Intervista: Barad Guldur

Il bello di gestire un sito indipendente e libero come Mister Folk sta anche nel decidere di dare spazio con un’intervista a gruppi underground che si autoproducono il disco di debutto invece del gruppo con sette dischi incisi e numerosi tour alle spalle. Si perdono una marea di visualizzazioni, ma essendo Mister Folk un sito indipendente e libero, conta solamente la bontà musicale dei gruppi e il desiderio di dar voce a chi altrove voce non ha. I Barad Guldur, oltretutto, hanno pubblicato un bel disco di debutto e come potrete leggere, di cose da dire ne hanno anche parecchie! Quindi vi lascio a questa bella chiacchierata con il cantante Ivan Nieddu, Cicerone del mondo Barad Guldur.

Una persona legge “Bergamo e baghèt” e pensa ai Folkstone e invece ci sono anche i Barad Guldur! Come nasce il gruppo e perché la scelta di questo nome?

Ciao Mister Folk e grazie, in primis, per questa intervista! I Barad Guldur (le iniziali non sono scelte a caso) nascono da un sogno che coltivavo già dall’adolescenza: poter unire le sonorità che amavo all’epoca (epic/power metal e composizioni di Simonetti) con strumenti folkloristici reali, quindi senza uso di synth. Un altro punto cardine del progetto sarebbero dovuti essere i testi. Di cosa parlare? Di ciò che amavo di più: fantasy e storie di paura. E così è stato fatto: leggende con citazioni e riferimenti tolkieniani e pagani. Il nome stesso della band richiama la torre più alta di Dol Guldur, la fortezza del Negromante (ne Lo Hobbit). E quali racconti possono giungere da lì, se non storie di creature leggendarie e spaventose? Fantasmi, mostri, morti che camminano, magie terribili e draghi. Purtroppo ero solo un ragazzino con tanti sogni e non avevo nessuno con cui condividere questo. Fino a poco tempo fa. Prima ho avuto il sostegno di Eliana (mia moglie) per le composizioni delle cornamuse e la ricerca dei racconti popolari e delle fonti per i testi. E poi, piano piano, tanti musicanti si sono uniti a questo folle viaggio. Ci sono voluti più di vent’anni… Ma eccoci qui!

Dopo qualche anno dalla fondazione arrivate al debutto Frammenti Di Oscurità. Come mai non avete voluto realizzare uno o più demo/EP prima di arrivare al full-length? Ora che il disco è uscito, come vi sentite?

Avevamo dato forma a una prima versione di Canso De Bouye (oltre a varie cover, che ci son servite per la ricerca dei componenti della band), caricata sul nostro canale YouTube, giusto per vederne un riscontro e iniziare a sperimentare la fase di produzione. A quel punto avevamo già le idee abbastanza chiare e sufficiente materiale per un album. Senza presunzione, ci siamo concentrati su esso e non abbiamo pensato a pubblicare singoli o altro. Insomma: “Dritti alla meta e conquista la preda” (cit.). C’è voluto tempo. Tanto. Ma ne è valsa la pena. Ora che Frammenti Di Oscurità ha preso forma e vita è come se avessimo superato un valico montano: fatica, impegno, determinazione, ma la vista che si gode è stupenda e apre su una nuova valle tutta da esplorare. Quante strade, quanto ancora c’è da fare… Quanti angoli da esplorare, quante cadute, quante vette da ammirare… Quanti panorami in cui perdersi e sognare… È proprio quello che vogliamo, perché la musica (come l’arte in generale) è questo: un viaggio. E vale la pena viverlo.

Tra le influenze leggo anche Blind Guardian e Iced Earth. In quale modo questi due gruppi sono stati (e sono) importanti per i Barad Guldur? Descrivete la vostra musica a chi non vi conosce, magari suggerendo una sola canzone motivandone la scelta.

Personalmente importantissimi, soprattutto per la composizione della struttura dei brani e la tecnica vocale di Hansi Kursh e Matt Barlow (parlando degli Iced Earth di Something Wicked This Way Comes e Horror Show). Gli altri musicisti della band godono anche di altre influenze: dagli Amon Amarth, agli Eluveitie, passando per tutto ciò che a ciascuno piace e ama. Comunque l’influenza di quelle band è palese, basta ascoltare Imaginations From The Other Side dei Guardian (per l’impatto epico) o Wolf degli Iced Earth (per la sua aggressività), canzoni che si accomunano rispettivamente con Frammento di Oscurità e Senza Paura.

Chi si occupa della composizione dei brani? Si tratta di un lavoro di squadra?

La composizione avviene in fasi parallele: scrivo la struttura del brano e le cornamuse scrivono almeno un motivo che andrà poi inserito nel brano stesso (nel ritornello, nell’intro o in uno stacco). Finita questa fase, lavorano chitarre, basso e batteria per dar forma all’abbozzo, trasformando la struttura in una vera e propria canzone. Ultimate tutte le parti di cornamusa lavoriamo alle armonie di ghironda e violino, così da creare un’orchestrazione fra gli strumenti folk. Infine chi di dovere lavora sul solo, mentre io scrivo testo, linee melodiche e inserisco le voci. Ogni strumento ha “carta bianca” sulle proprie parti (tranne, ovviamente, alcuni lavori di armonia, che giocano su melodie già scritte in precedenza).

Come nasce una canzone come POININOS?

POININOS è tratta dalle incisioni rupestri dei Massi della Camisana, nel territorio di Carona, in alta Valle Brembana. È un’antica invocazione al Dio Pennino, divinità delle vette e delle montagne. Ne abbiamo tratto il testo dall’incisione e, cercando sonorità ancestrali, abbiamo dato forma a questo brano, che utilizziamo anche come invocazione durante la cerimonia del fuoco votivo durante la manifestazione Orobica Lughnasadh. Non è propriamente una “storia di paura”, ma è comunque un lascito dei nostri avi, un rito antico, un patrimonio storico e culturale che abbiamo desiderato omaggiare e conservare, di cui ne va mantenuta la memoria. L’atmosfera che abbiamo desiderato dare al brano è quella dell’invocazione (considerando che le incisioni in alfabeto lepontico sono a 2000 metri d’altezza circa, impresse su enormi massi, probabilmente un tempio orobico): lo scorrere dell’acqua, il richiamo degli animali (gli stessi che rappresentiamo), sussurri e grida di sacerdoti e il canto dei clan, in marcia sulle vette.

In un brano collaborate con il coro alpino Le Due Valli. Immagino che per voi sia motivo di orgoglio e soddisfazione avere un pezzo così fortemente caratterizzato dal coro alpino. Mi piacerebbe conoscere la genesi di La Gratacornia.

La Gratacornia è stata ricostruita e armonizzata dal maestro Aurelio Monzio Compagnoni. È un brano della tradizione popolare, uno di quei racconti che i nonni narravano la sera davanti al camino, prima che i bambini andassero a letto. È un monito: “fa’ la nanna, perché la Gratacornia uccide i bambini che non vogliono dormire”. Non hanno mezzi termini queste storie: dovevano far paura e la facevano. Citata anche ne L’Albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi, questo brano ha l’atmosfera perfetta per il nostro album. Come si evince, il bambino chiama ancora la mamma, ma la creatura è già ai piedi del suo letto. L’epilogo non è a lieto fine. “So chè”: “Sono qui”. Mi sono innamorato del brano dal primo ascolto, avendo esso il ritmo simile a un “esercito di nani in marcia”. Mi ha richiamato fortemente anche l’elemento fantasy. Facendo parte della corale ho avuto il piacere di eseguirla dal vivo ed è lì che ne ho carpito il reale spirito e la potenza. Alla prima esecuzione avevo già capito che questo brano si sarebbe incastonato perfettamente in Frammenti Di Oscurità.

Nel booklet ringraziate Simone Pianetti e c’è una canzone dove, senza menzionarlo, sembra che parliate di lui. Perché siete affascinati dalla sua figura e cosa rappresenta (o può rappresentare) per le persone più giovani?

La canzone in questione è proprio Nella Notte Più Nera. Il brano (che abbiamo voluto sotto forma di ballata, per ricordare un po’ le atmosfere dei fienili, stalle, cantine e vecchie case, dove ci si incontrava a suonare, cantare e ballare) può essere interpretato e visto sotto molti punti di vista. Può essere un animale braccato, che scappa da chi desidera ucciderlo. Qui il suo patto con lo spirito della morte, perdendo se stesso, la sua vita, ma portando a compimento la sua vendetta. In parallelo la storia di Pianetti: portato al folle gesto, esasperato, divenuto figura ormai folkloristica della Val Brembana. A lui siamo legati, anche perché la band vede le sue origini proprio a Camerata Cornello, suo paese natale. Il brano parla implicitamente dell’ultima cena fra Simone e sua figlia, alla vigilia della strage. Cosa hanno provato entrambi quell’ultima sera assieme? Lui determinato, consapevole di perdere per sempre la sua vita. Lei? Ignara o perfettamente cosciente di ciò che sarebbe accaduto poche ore dopo? Ancora oggi c’è chi inneggia “un Pianetti per ogni paese”. E molti dovrebbero ricordarselo: portare all’esasperazione chi non ha più nulla da perdere, vuol dire arrivare a un gesto estremo. Se non è una storia di paura questa… “Fate i bravi, se non volete che Simù venga a prendervi col suo fucile”.

La copertina mi ha colpito: non la “classica” folk metal, anzi, piuttosto particolare per stile e impatto. Cosa rappresenta e come è venuta l’idea di quella figura?

Anche questa è una storia di paura (a modo suo). Eliana, nostra figlia Luna ed io eravamo a cenare da una nostra amica, nel suo agriturismo. E lì, la piccola Luna, a 4 anni, ha iniziato a raccontare di una creatura che si aggira per i boschi: Aionkel (l’ha chiamato così): come testa un teschio di tigre dai denti a sciabola con palchi di cervo, fra le mani i crani di chi lo incontra, al collo una collana di falangi delle sue vittime, armato di una grande spada con la quale fa a pezzi chi si comporta male con la natura. Praticamente una sorta di giustiziere naturalista, nato dalle fantasie (macabre) di una bambina di quattro anni, che voleva raccontarci una storia di terrore. Camino acceso, la notte fuori… C’è riuscita benissimo. Non potevamo non fare omaggio a questa sua fantasia. Abbiamo aggiunto alcune simbologie tipiche delle nostre valli: il serpente (presente anche in Cernunnos), la rosa camuna, la triskele e, dietro lo spirito, l’invocazione a Pennino (scritta con le rune orobiche/lepontiche). La realizzazione della foto (è uno scorcio di Camerata Cornello) e le artline di Aionkel fanno parte anche di un progetto fotografico fra me e Eliana: spiriti delle selve all’interno di semplici foto dei nostri boschi.

Parlando dei Folkstone, sono stati una vostra fonte d’ispirazione e cosa pensate della decisione di lasciare le scene con una serie di date live?

Personalmente i Folkstone hanno significato tanto per me, ma non tutto. Ho amato e amo moltissimo le loro canzoni, le atmosfere e i significati trasmessi. I Folkstone sono e saranno per sempre i Folkstone. Non desideriamo che i Barad Guldur possano divenire una copia (rischieremmo oltretutto di essere solo una brutta copia). Per ciò che concerne la loro scelta di lasciare le scene, possiamo solo dire che avranno avuto le loro motivazioni. Non vogliamo assolutamente fare polemica o scatenare flame, ma in tutta onestà questo è ciò che pensiamo. Una band (mi ripeterò, ma come ogni opera artistica) è un po’ come crescere un “figlio”. Per loro è il momento di farlo correre via. Sono scelte. Nel bene o nel male, non bisogna contestarle, ma comprenderle. Può far rabbia, far male, deludere, ma non è sicuramente una scelta presa alla leggera. Magari è uno stop temporaneo, ma questo è solo una congettura. Hanno lasciato tanto e sicuramente non se ne perderà la memoria. Anzi!

Bergamo, anche grazie al Fosch Fest, è da anni un luogo dove il folk metal trova particolare spazio. Avete partecipato come spettatori alle edizioni prettamente folk/viking metal del festival e com’è oggi la situazione gruppi/locali nella vostra zona?

“Del Fosch nulla resterà, se non risa che risuonerann” (cit. Per Chi Ela La Nocc). Una frase non messa lì a caso. Ho amato il Fosch (per chi non sapesse, in dialetto significa “buio”) e l’ho conosciuto sul nascere e seguito con passione. Le prime edizioni, poi, una vera festa con tanto spirito, allegria, mangiate e bevute in compagnia e ottima musica. Poi, purtroppo, qualcosa è cambiato. E tutto è arrivato inesorabilmente al suo declino. Bisogna accettare anche quello. In zona bergamasca, per fortuna, c’è sempre un buon movimento di band, locali e festival. La speranza è che questo sia una radice forte per far crescere sempre più la cultura della musica dal vivo, anche perché ci sono moltissime band valide e c’è bisogno di spazi, farsi conoscere, opportunità e tutto nasce sì da chi fa musica, ma soprattutto da chi ascolta.

Come siete messi a esibizioni live? Avendo voi una line-up che conta ben nove elementi credo che non sia facile organizzare trasferte e serate.

Di esibizioni live in elettrico, per ora, non ne parliamo. Abbiamo bisogno di più richiesta, un po’ più d’interesse e curiosità, poi se ne parlerà con entusiasmo e ci prepareremo a dovere. Nel frattempo ci esibiamo, quando possibile, in acustico. Non stiamo certo con le mani in mano. La differenza è che negli acustici siamo più “compagnoni e goliardici”, mentre l’atmosfera in elettrico sarà ben differente. E non vediamo l’ora di mettere piede sul palco. Hai evidenziato un altro aspetto importante: il numero di elementi. Da una parte variegato, per un sound più eterogeneo, dall’altra un vero problema logistico. Questo non vuol dire che non ci si possa comunque esibire con una line up più snella (cosa che avviene già in acustico). Vedremo un po’ cosa ci riserba il futuro.

Vi sentite parte di una scena folk metal? Qual è il vostro punto di vista sulla scena italiana e nord italiana in particolare? Ci sono band con le quali avete legato e vi trovate particolarmente bene?

Credo che ci sentiremo davvero parte della scena folk metal quando sentiremo qualcuno cantare una nostra canzone, quando saremo su un palco e quando qualcuno inizierà a saltare a ritmo della nostra musica. Allora sì, saremo parte vera di quella scena. Per ora siamo su un cd. Èun frammento di quella scena, ma non ancora l’insieme. Insomma, un fantasy non si fa con un drago e un elfo, ma con un viaggio. E non abbiamo ancora camminato abbastanza. Per il resto, la scena qui è buona. C’è interesse, ci sono band, qualcosa si muove sempre. La speranza è sempre quella: espandere il fenomeno e non vederlo morire. “Le radici profonde non gelano” (cit. Tolkien). Non avendo mai suonato in elettrico, non abbiamo ancora avuto opportunità di conoscere altre band, se non alcuni musicisti. Il mondo è piccolo. Personalmente mi trovo bene con Becky dei Furor Gallico. Dei ricordi legati a lei (fra cantate, bevute e mangiate), il più divertente è stato quello in cui beveva idromele in casa mia, al matrimonio con Eliana, spaesata, senza neppure rendersi conto di cosa ci facesse lì. Per Eliana e me era una di famiglia, come una cugina vicina/lontana.

Grazie per la disponibilità e complimenti per il vostro disco. Avete tutto lo spazio per aggiungere e dire quello che volete!

Grazie a te per tutto! Ehi, aspetta, abbiamo davvero spazio per aggiungere quel che vogliamo? Non sai che errore che hai fatto… Scherzi a parte, giusto una cosuccia: ascoltate Frammenti Di Oscurità possibilmente di notte, davanti al fuoco e con qualcosa di buono da bere. Buon ascolto.

Intervista: Legacy Of Silence

Un disco di debutto fatto bene sotto tutti i punti di vista: Our Forests Sing è un ottimo biglietto da visita per questa giovane realtà piemontese che ha tanta voglia di fare e di portare sui palcoscenici la propria musica. Our Forests Sing è chiaramente al centro della chiacchierata e vengono raccontati retroscena, curiosità, influenze e tutto quello che porta i musicisti a comporre delle canzoni che per scelta sono lontane dalle città per avere la Natura attorno: boschi, rispetto per la natura e storie di mostri e antichi dèi sono solo alcuni dei temi trattati dai Legacy Of Silence. Senza paura, anche se è buio, siamo tutti i benvenuti nel bosco…

Foto di Sophia Giachin

Perché il nome Legacy Of Silence?

Innanzitutto ci teniamo a ringraziarti per lo spazio che ci stai dedicando e per la recensione che hai fatto del nostro disco, era un confronto che aspettavamo con trepidazione e una qual certa apprensione ad essere sinceri! Il nome è nato dopo una lunga peregrinazione e infinite riflessioni e tentativi. Il significato che gli abbiamo impresso è lo stesso che cerchiamo di infondere nei nostri pezzi. La nostra musica e i nostri testi danno voce al silenzio, a quel silenzio maestoso, inquietante e immenso che io descrivo sempre con la stessa immagine: provate a pensare di varcare la soglia degli alberi di un grande bosco sul far della sera. Fuori di esso la luce del sole morente inonda l’ambiente, ma dentro la coltre di buio che avanza ottunde i suoni, e tutto appare immobile e morto. Invece nel silenzio del bosco che attende il calar delle tenebre c’è più vita che mai, sospesa tra il sonno e la veglia. Noi ci sentiamo parte di un lascito, un’eredità di antiche storie con cui i nostri nonni sapevano raccontare il silenzio della terra, perché in esso risiede il sublime.

Avete da poco pubblicato il full-length di debutto Our Forests Sing. Mi piacerebbe sapere come vi siete sentiti una volta ricevute le copie del disco, se la fatica e l’impegno sono state ripagate dal risultato finale e cosa pensate ora, a mesi di distanza dall’esordio.

Our Forests Sing è stato un parto per diversi motivi. Innanzitutto il disco è stato interamente autoprodotto, e pur non avendo molti mezzi abbiamo cercato di ottenere la massima qualità di cui potevamo essere capaci, ma quasi per tutti noi è stata la primissima volta alle prese con un full-length, perciò non sono mancati gli intoppi, moltissimi a dirla tutta. Ci siamo presi a cornate a lungo ma siamo anche stati capaci di fare squadra e di lavorare bene, ben consci del fatto che tutto questo altro non è che un inizio. Mark, il nostro cantante, una sera ha descritto l’album con parole che ci sono rimaste impresse, dicendo “Ragazzi, abbiamo messo il primo piede fuori da casa nostra. Abbiamo salutato il tepore del caminetto, e ora stiamo camminando su un sentiero molto lungo. Vedremo dove ci porterà”.  Questo è stato lo spirito con cui abbiamo vissuto il nostro esordio. Avere il nostro disco in mano è stata una soddisfazione pazzesca, vedere le illustrazioni (a opera della meravigliosa Mariabianca Minelli, che salutiamo!) prendere vita accanto ai testi, poter letteralmente tenere in mano un anno di lavoro è stato forte, e questa cosa ci ha uniti come non mai.

Il disco è stato licenziato dalla Volcano Records, etichetta italiana. Come siete giunti alla firma, e come vi state trovando con loro?

Siamo giunti a firmare con la Volcano dopo una serie di eventi che, in pochissimi mesi, hanno dato una spinta pazzesca alla nostra carriera. Eravamo al debutto ufficiale e stavamo cercando date per fare sentire al nostro pubblico torinese i primi pezzi dell’album, quando un nostro caro amico e grande cantante, Mattia Casabona, ci ha suggerito di partecipare all’Entropy Fest, un contest di musica inedita e cover che si tiene ogni anno nel pinerolese, vicino a Torino. Partecipare a questo festival è stato pazzesco: noi, con un progetto che stava prendendo forma, ci siamo trovati a competere con band solidissime di tutto il territorio, giudicati da una giuria di musicisti con carriere pluridecennali, capitanati da una persona più unica che rara, l’organizzatore del festival Douglas Docker. Insomma, alla fine della fiera il nostro folk metal è piaciuto, tanto che abbiamo vinto il primo posto e diversi premi, tra cui un contratto biennale con la Volcano. Da lì le cose hanno preso una piega molto diversa, e abbiamo dato un taglio molto più professionale alla nostra formazione e al nostro modo di fare musica. Dobbiamo moltissimo a Douglas, un vero e proprio guerriero dell’underground ed un musicista straordinario.

Ascoltando la vostra musica ci si rende conto che avete nel serbatoio influenze musicali piuttosto varie, ma riuscite a creare delle canzoni che rientrano nel folk metal. Come si svolge una sessione di composizione in casa Legacy Of Silence? Ci sono brani che vi hanno fatto sudare le famose sette camicie per avere il risultato desiderato?

Oh questa domanda ce l’aspettavamo! Partiamo subito col definire le nostre influenze musicali: batterista e flautista arrivano dal prog metal, i chitarristi dal melodic death, il cantante dal folk. Solitamente il grosso della composizione, a livello di struttura generale del brano e riff principali, viene composto da chitarrista e cantante. Poi tutti insieme ci prendiamo dei weekend di composizione in cui andiamo in montagna, nelle vallate che circondano la nostra città, e delineiamo la struttura in maniera più precisa, ognuno con il suo contributo portando il brano a compimento. Una cosa veramente fantastica è che tutti sono sempre pronti a sacrificare una propria parte per valorizzare gli altri e l’estetica del brano nel complesso, ed è diventato così solo con la formazione attuale. Il brano che ha fatto bestemmiare di più tutti quanti è sicuramente stato J.A.W.S., anche perché è il più sperimentale dell’album. Èstato molto complesso incastrare la composizione vocale e le parti melodiche di flauto e chitarra sulla ritmica irregolare e veloce del pezzo, ma il risultato finale ha superato le nostre aspettative.

Nella recensione parlo di chitarre vicine al death metal melodico e al deathcore. Quali sono i gruppi e i musicisti che hanno influenzato maggiormente i vostri chitarristi?

I nostri chitarristi, soprattutto quello psicopatico del solista, arrivano da un ambiente melodic death. Simon è un grande appassionato dei Children Of Bodom e dei Wintersun, in particolare del frontman, Jari Mäenpää. John invece ha come riferimento nel suonato le tracce ritmiche mordaci e violente degli Eluveitie.

Nella conclusiva Rebirth è presente in qualità di ospite la violinista Vittoria Nagni, ex Blodiga Skald. Come è nata e si è sviluppata la collaborazione? Potendo invece scegliere un big della musica, chi vorreste come ospite nel prossimo cd e perché?

La collaborazione con Vittoria è nata perché sentivamo di volere un guest del panorama folk metal italiano, e lei era semplicemente perfetta: violinista di grande talento, bravissima interprete e capace di far suo il pezzo e capirne il significato. L’abbiamo conosciuta quando faceva parte dei Blodiga Skald, i nostri fratelli maggiori di Roma con cui da subito abbiamo legato tantissimo, e che salutiamo con affetto! Le abbiamo proposto il pezzo e di fare da guest e lei ha accettato subito, il risultato è stato veramente bellissimo. Ne approfittiamo per mandarle un super abbraccio, ciao Vittoria \m/

Dal titolo alla copertina sembra che la natura vi stia a cuore. Qual è il vostro rapporto con il mondo che vi circonda? Siete appassionati di escursionismo o altri sport di montagna?

Siamo tutti grandi appassionati di natura e montagna, ma è Mark la mente che sta dietro al concetto dell’album e ai testi. Ci ha fatto una testa così per anni sul suo rapporto quasi spirituale con il mondo naturale e, alla fine, la sua filosofia è diventata parte fondamentale del progetto e anche di tutti noi. Pensate a che cosa doveva essere solo trecento anni fa una foresta. Senza luci, solo con il fuoco, in un mondo in cui la scienza era un concetto riservato all’élite. Non è difficile pensare che il verso di caccia di una volpe o il bramito di un cervo, nel buio delle notti senza luna, potessero essere scambiati per il verso di un mostro orrendo, alimentando fantasia, fiabe e leggende. Le nostre foreste, gli alberi antichi, si trovano dove sono da centinaia di anni, e sono interconnesse. I boschi sono un luogo di equilibrio, di vita, e se ci si ferma ad ascoltarli li si può sentir cantare. Provateci, sedetevi su di un sasso nel folto di un bosco e state in silenzio per qualche minuto. Le nostre foreste cantano, e hanno molto da dire.

Parliamo dei testi. Vi chiedo di scegliere quelli che maggiormente vi rappresentano e di spiegarne il perché. C’è la possibilità. In futuro, di poter ascoltare una vostra composizione in italiano?

I due testi che maggiormente ci rappresentano sono indubbiamente Witchwood ed Heresy. Entrambi parlano di uomini che entrano nel bosco e ne restano rapiti, anche se con epiloghi differenti. In Witchwood degli uomini violano il sacro confine del bosco della strega. Vi entrano senza rispetto, sporcando e distruggendo. Così tutte le creature e la foresta stessa li respingono con odio. Su queste persone si crea una pressione, e cominciano a vedere mostri tra le ombre e a sentire canti selvaggi durante la notte, finché la strega non viene a prenderli di persona. In Heresy un villaggio di uomini dediti al culto degli antichi dèi viene attaccato da un mostro venuto dalla grande foresta. Gli uomini cominciano a sussurrare di un divoratore dimenticato, sceso dal nord. Così tutti iniziano a raccogliere i propri pochi averi e a fuggire, ma il capo del villaggio non ci sta, prende il suo martello, distrugge gli altari degli dèi ed entra nel bosco con un manipolo di uomini, deciso ad uccidere la belva. Nel cuore della foresta, dove gli alberi sono antichi quanto il tempo, non trovano un mostro bensì un dio che, tornato a casa, reclama il suo dominio uccidendo gli uomini usurpatori. Questi pezzi sono il connubio di fantasy, filosofia, spiritualità e folklore che rappresentano in pieno quello che sta diventando il centro del nostro progetto, su cui stiamo improntando la composizione dei nuovi pezzi. Per quanto riguarda il testo in italiano: è possibile, non lo escludiamo a priori, ma per il momento l’inglese continua ad essere al lingua con cui preferiamo scrivere.

Dalle foto dei concerti ho visto che indossate degli abiti di scena e delle maschere: cosa rappresentano?

I nostri costumi di scena, o meglio, le armature, sono una novità quasi assoluta visto che ci abbiamo fatto solo due live. Abbiamo deciso di impostare la nostra costumistica di scena su un concetto molto semplice: ognuno di noi ha, da sempre, sentito di avere un animale che lo rappresentasse in maniera particolare, una specie di animale-guida. Così le nostre strade hanno incrociato quelle di Lorenzo Bux, un artigiano (più che altro artista) di Torino, al quale abbiamo sottoposto il progetto, e che ci ha messo anima, corpo e, soprattutto, l’inestimabile contributo del suo strepitoso talento. In questo modo sono nate sei armature, ognuna fatta sulle necessità logistiche ed estetiche di ognuno di noi, che hanno in comune lo stile e i materiali, ma differiscono in tutto il resto. Alcuni di noi, i più brutti, hanno deciso poi di farsi fare anche delle maschere, così da migliorare decisamente il livello di figaggine del gruppo. Bisogna puntualizzare che quelle che potete vedere in foto sono solo dei prototipi: le parti definitive sono pochissime, le armature prenderanno forma definitivamente nel corso di tutto il prossimo anno, e saranno pericolosamente belle.

Continuiamo a parlare di concerti: fino a questo momento non sono stati molti e mi chiedo se in autunno terrete delle date per promuovere il disco o se ci sono problemi in tal senso.

Tasto terribilmente dolente. Sì, purtroppo i concerti che possiamo vantare nel nostro curriculum sono pochi, e le ragioni sono molte. In primis è da poco più di un anno che abbiamo trovato stabilità nella formazione. Prima abbiamo cambiato una sfilza di batteristi e bassisti e questo purtroppo ci ha sempre fermati, perché puntualmente non avevamo scalette da live. Inoltre c’è il problema che a Torino siamo rimasti soltanto noi a fare folk, e diventa sempre più difficile organizzare delle date. A ciò si aggiunge che i locali che fanno suonare metal underground a Torino sono pochissimi e molto gettonati, perciò nel tempo è stato difficile organizzare delle buone date. Detto questo però, ci teniamo a precisare che stiamo organizzando diverse date su Torino per il tardo autunno, e speriamo di poter partecipare a numerosi festival nella prossima estate. Stiamo anche cercando di suonare fuori da Torino, e per questo è nostro dovere ringraziare le band che finora ci hanno ospitati fuori dal Piemonte, in particolare i Calico Jack di Milano e i già citati Blodiga Skald. Siamo sempre a caccia di live, quindi se ne avete da proporci scriveteci!

Prima di giungere alla fine vi devo chiedere il perché dei nickname: qual è il loro significato?

I nostri nomi d’arte sono legati a doppio filo con le armature. Come dicevo, ognuno di noi ha scelto un animale con cui sentisse di condividere l’essenza. E così abbiamo scelto Gufo, Cervo, Tasso, Ghiottone, Cinghiale e Falco, e da lì sono nati i nomi e  l’impostazione decorativa delle armature.

Siamo giunti alla fine, c’è qualcosa che volete aggiungere?

Dato che ci concedi questo spazio, lo utilizzeremo per ringraziare un po’ di persone e per dare un paio di notizie bomba. Innanzitutto ringraziamo te Fabrizio, per il lavoro che fai e per lo spazio che ci hai dedicato. Ringraziamo le persone con cui stiamo collaborando, in particolare quello che consideriamo il nostro “padre” artistico, Lorenzo Bux, con cui stiamo lavorando ad un progetto pazzesco i cui primi frutti arriveranno in autunno. Ringraziamo il nostro videomaker Andrea Talò della Gemini Crew, altro artista straordinario, che sballottiamo da un bosco all’altro per le riprese dei nostri pezzi. Ringraziamo Douglas R. Docker, una persona straordinaria e unica, e non serve davvero aggiungere altro. Se siamo arrivati fin qui lo dobbiamo soprattutto a lui. Vi annunciamo che presto uscirà un nuovo video veramente strepitoso, in cui abbiamo potuto sfoderare una collaborazione con un team di persone pazzesco, ma per il momento non posiamo aggiungere altro. Salutiamo con grande affetto tutti i nostri fan, vecchi e nuovi. Ci vedrete presto sul palco. Stay Folk, Stay Silent \m/

Foto di Rock My Life / Graziella Ventrone

Barad Guldur – Frammenti Di Oscurità

Barad Guldur – Frammenti Di Oscurità

2019 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Ivan Nieddu: voce – Stefano Longoni: chitarra – Riccardo Bona: chitarra – Marco Brambilla: basso – Sara Benzoni: batteria – Eliana Gheza: cornamusa – Stefano Grazioli: cornamusa, flauto – Alessandra Lombardo: ghironda – Elisa Fratus: violino

Tracklist: 1. La Storia Cominciò – 2. Canso De Bouye – 3. Sarneghera – 4. POININOS – 5. Nella Notte Più Nera – 6. Asfaladugu – 7. La Gratacòrnia – 8. Per Chi Ela La Nòcc? – 9 Senza Paura – 10. Frammento Di Oscurità – 11. Lodar I Lais Ben Laer Sul

Frammenti Di Oscurità è il debutto dei Barad Guldur, formazione di Bergamo autrice di un folk metal ricco di strumenti tradizionali con i testi delle canzoni in lingua italiana. Ivan Nieddu (voce) ed Eliana Gheza (cornamusa) danno vita al gruppo sul finire del 2015 e dopo qualche anno di lavoro esce come autoprodotto il primo full-length. Mettendo nella stessa frase Bergamo e folk metal è automatico pensare ai Folkstone, ma i Barad Guldur sono bravi a non farsi risucchiare dal groove di Lore e soci, andando per la propria strada fin dal primo disco con la giusta personalità. Quel che viene fuori dalle casse dello stereo è un folk metal abbastanza personale con il baghèt – strumento tipico bergamasco, della famiglia delle cornamuse, in uso, secondo gli affreschi, fin dal XIII secolo – in grande evidenza, e un continuo alternarsi e sovrapporsi di voci sia maschili che femminili con diversi stili e impostazioni. Il risultato è assolutamente convincente e non sembra certo di ascoltare un’opera prima.

Il disco si presenta con una grafica semplice ma comunque efficace, il booklet di otto pagine contiene tutti i testi e il racconto del progetto Barad Guldur, una cosa che accade molto raramente e che permette di entrare immediatamente in sintonia con la proposta dei bergamaschi. L’unica pecca della parte grafica è la scelta di lasciare il booklet color nero con i testi in bianco: sfondi di montagne e natura sarebbero stati perfetti per quanto cantato nei quarantanove minuti del cd. La produzione è piuttosto asciutta e mediamente potente, gli strumenti sono ben equalizzati e nel complesso il suono, considerando la completa autoproduzione, va più che bene.

La Storia Cominciò e Canso De Bouye sono un ottimo modo per presentarsi: due brani diversi tra loro ma che mostrano subito lo stile e le capacità dei Barad GulgurCon i testi sotto mano si possono apprezzare ancor di più i brani, in particolare gli ottimi Nella Notte Più Nera (forse ispirata dall’anarchico eroe locale Simone Pianetti?) e Frammento Di Oscurità, ma non deve passare in secondo piano la qualità del songwriting, né dei pezzi poc’anzi menzionati, né dei restanti. La batteria di Sara Benzoni non disdegna parti aggressive che danno una bella botta d’adrenalina quando inserite, con l’ex Furor Gallico Marco Brambilla a formare un’ottima sezione ritmica. I toni aspri di Sarneghera sono controbilanciati dalla riuscita parte strumentale folk, mentre la già citata Frammento Di Oscurità è una composizione diversa dalle altre, meno immediata e più articolata, con la coppia di chitarre in gran spolvero nella seconda parte del brano. Senza Paura è una botta d’energia, probabilmente la canzone più estrema del disco con i pregevoli inserti di cornamuse assolutamente azzeccati. A completare l’album ci sono la bella strumentale Asfaladugu e diversi “intermezzi”, se così si possono definire: POININOS è un bel pezzo ambient folk ipnotico sulla scia di Wardruna e Danheim, La Gratacòrnia che vede protagonista il Coro Alpino Le Due Valli e la conclusiva Lodar I Lais Ben Laer Sul che chiude un album ambizioso e ben riuscito.

I quarantanove minuti di Frammenti Di Oscurità scorrono bene, le canzoni funzionano e non ci sono momenti che affossano l’ascolto. Chiaro è che si tratta di un debutto assoluto e, com’è normale che sia, c’è molto da lavorare per i Barad Gulgur al fine di realizzare un disco ancora migliore. Sinceramente, però, una totale autoproduzione di questa bontà e come debutto non è facile da trovare in giro. Alla band di Bergamo vanno i complimenti per quanto fatto: ora è lecito aspettarsi dei passi in avanti, questo è l’inizio di una possibile bella carriera.

Legacy Of Silence – Our Forests Sing

Legacy Of Silence – Our Forests Sing

2019 – full-length – Volcano Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Mark Greyowl: voce – Simon Badgerwrath: chitarra – John Eldeer: chitarra – Berthus Winterwolv: basso – Alberth Boargrunt: batteria – Lucas Nighthawk: flauto

Tracklist: 1. Witchwood – 2. Bloodhunt – 3. Misfortune – 4. Torment – 5. Heresy – 6. Inquisition – 7. J.A.W.S. – 8. Nightfall – 9. Rebirth

Attivi dal 2014, i Legacy Of Silence arrivano ora al debutto su lunga distanza dopo aver pubblicato due anni fa un EP contenente quattro brani, tre dei quali trovano spazio anche in questo Our Forests Sing, cd licenziato dall’etichetta italiana Volcano Records. La band piemontese propone un folk metal dalle tinte estreme, caratterizzato dal graffiante growl del cantante Mark Greyowl, dalle chitarre vicine al death metal melodico (e in alcuni frangenti al deathcore) e dalle parti folk vicine per stile agli Eluveitie. Il risultato è un mix ben bilanciato tra stili e influenze che creano un sound abbastanza personale pur rimanendo all’interno dei confini tipici del folk metal attuale. Il disco si presenta bene dal punto di vista estetico: la grafica del digipak è curata nei minimi dettagli, il booklet di sedici pagine è ricco di immagini legate ai testi, le informazioni tecniche e due foto del gruppo. Anche la produzione si fa valere, con suoni puliti e potenti, gli strumenti ben livellati in fase di missaggio e la piacevole sensazione durante l’ascolto che il lavoro di produzione sia stato fatto con attenzione e bravura.

Our Forests Sing è un album composto da nove tracce per un totale di quarantaquattro minuti: niente intro, outro e intermezzi, ma nove canzoni che vanno dritte al punto, tra momenti più aggressivi ed altri maggiormente melodici, comunque sempre equilibrati tra di loro. L’iniziale Witchwood è il classico biglietto da visita: il sound dei Legacy Of Silence è ben rappresentato negli oltre cinque minuti della canzone ed è possibile ascoltare in un unico brano l’intera gamma di possibilità che la band ha a propria disposizione. Le tracce di Our Forests Sing, pur facenti parte di un sound piuttosto ristretto, sono mediamente varie: Inquisition, ad esempio, a dispetto della tematica trattata, è il brano più “allegro” del lotto, che a sua volta differisce da J.A.W.S. che vede il flauto di Lucas Nighthawk protagonista dell’intera composizione. Torment è chitarristicamente parlando la canzone più pesante, mentre Misfortune gode di un’ottima parte di flauto che la rende orecchiabile fin dai primi ascolti. Infine è da citare Rebirth, ultimo brano del disco che vede anche la presenza dell’ospite Vittoria Nagni, violinista ex Blodiga Skald, che con gli inserti del suo strumento riesce a dare quel qualcosa in più a un pezzo che già in partenza suona convincente e di buona fattura. Durante l’ascolto di Our Forests Sing s’incontrano anche delle cose che andrebbero migliorate o rielaborate (i primi istanti di Nightfall e Inquisition sono piuttosto simili, per portare un esempio), ma tolta qualche spigolosità l’ascolto scorre piacevole.

La sensazione che si avverte è che i Legacy Of Silence siano all’inizio del percorso musicale e che con il giusto lavoro il prossimo disco possa riservare delle gustose sorprese. Our Forests Sing è un buon debutto consigliato a tutti gli appassionati di folk metal estremo, un cd che apre le porte della scena italiana a una nuova promettente band: benvenuti nella tribù!

Intervista: Atlas Pain

Secondo disco e secondo centro per gli italiani Atlas Pain: Tales Of A Pathfinder (Scarlet Records) è la naturale prosecuzione di quanto fatto con il debutto What The Oak Left, spostando l’asticella ancora più in alto, con coraggio e determinazione. Tra giri del mondo, steampunk e verdure da mangiare, la chiacchierata con i ragazzi lombardi è da leggere tutto d’un fiato!

Due anni fa avete esordito con What The Oak Left. Ora tornate sul mercato, sempre con Scarlet Records, con il nuovo Tales Of A Pathfinder: cosa è successo tra i due album? Quali sono i ricordi più belli di quello che avete vissuto dopo la pubblicazione del debutto? E quali sono state le cose che vi hanno fatto crescere come musicisti e come gruppo?

Due anni che sono davvero volati, te lo posso assicurare! What The Oak Left ci ha portato nel tempo una serie innumerevole di sorprese, a partire dalla grande accoglienza del pubblico fino all’opportunità di poter portare la nostra musica fuori dai confini italiani e questa cosa ci ha dato la giusta carica per mettere tutto noi stessi nel lancio del secondo album Tales Of A Pathfinder. La gioia è indubbiamente tanta, sicuramente non potevamo chiedere di più.

Tales Of A Pathfinder è un concept album e la storia mi sembra essere molto originale e diversa da tutto quello che c’è in giro. Non avendo ricevuto i testi, mi parlate nel dettaglio della storia?

I temi trattati da Tales Of A Pathfinder sono frutto di un’evoluzione stilistica che ha fondato le radici a partire dal nostro debut. L’idea infatti di poter sviluppare un concept prendendo spunto direttamente dalla sottocultura steampunk è un qualcosa che abbiamo ponderato ed elaborato nel tempo. Ne è nato così Tales Of A Pathfinder, un racconto a cavallo fra fantasy e veridicità storica. Possiamo identificarlo, diciamo, come una sorta di nostra interpretazione personale de Il Giro Del Mondo in 80 Giorni di Verne, nel quale noi prendiamo le redini del viaggio e accompagniamo l’ascoltatore in diverse tappe geografiche del nostro mondo, ogni volta con l’obiettivo di trarre una morale ed un insegnamento dalla cultura propria del paese interessato. Quest’idea ci ha permesso di poter spaziare a 360 gradi nei confronti delle tematiche affrontate, sempre ovviamente dando modo al classico timbro musicale proprio degli Atlas Pain di poter condurre la storia.

Potrà esserci un “futuro” diverso dalla musica per questo concept, che so, un fumetto o un libro?

Guarda, la vedo davvero difficile. Come detto precedentemente è un concept che trae forte ispirazione da opere letterarie già famose, trasformandole e facendole nostre con leggende e storie tradizionali appartenenti alle culture più disparate, il tutto condito ovviamente dalla nostra musica. Trasporre questa formula in qualcosa al di fuori della musica stessa sarebbe come cercare di replicare l’irreplicabile. Giochiamo nel nostro territorio in completa sicurezza, ah ah ah!

Turisas + Equilibrium + una forte dose di personalità. Rende l’idea di quello che è il suono degli Atlas Pain?

Direi che hai fatto centro. Ognuno di noi all’interno del gruppo ha un proprio background musicale, per certi aspetti completamente differente l’uno dall’altro. Ma posso assicurarti che è proprio grazie all’amor comune per il pagan metal che gli Atlas Pain riescono a portare avanti il proprio sound. Le contaminazioni sono molte ma sicuramente hai citato due fra le band più rappresentative del nostro stile. Prima di essere musicisti siamo fan della musica che ascoltiamo, ed è proprio questo il motore che ci spinge a rielaborare le nostre idee e a spronarci nel comporre musica che davvero viene dal cuore, senza compromessi.

La copertina è di grande impatto e ricca di dettagli. Rappresenta forse tutti i veicoli utilizzati nella storia per compiere il giro del mondo? Potendo scegliere, quale mezzo usereste come coreografia dei vostri concerti?

La storia che narriamo all’interno di Tales Of A Pathfinder è molto ariosa e priva di dettagli tecnici, abbiamo preferito dare un’infarinatura che potesse portare la critica e il pubblico ad identificarlo come concept album, ma al di fuori di questa linea comune non vi è una vera e propria descrizione dell’avventura in sé. Sicuro la copertina aiuta l’ascoltatore ad immaginarsi un proprio viaggio e, considerando il setting di tardo Ottocento, è abbastanza obbligato che la scelta ricada poi sui mezzi rappresentati nella copertina, quindi in parte potrei risponderti di sì. Per quanto riguarda la coreografia, cavolo, si viaggia con l’immaginazione! Il giorno in cui potremmo permetterci di salire sul palco anche solo con una bicicletta sarà un gran giorno!

Per la copertina vi siete avvalsi della mano di Jan “Orkki” Yrlund, un nome che non ha bisogno di presentazioni. Come sono stati i contatti con lui (email o telefonici) e come siete arrivati al risultato finale?

È la seconda volta che abbiamo il piacere di lavorare con Jan e anche per questo nostro lavoro non possiamo che esserne felici. Bastano sempre poche parole, una descrizione della nostra musica, dei brevi messaggi sui social e poi lui subito se ne esce con il concept grafico già fatto e finito, centrando sempre l’obiettivo. È un tipo easy, con un calendario serratissimo (considerando anche i colossi del metal con cui si ritrova a lavorare). Basta aver pazienza, perché molte volte con lui è ‘buona la prima’.

L’aspetto estetico è per voi molto importante e il “cambiamento” dai primi Atlas Pain a quelli odierni è cosa da non poco conto. Come siete arrivati a questo punto, perché ci siete arrivati e avete mai avuto “paura” nel farlo?

Esattamente. L’outfit che noi portiamo sul palco fa parte di un incastro di ragionamenti ponderati nel tempo e sempre funzionali alla nostra proposta, partendo dalla musica, fino alla scenografia dei nostri concerti. Indubbiamente, anche a livello visivo, gli Atlas Pain hanno completamente stravolto il proprio aspetto nel tempo, passando da uno stile prettamente canonico e abbracciando anno dopo anno sempre di più l’immaginario steampunk. È una scelta molto più vicina alle nostre corde, considerando anche l’impronta pesantemente ‘bombastic’ (concedimi il termine) della nostra proposta musicale. Paura non ce n’è mai stata, ma curiosità sempre tanta. Noi sai mai come il pubblico possa accogliere determinati cambi di rotta, anche se minimi e molte volte totalmente ininfluenti, musicalmente parlando. Siamo in ogni caso sicuri che, soprattutto in questi ultimi anni, il pubblico sia sempre di più abituato a produzioni d’impatto, dove anche l’occhio vuole la propria parte. Noi cerchiamo sicuramente di fare del nostro in tal senso.

Lo steampunk sembra essere un mondo molto lontano da quello heavy metal, voi invece siete riusciti ad unire questi due aspetti/filosofie in maniera naturale e convincente. Sono curioso di sapere a chi è venuta l’idea e come vi siete approcciati a questo nuovo e fighissimo mix.

Innanzitutto ti ringrazio per i complimenti! L’idea è partita dall’esigenza di staccarci dalla canonica idea di outfit, a volte fin troppo abusata nel genere. Volevamo provare a portare qualcosa di nuovo e sufficientemente fresco, sempre cercando di rimanere fedeli all’impronta cinematografica propria del nostro stile. Sicuramente lo scenario steampunk ci ha aiutato in tal senso, definendo già di per sé uno stile che si presta ad essere molto teatrale e d’impatto, lasciandoci tra l’altro molta libertà nello sviluppo tematico delle canzoni, potendo parlare di tradizione così come di tematiche fantasy.

La letteratura ha in qualche maniera influenzato gli Atlas Pain?

Senza dubbio, in particolare per questo ultimo lavoro, per i motivi sopra citati. La nostra fortuna si basa nel poter spaziare a 360° fra diverse tematiche, dandoci sempre totale libertà artistica, e questo ci permette di attingere da diverse fonti d’ispirazione, partendo dalla letteratura, passando per arte visiva e, perché no, anche per la filosofia. Oltre a tenerci svincolati da qualunque paletto tematico (come molte volte il genere richiede) questo ci da la possibilità di poter sviluppare inoltre storie sempre e solo partendo da ciò che in quel determinato momento ci sentiamo di scrivere.

What The Oak Left si può considerare come un biglietto da visita, Tales Of A Pathfinder è la conferma della vostra bravura, cosa rappresenterà, invece, il prossimo disco?

Chi lo sa? Ogni disco per noi è sempre una scommessa. Quello che posso assicurarti è che Tales Of A Pathfinder ha rafforzato ancora di più il nostro sound e ha tracciato un percorso stilistico che permette anche agli ascoltatori di poter immaginare fin da subito ciò che in futuro possiamo proporre. Per quanto invece riguarda il mood dei prossimi lavori, sicuramente è troppo presto per poterti dare indizi, ma ‘catchy’ sarà in ogni caso la parola chiave.

C’è stato un momento in particolare durante il quale vi siete guardati negli occhi e vi siete detti “sì, stiamo sulla strada giusta”?

Purtroppo questa è una domanda troppo difficile per poterti dare una risposta secca. Sicuramente i risultati che stiamo ottenendo sono il perfetto carburante per poterci spingere ogni volta a dare di più. Questo vale sia per l’accoglienza da parte di pubblico e critica dei nostri lavori in studio, che per la risposta dei fan durante i nostri concerti. La soddisfazione più grande, tra l’altro, è notare come, nonostante le lunghe distanze, la nostra musica venga apprezzata da gente di tutto il mondo: quando scendi dal palco di qualche festival europeo ed arrivano apprezzamenti su musica e performance è sempre una gran gioia. Finché questo accadrà noi saremo sempre in prima linea!

Vi ringrazio per la chiacchierata. Vi seguo fin dal primo demo e sono molto contento per voi perché con un suono personale siete riusciti ad arrivare a un’etichetta importante e soprattutto a pubblicare dischi di qualità. A voi le ultime parole dell’intervista!

Grazie a voi dello spazio e del tempo dedicatoci. Cerchiamo sempre di andare avanti a testa dura, guardando a ciò che abbiamo fatto e, step by step, puntare sempre al gradino successivo. Ascoltate buona musica, mangiate verdure e fate sport. Mi raccomando!

Intervista: Dyrnwyn

Gli ultimi mesi del 2018 hanno visto la pubblicazione di un disco particolarmente interessante sotto il doppio aspetto musicale e lirico: Sic Transit Gloria Mundi non è soltanto un bell’album di pagan folk metal, ma è anche un lavoro diverso da tutti gli altri della scena per via dei testi riguardanti la storia dell’antica Roma. I capitolini Dyrnwyn tornano quindi a raccontarsi sulle pagine di Mister Folk (qui trovate le precedenti chiacchierate: 2015 e 2017) e presto saranno di nuovo sui palcoscenici d’Italia – e non solo – per conquistare nuovi fan. Buona lettura!  

Foto di Giulia McCartney

Vi ho lasciati che avevate pubblicato l’EP Ad Memoriam e vi ritrovo ora con un bel full-length di debutto: cosa è successo nel mezzo e cosa avete fatto per arrivare alla pubblicazione di Sic Transit Gloria Mundi?

Uno dei nostri obbiettivi, come penso di tutti i musicisti, è sempre stato quello di produrre qualcosa che seppur diverso comunque fosse migliore del lavoro precedente. Questo nel nostro caso ha voluto dire riflettere sugli aspetti negativi e positivi dei cd passati, così come sulle nostre dinamiche interne, in modo da poter trovare una nostra voce personale. Abbiamo affinato il nostro metodo di composizione e abbiamo lavorato a lungo su ogni pezzo senza mai accontentarci fino al completamento di Sic Transit Gloria Mundi.

Il disco è stato pubblicato con Soundage Productions: come siete giunti alla label russa? Che tipo di contratto avete e come vi state trovando?

Abbiamo selezionato le label in tema con il nostro genere che ci interessavano e le abbiamo contattate, una volte viste le varie offerte e proposte abbiamo optato per la Soundage. Il nostro contratto, se così si può chiamare, riguarda soltanto la stampa dei cd, per vendite fisiche quello che vendiamo noi rimane a noi e quello che vende la Soundage rimane a lei e per le digitali abbiamo fatto autonomamente. Non è il miglior contratto del mondo in quanto a servizi, questo è vero, ma avere qualcuno là fuori che non ti chiede un occhio della testa per stamparti due cd e farti un minimo di pubblicità è molto raro oggi giorno.

Musicalmente c’è stata una certa evoluzione e ora le canzoni sono più scorrevoli e “orecchiabili” pur non rinunciando alla virilità che vi contraddistingue fin dagli esordi. Avete lavorato molto in questo senso e su cosa vi siete concentrati per realizzare un prodotto così buono?

Come accennavo sopra nella risposta alla prima domanda, tanto lavoro è stato fatto in questo senso e siamo molto contenti che si noti. A differenza dei lavori precedenti abbiamo pensato prima a ciò che le canzoni dovevano dire e poi al modo in cui dirlo meglio. Lavorando a volte per immagini a volte per concetti abbiamo tirato fuori la musica dall’idea e non il contrario, senza accontentarsi mai al punto che alcune cose sono state cambiate anche poco prima di andare a registrare. Inoltre alcune dinamiche interne sulla direzione musicale del gruppo sono state risolte e avere due pari forze che spingono nella stessa direzione invece che in direzioni opposte ha portato non solo un sound più solido ma anche una maggiore solidità di tutta la band.

Dovendo presentare tre canzoni di Sic Transit Gloria Mundi, quale scegliereste e perché?

Sicuramente la title-track Sic Transit Gloria Mundi è la nostra preferita perché rappresenta appieno il sound che vogliamo, le atmosfere, quel sentimento di malinconica nostalgia mischiata a rabbia e epicità. Per le altre davvero una vale l’altra tra le rimanenti non ce n’è nessuna che amiamo di meno in cui abbiamo messo meno di noi. Tutte hanno le loro particolarità, la loro storia: quelle più battagliere, quelle ispirate da una particolare divinità o festività etc. Onestamente noi le amiamo tutte allo stesso modo.

Nel disco fa il suo esordio il cantante Thierry: credo che abbia fatto un ottimo lavoro e con il suo timbro vocale abbia reso la musica dei Dyrnwyn ancora più personale e accattivante. Cosa mi potete dire su di lui?

Sempre nello spirito del non accontentarsi dopo che Daniele Biagiotti è uscito dalla band, abbiamo deciso che il prossimo cantante doveva essere adatto al nostro sound a costo di rimanere fermi per molto tempo. Fortunatamente, però, dopo non molto abbiamo trovato Thierry che, nonostante avessimo in mente e fossimo abituati ad una voce un po’ diversa, ci ha convinto. La sua capacità di interpretazione del testo e di recitazione, il fatto di essersi subito amalgamato bene con tutti noi e la buona dizione nel cantato growl e scream lo rendono particolarmente adatto al nostro genere.

Avete lavorato in studio con Alessio Cattaneo e Riccardo Studer. Come vi siete trovati con loro e vi va di condividere qualche storia avvenuta in studio di registrazione?

Ci siamo trovati benissimo e non esagero. Sono due persone sicuramente particolari ed eclettiche e proprio in virtù di questo hanno una visione non comune della musica e delle possibili soluzioni da adottare quando si presenta una scelta o un problema: più volte ci hanno dato degli ottimi consigli per rendere il nostro lavoro al meglio. Il tutto unito al fatto che sanno quello che stanno facendo li rendono dei produttori, fonici e arrangiatori di cui ci si può fidare e a cui ci si può affidare. Bisogna tenerli d’occhio però perché potrebbero contagiarti con le loro idee “eclettiche”, ad un certo punto eravamo più vicini a Hans Zimmer che al pagan folk ahahah!

Dopo tre lavori si può dire che l’ombra dei Draugr sia rimasta più nella filosofia alla base della band che non nella musica, avendo voi preso una strada personale. Cosa rimane, nel 2019, della band di De Ferro Italico?

I Draugr rimangono e rimarranno sempre per noi uno degli esempi di come deve essere fatto questo genere e come in passato così in futuro nel momento in cui dovremo cercare ispirazione o avremo un dubbio su un pezzo puoi stare certo che andremo a cercare lì la soluzione. Anche se abbiamo sviluppato un nostro sound, sicuramente uno degli ingredienti principali della ricetta è una dose molto cospicua di De Ferro Italico.

Come mai la storia dell’antica Roma è tanto poco “utilizzata” nel mondo heavy metal? Ci sono culture, mitologie e avvenimenti storici a dir poco inflazionati, eppure vanno per la maggiore. La storia di Roma è affascinante e ricca di eventi che meritano di essere narrati, ma sembra quasi che i gruppi abbiano paura di farlo. Qual è il vostro punto di vista su questa vicenda?

La storia di Roma è stata macchiata da avvenimenti storici che l’hanno rivendicata senza diritto e di conseguenza viene vista sotto una luce particolare, sicuramente diversa da tante altre. Noi non abbiamo paura a parlarne, anzi sarebbe sciocco da parte nostra fare FOLK metal e non parlare delle proprie radici, specialmente quando sono così gloriose e abbondanti. Noi amiamo la nostra storia, è una grande storia ed è giusto che se ne parli. Non ci vediamo altri significati e anzi invitiamo tutti a trattarla per quello che è. Inoltre c’è anche da dire che forse la maggior parte delle persone, proprio perché la storia di Roma è così universale, pensano di conoscerla quando in realtà hanno solo una conoscenza superficiale data dai media di una Roma cristiana o tardo imperiale in cui ci vedono poco di folk e pagano, ma quella è solo una parte della storia di Roma, la stessa che anche noi non preferiamo.

Parlando ancora di tematiche, di cosa parlerete nel prossimo lavoro? State lavorando a un nuovo disco?

Ancora non siamo in fase compositiva, ma già stiamo raccogliendo il materiale storico necessario, per così dire. Non ci discosteremo troppo, cronologicamente parlando, dalle storie raccontante in Sic Transit Gloria Mundi, questo è sicuro, quindi aspettatevi altre battaglie e avventure dell’antica Roma.

Dopo la pubblicazione del disco in pratica non avete mai suonato dal vivo: qual è stato il problema e tornerete presto sul palco?

Il piano originale era quello di organizzare un concerto al mese in giro per l’Italia, con l’aiuto della Nova Era Booking e aggiungere a quelle alcune serate auto organizzate, ma purtroppo il fato ci è stato avverso. Il cantate sopracitato, Thierry, ha avuto un grave infortunio che l’ha tenuto in ospedale per alcune settimane e in forzato riposo a casa fino al lascia passare dei medici. Quindi fino a guarigione avvenuta siamo in stallo forzato. Posso dire però che fortunatamente per noi e per lui si cominci a vedere la luce alla fine del tunnel e torneremo presto sul palco. (I Dyrnwyn saranno sul palco romano del Traffic Club il 24 maggio di spalla a Stormlord e Scuorn, ndMF)

Siete in giro da qualche anno, vi chiedo quindi come vedete la scena folk pagan italiana e se riscontrate in essa delle criticità. Di cosa ci sarebbe bisogno per un vero salto di qualità e notorietà?

Questa domanda richiederebbe più di una bevuta faccia a faccia per poter rispondere adeguatamente ma proviamo a fare un riassunto. 1) Non c’è una vera e propria community amante del genere e senza pubblico è difficile poter creare delle fondamenta solide per un scena folk pagan italiana. 2) Non c’è uno scambio e un dialogo organizzativo tra le band che suonano questo genere benché siano poche. 3) Questo porta a non avere tante serate a tema ben organizzate verso cui concentrare gli sforzi per poter far scoprire questo genere ai più. 4) E insieme al non avere tante serate non ci sono neanche tanti locali dove potersi esibire specialmente dalle nostre parti e i pochi festival che sembravano prendere piede sono stati cancellati. 5) Molti musicisti che conosco compresi alcuni che fanno parte di questa “scena” non vogliono più avere niente a che fare con l’Italia e preferiscono puntare tutto sull’organizzare serate all’estero in due tranche di tour, per esempio. Il che alimenta tutto il discorso fatto sopra. Come fare per cambiare la situazione? Questa è una domanda ancora più difficile. Magari con una rete di contatti tra le band, piccole e grandi, un calendario ben organizzato per concentrare gli sforzi e dei festival auto organizzati a tema, oltre all’uso del vile denaro per pubblicizzare e mettere in primo piano il genere, qualcosa si potrebbe muovere. Ma il grado di impegno che richiede è tutto tranne che indifferente. Bisognerebbe dedicarci molto tempo e riuscire a trovare degli alleati attivi e favorevoli nelle altre band che dovrebbero contribuire in egual modo. Diventerebbe quasi un secondo lavoro pro bono.

Per chiudere, perché i lettori dovrebbero acquistare il vostro disco?

Non importa che lo comprino, o lo ascoltino su Youtube, o lo scarichino illegalmente dal sito x o y, quello che ci importa è che lo sentano, che ci dicano la loro, sperando che gli piaccia quanto piace a noi e che vengano sotto al palco a scapocciare con noi per poi bere tutti insieme e festeggiare. Quindi riformuliamo la domanda. Perché dovrebbero ascoltarlo? Perché è un cd fatto da persone che credono in quello in cui cantano, che hanno messo tutti loro stessi in musica e il risultato è un cd folk pagan metal con due c*****i così. Lasciatevi trasportare nel passato glorioso della Roma repubblicana e riscoprite alcune delle gesta più epiche che la storia ha mai visto attraverso la nostra musica, faremo questo meraviglioso viaggio insieme.

Foto di Giulia McCartney