in contatto con la label e come vi state trovando?

Abbiamo contattato Maurizio Chiarello per proporgli il nostro lavoro e a lui è piaciuto fin da subito nonostante, come hai sottolineato giustamente, lui lavori perlopiù con band power metal e anzi, se non erro, siamo l’unica band folk metal nel roster dell’etichetta. Lui è uno che lavora nel settore da tantissimi anni, ha visto la scena metal evolversi in Italia ed è ancora molto legato al fascino delle copie fisiche degli album. Ci ha messo a conoscenza della situazione musicale del nostro paese senza troppi giri di parole, e abbiamo concordato che la sua proposta era quella più adatta alle nostre esigenze.

Vi sentite parte della scena folk metal italiana? Pensate che la scena tricolore possa “rivaleggiare” con quelle straniere?

Diciamo che di sicuro con l’uscita del nuovo album ora molta più gente sa chi sono gli Æxylium e che tipo di musica propongono. Abbiamo ricevuto inoltre parecchi feedback positivi, non solo dalle recensioni, ma anche dalla gente che è venuta ai nostri concerti e ha voluto comprare una copia di Tales From This Land o una maglietta e questo fa sempre piacere; nella nostra testa comunque è sempre presente l’obiettivo di crescere musicalmente e migliorarci. Ci sono sicuramente band italiane in grado di competere con quelle straniere, almeno in parte; ad esempio, oltre ai già affermati Folkstone, Elvenking e Furor Gallico, fa piacere vedere una band italiana come i Wind Rose, (con i quali abbiamo avuto il piacere di suonare lo scorso anno) che con l’ultimo album ha cambiato completamente strada, girare i palchi più importanti d’Europa.

Cosa farete nei prossimi mesi? Avete programmato eventi o lavori particolari? State lavorando a nuove canzoni?

Quest’estate abbiamo avuto il piacere di partecipare ad alcuni importanti festival come Rock Inn Somma, Druidia e Montelago Celtic Festival, quest’ultimo conta più di 20.000 partecipanti nei quattro giorni di svolgimento. Ci siamo da poco già messi al lavoro su materiale nuovo, in quanto sappiamo che essendo in otto la fase di songwriting richiede molto tempo. Inoltre stiamo pianificando proprio in questo momento la realizzazione di un videoclip ufficiale che verrà registrato tra non molto, terremo sicuramente aggiornati i nostri fan sui canali social.

Vi ringrazio per la disponibilità, volete lasciare un messaggio ai lettori del sito?

Ringraziamo come sempre Fabrizio per lo spazio concesso e per la passione che mette a disposizione delle band, e speriamo di incontrare qualche lettore di Mister Folk ad un nostro concerto o anche semplicemente per una birra in compagnia!

Foto di Annalisa Piasente

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True Norwegian Black Metal

True Norwegian Black Metal: We turn in the night consumed by fire

Titolo: True Norwegian Black Metal: We turn in the night consumed by fire
Introduzione: Jon “Metalion” Kristiansen
Redazione: Johan Kugelberg
Fotografia: Peter Beste
Anno: 2008
Pagine: 182, illustrate
Editore: Vice Books

Articolo a cura di Persephone.

“In the last two decades, a bizarre and violent musical subculture called Black Metal has emerged in Norway. Its roots stem from a heady blend of horror movies, heavy metal music, Satanism, Paganism, and adolescent angst. In the early-mid 1990’s, members of this extremist underground committed murder, burned down medieval wooden churches, and desecrated graveyards. What started as juvenile frenzy came to symbolize the start of a war against Christianity, a return to the worship of the ancient Norse gods, and the complete rejection of mainstream society.”
“American documentary photographer Peter Beste has spent the last eight years working in this insulated and secretive community. Beste’s access and insight has been absolutely without precedent, resulting in an amazing photographic journey.”
“Nelle ultime due decadi è emersa in Norvegia una bizzarra e violenta sottocultura musicale chiamata Black Metal. Le sue radici derivano da un’inebriante miscela di film horror, musica heavy metal, satanismo, paganesimo e disagio giovanile. All’inizio/metà degli anni ’90 i membri di questa sottocultura estremista si macchiarono di omicidi, bruciarono chiese medievali in legno e profanarono cimiteri. Ciò che era incominciato come una sorta di frenesia giovanile venne invece a simboleggiare l’inizio di una guerra contro il cristianesimo, il ritorno al culto delle antiche divinità nordiche e il totale rifiuto nei confronti della società.”
“Il fotografo documentarista americano Peter Beste ha trascorso gli ultimi otto anni a lavorare con questa comunità isolata e segreta. L’ingresso e la penetrazione di Beste al suo interno costituiscono un evento senza precedenti, il cui risultato è uno stupefacente viaggio fotografico.”

Questa la dichiarazione d’intenti con cui la quarta di copertina della terza edizione (2009) di True Norwegian Black Metal descrive il contenuto di un imponente volume fotografico che, ancora inedito in Italia, rappresenta ormai un vero e proprio cult per la maggior parte di quelli che, tra gli appassionati del genere, hanno avuto l’occasione di sfogliarne le singolari pagine. Provocatori ed ironici, abrasivi e surreali, gli scatti di Peter Beste cristallizzano i dettagli di una storia che probabilmente sfugge nella sua interezza persino a coloro i quali continuano a proclamarsene irriducibili sostenitori. Attitudine? Caos? Mera teatralità scenica? Quale definizione per un genere musicale che si configura innanzitutto come il prodotto di un ben più complesso sottobosco culturale germinato all’insegna della più estrema tra le tenebre? Lungi da qualunque tipo di risposta risolutiva, un affascinato Peter Beste decide di approfondire la questione: nasce il progetto alla base dell’opera. Una lunga serie di viaggi in Norvegia, l’inquietudine e la suggestione nei confronti di una controversa realtà di nicchia, la conoscenza con i protagonisti della scena e la volontà di documentarne l’oscura fiamma, la ricerca, infine, di una propria personale interpretazione: tutto questo è True Norwegian Black Metal, un avvincente percorso tra concretezza e leggenda metropolitana, tra stupore e paura del buio. L’approccio di Beste, infatti, tutt’altro che fanatico, rivela il pregio di un occhio che, il più possibile profano, non disdegna di cimentarsi anche in aspetti meno prevedibili: l’intento non è tanto quello di impressionare, nell’accezione negativa del termine, quanto piuttosto quello di sorprendere. Ecco, dunque, emergere volti e contesti intrisi di malinconia, tenerezza e comicità, come dire, l’imbarazzante seduzione dell’inaspettato. Questo, naturalmente, non significa che un libro di tal fatta possa essere visionato da chiunque: prova ne fu la reazione della mia coinquilina che, nel lontano settembre del 2009, aprendo il volume a caso, si ritrovò dinanzi l’immagine di una modella nuda e insanguinata che, immortalata durante la preparazione per la celebre performance dei Gorgoroth a Cracovia 2004, attendeva tranquillamente di entrare in scena. Significativo, quindi, il fatto che da lì a breve avrei cambiato casa.

Un interessante approfondimento nella comprensione del lavoro svolto da Peter Beste si rivela, senz’altro, un breve documentario in cinque parti che, realizzato nel 2007 a cura di VBS TV, si rintraccia agevolmente in rete in una buona versione sottotitolata. Protagonisti, in particolare, i vecchi Gorgoroth di Gaahl, Infernus e King ov Hell. Beste, in compagnia dei più “coraggiosi” tra i corrispondenti di VBS TV, si reca ad Espedal, città natale di Gaahl, spinto dal desiderio di conoscere colui il quale era stato definito dalla rivista Terrorizer come “l’uomo più malvagio al mondo”. I tempi erano quelli in cui il nostro ex-Gorgoroth era appena stato rilasciato di prigione a seguito della condanna scontata a causa delle reiterate accuse di violenza e tortura. Diversi frammenti dell’esperienza vissuta con Gaahl sono, poi, confluiti quale parte integrante in True Norwegian Black Metal. Da segnalare, soprattutto, la scalata in condizioni meteorologiche disumane sino alla casa dei nonni di Gaahl e la suggestiva colonna sonora. Impossibile non essere percorsi da un brivido di arcano spiritualismo ascoltando le ipnotiche atmosfere intessute dalle note dei norvegesi Wardruna (band folk/ambient con all’attivo tre magnifici full-length). Le voci si sovrappongono all’insegna di una ritualità impenetrabile ed ancestrale – tra gli officianti anche lo stesso Gaahl – e le riprese di una natura fascinosa ed inaccessibile fanno il resto.

Fin qui la genesi di True Norwegian Black Metal, ma veniamo ora al volume. In copertina un poco raccomandabile Nattefrost (Carpathian Forest) mostra fieramente al mondo una non proprio sobria croce rovesciata di considerevoli dimensioni. L’attitudine anticristiana era, è e rimane uno degli elementi cardine dell’intero movimento. Segue la pseudovirgiliana citazione del magico palindromo della pietra filosofale:

In girum imus nocte et consumimur igni.
“Andiamo in giro di notte e siamo consumati dal fuoco.”

Queste le parole che, in bei caratteri gotici su fondo nero, aprono l’avvincente galleria d’immagini firmate Peter Beste. E a colpire, alle volte, sono proprio i particolari più improbabili: la ruvida consistenza delle pareti di una grotta illuminata a giorno da un possente Frost (Satyricon) sputafuoco; il filo spinato tatuato sul braccio di un Nattefrost semisvenuto nella vasca del suo bagno di casa; l’espressione interdetta di una signora di mezza età che incrocia per caso un minaccioso Kvitrafn (Gorgoroth, in seguito conosciuto con il suo nome Einar Selvik nei Wardruna) a guardia della strada; l’armonioso passo di Abbath (Immortal) che si perde a rimirare il verde respiro della natura; la sobria semplicità della cameretta di Fenriz ad Oslo, lì dove i Darkthrone ebbero inizio; la desolante inquietudine della casa natale di Gaahl, inno alla solitudine e all’isolazionismo più estremo; la beffarda insolenza del poderoso Vrangsinn (Carpathian Forest) che ci sorride chiuso nella sua corazza di pesanti catene e chili di troppo; il muto orrore delle teste degli animali morti, sangue e bocche spalancate che altro non possono se non attendere l’inizio del concerto; le ambigue tracce di face-painting nel lavandino di Nattefrost, rossi fluidi pronti ad essere scambiati con la scena del più efferato tra i delitti; l’incantevole malinconia di una terra intrisa di sogno, panorami di ghiaccio, vento e potenze incontaminate; l’ingenua tenerezza della figlia di Samoth (Emperor), confetto rosa in campo dorato intento a correre incontro alle braccia del padre. Non mancano, poi, scatti al limite dell’umoristico: penso a Woe J. Reaper (Furze) e alla sua falce, alle corna di King ov Hell o all’innata comicità che da sempre è nota caratteristica degli atteggiamenti assunti da Abbath. Ma questo non è che un assaggio: dai Koldbrann ai 1349, dai Taake ai Kampfar, dai Sigfader ai Dimmu Borgir, dai Windir ai Mayhem, dagli Urgehal ai Ragnarok, dagli Shining agli Aura Noir, da Ildjarn agli Enslaved, dai Thorns ai Perished, la lista dei ritratti è davvero infinita, per non parlare di alcune piacevoli raffinatezze quali la porta d’ingresso di casa Euronymous, diverse immagini dall’Helm Street Pub ad Oslo e un po’ di scatti sparsi dall’Inferno Festival.

E poi ancora gli spunti di riflessione: H.P. Lovecraft, Frost, E.M. Cioran, Fenriz, G. Debord, Gaahl, A. Camus, Abbath, un costante flusso di nera (in)coscienza pronto a scuotere ancora una volta il torpore dei sensi addormentati. Interessante anche la lettura dell’introduzione all’opera a cura di Metalion, fondatore della celebre rivista norvegese Slayer Magazine, alla quale segue una meticolosa “timeline” relativa ai fatti salienti del true norwegian black metal, tra i quali – piccola curiosità – sono nominati come eventi determinanti persino la formazione dei Death SS a Pesaro nel 1977 e l’uscita, sempre nello stesso anno, del film Suspiria per la regia di Dario Argento e la colonna sonora dei capitolini Goblin.

Ultima chicca sono, infine, le venticinque pagine che chiudono il volume: si tratta di foto e documenti d’epoca pubblicati su concessione di Metalion, Slayer Magazine, Bergen’s Tidende Archive e Kerrang Magazine. Tra questi non si possono non menzionare: un’immagine di Euronymous in compagnia di Varg Vikernes, alcuni disegni di Dead in una lettera a Metalion, il primitivo art-work visibile sui volantini delle prime serate dei Mayhem, la lettera scritta da Euronymous in occasione della morte di Dead, le storiche interviste di Slayer Magazine a Mayhem, Immortal, Emperor e Varg Vikernes, la foto d’epoca di un uomo tra le rovine della chiesa medievale di Fantoft e tutta una succulenta serie di scatti d’archivio di vario genere.

Chiudo con due citazioni.

Una di Fenriz che ricordo, in particolare, in una foto alla stazione di Oslo, anima tra le anime, come tutti sempre in attesa di un qualche dannato treno:

It’s important to point out that black metal is not like punk was, a group rebelling. It is every man for himself. It isn’t like “all for one, one for all” It is individualism above all and “unfortunately” a childish self-centeredness. (tr.: È importante sottolineare che il black metal non è quello che un tempo fu il punk, ossia un gruppo di ribelli. È piuttosto ogni uomo per se stesso. Non “tutti per uno, uno per tutti”. Il black è soprattutto individualismo e “sfortunatamente” egocentrismo infantile.)

Un’altra di Gaahl, la cui immagine, Thurisas alla mano, mi prorompe alla mente in tutta la sua stravolgente caparbietà:

The idea is to be whispering, and not to gain the attention from the flock, but to get attention from the individuals. That’s why I relate it to whispering. It’s nothing that you can put on a big scale; you can’t get sheep to attend to it. You need to have people that can stand for themselves. It is important to have a lot of space for yourself to be able to grow strong branches, which can stand in the most extreme surroundings. It reflects back to the old Norse song and the idea of having one’s own area where you are King. Personally I need nature surrounding me – mountains, trees and rivers – in order to relax, to learn and to teach. All this is very important for my inner self. I think that Christianity has made people afraid of solitude; afraid of the idea of being alone. (tr.: L’idea è quella del sussurrare, e non per ottenere l’attenzione del gregge, bensì quella dei singoli individui. Ecco perché parlo di sussurro. Non si tratta di nulla che si possa trasferire su larga scala, le pecore non sono adatte a questo discorso. È necessario disporre di persone che possano stare in piedi da sole. È importante avere anche una buona quantità di spazio per se stessi in maniera da essere in grado di crescere con dei rami forti, capaci di rimanere in piedi pure nei contesti più estremi. Ciò riflette la filosofia delle antiche canzoni norrene, l’idea di possedere un proprio spazio in cui essere il Re. Personalmente, io ho bisogno di essere circondato dalla natura – montagne, alberi e fiumi – sia per rilassarmi, sia per imparare ed insegnare. Tutto questo è molto importante per il mio io interiore. Penso che il cristianesimo abbia reso le persone spaventate dalla solitudine, spaventate dall’idea di essere soli.)

Ipse dixit. Ripongo la mia copia di True Norwegian Black Metal ordinata illo tempore dall’Inghilterra e metto su ancora una volta i Wardruna. Ai lettori la truculenta sentenza.

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– tutte le foto sono tratte dal libro “True Norwegian Black Metal: We turn in the night consumed by fire” e i diritti appartengono a Peter Beste –
NB – articolo rivisto e aggiornato rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Intervista – Balt Hüttar

I Guardiani del Bosco, ovvero i Balt Hüttar, si raccontato ai microfoni di Mister Folk e lo fanno con passione e desiderio di far conoscere la propria musica e la loro amata terra cimbra. Tra folk metal e rune,  Malpaga Folk & Metal Fest e approfondimenti sui testi, ne esce una chiacchierata piacevole quanto interessante, che fa venire una gran voglia di ascoltare nuovamente il debutto Trinkh Met Miar camminando nella natura tanto amata dai Balt Hüttar

Ciao Balt Hüttar, benvenuti su Mister Folk! Raccontate ai lettori la storia della band: come vi siete formati, l’origine del nome e perché avete scelto di suonare folk metal.

Grüus-ach! Ciao a tutti! Tutto è nato nel 2011 da un’idea di Mattia, che voleva cercare di unire la sua passione per la musica popolare di matrice nordeuropea e quella per il metal. Allora in Altopiano non si era ancora sentito nulla del genere e la proposta ha intrigato da subito Federico, poi Jonathan e Tiziano Broccardo (il nostro primo bassista); la formazione mancava però di un elemento fondamentale: uno strumento popolare (Mattia suonava solamente la chitarra). Così, dopo alcune ricerche, i quattro ragazzi hanno conosciuto Ilaria, che allora suonava perlopiù in ambito prettamente ‘folkloristico’, ed è subito scoccata ‘la scintilla’. Dopo circa un anno Nicola ha preso il posto di Tiziano e da allora siamo rimasti stabili. Fin da subito il progetto ha avuto un forte legame con la cultura cimbra, al nostro retaggio (legato appunto alla matrice nordeuropea), ed è questo che ci ha portati a scoprire e identificarci sempre più nella realtà del folk metal. Già dal nome che abbiamo scelto si evince il legame con la cultura cimbra e le tematiche del genere: Balt Hüttar significa, in cimbro, Guardiani del Bosco; una già implicita espressione del legame con la nostra terra, la natura e gli antichi valori.

Nel 2014 avete pubblicato il demo Tzimbar Tantze, come e quanto siete cambiati da allora?

Questi quattro anni sono stati ricchi di fantastiche esperienze che ci hanno fatti crescere molto, ci hanno cambiati e proiettati in un’ottica diversa, un’ottica che ci ha portati alla pubblicazione di Trinkh Met Miar. L’evento più importante per questa svolta è stato sicuramente il Vicenza Rock Contest: tutti i premi (primo posto assoluto, miglior band vicentina, miglior band metal ecc.), gli apprezzamenti e le occasioni che ci ha offerto ci hanno infuso molta fiducia nel progetto e siamo così riusciti ad avere lo ‘slancio’ per proiettarci in una dimensione nuova. Prima eravamo sicuramente molto più ‘grezzi’, mentre ora cerchiamo di curare molto più i dettagli, soprattutto in fase compositiva e di armonizzazione. Anche l’aspetto ‘linguistico’ è cambiato molto: abbiamo implementato molto le lyrics in cimbro, grazie ad un costante studio della lingua e al crescente legame con l’Istituto di Cultura Cimbra di Roana.

Come siete giunti alla Areasonica Records?

Una volta ultimate le registrazioni di Trinkh Met Miar ci siamo subito adoperati per trovare un’etichetta che lo potesse sostenere e, dopo una travagliata ricerca fra le più indicate secondo noi, ci siamo imbattuti nella e-mail di Areasonica. Così ci siamo sentiti via e-mail e via Skype trovando un accordo comune. Da lì è iniziata concretamente la nostra collaborazione.

Siete soddisfatti del risultato finale di Trinkh Met Miar? Ci raccontate qualche storia relativa alla composizione delle canzoni e del periodo passato in studio di registrazione?

Sì, pensiamo che il nostro potenziale sia ben espresso dal disco. Ovviamente abbiamo ancora molta strada da fare, ma per noi Trinkh Met Miar costituisce un obiettivo raggiunto e un solido punto di partenza per i lavori futuri. Andrea dello studio Produzioni Fantasma ha fatto, secondo noi, un ottimo lavoro per le nostre e sue possibilità (al momento della registrazione) ed è stato molto disponibile e simpatico. Sicuramente è stata una bellissima esperienza per tutti, delle giornate per noi molto divertenti e stimolanti. Per quanto riguarda degli aneddoti della composizione, ci viene in mente com’è nata Bar Zeinan Noch Hia (tr.: Noi Siamo Ancora Qua): era una sera (sembrava come tante altre) in cui dovevamo far prove e, al nostro arrivo, ci siamo accorti che le chiavi della saletta erano state portate via da qualcuno. Non ci siamo persi d’animo e ci siamo ‘rifugiati’ in una stanza adiacente (sempre nella stessa struttura) dove si trovava un vecchio pianoforte; così, partendo da uno spunto portato da Jonathan abbiamo iniziato tutti insieme a scriverne il testo e a comporne la melodia con il pianoforte e gli strumenti elettrici senza amplificazione; le prove successive tutto ha preso più corpo, ma la struttura è nata così: senza neanche la sala prove.

Nel disco ci sono canzoni “tipicamente” folk metal fatte bene come Dating A Witch e Trink Bain, Trink, ma credo che voi diate il meglio quando nella composizione andate “oltre” il classico del genere, è il caso di Tzimbar Baip e Tantzasto Met Miar. Cosa pensate di quanto vi ho appena detto? Quali sono le sensazioni che da musicisti provate nel suonare le varie canzoni?

Le tue parole ci fanno molto piacere, noi cerchiamo di inserire sempre qualcosa di diverso in ogni canzone, cerchiamo di attingere a più ispirazioni possibili per ottenere dei risultati spesso anche inaspettati. Il mondo della musica popolare è immenso (anche se ci si sofferma su un’area relativamente ristretta, come quella nordeuropea) e noi vorremmo spaziare il più possibile, unendo sonorità diverse, anche in base alle tematiche trattate. Un esempio di questo può essere proprio Tantzasto Met Miar, che assume sonorità e strutture più ‘popolari’ e ‘folkloristiche’, accordandosi col testo (di rimando, a livello concettuale e strutturale, prettamente popolare. Suonare le proprie canzoni è un’emozione unica, indescrivibile, soprattutto quando alla loro base ci sono concetti, emozioni e legami personali forti. Vedere poi altre persone che ascoltano, apprezzano, e cantano insieme a te queste espressioni di te stesso e del tuo retaggio è una sensazione ancora più speciale, che riempie di gioia.

Il titolo del disco e la copertina hanno un legame tra di loro?

Certamente: il titolo è un invito diretto a festeggiare insieme, a condividere dei momenti speciali, e la copertina raffigura proprio uno di questi momenti di festa. L’illustrazione si rifà all’antichità, quando era in uso festeggiare attorno a dei grandi falò, richiama quindi anche il folclore arcaico dei nostri antenati, anche attraverso l’ambiente in cui si svolge la scena: si tratta infatti di un luogo ben preciso del nostro Altopiano, l’Altar Knotto (“Antico Masso” in cimbro), un’enorme pietra in bilico su uno strapiombo che si dice fosse teatro di celebrazioni rituali e dei sacrifici in epoche remote.

Perché il titolo è scritto anche con le rune? Non credete che sia un po’ una forzatura visto che il disco racconta della vostra terra?

Assolutamente no, il legame dei Cimbri con la cultura germanica è innegabile e ancora visibile in alcune tradizioni e nella lingua, e anche questo è uno dei nostri obiettivi: ricreare un legame fra la cultura cimbra e quella da cui essa discende direttamente. Oltretutto, come riferito anche dallo studioso locale Giancarlo Bortoli nel suo libro “Hanepoz – L’Incudine di Thor”, ci sono delle testimonianze secondo le quali in Altopiano, prima di essere state distrutte durante l’affermazione del Cristianesimo, ci fossero delle pietre con incisioni legate al mondo germanico, fra le quali proprio delle rune del Futhark.

I testi sono in inglese, italiano e cimbro. Perché la scelta di esprimervi in tre lingue? Sarà così anche in futuro?

Questa nostra scelta deriva dalla volontà di far conoscere la cultura della nostra piccola realtà in Italia e nel mondo, in un messaggio di unità che contribuisca a salvaguardare la sopravvivenza della cultura cimbra. Per questo pensiamo di continuare in questa direzione, mescolando sonorità e influssi diversi, magari concedendo sempre più spazio alla nostra antica parlata.

Ci sono dei testi ai quali siete più legati e che tenete a far conoscere ai lettori di Mister Folk?

Ognuna delle nostre canzoni per noi rappresenta qualcosa di unico, perché in ognuna di esse abbiamo riversato passione, sentimenti e messaggi che ci stanno a cuore e in ognuna abbiamo cercato di dare qualche particolarità che la contraddistingua. Per quanto riguarda prettamente i testi, forse i più significativi per noi sono quelli di Maine Liibe Perg (tr.: Mia Cara Montagna) e di Khriighenacht (tr.: Notte di Guerra): il primo è un vero e accorato inno alla nostra Terra, alla sua travagliata storia e al legame con essa (e con la natura stessa), mentre il secondo è il racconto del dramma della guerra (nello specifico, della Prima Guerra Mondiale, che ha pesantemente colpito l’Altopiano e la sua gente) attraverso gli occhi di un soldato in trincea che ne resta sopraffatto in un crescente delirio di sofferenza.

Siete reduci dal Malpaga Folk & Metal Fest, come vi siete trovati? Come è stato il concerto e quali sono stati i feedback a fine serata?

È stata una bella esperienza, una giornata che ricorderemo (anche per il gran caldo, a cui non siamo abituati! 😀 )! Il concerto è stato molto divertente e, nonostante l’orario della nostra esibizione, c’è stata una bella risposta del pubblico (che ringraziamo); questo, naturalmente ci ha riempiti di gioia e di energia, noi abbiamo dato il massimo e speriamo di aver fatto divertire tutti tanto quanto ci siamo divertiti noi. L’evento è senz’altro uno fra i più significativi a cui abbiamo partecipato, con delle band fantastiche e un pubblico numeroso ed energico… che dire? Speriamo di ripetere presto questa esperienza!

Pensate che un evento come il Malpaga Folk & Metal Fest sia “solo” un festival musicale o c’è qualcosa che va oltre la musica?

Sinceramente pensiamo che dove c’è Musica (quella vera), come al Malpaga, ci siano sempre dei valori e dei messaggi che vanno oltre il mero intrattenimento. In eventi come questi si entra quasi in un altro mondo, dove si possono fare esperienze uniche, fare amicizie singolari e conoscere realtà nuove e affascinanti.

Come pensate di muovervi nei prossimi mesi? Siete in fase di scrittura del nuovo materiale?

Siamo già da qualche mese (nonostante i numerosi impegni live) al lavoro su materiale nuovo, stiamo cercando di sperimentare ancora e ci stiamo dando da fare! Abbiamo ancora delle soprese in serbo riguardo Trinkh Met Miar e comunque siamo già proiettati verso un auspicato secondo album, che speriamo rappresenti un’evoluzione, un passo in avanti nel nostro percorso artistico e una nuova occasione per fare nuove amicizie e vivere altre belle esperienze.

Vi sentite parte della scena folk metal nazionale? Ci sono band con le quali vi trovate bene e/o stimate particolarmente?

Sì, era un nostro grande sogno quello di entrare a far parte di un panorama musicale più ampio e condiviso e speriamo di esserci riusciti con Trinkh Met Miar. Certo, dobbiamo fare ancora molta strada, ma ci sentiamo appena entrati in questo fantastico mondo e ci piacerebbe molto riuscire a ritagliarci il nostro piccolo spazio, così come i Cimbri ritagliarono il proprio sulle nostre montagne più di mille anni fa. In tutti questi anni abbiamo condiviso il palco con moltissime band, fra cui molti bravissimi musicisti e persone in gamba; senza dubbio nutriamo stima per tantissime di queste band del panorama nazionale (e internazionale), ma ci sono rimasti particolarmente impressi soprattutto i momenti condivisi con i Folkstone e i Furor Gallico, oltre alle forti amicizie instauratesi con i 4th Dimension e gli Arcana Opera. Ma ricordiamo sempre con piacere tutti gli artisti che abbiamo avuto modo di conoscere e con cui abbiamo condiviso delle belle esperienze.

Grazie per l’intervista, a voi le parole di chiusura.

Grazie a voi di Mister Folk per lo spazio che ci avete dedicato! Speriamo che il nostro costante impegno e il nostro duro lavoro possano piacere a molti e che così la nostra millenaria cultura non venga dimenticata, trovando nella nostra musica una nuova vita. Invitiamo tutti a seguirci sulla nostra pagina Facebook e sul nostro profilo Instagram, guardare i nostri video su YouTube (tramite il nostro canale e quello di Areasonica), ascoltarci gratuitamente su Spotify, magari acquistare il nostro Trinkh Met Miar (anche su iTunes e Amazon Music) e, naturalmente, venirci a trovare ai nostri concerti! Borbeisgott! Grazie!

Cernunnos’ Folk Band – Summa Crapula

Cernunnos’ Folk Band – Summa Crapula

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Marco Castellani: voce – Claudio Rossi Galosi: chitarra – Mattia Rametta: chitarra – Matteo Martellini: basso – Joele Andreini: batteria – Lucia Del Vicario: flauto – Riccardo Giaccaglia: fisarmonica

Tracklist: 1. Vino – 2. Nella Taverna – 3. Valhalla – 4. Dall’Alto Delle Guglie

Arrivare al primo lavoro dopo mesi e anni di lavoro è, per ogni band del pianeta, fonte di grande gioia e soddisfazione. Le interminabili ore ad arrangiare un brano sono ripagate da quella confezione, quasi sempre semplice ed economica, che contiene il cd con il frutto di tanta passione e rinunce. Quel disco rappresenta il primo passo di un percorso che la band ha intenzione di percorrere fino ad arrivare al proprio obiettivo, che può essere il contratto con una major o, come nel caso dei marchigiani Cernunnos’ Folk Band, suonare sul palco del Montelago Celtic Festival.

La band guidata dal cantante Marco Castellani rende chiaro il proprio concetto di folk metal fin dai titoli delle canzoni: Vino e Nella Taverna lasciano poco spazio all’immaginazione e difatti ci troviamo dinanzi a un EP dalle tinte goliardiche e spensierate, dove l’alcool è considerato un bene di primaria necessità. Purtroppo non basta la buona volontà per realizzare un cd valido e Summa Crapula pecca sotto vari aspetti. La prima cosa che balza all’orecchio è una produzione confusionaria e non in linea con quanto si ascolta nell’underground odierno, ma quel che azzoppa l’ascolto del disco sono le canzoni. Dal songwriting risicato e – soprattutto – da alcune imprecisioni tecniche, si capisce che i musicisti hanno poca esperienza sulle spalle e così Vino e In Taverna sono “solamente” delle buone canzoni da eseguire live perché non mancano di cori e coinvolgimento. I testi sono molto semplici, spesso le troppe rime sono un po’ scontate e a livello di linee vocali si può fare di più. Valhalla racchiude tutti i luoghi comuni dei miti nordici e l’intento epico/battagliero viene smussato da alcune frasi che un po’ forzate (“se muoio in battaglia non avrò vergogna purché con ardore io leda il nemico”), mentre continuano a muoversi bene gli strumenti folk. Chiude Summa Crapula l’attacco alla chiesa Dall’Alto Delle Guglie, canzone più dinamica rispetto alle precedenti nella quale appare forte l’influenza dei Folkstone: a tal proposito c’è da dire che la voce di Marco Castellani (ora affiancato da Andrea Pulita, nel cd presente solamente nei cori) ricorda molto quella di Lore e non a caso i Cernunnos’ Folk Band hanno pubblicato sulla propria pagina Facebook la cover di Prua Contro Il Nulla dall’album Oltre… l’Abisso.

Quel che esce fuori dai quasi venti minuti dell’EP è una band con tanta voglia di fare ma ancora non perfettamente coordinata. La sezione folk funziona bene e ci sono spunti interessanti di chitarra e sezione ritmica sparsi tra le canzoni che si alternano con momenti ingenui dettati dall’inesperienza: la base, però, sembra solida e può essere un buon punto di partenza per il prossimo lavoro in studio.

Summa Crapula è il primo passo per i Cernunnos’ Folk Band, una band con ancora molto da lavorare ma che dal vivo rende al meglio. L’augurio è quello che i musicisti prendano le critiche come una spinta a impegnarsi ancora di più per tirare fuori il proprio meglio e realizzare un lavoro che permetta loro di fare il salto di qualità.

Intervista: Lou Quinse

Che bello quando la band intervistata ha realmente voglia di parlare e farsi conoscere! Invece delle solite e noiose risposte brevi e prive di cuore, è sempre una gran gioia quando s’incontra un gruppo che ha realmente voglia di rispondere alle domande e coglie l’occasione dell’intervista per far entrare il lettore (e ascoltatore) nel proprio mondo. Al bando, quindi, risposte paracule e spazio alla sincerità. Con una bella e apprezzata dose di ironia. Signore e signori, i Lou Quinse!

Lo Sabbat arriva ben sette anni dopo Rondeau De La Forca. Di voi si erano un po’ perse le tracce e qualcuno ha anche sospettato il vostro scioglimento. Come mai c’è voluto tutto questo tempo per pubblicare il nuovo cd?

Abbiamo iniziato a lavorare sulle registrazioni di Lo Sabbat nel dicembre del 2014. Nel 2012 avevamo però curato la ristampa in vinile del demo Lou Quinse, cosa che non era naturalmente stata molto impegnativa in studio, ma ci aveva fatto suonare parecchio in giro. Era stata anche l’occasione per partecipare al quinto Fosch Fest, un concerto bellissimo e che richiedeva tutta una preparazione a sé. Proprio per questo, abbiamo poi deciso di evitare i concerti fino a lavori del disco ultimati, che ci hanno preso alla fine quattro anni, periodo in cui è comprensibile che le voci girino… È stata un’avventura, dalla creazione dei brani alla scelta degli studi, le varie registrazioni… Poi un anno intero di post produzione, senza dimenticare che il mondo fuori dagli studi ci ha molestati tutti a vario titolo, e che comunque beviamo e fumiamo parecchio.

Credo che Lo Sabbat sia un grande passo avanti rispetto al passato sia per quel che riguarda il lato compositivo che per il risultato finale, di altissima qualità. Come nasce una canzone dei Lou Quinse e durante la fase compositiva quali erano le sensazioni in sala prove?

Di solito ognuno di noi propone dei brani dai vari repertori tradizionali, che poi impariamo a suonare e mischiamo con il metal che ci piace di più. Per Lo Sabbat abbiamo fatto un passaggio in più, scrivendo gli arrangiamenti e producendo midi che ci guidassero nella costruzione delle canzoni. Detto così non rende l’idea della tempesta emotiva, dei tentativi abortiti e di quelli azzeccati, a volte col sudore, a volte per magia. In ogni caso durante l’intera fase compositiva beviamo e fumiamo molto.

Il disco suona compatto e il vostro marchio di fabbrica è immediatamente riconoscibile. Credo che non sia stato semplicissimo realizzare un cd così vario in grado comunque suonare omogeneo.

È stato più che altro laborioso, ma estremamente divertente, non sapremmo dire se facile o meno… La varietà la dobbiamo soprattutto alla ricchezza delle tradizioni musicali occitana e dell’arco alpino, tanto quanto alle infinite influenze e possibilità che offrono il vastissimo universo del metal estremo, del punk e dell’hardcore. L’amalgama può saltare fuori nei modi più naturali e imprevedibili: brani folk che rievocano istintivamente passaggi black metal, danze ipnotiche e cadenzate che supportano ritmiche death, un tupa tupa hardcore che “su quella curenta ci starebbe tanto bene” etc. Poi suoniamo insieme da tanti anni, sappiamo cosa vogliamo gli uni dagli altri… beviamo… fumiamo…

Il primo impatto con la vostra musica è spesso “mamma mia che casino che fanno questi!”. Passati i primi istanti, però, si viene avvolti dal vostro sound e trovo tutto ciò molto coinvolgente e questo capita, purtroppo, di rado. Quali sono gli obiettivi che muovono i Lou Quinse e come funziona la “ricerca musicale” nella band?

È bellissimo fare delle canzoni, bellissimo suonare, ci divertiamo moltissimo a suonare fra di noi e ancora di più a suonare quello che suoniamo. Ascoltando e suonando folk, veniamo colpiti da melodie e testi, che magari sono li da duecento anni, che ci portano quasi istintivamente a impararle, rimaneggiarle, decostruirle, riassemblarle. Bevendo e fumando a go go.

Giga Vitona ha la stessa melodia utilizzata dai Furor Gallico in La Caccia Morta. Vi chiedo quindi da dove proviene quella melodia e se eravate a conoscenza che anche la band lombarda utilizza quella stessa melodia.

Non c’è nulla di cui stupirsi, questo è folk! Melodie e ritmiche che si influenzano, mescolano e fondono, arrivando dalle culture più lontane e diverse. Scale ricorrenti e giri che ritornano, sempre diversi a seconda della zona in cui vengono suonati e di chi li suona. Ed è anche metal. Denso com’è di riff codificati e condivisi da tutta la scena, rielaborati e trasformati a seconda dello stile in cui vengono suonati. La Giga in particolare è una danza ballata nelle vallate occitane. È conosciuta e suonata in tutta Europa dalla seconda metà del 1500, e con l’identico nome si riconoscono danze molto diverse tra loro. La Vitona, in particolare, è originaria della Val Varaita, in Piemonte, ed è una delle versioni più longeve e particolari di questo ballo. Non eravamo a conoscenza dell’accenno fatto dai Furor Gallico in ogni caso, ma ci fa piacere. O forse hai bevuto e fumato troppo anche te! 🙂

I vostri testi sono “tipicamente” folk metal, ovvero parlano di storie di paese, racconti popolari e situazioni anche grottesche. Però mi ha colpito molto Purvali E Palli, canzone che parla del brigante Domenico Straface: come avete conosciuto la sua storia e perché avete deciso di raccontarla? Tra l’altro può essere considerata una canzone “parente” di Simone Pianetti dei Folkstone, cosa ne pensate?

Domenico Straface e Simone Pianetti sono figure da ricordare, a cui vale la pena dedicare una canzone. Qualche anno fa siamo venuti a conoscenza dei Nagrù, un trio di ragazzi calabresi di tutto rispetto e tra i pezzi tradizionali riproposti da loro, e che ascoltavamo, ci ha colpiti particolarmente questo brano. È inevitabile che riprendere in mano la tradizione metta le persone faccia a faccia coi modi di pensare e con le vicende storiche che facevano da contesto all’epoca in cui la singola opera è stata composta, e noi siamo sempre stati affascinati dalla costante lotta – vera e propria “invariante” della Storia umana – contro l’autorità costituita. Affrontare certi argomenti, però, espone al rischio di muoversi in maniera strumentale o poco congrua. Un esempio lampante è proprio la storia del Risorgimento che, se da una parte va rivista liberandoci dalla retorica unitarista, dall’altra rischia, durante il dibattito, di generare mostri di segno opposto, come la glorificazione dei Borbone, cugini dei Savoia, che non ci sentiremmo mai di considerare “vittime” perché i monarchi sono tutti della stessa pasta. In questo senso ci siamo subito ritrovati nella vicenda di Domenico, un vero combattente, non disposto a servire questo o quel padrone, ma a lottare per la sua gente e per la sua terra contro il colonialismo sabaudo. È amaro dover tornare così indietro nel tempo per trovare persone che cercano di difendersi dallo straniero armato, colonizzatore, in soverchiante vantaggio strategico e militare. Al giorno d’oggi, i nostri coevi, ci sembrano fare molta confusione su chi sia “straniero”, intenti come sono a levare la voce solo quando è chiaramente più debole, emarginato, reietto, una condizione ereditata dagli stessi processi coloniali e di sfruttamento di cui gran parte del mondo è stato, ed è tutt’ora, vittima. Noi tifiamo per tutte e tutti i Domenico Straface, ovunque nel mondo e nella storia, di sicuro non per questi autoproclamatisi “difensori” di nulla. E Simone, anarchico, montanaro e migrante, è un’altra figura di questo tipo, con una storia diversa, una vita diversa, ma unita dal filo rosso della ribellione. Nella musica popolare, sia essa originale o rivisitata, centinaia sono gli omaggi a figure di questo tipo, a vite tempestose scagliatesi contro l’autorità, che hanno pagato in prima persona il prezzo altissimo della loro rivolta. In questo la tradizione smentisce categoricamente chi ci vuole vedere in qualche modo una difesa di valori conservativi, magari guerreschi o peggio di conquista. La guerra è sempre raccontata per quello che è, la peggior sofferenza dei popoli, cantata con dolore, anche se spesso in modo ironico, e in questi anni di studio ci è parso più che altro che il valore principale dei popoli sia sempre stato la ribellione. Sappiamo per certo che comunque anche i Folkstone bevono molto e probabilmente fumano, e questo avrà sicuramente inciso su scelte stilistiche comuni.

I testi sono una parte molto importante nella vostra musica. Quali sono quelli ai quali siete più legati? C’è una ricerca alla base di ogni testo/argomento?

Tutti i testi che usiamo sono trad, anche se ad alcuni abbiamo fatto delle modifiche, aggiunto passaggi, per attualizzarli, giocando con le parole, come è del resto uso nella musica popolare. Quando scegliamo un brano su cui vogliamo lavorare, ci confrontiamo con le varie “versioni” in circolazione, che spesso differiscono anche parecchio, soprattutto a livello di liriche. Alcuni di questi testi sono parole di puro accompagnamento alla musica, senza velleità descrittive o narrative, utili a far partecipare anche la lingua alla danza. Altri sono al contrario densi di significati, anche su livelli differenti e non sempre immediatamente recepibili, di una bellezza e profondità inarrivabili, e fra questi probabilmente Lo Boier è quello che amiamo di più. È un antico canto popolare dell’Occitania francese, intessuto di significati simbolici relativi all’eresia catara (o albigese), che narra la tragica sorte della pastora Joana, dei momenti che ne precedono la morte e dell’incontro con suo marito pastore appena tornato dai pascoli. Allo stesso tempo è anche una sottile metafora del tragico eccidio di Montsegur, ultima roccaforte in cui gli albigesi, bollati di eresia da Papa Innocenzo III, trovarono rifugio. Cadde dopo 11 mesi, nel marzo del 1244, sotto i colpi dell’esercito papale e dell’alleato Re di Francia, sancendo così la fine dei catari e l’inizio della dominazione temporale, ideologica, culturale e spirituale francese moderna. Per Lo Sabbat abbiamo anche scritto per la prima volta un testo in patois, quello della Giga Vitona, un inno al Sabba, alla musica e alla festa, e per questo rimane un brano a cui siamo necessariamente legati, che tutti abbiamo contribuito a comporre, bevendo e fumando parecchio.

Stessa cosa per la musica: siete appassionati di musica popolare e ne siete ascoltatori? Girate per eventi e feste locali per ascoltare canzoni e melodie? Oppure ci sono dischi contenenti le canzoni del folklore che amate?

Certamente ne siamo appassionati, sia nelle sue espressioni più radicali, sia temperata da influenze rock e naturalmente metal. Giriamo per concerti, festival, balere, balliamo, ascoltiamo dischi e scarichiamo musica, quasi sempre illegalmente. Alcuni di noi fanno o hanno fatto parte di gruppi e progetti folk trad, fa parte della nostra cultura individuale e di gruppo. Detto questo i gruppi che seguiamo da più tempo e a cui ci siamo più volte ispirati, sono ovviamente Lou Dalfin e tutta la scena folk contaminato e non delle valli piemontesi, come Lou Seriol e i franco provenzali Li Barmenk, così come quella dell’occitania francese, il duo Brotto-Lopez, i marsigliesi Massillia Sound System e i loro side project, fino al gruppo che per primo ci ha dato l’ispirazione, i pirenaici Hantaoma. È indispensabile in ogni caso ascoltarli bevendoci e fumandoci anche qualcosa sopra.

La copertina e l’intero artwork ricorda molto lo stile del grande Alfons Mucha. Credo che la scelta sia tutto tranne che casuale, per questo sono curioso di scoprire chi è l’appassionato del pittore ceco e come vi è venuto in mente un’idea del genere.

Ne siamo tutti appassionati. Alfons Mucha è stato un grande artista, pittore e scultore, ma a lui si associa subito il concetto di poster, simbolo in qualche modo di una presenza dell’arte nelle strade. I suoi manifesti di opere teatrali sono sicuramente dei grandi capolavori. Il concetto grafico alla base di Lo Sabbat è quello di un’opera teatrale, divisa in atti e il cui libretto potesse ricordare quello di una Madama Butterfly o di una Boheme, e di conseguenza la scelta del Liberty, o Art Nouveau, è risultata spontanea. Noi però abbiamo scelto di riprodurre una parodia del movimento artistico, proprio per raccontare il decadimento dell’epoca che stiamo vivendo, ed ecco che qui appaiono le differenze: lo “stile Mucha” si basa infatti principalmente sull’esaltazione della bellezza e della giovinezza attraverso l’uso di accattivanti figure femminili, che guardano verso il pubblico. Ginetta, la nostra protagonista, ispirata a Gina dìi Toùni, unica contrabbandiera donna che si ricordi nella storia di Balme e accanita fumatrice di pipa, è invece un’anziana che distoglie lo sguardo da chi osserva, e i suoi gioielli sono corone e diademi di ossa. Anche l’elemento floreale viene distorto e al posto di eleganti e raffinati fiori, abbiamo preferito l’oppiacea decadenza dei bulbi di papavero. Lo stesso vale per il bestiario che affianca Ginetta, che differenzia non poco da quello classico della belle époque: via sinuosi pavoni e pesci fluttuanti, vivi e pieni di energia, e al loro posto caproni e demoniache marmotte che vengono fuori da nubi e fiamme. Ricordiamoci poi che Alfons rimane anche un esempio per tutti nel bere e nel fumare.

Sempre parlando della copertina, oltre allo stile colpisce il colore principale, ovvero il rosa. L’intenzione è quella di spiazzare l’appassionato di (folk) metal con una grafica tanto curata quanto inusuale?

Sinceramente non ci abbiamo assolutamente pensato, è venuto così, da solo, dopo qualche prova leggermente più virata sul rosso. Del resto nessuno può garantire che l’inferno non sia anche tendente al rosa, no? La colorazione è stata una parte particolarmente complessa, sempre appunto in quest’ottica di tributo ma anche rovesciamento dell’opera di Mucha. Così i colori e le tonalità sono venuti fuori difficilmente ma spontaneamente, in pieno stile Art Nouveau. Chissà se qualcuno rimarrà spiazzato, in ogni caso è un effetto sempre desiderabile. Del resto certe imposizioni canoniche, basilarmente fastidiose e secondo noi un po’ ridicole quando si parla di generi e stili ibridi e miscelati, ci sono sempre state strette. La musica che suoniamo non indossa kilt o armature, appartiene più alla quotidianità popolare che alla rievocazione storica, parla più di sfruttamento e ingiustizie sociali che di leggende e di fiabe e, in questo caso, ci pareva meglio rappresentata da un rosa demoniaco che non dal nero, che comunque sommamente veneriamo. Nuvolette di fumo nero, bicchieri di alcool rosa.

Come sapete ho apprezzato tantissimo il vostro disco, così come sapete che l’unica scelta che non condivido è quella di non inserire nemmeno un booklet di quattro pagine all’interno del digipak. Trovo ottima l’idea del file digitale con il booklet completo di traduzioni ecc., ma chi compra il disco fisico credo che preferisca pagare uno o due euro in più per poi avere un prodotto “completo”.

L’idea iniziale era produrre un vinile, e in quel caso un booklet stampato di una certa consistenza sarebbe stato perfetto. Poi però le cose sono andate diversamente, abbiamo superato quello che è il minutaggio possibile per un vinile e senza osare tagliare alcuna canzone avremmo dovuto stamparne uno doppio, cosa che era però decisamente al di sopra delle nostre possibilità. A quel punto avevamo già iniziato un lavoro filologico musicale e testuale decisamente più dettagliato rispetto ai lavori precedenti, ritrovandoci con una trentina di pagine, fra testi, traduzioni e concept, troppo costoso e fisicamente scomodo. Per evitare di tagliare il booklet riducendolo a poche pagine e rendendolo incompleto, abbiamo optato per il formato esclusivamente digitale, sicuramente meno bello, ma per lo meno esaustivo e accessibile a tutti. E poi così con i soldi risparmiati si può sempre bere e fumare.

La produzione de Lo Sabbat è davvero ottima: perché avete scelto Tino Paratore e Tom Kvalsvoll per realizzare il cd? Per quel che riguarda i giorni in studio di registrazione, ci sono storie che meritano di essere raccontate? Con Kvalsvoll avete lavorato di persona oppure gli avete mandato le tracce e lui ci ha lavorato seguendo le vostre indicazioni?

Con Tino lavoriamo da parecchi anni, e non solo con Lou Quinse. Per Rondeau De La Forca e per la ristampa di Lou Quinse si era occupato essenzialmente del mastering, e registrare e mixare con lui è stato impegnativo quanto piacevole, come sentirsi a casa, ma con la mamma che ti cazzia di continuo! L’atmosfera è sempre elettrizzante, di scene divertenti ce ne sono state una marea, la prima che ci viene in mente è quando lui, in modo estremamente posato e professionale, ha inserito un hard disk dove poco prima ci aveva raccomandato di mai e poi mai inserire un hard disk, col risultato di flambare il computer su cui c’erano mesi di lavoro Lou Quinse e non solo: tutto poi recuperato, ma che facce! Tino è un fonico di lunga esperienza, esperto in tricks di ogni tipo, sempre disponibile e molto preso bene dalla musica che gli piace, raccomandatissimo! Il nostro impegno e il talento di Tino ci hanno reso possibile tentare di metterci in contatto con professionisti internazionali che si occupano di mastering, del tocco finale sul suono del disco. Ne abbiamo sentiti svariati, da ovunque, tutti molto disponibili e impressionantemente capaci. Abbiamo ascoltato molte prove di master, estremamente differenti tra loro, chi esaltava di più il lato rumoroso del nostro suono, chi portava in maggior evidenza l’aspetto folk, chi insisteva sui bassi, e ci è sembrato di ascoltare molti Lou Quinse provenienti da tutto il mondo, americani, danesi, svizzeri, svedesi, norvegesi, più death metal, più crust punk, più black, un’esperienza sorprendente e divertente come poche. Il sound di Tom ci ha da subito colpiti per la spietata freddezza e minimalità, perché faceva risaltare la parte folk senza perdere nulla del metal, perché risultava dinamico e al tempo stesso gelido. Dalla prova al master definitivo molto è cambiato, lui stesso ad un certo punto del lavoro l’ha rifatto completamente perché a forza di immergersi nell’ascolto lo aveva interiorizzato e sviluppato, aveva finito insomma per sentirlo suo. Questo e altro ci hanno dato la cifra di una collaborazione fruttuosa che, se per questa volta non si è potuta concretizzare in un viaggio in terra nordica, chissà che non sia il preambolo ad un nostro sbarco ad Oslo con battello. Probabilmente in questa eventualità ci porteremmo da fumare, il bere lo troveremmo sicuramente là!

Siete molto legati ai tarocchi e per questo album avete sostituito i vostri nomi con i numeri degli arcani maggiori. Come mai questa scelta e cosa rappresentano per voi le carte che avete scelto e i tarocchi?

Lou Quinse (Il Quindici, in italiano) deve il suo nome proprio ai tarocchi e, in specifico al quindicesimo Arcano. Quindici è il numero del Diavolo che, proprio con quest’appellativo, è conosciuto nelle infinite partite a Diau e a Tarocchi, giochi cartaioli molto popolari e diffusi nei peggiori bar delle valli, oltre che nell’immaginario montanaro e nel suo vocabolario. Fin da subito ci è piaciuto associare il nostro nome ad una carta dei tarocchi. Sono carte che parlano di ciascuno di noi, delle nostre inclinazioni e maledizioni, che calzano con la nostra psicologia individuale e viceversa. Alla fine di questo lavoro ci è parso fosse l’ora di accantonare la denominazione nome-cognome, di dimenticare il nostro io anagrafico, e di celebrare quello archetipo arcano. Del resto, dal mazzo dei Lou Quinse sono stati giocati, scartati, ripresi molti arcani nel corso degli anni, che con la loro creatività e passione diabolica hanno contribuito a forgiare la nostra identità attuale, anche se personalmente non suonano (per ora) più con noi. Un brindisi e una fumata a loro e ai tarocchi, come costume delle peggiori piole delle valli.

A questo proposito vi chiedo se la scelta dei tarocchi, in un mondo vichingocentrico, è più per distinguersi dalla massa o per un reale interesse.

Quasi dodici anni fa (ridendo e scherzando) abbiamo fatto una particolare scelta stilistica e filologica, quella cioè di miscelare il metal più estremo con la musica proveniente da un repertorio trad che parte dall’area Franco-Provenzale nelle Alpi Occidentali, transita in Piemonte, e svalica per arrivare fino all’Occitania Grande e ai Pirenei. Nessuna volontà di distinguersi dalla massa, dunque, che oltretutto allora non era così folta, ma una scelta precisa dettata dai casi della vita, e sicuramente da passione e interesse. Le canzoni che rielaboriamo vengono suonate, cantate e ballate da secoli, le radici delle culture popolari che prendiamo a riferimento risalgono all’epoca in cui si comincia ad abbandonare il latino a favore del volgare nelle produzioni artistiche. Basti pensare ai trovatori, la massima espressione culturale occitana e provenzale, di epoca alto medievale. I primi trattati che ci parlano di danze e modi di esecuzione, invece, sono grosso modo rinascimentali mentre le culture popolari così come le conosciamo ed intendiamo oggi, come la musica e i testi che utilizziamo, vengono raccolti, scritti e trasmessi dal periodo romantico in poi (fine XVIII ed inizio XIX secolo). In forza di questa scelta ci è, ahinoi, preclusa ogni possibilità vichinga o celtica, se non per qualche breve escursione, così come abbiamo già fatto per la Calabria e l’appennino tosco-emiliano. Sembra assurdo, ma è in realtà proprio nelle parti più metal che piuttosto si consuma la nostra unione con le culture nord europee: il canone folk rock, fissato negli anni ’70 e proseguito ed ampliato nel folk metal, nel viking, nel pagan etc, è la base comune, a prescindere dalla tradizione di riferimento o dall’opera di rielaborazione individuale o di gruppo, a tutte le formazioni che si cimentano con l’uso di strumenti analogici, più o meno antichi e testi popolari in lingue originali, all’interno di una cornice prettamente rock-metal. Ed è chiaro che per fare un lavoro del genere non deve mai mancare né da bere né tanto meno da fumare.

Come vivete la scena metal e folk italiana? Vi sentite parte di essa?

Quando abbiamo iniziato a suonare la nostra scena di riferimento era quella esplosiva di Torino all’inizio degli anni 2000. C’era un numero così ampio di gruppi, così diversi e divertenti, di posti e di occasioni in cui suonare, che non c’era quasi il tempo di frequentare altre scene! Era una scena molto dinamica, tutti suonavamo in molti gruppi e organizzavamo da noi i concerti. Proprio cercando nuovi stimoli da portare in città, ci capitò di fare la conoscenza con Furor Gallico e Folkstone, mentre Gotland e dopo Odr cominciavano a muovere i primi passi in regione. Ci siamo ritrovati quindi ad avere a che fare con gruppi che facevano qualcosa di simile a quello che proponevamo noi, e che per di più facevano parte di una altra scena consolidata, quella lombarda. Da li scambi date, partecipazione a festival, conoscenze con altri gruppi, più lontani, come i Kalevala in Emilia, e oltralpe, in Occitania, con Arslan e Les Diables de la Garrigue e nel Bearn con Gojats of Hedas, ci hanno fatto sentire parte di una grande scena, non circoscrivibile a confini nazionali, e a cui sentiamo tutt’ora assolutamente di appartenere. Ad oggi, dopo quattro anni lontani dai palchi, l’impressione che abbiamo è purtroppo che non goda di buona salute. La golden age del metal torinese è un ricordo, i punti di riferimento a livello di festival e locali ci appaiono smarriti, e per il resto sembra si faccia un po’ fatica a trovare nuovi spazi e nuove idee. Speriamo tuttavia che queste difficoltà possano essere un interessante stimolo per il prossimo futuro, per ritrovarci, organizzarci insieme e divertirci, scambiandoci idee, dischi, suoni, da bere e da fumare.

Ragazzi, rinnovo i complimenti per il disco e spero di vedervi presto in concerto. Grazie per l’intervista, aggiungete tutto quello che volete!

Complimenti a te per la sbatta e la passione, speriamo di vederci prestissimo, con un bicchiere in mano, immersi in una nuvola di fumo!

Æxylium – Tales From This Land

Æxylium – Tales From This Land

2018 – full-length – Underground Symphony

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Steven Merani: voce – Fabio Buzzago: chitarra – Roberto Cuoghi: chitarra, banjo, cornamusa – Gabriele Cacocciola: basso – Matteo Morisi: batteria – Gabriele Guarino: flauto – Federico Bonoldi: violino – Stefano Colombo: tastiera

Tracklist: 1. Prelude To A Journey – 2. Black Flag – 3. Into The Jaws Of Fenrir – 4. Aexylium – 5. My Favourite Nightmare – 6. Banshee – 7. Tales From Nowhere – 8. Revive The Village – 9. The Blind Crow – 10. Judas’ Revenge – 11. Radagast

Nel 2016 esordirono con l’EP The Blind Crow e a due anni di distanza gli Æxylium tornano sul mercato con il full-length Tales From This Land marcato dalla storica etichetta italiana Underground Symphony. Tra i due lavori sono passati solo ventitré mesi, ma sembrano molti di più considerando i progressi compiuti dalla band di Varese. Non che le premesse mancassero: The Blind Crow è un dischetto composto da tre buonissime canzoni che non a caso sono state ri-registrate e inserite in Tales From This Land, ma non era per niente scontato riuscire in poco tempo a realizzare un disco in grado di ben figurare vicino a cd di formazioni dal blasone internazionale.

La prima cosa che si nota è la qualità audio, molto buona. Tales From This Land è stato registrato vicino Milano al Twilight Studio da Davide Tavecchia (che nel campo del folk metal ha già lavorato a Behind The Front Page degli Atlas Pain), con il mastering affidato a un vero guru del settore, ovvero Simone Mularoni (Elvenking, Necrodeath, Labÿrinth, Wind Rose di Stonehymn ecc.). Altro punto a favore immediatamente riconoscibile del cd è l’impatto della grafica: Pierre-Alain Durand di 3mmi Design ha realizzato copertina e booklet con grande cura, in particolare il libretto di dodici pagine presenta diverse illustrazioni che variano a seconda degli argomenti dei testi fedelmente riportati. La confezione, infine, è un digipak dai colori molto accesi, in contrasto con quelli più soft del booklet.

Tanta attenzione e cura, però, sarebbero inutili se la musica contenuta nel disco non fosse all’altezza della situazione. I quarantadue minuti di Tales From This Land sono invece di notevole qualità, le dieci canzoni (più intro) si lasciano ascoltare con grande piacere e non sono presenti riempitivi al fine di allungare il minutaggio. Quello degli Æxylium è un folk metal roccioso ma che non sconfina nell’estremo, ricco di melodie di flauto, violino e banjo con un tocco di cornamusa, ma che vede la chitarra sempre al centro dell’azione. La tastiera di Stefano Colombo è preziosa nei suoi interventi senza mai essere invadente e in generale regna un grande equilibrio tra gli strumenti, così come tra le parti più irruenti e quelle più melodiche e soft. L’unico aspetto che non convince appieno è il cantato growl che ogni tanto fa capolino tra le tracce di Tales From This Land e che è protagonista nella tirata Banshee.

Dopo l’intro Prelude To A Journey tocca alla movimentata Black Flag aprire le danze nel migliore dei modi: riff gagliardi e melodie immediate sono aspetti fondamentali del brano che è impreziosito da un assolo di chitarra, fatto piuttosto raro in questo genere. Il ritornello di Into The Jaws Of Fenrir è una forza della natura, senza nulla togliere agli strumenti folk e alle buone accelerazioni di batteria, mentre con la seguente Æxylium viene raccontata la storia del nome:

Some ancient manuscript found a long time ago
Tells of an old place, named “Aexylium”
Prisoners and murderers accused of fearful crimes
Were judged and locked up, their life was no more as before
They were rotten to the core
Blinded and torured by guards, forsaken by hope

La canzone è molto piacevole all’ascolto, vicina agli Elvenking più ispirati, vuoi per le linee vocali, vuoi per la struttura musicale. Sia chiaro che non si sta parlando di una band clone, tutt’altro: gli Æxylium suonano già personali nonostante i pochi anni di attività, per di più fanno largo uso di strumenti popolari e le composizioni non risentono di altre influenze. L’ascolto prosegue con My Favourite Nightmare, pezzo caratterizzato dalla presenza in prima linea del flauto di Gabriele Guarino e di un guitar work tendente “al moderno” durante le strofe. I ritmi si fanno serrati in Banshee, il brano più aggressivo del cd ma introdotto da belle melodie durante il primo minuto della canzone:

Messanger of death
Omen of an end that soon will come
You can hear her wail
Suffocating auspice of your demise

La titletrack, con 4:46 di durata, è la composizione più lunga del platter insieme a Judas Revenge e contiene tutti gli ingredienti che rendono Tales From This Land un piatto riuscito: melodie piacevoli e ritornelli azzeccati ben “studiati” nella fase di composizione che ha chiaramente dato i frutti sperati. La cornamusa introduce l’allegra Revive The Village, ovvero il racconto del fine settimana a suon di birra, donne e combattimenti, come la migliore tradizione folk metal richiede. L’ottima The Blind Crow (presente nel demo di debutto) suona nella nuova veste ancora più convincente ed è sicuramente uno dei pezzi meglio riusciti degli Æxylium. Judas Revenge e Radagast chiudono in maniera brillante Tales From This Land: il primo è il classico brano folk metal dal piglio allegro e frizzante, ricco di melodie, mentre il secondo vede protagonista l’istari di tolkieniana memoria, una tematica che in questo genere sta sempre bene. Il testo traccia il personaggio, tra amore per la natura e l’erba pipa, in un contesto folk metal tradizionale.

Il matrimonio tra Æxylium e Underground Symphony è partito con il piede giusto, il disco è bello da ascoltare e la veste grafica di prim’ordine. Tales From This Land non teme la concorrenza estera e mostra, insieme a una manciata di cd usciti negli ultimi mesi, quanto la scena folk metal italiana stia facendo bene e possa ancora crescere in numero e in qualità.