Kalevala hms – If We Only Had A Brain

Kalevala hms – If We Only Had A Brain

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Simone Casula: voce – Daniele Zoncheddu: chitarra – Francesco Vignali: basso – Tommy Celletti: batteria – Dario Caradente: flauto – Enrico Cossu: viola, violino

Tracklist: 1. Song To Sing In Case Of Armageddon – 2. Victory Is For Suckers – 3. Dumbo Alla Parata Nera – 4. Mickey Finn – 5. Cyberkampf – 6. If We Only Had A Brain – 7. Die Moorsoldaten – 8. Root Radioed – 9. Medusa – 10. No Cheese = Blue Cheese – 11. For The Old World – 12. Elettrochoc (Matia Bazar cover) – 13. Les Peintres – 14. Principessa – 15. Tribù

Se tutti i dischi folk metal oriented pubblicati in Italia avessero la qualità e la freschezza di If We Only Had A Brain la scena tricolore sarebbe tra le più quotate al mondo. Le cose, purtroppo, non vanno in questo modo, ma il nuovo e a (troppo) lungo atteso disco degli emiliani Kalevala hms ha la forza per farsi rispettare dalla giovani e scalpitanti band, portando divertimento, riflessioni e ottime canzoni alla causa.

Sono passati ben otto anni da There And Back Again, secondo lavoro in studio, e sei da Tuoni, Baleni e Fulmini, doppio cd che comprendeva cover e pezzi diversamente arrangiati e dvd live. Da allora ci sono stati live e festival, ma il nome degli emiliani ha iniziato a circolare sempre meno fino a quando, finalmente, è arrivato l’annuncio del nuovo If We Only Had A Brain, cd composto da ben quindici tracce ma che non arriva ai cinquanta minuti di minutaggio. Musicalmente i Kalevala hms suonano sempre alla loro maniera: musica rock, irish, progressive e un tocco di metal sono sapientemente mescolati al fine di produrre un sound personale e immediatamente riconoscibile come in pochi possono vantare. Nel corso degli anni lo stile del gruppo non è mai mutato nonostante i cambi di formazione, ma non sono mancate le piccole novità che rendono i nostri sempre “nuovi” da ascoltare. Anche in If We Only Had A Brain c’è spazio per qualcosa che ai più potrebbe risultare insolito, ma conoscendo Zoncheddu e soci non ci si può meravigliare. Le quindici canzoni sono sì tante, ma anche varie e dinamiche, non ci sono brani che si assomigliano tra di loro, eppure dalla prima all’ultima nota si riconosce subito lo stile dei Kalevala hms. Song To Sing In Case Of Armageddon è il classico biglietto da visita che riassume tutte le caratteristiche dei musicisti, mentre Victory Is For Suckers (“un’apologia rock’n’roll  del fallimento”) unisce violini e chitarre crude alla Malcolm/Angus Young, ma è conDumbo Alla Parata Nera che arriva la prima sorpresa: si tratta della rivisitazione con testo modificato del classico Disney, una marcia tetra ed efficace che porta a Mickey Finn, brano teatrale e oscuro che avanza con sicurezza e potenza guidato dal sempre in forma Simone Casula. Con Cyberkampf si cambia registro: canzone multiforme e senza una chiara direzione, sembra la trasposizione musicale del libro 1984 per quanto folle e inquietante. Arriva il turno della title-track, anche questa una rivisitazione del classico Disney Il Mago Di Oz. Il testo è stato riscritto e sembra una trista constatazione dei tempi che corriamo… “se solo avessimo un cervello”… peccato che per molti non sia così! Dopo lo spensierato If We Only Had A Brain arriva la pesante (nel senso di tema trattato) Die Moorsoldaten, canzone della resistenza tedesca scritta nel campo di concentramento di Börgermoor e fatta circolare in Europa con lo stratagemma di un calzolaio che infilò i fogli con testo e musica tra la suola e la tomaia delle scarpe. In questa versione cantata in tedesco, francese e italiano è presente il Coro Dei Malfattori, ospiti che fanno capolino anche in altri brani. Rock, veloce e dinamico, Root Radioed sgrulla via la malinconia e l’oscurità degli ultimi minuti a favore di un bel mix di musica colta nella quale spicca lo stacco heavy della chitarra di Zoncheddu presto doppiata dal flauto. Con Medusa si omaggiano i naufraghi di tutti i tempi, e con No Cheese = Blue Cheese si torna nei fantastici anni ’80, quando tutti noi eravamo vestiti con colori fluorescenti e il futuro sembrava una vittoria certa. La breve, spiazzante e bizzarra For The Old World fa da apripista a un grande pezzo della musica italiana, quell’Elettrochoc dei Matia Bazar che se fosse stata scritta dai Depeche Mode sarebbe stato un successo mondiale. La nuova versione è chiaramente rock, “stralunata” nelle strofe e massiccia nei ritornelli, una bella prova di coraggio e bravura decidendo di confrontarsi con un gruppo storico e una canzone iconica. Il francese di Les Peintres è elegante e ben si addice alle chitarre belle piene e alla rocciosa sezione ritmica, presto seguita da Principessa, canzone che cita Puccini e Morricone senza paura di alzare il gain della distorsione per quella che è una composizione atipica ma funzionale all’ascolto del cd. L’ultimo brano in scaletta è Tribù, epico e drammatico, un buon modo per portare a conclusione l’ascolto dell’album.

Registrato al Noise Studio di Francesco Chiari e masterizzato presso La Maestà di Giovanni Versari (Muse, Piero Pelù, Le Vibrazioni ecc.), If We Only Had A Brain è un lavoro intelligente e attuale visti i temi trattati (immigrazione, lotta al nazifascismo, naufraghi, controllo delle menti), coinvolgente e sempre fresco anche dopo ripetuti ascolti. L’oscurità è parte fondamentale della musica e dei testi, ma i Kalevala hms sono bravi a sdrammatizzare quando ce n’è l’opportunità. If We Only Had A Brain è un tipo di lavoro che non si trova spesso in giro e in questi anni è mancato alla scena italiana: bentornati Kalevala hms e non fateci aspettare tanti anni per il prossimo cd!

Intervista: Blodiga Skald

In piena pandemia i Blodiga Skald hanno pubblicato il secondo lavoro dal titolo The Undrunken Curse, un disco coraggioso che guarda oltre il “classico” folk metal. Purtroppo la band è stata bloccata nella promozione live, ma chiaramente guarda avanti in attesa di poter presentare le nuove canzoni sui palchi d’Europa. Il chitarrista Ghâsh non si è tirato indietro in questa chiacchierata, rispondendo e approfondendo diversi aspetti del nuovo cd e accennando alla pubblicazione di un’edizione limitata cd + libro.

Il secondo disco è stato pubblicato ad aprile e vi chiedo come ci si sente dopo un traguardo come questo e come state reagendo al fatto di non poter promuovere il nuovo materiale suonando concerti.

Ciao Fabri! Allora come ci si sente? Boh, normale ti direi ahahah. Siamo contenti di aver raggiunto questo traguardo e speriamo che sia un altro passo in avanti! Per il fatto di non poterlo promuovere a dovere, con release party, tour e festival è effettivamente castrante, ma la situazione è questa ed è comune a tutti gli artisti. Utilizzeremo questo tempo per provare tutte le nuove canzoni e fare uno show degno di nota alla riapertura.

The Undrunken Curse suona diverso da Ruhn e come sai ho mosso diverse critiche al nuovo disco, fermo restando la bontà generale del materiale. La prima cosa che si nota è la produzione, molto potente, forse pure troppo per quel che riguarda la batteria.

Partiamo da una base, se avessimo fatto il secondo album e fosse stato recepito come un Ruhn 2, mi sarei evirato seduta stante ahahah. Battute a parte, crediamo fermamente che una parte fondamentale di un artista sia l’evoluzione, se si rimane inchiodati alle stesse sonorità (tra l’altro esplorate sotto ogni forma da ormai trenta anni) non c’è evoluzione, non come la intendo io perlomeno, per questo ci abbiamo messo tre anni a farlo uscire. La produzione, per tornare poi alla tua domanda, è diversa quasi per necessità; ci siamo dovuti adattare alle enormi orchestrazioni che ci sono dietro e che hanno preso, oltre alla maggior parte del tempo per quanto riguarda gli arrangiamenti, anche un grande fetta dello “spazio” disponibile nel mix, nonché, sempre per scelta, sono quelle che risaltano meglio nel master (e nel lavoro) visto in toto. La grande differenza iniziale rispetto a Ruhn è proprio questa, un lavoro enormemente più orchestrato, quasi cinematografico, che ha richiesto una potenza di lavoro diversa, senza però dimenticare i classici giri folk danzerecci che sono stati la nostra fortuna.

C’è un volto nuovo al violino: come mai questo cambio e quanto ha portato la nuova arrivata al sound dei Blodiga Skald?

Sì, diciamo che dopo l’ultimo tour europeo ci siamo seduti e abbiamo valutato insieme cosa fare per il futuro. Sia le spese che avremmo dovuto affrontare che la mole di live che ci aspettava (e che avevamo già fatto, e fidatevi fare tour da due o tre settimane, in tutta Europa, al minimo delle spese è estremamente sfiancante sia fisicamente che psicologicamente) hanno fatto prendere la decisione di lasciare la band a Vittoria. Fortunatamente abbiamo trovato quasi subito Sefora (Yindi) interessata al progetto: il suo inserimento nella band è stato facile, ci siamo subito trovati per quanto riguarda i gusti musicali e ha dato un’enorme mano per gli arrangiamenti (purtroppo il conservatorio classico ha un suo peso ahahah). L’idea di evoluzione nei Blodiga Skald era già presente prima dell’arrivo di Sefora, che si è però adattata subito alla situazione e, grazie ad un ottimo feeling, ha contribuito in piccola parte alla composizione ma soprattutto agli arrangiamenti del nuovo album.

Anche la voce di Axuruk ha un ruolo diverso rispetto al passato: più “intrattenitore” e teatrale, sempre con un bel growl profondo. Quanto ha inciso il cambio di rotta musicale nel suo modo di cantare?

Semplicemente Axuruk non è un cantante, ma uno showman! Si è adattato facilmente anche perché è stato uno dei primi promotori di questa svolta folk/cinematografica/orchestrale o come la si vuole chiamare.

Infine, alcune canzoni (o parti di canzoni) mi sono sembrate un po’ forzate, quasi a cercare il sorriso dell’ascoltatore o il punto esclamativo sulla fronte dalla sorpresa. Così come i riferimenti alla musica classica, fuori luogo (o non ben contestualizzati) a mio modo di vedere.

Per la prima parte della domanda, sì, è proprio quello che cercavamo; non il solito disco folk metal che già sai dove ti porterà, come una strada che conosci ormai a memoria. Quello che abbiamo cercato, invece, è una continua sorpresa, uno scoprire nuovi percorsi, o come ha detto un caro amico “un caleidoscopio di influenze” che (speriamo) stimolino l’ascoltatore ad ascoltare e riascoltare i pezzi per trovare sempre qualcosa di nuovo, senza rinnegare ne il genere ne quello che abbiamo fatto prima, ma tentando di evolverlo e di evolverci anche noi; sicuramente non si potrà dire facilmente “ah si i Blodiga Skald quelli che suonano come (gruppo X)” e questo ci piace, tanto.😉 I riferimenti alla musica classica erano già presenti, anche se in piccola parte, in Ruhn (Follia è un omaggio a Vivaldi), qui sono stati sicuramente più esplorati, anche se sono circa tre o quattro minuti in un album che ne dura quasi cinquanta; fa parte del background di tutti i musicisti dei Blodiga Skald l’amore per la musica classica e questo è un fatto. 😊 Abbiamo anche inserito una ballata, suonata con un liuto spagnolo del 1600 e cantanta da Yindi, che si avvicina ad una canzone folkloristica classica; le sorprese in The Undrunken Curse sono tante e sono tutte volute. 😉

Dietro a The Undrunken Curse c’è un concept che vale la pena raccontare e che se non sbaglio potrebbe diventare un libro. Ti chiedo, quindi, di raccontarci di più dei testi e di darci qualche informazione sulla pubblicazione del libro.

Intanto sì, ti confermo che il libro è finito e sarà presto messo in prevendita sul nostro store e venduto con una special edition del disco. Senza fare troppi spoiler, il disco è un concept album “circolare” ovvero i fatti che accadono nel finale dell’album si ricongiungono con l’inizio (ecco perche c’è un intro e un ourtro del disco sostanzialmente uguali, ma suonati con intenzioni diverse, proprio per dare questa sensazione di circolarità). Come ti dicevo niente spoiler, ma annoveriamo nella storia maledizioni che impongono la sobrietà (undrunken curse), nani senza barba e capelli, viaggi in nave e loop temporali!

Nel brano Yo-Oh The Sail Is Low è presente Keith Fay dei Cruachan. Come è nata la collaborazione e in che maniera avete lavorato con lui? Qual è il disco della band irlandese che preferisci?

Abbiamo suonato assieme a Bucharest e già li è nata una forte amicizia, ci siamo poi rivisti al Malpaga di un paio di anni fa e abbiamo deciso di proporgli questa cosa, lui voleva prima aspettare di sentire il pezzo (giustamente) e poi risponderci. Appena finita Yo-Oh The Sail Is Low gliel’abbiamo mandata, è stato entusiasta del pezzo e ha deciso dove cantare e cosa, ci ha mandato la registrazione e via. La cosa che vogliamo far presente è che avrebbe potuto chiederci dei soldi per il tempo o per il materiale che ha usato, e invece non l’ha fatto. Grazie ancora Keith!

Nella recensione ho detto che The Undrunken Curse potrebbe essere un album di transizione e che i “veri” Blodiga Skald si vedranno con il terzo lavoro. Sarà così? State già scrivendo qualcosa per prossimo cd?

Croce e delizia dei Blodiga Skald è che hanno bisogno di tempo per scrivere delle cose che ci soddisfino a pieno, quindi sì, stiamo già scrivendo cose nuove e vogliamo fare un terzo album, ma le cose buone hanno bisogno di tempo. Non so come sarà il terzo album, sicuramente sarà diverso da Ruhn e da The Undrunken Curse, questo è sicuro.

Con la pandemia i concerti e i festival sono praticamente saltati tutti, forse mandando all’aria i vostri programmi promozionali. Come contate di recuperare e farete qualcosa di particolare? C’è qualcosa che bolle in pentola per la prossima stagione concertistica?

Con molta probabilità salterà il nostro tour di fine settembre e il release party qui a Roma, sposteremo le date per il 2021 e nel mentre lavoreremo a come proporre uno show migliore per i nostri fan! Stiamo lavorando anche molto sui social, forse a breve potremmo fare un live acustico in diretta Facebook, chissà…

Un anno fa avete suonato in apertura agli Arkona e ti chiedo cosa si impara da queste situazioni, quando si ha a che fare con band che hanno fatto la storia del genere.

Intanto la cosa che ci fa più piacere è che quando arriva un gruppo folk metal grande a Roma e si cerca un apertura, gli organizzatori pensano sempre a noi (senza chiederci mai soldi, siamo sempre stati estremamente contrari al pay to play), e questo ci riempie di orgoglio. Fortunatamente siamo quasi “abituati” ad aprire a gruppi grandi sia in italia che all’estero e quello che vedi è la differenza tra chi fa questo per lavoro e chi no. La qualità si paga e le performance di chi campa facendo il musicista sono di un altro livello, c’è poco da fare. Un’altra cosa che si impara da queste situazioni è la professionalità dei musicisti e degli addetti ai lavori, ma appunto torniamo a ciò che ho detto prima.

Negli ultimi anni avete girato parecchio, anche in Europa: vuoi fare da talent scout e nominare un paio di gruppi che hai avuto modo di conoscere/ascoltare e non sono noti in Italia?

Ahahah allora nomino sicuramente i Leecher, abbiamo fatto un tour intero assieme ed oltre ad essere dei ragazzi stupendi propongono qualcosa di inedito, che non è poco! Altro gruppone i Fiery Waltz, totalmente sconosciuti ma tecnicamente mostruosi, i Death slovacchi, bravi bravi!

Ultima domanda: credi che esista una scena folk metal italiana? E romana?

Esiste, esiste! Da quando abbiamo iniziato a girare per l’italia abbiamo conosciuto gruppi validissimi per tutta la penisola, a parte i notissimi Furor Gallico, persone stupende, con i quali abbiamo condiviso il palco qui a Roma e il cantante ci è venuto personalmente a fare i complimenti dopo la nostra performance al Malpaga, estremamente carini. Abbiamo stretto grandi amicizie con i Calico Jack di Milano, con i fratelli Legacy Of Silence di Torino (addirittura il cantante ci sostituisce Axuruk quando non può suonare), i Kormak o gli Elkir con cui abbiamo diviso il palco più volte! Per quanto riguarda la scena romana, a parte gli amici di ormai (stra)vecchia data Dyrnwyn e noi Blodiga Skald, non conosco altre band di folk metal nel vero senso del termine, molte magari le definirei piu black, sostanzialmente.

Grazie per le risposte, soprattutto per quelle delle domande meno simpatiche. Spero di rivedervi presto in concerto!

Non esistono domande scomode ma solo interlocutori svogliati!

Blodiga Skald – The Undrunken Curse

Blodiga Skald – The Undrunken Curse

2020 – full-length – SoundAge Productions

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Axuruk “Jejune”: voce – Ghâsh “Barbarian Know-All”: chitarra – Rükreb “The Noble One”: basso – Vargan “Shepherd Tamburine”: batteria – Tuyla “The Glorious One”: fisarmonica, tastiera – Yindi “Servant Of Anor’s Flame”: violino

Tracklist: 1. The Curse – 2. Yargak – 3. Sbabobo – 4. Estelain – 5. Spirits Of Water – 6. The Sacrifice – 7. Tourdion – 8. To The East Of Sorrow Town (Circus Of Pigsley) – 9. Fugue – 10. Yo-Oh The Sail Is Low – 11. Never Leave A Friend Behind

I Blodiga Skald aveva sorpreso positivamente la critica con il disco di debutto Ruhn, uscito a metà 2017, che mostrava una grande e gustosa evoluzione dall’EP Tefaccioseccomerda di due anni prima. La band ha successivamente intrapreso una fitta serie di date – sempre considerando lo status underground della formazione romana – che li ha portati più volte a suonare all’estero, accrescendo meritatamente il numero di seguaci sparsi per l’Europa. A tre anni dal primo full-length il gruppo che vede il pittoresco Axurux alla voce, torna sul mercato con il nuovo The Undrunken Curse, lavoro composto da undici tracce per un totale di circa quarantaquattro minuti. A livello estetico il disco si presenta più che bene: la copertina e l’artwork sono stati realizzati da Jan “Örkki” Yrlund (artista che abbiamo incontrato svariate volte con Cruachan, Atlas Pain, Korpiklaani, Manowar) e rappresentano bene l’essenza giocarellona dei Blodiga Skald, a partire dalla bella copertina e per finire con il booklet completo di testi dove i singoli musicisti sono rappresentati sotto forma di disegno con sembianze “orchesche”. Ascoltando The Undrunken Curse, però, ci si rende facilmente conto che alcune cose sono cambiate e che forse questo cd va visto come un lavoro di transizione, ma andiamo per gradi.

La prima cosa che salta all’orecchio è la produzione potente e aggressiva, forse un po’ fredda e che nel mix finale penalizza la batteria di Vargan, ma che sicuramente è la chiara visione artistica dei musicisti e che, è bene precisarlo, con questo tipo di musica ci può star bene. La seconda novità è data dalla presenza della violinista Yindi che sostituisce Maerkys, portando in dote uno stile molto diverso che però ancora non si è amalgamato al 100% con il sound dei Blodiga Skald. Sound che in realtà ha virato da un classico e rumoroso folk metal a un qualcosa di più teatrale, quasi cabarettistico (nell’accezione positiva). Questo cambiamento tuttavia non è stato completato con The Undrunken Curse, disco dove si alternano brani veramente ben fatti (The Sacrifice, To The East Of Sorrow Town (Circus Of Pigsley), le conclusive Yo-Oh The Sail Is Low che vede la presenza dell’ospite Keith Fay dei Cruachan e Never Leave A Friend Behind) ad altri che non convincono a pieno (Yargak, Sbabobo) o, ancora, che stonano completamente (il finale di una comunque buona Estelain, Spirits Of Water e gli evitabili intermezzi Tourdion e Fugue). A tal proposito si ha la sensazione che i continui riferimenti alla musica classica, anche se parte del bagaglio musicale/culturale di alcuni musicisti, siano forzati, quasi a voler dare un tocco di classe laddove, in realtà, non se ne avverte il bisogno.

Quel che rimane una volta concluso l’ascolto è che i Blodiga Skald siano in piena fase evolutiva e The Undrunken Curse sia il classico album a metà strada tra passato e presente. Come detto precedentemente alcuni brani funzionano alla grande trainando l’ascolto del cd fino alla fine e forse sarebbe bastato davvero poco per rendere il disco ancora più accattivante. Le canzoni, su questo si può stare sicuri, funzioneranno alla grande in sede di concerto, ma forse per ascoltare al 100% i “nuovi” Blodiga Skald ci sarà da aspettare il prossimo lavoro in studio.

Intervista: Barad Guldur

Il bello di gestire un sito indipendente e libero come Mister Folk sta anche nel decidere di dare spazio con un’intervista a gruppi underground che si autoproducono il disco di debutto invece del gruppo con sette dischi incisi e numerosi tour alle spalle. Si perdono una marea di visualizzazioni, ma essendo Mister Folk un sito indipendente e libero, conta solamente la bontà musicale dei gruppi e il desiderio di dar voce a chi altrove voce non ha. I Barad Guldur, oltretutto, hanno pubblicato un bel disco di debutto e come potrete leggere, di cose da dire ne hanno anche parecchie! Quindi vi lascio a questa bella chiacchierata con il cantante Ivan Nieddu, Cicerone del mondo Barad Guldur.

Una persona legge “Bergamo e baghèt” e pensa ai Folkstone e invece ci sono anche i Barad Guldur! Come nasce il gruppo e perché la scelta di questo nome?

Ciao Mister Folk e grazie, in primis, per questa intervista! I Barad Guldur (le iniziali non sono scelte a caso) nascono da un sogno che coltivavo già dall’adolescenza: poter unire le sonorità che amavo all’epoca (epic/power metal e composizioni di Simonetti) con strumenti folkloristici reali, quindi senza uso di synth. Un altro punto cardine del progetto sarebbero dovuti essere i testi. Di cosa parlare? Di ciò che amavo di più: fantasy e storie di paura. E così è stato fatto: leggende con citazioni e riferimenti tolkieniani e pagani. Il nome stesso della band richiama la torre più alta di Dol Guldur, la fortezza del Negromante (ne Lo Hobbit). E quali racconti possono giungere da lì, se non storie di creature leggendarie e spaventose? Fantasmi, mostri, morti che camminano, magie terribili e draghi. Purtroppo ero solo un ragazzino con tanti sogni e non avevo nessuno con cui condividere questo. Fino a poco tempo fa. Prima ho avuto il sostegno di Eliana (mia moglie) per le composizioni delle cornamuse e la ricerca dei racconti popolari e delle fonti per i testi. E poi, piano piano, tanti musicanti si sono uniti a questo folle viaggio. Ci sono voluti più di vent’anni… Ma eccoci qui!

Dopo qualche anno dalla fondazione arrivate al debutto Frammenti Di Oscurità. Come mai non avete voluto realizzare uno o più demo/EP prima di arrivare al full-length? Ora che il disco è uscito, come vi sentite?

Avevamo dato forma a una prima versione di Canso De Bouye (oltre a varie cover, che ci son servite per la ricerca dei componenti della band), caricata sul nostro canale YouTube, giusto per vederne un riscontro e iniziare a sperimentare la fase di produzione. A quel punto avevamo già le idee abbastanza chiare e sufficiente materiale per un album. Senza presunzione, ci siamo concentrati su esso e non abbiamo pensato a pubblicare singoli o altro. Insomma: “Dritti alla meta e conquista la preda” (cit.). C’è voluto tempo. Tanto. Ma ne è valsa la pena. Ora che Frammenti Di Oscurità ha preso forma e vita è come se avessimo superato un valico montano: fatica, impegno, determinazione, ma la vista che si gode è stupenda e apre su una nuova valle tutta da esplorare. Quante strade, quanto ancora c’è da fare… Quanti angoli da esplorare, quante cadute, quante vette da ammirare… Quanti panorami in cui perdersi e sognare… È proprio quello che vogliamo, perché la musica (come l’arte in generale) è questo: un viaggio. E vale la pena viverlo.

Tra le influenze leggo anche Blind Guardian e Iced Earth. In quale modo questi due gruppi sono stati (e sono) importanti per i Barad Guldur? Descrivete la vostra musica a chi non vi conosce, magari suggerendo una sola canzone motivandone la scelta.

Personalmente importantissimi, soprattutto per la composizione della struttura dei brani e la tecnica vocale di Hansi Kursh e Matt Barlow (parlando degli Iced Earth di Something Wicked This Way Comes e Horror Show). Gli altri musicisti della band godono anche di altre influenze: dagli Amon Amarth, agli Eluveitie, passando per tutto ciò che a ciascuno piace e ama. Comunque l’influenza di quelle band è palese, basta ascoltare Imaginations From The Other Side dei Guardian (per l’impatto epico) o Wolf degli Iced Earth (per la sua aggressività), canzoni che si accomunano rispettivamente con Frammento di Oscurità e Senza Paura.

Chi si occupa della composizione dei brani? Si tratta di un lavoro di squadra?

La composizione avviene in fasi parallele: scrivo la struttura del brano e le cornamuse scrivono almeno un motivo che andrà poi inserito nel brano stesso (nel ritornello, nell’intro o in uno stacco). Finita questa fase, lavorano chitarre, basso e batteria per dar forma all’abbozzo, trasformando la struttura in una vera e propria canzone. Ultimate tutte le parti di cornamusa lavoriamo alle armonie di ghironda e violino, così da creare un’orchestrazione fra gli strumenti folk. Infine chi di dovere lavora sul solo, mentre io scrivo testo, linee melodiche e inserisco le voci. Ogni strumento ha “carta bianca” sulle proprie parti (tranne, ovviamente, alcuni lavori di armonia, che giocano su melodie già scritte in precedenza).

Come nasce una canzone come POININOS?

POININOS è tratta dalle incisioni rupestri dei Massi della Camisana, nel territorio di Carona, in alta Valle Brembana. È un’antica invocazione al Dio Pennino, divinità delle vette e delle montagne. Ne abbiamo tratto il testo dall’incisione e, cercando sonorità ancestrali, abbiamo dato forma a questo brano, che utilizziamo anche come invocazione durante la cerimonia del fuoco votivo durante la manifestazione Orobica Lughnasadh. Non è propriamente una “storia di paura”, ma è comunque un lascito dei nostri avi, un rito antico, un patrimonio storico e culturale che abbiamo desiderato omaggiare e conservare, di cui ne va mantenuta la memoria. L’atmosfera che abbiamo desiderato dare al brano è quella dell’invocazione (considerando che le incisioni in alfabeto lepontico sono a 2000 metri d’altezza circa, impresse su enormi massi, probabilmente un tempio orobico): lo scorrere dell’acqua, il richiamo degli animali (gli stessi che rappresentiamo), sussurri e grida di sacerdoti e il canto dei clan, in marcia sulle vette.

In un brano collaborate con il coro alpino Le Due Valli. Immagino che per voi sia motivo di orgoglio e soddisfazione avere un pezzo così fortemente caratterizzato dal coro alpino. Mi piacerebbe conoscere la genesi di La Gratacornia.

La Gratacornia è stata ricostruita e armonizzata dal maestro Aurelio Monzio Compagnoni. È un brano della tradizione popolare, uno di quei racconti che i nonni narravano la sera davanti al camino, prima che i bambini andassero a letto. È un monito: “fa’ la nanna, perché la Gratacornia uccide i bambini che non vogliono dormire”. Non hanno mezzi termini queste storie: dovevano far paura e la facevano. Citata anche ne L’Albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi, questo brano ha l’atmosfera perfetta per il nostro album. Come si evince, il bambino chiama ancora la mamma, ma la creatura è già ai piedi del suo letto. L’epilogo non è a lieto fine. “So chè”: “Sono qui”. Mi sono innamorato del brano dal primo ascolto, avendo esso il ritmo simile a un “esercito di nani in marcia”. Mi ha richiamato fortemente anche l’elemento fantasy. Facendo parte della corale ho avuto il piacere di eseguirla dal vivo ed è lì che ne ho carpito il reale spirito e la potenza. Alla prima esecuzione avevo già capito che questo brano si sarebbe incastonato perfettamente in Frammenti Di Oscurità.

Nel booklet ringraziate Simone Pianetti e c’è una canzone dove, senza menzionarlo, sembra che parliate di lui. Perché siete affascinati dalla sua figura e cosa rappresenta (o può rappresentare) per le persone più giovani?

La canzone in questione è proprio Nella Notte Più Nera. Il brano (che abbiamo voluto sotto forma di ballata, per ricordare un po’ le atmosfere dei fienili, stalle, cantine e vecchie case, dove ci si incontrava a suonare, cantare e ballare) può essere interpretato e visto sotto molti punti di vista. Può essere un animale braccato, che scappa da chi desidera ucciderlo. Qui il suo patto con lo spirito della morte, perdendo se stesso, la sua vita, ma portando a compimento la sua vendetta. In parallelo la storia di Pianetti: portato al folle gesto, esasperato, divenuto figura ormai folkloristica della Val Brembana. A lui siamo legati, anche perché la band vede le sue origini proprio a Camerata Cornello, suo paese natale. Il brano parla implicitamente dell’ultima cena fra Simone e sua figlia, alla vigilia della strage. Cosa hanno provato entrambi quell’ultima sera assieme? Lui determinato, consapevole di perdere per sempre la sua vita. Lei? Ignara o perfettamente cosciente di ciò che sarebbe accaduto poche ore dopo? Ancora oggi c’è chi inneggia “un Pianetti per ogni paese”. E molti dovrebbero ricordarselo: portare all’esasperazione chi non ha più nulla da perdere, vuol dire arrivare a un gesto estremo. Se non è una storia di paura questa… “Fate i bravi, se non volete che Simù venga a prendervi col suo fucile”.

La copertina mi ha colpito: non la “classica” folk metal, anzi, piuttosto particolare per stile e impatto. Cosa rappresenta e come è venuta l’idea di quella figura?

Anche questa è una storia di paura (a modo suo). Eliana, nostra figlia Luna ed io eravamo a cenare da una nostra amica, nel suo agriturismo. E lì, la piccola Luna, a 4 anni, ha iniziato a raccontare di una creatura che si aggira per i boschi: Aionkel (l’ha chiamato così): come testa un teschio di tigre dai denti a sciabola con palchi di cervo, fra le mani i crani di chi lo incontra, al collo una collana di falangi delle sue vittime, armato di una grande spada con la quale fa a pezzi chi si comporta male con la natura. Praticamente una sorta di giustiziere naturalista, nato dalle fantasie (macabre) di una bambina di quattro anni, che voleva raccontarci una storia di terrore. Camino acceso, la notte fuori… C’è riuscita benissimo. Non potevamo non fare omaggio a questa sua fantasia. Abbiamo aggiunto alcune simbologie tipiche delle nostre valli: il serpente (presente anche in Cernunnos), la rosa camuna, la triskele e, dietro lo spirito, l’invocazione a Pennino (scritta con le rune orobiche/lepontiche). La realizzazione della foto (è uno scorcio di Camerata Cornello) e le artline di Aionkel fanno parte anche di un progetto fotografico fra me e Eliana: spiriti delle selve all’interno di semplici foto dei nostri boschi.

Parlando dei Folkstone, sono stati una vostra fonte d’ispirazione e cosa pensate della decisione di lasciare le scene con una serie di date live?

Personalmente i Folkstone hanno significato tanto per me, ma non tutto. Ho amato e amo moltissimo le loro canzoni, le atmosfere e i significati trasmessi. I Folkstone sono e saranno per sempre i Folkstone. Non desideriamo che i Barad Guldur possano divenire una copia (rischieremmo oltretutto di essere solo una brutta copia). Per ciò che concerne la loro scelta di lasciare le scene, possiamo solo dire che avranno avuto le loro motivazioni. Non vogliamo assolutamente fare polemica o scatenare flame, ma in tutta onestà questo è ciò che pensiamo. Una band (mi ripeterò, ma come ogni opera artistica) è un po’ come crescere un “figlio”. Per loro è il momento di farlo correre via. Sono scelte. Nel bene o nel male, non bisogna contestarle, ma comprenderle. Può far rabbia, far male, deludere, ma non è sicuramente una scelta presa alla leggera. Magari è uno stop temporaneo, ma questo è solo una congettura. Hanno lasciato tanto e sicuramente non se ne perderà la memoria. Anzi!

Bergamo, anche grazie al Fosch Fest, è da anni un luogo dove il folk metal trova particolare spazio. Avete partecipato come spettatori alle edizioni prettamente folk/viking metal del festival e com’è oggi la situazione gruppi/locali nella vostra zona?

“Del Fosch nulla resterà, se non risa che risuonerann” (cit. Per Chi Ela La Nocc). Una frase non messa lì a caso. Ho amato il Fosch (per chi non sapesse, in dialetto significa “buio”) e l’ho conosciuto sul nascere e seguito con passione. Le prime edizioni, poi, una vera festa con tanto spirito, allegria, mangiate e bevute in compagnia e ottima musica. Poi, purtroppo, qualcosa è cambiato. E tutto è arrivato inesorabilmente al suo declino. Bisogna accettare anche quello. In zona bergamasca, per fortuna, c’è sempre un buon movimento di band, locali e festival. La speranza è che questo sia una radice forte per far crescere sempre più la cultura della musica dal vivo, anche perché ci sono moltissime band valide e c’è bisogno di spazi, farsi conoscere, opportunità e tutto nasce sì da chi fa musica, ma soprattutto da chi ascolta.

Come siete messi a esibizioni live? Avendo voi una line-up che conta ben nove elementi credo che non sia facile organizzare trasferte e serate.

Di esibizioni live in elettrico, per ora, non ne parliamo. Abbiamo bisogno di più richiesta, un po’ più d’interesse e curiosità, poi se ne parlerà con entusiasmo e ci prepareremo a dovere. Nel frattempo ci esibiamo, quando possibile, in acustico. Non stiamo certo con le mani in mano. La differenza è che negli acustici siamo più “compagnoni e goliardici”, mentre l’atmosfera in elettrico sarà ben differente. E non vediamo l’ora di mettere piede sul palco. Hai evidenziato un altro aspetto importante: il numero di elementi. Da una parte variegato, per un sound più eterogeneo, dall’altra un vero problema logistico. Questo non vuol dire che non ci si possa comunque esibire con una line up più snella (cosa che avviene già in acustico). Vedremo un po’ cosa ci riserba il futuro.

Vi sentite parte di una scena folk metal? Qual è il vostro punto di vista sulla scena italiana e nord italiana in particolare? Ci sono band con le quali avete legato e vi trovate particolarmente bene?

Credo che ci sentiremo davvero parte della scena folk metal quando sentiremo qualcuno cantare una nostra canzone, quando saremo su un palco e quando qualcuno inizierà a saltare a ritmo della nostra musica. Allora sì, saremo parte vera di quella scena. Per ora siamo su un cd. Èun frammento di quella scena, ma non ancora l’insieme. Insomma, un fantasy non si fa con un drago e un elfo, ma con un viaggio. E non abbiamo ancora camminato abbastanza. Per il resto, la scena qui è buona. C’è interesse, ci sono band, qualcosa si muove sempre. La speranza è sempre quella: espandere il fenomeno e non vederlo morire. “Le radici profonde non gelano” (cit. Tolkien). Non avendo mai suonato in elettrico, non abbiamo ancora avuto opportunità di conoscere altre band, se non alcuni musicisti. Il mondo è piccolo. Personalmente mi trovo bene con Becky dei Furor Gallico. Dei ricordi legati a lei (fra cantate, bevute e mangiate), il più divertente è stato quello in cui beveva idromele in casa mia, al matrimonio con Eliana, spaesata, senza neppure rendersi conto di cosa ci facesse lì. Per Eliana e me era una di famiglia, come una cugina vicina/lontana.

Grazie per la disponibilità e complimenti per il vostro disco. Avete tutto lo spazio per aggiungere e dire quello che volete!

Grazie a te per tutto! Ehi, aspetta, abbiamo davvero spazio per aggiungere quel che vogliamo? Non sai che errore che hai fatto… Scherzi a parte, giusto una cosuccia: ascoltate Frammenti Di Oscurità possibilmente di notte, davanti al fuoco e con qualcosa di buono da bere. Buon ascolto.

Intervista: Legacy Of Silence

Un disco di debutto fatto bene sotto tutti i punti di vista: Our Forests Sing è un ottimo biglietto da visita per questa giovane realtà piemontese che ha tanta voglia di fare e di portare sui palcoscenici la propria musica. Our Forests Sing è chiaramente al centro della chiacchierata e vengono raccontati retroscena, curiosità, influenze e tutto quello che porta i musicisti a comporre delle canzoni che per scelta sono lontane dalle città per avere la Natura attorno: boschi, rispetto per la natura e storie di mostri e antichi dèi sono solo alcuni dei temi trattati dai Legacy Of Silence. Senza paura, anche se è buio, siamo tutti i benvenuti nel bosco…

Foto di Sophia Giachin

Perché il nome Legacy Of Silence?

Innanzitutto ci teniamo a ringraziarti per lo spazio che ci stai dedicando e per la recensione che hai fatto del nostro disco, era un confronto che aspettavamo con trepidazione e una qual certa apprensione ad essere sinceri! Il nome è nato dopo una lunga peregrinazione e infinite riflessioni e tentativi. Il significato che gli abbiamo impresso è lo stesso che cerchiamo di infondere nei nostri pezzi. La nostra musica e i nostri testi danno voce al silenzio, a quel silenzio maestoso, inquietante e immenso che io descrivo sempre con la stessa immagine: provate a pensare di varcare la soglia degli alberi di un grande bosco sul far della sera. Fuori di esso la luce del sole morente inonda l’ambiente, ma dentro la coltre di buio che avanza ottunde i suoni, e tutto appare immobile e morto. Invece nel silenzio del bosco che attende il calar delle tenebre c’è più vita che mai, sospesa tra il sonno e la veglia. Noi ci sentiamo parte di un lascito, un’eredità di antiche storie con cui i nostri nonni sapevano raccontare il silenzio della terra, perché in esso risiede il sublime.

Avete da poco pubblicato il full-length di debutto Our Forests Sing. Mi piacerebbe sapere come vi siete sentiti una volta ricevute le copie del disco, se la fatica e l’impegno sono state ripagate dal risultato finale e cosa pensate ora, a mesi di distanza dall’esordio.

Our Forests Sing è stato un parto per diversi motivi. Innanzitutto il disco è stato interamente autoprodotto, e pur non avendo molti mezzi abbiamo cercato di ottenere la massima qualità di cui potevamo essere capaci, ma quasi per tutti noi è stata la primissima volta alle prese con un full-length, perciò non sono mancati gli intoppi, moltissimi a dirla tutta. Ci siamo presi a cornate a lungo ma siamo anche stati capaci di fare squadra e di lavorare bene, ben consci del fatto che tutto questo altro non è che un inizio. Mark, il nostro cantante, una sera ha descritto l’album con parole che ci sono rimaste impresse, dicendo “Ragazzi, abbiamo messo il primo piede fuori da casa nostra. Abbiamo salutato il tepore del caminetto, e ora stiamo camminando su un sentiero molto lungo. Vedremo dove ci porterà”.  Questo è stato lo spirito con cui abbiamo vissuto il nostro esordio. Avere il nostro disco in mano è stata una soddisfazione pazzesca, vedere le illustrazioni (a opera della meravigliosa Mariabianca Minelli, che salutiamo!) prendere vita accanto ai testi, poter letteralmente tenere in mano un anno di lavoro è stato forte, e questa cosa ci ha uniti come non mai.

Il disco è stato licenziato dalla Volcano Records, etichetta italiana. Come siete giunti alla firma, e come vi state trovando con loro?

Siamo giunti a firmare con la Volcano dopo una serie di eventi che, in pochissimi mesi, hanno dato una spinta pazzesca alla nostra carriera. Eravamo al debutto ufficiale e stavamo cercando date per fare sentire al nostro pubblico torinese i primi pezzi dell’album, quando un nostro caro amico e grande cantante, Mattia Casabona, ci ha suggerito di partecipare all’Entropy Fest, un contest di musica inedita e cover che si tiene ogni anno nel pinerolese, vicino a Torino. Partecipare a questo festival è stato pazzesco: noi, con un progetto che stava prendendo forma, ci siamo trovati a competere con band solidissime di tutto il territorio, giudicati da una giuria di musicisti con carriere pluridecennali, capitanati da una persona più unica che rara, l’organizzatore del festival Douglas Docker. Insomma, alla fine della fiera il nostro folk metal è piaciuto, tanto che abbiamo vinto il primo posto e diversi premi, tra cui un contratto biennale con la Volcano. Da lì le cose hanno preso una piega molto diversa, e abbiamo dato un taglio molto più professionale alla nostra formazione e al nostro modo di fare musica. Dobbiamo moltissimo a Douglas, un vero e proprio guerriero dell’underground ed un musicista straordinario.

Ascoltando la vostra musica ci si rende conto che avete nel serbatoio influenze musicali piuttosto varie, ma riuscite a creare delle canzoni che rientrano nel folk metal. Come si svolge una sessione di composizione in casa Legacy Of Silence? Ci sono brani che vi hanno fatto sudare le famose sette camicie per avere il risultato desiderato?

Oh questa domanda ce l’aspettavamo! Partiamo subito col definire le nostre influenze musicali: batterista e flautista arrivano dal prog metal, i chitarristi dal melodic death, il cantante dal folk. Solitamente il grosso della composizione, a livello di struttura generale del brano e riff principali, viene composto da chitarrista e cantante. Poi tutti insieme ci prendiamo dei weekend di composizione in cui andiamo in montagna, nelle vallate che circondano la nostra città, e delineiamo la struttura in maniera più precisa, ognuno con il suo contributo portando il brano a compimento. Una cosa veramente fantastica è che tutti sono sempre pronti a sacrificare una propria parte per valorizzare gli altri e l’estetica del brano nel complesso, ed è diventato così solo con la formazione attuale. Il brano che ha fatto bestemmiare di più tutti quanti è sicuramente stato J.A.W.S., anche perché è il più sperimentale dell’album. Èstato molto complesso incastrare la composizione vocale e le parti melodiche di flauto e chitarra sulla ritmica irregolare e veloce del pezzo, ma il risultato finale ha superato le nostre aspettative.

Nella recensione parlo di chitarre vicine al death metal melodico e al deathcore. Quali sono i gruppi e i musicisti che hanno influenzato maggiormente i vostri chitarristi?

I nostri chitarristi, soprattutto quello psicopatico del solista, arrivano da un ambiente melodic death. Simon è un grande appassionato dei Children Of Bodom e dei Wintersun, in particolare del frontman, Jari Mäenpää. John invece ha come riferimento nel suonato le tracce ritmiche mordaci e violente degli Eluveitie.

Nella conclusiva Rebirth è presente in qualità di ospite la violinista Vittoria Nagni, ex Blodiga Skald. Come è nata e si è sviluppata la collaborazione? Potendo invece scegliere un big della musica, chi vorreste come ospite nel prossimo cd e perché?

La collaborazione con Vittoria è nata perché sentivamo di volere un guest del panorama folk metal italiano, e lei era semplicemente perfetta: violinista di grande talento, bravissima interprete e capace di far suo il pezzo e capirne il significato. L’abbiamo conosciuta quando faceva parte dei Blodiga Skald, i nostri fratelli maggiori di Roma con cui da subito abbiamo legato tantissimo, e che salutiamo con affetto! Le abbiamo proposto il pezzo e di fare da guest e lei ha accettato subito, il risultato è stato veramente bellissimo. Ne approfittiamo per mandarle un super abbraccio, ciao Vittoria \m/

Dal titolo alla copertina sembra che la natura vi stia a cuore. Qual è il vostro rapporto con il mondo che vi circonda? Siete appassionati di escursionismo o altri sport di montagna?

Siamo tutti grandi appassionati di natura e montagna, ma è Mark la mente che sta dietro al concetto dell’album e ai testi. Ci ha fatto una testa così per anni sul suo rapporto quasi spirituale con il mondo naturale e, alla fine, la sua filosofia è diventata parte fondamentale del progetto e anche di tutti noi. Pensate a che cosa doveva essere solo trecento anni fa una foresta. Senza luci, solo con il fuoco, in un mondo in cui la scienza era un concetto riservato all’élite. Non è difficile pensare che il verso di caccia di una volpe o il bramito di un cervo, nel buio delle notti senza luna, potessero essere scambiati per il verso di un mostro orrendo, alimentando fantasia, fiabe e leggende. Le nostre foreste, gli alberi antichi, si trovano dove sono da centinaia di anni, e sono interconnesse. I boschi sono un luogo di equilibrio, di vita, e se ci si ferma ad ascoltarli li si può sentir cantare. Provateci, sedetevi su di un sasso nel folto di un bosco e state in silenzio per qualche minuto. Le nostre foreste cantano, e hanno molto da dire.

Parliamo dei testi. Vi chiedo di scegliere quelli che maggiormente vi rappresentano e di spiegarne il perché. C’è la possibilità. In futuro, di poter ascoltare una vostra composizione in italiano?

I due testi che maggiormente ci rappresentano sono indubbiamente Witchwood ed Heresy. Entrambi parlano di uomini che entrano nel bosco e ne restano rapiti, anche se con epiloghi differenti. In Witchwood degli uomini violano il sacro confine del bosco della strega. Vi entrano senza rispetto, sporcando e distruggendo. Così tutte le creature e la foresta stessa li respingono con odio. Su queste persone si crea una pressione, e cominciano a vedere mostri tra le ombre e a sentire canti selvaggi durante la notte, finché la strega non viene a prenderli di persona. In Heresy un villaggio di uomini dediti al culto degli antichi dèi viene attaccato da un mostro venuto dalla grande foresta. Gli uomini cominciano a sussurrare di un divoratore dimenticato, sceso dal nord. Così tutti iniziano a raccogliere i propri pochi averi e a fuggire, ma il capo del villaggio non ci sta, prende il suo martello, distrugge gli altari degli dèi ed entra nel bosco con un manipolo di uomini, deciso ad uccidere la belva. Nel cuore della foresta, dove gli alberi sono antichi quanto il tempo, non trovano un mostro bensì un dio che, tornato a casa, reclama il suo dominio uccidendo gli uomini usurpatori. Questi pezzi sono il connubio di fantasy, filosofia, spiritualità e folklore che rappresentano in pieno quello che sta diventando il centro del nostro progetto, su cui stiamo improntando la composizione dei nuovi pezzi. Per quanto riguarda il testo in italiano: è possibile, non lo escludiamo a priori, ma per il momento l’inglese continua ad essere al lingua con cui preferiamo scrivere.

Dalle foto dei concerti ho visto che indossate degli abiti di scena e delle maschere: cosa rappresentano?

I nostri costumi di scena, o meglio, le armature, sono una novità quasi assoluta visto che ci abbiamo fatto solo due live. Abbiamo deciso di impostare la nostra costumistica di scena su un concetto molto semplice: ognuno di noi ha, da sempre, sentito di avere un animale che lo rappresentasse in maniera particolare, una specie di animale-guida. Così le nostre strade hanno incrociato quelle di Lorenzo Bux, un artigiano (più che altro artista) di Torino, al quale abbiamo sottoposto il progetto, e che ci ha messo anima, corpo e, soprattutto, l’inestimabile contributo del suo strepitoso talento. In questo modo sono nate sei armature, ognuna fatta sulle necessità logistiche ed estetiche di ognuno di noi, che hanno in comune lo stile e i materiali, ma differiscono in tutto il resto. Alcuni di noi, i più brutti, hanno deciso poi di farsi fare anche delle maschere, così da migliorare decisamente il livello di figaggine del gruppo. Bisogna puntualizzare che quelle che potete vedere in foto sono solo dei prototipi: le parti definitive sono pochissime, le armature prenderanno forma definitivamente nel corso di tutto il prossimo anno, e saranno pericolosamente belle.

Continuiamo a parlare di concerti: fino a questo momento non sono stati molti e mi chiedo se in autunno terrete delle date per promuovere il disco o se ci sono problemi in tal senso.

Tasto terribilmente dolente. Sì, purtroppo i concerti che possiamo vantare nel nostro curriculum sono pochi, e le ragioni sono molte. In primis è da poco più di un anno che abbiamo trovato stabilità nella formazione. Prima abbiamo cambiato una sfilza di batteristi e bassisti e questo purtroppo ci ha sempre fermati, perché puntualmente non avevamo scalette da live. Inoltre c’è il problema che a Torino siamo rimasti soltanto noi a fare folk, e diventa sempre più difficile organizzare delle date. A ciò si aggiunge che i locali che fanno suonare metal underground a Torino sono pochissimi e molto gettonati, perciò nel tempo è stato difficile organizzare delle buone date. Detto questo però, ci teniamo a precisare che stiamo organizzando diverse date su Torino per il tardo autunno, e speriamo di poter partecipare a numerosi festival nella prossima estate. Stiamo anche cercando di suonare fuori da Torino, e per questo è nostro dovere ringraziare le band che finora ci hanno ospitati fuori dal Piemonte, in particolare i Calico Jack di Milano e i già citati Blodiga Skald. Siamo sempre a caccia di live, quindi se ne avete da proporci scriveteci!

Prima di giungere alla fine vi devo chiedere il perché dei nickname: qual è il loro significato?

I nostri nomi d’arte sono legati a doppio filo con le armature. Come dicevo, ognuno di noi ha scelto un animale con cui sentisse di condividere l’essenza. E così abbiamo scelto Gufo, Cervo, Tasso, Ghiottone, Cinghiale e Falco, e da lì sono nati i nomi e  l’impostazione decorativa delle armature.

Siamo giunti alla fine, c’è qualcosa che volete aggiungere?

Dato che ci concedi questo spazio, lo utilizzeremo per ringraziare un po’ di persone e per dare un paio di notizie bomba. Innanzitutto ringraziamo te Fabrizio, per il lavoro che fai e per lo spazio che ci hai dedicato. Ringraziamo le persone con cui stiamo collaborando, in particolare quello che consideriamo il nostro “padre” artistico, Lorenzo Bux, con cui stiamo lavorando ad un progetto pazzesco i cui primi frutti arriveranno in autunno. Ringraziamo il nostro videomaker Andrea Talò della Gemini Crew, altro artista straordinario, che sballottiamo da un bosco all’altro per le riprese dei nostri pezzi. Ringraziamo Douglas R. Docker, una persona straordinaria e unica, e non serve davvero aggiungere altro. Se siamo arrivati fin qui lo dobbiamo soprattutto a lui. Vi annunciamo che presto uscirà un nuovo video veramente strepitoso, in cui abbiamo potuto sfoderare una collaborazione con un team di persone pazzesco, ma per il momento non posiamo aggiungere altro. Salutiamo con grande affetto tutti i nostri fan, vecchi e nuovi. Ci vedrete presto sul palco. Stay Folk, Stay Silent \m/

Foto di Rock My Life / Graziella Ventrone

Barad Guldur – Frammenti Di Oscurità

Barad Guldur – Frammenti Di Oscurità

2019 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Ivan Nieddu: voce – Stefano Longoni: chitarra – Riccardo Bona: chitarra – Marco Brambilla: basso – Sara Benzoni: batteria – Eliana Gheza: cornamusa – Stefano Grazioli: cornamusa, flauto – Alessandra Lombardo: ghironda – Elisa Fratus: violino

Tracklist: 1. La Storia Cominciò – 2. Canso De Bouye – 3. Sarneghera – 4. POININOS – 5. Nella Notte Più Nera – 6. Asfaladugu – 7. La Gratacòrnia – 8. Per Chi Ela La Nòcc? – 9 Senza Paura – 10. Frammento Di Oscurità – 11. Lodar I Lais Ben Laer Sul

Frammenti Di Oscurità è il debutto dei Barad Guldur, formazione di Bergamo autrice di un folk metal ricco di strumenti tradizionali con i testi delle canzoni in lingua italiana. Ivan Nieddu (voce) ed Eliana Gheza (cornamusa) danno vita al gruppo sul finire del 2015 e dopo qualche anno di lavoro esce come autoprodotto il primo full-length. Mettendo nella stessa frase Bergamo e folk metal è automatico pensare ai Folkstone, ma i Barad Guldur sono bravi a non farsi risucchiare dal groove di Lore e soci, andando per la propria strada fin dal primo disco con la giusta personalità. Quel che viene fuori dalle casse dello stereo è un folk metal abbastanza personale con il baghèt – strumento tipico bergamasco, della famiglia delle cornamuse, in uso, secondo gli affreschi, fin dal XIII secolo – in grande evidenza, e un continuo alternarsi e sovrapporsi di voci sia maschili che femminili con diversi stili e impostazioni. Il risultato è assolutamente convincente e non sembra certo di ascoltare un’opera prima.

Il disco si presenta con una grafica semplice ma comunque efficace, il booklet di otto pagine contiene tutti i testi e il racconto del progetto Barad Guldur, una cosa che accade molto raramente e che permette di entrare immediatamente in sintonia con la proposta dei bergamaschi. L’unica pecca della parte grafica è la scelta di lasciare il booklet color nero con i testi in bianco: sfondi di montagne e natura sarebbero stati perfetti per quanto cantato nei quarantanove minuti del cd. La produzione è piuttosto asciutta e mediamente potente, gli strumenti sono ben equalizzati e nel complesso il suono, considerando la completa autoproduzione, va più che bene.

La Storia Cominciò e Canso De Bouye sono un ottimo modo per presentarsi: due brani diversi tra loro ma che mostrano subito lo stile e le capacità dei Barad GulgurCon i testi sotto mano si possono apprezzare ancor di più i brani, in particolare gli ottimi Nella Notte Più Nera (forse ispirata dall’anarchico eroe locale Simone Pianetti?) e Frammento Di Oscurità, ma non deve passare in secondo piano la qualità del songwriting, né dei pezzi poc’anzi menzionati, né dei restanti. La batteria di Sara Benzoni non disdegna parti aggressive che danno una bella botta d’adrenalina quando inserite, con l’ex Furor Gallico Marco Brambilla a formare un’ottima sezione ritmica. I toni aspri di Sarneghera sono controbilanciati dalla riuscita parte strumentale folk, mentre la già citata Frammento Di Oscurità è una composizione diversa dalle altre, meno immediata e più articolata, con la coppia di chitarre in gran spolvero nella seconda parte del brano. Senza Paura è una botta d’energia, probabilmente la canzone più estrema del disco con i pregevoli inserti di cornamuse assolutamente azzeccati. A completare l’album ci sono la bella strumentale Asfaladugu e diversi “intermezzi”, se così si possono definire: POININOS è un bel pezzo ambient folk ipnotico sulla scia di Wardruna e Danheim, La Gratacòrnia che vede protagonista il Coro Alpino Le Due Valli e la conclusiva Lodar I Lais Ben Laer Sul che chiude un album ambizioso e ben riuscito.

I quarantanove minuti di Frammenti Di Oscurità scorrono bene, le canzoni funzionano e non ci sono momenti che affossano l’ascolto. Chiaro è che si tratta di un debutto assoluto e, com’è normale che sia, c’è molto da lavorare per i Barad Gulgur al fine di realizzare un disco ancora migliore. Sinceramente, però, una totale autoproduzione di questa bontà e come debutto non è facile da trovare in giro. Alla band di Bergamo vanno i complimenti per quanto fatto: ora è lecito aspettarsi dei passi in avanti, questo è l’inizio di una possibile bella carriera.