Intervista: Stilema

Il debutto Utopia sta riscuotendo pareri positivi un po’ ovunque. Chi conosce gli Stilema non ne sarà rimasto troppo stupito: il precedente EP Ithaka era un ottimo assaggio delle capacità della band laziale. Del nuovo arrivato, della scena folk metal e dei testi che – nel vero senso della parola – arricchiscono le canzoni, ne abbiamo parlato col cantante Gianni Izzo e col chitarrista Federico Mari.

Bentornati sulle pagine di Mister Folk! Iniziamo parlando del nuovo arrivato Utopia: come ci si sente dopo aver pubblicato il primo disco?

Gianni: Ciao Fabrizio, speravamo di riuscire a fare questa chiacchierata almeno un annetto fa. Ma il destino ci è stato avverso, tra cambi di line-up, tempo risicato, pandemie, i mesi son volati. Utòpia ha inoltre richiesto più lavoro di quello che in realtà ottimisticamente pensavamo. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta, il disco sta ricevendo delle ottime recensioni ed un feedback molto positivo da parte del pubblico. Quindi, nonostante le molte problematiche affrontate, siamo molto felici di come stanno andando le cose.  

Federico: Ci si sente come all’uscita di un lungo tunnel! Nel caso specifico di Utòpia, l’inizio delle registrazioni si perdono nella notte dei tempi, poi il lockdown ha ulteriormente allungato le fasi di rifinitura. Una liberazione insomma! Ma siamo molto soddisfatti del nostro primo full-length.

Cosa vi portate dall’esperienza di Ithaka? Avete ritrovato utile l’esperienza fatta in sala prove e in studio per il precedente EP?

Gianni: Ithaka è stata un’autoproduzione, fatta nello studio del nostro Frenk, e abbiamo cercato di cavarcela, nonostante poi proprio Frenk abbia coadiuvato tutti i lavori, in quanto è sicuramente l’unico esperto tra noi, per quel che riguarda la registrazione di un brano, siamo forse stati un po’ disordinati. Con Utòpia l’approccio è stato più sistematico, abbiamo cercato di ovviare agli errori fatti nel precedente EP. Il tutto poi è passato nelle mani e all’esperienza del fonico Gianmarco Bellumori, e da questo punto di vista ci siamo sentiti anche più sicuri sulla strada che stavamo percorrendo.

Il cd suona potente e al passo coi tempi. Come sono andate le cose in studio?

Federico: Per questo dobbiamo ringraziare Gianmarco del Wolf Recording Studio che ha puntato parecchio su tale aspetto. Teneva molto al fatto che il sound fosse il più possibile moderno (nei limiti imposti dall’aspetto folkeggiante, si intende!) e potente. Il lavoro fatto sulle chitarre e sulla batteria lo trovo meraviglioso.

Gianni: Il Wolf Recording Studio è diventato per molto tempo la nostra seconda casa. Abbiamo imparato molto grazie alla professionalità e la grande accuratezza che Gianmarco ci ha messo nel proprio lavoro. Rispetto ad Ithaka abbiamo curato ancora di più gli arrangiamenti e li abbiamo ampliati. Avevamo molte tracce per ogni canzone, quindi è stato un lavoro lungo per tutti. Il fine era trovare proprio un sound che risultasse a passo con i tempi, che non desse una sensazione di esser vecchio ancor prima di compiere qualche mese di vita. Insieme a Gianmarco abbiamo sperimentato molto, finché non siamo rimasti tutti soddisfatti.

La prima cosa che balza all’orecchio è l’indurimento del sound, ora “più metal”. C’è però da dire che questo fatto non ha modificato eccessivamente la vostra anima e il tutto suona sempre molto naturale e spontaneo. Vorrei sapere se mentre stavate scrivendo le canzoni vi siete accorti che stavate andando in questa direzione e se magari in futuro ci sarà spazio anche per altri piccoli cambiamenti.

Federico: Era nostro desiderio da tempo “indurirci” un po’, ma avevamo bisogno della giusta formazione per farlo. O meglio, per far sì che ciò avvenisse nel modo più naturale possibile. Siamo già al lavoro per del nuovo materiale e la direzione è quella di un sound più pesante, coadiuvato anche dall’uso della chitarra accordata in drop c, già presente nel brano Da Qui Non Si Passerà, e ormai irrinunciabile per molte nuove idee. Questa accordatura, oltre che rendere il sound più pesante, tende ad equilibrarne l’economia generale, andando a contrapporsi al violino, aggiungendo frequenze più basse.

Gianni: Dopo aver registrato Ithaka, l’idea era quella di inserire nel nostro sound tutto ciò che ci piaceva del metal. Fondere il nostro folk, con i sottogeneri più classici del metal, fino a quelli più estremi. Adoro la varietà nei dischi e le contaminazioni tra generi, quindi sì, anche in futuro continueremo in questa direzione, cercando sempre di non snaturare le nostre radici. Insomma non credo ci sia pericolo che ascoltiate una cosa tipo Renegades degli Equilibrium da parte nostra, ma cercheremo di sperimentare sempre soluzioni nuove.

Alcuni testi sembrano riflettere la situazione internazionale che stiamo vivendo, quindi si può dire che le parole che canti siano lo specchio di una (triste) realtà. Come sono nati i testi e cosa ti porta a prendere carta e penna e iniziare a buttar giù le idee?

Gianni: Scrivo perché nessun’altro mi riesce a raccontare le cose come vorrei che me le raccontasse eheheh. Basta una lettura interessante, l’ascolto, il cercare di capire ciò che ci sta accadendo attorno. Come ascoltatore adoro i concept fantasy o storici, come musicista mi piace rimanere in mezzo a questi due mondi, creare musica per intrattenere ma anche per riflettere, fare una fotografia del mio punto di vista sulla società. Un pezzo come Mondi Paralleli ad esempio, mette il punto sull’uso delle fake news, la voglia di apparire, la necessità di arrivare a utilizzare la religione per incutere timore e controllare il “gregge”. Da Qui Non Si Passerà è nata dopo la lettura di Kobane Calling di Zerocalcare. All’inizio era proprio la musica di Utòpia ad essere designata per mettere a fuoco la questione dei Curdi, poi ho pensato che invece di un brano lungo e descrittivo, sarebbe stato più appropriato una sorta di combat song. E quindi la lunga title-track, dopo l’inno di ribellione di “Da Qui…”, è stata designata per descrivere una società che dovrebbe essere normalissima, dove non ci sono discriminazioni sessuali, razziali etc., ma che in realtà rimane a tutti gli effetti ancora una chimera. Uno sguardo amaro sulla triste realtà appunto.

Dovendo scegliere una canzone per rappresentare l’album, quale indicheresti e perché?

Federico: Sono tutte così diverse! Meglio ascoltarle tutte e lasciar scegliere agli altri!

Gianni: È vero, Utòpia ha tutta una serie di mood e di approcci musicali diversi. Abbiamo parti più epiche, altre più smaccatamente folk, le atmosfere gotiche di Ophelia, parti black, aperture a momenti più sinfonici e articolati, andando poi a finire ad un brano come Armonie che è retto solo da piano, violino e voce. È difficile scegliere, forse ti direi Il Volo Eterno, ha un ritornello epico, c’è il growling, la parte acustica, un buon riassunto del nostro sound, la giusta via di mezzo tra brani più diretti come Tra Leggende E Realtà, e pezzi più articolati e lunghi come la title-track.

La scelta di cantare in italiano: è il desiderio di far capire i testi al vostro pubblico? Il lato negativo è che al di fuori dei nostri confini i vostri testi saranno incomprensibili.

Gianni: È più la consapevolezza che è più facile esprimersi nella propria lingua, giocare con le proprie espressioni, interpretarle e pronunciare bene le parole. Molte volte sento delle pronunce tremende in inglese e leggo dei testi che si limitano alla banalità di frasi molto elementari. Mi viene in mente anche Frutto Del Buio dei Blind Guardian e la pronuncia di Hansi in italiano (per chi ha meno di quarant’anni e non conosce questa perla: andatevi a sentire il brano, ndMF), e penso che deve essere dura per uno di madre lingua inglese sopportare molte delle metal band non inglesi, se il risultato è simile a quello, o giù di li. Con questo non metto alcun veto, durante il lockdown ho scritto anche io un paio di brani in inglese, che probabilmente faranno parte del prossimo disco, ma l’italiano per quel che mi riguarda, sarà la lingua portante delle nostre produzioni. Siamo comunque in buona compagnia: Arkona, Korpiklaani, Mago De Oz, Rammstein, alla fine cantano tutti nella propria lingua. In ogni caso, siamo interessati a rendere comprensibili i testi anche per chi non conosce la nostra lingua, infatti i nostri video hanno sottotitoli in inglese.

Cosa speri per gli Stilema? C’è un qualcosa che ti farebbe dire “ora sì che sono soddisfatto”?

Gianni: Ovviamente la più grande speranza per ogni musicista non mainstream, è che un giorno riesca ad arrivare a vivere della propria musica per poter dedicare ad essa maggior tempo ed energie e creare cose sempre migliori. Come band underground non possiamo farlo liberamente, dobbiamo relegare gli Stilema ad un tempo risicato, in cui cerchiamo di fare più cose possibili. Ma un passo alla volta, ora come ora, la prima soddisfazione vera è girare, Covid-19 permettendo, più locali possibili per farci conoscere sempre di più, in modo da migliorare sempre più anche le nostre esibizioni e la nostra immagine live.

Federico: Io spero che si riesca presto a tornare a suonare in giro senza limitazioni e spero che gli Stilema possano far conoscere la propria musica a spasso per l’Europa.

Quali sono i vostri ascolti in questo periodo?

Gianni: Tra le ultime uscite, ho apprezzato molto quello che sembra essere l’ultimo disco dei Falconer, una band che ho sempre amato e non ha quasi mai sbagliato niente nella propria discografia. Anche i serbi Alogia hanno fatto un buonissimo album, anche se mi è piaciuto più il precedente Elegia Balcanica. Ho apprezzato molto anche il nuovo dei My Dying Bride. Andando un po’ indietro nel tempo ti citerei l’ultimo ottimo album dei Furor Gallico, ma quelli che sicuramente mi hanno colpito maggiormente sono i Lou Quinse e il loro ultimo lavoro che ormai risale ad un paio di anni fa Lo Sabbat, geniali.

Una domanda che faccio in tutte le interviste: vi sentite parte di una scena (romana, italiana)? Come sono i rapporti tra gruppi, sinceri o “paraculi”?

Federico: Purtroppo di questi tempi non saprei dirti se l’ambito musicale di cui facciamo parte sia catalogabile come scena. Essendo stati adolescenti ormai anni fa, abbiamo la memoria di maggior spirito di collaborazione tra varie band. Ora questa cosa viene un po’ meno. Detto questo, ci siamo sempre trovati bene con tutti i gruppi con cui abbiamo suddiviso il palco ed è sempre una bella esperienza ascoltare gli altri, se lo si fa senza invidie o complessi!

Gianni: In questi anni siamo stati invitati ed abbiamo suonato con band totalmente diverse, non solo quindi in ambito metal, ma anche rock, punk, dark wave, grunge. Insomma serate di ogni tipo, in ogni caso ci troviamo bene anche di fronte a persone lontane dal metal ed ancor di più dal folk metal. Abbiamo stretto amicizie un po’ con tutti, personalmente cerco di essere sincero con gli altri e sono sicuro che le band con cui abbiamo suonato sono state sincere con noi, non è stato tutto un complimento di circostanza, ma sempre un vero e proprio dialogo nel quale ci consigliavamo gli uni con gli altri sul come muoversi. Pensiamo quindi di far parte di una scena più amplia, una scena musicale, sicuramente di un mondo underground, e la cosa migliore in questi casi è appunto un “mutuo soccorso”. La guerra tra poveri è deprecabile, solo tutti insieme potremmo scavalcare quel muro che ci tiene in una sorta di sottoscala quando invece ho sentito gruppi che hanno tutto il necessario per essere considerati molto di più. Sono sicuro che ci sono anche i “paraculi”, ma per fortuna non ne abbiamo incontrati ancora.

A settembre suonerete al Traffic Club di Roma per la presentazione ufficiale di Utopia: cosa si devono aspettare le persone che verranno e ci saranno sorprese? (la serata è stata poi spostata al 6 ottobre, ndMF)

Gianni: L’ultima serata che abbiamo fatto prima del lockdown è stata proprio al Traffic. È un po’ ricominciare da dove abbiamo lasciato e siamo molto felici di questo. Ovviamente proporremo qualche brano dal precedente EP, ma il 90% dell’esibizione sarà concentrata su Utòpia. Ci sono alcuni pezzi che suoneremo in maniera leggermente diversa rispetto al disco, niente di che, ma chi lo ha ascoltato si accorgerà della differenza. Speravamo addirittura di riuscire a portare un brano inedito, ma è ancora presto per questo. Forse per la data di Napoli il 24 ottobre riusciremo a portarlo.

Siamo alla fine, volete aggiungere qualcosa?

Gianni: Un grazie a te Fabrizio per lo spazio che ci concedi, alla Hellbones Records che ci ha adottato, ma soprattutto a tutte le persone che in questi anni ci hanno incitato a continuare. Ragazzi, se non ci conoscete ancora, potete seguirci sia su Instagram che su Facebook, per tutte le notizie: @stilemaofficial. L’appello finale va oltre a noi Stilema. In Italia abbiamo tantissime ottime band, l’unico modo che avete per farle crescere è andare ai loro concerti, trovate quelle che vi piacciono, ascoltatele e supportatele come potete. È ovvio che siamo tutti più interessati ai grandi nomi storici della musica, ma l’unico modo per non far morire sul nascere delle piccole realtà che potrebbero fare molto se fosse loro data una possibilità, è riservare un po’ di quel interesse che avete per i Metallica o gli Iron Maiden, anche per le band “minori”. Horns up! Ci vediamo in giro.

Stilema – Utopia

Stilema – Utopia

2020 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Gianni Izzo: voce, chitarra acustica Federico Mari: chitarra, voce harsh Francesco “Frenk” Pastore: basso, tastiera Domenico Pastore: batteria Wiktoria Denkiewicz: violino, voce

Tracklist: 1. Il Volo Eterno 2. Tra Leggende E Realtà 3. Ophelia 4. Mondi Paralleli 5. Da Qui Non Si Passerà 6. Anacrusis 7. Utòpia – 8. Armonie

Avevamo lasciato gli Stilema un paio di anni fa con la pubblicazione dell’EP Ithaka e li ritroviamo ora con un cd, Utopia, che mostra la maturazione artistica del gruppo di Ladispoli (Roma). Con il nuovo album Gianni Izzo e soci virano decisamente sulla strada dell’heavy metal, senza però rinnegare o abbandonare quell’alone di poesia che li ha sempre contraddistinti, rendendoli fin da subito personali e diversi dal resto della scena: se è vero che la chitarra ricopre ora un ruolo più importante rispetto al passato, non da meno sono le linee vocali di Izzo, cantastorie d’altri tempi al servizio del folk metal.

Utopia è un album prodotto dalla Hellbones Records in formato digipak, composto da otto canzoni per un totale di quarantadue minuti di durata. L’opener Il Volo Eterno è il classico brano di apertura nel quale la band riversa tutte le capacità al fine di realizzare una “canzone riassunto” che può essere considerata il manifesto musicale degli Stilema 2020. Tra Leggende E Realtà ha un sound tipicamente folk metal: andatura allegra e ottime linee vocali, senza dimenticare il violino sempre al servizio della composizione. L’intro di Ophelia, delicato e dolce, porta in un mondo nel quale i musicisti mostrano tutta la propria classe costruendo una canzone che, nonostante qualche urlo, non abbandona mai una sorta di romanticismo che la fa risaltare immediatamente fin dal primo ascolto. Di Mondi Paralleli rimane impresso il break a metà canzone, dove tutto cala e quasi dal silenzio riparte il violino per poi esplodere nel bel ritornello. Le sirene dei bombardamenti introducono Da Qui Non Si Passerà, probabilmente il brano più diretto ed efficace di Utopia. Si tratta di ottimo folk metal ricco di grandi riff di chitarra, stacchi potenti e ottime linee vocali: davvero ben fatto! Dopo il breve intermezzo Anacrusis si giunge alla title-track: gli Stilema non rifiutano la sfida di allargare il raggio sonoro e negli oltre otto minuti della canzone troviamo veramente un po’ di tutto, comprese alcune accelerazioni estreme che mai prima avevamo sentito in un loro pezzo. Stupisce in positivo il blocco centrale progressive (che prosegue più tardi con un guitar solo) presto ammorbidito dalla chitarra acustica e una sonorità che riporta al cantautorato. Se c’è un brano in grado di rappresentare le vaste possibilità del gruppo, beh quello è proprio Utopia. In chiusura del disco troviamo Armonie, con il pianoforte nella parte del leone per un dolce componimento che equilibra il cd e porta a conclusione con grazia un lavoro maturo e a tratti sorprendente.

Utopia fotografa gli Stilema anno 2020: una formazione che ha trovato la propria via e la percorre con sicurezza, conscia delle proprie capacità e libera da ogni tipo di limite. Complimenti Stilema!

Kalevala hms – If We Only Had A Brain

Kalevala hms – If We Only Had A Brain

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Simone Casula: voce – Daniele Zoncheddu: chitarra – Francesco Vignali: basso – Tommy Celletti: batteria – Dario Caradente: flauto – Enrico Cossu: viola, violino

Tracklist: 1. Song To Sing In Case Of Armageddon – 2. Victory Is For Suckers – 3. Dumbo Alla Parata Nera – 4. Mickey Finn – 5. Cyberkampf – 6. If We Only Had A Brain – 7. Die Moorsoldaten – 8. Root Radioed – 9. Medusa – 10. No Cheese = Blue Cheese – 11. For The Old World – 12. Elettrochoc (Matia Bazar cover) – 13. Les Peintres – 14. Principessa – 15. Tribù

Se tutti i dischi folk metal oriented pubblicati in Italia avessero la qualità e la freschezza di If We Only Had A Brain la scena tricolore sarebbe tra le più quotate al mondo. Le cose, purtroppo, non vanno in questo modo, ma il nuovo e a (troppo) lungo atteso disco degli emiliani Kalevala hms ha la forza per farsi rispettare dalla giovani e scalpitanti band, portando divertimento, riflessioni e ottime canzoni alla causa.

Sono passati ben otto anni da There And Back Again, secondo lavoro in studio, e sei da Tuoni, Baleni e Fulmini, doppio cd che comprendeva cover e pezzi diversamente arrangiati e dvd live. Da allora ci sono stati live e festival, ma il nome degli emiliani ha iniziato a circolare sempre meno fino a quando, finalmente, è arrivato l’annuncio del nuovo If We Only Had A Brain, cd composto da ben quindici tracce ma che non arriva ai cinquanta minuti di minutaggio. Musicalmente i Kalevala hms suonano sempre alla loro maniera: musica rock, irish, progressive e un tocco di metal sono sapientemente mescolati al fine di produrre un sound personale e immediatamente riconoscibile come in pochi possono vantare. Nel corso degli anni lo stile del gruppo non è mai mutato nonostante i cambi di formazione, ma non sono mancate le piccole novità che rendono i nostri sempre “nuovi” da ascoltare. Anche in If We Only Had A Brain c’è spazio per qualcosa che ai più potrebbe risultare insolito, ma conoscendo Zoncheddu e soci non ci si può meravigliare. Le quindici canzoni sono sì tante, ma anche varie e dinamiche, non ci sono brani che si assomigliano tra di loro, eppure dalla prima all’ultima nota si riconosce subito lo stile dei Kalevala hms. Song To Sing In Case Of Armageddon è il classico biglietto da visita che riassume tutte le caratteristiche dei musicisti, mentre Victory Is For Suckers (“un’apologia rock’n’roll  del fallimento”) unisce violini e chitarre crude alla Malcolm/Angus Young, ma è conDumbo Alla Parata Nera che arriva la prima sorpresa: si tratta della rivisitazione con testo modificato del classico Disney, una marcia tetra ed efficace che porta a Mickey Finn, brano teatrale e oscuro che avanza con sicurezza e potenza guidato dal sempre in forma Simone Casula. Con Cyberkampf si cambia registro: canzone multiforme e senza una chiara direzione, sembra la trasposizione musicale del libro 1984 per quanto folle e inquietante. Arriva il turno della title-track, anche questa una rivisitazione del classico Disney Il Mago Di Oz. Il testo è stato riscritto e sembra una trista constatazione dei tempi che corriamo… “se solo avessimo un cervello”… peccato che per molti non sia così! Dopo lo spensierato If We Only Had A Brain arriva la pesante (nel senso di tema trattato) Die Moorsoldaten, canzone della resistenza tedesca scritta nel campo di concentramento di Börgermoor e fatta circolare in Europa con lo stratagemma di un calzolaio che infilò i fogli con testo e musica tra la suola e la tomaia delle scarpe. In questa versione cantata in tedesco, francese e italiano è presente il Coro Dei Malfattori, ospiti che fanno capolino anche in altri brani. Rock, veloce e dinamico, Root Radioed sgrulla via la malinconia e l’oscurità degli ultimi minuti a favore di un bel mix di musica colta nella quale spicca lo stacco heavy della chitarra di Zoncheddu presto doppiata dal flauto. Con Medusa si omaggiano i naufraghi di tutti i tempi, e con No Cheese = Blue Cheese si torna nei fantastici anni ’80, quando tutti noi eravamo vestiti con colori fluorescenti e il futuro sembrava una vittoria certa. La breve, spiazzante e bizzarra For The Old World fa da apripista a un grande pezzo della musica italiana, quell’Elettrochoc dei Matia Bazar che se fosse stata scritta dai Depeche Mode sarebbe stato un successo mondiale. La nuova versione è chiaramente rock, “stralunata” nelle strofe e massiccia nei ritornelli, una bella prova di coraggio e bravura decidendo di confrontarsi con un gruppo storico e una canzone iconica. Il francese di Les Peintres è elegante e ben si addice alle chitarre belle piene e alla rocciosa sezione ritmica, presto seguita da Principessa, canzone che cita Puccini e Morricone senza paura di alzare il gain della distorsione per quella che è una composizione atipica ma funzionale all’ascolto del cd. L’ultimo brano in scaletta è Tribù, epico e drammatico, un buon modo per portare a conclusione l’ascolto dell’album.

Registrato al Noise Studio di Francesco Chiari e masterizzato presso La Maestà di Giovanni Versari (Muse, Piero Pelù, Le Vibrazioni ecc.), If We Only Had A Brain è un lavoro intelligente e attuale visti i temi trattati (immigrazione, lotta al nazifascismo, naufraghi, controllo delle menti), coinvolgente e sempre fresco anche dopo ripetuti ascolti. L’oscurità è parte fondamentale della musica e dei testi, ma i Kalevala hms sono bravi a sdrammatizzare quando ce n’è l’opportunità. If We Only Had A Brain è un tipo di lavoro che non si trova spesso in giro e in questi anni è mancato alla scena italiana: bentornati Kalevala hms e non fateci aspettare tanti anni per il prossimo cd!

Intervista: Blodiga Skald

In piena pandemia i Blodiga Skald hanno pubblicato il secondo lavoro dal titolo The Undrunken Curse, un disco coraggioso che guarda oltre il “classico” folk metal. Purtroppo la band è stata bloccata nella promozione live, ma chiaramente guarda avanti in attesa di poter presentare le nuove canzoni sui palchi d’Europa. Il chitarrista Ghâsh non si è tirato indietro in questa chiacchierata, rispondendo e approfondendo diversi aspetti del nuovo cd e accennando alla pubblicazione di un’edizione limitata cd + libro.

Il secondo disco è stato pubblicato ad aprile e vi chiedo come ci si sente dopo un traguardo come questo e come state reagendo al fatto di non poter promuovere il nuovo materiale suonando concerti.

Ciao Fabri! Allora come ci si sente? Boh, normale ti direi ahahah. Siamo contenti di aver raggiunto questo traguardo e speriamo che sia un altro passo in avanti! Per il fatto di non poterlo promuovere a dovere, con release party, tour e festival è effettivamente castrante, ma la situazione è questa ed è comune a tutti gli artisti. Utilizzeremo questo tempo per provare tutte le nuove canzoni e fare uno show degno di nota alla riapertura.

The Undrunken Curse suona diverso da Ruhn e come sai ho mosso diverse critiche al nuovo disco, fermo restando la bontà generale del materiale. La prima cosa che si nota è la produzione, molto potente, forse pure troppo per quel che riguarda la batteria.

Partiamo da una base, se avessimo fatto il secondo album e fosse stato recepito come un Ruhn 2, mi sarei evirato seduta stante ahahah. Battute a parte, crediamo fermamente che una parte fondamentale di un artista sia l’evoluzione, se si rimane inchiodati alle stesse sonorità (tra l’altro esplorate sotto ogni forma da ormai trenta anni) non c’è evoluzione, non come la intendo io perlomeno, per questo ci abbiamo messo tre anni a farlo uscire. La produzione, per tornare poi alla tua domanda, è diversa quasi per necessità; ci siamo dovuti adattare alle enormi orchestrazioni che ci sono dietro e che hanno preso, oltre alla maggior parte del tempo per quanto riguarda gli arrangiamenti, anche un grande fetta dello “spazio” disponibile nel mix, nonché, sempre per scelta, sono quelle che risaltano meglio nel master (e nel lavoro) visto in toto. La grande differenza iniziale rispetto a Ruhn è proprio questa, un lavoro enormemente più orchestrato, quasi cinematografico, che ha richiesto una potenza di lavoro diversa, senza però dimenticare i classici giri folk danzerecci che sono stati la nostra fortuna.

C’è un volto nuovo al violino: come mai questo cambio e quanto ha portato la nuova arrivata al sound dei Blodiga Skald?

Sì, diciamo che dopo l’ultimo tour europeo ci siamo seduti e abbiamo valutato insieme cosa fare per il futuro. Sia le spese che avremmo dovuto affrontare che la mole di live che ci aspettava (e che avevamo già fatto, e fidatevi fare tour da due o tre settimane, in tutta Europa, al minimo delle spese è estremamente sfiancante sia fisicamente che psicologicamente) hanno fatto prendere la decisione di lasciare la band a Vittoria. Fortunatamente abbiamo trovato quasi subito Sefora (Yindi) interessata al progetto: il suo inserimento nella band è stato facile, ci siamo subito trovati per quanto riguarda i gusti musicali e ha dato un’enorme mano per gli arrangiamenti (purtroppo il conservatorio classico ha un suo peso ahahah). L’idea di evoluzione nei Blodiga Skald era già presente prima dell’arrivo di Sefora, che si è però adattata subito alla situazione e, grazie ad un ottimo feeling, ha contribuito in piccola parte alla composizione ma soprattutto agli arrangiamenti del nuovo album.

Anche la voce di Axuruk ha un ruolo diverso rispetto al passato: più “intrattenitore” e teatrale, sempre con un bel growl profondo. Quanto ha inciso il cambio di rotta musicale nel suo modo di cantare?

Semplicemente Axuruk non è un cantante, ma uno showman! Si è adattato facilmente anche perché è stato uno dei primi promotori di questa svolta folk/cinematografica/orchestrale o come la si vuole chiamare.

Infine, alcune canzoni (o parti di canzoni) mi sono sembrate un po’ forzate, quasi a cercare il sorriso dell’ascoltatore o il punto esclamativo sulla fronte dalla sorpresa. Così come i riferimenti alla musica classica, fuori luogo (o non ben contestualizzati) a mio modo di vedere.

Per la prima parte della domanda, sì, è proprio quello che cercavamo; non il solito disco folk metal che già sai dove ti porterà, come una strada che conosci ormai a memoria. Quello che abbiamo cercato, invece, è una continua sorpresa, uno scoprire nuovi percorsi, o come ha detto un caro amico “un caleidoscopio di influenze” che (speriamo) stimolino l’ascoltatore ad ascoltare e riascoltare i pezzi per trovare sempre qualcosa di nuovo, senza rinnegare ne il genere ne quello che abbiamo fatto prima, ma tentando di evolverlo e di evolverci anche noi; sicuramente non si potrà dire facilmente “ah si i Blodiga Skald quelli che suonano come (gruppo X)” e questo ci piace, tanto.😉 I riferimenti alla musica classica erano già presenti, anche se in piccola parte, in Ruhn (Follia è un omaggio a Vivaldi), qui sono stati sicuramente più esplorati, anche se sono circa tre o quattro minuti in un album che ne dura quasi cinquanta; fa parte del background di tutti i musicisti dei Blodiga Skald l’amore per la musica classica e questo è un fatto. 😊 Abbiamo anche inserito una ballata, suonata con un liuto spagnolo del 1600 e cantanta da Yindi, che si avvicina ad una canzone folkloristica classica; le sorprese in The Undrunken Curse sono tante e sono tutte volute. 😉

Dietro a The Undrunken Curse c’è un concept che vale la pena raccontare e che se non sbaglio potrebbe diventare un libro. Ti chiedo, quindi, di raccontarci di più dei testi e di darci qualche informazione sulla pubblicazione del libro.

Intanto sì, ti confermo che il libro è finito e sarà presto messo in prevendita sul nostro store e venduto con una special edition del disco. Senza fare troppi spoiler, il disco è un concept album “circolare” ovvero i fatti che accadono nel finale dell’album si ricongiungono con l’inizio (ecco perche c’è un intro e un ourtro del disco sostanzialmente uguali, ma suonati con intenzioni diverse, proprio per dare questa sensazione di circolarità). Come ti dicevo niente spoiler, ma annoveriamo nella storia maledizioni che impongono la sobrietà (undrunken curse), nani senza barba e capelli, viaggi in nave e loop temporali!

Nel brano Yo-Oh The Sail Is Low è presente Keith Fay dei Cruachan. Come è nata la collaborazione e in che maniera avete lavorato con lui? Qual è il disco della band irlandese che preferisci?

Abbiamo suonato assieme a Bucharest e già li è nata una forte amicizia, ci siamo poi rivisti al Malpaga di un paio di anni fa e abbiamo deciso di proporgli questa cosa, lui voleva prima aspettare di sentire il pezzo (giustamente) e poi risponderci. Appena finita Yo-Oh The Sail Is Low gliel’abbiamo mandata, è stato entusiasta del pezzo e ha deciso dove cantare e cosa, ci ha mandato la registrazione e via. La cosa che vogliamo far presente è che avrebbe potuto chiederci dei soldi per il tempo o per il materiale che ha usato, e invece non l’ha fatto. Grazie ancora Keith!

Nella recensione ho detto che The Undrunken Curse potrebbe essere un album di transizione e che i “veri” Blodiga Skald si vedranno con il terzo lavoro. Sarà così? State già scrivendo qualcosa per prossimo cd?

Croce e delizia dei Blodiga Skald è che hanno bisogno di tempo per scrivere delle cose che ci soddisfino a pieno, quindi sì, stiamo già scrivendo cose nuove e vogliamo fare un terzo album, ma le cose buone hanno bisogno di tempo. Non so come sarà il terzo album, sicuramente sarà diverso da Ruhn e da The Undrunken Curse, questo è sicuro.

Con la pandemia i concerti e i festival sono praticamente saltati tutti, forse mandando all’aria i vostri programmi promozionali. Come contate di recuperare e farete qualcosa di particolare? C’è qualcosa che bolle in pentola per la prossima stagione concertistica?

Con molta probabilità salterà il nostro tour di fine settembre e il release party qui a Roma, sposteremo le date per il 2021 e nel mentre lavoreremo a come proporre uno show migliore per i nostri fan! Stiamo lavorando anche molto sui social, forse a breve potremmo fare un live acustico in diretta Facebook, chissà…

Un anno fa avete suonato in apertura agli Arkona e ti chiedo cosa si impara da queste situazioni, quando si ha a che fare con band che hanno fatto la storia del genere.

Intanto la cosa che ci fa più piacere è che quando arriva un gruppo folk metal grande a Roma e si cerca un apertura, gli organizzatori pensano sempre a noi (senza chiederci mai soldi, siamo sempre stati estremamente contrari al pay to play), e questo ci riempie di orgoglio. Fortunatamente siamo quasi “abituati” ad aprire a gruppi grandi sia in italia che all’estero e quello che vedi è la differenza tra chi fa questo per lavoro e chi no. La qualità si paga e le performance di chi campa facendo il musicista sono di un altro livello, c’è poco da fare. Un’altra cosa che si impara da queste situazioni è la professionalità dei musicisti e degli addetti ai lavori, ma appunto torniamo a ciò che ho detto prima.

Negli ultimi anni avete girato parecchio, anche in Europa: vuoi fare da talent scout e nominare un paio di gruppi che hai avuto modo di conoscere/ascoltare e non sono noti in Italia?

Ahahah allora nomino sicuramente i Leecher, abbiamo fatto un tour intero assieme ed oltre ad essere dei ragazzi stupendi propongono qualcosa di inedito, che non è poco! Altro gruppone i Fiery Waltz, totalmente sconosciuti ma tecnicamente mostruosi, i Death slovacchi, bravi bravi!

Ultima domanda: credi che esista una scena folk metal italiana? E romana?

Esiste, esiste! Da quando abbiamo iniziato a girare per l’italia abbiamo conosciuto gruppi validissimi per tutta la penisola, a parte i notissimi Furor Gallico, persone stupende, con i quali abbiamo condiviso il palco qui a Roma e il cantante ci è venuto personalmente a fare i complimenti dopo la nostra performance al Malpaga, estremamente carini. Abbiamo stretto grandi amicizie con i Calico Jack di Milano, con i fratelli Legacy Of Silence di Torino (addirittura il cantante ci sostituisce Axuruk quando non può suonare), i Kormak o gli Elkir con cui abbiamo diviso il palco più volte! Per quanto riguarda la scena romana, a parte gli amici di ormai (stra)vecchia data Dyrnwyn e noi Blodiga Skald, non conosco altre band di folk metal nel vero senso del termine, molte magari le definirei piu black, sostanzialmente.

Grazie per le risposte, soprattutto per quelle delle domande meno simpatiche. Spero di rivedervi presto in concerto!

Non esistono domande scomode ma solo interlocutori svogliati!

Blodiga Skald – The Undrunken Curse

Blodiga Skald – The Undrunken Curse

2020 – full-length – SoundAge Productions

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Axuruk “Jejune”: voce – Ghâsh “Barbarian Know-All”: chitarra – Rükreb “The Noble One”: basso – Vargan “Shepherd Tamburine”: batteria – Tuyla “The Glorious One”: fisarmonica, tastiera – Yindi “Servant Of Anor’s Flame”: violino

Tracklist: 1. The Curse – 2. Yargak – 3. Sbabobo – 4. Estelain – 5. Spirits Of Water – 6. The Sacrifice – 7. Tourdion – 8. To The East Of Sorrow Town (Circus Of Pigsley) – 9. Fugue – 10. Yo-Oh The Sail Is Low – 11. Never Leave A Friend Behind

I Blodiga Skald aveva sorpreso positivamente la critica con il disco di debutto Ruhn, uscito a metà 2017, che mostrava una grande e gustosa evoluzione dall’EP Tefaccioseccomerda di due anni prima. La band ha successivamente intrapreso una fitta serie di date – sempre considerando lo status underground della formazione romana – che li ha portati più volte a suonare all’estero, accrescendo meritatamente il numero di seguaci sparsi per l’Europa. A tre anni dal primo full-length il gruppo che vede il pittoresco Axurux alla voce, torna sul mercato con il nuovo The Undrunken Curse, lavoro composto da undici tracce per un totale di circa quarantaquattro minuti. A livello estetico il disco si presenta più che bene: la copertina e l’artwork sono stati realizzati da Jan “Örkki” Yrlund (artista che abbiamo incontrato svariate volte con Cruachan, Atlas Pain, Korpiklaani, Manowar) e rappresentano bene l’essenza giocarellona dei Blodiga Skald, a partire dalla bella copertina e per finire con il booklet completo di testi dove i singoli musicisti sono rappresentati sotto forma di disegno con sembianze “orchesche”. Ascoltando The Undrunken Curse, però, ci si rende facilmente conto che alcune cose sono cambiate e che forse questo cd va visto come un lavoro di transizione, ma andiamo per gradi.

La prima cosa che salta all’orecchio è la produzione potente e aggressiva, forse un po’ fredda e che nel mix finale penalizza la batteria di Vargan, ma che sicuramente è la chiara visione artistica dei musicisti e che, è bene precisarlo, con questo tipo di musica ci può star bene. La seconda novità è data dalla presenza della violinista Yindi che sostituisce Maerkys, portando in dote uno stile molto diverso che però ancora non si è amalgamato al 100% con il sound dei Blodiga Skald. Sound che in realtà ha virato da un classico e rumoroso folk metal a un qualcosa di più teatrale, quasi cabarettistico (nell’accezione positiva). Questo cambiamento tuttavia non è stato completato con The Undrunken Curse, disco dove si alternano brani veramente ben fatti (The Sacrifice, To The East Of Sorrow Town (Circus Of Pigsley), le conclusive Yo-Oh The Sail Is Low che vede la presenza dell’ospite Keith Fay dei Cruachan e Never Leave A Friend Behind) ad altri che non convincono a pieno (Yargak, Sbabobo) o, ancora, che stonano completamente (il finale di una comunque buona Estelain, Spirits Of Water e gli evitabili intermezzi Tourdion e Fugue). A tal proposito si ha la sensazione che i continui riferimenti alla musica classica, anche se parte del bagaglio musicale/culturale di alcuni musicisti, siano forzati, quasi a voler dare un tocco di classe laddove, in realtà, non se ne avverte il bisogno.

Quel che rimane una volta concluso l’ascolto è che i Blodiga Skald siano in piena fase evolutiva e The Undrunken Curse sia il classico album a metà strada tra passato e presente. Come detto precedentemente alcuni brani funzionano alla grande trainando l’ascolto del cd fino alla fine e forse sarebbe bastato davvero poco per rendere il disco ancora più accattivante. Le canzoni, su questo si può stare sicuri, funzioneranno alla grande in sede di concerto, ma forse per ascoltare al 100% i “nuovi” Blodiga Skald ci sarà da aspettare il prossimo lavoro in studio.

Intervista: Barad Guldur

Il bello di gestire un sito indipendente e libero come Mister Folk sta anche nel decidere di dare spazio con un’intervista a gruppi underground che si autoproducono il disco di debutto invece del gruppo con sette dischi incisi e numerosi tour alle spalle. Si perdono una marea di visualizzazioni, ma essendo Mister Folk un sito indipendente e libero, conta solamente la bontà musicale dei gruppi e il desiderio di dar voce a chi altrove voce non ha. I Barad Guldur, oltretutto, hanno pubblicato un bel disco di debutto e come potrete leggere, di cose da dire ne hanno anche parecchie! Quindi vi lascio a questa bella chiacchierata con il cantante Ivan Nieddu, Cicerone del mondo Barad Guldur.

Una persona legge “Bergamo e baghèt” e pensa ai Folkstone e invece ci sono anche i Barad Guldur! Come nasce il gruppo e perché la scelta di questo nome?

Ciao Mister Folk e grazie, in primis, per questa intervista! I Barad Guldur (le iniziali non sono scelte a caso) nascono da un sogno che coltivavo già dall’adolescenza: poter unire le sonorità che amavo all’epoca (epic/power metal e composizioni di Simonetti) con strumenti folkloristici reali, quindi senza uso di synth. Un altro punto cardine del progetto sarebbero dovuti essere i testi. Di cosa parlare? Di ciò che amavo di più: fantasy e storie di paura. E così è stato fatto: leggende con citazioni e riferimenti tolkieniani e pagani. Il nome stesso della band richiama la torre più alta di Dol Guldur, la fortezza del Negromante (ne Lo Hobbit). E quali racconti possono giungere da lì, se non storie di creature leggendarie e spaventose? Fantasmi, mostri, morti che camminano, magie terribili e draghi. Purtroppo ero solo un ragazzino con tanti sogni e non avevo nessuno con cui condividere questo. Fino a poco tempo fa. Prima ho avuto il sostegno di Eliana (mia moglie) per le composizioni delle cornamuse e la ricerca dei racconti popolari e delle fonti per i testi. E poi, piano piano, tanti musicanti si sono uniti a questo folle viaggio. Ci sono voluti più di vent’anni… Ma eccoci qui!

Dopo qualche anno dalla fondazione arrivate al debutto Frammenti Di Oscurità. Come mai non avete voluto realizzare uno o più demo/EP prima di arrivare al full-length? Ora che il disco è uscito, come vi sentite?

Avevamo dato forma a una prima versione di Canso De Bouye (oltre a varie cover, che ci son servite per la ricerca dei componenti della band), caricata sul nostro canale YouTube, giusto per vederne un riscontro e iniziare a sperimentare la fase di produzione. A quel punto avevamo già le idee abbastanza chiare e sufficiente materiale per un album. Senza presunzione, ci siamo concentrati su esso e non abbiamo pensato a pubblicare singoli o altro. Insomma: “Dritti alla meta e conquista la preda” (cit.). C’è voluto tempo. Tanto. Ma ne è valsa la pena. Ora che Frammenti Di Oscurità ha preso forma e vita è come se avessimo superato un valico montano: fatica, impegno, determinazione, ma la vista che si gode è stupenda e apre su una nuova valle tutta da esplorare. Quante strade, quanto ancora c’è da fare… Quanti angoli da esplorare, quante cadute, quante vette da ammirare… Quanti panorami in cui perdersi e sognare… È proprio quello che vogliamo, perché la musica (come l’arte in generale) è questo: un viaggio. E vale la pena viverlo.

Tra le influenze leggo anche Blind Guardian e Iced Earth. In quale modo questi due gruppi sono stati (e sono) importanti per i Barad Guldur? Descrivete la vostra musica a chi non vi conosce, magari suggerendo una sola canzone motivandone la scelta.

Personalmente importantissimi, soprattutto per la composizione della struttura dei brani e la tecnica vocale di Hansi Kursh e Matt Barlow (parlando degli Iced Earth di Something Wicked This Way Comes e Horror Show). Gli altri musicisti della band godono anche di altre influenze: dagli Amon Amarth, agli Eluveitie, passando per tutto ciò che a ciascuno piace e ama. Comunque l’influenza di quelle band è palese, basta ascoltare Imaginations From The Other Side dei Guardian (per l’impatto epico) o Wolf degli Iced Earth (per la sua aggressività), canzoni che si accomunano rispettivamente con Frammento di Oscurità e Senza Paura.

Chi si occupa della composizione dei brani? Si tratta di un lavoro di squadra?

La composizione avviene in fasi parallele: scrivo la struttura del brano e le cornamuse scrivono almeno un motivo che andrà poi inserito nel brano stesso (nel ritornello, nell’intro o in uno stacco). Finita questa fase, lavorano chitarre, basso e batteria per dar forma all’abbozzo, trasformando la struttura in una vera e propria canzone. Ultimate tutte le parti di cornamusa lavoriamo alle armonie di ghironda e violino, così da creare un’orchestrazione fra gli strumenti folk. Infine chi di dovere lavora sul solo, mentre io scrivo testo, linee melodiche e inserisco le voci. Ogni strumento ha “carta bianca” sulle proprie parti (tranne, ovviamente, alcuni lavori di armonia, che giocano su melodie già scritte in precedenza).

Come nasce una canzone come POININOS?

POININOS è tratta dalle incisioni rupestri dei Massi della Camisana, nel territorio di Carona, in alta Valle Brembana. È un’antica invocazione al Dio Pennino, divinità delle vette e delle montagne. Ne abbiamo tratto il testo dall’incisione e, cercando sonorità ancestrali, abbiamo dato forma a questo brano, che utilizziamo anche come invocazione durante la cerimonia del fuoco votivo durante la manifestazione Orobica Lughnasadh. Non è propriamente una “storia di paura”, ma è comunque un lascito dei nostri avi, un rito antico, un patrimonio storico e culturale che abbiamo desiderato omaggiare e conservare, di cui ne va mantenuta la memoria. L’atmosfera che abbiamo desiderato dare al brano è quella dell’invocazione (considerando che le incisioni in alfabeto lepontico sono a 2000 metri d’altezza circa, impresse su enormi massi, probabilmente un tempio orobico): lo scorrere dell’acqua, il richiamo degli animali (gli stessi che rappresentiamo), sussurri e grida di sacerdoti e il canto dei clan, in marcia sulle vette.

In un brano collaborate con il coro alpino Le Due Valli. Immagino che per voi sia motivo di orgoglio e soddisfazione avere un pezzo così fortemente caratterizzato dal coro alpino. Mi piacerebbe conoscere la genesi di La Gratacornia.

La Gratacornia è stata ricostruita e armonizzata dal maestro Aurelio Monzio Compagnoni. È un brano della tradizione popolare, uno di quei racconti che i nonni narravano la sera davanti al camino, prima che i bambini andassero a letto. È un monito: “fa’ la nanna, perché la Gratacornia uccide i bambini che non vogliono dormire”. Non hanno mezzi termini queste storie: dovevano far paura e la facevano. Citata anche ne L’Albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi, questo brano ha l’atmosfera perfetta per il nostro album. Come si evince, il bambino chiama ancora la mamma, ma la creatura è già ai piedi del suo letto. L’epilogo non è a lieto fine. “So chè”: “Sono qui”. Mi sono innamorato del brano dal primo ascolto, avendo esso il ritmo simile a un “esercito di nani in marcia”. Mi ha richiamato fortemente anche l’elemento fantasy. Facendo parte della corale ho avuto il piacere di eseguirla dal vivo ed è lì che ne ho carpito il reale spirito e la potenza. Alla prima esecuzione avevo già capito che questo brano si sarebbe incastonato perfettamente in Frammenti Di Oscurità.

Nel booklet ringraziate Simone Pianetti e c’è una canzone dove, senza menzionarlo, sembra che parliate di lui. Perché siete affascinati dalla sua figura e cosa rappresenta (o può rappresentare) per le persone più giovani?

La canzone in questione è proprio Nella Notte Più Nera. Il brano (che abbiamo voluto sotto forma di ballata, per ricordare un po’ le atmosfere dei fienili, stalle, cantine e vecchie case, dove ci si incontrava a suonare, cantare e ballare) può essere interpretato e visto sotto molti punti di vista. Può essere un animale braccato, che scappa da chi desidera ucciderlo. Qui il suo patto con lo spirito della morte, perdendo se stesso, la sua vita, ma portando a compimento la sua vendetta. In parallelo la storia di Pianetti: portato al folle gesto, esasperato, divenuto figura ormai folkloristica della Val Brembana. A lui siamo legati, anche perché la band vede le sue origini proprio a Camerata Cornello, suo paese natale. Il brano parla implicitamente dell’ultima cena fra Simone e sua figlia, alla vigilia della strage. Cosa hanno provato entrambi quell’ultima sera assieme? Lui determinato, consapevole di perdere per sempre la sua vita. Lei? Ignara o perfettamente cosciente di ciò che sarebbe accaduto poche ore dopo? Ancora oggi c’è chi inneggia “un Pianetti per ogni paese”. E molti dovrebbero ricordarselo: portare all’esasperazione chi non ha più nulla da perdere, vuol dire arrivare a un gesto estremo. Se non è una storia di paura questa… “Fate i bravi, se non volete che Simù venga a prendervi col suo fucile”.

La copertina mi ha colpito: non la “classica” folk metal, anzi, piuttosto particolare per stile e impatto. Cosa rappresenta e come è venuta l’idea di quella figura?

Anche questa è una storia di paura (a modo suo). Eliana, nostra figlia Luna ed io eravamo a cenare da una nostra amica, nel suo agriturismo. E lì, la piccola Luna, a 4 anni, ha iniziato a raccontare di una creatura che si aggira per i boschi: Aionkel (l’ha chiamato così): come testa un teschio di tigre dai denti a sciabola con palchi di cervo, fra le mani i crani di chi lo incontra, al collo una collana di falangi delle sue vittime, armato di una grande spada con la quale fa a pezzi chi si comporta male con la natura. Praticamente una sorta di giustiziere naturalista, nato dalle fantasie (macabre) di una bambina di quattro anni, che voleva raccontarci una storia di terrore. Camino acceso, la notte fuori… C’è riuscita benissimo. Non potevamo non fare omaggio a questa sua fantasia. Abbiamo aggiunto alcune simbologie tipiche delle nostre valli: il serpente (presente anche in Cernunnos), la rosa camuna, la triskele e, dietro lo spirito, l’invocazione a Pennino (scritta con le rune orobiche/lepontiche). La realizzazione della foto (è uno scorcio di Camerata Cornello) e le artline di Aionkel fanno parte anche di un progetto fotografico fra me e Eliana: spiriti delle selve all’interno di semplici foto dei nostri boschi.

Parlando dei Folkstone, sono stati una vostra fonte d’ispirazione e cosa pensate della decisione di lasciare le scene con una serie di date live?

Personalmente i Folkstone hanno significato tanto per me, ma non tutto. Ho amato e amo moltissimo le loro canzoni, le atmosfere e i significati trasmessi. I Folkstone sono e saranno per sempre i Folkstone. Non desideriamo che i Barad Guldur possano divenire una copia (rischieremmo oltretutto di essere solo una brutta copia). Per ciò che concerne la loro scelta di lasciare le scene, possiamo solo dire che avranno avuto le loro motivazioni. Non vogliamo assolutamente fare polemica o scatenare flame, ma in tutta onestà questo è ciò che pensiamo. Una band (mi ripeterò, ma come ogni opera artistica) è un po’ come crescere un “figlio”. Per loro è il momento di farlo correre via. Sono scelte. Nel bene o nel male, non bisogna contestarle, ma comprenderle. Può far rabbia, far male, deludere, ma non è sicuramente una scelta presa alla leggera. Magari è uno stop temporaneo, ma questo è solo una congettura. Hanno lasciato tanto e sicuramente non se ne perderà la memoria. Anzi!

Bergamo, anche grazie al Fosch Fest, è da anni un luogo dove il folk metal trova particolare spazio. Avete partecipato come spettatori alle edizioni prettamente folk/viking metal del festival e com’è oggi la situazione gruppi/locali nella vostra zona?

“Del Fosch nulla resterà, se non risa che risuonerann” (cit. Per Chi Ela La Nocc). Una frase non messa lì a caso. Ho amato il Fosch (per chi non sapesse, in dialetto significa “buio”) e l’ho conosciuto sul nascere e seguito con passione. Le prime edizioni, poi, una vera festa con tanto spirito, allegria, mangiate e bevute in compagnia e ottima musica. Poi, purtroppo, qualcosa è cambiato. E tutto è arrivato inesorabilmente al suo declino. Bisogna accettare anche quello. In zona bergamasca, per fortuna, c’è sempre un buon movimento di band, locali e festival. La speranza è che questo sia una radice forte per far crescere sempre più la cultura della musica dal vivo, anche perché ci sono moltissime band valide e c’è bisogno di spazi, farsi conoscere, opportunità e tutto nasce sì da chi fa musica, ma soprattutto da chi ascolta.

Come siete messi a esibizioni live? Avendo voi una line-up che conta ben nove elementi credo che non sia facile organizzare trasferte e serate.

Di esibizioni live in elettrico, per ora, non ne parliamo. Abbiamo bisogno di più richiesta, un po’ più d’interesse e curiosità, poi se ne parlerà con entusiasmo e ci prepareremo a dovere. Nel frattempo ci esibiamo, quando possibile, in acustico. Non stiamo certo con le mani in mano. La differenza è che negli acustici siamo più “compagnoni e goliardici”, mentre l’atmosfera in elettrico sarà ben differente. E non vediamo l’ora di mettere piede sul palco. Hai evidenziato un altro aspetto importante: il numero di elementi. Da una parte variegato, per un sound più eterogeneo, dall’altra un vero problema logistico. Questo non vuol dire che non ci si possa comunque esibire con una line up più snella (cosa che avviene già in acustico). Vedremo un po’ cosa ci riserba il futuro.

Vi sentite parte di una scena folk metal? Qual è il vostro punto di vista sulla scena italiana e nord italiana in particolare? Ci sono band con le quali avete legato e vi trovate particolarmente bene?

Credo che ci sentiremo davvero parte della scena folk metal quando sentiremo qualcuno cantare una nostra canzone, quando saremo su un palco e quando qualcuno inizierà a saltare a ritmo della nostra musica. Allora sì, saremo parte vera di quella scena. Per ora siamo su un cd. Èun frammento di quella scena, ma non ancora l’insieme. Insomma, un fantasy non si fa con un drago e un elfo, ma con un viaggio. E non abbiamo ancora camminato abbastanza. Per il resto, la scena qui è buona. C’è interesse, ci sono band, qualcosa si muove sempre. La speranza è sempre quella: espandere il fenomeno e non vederlo morire. “Le radici profonde non gelano” (cit. Tolkien). Non avendo mai suonato in elettrico, non abbiamo ancora avuto opportunità di conoscere altre band, se non alcuni musicisti. Il mondo è piccolo. Personalmente mi trovo bene con Becky dei Furor Gallico. Dei ricordi legati a lei (fra cantate, bevute e mangiate), il più divertente è stato quello in cui beveva idromele in casa mia, al matrimonio con Eliana, spaesata, senza neppure rendersi conto di cosa ci facesse lì. Per Eliana e me era una di famiglia, come una cugina vicina/lontana.

Grazie per la disponibilità e complimenti per il vostro disco. Avete tutto lo spazio per aggiungere e dire quello che volete!

Grazie a te per tutto! Ehi, aspetta, abbiamo davvero spazio per aggiungere quel che vogliamo? Non sai che errore che hai fatto… Scherzi a parte, giusto una cosuccia: ascoltate Frammenti Di Oscurità possibilmente di notte, davanti al fuoco e con qualcosa di buono da bere. Buon ascolto.