Intervista: Lou Quinse

Che bello quando la band intervistata ha realmente voglia di parlare e farsi conoscere! Invece delle solite e noiose risposte brevi e prive di cuore, è sempre una gran gioia quando s’incontra un gruppo che ha realmente voglia di rispondere alle domande e coglie l’occasione dell’intervista per far entrare il lettore (e ascoltatore) nel proprio mondo. Al bando, quindi, risposte paracule e spazio alla sincerità. Con una bella e apprezzata dose di ironia. Signore e signori, i Lou Quinse!

Lo Sabbat arriva ben sette anni dopo Rondeau De La Forca. Di voi si erano un po’ perse le tracce e qualcuno ha anche sospettato il vostro scioglimento. Come mai c’è voluto tutto questo tempo per pubblicare il nuovo cd?

Abbiamo iniziato a lavorare sulle registrazioni di Lo Sabbat nel dicembre del 2014. Nel 2012 avevamo però curato la ristampa in vinile del demo Lou Quinse, cosa che non era naturalmente stata molto impegnativa in studio, ma ci aveva fatto suonare parecchio in giro. Era stata anche l’occasione per partecipare al quinto Fosch Fest, un concerto bellissimo e che richiedeva tutta una preparazione a sé. Proprio per questo, abbiamo poi deciso di evitare i concerti fino a lavori del disco ultimati, che ci hanno preso alla fine quattro anni, periodo in cui è comprensibile che le voci girino… È stata un’avventura, dalla creazione dei brani alla scelta degli studi, le varie registrazioni… Poi un anno intero di post produzione, senza dimenticare che il mondo fuori dagli studi ci ha molestati tutti a vario titolo, e che comunque beviamo e fumiamo parecchio.

Credo che Lo Sabbat sia un grande passo avanti rispetto al passato sia per quel che riguarda il lato compositivo che per il risultato finale, di altissima qualità. Come nasce una canzone dei Lou Quinse e durante la fase compositiva quali erano le sensazioni in sala prove?

Di solito ognuno di noi propone dei brani dai vari repertori tradizionali, che poi impariamo a suonare e mischiamo con il metal che ci piace di più. Per Lo Sabbat abbiamo fatto un passaggio in più, scrivendo gli arrangiamenti e producendo midi che ci guidassero nella costruzione delle canzoni. Detto così non rende l’idea della tempesta emotiva, dei tentativi abortiti e di quelli azzeccati, a volte col sudore, a volte per magia. In ogni caso durante l’intera fase compositiva beviamo e fumiamo molto.

Il disco suona compatto e il vostro marchio di fabbrica è immediatamente riconoscibile. Credo che non sia stato semplicissimo realizzare un cd così vario in grado comunque suonare omogeneo.

È stato più che altro laborioso, ma estremamente divertente, non sapremmo dire se facile o meno… La varietà la dobbiamo soprattutto alla ricchezza delle tradizioni musicali occitana e dell’arco alpino, tanto quanto alle infinite influenze e possibilità che offrono il vastissimo universo del metal estremo, del punk e dell’hardcore. L’amalgama può saltare fuori nei modi più naturali e imprevedibili: brani folk che rievocano istintivamente passaggi black metal, danze ipnotiche e cadenzate che supportano ritmiche death, un tupa tupa hardcore che “su quella curenta ci starebbe tanto bene” etc. Poi suoniamo insieme da tanti anni, sappiamo cosa vogliamo gli uni dagli altri… beviamo… fumiamo…

Il primo impatto con la vostra musica è spesso “mamma mia che casino che fanno questi!”. Passati i primi istanti, però, si viene avvolti dal vostro sound e trovo tutto ciò molto coinvolgente e questo capita, purtroppo, di rado. Quali sono gli obiettivi che muovono i Lou Quinse e come funziona la “ricerca musicale” nella band?

È bellissimo fare delle canzoni, bellissimo suonare, ci divertiamo moltissimo a suonare fra di noi e ancora di più a suonare quello che suoniamo. Ascoltando e suonando folk, veniamo colpiti da melodie e testi, che magari sono li da duecento anni, che ci portano quasi istintivamente a impararle, rimaneggiarle, decostruirle, riassemblarle. Bevendo e fumando a go go.

Giga Vitona ha la stessa melodia utilizzata dai Furor Gallico in La Caccia Morta. Vi chiedo quindi da dove proviene quella melodia e se eravate a conoscenza che anche la band lombarda utilizza quella stessa melodia.

Non c’è nulla di cui stupirsi, questo è folk! Melodie e ritmiche che si influenzano, mescolano e fondono, arrivando dalle culture più lontane e diverse. Scale ricorrenti e giri che ritornano, sempre diversi a seconda della zona in cui vengono suonati e di chi li suona. Ed è anche metal. Denso com’è di riff codificati e condivisi da tutta la scena, rielaborati e trasformati a seconda dello stile in cui vengono suonati. La Giga in particolare è una danza ballata nelle vallate occitane. È conosciuta e suonata in tutta Europa dalla seconda metà del 1500, e con l’identico nome si riconoscono danze molto diverse tra loro. La Vitona, in particolare, è originaria della Val Varaita, in Piemonte, ed è una delle versioni più longeve e particolari di questo ballo. Non eravamo a conoscenza dell’accenno fatto dai Furor Gallico in ogni caso, ma ci fa piacere. O forse hai bevuto e fumato troppo anche te! 🙂

I vostri testi sono “tipicamente” folk metal, ovvero parlano di storie di paese, racconti popolari e situazioni anche grottesche. Però mi ha colpito molto Purvali E Palli, canzone che parla del brigante Domenico Straface: come avete conosciuto la sua storia e perché avete deciso di raccontarla? Tra l’altro può essere considerata una canzone “parente” di Simone Pianetti dei Folkstone, cosa ne pensate?

Domenico Straface e Simone Pianetti sono figure da ricordare, a cui vale la pena dedicare una canzone. Qualche anno fa siamo venuti a conoscenza dei Nagrù, un trio di ragazzi calabresi di tutto rispetto e tra i pezzi tradizionali riproposti da loro, e che ascoltavamo, ci ha colpiti particolarmente questo brano. È inevitabile che riprendere in mano la tradizione metta le persone faccia a faccia coi modi di pensare e con le vicende storiche che facevano da contesto all’epoca in cui la singola opera è stata composta, e noi siamo sempre stati affascinati dalla costante lotta – vera e propria “invariante” della Storia umana – contro l’autorità costituita. Affrontare certi argomenti, però, espone al rischio di muoversi in maniera strumentale o poco congrua. Un esempio lampante è proprio la storia del Risorgimento che, se da una parte va rivista liberandoci dalla retorica unitarista, dall’altra rischia, durante il dibattito, di generare mostri di segno opposto, come la glorificazione dei Borbone, cugini dei Savoia, che non ci sentiremmo mai di considerare “vittime” perché i monarchi sono tutti della stessa pasta. In questo senso ci siamo subito ritrovati nella vicenda di Domenico, un vero combattente, non disposto a servire questo o quel padrone, ma a lottare per la sua gente e per la sua terra contro il colonialismo sabaudo. È amaro dover tornare così indietro nel tempo per trovare persone che cercano di difendersi dallo straniero armato, colonizzatore, in soverchiante vantaggio strategico e militare. Al giorno d’oggi, i nostri coevi, ci sembrano fare molta confusione su chi sia “straniero”, intenti come sono a levare la voce solo quando è chiaramente più debole, emarginato, reietto, una condizione ereditata dagli stessi processi coloniali e di sfruttamento di cui gran parte del mondo è stato, ed è tutt’ora, vittima. Noi tifiamo per tutte e tutti i Domenico Straface, ovunque nel mondo e nella storia, di sicuro non per questi autoproclamatisi “difensori” di nulla. E Simone, anarchico, montanaro e migrante, è un’altra figura di questo tipo, con una storia diversa, una vita diversa, ma unita dal filo rosso della ribellione. Nella musica popolare, sia essa originale o rivisitata, centinaia sono gli omaggi a figure di questo tipo, a vite tempestose scagliatesi contro l’autorità, che hanno pagato in prima persona il prezzo altissimo della loro rivolta. In questo la tradizione smentisce categoricamente chi ci vuole vedere in qualche modo una difesa di valori conservativi, magari guerreschi o peggio di conquista. La guerra è sempre raccontata per quello che è, la peggior sofferenza dei popoli, cantata con dolore, anche se spesso in modo ironico, e in questi anni di studio ci è parso più che altro che il valore principale dei popoli sia sempre stato la ribellione. Sappiamo per certo che comunque anche i Folkstone bevono molto e probabilmente fumano, e questo avrà sicuramente inciso su scelte stilistiche comuni.

I testi sono una parte molto importante nella vostra musica. Quali sono quelli ai quali siete più legati? C’è una ricerca alla base di ogni testo/argomento?

Tutti i testi che usiamo sono trad, anche se ad alcuni abbiamo fatto delle modifiche, aggiunto passaggi, per attualizzarli, giocando con le parole, come è del resto uso nella musica popolare. Quando scegliamo un brano su cui vogliamo lavorare, ci confrontiamo con le varie “versioni” in circolazione, che spesso differiscono anche parecchio, soprattutto a livello di liriche. Alcuni di questi testi sono parole di puro accompagnamento alla musica, senza velleità descrittive o narrative, utili a far partecipare anche la lingua alla danza. Altri sono al contrario densi di significati, anche su livelli differenti e non sempre immediatamente recepibili, di una bellezza e profondità inarrivabili, e fra questi probabilmente Lo Boier è quello che amiamo di più. È un antico canto popolare dell’Occitania francese, intessuto di significati simbolici relativi all’eresia catara (o albigese), che narra la tragica sorte della pastora Joana, dei momenti che ne precedono la morte e dell’incontro con suo marito pastore appena tornato dai pascoli. Allo stesso tempo è anche una sottile metafora del tragico eccidio di Montsegur, ultima roccaforte in cui gli albigesi, bollati di eresia da Papa Innocenzo III, trovarono rifugio. Cadde dopo 11 mesi, nel marzo del 1244, sotto i colpi dell’esercito papale e dell’alleato Re di Francia, sancendo così la fine dei catari e l’inizio della dominazione temporale, ideologica, culturale e spirituale francese moderna. Per Lo Sabbat abbiamo anche scritto per la prima volta un testo in patois, quello della Giga Vitona, un inno al Sabba, alla musica e alla festa, e per questo rimane un brano a cui siamo necessariamente legati, che tutti abbiamo contribuito a comporre, bevendo e fumando parecchio.

Stessa cosa per la musica: siete appassionati di musica popolare e ne siete ascoltatori? Girate per eventi e feste locali per ascoltare canzoni e melodie? Oppure ci sono dischi contenenti le canzoni del folklore che amate?

Certamente ne siamo appassionati, sia nelle sue espressioni più radicali, sia temperata da influenze rock e naturalmente metal. Giriamo per concerti, festival, balere, balliamo, ascoltiamo dischi e scarichiamo musica, quasi sempre illegalmente. Alcuni di noi fanno o hanno fatto parte di gruppi e progetti folk trad, fa parte della nostra cultura individuale e di gruppo. Detto questo i gruppi che seguiamo da più tempo e a cui ci siamo più volte ispirati, sono ovviamente Lou Dalfin e tutta la scena folk contaminato e non delle valli piemontesi, come Lou Seriol e i franco provenzali Li Barmenk, così come quella dell’occitania francese, il duo Brotto-Lopez, i marsigliesi Massillia Sound System e i loro side project, fino al gruppo che per primo ci ha dato l’ispirazione, i pirenaici Hantaoma. È indispensabile in ogni caso ascoltarli bevendoci e fumandoci anche qualcosa sopra.

La copertina e l’intero artwork ricorda molto lo stile del grande Alfons Mucha. Credo che la scelta sia tutto tranne che casuale, per questo sono curioso di scoprire chi è l’appassionato del pittore ceco e come vi è venuto in mente un’idea del genere.

Ne siamo tutti appassionati. Alfons Mucha è stato un grande artista, pittore e scultore, ma a lui si associa subito il concetto di poster, simbolo in qualche modo di una presenza dell’arte nelle strade. I suoi manifesti di opere teatrali sono sicuramente dei grandi capolavori. Il concetto grafico alla base di Lo Sabbat è quello di un’opera teatrale, divisa in atti e il cui libretto potesse ricordare quello di una Madama Butterfly o di una Boheme, e di conseguenza la scelta del Liberty, o Art Nouveau, è risultata spontanea. Noi però abbiamo scelto di riprodurre una parodia del movimento artistico, proprio per raccontare il decadimento dell’epoca che stiamo vivendo, ed ecco che qui appaiono le differenze: lo “stile Mucha” si basa infatti principalmente sull’esaltazione della bellezza e della giovinezza attraverso l’uso di accattivanti figure femminili, che guardano verso il pubblico. Ginetta, la nostra protagonista, ispirata a Gina dìi Toùni, unica contrabbandiera donna che si ricordi nella storia di Balme e accanita fumatrice di pipa, è invece un’anziana che distoglie lo sguardo da chi osserva, e i suoi gioielli sono corone e diademi di ossa. Anche l’elemento floreale viene distorto e al posto di eleganti e raffinati fiori, abbiamo preferito l’oppiacea decadenza dei bulbi di papavero. Lo stesso vale per il bestiario che affianca Ginetta, che differenzia non poco da quello classico della belle époque: via sinuosi pavoni e pesci fluttuanti, vivi e pieni di energia, e al loro posto caproni e demoniache marmotte che vengono fuori da nubi e fiamme. Ricordiamoci poi che Alfons rimane anche un esempio per tutti nel bere e nel fumare.

Sempre parlando della copertina, oltre allo stile colpisce il colore principale, ovvero il rosa. L’intenzione è quella di spiazzare l’appassionato di (folk) metal con una grafica tanto curata quanto inusuale?

Sinceramente non ci abbiamo assolutamente pensato, è venuto così, da solo, dopo qualche prova leggermente più virata sul rosso. Del resto nessuno può garantire che l’inferno non sia anche tendente al rosa, no? La colorazione è stata una parte particolarmente complessa, sempre appunto in quest’ottica di tributo ma anche rovesciamento dell’opera di Mucha. Così i colori e le tonalità sono venuti fuori difficilmente ma spontaneamente, in pieno stile Art Nouveau. Chissà se qualcuno rimarrà spiazzato, in ogni caso è un effetto sempre desiderabile. Del resto certe imposizioni canoniche, basilarmente fastidiose e secondo noi un po’ ridicole quando si parla di generi e stili ibridi e miscelati, ci sono sempre state strette. La musica che suoniamo non indossa kilt o armature, appartiene più alla quotidianità popolare che alla rievocazione storica, parla più di sfruttamento e ingiustizie sociali che di leggende e di fiabe e, in questo caso, ci pareva meglio rappresentata da un rosa demoniaco che non dal nero, che comunque sommamente veneriamo. Nuvolette di fumo nero, bicchieri di alcool rosa.

Come sapete ho apprezzato tantissimo il vostro disco, così come sapete che l’unica scelta che non condivido è quella di non inserire nemmeno un booklet di quattro pagine all’interno del digipak. Trovo ottima l’idea del file digitale con il booklet completo di traduzioni ecc., ma chi compra il disco fisico credo che preferisca pagare uno o due euro in più per poi avere un prodotto “completo”.

L’idea iniziale era produrre un vinile, e in quel caso un booklet stampato di una certa consistenza sarebbe stato perfetto. Poi però le cose sono andate diversamente, abbiamo superato quello che è il minutaggio possibile per un vinile e senza osare tagliare alcuna canzone avremmo dovuto stamparne uno doppio, cosa che era però decisamente al di sopra delle nostre possibilità. A quel punto avevamo già iniziato un lavoro filologico musicale e testuale decisamente più dettagliato rispetto ai lavori precedenti, ritrovandoci con una trentina di pagine, fra testi, traduzioni e concept, troppo costoso e fisicamente scomodo. Per evitare di tagliare il booklet riducendolo a poche pagine e rendendolo incompleto, abbiamo optato per il formato esclusivamente digitale, sicuramente meno bello, ma per lo meno esaustivo e accessibile a tutti. E poi così con i soldi risparmiati si può sempre bere e fumare.

La produzione de Lo Sabbat è davvero ottima: perché avete scelto Tino Paratore e Tom Kvalsvoll per realizzare il cd? Per quel che riguarda i giorni in studio di registrazione, ci sono storie che meritano di essere raccontate? Con Kvalsvoll avete lavorato di persona oppure gli avete mandato le tracce e lui ci ha lavorato seguendo le vostre indicazioni?

Con Tino lavoriamo da parecchi anni, e non solo con Lou Quinse. Per Rondeau De La Forca e per la ristampa di Lou Quinse si era occupato essenzialmente del mastering, e registrare e mixare con lui è stato impegnativo quanto piacevole, come sentirsi a casa, ma con la mamma che ti cazzia di continuo! L’atmosfera è sempre elettrizzante, di scene divertenti ce ne sono state una marea, la prima che ci viene in mente è quando lui, in modo estremamente posato e professionale, ha inserito un hard disk dove poco prima ci aveva raccomandato di mai e poi mai inserire un hard disk, col risultato di flambare il computer su cui c’erano mesi di lavoro Lou Quinse e non solo: tutto poi recuperato, ma che facce! Tino è un fonico di lunga esperienza, esperto in tricks di ogni tipo, sempre disponibile e molto preso bene dalla musica che gli piace, raccomandatissimo! Il nostro impegno e il talento di Tino ci hanno reso possibile tentare di metterci in contatto con professionisti internazionali che si occupano di mastering, del tocco finale sul suono del disco. Ne abbiamo sentiti svariati, da ovunque, tutti molto disponibili e impressionantemente capaci. Abbiamo ascoltato molte prove di master, estremamente differenti tra loro, chi esaltava di più il lato rumoroso del nostro suono, chi portava in maggior evidenza l’aspetto folk, chi insisteva sui bassi, e ci è sembrato di ascoltare molti Lou Quinse provenienti da tutto il mondo, americani, danesi, svizzeri, svedesi, norvegesi, più death metal, più crust punk, più black, un’esperienza sorprendente e divertente come poche. Il sound di Tom ci ha da subito colpiti per la spietata freddezza e minimalità, perché faceva risaltare la parte folk senza perdere nulla del metal, perché risultava dinamico e al tempo stesso gelido. Dalla prova al master definitivo molto è cambiato, lui stesso ad un certo punto del lavoro l’ha rifatto completamente perché a forza di immergersi nell’ascolto lo aveva interiorizzato e sviluppato, aveva finito insomma per sentirlo suo. Questo e altro ci hanno dato la cifra di una collaborazione fruttuosa che, se per questa volta non si è potuta concretizzare in un viaggio in terra nordica, chissà che non sia il preambolo ad un nostro sbarco ad Oslo con battello. Probabilmente in questa eventualità ci porteremmo da fumare, il bere lo troveremmo sicuramente là!

Siete molto legati ai tarocchi e per questo album avete sostituito i vostri nomi con i numeri degli arcani maggiori. Come mai questa scelta e cosa rappresentano per voi le carte che avete scelto e i tarocchi?

Lou Quinse (Il Quindici, in italiano) deve il suo nome proprio ai tarocchi e, in specifico al quindicesimo Arcano. Quindici è il numero del Diavolo che, proprio con quest’appellativo, è conosciuto nelle infinite partite a Diau e a Tarocchi, giochi cartaioli molto popolari e diffusi nei peggiori bar delle valli, oltre che nell’immaginario montanaro e nel suo vocabolario. Fin da subito ci è piaciuto associare il nostro nome ad una carta dei tarocchi. Sono carte che parlano di ciascuno di noi, delle nostre inclinazioni e maledizioni, che calzano con la nostra psicologia individuale e viceversa. Alla fine di questo lavoro ci è parso fosse l’ora di accantonare la denominazione nome-cognome, di dimenticare il nostro io anagrafico, e di celebrare quello archetipo arcano. Del resto, dal mazzo dei Lou Quinse sono stati giocati, scartati, ripresi molti arcani nel corso degli anni, che con la loro creatività e passione diabolica hanno contribuito a forgiare la nostra identità attuale, anche se personalmente non suonano (per ora) più con noi. Un brindisi e una fumata a loro e ai tarocchi, come costume delle peggiori piole delle valli.

A questo proposito vi chiedo se la scelta dei tarocchi, in un mondo vichingocentrico, è più per distinguersi dalla massa o per un reale interesse.

Quasi dodici anni fa (ridendo e scherzando) abbiamo fatto una particolare scelta stilistica e filologica, quella cioè di miscelare il metal più estremo con la musica proveniente da un repertorio trad che parte dall’area Franco-Provenzale nelle Alpi Occidentali, transita in Piemonte, e svalica per arrivare fino all’Occitania Grande e ai Pirenei. Nessuna volontà di distinguersi dalla massa, dunque, che oltretutto allora non era così folta, ma una scelta precisa dettata dai casi della vita, e sicuramente da passione e interesse. Le canzoni che rielaboriamo vengono suonate, cantate e ballate da secoli, le radici delle culture popolari che prendiamo a riferimento risalgono all’epoca in cui si comincia ad abbandonare il latino a favore del volgare nelle produzioni artistiche. Basti pensare ai trovatori, la massima espressione culturale occitana e provenzale, di epoca alto medievale. I primi trattati che ci parlano di danze e modi di esecuzione, invece, sono grosso modo rinascimentali mentre le culture popolari così come le conosciamo ed intendiamo oggi, come la musica e i testi che utilizziamo, vengono raccolti, scritti e trasmessi dal periodo romantico in poi (fine XVIII ed inizio XIX secolo). In forza di questa scelta ci è, ahinoi, preclusa ogni possibilità vichinga o celtica, se non per qualche breve escursione, così come abbiamo già fatto per la Calabria e l’appennino tosco-emiliano. Sembra assurdo, ma è in realtà proprio nelle parti più metal che piuttosto si consuma la nostra unione con le culture nord europee: il canone folk rock, fissato negli anni ’70 e proseguito ed ampliato nel folk metal, nel viking, nel pagan etc, è la base comune, a prescindere dalla tradizione di riferimento o dall’opera di rielaborazione individuale o di gruppo, a tutte le formazioni che si cimentano con l’uso di strumenti analogici, più o meno antichi e testi popolari in lingue originali, all’interno di una cornice prettamente rock-metal. Ed è chiaro che per fare un lavoro del genere non deve mai mancare né da bere né tanto meno da fumare.

Come vivete la scena metal e folk italiana? Vi sentite parte di essa?

Quando abbiamo iniziato a suonare la nostra scena di riferimento era quella esplosiva di Torino all’inizio degli anni 2000. C’era un numero così ampio di gruppi, così diversi e divertenti, di posti e di occasioni in cui suonare, che non c’era quasi il tempo di frequentare altre scene! Era una scena molto dinamica, tutti suonavamo in molti gruppi e organizzavamo da noi i concerti. Proprio cercando nuovi stimoli da portare in città, ci capitò di fare la conoscenza con Furor Gallico e Folkstone, mentre Gotland e dopo Odr cominciavano a muovere i primi passi in regione. Ci siamo ritrovati quindi ad avere a che fare con gruppi che facevano qualcosa di simile a quello che proponevamo noi, e che per di più facevano parte di una altra scena consolidata, quella lombarda. Da li scambi date, partecipazione a festival, conoscenze con altri gruppi, più lontani, come i Kalevala in Emilia, e oltralpe, in Occitania, con Arslan e Les Diables de la Garrigue e nel Bearn con Gojats of Hedas, ci hanno fatto sentire parte di una grande scena, non circoscrivibile a confini nazionali, e a cui sentiamo tutt’ora assolutamente di appartenere. Ad oggi, dopo quattro anni lontani dai palchi, l’impressione che abbiamo è purtroppo che non goda di buona salute. La golden age del metal torinese è un ricordo, i punti di riferimento a livello di festival e locali ci appaiono smarriti, e per il resto sembra si faccia un po’ fatica a trovare nuovi spazi e nuove idee. Speriamo tuttavia che queste difficoltà possano essere un interessante stimolo per il prossimo futuro, per ritrovarci, organizzarci insieme e divertirci, scambiandoci idee, dischi, suoni, da bere e da fumare.

Ragazzi, rinnovo i complimenti per il disco e spero di vedervi presto in concerto. Grazie per l’intervista, aggiungete tutto quello che volete!

Complimenti a te per la sbatta e la passione, speriamo di vederci prestissimo, con un bicchiere in mano, immersi in una nuvola di fumo!

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