Intervista: Aexylium

Conoscere una giovane band ai primi passi, seguirla negli anni e assistere alla maturazione artistica per poi parlare dei dischi che pubblica: così è successo anche con i lombardi Æxylium, avendoli incontrati per la prima volta nel 2016 grazie all’EP The Blind Crow e dando loro spazio per raccontarsi ai lettori del sito. La band del frontman Steven Merani ha da poco pubblicato il secondo disco The Fifth Season ed è questa l’occasione buona per tastare il polso a una delle più promettenti realtà folk metal. Hanno risposto alle domande Federico Buzzago (F) e Leandro Pessina (L).

RECENSIONI:
2021, The Fifth Season
2018, Tales From This Land

2016, The Blind Crow (EP)
INTERVISTE:

2018
2016

Sono passati tre anni dalla pubblicazione del debutto Tales From This Land e di strada ne avete fatta tanta. Cosa vi fa piacere ricordare degli scorsi anni, tra concerti ed esperienze nuove?

F: Ricordiamo con piacere le band con cui abbiamo condiviso il palco (ad esempio Elvenking, Wind Rose ecc.) e le persone conosciute durante i concerti, in particolar modo quando a fine esibizione vengono a complimentarsi, quello fa sempre un certo effetto. Una delle esperienze più belle e calorose l’abbiam vissuta quando ci siamo esibiti al festival di Montelago, nel 2018 se non erro: la partecipazione del pubblico in quell’occasione fu davvero incredibile.

Nuovo album e nuova etichetta: come siete arrivati alla Rockshots Records?

F: In realtà con Rockshots avevamo già avuto modo di conoscerci diversi anni fa, prima ancora della pubblicazione di Tales From This Land, poi decidemmo in quel caso di percorrere un’altra strada. Questa volta invece ho contattato Roberto Giordano per inviargli l’album ormai terminato, lui si è mostrato interessato fin da subito e quindi abbiamo deciso di proseguire assieme quest’avventura.

La quinta stagione, ovvero?

F: La quinta stagione è un ipotetico ed immaginario futuro in cui l’uomo esaurisce le risorse del pianeta, fino ad arrivare ad un’epoca di carestia e una quasi totale estinzione delle specie viventi. Il clima, la natura e di conseguenza le stagioni così come le conosciamo vengono stravolte e a questo periodo viene dato il nome di “Quinta Stagione”, appunto. Nella title-track si parla proprio di questo, ma non è tutto così catastrofico come potrebbe sembrare: infatti il testo racconta anche di speranza e di una futura possibile rinascita dell’uomo e della Terra.

I testi ruotano intorno al mondo vichingo con divinità, storie e battaglie realmente avvenuto. Da dove nasce la passione per questo popolo e continuerete a parlare di loro nei testi o siete aperti a nuovi “mondi”?

F: La mitologia norrena è un tema che ci appassiona molto, e in quest’album ci eravamo promessi di ritagliarci diverso spazio per trarne ispirazione per i testi. In particolare Steven, il nostro cantante, legge diversi libri su queste tematiche, ma anche io spesso mi lascio incuriosire ed ispirare. Per il futuro non è detto che il tema “vichinghi” possa rimanere così centrale come in quest’album, magari scriveremo qualcosa di più personale, vedremo!

Ascoltando il disco ho avuto l’impressione che il vostro sound si sia indurito, con parti molto pesanti per il genere, ma che gli strumenti folk rendono comunque orecchiabili. Cosa ne pensi?

F: Era esattamente ciò che volevamo per quest’album. Abbiamo lavorato su riff di chitarra più serrati ed heavy, cercando di ottenere un sound più incisivo anche grazie all’utilizzo del growl di Steven in più brani. Abbiamo anche introdotto diverse tracce di coro registrate dai ragazzi di Facoltà di Musicologia di Cremona, per dare un tono più sinfonico a certe parti. Poi attraverso gli strumenti tradizionali comunque ricerchiamo sempre una melodia, un qualcosa che possa rimanere facilmente in testa.

In un paio di brani è presente Arianna Bellinaso alla voce: ci vuoi raccontare qualcosa in più di questa riuscita collaborazione?

L: Ho conosciuto Arianna nell’autunno del 2018, quando ho cominciato il Triennio Accademico di Flauto alla Civica Scuola di Musica Claudio Abbado, a Milano. In particolare, abbiamo legato nelle pause caffè tra un corso e l’altro. Con lei c’è stata subito un’intesa personale, oltre che musicale, e quando Fabio mi ha detto che stava valutando l’idea di inserire una voce femminile su alcuni brani del nuovo album (all’epoca ancora un embrione) Arianna fu la mia prima scelta; mi sembrava, per timbro, tecnica e per “presenza”, la nostra candidata migliore. Lei, tra l’altro, era entusiasta della possibile collaborazione. Ascoltandone le registrazioni, anche gli altri si sono poi convinti che averla con noi in studio avrebbe notevolmente inciso sul risultato finale. La cosa migliore è stata vedere quanto la sua voce si legasse bene con il growl del nostro Steven. Non è la prima volta che collaboriamo con special guest femminili – basti pensare alla nostra versione del tema di Vikings, realizzata con il grande contributo Alessia Altea – ma con Arianna si è sviluppata un’intesa musicale unica, che speriamo di poter portare avanti.

Nell’opener The Bridge c’è anche Samuele Faulisi degli Atlas Pain. Immagino che tra di voi ci sia amicizia e stima che vi hanno portato anche a condividere il palco più volte.

F: Esatto, con Samuele e gli altri membri degli Atlas Pain c’è un bel rapporto di amicizia da diversi anni, credo che legare con nuove persone e instaurare nuove amicizie sia una delle cose più belle della musica. Da tempo avevo in mente di proporgli una parte come guest in qualche nostro lavoro per la stima che ho nei suoi confronti e lui ha accettato subito senza pensarci su, siamo rimasti molto soddisfatti del risultato.

Per la copertina vi siete rivolti a Jan Yrlund ed è davvero bella. In particolare mi piace il fatto che ci sia un colore predominante, così come il blu lo era per l’artwork di Tales From This Land. Questa dei colori è un’idea che date voi a Yrlund? Qual è il significato della copertina?

F: In realtà a Jan Yrlund abbiamo inviato solamente il testo della title-track The Fifth Season per poterne trarre ispirazione e gli abbiamo lasciato carta bianca su tutto. Lui ha centrato perfettamente il punto con la copertina, raffigurando sia la decadenza da una parte, che la rinascita dall’altra. Anche a noi la scelta dei colori è piaciuta sin da subito perché “colpiscono” e attirano già al primo colpo d’occhio.

Viviamo in tempi incerti, ma vi state comunque organizzando per suonare live e presentare le nuove canzoni di The Fifth Season?

L: Il periodo non è certamente dei migliori. Già sappiamo quanto poco – nonostante il grande potenziale di molti musicisti e di tante band – il metal e il folk contino nel panorama nazionale italiano, tra pregiudizi e stereotipi ormai ridondanti e nell’indifferenza dei più; inoltre, c’è sempre il rischio di qualche colpo di coda della pandemia. Nei limiti del possibile, posso comunque rispondere di sì. Lo scorso settembre abbiamo avuto il grande piacere di suonare, per la prima volta, al Feffarkhorn, festival che ci ha sorpresi per l’organizzazione e l’accoglienza, e per la caparbietà nel volere a tutti i costi realizzare un qualcosa che, da due anni a questa parte, è molto raro. Qui abbiamo presentato una piccola anteprima del nuovo album. Inoltre, il prossimo 7 di Novembre saremo all’Arlecchino di Vedano Olona (VA), dove vi aspettiamo per il nostro release party ufficiale. Posso poi anticipare (ma lasciando anche un po’ di suspense) che, se tutto andrà bene, il 2022 si prospetta come un anno di svolta: ci aspettano alcuni palchi europei di tutto rispetto. Se tutto rimane stabile e confermato, questi saranno i nostri primi live fuori dai confini italiani. Non vediamo l’ora.

Dovendo scegliere tre canzoni del vostro repertorio per farvi conoscere, quali scegliereste?

L: Considerando il nostro repertorio completo, includendo quindi anche i brani provenienti da Tales From This Land, credo di poter dire Into The Jaws Of Fenrir, la stessa Tales From Nowhere e, dal nuovo album, un brano tra Mountains e The Bridge.

Il sogno degli Æxylium per il 2022?

L: Ripercorrere il solco lasciato dalla Nazionale quest’anno, e “conquistare l’Europa”;)

Come sempre vi ringrazio per questa intervista, volete aggiungere qualcosa?

Grazie a te! Un saluto agli affezionati di Mister Folk e ci auguriamo che l’album sia di vostro gradimento!

Già due anni senza i Folkstone

Ieri mi è capitato di vedere una storia Instagram con i Folkstone in concerto due anni fa in quel di Milano, una data del tour di addio. Mi è tornato in mente questo articolo scritto proprio due anni fa, dopo il famoso annuncio social nel quale si comunicava la fine della band e le ultime date live. Per qualche motivo l’articolo non è mai stato pubblicato fino a oggi, rivisto e “aggiornato”, ma il contenuto è lo stesso. Un po’ di ricordi personali, qualche riflessione… un articolo diverso dagli altri pubblicati qui su Mister Folk, ma che viene dal cuore.

I Folkstone non sono stati solamente il gruppo più importante e famoso della scena folk metal italiana, ma rappresentano forse la miglior porta d’ingresso per i curiosi che si affacciano per la prima volta in questo mondo fatto di violini e cornamuse, arpe e flauti, oltre che di chitarre e batterie. Prima di celebrare i Folkstone è bene ricordare, al di là della qualità musicale (che non è mai mancata, diciamolo subito!), che se il folk metal in Italia ancora oggi gode di buona salute lo si deve proprio alla band di Lore e soci.

Poco più di due anni fa, come un fulmine a ciel sereno, i Folkstone annunciarono tramite la propria pagina Facebook che il viaggio iniziato nel 2005 giungeva ormai al termine, tempo una manciata di selezionati concerti per salutare vecchi e nuovi amici (e per raccogliere i meritati applausi, aggiungo!) e sarebbe calato il sipario in maniera definitiva. Ancora oggi non si conoscono con certezza le motivazioni di questo split, e inutili congetture a parte – le quali sui social hanno purtroppo trovato spazio – la spinta in questa direzione sembra essere la classica energia che viene meno dopo anni di tour, dischi e impegni promozionali.

I Folkstone hanno inciso sette album (contando anche Sgangogatt) e rilasciato un paio di testimonianze live (con il bonus dvd presente in Diario Di Un Ultimo), ma soprattutto hanno girato in lungo e largo l’Italia, portando divertimento e sorrisi a migliaia di persone. Era il 2010 quando vidi per la prima volta i guerrieri orobici sul palco, e ancora me lo ricordo come se fosse ieri: si trattava di un “pacchetto” incredibile formato da Kalevala hms (pure loro in procinto di sciogliersi a breve) in apertura, Furor Gallico, Folkstone e gli storici Skyclad in veste di headliner, al caro vecchio Boulevard di Misano Adriatico (RN), un concerto di grande coinvolgimento con quattro gruppi che non necessitano certo di una presentazione. Da allora, ogni anno è stato buono per vedere almeno un concerto dei Folkstone: cambiavano i musicisti ed uscivano nuovi dischi, ma il divertimento e il sudore ai loro spettacoli erano sempre gli stessi.

Al di là della questione musicale – c’è chi li preferisce i primi album, più ruspanti, chi le ultime e più riflessive pubblicazioni e chi, per non sbagliare, ha trovato del buono in tutti i dischi – è l’attitudine dei Folkstone ad aver sempre colpito la gente. Musicisti in gamba, preparati, ma soprattutto persone alla mano, gentili, che non si sono mai tirate indietro per una chiacchiera post concerto, regalando sempre grandi sorrisi. Com’è normale che sia alcuni erano più “caciaroni” e amavano passare le ore a bere birra in mezzo alla gente (Andreas in questo era un vero fenomeno!) e chi era di indole riservata, ed era bello scoprire ogni volta un lato del carattere di qualcuno che si lasciava andare a ricordi di gioventù o piccole storie di vita privata: per molti di noi fan i Folkstone sono stati una sorta di fratelli, anche se magari per una sola sera all’anno. Il rapporto musicista-fan è sempre stato bello e sincero e ciò, unito alla musica e all’impegno sul palco, non ha fatto altro che accrescere la stima e l’amore verso la band capitanata da Lore.

Il folk metal italiano deve davvero molto ai Folkstone e al Fosch Fest, il festival bergamasco che anni fa faceva sognare tutti gli amanti di questo genere musicale grazie a un’atmosfera unica e un bill ogni anno sorprendente. Per il festival, purtroppo, le cose non sono andate bene, soprattutto dopo l’apertura verso altri generi, ma quello che i Folkstone e Richard Milella, primo manager della band orobica e ideatore del festival, hanno fatto le edizioni iniziali è un qualcosa di forse irrepetibile, consacrando il folk metal nel nostro paese a suon di buona musica e birra di qualità. Se a un certo punto, proprio dopo i primi Fosch Fest, in Italia è scoppiata la “moda” del folk metal, il merito è dei nomi scritti poco fa. Una “moda” che ha portato alla creazione di tanti gruppi musicali, alcuni dei quali tutt’ora in attività con ottimi risultati, un’attenzione del pubblico verso band prima sconosciute sui nostri palchi (ma non nel resto d’Europa) e alla nascita di quella che è poi diventata la scena folk metal italiana. Non che prima non esistessero gruppi del genere, basti pensare ai Death Army che con Ragnarok (2004) hanno probabilmente inciso il primo lavoro “realmente” folk metal in Italia, formazione nella quale troviamo anche Becky dei Furor Gallico e arpa nel debutto Folkstone. Death Army che, nonostante il silenzio discografico, ebbero anche l’opportunità di aprire un Gods Of Metal. Quel che è sicuro, il diffondersi del verbo Folkstone ha dato la spinta al folk metal per emergere e farsi conoscere ma, soprattutto, ha fatto capire ai giovani musicisti che per suonare folk metal e generi vicini (viking, pagan) non si deve necessariamente parlare di Odino e Thor – personaggi affascinanti della mitografia norrena, senza dubbio – ma che è possibile raccontare storie di folklore locale, storie antiche che possono tornare alla luce e trarre ispirazione dalle meraviglie della natura che ci circondano. Questo dei testi “italiani” verrà poi definitivamente sdoganato dai Draugr con il capolavoro De Ferro Italico, ma questa è un’altra storia e forse un giorno ci sarà modo di raccontarla con il giusto tempo e spazio, ma mi piace rimarcare la scelta dei vocaboli da parte di Lore, vero poeta di montagna: frasi come “ed inerti rimangono le remote valli” o vocaboli come “rodire” non si leggono facilmente nei testi dei gruppi musicali.

Quest’articolo inizialmente doveva essere un piccolo resoconto sulla carriera dei Folkstone e raccontare l’evoluzione musicale attraverso i dischi in studio, ma scrivendo mi sono reso conto che per l’evoluzione musicale ci sono le recensioni nell’archivio e oggi la musica passa quasi in secondo piano. Non per la qualità, ma per il lato umano. Ci mancano i Folkstone, ci mancano i loro concerti e ci mancano i sorrisi di Roberta e Lorenzo, ci mancano i movimenti a tempo delle cornamuse e la grinta di Edo. Ci mancano i Folkstone e questo, probabilmente, è l’inequivocabile segno che i ragazzi che hanno iniziato a suonare “per caso” (grazie a un cd compilation della rivista Psycho! contenente un brano degli In Extremo, come ricordato da Andreas e Lore) hanno lasciato nei cuori di tutti noi. Ci mancate tanto, cari Folkstone, ed è sempre bello ricordare i momenti trascorsi insieme.

Aexylium – The Fifth Season

Aexylium – The Fifth Season

2021 – full-length – Rockshots Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Steven Merani: voce – Fabio Buzzago: chitarra – Andrea Prencisvalle: chitarra- Gabriele Cacocciola: basso – Matteo Morisi: batteria – Stefano Colombo: tastiera – Federico Bonoldi: violino – Leandro Pessina: flauto, mandolino, bouzouki

Tracklist: 1. The Bridge – 2. Mountains – 3. Immortal Blood – 4. Battle Of Tettenhall – 5. Skål – 6. An Damhsa Mor – 7. Yggdrasil – 8. Vinland – 9. The Fifth Season – 10. Spirit Of The North – 11. On The Cliff’s Edge

Prosegue la marcia dei lombardi Æxylium, freschi autori del secondo album The Fifth Season, il primo con la nuova etichetta Rockshots Records. Il gruppo di Varese continua quanto di buono fatto nel debutto Tales From This Land, con un pizzico di cattiveria musicale in più: i cinquantuno minuti dell’album scorrono molto bene, segno della bontà compositiva delle tracce. Anche l’aspetto grafico e i suoni si confermano all’altezza delle aspettative e di quanto già fatto tre anni or sono: la copertina è stata realizzata dal maestro Jan “Örkki” Yrlund (lo abbiamo incontrato con Atlas Pain, Cruachan, Hell’s Guardian, Korpiklaani e Tyr tra gli altri), mentre della registrazione se n’è occupato Davide Tavecchia, al lavoro con gli Æxylium anche nel debut album.

L’apertura del cd è affidata a The Bridge, canzone che mette in chiaro le caratteristiche della band e in quale direzione andrà The Fifth Season. Riff quadrati smussati da tastiere onnipresenti e gustose incursioni di strumenti folk fanno da tappeto alla voce aggressiva di Steven Merani (ma è presente anche Samuele Faulisi degli Atlas Pain!): dopo i primi istanti si viene travolti da un’ondata di note che lasciano il segno. Segue Mountains, canzone davvero pregevole dal potenziale da singolo che rimanda alle hit degli Eluveitie e che vede la partecipazione della soprano Arianna Bellinaso. Immortal Blood alterna parti veloci ad altre maggiormente cadenzate nelle quali alcuni dettagli impreziosiscono il brano e rendono ancor più piacevole l’ascolto. Battle Of Tettenhall tratta della battaglia di Tettenhall: si torna nel 910 d.C. quando i vichinghi subirono una pesante sconfitta scontrandosi con gli eserciti di Wessex e Mercia. La voce pulita – un’arma a disposizione degli Æxylium non utilizzata nei precedenti brani – è a questo punto gradevole “sorpresa” per un brano 100% folk metal. Vichinghi e mitologia scandinava sono i temi maggiormente trattati nel disco e la quinta canzone Skål conferma ciò: un guerriero morto in battaglia racconta del suo arrivo nella Valhalla in quella che è una composizione gioiosa, spensierata e ballabile in concerto grazie alle ritmiche incalzanti e all’ottima parte strumentale. Continuando l’ispirazione strumentale arriva An Damhsa Mor, tre minuti di grazia folk e ottimo modo per “rallentare” l’ascolto del cd prima della brusca ripartenza rappresentata da Yggdrasil, l’albero cosmico della mitologia norrena. Gli eleganti flauti e violini rendono epica una canzone che non disdegna brevi ma efficaci accelerazioni, stop n’go con tastiere e chitarre “moderne”: forse per completezza la migliore composizione di The Fifth Season! L’up-tempo Vinland porta un po’ di allegria musicale e il ritornello si stampa immediatamente in testa: dal vivo potrebbe fare sfracelli! La title-track vede l’ottima alternanza delle voci maschile/femminile (Arianna Bellinaso fa un ottimo lavoro anche qui) e belle trame folk che portano all’ultima canzone Spirit Of The North, la quale suona pomposa nelle tastiere e accattivante nelle linee vocali, ma a sorprendere è (finalmente!) la presenza di un assolo di chitarra: le sei corde nel folk metal raramente si lanciano in solitaria, ma quando accade è sempre un piacere da ascoltare. La deliziosa strumentale On The Cliff’s Edge conclude l’ascolto di The Fifth Season, un album che conferma quanto buono fatto dalla band lombarda in passato e al tempo stesso in grado di portare gli Æxylium a un livello superiore

The Fifth Season è un album di livello internazionale, cosa che non dovrebbe stupire data la buona qualità della scena italiana, ma sembra che all’estero ancora ci sia diffidenza nei nostri confronti. Quel che è certo è che gli Æxylium possono essere orgogliosi di aver realizzato un disco come questo, che non potrà far altro che aumentare di popolarità tra gli amanti del folk metal.

Dyrnwyn – Il Culto Del Fuoco

Dyrnwyn – Il Culto Del Fuoco

2021 – full-length – Cult Of Parthenope

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Thierry Vaccher: voce – Alessandro Mancini: chitarra – Alberto Marinucci: chitarra – Ivan Cenerini: basso – Ivan Coppola: batteria – Michelangelo Iacovella: tastiera

Tracklist: 1. Il Culto Del Fuoco – 2. Aurea Aetas – 3. Vae Victis – 4. Triumpe – 5. Le Forche Caudine – 6. Leucesie – 7. Sentinum – 8. Armilustrium

Il 2021 non poteva iniziare meglio: nel giro di pochi mesi sono usciti tre dischi italiani che non soffrono la concorrenza estera e che sicuramente avranno ottimi riscontri in tutto il mondo. Dopo Apocalypse con Pedemontium e Bloodshed Walhalla con Second Chapter, tocca ora ai Dyrnwyn con Il Culto Del Fuoco prendersi i meritati riflettori e dare gioia agli appassionati del folk pagan metal. La band romana, forte del nuovo contratto con la Cult Of Parthenope, pubblica il secondo lavoro Il Culto Del Fuoco in un bel digipak a sei pannelli con tanto di booklet illustrato ricco di foto, testi e tutte le informazioni sul lavoro in studio. Il cd, come il precedente Sic Transit Gloria Mundi vede il prezioso contributo di Riccardo Studer (Stormlord) alla consolle, autore anche delle fondamentali orchestrazioni.

L’iniziale title-track suona fin dai primi secondi epica e drammatica, e sono proprio questi due aggettivi a descrivere nel migliore dei modi la musica dei Dyrnwyn. I temi trattati – alcuni selezionati eventi dell’antica Roma – richiedono esattamente questo tipo di musica. Si nota subito, inoltre, un lavoro maggiormente profondo delle chitarre, più dinamiche e fresche rispetto al passato. Tutto questo non fa altro che alzare l’asticella della qualità che, è bene ricordarlo, era già a buon livello col precedente lavoro. Aurea Aetas è un brano vario stilisticamente che spazia dal mid-tempo a parti simil black sinfonico senza tralasciare le melodie del flauto suonate dell’ospite Jenifer Clementi. L’inizio di Vae Victis è un vero assalto sonoro e il proseguo non è da meno: cala la velocità, ma l’intensità continua ad essere bella alta e le orchestrazioni che si sovrappongono ai riff secchi delle sei corde non fanno altro che accentuare questa urgenza. La quarta canzone è Triumpe, massiccia e cupa, introdotta da un minuto e mezzo di narrato e sottofondo folk che ricorda le ultime cose dei Draugr. La band abruzzese è un nome di riferimento per i Dyrnwyn e un paio di volte durante l’ascolto de Il Culto Del Fuoco si palesa l’influenza degli autori del capolavoro De Ferro Italico. Con Le Forche Caudine si giunge a un piccolo capolavoro che tratta di un avvenimento della seconda guerra sannitica (321 a.C.) nella quale i Romani furono sconfitti dai Sanniti. La musica segue la drammaticità degli eventi e a colpire sono gli ottimi giri di chitarra: la coppia Mancini/Marinucci è più in forma che mai! Leucesie alterna momenti frizzanti e quasi di allegro folk metal con parti decisamente più cupe e fortemente cinematografiche (merito anche delle sempre eccellenti orchestrazioni), ma è con la seguente Sentinum che la formazione italiana tocca il massimo per intensità e trasporto. Sentinum, oggi Sassoferrato in provincia di Ancona, ai piedi dell’Appennino umbro/marchigiano, è il luogo dove si svolse una delle battaglie più importanti dell’antichità, quella Battaglia Delle Nazioni del 295 a.C. che vide la vittoria dei Romani sulla lega creata da Galli Senoni, Etruschi, Umbri e Sanniti, dando così il via libera alla conquista dell’Adriatico da parte dei Romani.

Davanti agli occhi degli eserciti
Si lancia contro l’orda
Sprona il cavallo verso le file
Serrate dei Galli
E trova la morte trafitto
Dalle sagitte nemiche
Condannando gli avversari

Allo stesso fato

L’epicità delle gesta narrate nel testo va a braccetto con quella musicale, tra mid-tempo battaglieri e brevi ma ferali accelerazioni. Il Culto Del Fuoco è concluso da un brano strumentale da ben quattro minuti, Armilustrium. Non il classico “outro”, ma un brano vero e proprio, privo di voce, che porta a conclusione un signor disco.

I Dyrnwyn sono in attività dal 2012 e anno dopo anno, cd dopo cd, hanno dimostrato tanto carattere e voglia di migliorarsi: dal grezzo (e genuino) Fatherland del 2013 al presente Il Culto Del Fuoco ne è passata di acqua sotto i ponti, ma ascoltando tutte le release della band è facile capire il lavoro dei musicisti e i miglioramenti che hanno portato prima all’ottimo Sic Transit Gloria Mundi, e infine a questi cinquanta minuti di folk/pagan metal di prim’ordine. Ormai i Dyrnwyn sono da considerare tra le migliori realtà del genere in Europa, ma dobbiamo sempre a tenere a mente che sono un orgoglio italiano.

Intervista: Stilema

Il debutto Utopia sta riscuotendo pareri positivi un po’ ovunque. Chi conosce gli Stilema non ne sarà rimasto troppo stupito: il precedente EP Ithaka era un ottimo assaggio delle capacità della band laziale. Del nuovo arrivato, della scena folk metal e dei testi che – nel vero senso della parola – arricchiscono le canzoni, ne abbiamo parlato col cantante Gianni Izzo e col chitarrista Federico Mari.

Bentornati sulle pagine di Mister Folk! Iniziamo parlando del nuovo arrivato Utopia: come ci si sente dopo aver pubblicato il primo disco?

Gianni: Ciao Fabrizio, speravamo di riuscire a fare questa chiacchierata almeno un annetto fa. Ma il destino ci è stato avverso, tra cambi di line-up, tempo risicato, pandemie, i mesi son volati. Utòpia ha inoltre richiesto più lavoro di quello che in realtà ottimisticamente pensavamo. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta, il disco sta ricevendo delle ottime recensioni ed un feedback molto positivo da parte del pubblico. Quindi, nonostante le molte problematiche affrontate, siamo molto felici di come stanno andando le cose.  

Federico: Ci si sente come all’uscita di un lungo tunnel! Nel caso specifico di Utòpia, l’inizio delle registrazioni si perdono nella notte dei tempi, poi il lockdown ha ulteriormente allungato le fasi di rifinitura. Una liberazione insomma! Ma siamo molto soddisfatti del nostro primo full-length.

Cosa vi portate dall’esperienza di Ithaka? Avete ritrovato utile l’esperienza fatta in sala prove e in studio per il precedente EP?

Gianni: Ithaka è stata un’autoproduzione, fatta nello studio del nostro Frenk, e abbiamo cercato di cavarcela, nonostante poi proprio Frenk abbia coadiuvato tutti i lavori, in quanto è sicuramente l’unico esperto tra noi, per quel che riguarda la registrazione di un brano, siamo forse stati un po’ disordinati. Con Utòpia l’approccio è stato più sistematico, abbiamo cercato di ovviare agli errori fatti nel precedente EP. Il tutto poi è passato nelle mani e all’esperienza del fonico Gianmarco Bellumori, e da questo punto di vista ci siamo sentiti anche più sicuri sulla strada che stavamo percorrendo.

Il cd suona potente e al passo coi tempi. Come sono andate le cose in studio?

Federico: Per questo dobbiamo ringraziare Gianmarco del Wolf Recording Studio che ha puntato parecchio su tale aspetto. Teneva molto al fatto che il sound fosse il più possibile moderno (nei limiti imposti dall’aspetto folkeggiante, si intende!) e potente. Il lavoro fatto sulle chitarre e sulla batteria lo trovo meraviglioso.

Gianni: Il Wolf Recording Studio è diventato per molto tempo la nostra seconda casa. Abbiamo imparato molto grazie alla professionalità e la grande accuratezza che Gianmarco ci ha messo nel proprio lavoro. Rispetto ad Ithaka abbiamo curato ancora di più gli arrangiamenti e li abbiamo ampliati. Avevamo molte tracce per ogni canzone, quindi è stato un lavoro lungo per tutti. Il fine era trovare proprio un sound che risultasse a passo con i tempi, che non desse una sensazione di esser vecchio ancor prima di compiere qualche mese di vita. Insieme a Gianmarco abbiamo sperimentato molto, finché non siamo rimasti tutti soddisfatti.

La prima cosa che balza all’orecchio è l’indurimento del sound, ora “più metal”. C’è però da dire che questo fatto non ha modificato eccessivamente la vostra anima e il tutto suona sempre molto naturale e spontaneo. Vorrei sapere se mentre stavate scrivendo le canzoni vi siete accorti che stavate andando in questa direzione e se magari in futuro ci sarà spazio anche per altri piccoli cambiamenti.

Federico: Era nostro desiderio da tempo “indurirci” un po’, ma avevamo bisogno della giusta formazione per farlo. O meglio, per far sì che ciò avvenisse nel modo più naturale possibile. Siamo già al lavoro per del nuovo materiale e la direzione è quella di un sound più pesante, coadiuvato anche dall’uso della chitarra accordata in drop c, già presente nel brano Da Qui Non Si Passerà, e ormai irrinunciabile per molte nuove idee. Questa accordatura, oltre che rendere il sound più pesante, tende ad equilibrarne l’economia generale, andando a contrapporsi al violino, aggiungendo frequenze più basse.

Gianni: Dopo aver registrato Ithaka, l’idea era quella di inserire nel nostro sound tutto ciò che ci piaceva del metal. Fondere il nostro folk, con i sottogeneri più classici del metal, fino a quelli più estremi. Adoro la varietà nei dischi e le contaminazioni tra generi, quindi sì, anche in futuro continueremo in questa direzione, cercando sempre di non snaturare le nostre radici. Insomma non credo ci sia pericolo che ascoltiate una cosa tipo Renegades degli Equilibrium da parte nostra, ma cercheremo di sperimentare sempre soluzioni nuove.

Alcuni testi sembrano riflettere la situazione internazionale che stiamo vivendo, quindi si può dire che le parole che canti siano lo specchio di una (triste) realtà. Come sono nati i testi e cosa ti porta a prendere carta e penna e iniziare a buttar giù le idee?

Gianni: Scrivo perché nessun’altro mi riesce a raccontare le cose come vorrei che me le raccontasse eheheh. Basta una lettura interessante, l’ascolto, il cercare di capire ciò che ci sta accadendo attorno. Come ascoltatore adoro i concept fantasy o storici, come musicista mi piace rimanere in mezzo a questi due mondi, creare musica per intrattenere ma anche per riflettere, fare una fotografia del mio punto di vista sulla società. Un pezzo come Mondi Paralleli ad esempio, mette il punto sull’uso delle fake news, la voglia di apparire, la necessità di arrivare a utilizzare la religione per incutere timore e controllare il “gregge”. Da Qui Non Si Passerà è nata dopo la lettura di Kobane Calling di Zerocalcare. All’inizio era proprio la musica di Utòpia ad essere designata per mettere a fuoco la questione dei Curdi, poi ho pensato che invece di un brano lungo e descrittivo, sarebbe stato più appropriato una sorta di combat song. E quindi la lunga title-track, dopo l’inno di ribellione di “Da Qui…”, è stata designata per descrivere una società che dovrebbe essere normalissima, dove non ci sono discriminazioni sessuali, razziali etc., ma che in realtà rimane a tutti gli effetti ancora una chimera. Uno sguardo amaro sulla triste realtà appunto.

Dovendo scegliere una canzone per rappresentare l’album, quale indicheresti e perché?

Federico: Sono tutte così diverse! Meglio ascoltarle tutte e lasciar scegliere agli altri!

Gianni: È vero, Utòpia ha tutta una serie di mood e di approcci musicali diversi. Abbiamo parti più epiche, altre più smaccatamente folk, le atmosfere gotiche di Ophelia, parti black, aperture a momenti più sinfonici e articolati, andando poi a finire ad un brano come Armonie che è retto solo da piano, violino e voce. È difficile scegliere, forse ti direi Il Volo Eterno, ha un ritornello epico, c’è il growling, la parte acustica, un buon riassunto del nostro sound, la giusta via di mezzo tra brani più diretti come Tra Leggende E Realtà, e pezzi più articolati e lunghi come la title-track.

La scelta di cantare in italiano: è il desiderio di far capire i testi al vostro pubblico? Il lato negativo è che al di fuori dei nostri confini i vostri testi saranno incomprensibili.

Gianni: È più la consapevolezza che è più facile esprimersi nella propria lingua, giocare con le proprie espressioni, interpretarle e pronunciare bene le parole. Molte volte sento delle pronunce tremende in inglese e leggo dei testi che si limitano alla banalità di frasi molto elementari. Mi viene in mente anche Frutto Del Buio dei Blind Guardian e la pronuncia di Hansi in italiano (per chi ha meno di quarant’anni e non conosce questa perla: andatevi a sentire il brano, ndMF), e penso che deve essere dura per uno di madre lingua inglese sopportare molte delle metal band non inglesi, se il risultato è simile a quello, o giù di li. Con questo non metto alcun veto, durante il lockdown ho scritto anche io un paio di brani in inglese, che probabilmente faranno parte del prossimo disco, ma l’italiano per quel che mi riguarda, sarà la lingua portante delle nostre produzioni. Siamo comunque in buona compagnia: Arkona, Korpiklaani, Mago De Oz, Rammstein, alla fine cantano tutti nella propria lingua. In ogni caso, siamo interessati a rendere comprensibili i testi anche per chi non conosce la nostra lingua, infatti i nostri video hanno sottotitoli in inglese.

Cosa speri per gli Stilema? C’è un qualcosa che ti farebbe dire “ora sì che sono soddisfatto”?

Gianni: Ovviamente la più grande speranza per ogni musicista non mainstream, è che un giorno riesca ad arrivare a vivere della propria musica per poter dedicare ad essa maggior tempo ed energie e creare cose sempre migliori. Come band underground non possiamo farlo liberamente, dobbiamo relegare gli Stilema ad un tempo risicato, in cui cerchiamo di fare più cose possibili. Ma un passo alla volta, ora come ora, la prima soddisfazione vera è girare, Covid-19 permettendo, più locali possibili per farci conoscere sempre di più, in modo da migliorare sempre più anche le nostre esibizioni e la nostra immagine live.

Federico: Io spero che si riesca presto a tornare a suonare in giro senza limitazioni e spero che gli Stilema possano far conoscere la propria musica a spasso per l’Europa.

Quali sono i vostri ascolti in questo periodo?

Gianni: Tra le ultime uscite, ho apprezzato molto quello che sembra essere l’ultimo disco dei Falconer, una band che ho sempre amato e non ha quasi mai sbagliato niente nella propria discografia. Anche i serbi Alogia hanno fatto un buonissimo album, anche se mi è piaciuto più il precedente Elegia Balcanica. Ho apprezzato molto anche il nuovo dei My Dying Bride. Andando un po’ indietro nel tempo ti citerei l’ultimo ottimo album dei Furor Gallico, ma quelli che sicuramente mi hanno colpito maggiormente sono i Lou Quinse e il loro ultimo lavoro che ormai risale ad un paio di anni fa Lo Sabbat, geniali.

Una domanda che faccio in tutte le interviste: vi sentite parte di una scena (romana, italiana)? Come sono i rapporti tra gruppi, sinceri o “paraculi”?

Federico: Purtroppo di questi tempi non saprei dirti se l’ambito musicale di cui facciamo parte sia catalogabile come scena. Essendo stati adolescenti ormai anni fa, abbiamo la memoria di maggior spirito di collaborazione tra varie band. Ora questa cosa viene un po’ meno. Detto questo, ci siamo sempre trovati bene con tutti i gruppi con cui abbiamo suddiviso il palco ed è sempre una bella esperienza ascoltare gli altri, se lo si fa senza invidie o complessi!

Gianni: In questi anni siamo stati invitati ed abbiamo suonato con band totalmente diverse, non solo quindi in ambito metal, ma anche rock, punk, dark wave, grunge. Insomma serate di ogni tipo, in ogni caso ci troviamo bene anche di fronte a persone lontane dal metal ed ancor di più dal folk metal. Abbiamo stretto amicizie un po’ con tutti, personalmente cerco di essere sincero con gli altri e sono sicuro che le band con cui abbiamo suonato sono state sincere con noi, non è stato tutto un complimento di circostanza, ma sempre un vero e proprio dialogo nel quale ci consigliavamo gli uni con gli altri sul come muoversi. Pensiamo quindi di far parte di una scena più amplia, una scena musicale, sicuramente di un mondo underground, e la cosa migliore in questi casi è appunto un “mutuo soccorso”. La guerra tra poveri è deprecabile, solo tutti insieme potremmo scavalcare quel muro che ci tiene in una sorta di sottoscala quando invece ho sentito gruppi che hanno tutto il necessario per essere considerati molto di più. Sono sicuro che ci sono anche i “paraculi”, ma per fortuna non ne abbiamo incontrati ancora.

A settembre suonerete al Traffic Club di Roma per la presentazione ufficiale di Utopia: cosa si devono aspettare le persone che verranno e ci saranno sorprese? (la serata è stata poi spostata al 6 ottobre, ndMF)

Gianni: L’ultima serata che abbiamo fatto prima del lockdown è stata proprio al Traffic. È un po’ ricominciare da dove abbiamo lasciato e siamo molto felici di questo. Ovviamente proporremo qualche brano dal precedente EP, ma il 90% dell’esibizione sarà concentrata su Utòpia. Ci sono alcuni pezzi che suoneremo in maniera leggermente diversa rispetto al disco, niente di che, ma chi lo ha ascoltato si accorgerà della differenza. Speravamo addirittura di riuscire a portare un brano inedito, ma è ancora presto per questo. Forse per la data di Napoli il 24 ottobre riusciremo a portarlo.

Siamo alla fine, volete aggiungere qualcosa?

Gianni: Un grazie a te Fabrizio per lo spazio che ci concedi, alla Hellbones Records che ci ha adottato, ma soprattutto a tutte le persone che in questi anni ci hanno incitato a continuare. Ragazzi, se non ci conoscete ancora, potete seguirci sia su Instagram che su Facebook, per tutte le notizie: @stilemaofficial. L’appello finale va oltre a noi Stilema. In Italia abbiamo tantissime ottime band, l’unico modo che avete per farle crescere è andare ai loro concerti, trovate quelle che vi piacciono, ascoltatele e supportatele come potete. È ovvio che siamo tutti più interessati ai grandi nomi storici della musica, ma l’unico modo per non far morire sul nascere delle piccole realtà che potrebbero fare molto se fosse loro data una possibilità, è riservare un po’ di quel interesse che avete per i Metallica o gli Iron Maiden, anche per le band “minori”. Horns up! Ci vediamo in giro.

Stilema – Utopia

Stilema – Utopia

2020 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Gianni Izzo: voce, chitarra acustica Federico Mari: chitarra, voce harsh Francesco “Frenk” Pastore: basso, tastiera Domenico Pastore: batteria Wiktoria Denkiewicz: violino, voce

Tracklist: 1. Il Volo Eterno 2. Tra Leggende E Realtà 3. Ophelia 4. Mondi Paralleli 5. Da Qui Non Si Passerà 6. Anacrusis 7. Utòpia – 8. Armonie

Avevamo lasciato gli Stilema un paio di anni fa con la pubblicazione dell’EP Ithaka e li ritroviamo ora con un cd, Utopia, che mostra la maturazione artistica del gruppo di Ladispoli (Roma). Con il nuovo album Gianni Izzo e soci virano decisamente sulla strada dell’heavy metal, senza però rinnegare o abbandonare quell’alone di poesia che li ha sempre contraddistinti, rendendoli fin da subito personali e diversi dal resto della scena: se è vero che la chitarra ricopre ora un ruolo più importante rispetto al passato, non da meno sono le linee vocali di Izzo, cantastorie d’altri tempi al servizio del folk metal.

Utopia è un album prodotto dalla Hellbones Records in formato digipak, composto da otto canzoni per un totale di quarantadue minuti di durata. L’opener Il Volo Eterno è il classico brano di apertura nel quale la band riversa tutte le capacità al fine di realizzare una “canzone riassunto” che può essere considerata il manifesto musicale degli Stilema 2020. Tra Leggende E Realtà ha un sound tipicamente folk metal: andatura allegra e ottime linee vocali, senza dimenticare il violino sempre al servizio della composizione. L’intro di Ophelia, delicato e dolce, porta in un mondo nel quale i musicisti mostrano tutta la propria classe costruendo una canzone che, nonostante qualche urlo, non abbandona mai una sorta di romanticismo che la fa risaltare immediatamente fin dal primo ascolto. Di Mondi Paralleli rimane impresso il break a metà canzone, dove tutto cala e quasi dal silenzio riparte il violino per poi esplodere nel bel ritornello. Le sirene dei bombardamenti introducono Da Qui Non Si Passerà, probabilmente il brano più diretto ed efficace di Utopia. Si tratta di ottimo folk metal ricco di grandi riff di chitarra, stacchi potenti e ottime linee vocali: davvero ben fatto! Dopo il breve intermezzo Anacrusis si giunge alla title-track: gli Stilema non rifiutano la sfida di allargare il raggio sonoro e negli oltre otto minuti della canzone troviamo veramente un po’ di tutto, comprese alcune accelerazioni estreme che mai prima avevamo sentito in un loro pezzo. Stupisce in positivo il blocco centrale progressive (che prosegue più tardi con un guitar solo) presto ammorbidito dalla chitarra acustica e una sonorità che riporta al cantautorato. Se c’è un brano in grado di rappresentare le vaste possibilità del gruppo, beh quello è proprio Utopia. In chiusura del disco troviamo Armonie, con il pianoforte nella parte del leone per un dolce componimento che equilibra il cd e porta a conclusione con grazia un lavoro maturo e a tratti sorprendente.

Utopia fotografa gli Stilema anno 2020: una formazione che ha trovato la propria via e la percorre con sicurezza, conscia delle proprie capacità e libera da ogni tipo di limite. Complimenti Stilema!