Intervista: Dyrnwyn

Gli ultimi mesi del 2018 hanno visto la pubblicazione di un disco particolarmente interessante sotto il doppio aspetto musicale e lirico: Sic Transit Gloria Mundi non è soltanto un bell’album di pagan folk metal, ma è anche un lavoro diverso da tutti gli altri della scena per via dei testi riguardanti la storia dell’antica Roma. I capitolini Dyrnwyn tornano quindi a raccontarsi sulle pagine di Mister Folk (qui trovate le precedenti chiacchierate: 2015 e 2017) e presto saranno di nuovo sui palcoscenici d’Italia – e non solo – per conquistare nuovi fan. Buona lettura!  

Foto di Giulia McCartney

Vi ho lasciati che avevate pubblicato l’EP Ad Memoriam e vi ritrovo ora con un bel full-length di debutto: cosa è successo nel mezzo e cosa avete fatto per arrivare alla pubblicazione di Sic Transit Gloria Mundi?

Uno dei nostri obbiettivi, come penso di tutti i musicisti, è sempre stato quello di produrre qualcosa che seppur diverso comunque fosse migliore del lavoro precedente. Questo nel nostro caso ha voluto dire riflettere sugli aspetti negativi e positivi dei cd passati, così come sulle nostre dinamiche interne, in modo da poter trovare una nostra voce personale. Abbiamo affinato il nostro metodo di composizione e abbiamo lavorato a lungo su ogni pezzo senza mai accontentarci fino al completamento di Sic Transit Gloria Mundi.

Il disco è stato pubblicato con Soundage Productions: come siete giunti alla label russa? Che tipo di contratto avete e come vi state trovando?

Abbiamo selezionato le label in tema con il nostro genere che ci interessavano e le abbiamo contattate, una volte viste le varie offerte e proposte abbiamo optato per la Soundage. Il nostro contratto, se così si può chiamare, riguarda soltanto la stampa dei cd, per vendite fisiche quello che vendiamo noi rimane a noi e quello che vende la Soundage rimane a lei e per le digitali abbiamo fatto autonomamente. Non è il miglior contratto del mondo in quanto a servizi, questo è vero, ma avere qualcuno là fuori che non ti chiede un occhio della testa per stamparti due cd e farti un minimo di pubblicità è molto raro oggi giorno.

Musicalmente c’è stata una certa evoluzione e ora le canzoni sono più scorrevoli e “orecchiabili” pur non rinunciando alla virilità che vi contraddistingue fin dagli esordi. Avete lavorato molto in questo senso e su cosa vi siete concentrati per realizzare un prodotto così buono?

Come accennavo sopra nella risposta alla prima domanda, tanto lavoro è stato fatto in questo senso e siamo molto contenti che si noti. A differenza dei lavori precedenti abbiamo pensato prima a ciò che le canzoni dovevano dire e poi al modo in cui dirlo meglio. Lavorando a volte per immagini a volte per concetti abbiamo tirato fuori la musica dall’idea e non il contrario, senza accontentarsi mai al punto che alcune cose sono state cambiate anche poco prima di andare a registrare. Inoltre alcune dinamiche interne sulla direzione musicale del gruppo sono state risolte e avere due pari forze che spingono nella stessa direzione invece che in direzioni opposte ha portato non solo un sound più solido ma anche una maggiore solidità di tutta la band.

Dovendo presentare tre canzoni di Sic Transit Gloria Mundi, quale scegliereste e perché?

Sicuramente la title-track Sic Transit Gloria Mundi è la nostra preferita perché rappresenta appieno il sound che vogliamo, le atmosfere, quel sentimento di malinconica nostalgia mischiata a rabbia e epicità. Per le altre davvero una vale l’altra tra le rimanenti non ce n’è nessuna che amiamo di meno in cui abbiamo messo meno di noi. Tutte hanno le loro particolarità, la loro storia: quelle più battagliere, quelle ispirate da una particolare divinità o festività etc. Onestamente noi le amiamo tutte allo stesso modo.

Nel disco fa il suo esordio il cantante Thierry: credo che abbia fatto un ottimo lavoro e con il suo timbro vocale abbia reso la musica dei Dyrnwyn ancora più personale e accattivante. Cosa mi potete dire su di lui?

Sempre nello spirito del non accontentarsi dopo che Daniele Biagiotti è uscito dalla band, abbiamo deciso che il prossimo cantante doveva essere adatto al nostro sound a costo di rimanere fermi per molto tempo. Fortunatamente, però, dopo non molto abbiamo trovato Thierry che, nonostante avessimo in mente e fossimo abituati ad una voce un po’ diversa, ci ha convinto. La sua capacità di interpretazione del testo e di recitazione, il fatto di essersi subito amalgamato bene con tutti noi e la buona dizione nel cantato growl e scream lo rendono particolarmente adatto al nostro genere.

Avete lavorato in studio con Alessio Cattaneo e Riccardo Studer. Come vi siete trovati con loro e vi va di condividere qualche storia avvenuta in studio di registrazione?

Ci siamo trovati benissimo e non esagero. Sono due persone sicuramente particolari ed eclettiche e proprio in virtù di questo hanno una visione non comune della musica e delle possibili soluzioni da adottare quando si presenta una scelta o un problema: più volte ci hanno dato degli ottimi consigli per rendere il nostro lavoro al meglio. Il tutto unito al fatto che sanno quello che stanno facendo li rendono dei produttori, fonici e arrangiatori di cui ci si può fidare e a cui ci si può affidare. Bisogna tenerli d’occhio però perché potrebbero contagiarti con le loro idee “eclettiche”, ad un certo punto eravamo più vicini a Hans Zimmer che al pagan folk ahahah!

Dopo tre lavori si può dire che l’ombra dei Draugr sia rimasta più nella filosofia alla base della band che non nella musica, avendo voi preso una strada personale. Cosa rimane, nel 2019, della band di De Ferro Italico?

I Draugr rimangono e rimarranno sempre per noi uno degli esempi di come deve essere fatto questo genere e come in passato così in futuro nel momento in cui dovremo cercare ispirazione o avremo un dubbio su un pezzo puoi stare certo che andremo a cercare lì la soluzione. Anche se abbiamo sviluppato un nostro sound, sicuramente uno degli ingredienti principali della ricetta è una dose molto cospicua di De Ferro Italico.

Come mai la storia dell’antica Roma è tanto poco “utilizzata” nel mondo heavy metal? Ci sono culture, mitologie e avvenimenti storici a dir poco inflazionati, eppure vanno per la maggiore. La storia di Roma è affascinante e ricca di eventi che meritano di essere narrati, ma sembra quasi che i gruppi abbiano paura di farlo. Qual è il vostro punto di vista su questa vicenda?

La storia di Roma è stata macchiata da avvenimenti storici che l’hanno rivendicata senza diritto e di conseguenza viene vista sotto una luce particolare, sicuramente diversa da tante altre. Noi non abbiamo paura a parlarne, anzi sarebbe sciocco da parte nostra fare FOLK metal e non parlare delle proprie radici, specialmente quando sono così gloriose e abbondanti. Noi amiamo la nostra storia, è una grande storia ed è giusto che se ne parli. Non ci vediamo altri significati e anzi invitiamo tutti a trattarla per quello che è. Inoltre c’è anche da dire che forse la maggior parte delle persone, proprio perché la storia di Roma è così universale, pensano di conoscerla quando in realtà hanno solo una conoscenza superficiale data dai media di una Roma cristiana o tardo imperiale in cui ci vedono poco di folk e pagano, ma quella è solo una parte della storia di Roma, la stessa che anche noi non preferiamo.

Parlando ancora di tematiche, di cosa parlerete nel prossimo lavoro? State lavorando a un nuovo disco?

Ancora non siamo in fase compositiva, ma già stiamo raccogliendo il materiale storico necessario, per così dire. Non ci discosteremo troppo, cronologicamente parlando, dalle storie raccontante in Sic Transit Gloria Mundi, questo è sicuro, quindi aspettatevi altre battaglie e avventure dell’antica Roma.

Dopo la pubblicazione del disco in pratica non avete mai suonato dal vivo: qual è stato il problema e tornerete presto sul palco?

Il piano originale era quello di organizzare un concerto al mese in giro per l’Italia, con l’aiuto della Nova Era Booking e aggiungere a quelle alcune serate auto organizzate, ma purtroppo il fato ci è stato avverso. Il cantate sopracitato, Thierry, ha avuto un grave infortunio che l’ha tenuto in ospedale per alcune settimane e in forzato riposo a casa fino al lascia passare dei medici. Quindi fino a guarigione avvenuta siamo in stallo forzato. Posso dire però che fortunatamente per noi e per lui si cominci a vedere la luce alla fine del tunnel e torneremo presto sul palco. (I Dyrnwyn saranno sul palco romano del Traffic Club il 24 maggio di spalla a Stormlord e Scuorn, ndMF)

Siete in giro da qualche anno, vi chiedo quindi come vedete la scena folk pagan italiana e se riscontrate in essa delle criticità. Di cosa ci sarebbe bisogno per un vero salto di qualità e notorietà?

Questa domanda richiederebbe più di una bevuta faccia a faccia per poter rispondere adeguatamente ma proviamo a fare un riassunto. 1) Non c’è una vera e propria community amante del genere e senza pubblico è difficile poter creare delle fondamenta solide per un scena folk pagan italiana. 2) Non c’è uno scambio e un dialogo organizzativo tra le band che suonano questo genere benché siano poche. 3) Questo porta a non avere tante serate a tema ben organizzate verso cui concentrare gli sforzi per poter far scoprire questo genere ai più. 4) E insieme al non avere tante serate non ci sono neanche tanti locali dove potersi esibire specialmente dalle nostre parti e i pochi festival che sembravano prendere piede sono stati cancellati. 5) Molti musicisti che conosco compresi alcuni che fanno parte di questa “scena” non vogliono più avere niente a che fare con l’Italia e preferiscono puntare tutto sull’organizzare serate all’estero in due tranche di tour, per esempio. Il che alimenta tutto il discorso fatto sopra. Come fare per cambiare la situazione? Questa è una domanda ancora più difficile. Magari con una rete di contatti tra le band, piccole e grandi, un calendario ben organizzato per concentrare gli sforzi e dei festival auto organizzati a tema, oltre all’uso del vile denaro per pubblicizzare e mettere in primo piano il genere, qualcosa si potrebbe muovere. Ma il grado di impegno che richiede è tutto tranne che indifferente. Bisognerebbe dedicarci molto tempo e riuscire a trovare degli alleati attivi e favorevoli nelle altre band che dovrebbero contribuire in egual modo. Diventerebbe quasi un secondo lavoro pro bono.

Per chiudere, perché i lettori dovrebbero acquistare il vostro disco?

Non importa che lo comprino, o lo ascoltino su Youtube, o lo scarichino illegalmente dal sito x o y, quello che ci importa è che lo sentano, che ci dicano la loro, sperando che gli piaccia quanto piace a noi e che vengano sotto al palco a scapocciare con noi per poi bere tutti insieme e festeggiare. Quindi riformuliamo la domanda. Perché dovrebbero ascoltarlo? Perché è un cd fatto da persone che credono in quello in cui cantano, che hanno messo tutti loro stessi in musica e il risultato è un cd folk pagan metal con due c*****i così. Lasciatevi trasportare nel passato glorioso della Roma repubblicana e riscoprite alcune delle gesta più epiche che la storia ha mai visto attraverso la nostra musica, faremo questo meraviglioso viaggio insieme.

Foto di Giulia McCartney

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Mister Folk Festival 2019, il foto report parte 2

Ecco la seconda parte delle fotografie del Mister Folk Festival 2019 (la prima la trovate QUI), evento che si è svolto lo scorso 6 aprile al Traffic Live Club di Roma. Le belle foto sono di Marco Canarie, che insieme ad Art In Progress ringrazio per il lavoro svolto con passione e professionalità. Ci vediamo l’anno prossimo? 🙂

ULFHEDNAR

BLOODSHED WALHALLA

SECHEM

KANSEIL

FUROR GALLICO

Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder

Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder

2019 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra, tastiera – Fabrizio Tartarini: chitarra – Louie Raphael: basso – Riccardo Floridia: batteria

Tracklist: 1. The Coldest Year – 2. The Moving Empire – 3. Hagakure’s Way – 4. Ódauðlegur – 5. The Great Run – 6. Kia Kaha – 7. Baba Jaga – 8. Shahrazād – 9. Homeland – 10. The First Sight Of A Blind Man

Solitamente i gruppi che arrivano al secondo disco sono ancora alla ricerca del proprio suono. Magari hanno capito come muoversi, ma alcune cose nel modo di comporre musica possono ancora cambiare ed evolversi. Gli Atlas Pain, invece, hanno ben chiaro come suonare e arrivati al secondo full-length suonano esattamente come ci si aspetta dagli Atlas Pain, ovvero potente bombastic metal personale e accattivante. La band milanese, in realtà, ha fatto intendere fin dal demo del 2014 come poteva realizzare buona musica e da allora non si sono spostati poi molto. Attenzione, non si parla d’immobilità artistica, ma della sempre più rara consapevolezza di stare facendo bene qualcosa e, di conseguenza, della non necessità di grandi cambiamenti. Certamente i musicisti in questi anni hanno lavorato non poco su ogni aspetto che riguarda gli Atlas Pain e i risultati – anche grazie a questo disco – sono sotto gli occhi di tutti.

Il nuovo Tales Of A Pathfinder è un concept album composto da dieci brani compresi intro e outro per una durata complessiva di quasi cinquanta minuti. Prima di addentrarci nella musica e nei testi, è bene menzionare l’accattivante copertina realizzata da Jan Yrlund (Manowar, Korpiklaani ecc.) e della potenza dei suoni grazie all’ottimo lavoro di Fabrizio Romani (Ulvedharr, Hell’s Guardian e Skylark, oltre al primo disco degli Atlas Pain What The Oak Left) per quel che riguarda il missaggio e il mastering e di Davide Tavecchia (una vecchia conoscenza della band, avendo lavorato con loro in occasione dell’EP Behind The Front Page del 2015, ma anche con gli Æxylium di Tales From This Land), entrambi bravi a catturare l’essenza e l’attitudine dei quattro musicisti in studio.

Dopo l’intro The Coldest Year apre le danze The Moving Empire, classica canzone per gli Atlas Pain perché incarna perfettamente il sound e lo spirito del gruppo lombardo: epic/folk/bombastic metal frullato in poco più di quattro minuti. Con questo brano inizia anche la storia del viaggio che ha come principio la città di Londra nel 1899 e che porterà ai confini del mondo con la scoperta di nuove terre e culture, fino a concludersi in maniera positiva e inaspettata: fiction e steampunk per un concept originale e fresco, lontanissimo dai soliti temi trattati in questo genere musicale. Hagakure’s Way brilla per il ritornello che vede uniti cori maschili e la voce harsh di Samuele Faulisi, mentre Ódauðlegur, come intuibile dal titolo, è la canzone che per stile ricorda maggiormente il metal scandinavo. A tal proposito c’è da dire che gli Atlas Pain aggiungono piccoli elementi ai vari brani in modo di farli avvicinare in qualche maniera a quando raccontato nei testi: un dettaglio, questo, che denota il lavoro in sala prove dei musicisti e la volontà di creare un qualcosa di realmente unico. A metà disco incontriamo quello che forse è il miglio pezzo di Tales Of A Pathfinder, ovvero The Great Run, dall’irresistibile crescendo che sfocia in un chorus potente e frizzante. Il brano è diretto e senza fronzoli, colpisce duro quando è il momenti di farlo, ma è anche tremendamente accattivante e ruffiano negli stacchi e nel già citato ritornello. Le parti veloci di Kia Kaha sono quelle che maggiormente rimangono impresse nella memoria, con Baba Jaga che invece stupisce piacevolmente anche nei rari momenti soft, tra note di pianoforte e orchestrazioni (intorno al terzo minuto) eleganti che ricordano i Turisas più ispirati: l’ultimo minuto, poi, è tutto da gustare e riascoltare, una sana dose di divertimento e spensieratezza che ogni tanto è assolutamente gradita. Il viaggio prosegue con Shahrazād, nella quale le sei corde si prendono le luci della ribalta prima di lasciare il passo agli undici minuti di Homeland, chiusura perfetta per un disco audace come questo. Il suono del mare è dolce così come la melodia di chitarra nei primi minuti del pezzo che diventa con il passare dei giri sempre più energico e tosto. A sorpresa, però, la maggior parte della composizione è strumentale e non mancano i cambi di umore che vanno a dipingere Homeland come una canzone teatrale che si conclude nell’outro The First Sight Of A Blind Man, elegante e dolce coda di pianoforte.

Tales Of A Pathfinder è la storia di un lungo viaggio alla ricerca di risposte, ma è anche il viaggio che gli Atlas Pain propongono all’ascoltatore: la musica è di qualità, il concept di primo livello e il risultato finale dice che il gruppo italiano conferma le qualità del debutto e apporta qualche piccola novità che rende l’ascolto del cd sempre interessante e divertente. Gli Atlas Pain sono entrati di diritto nell’elite del metal italiano, al di là delle etichette che, come appare chiaro ascoltando questo lavoro, stanno strette al gruppo.

Intervista: Evendim

Dopo anni di prove e concerti, demo ed EP, gli Evendim arrivano al debutto con From Dusk Till Dawn, lavoro autoprodotto che mostra tutte le capacità della formazione toscana. Intanto, tra l’intervista che state per leggere e la pubblicazione dell’articolo, un doppio abbandono ha mosso le acque in casa Evendim: il cantante e il tastierista hanno lasciato la band per motivi personali. Questo però non fermerà il gruppo, intenzionato ad andare avanti per la propria strada.

Il vostro From Dusk Till Dawn è arrivato senza proclami o pubblicità varie, come mai questa decisione di lavorare nell’ombra?

Non è stata una decisione voluta ma è successo a causa di vari ritardi e problematiche che abbiamo dovuto affrontare, l’album è stato registrato tra il maggio e luglio 2017 e purtroppo ultimato (copertine, stampe ecc…) solo nel luglio 2018, nel frattempo avevamo inviato alcune mail con la demo a etichette e agenzie, però le risposte tardavano ad arrivare, una volta giunti vicino al nostro release party ci siamo resi conto che dovevamo fare da soli e di conseguenza la pubblicità è stata poca, mettiamoci anche un po’ di inesperienza e scelte sbagliate e tutto ciò a portato a stare nell’ombra.

Le canzoni che compongono l’album suonano più massicce e pesanti rispetto a quelle dei vecchi lavori. Senza cambiare molto siete riusciti comunque a rendere più pesanti i brani rispettando completamente la vostra anima musicale. Siete d’accordo con me e come avete lavorato in questo senso?

Ci trovi d’accordo con te! Le canzoni che compongono l’album sono alcune tra le tante che abbiamo scritto in dieci anni di attività Evendim, una volta scelte ci siamo concentrati su di esse cercando di rimuovere le parti che funzionavano meno e modificare al meglio le parti buone. Abbiamo rafforzato le melodie e i cori aggiungendo anche la voce femminile (quella di Fabiana) dando un risalto migliore ad alcune parti che si fondono con la voce principale, inoltre volevamo un sound più univoco e aggressivo, quindi abbiamo raddoppiato le due chitarre per dargli più enfasi. Comunque alla fine tutto il lavoro è venuto fuori molto spontaneamente senza dover stare a cambiare tante parti.

Trovo il disco piuttosto vario: ci sono brani allegri e altri più pesanti, alcuni hanno una struttura particolare mentre altri filano diretti e semplici. Era vostra intenzione realizzare un disco fresco e così particolare?

La particolarità che abbiamo come gruppo è che ognuno di noi ascolta musica differente, questo ci permette di poter realizzare canzoni con influenze diverse, passando da ballad “malinconiche” a pezzi “da osteria” più allegri, fino ad riversarsi anche nel power, è un nostro punto di forza. Alcune canzoni sono state volute per renderle più dirette e semplici, altre invece sono nate senza doversi soffermare sulle strutture. In questo disco abbiamo messo la nostra prima esperienza maturata in questi anni e se questo lo ha reso fresco e particolare ci fa molto felici.

Mi vorrei soffermare su Twilight Of The Bard, una canzone diversa da tutte le altre e che nelle recensione ho definito come “costruita come una colonna sonora”. Di cosa parla il testo e come è nata la canzone?

La canzone è stata scritta da Petr tra il 2006 e 2007 (poi modificata nel tempo più volte), cercava di inglobare in essa un misto di sound tra Iron Maiden, Blind Guardian e Manowar, più che colonna sonora era stata pensata come una canzone divisa in due parti, una parte ballad e l’altra più folk. Il testo è stato applicato successivamente (anche questo modificato negl’anni dai vari cantanti avuti), esso parla di questo vecchio e stanco bardo che decide di andare a morire nella foresta, mentre pensa alla sua vita passata, per poi risorgere all’indomani in una nuova vita.

Il disco è un autoprodotto. Vi chiedo se la scelta è stata fatta per un motivo prettamente tecnico/filosofico (libertà, tempistiche ecc.) o perché non soddisfatti delle proposte ricevute.

Entrambi i casi; prima di entrare in studio abbiamo provveduto ad inviare delle demo, ma le risposte non arrivavano e l’unica avuta non era soddisfacente, oltre a questo alcuni di noi avevano  problemi lavorativi, quindi la decisione è caduta sul fare da soli, con i nostri tempi senza pressioni, così almeno potevamo concentraci al meglio sul lavoro che volevamo ottenere. Speriamo però di riuscire a trovare un’etichetta che ci aiuti nella distribuzione e promozione dell’album che è un po’ anche la direzione che volevamo prendere in partenza.

Ha senso, secondo voi, affidarsi a un’etichetta quando con il duro lavoro si può fare tutto da soli?

Dipende dalla direzione e dagli obbiettivi che la band vuole raggiungere, purtroppo bisogna confrontarsi con la realtà, noi tutti lavoriamo e alcuni di noi hanno già una famiglia quindi il tempo a disposizione è poco, cerchiamo di fare il massimo da soli ma non è semplice farsi notare fuori dall’Underground, se invece hai un’etichetta, probabilmente lavorando bene con l’aiuto in più, potresti riuscire ad ottenere risultati migliori che ti permettono di lanciarti in un mercato più ampio.

Cosa è cambiato nel mondo degli Evendim da Old Boozer’s Tales, il vostro precedente cd?

Siamo maturati sia come persone sia come musicisti, padroneggiamo meglio le scelte e le direzioni da prendere, siamo più collaborativi sulle composizioni di ognuno e abbiamo migliorato il nostro sound. Old Boozer’s Tales è stata ufficialmente la prima prova “seria” in uno studio, siamo entrati senza preoccuparci di come sarebbe venuto fuori il lavoro, invece con From Dusk Till Dawn sapevamo in quale direzione andare, rappresenta una nuova evoluzione della band, avevamo una visione più chiara, otre a ciò c’è anche una diversa formazione.

A luglio avete suonato sul palco del prestigioso Metaldays. Sono molto curioso di sapere come vi siete trovati, qual è stata la reazione del pubblico e cosa vi ha insegnato un’esperienza del genere.

Il Metaldays è stato un piccolo sogno divenuto realtà, un‘esperienza fantastica, ci siamo veramente divertiti, siamo entrati in contatto con alcune band emergenti che suonavano li come noi, con alcuni di loro ci trovavamo a sbronzarci durante le serate. È stato bello vedere quasi tutte le band (sia underground che non), suonare al festival, conoscere gente, interagire di vari argomenti, comprare un sacco di CD introvabili. La reazione del pubblico è stata fantastica, vedevamo le persone divertirsi a pogare e cantare su alcune nostre canzoni, a fine concerto venivano li da noi per conoscerci di persona, a chiedere autografi e il cd fisico. L’esperienza ci ha insegnato una cosa fondamentale, che abbiamo ancora tanto da imparare, fuori, specialmente nell’underground, esistono gruppi pazzeschi i quali possono tranquillamente competere con i grandi.

A livello organizzativo, come vi siete trovati al Metaldays? Avendo suonato anche in festival italiani, avete trovato delle grosse differenze?

Al Metaldays l’organizzazione è sorprendente, è stato tutto abbastanza semplice, quando eravamo sul nostro palco siamo stati seguiti come si deve dai fonici, ci hanno dato anche la possibilità di fare un soundcheck (cosa che spesso non succede e se si è fortunati si fa un line-check), inoltre avevamo un bus che trasportava la nostra strumentazione. Le differenze che abbiamo notato ci sono state come ad esempio, invece dei soliti token l’idea della tessera che puoi ricaricare nei vari stand è migliore (questo metodo lo abbiamo trovato solo al Fosch Fest), la grandezza del festival nonché la bellissima location, un altro aspetto è la pulizia dello sporco, raramente trovavi oggetti (bicchieri, sigarette ecc.) buttati per terra, era sempre tutto ben pulito, inoltre c’era una grande quantità di stand per comprare musica per tutti tipi di rock e metal, maglie e tantissimi oggetti vari, anche prodotti da sexy shop!!! Quello che ci ha colpito di più è la partecipazione e l’accoglienza delle persone alle esibizioni dei vari gruppi underground e i poghi che ne derivavano.

Da esterno ho notato che per qualche motivo siete un po’ fuori dal giro “underground noto”, la cosa mi dispiace perché siete in gamba e meritate di suonare più spesso. Credete che questo magari dipenda dalla vostra provenienza o che ci sia qualche altro fattore? Oppure è solo una mia sensazione e voi non la vedete così?

Sicuramente la provenienza gioca un po’ a sfavore, purtroppo il folk metal da noi non è ancora ben percepito rispetto ad altri generi, rimane sempre un po’ nell’ombra, oltre al fatto che ci sono pochissimi locali che danno la possibilità a gruppi underground di esibirsi. Negli anni abbiamo avuto diverse soddisfazioni come ad esempio suonare due volte al Sinistro Fest, all’Hard Rock Cafè di Firenze per la presentazione del tuo libro Tolkien Rocks. Viaggio nella Terra di Mezzo insieme a Luca Garrò, al Fosch Fest, al Fuck You We Rock, al Metaldays, siamo riusciti ad accostare gruppi del calibro come gli Elvenking, Furor Gallico e tanti altri ma è anche vero che il nostro impegno non è al massimo, purtroppo la realtà non ci permette di poter seguire solamente la band a tempo pieno.

Qual è il sogno nel cassetto degli Evendim?

Diventare famosi e vivere lavorando di sola musica ahahah!!! Scherziamo, siamo realisti: ci piacerebbe riuscire a fare dei piccoli tour suonando anche in bei festival sia in Italia che all’estero, riuscire a trovare un’etichetta con un buon contratto, ma il sogno sarebbe quello di riuscire ad entrare al meglio nei cuori dei fans con la nostra musica e lasciare  loro qualcosa di positivo.

Ragazzi, vi ringrazio per l’amicizia che da sempre mi mostrate e vi auguro che il nuovo lavoro vi possa portare a un livello di notorietà superiore. Siamo ai saluti!

Grazie a te per il sostegno, grazie ai lettori di Mister Folk e un grandissimo grazie alle persone che ci supportano in questo viaggio.

Furor Gallico – Dusk Of The Ages

Furor Gallico – Dusk Of The Ages

2019 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Davide: voce – Gabriel: chitarra – Marco: basso – Mirko: batteria – Becky: arpa

Tracklist: 1. Passage To A New Life – 2. The Phoenix – 3. Waterstrings – 4. Nebbia Della Mia Terra – 5. Canto d’Inverno – 6. Starpath – 7. Aquane – 8. The Sound Of Infinity – 9. Dusk Of The Ages – 10. The Gates Of Annwn

A inizio carriera i Furor Gallico erano visti come i “fratelli piccoli” dei Folkstone: tante date insieme e qualche musicista che da una band passava all’altra hanno dato a molti questa impressione. Da allora sono trascorsi diversi anni, sono stati pubblicati dei dischi e la line-up è cambiata più volte, ma una cosa è rimasta immutata da quel 390 B.C.: The Glorious Dawn, demo gioiellino del 2009: la musica dei Furor Gallico è sempre di alta, altissima qualità. Guidati dal duo Davide Cicalese e Becky, i folk metallers brianzoli tornano sul mercato a quattro anni dal precedente Songs From The Earth, e lo fanno con un disco classico ma fresco al tempo stesso: il sound e le caratteristiche che hanno creato la personalità della band sono sempre lì in prima linea, ma le canzoni si sono arricchite di nuove sfumature, di nuovi colori che prima non erano presenti nella tavolozza dei Furor Gallico. In particolare stupisce la maturità di alcune composizioni e la compattezza del disco nel suo insieme, al punto che si può considerare Dusk Of The Ages come un disco dalla maturità “internazionale”: un bel traguardo per i “fratellini” dei Folkstone che ora possono ambire al trono del folk metal in Italia.

Ascoltando le dieci tracce che compongono l’opera si notano immediatamente tre elementi sugli altri: il frequente uso della voce femminile, la forte presenza della chitarra (assoli compresi) e una maggiore profondità del songwriting rispetto al passato. Attenzione: Songs From The Earth e Furor Gallico, ovvero i primi due full-length, sono dei buonissimi dischi anche ascoltati oggi, ma la band ha saputo evolversi e crescere nel tempo senza abbandonare le peculiarità che hanno portato tante persone ad amare la loro musica. Sound (parzialmente) nuovo e look nuovo: a kilt e vestiari celtici ora sono preferiti jeans e giacche di pelle, probabilmente a rimarcare, anche visivamente, la volontà di andare oltre i cliché del genere.

Considerando quanto detto, è naturale che la prima traccia del disco del disco – tre minuti e mezzo acustici e delicati – abbia come titolo Passage To A New Life, ottimo componimento che porta a The Phoenix, pezzo scelto come singolo: immediato e crudo e brutale all’inizio, ma anche melodico e “ruffiano” nel ritornello, nonché ricco di momenti di gloria per la sei corde di Gabriel e nel quale gli strumenti folk, pur sotto traccia, riescono a dare alla composizione quel tocco particolare e vincente. Waterstrings, canzone introdotta dalla voce dell’ospite Valentina Pucci – cantante presente in molti brani –, suona più classica e vicina al precedente cd, ma non per questo risulta essere scontata o “già sentita”. Ancora meglio va con Nebbia Della Mia Terra, con il ritornello in clean di Davide che si stampa immediatamente in testa così come le melodie del violino di Laura Brancorsini (autrice di tutte le parti di violino, oggi in veste di ospite ma dal 2007 al 2014 membro dei Furor Gallico). Per Canto d’Inverno le sonorità si fanno più dolci nella prima parte, al punto che Davide sembra un vecchio bardo carico di magia, e l’ingresso degli strumenti elettrici non porta stravolgimenti: l’affascinante viaggio continua senza particolari scossoni fino al termine del brano. Si torna al folk metal più ruvido con Starpath, con tanto di growl e un drumming più potente; anche qui, quasi a sorpresa, c’è spazio per uno stacco d’arpa e violino, con le corde della chitarra acustica pizzicate con delicatezza prima del ritorno della doppia cassa e dei riff più selvaggi, mentre in Aquane, dopo un inizio soft con gli strumenti folk, si fa spazio il potente up-tempo che spazza via (temporaneamente) melodie e ricami celtici. In questo brano il flauto è in agguato e si prende tutto lo spazio possibile riuscendo, nei pochi secondi di luce, a trasformare la canzone in un’intricata alternanza giorno/notte: potrebbe sembrare la classica canzone che mischia un po’ tutto, in realtà mostra quanto i Furor Gallico siano degli ottimi compositori e si trovino a proprio agio con questo stile di canzone, tra l’altro la più lunga dell’intero disco con quasi otto minuti di durata. Con The Sound Of Infinity si crea un bel break acustico dal sapore irlandese, soprattutto quando interviene il violino, ma forse avrebbe avuto maggiore fortuna posizionato in scaletta uno o due slot prima. La title-track racchiude tutti gli elementi del sound della band brianzola senza però esplorare il lato più oscuro e feroce che viene lasciato libero nella conclusiva The Gates Of Annwn, ottima chiusura di un lavoro completo e in un certo senso complesso, sicuramente ricco di spunti positivi e gustose sorprese.

La copertina del maestro belga Kris Verwimp è la giusta chicca per un album delizioso, ma bisogna approfondire il discorso produzione, perché questa volta Cicalese e compagnia si sono rivolti ad alcune delle figure più referenziate del settore: Tommy Vetterli, produttore degli Eluveitie e chitarrista dei Coroner ed ex Kreator, ha mixato il disco presso i New Sound Studio in Svizzera, mentre il mastering è avvenuto negli svedesi Fashination Streer Studios da Jens Bogren (Amon Amarth, Enslaved, Amorphis e Dark Tranquillity tra gli altri). I suoni hanno una potenza incredibile, gli strumenti, anche quelli in secondo piano, hanno il giusto spazio nel missaggio finale e non ci sono dettagli che nell’insieme si perdono. Per la prima volta i Furor Gallico godono di una produzione stellare e a guadagnarne sono i brani del disco e, di conseguenza, l’ascoltatore finale.

Dusk Of The Ages ha un taglio internazionale, suona potente come non mai e contiene alcune delle canzoni più belle scritte dai Furor Gallico. Siamo a gennaio, ma già abbiamo tra le mani uno dei migliori dischi del 2019.

Evendim – From Dusk Till Dawn

Evendim – From Dusk Till Dawn

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lorenzo Del Conte: voce – Petr Lukac: chitarra – Simone Lo Biundo: chitarra – Danilo Firenzani: basso – Alessio Turini: batteria – Matteo Adesso: tastiera – Nicola Corsinovi: fisarmonica

Tracklist: 1. From Dusk Till Dawn – 2. Evendim – 3. Seven Hearts – 4. Stand Up And Drink – 5. Ode To The Setting Sun – 6. Hard To Remember – 7. Masquerade – 8. Whiskey On Fire – 9. Long Time Ago – 10. Twilight Of The Bard

Una delle cose che danno più gioia in questo hobby è il seguire la carriera di un gruppo fin dai primi passi e constatare lavoro dopo lavoro i miglioramenti dei musicisti e, di conseguenza, della musica. Gli Evendim sono uno di quei gruppi che di cd in cd ha migliorato la propria proposta ed ha maturato una consapevolezza nei propri mezzi che solo il duro lavoro può dare. Se la prima pubblicazione dei toscani era un po’ zoppicante, già con il seguente EP Old Boozer’s Tales Lorenzo Del Conte e soci hanno iniziato a mettere le cose a posto ed è con questo full-length di debutto gli Evendim tirano fuori, per la prima volta e in maniera prepotente, la propria voce. In realtà non ci sono stravolgimenti di sound tra i vari dischi, ma sono state limate quelle cose che a volte rendevano l’ascolto poco fluido e sicuramente l’esperienza live li ha compattati. Il risultato è un disco folk metal nel senso più classico del genere, i richiami ai maestri Skyclad non mancano, ma l’anima della band è finalmente chiara e netta.

From Dusk Till Dawn è stato registrato presso i Wanna Rock Studio di Livorno da Federico Corazzi e Michele Gasparri, i quali si sono occupati anche del mix e del mastering: il risultato è buono, i suoni sono puliti e graffianti il giusto, lontani dalle iper produzioni innaturali che tanto vanno di moda in questi anni, il che è un bene per il risultato finale dell’album. Il cd si presenta con un booklet di otto pagine a colori con una grafica non particolarmente accattivante, ma non mancano testi e informazioni essenziali.

Dopo l’intro parte Evendim, un pezzo muscoloso che mostra come i musicisti si siano appropriati di alcune parti ritmiche classiche del genere al fine di rendere la canzone più massiccia: risultato riuscito e composizione brillante. La seguente Seven Hearts prosegue a macinare riff convincenti e ritmiche robuste ma mai estreme, con il cantato pulito di Del Conte particolarmente ispirato. Le schitarrate in levare e i chorus gagliardi di Stand Up And Drink fanno venire voglia di ballare, mentre Ode To The Setting Sun (già presente in Old Boozer’s Tales) ricorda gli Elvenking più melodici vuoi per i cori che per le atmosfere create, e con Hard To Remember gli Evendim propongono un brano particolarmente “happy metal” (termine che ricorderanno gli over 30) nella prima parte, ma che poi prosegue in maniera meno lineare e più coraggiosa: nel finale i ritornelli – particolarmente efficaci – tornano per stamparsi nella mente dell’ascoltatore. Masquerade è la classica composizione degli Evendim tra melodie sempre piacevoli e cori immediati; c’è spazio anche per il bel guitar work della coppia Lutak / Lo Biundo, musicisti bravi a non invadere lo spazio ma capaci di salire alla ribalta quanto ce n’è la possibilità. Si ritorna alle origini della band con Whiskey On Fire, title-track dell’EP di debutto risalente al 2011: sono passati sette anni da quella pubblicazione e di strada gli Evendim ne hanno fatta, il risultato finale è fresco e decisamente più accattivante dell’originale. Con Long Time Ago ci si avvia alla fine di questo disco: sei minuti di canzone durante i quali ci si trova un po’ di tutto tra assoli di chitarra, i sempre efficaci cori e giri di fisarmonica. La chiusura è affidata a Twilight Of The Bard, traccia più lunga del lotto e costruita quasi come una breve colonna sonora. Un brano che ci mette un po’ a carburare, ma estremamente bello e raffinato, impreziosito dalla voce dell’ospite Fabiana Lo Savio. In questo coraggioso pezzo gli Evendim mettono tutte le proprie abilità e il risultato è di qualità.

From Dusk Till Dawn è la conferma dei progressi degli Evendim, una band troppo spesso lasciata fuori “dall’underground noto” del folk metal italiano, ma che hanno tutte le carte in regola per farne parte e dire la loro con personalità e gusto.