Folkstone – Ossidiana

Folkstone – Ossidiana

2017 – full-length – Folkstone Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lorenzo Marchesi: voce – Luca Bonometti: chitarra – Federico Maffei: basso – Edoardo Sala: batteria – Roberta Rota: cornamusa, bombarda, voce – Matteo Frigeni: cornamusa, bombarda, ghironda – Maurizio Cardullo: cornamusa, cittern, flauto, bouzouki, bombarda – Andrea Locatelli: cornamusa, bombarda

Tracklist: 1. Pelle Nera E Rum – 2. Scintilla – 3. Anna – 4. Psicopatia – 5. Asia – 6. Scacco Al Re – 7. Mare Dentro – 8. E Vado Via – 9. Instantanea – 10. Supernova – 11. Dritto Al Petto – 12. Sabbia Nera – 13. Ossidiana

Alla fine è successo. I Folkstone si sono definitivamente staccati dal proprio passato realizzando un disco che guarda avanti senza pietà, con un sound (si potrebbe dire) nuovo e lasciando gli ascoltatori a bocca aperta. Quello che è sicuro è che con Ossidiana la band di Bergamo non passa inosservata: prova ne è il gran chiacchiericcio, per quel poco che vale, virtuale e i complimenti ricevuti dai musicisti rock della scena italiana. Detto questo, come suona il nuovo album dei guerrieri orobici? Diverso. Diverso da Oltre…l’Abisso che a sua volta era la prosecuzione artistica di quanto iniziato con Il Confine, per non parlare poi dei primi due cd Folkstone e Damnati Ad Metalla: si tratta proprio di un’altra band. Cosa c’è di diverso, vi chiederete, tra Il Confine e Ossidiana? Sicuramente l’approccio. Laddove i Folkstone cercavano di restare a metà strada tra l’osservazione critica del mondo e la necessità di divertirsi (e far divertire) ora c’è solo la via della maturità, che spesso fa rima con noia e debolezza, ma non è il caso loro, fortunatamente. Quel che manca, e lo dico subito, è un guizzo di vita che tutti ci aspettiamo dai Folkstone, quelle cornamuse a festa che fanno battere forte il cuore, quei cori che non si aspetta altro di andare a un loro concerto per poterlo gridare con tutta la voce che è in corpo. Manca un pizzico di vita. Ossidiana è vita, e in alcuni momenti è anche bella come vita, ma è costantemente ombreggiata dagli anni che passano e che segnano il volto con rughe indelebili. È anche affascinante per questo, Ossidiana, quel fascino da persona adulta che sa ancora giocarsi le proprie carte pur non avendo più il fisico e il sorriso di quando aveva venti anni e ci si poteva permettere di dormire quattro ore a notte e ricominciare il giorno dopo carichi come non mai. Ossidiana ha quel fascino di chi ha vissuto la vita e ne porta le cicatrici, ma lo fa con serenità. Non orgoglio ne vergogna. Ossidiana sta lì a dire: la vita è questa, amico, non possiamo far altro che accettarla e quando possibile combatterla, ma questo è, fine dei sogni e dei giochi.

Il folk metal, nel senso stretto del termine, non è su un disco dei Folkstone dal 2012. In Ossidiana ci sono robuste chitarre rock (a tratti rammsteiniane) e bei strumenti folk che arricchiscono le canzoni. Non c’è l’arpa di Silvia Bonino, fuori dal gruppo perché il suo strumento ritenuto di troppo, ma c’è l’ottimo flauto di Maurizio a rinfrescare con deliziose note le varie composizioni. La canzone simbolo di questo cambiamento è senz’altro Pelle Nera E Rum: un blues caldo e avvolgente, molto sensuale, brano che indica immediatamente la volontà dei Folkstone di lasciarsi andare all’istinto non badando alla forma ma al risultato. Non mancano le cornamuse e il groove che sale di giri quando è il momento giusto di farlo, ma il cambiamento è palese e può facilmente spiazzare i fan, soprattutto quelli maggiormente legati al periodo “gente balla e dorme sui banconi appiccicati”. Un altro brano da menzionare è Dritto Al Petto, interamente cantato da Roberta. C’è da dire che Roby ha fatto passi da gigante al microfono, ora molto precisa e in grado di controllare meglio la voce, ma che non ha perso quel tocco aggressivo e verace che la contraddistingue. Il resto delle composizioni (curiosamente di durata media/corta, da 3.26 a 4.20, con appena tre canzoni sopra i quattro giri di lancette) sono quasi tutte di buona qualità (le prime tre sono davvero ottime, con un songwring deciso e grandemente riuscito) con qualche inevitabile calo di tensione di tanto in tanto quando ce ne sono ben tredici in un cd. La difficoltà dell’ascolto è dovuta alla nuova veste dei Folkstone, diciamolo chiaramente: non tutti sono pronti per questo salto, la band ha veramente osato e rischiato lasciandosi avvolgere dalle influenze e da quel che veramente vogliono fare, vincendo però la scommessa.

La produzione è molto compatta e il suono in cuffia è davvero ottimo: potente e chiaro, perfettamente mixato e curato nei minimi dettagli dal guru Tommy Vetterli (Coroner, Eluveitie, Kreator ecc.) fa da contrappeso all’orrenda copertina (volutamente) scarna ma che è in sintonia con i testi e il mood dell’album. Va bene il senso dell’artwork, ma anche l’occhio vuole la sua parte.

Ossidiana è la nuova veste dei Folkstone: a prima vista sembra essere un capo economico, trovato in offerta in qualche supermercato, eppure per una serie di motivi riassumibili con la parola bravura, hanno tirato fuori l’ennesimo bel viaggio nei sentimenti, dipingendo piccoli scorci d’umanità della quale tutti abbiamo bisogno. Alla fine il capo economico da supermercato calza a pennello ai nuovi Folkstone e vederlo indossato da loro fa anche un figurone.

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Folkstone – Il Confine

Folkstone – Il Confine

2012 – full-length – Folkstone Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lore: voce, cornamusa – Teo: cornamusa, bombarda, ghironda, cori – Roby: cornamusa, bombarda, cori – Andreas: cornamusa, bombarda, percussioni, cori – Maurizio: cornamusa, bombarda, cittern, flauti, cori – Silvia: arpa, percussioni – Federico: basso, cori – Edo: batteria, percussioni

Tracklist: 1. Il Confine – 2. Nebbie – 3. Omnia Fert Aetas – 4. Non Sarò Mai – 5. Luna – 6. Anomalus – 7. Storia Qualunque – 8. Frammenti – 9. Lontano Dal Niente – 10. Ombre Di Silenzio – 11. Simone Pianetti – 12. C’è Un Re (Nomadi cover) – 13. Grige Maree – 14. Vortici Oscuri (versione acustica)

Un fatto che deve far riflettere un po’ tutti, case discografiche in primis, è che negli anni 2010-2012 i migliori gruppi italiani appartenenti, con le dovute differenze stilistiche e artistiche, al panorama folk, si siano autoprodotti i dischi: oltre a Il Confine dei Folkstone è bene ricordare il bellicoso De Ferro Italico dei Draugr e l’omonimo debutto dei Furor Gallico (in seguito distribuito da Massacre Records). I bergamaschi, però, sono andati oltre, facendosi finanziare direttamente dai tantissimi fan. Una scelta sicuramente originale e per nulla rischiosa considerando la larga base di ammiratori sulla quale possono contare. È anche vero che in “cambio” della fiducia i Folkstone hanno dato loro il disco in anteprima rispetto alla data di uscita e una maglietta con i nomi di chi ha finanziato l’album. È questo, a parer mio, il punto focale de Il Confine e della filosofia dei Folkstone in generale: libertà, indipendenza, possibilità di fare quel che si vuole senza doverne discutere con nessun potere (casa discografica in questo caso), evitando spiegazioni e decidendo autonomamente il proprio futuro. Una libertà cara ai musicisti lombardi, da come si può capire dai testi delle canzoni, dai “discorsi” sempre molto diretti di Lore sul palco, e anche dalla decisione di autoprodursi Il Confine.

Di fatto il disco in esame è diverso dai precedenti Folkstone e Damnati Ad Metalla, suonando più oscuro, intimo, ribelle nel voler andare oltre quello che la gente abitualmente si aspetta dai Folkstone. Non uno strappo netto, in quanto sono comunque presenti canzoni divertenti e ballabili, così come alcuni pezzi hanno dimostrato di rendere alla grande in concerto, riuscendo – come al solito – a coinvolgere anche il ragazzo più timido o impacciato: impossibile restare fermi a braccia conserte durante le varie Omnia Fert Aetas e Non Sarò Mai.

Sicuramente, però, alcune cose sono cambiate, inutile negarlo. I testi sono più profondi – fermo restando una certa semplicità nel linguaggio utilizzato –, a volte anche inaspettatamente delicati e dolci, o “romantici” nell’accezione tedesca del termine. In pratica mancano gli inni al bere e al fare confusione, frasi del tipo “è un delirio alcolico, fumose nebbie avanzano, gente balla e dorme sui banconi appiccicati!” non sono presenti, e neanche le atmosfere realmente festose, se è per questo.

Il Confine si apre con due brani lineari e “classici” del repertorio Folkstone: la titletrack e Nebbie. La prima è un mid-tempo piuttosto lunga di durata per gli standard del gruppo, spoglia di ornamenti folk, dove le cornamuse entrano in scena solamente nel ritornello. Un inizio diverso dal solito – sicuramente apprezzabile -, chiaro segnale che qualcosa nella band è cambiato. Nebbie è più “classica”, ritmata e movimentata fin dalle prime note, buona soprattutto per i concerti. Le sorprese continuano con l’ottima Omnia Fert Aetas: musicalmente ci troviamo dinanzi a una composizione particolare, introdotta da percussioni e voci che narrano del passare del tempo, probabilmente autobiografica quando vengono citati raminghi e artisti. Un brano con le chitarre ai minimi storici, elegante e delicato, dannatamente efficace, che può ricordare nelle atmosfere certe cose dei primi In Extremo pur sbandierando il forte marchio Folkstone. Il singolo de Il Confine è sicuramente Non Sarò Mai, la canzone che a breve sentiremo cantare da tutti nei concerti, tanto è immediata e ballabile. Nel testo di Lore viene trattato il tema della libertà, sicuramente con concetti semplici, ma proprio per questo diretti e in grado di cogliere nel segno fin da subito. Non Sarò Mai è il brano che un po’ tutti si aspettano dai Folkstone e durante il quale la band dimostra di centrare il bersaglio ogni volta. L’iniziale arpa introduce un brano di grande effetto: Luna è una semi ballad romantica e delicata, cantata in dialetto bergamasco per un risultato molto bello e musicale. La seconda parte della composizione è più potente pur non perdendo nulla dell’atmosfera soave dei primi minuti, con la chitarra in distorsione, cornamuse e doppia cassa che rendono Luna ancor più intrigante. Con Anomalus si torna alle atmosfere medievali di Sgangogatt: tre minuti di cornamuse, percussioni e ritmi incalzanti, un ottimo modo per ricordare che i Folkstone sono dei burloni chiassosi. La successiva Storia Qualunque presenta un bel testo di Roby (i suoi, a mio parere, sono i più profondi e piacevoli da leggere), mentre nella musica non si va oltre a quattro minuti di buon mestiere. Frammenti risalta per lo stacco di cornamuse a metà brano di ottima fattura (la scuola tedesca del folk rock qui si sente…), così come molto bello è il ritornello, ripetuto molte volte nel finale. Tempi celeri per Lontano Dal Niente, dove nelle strofe è possibile ascoltare un riffing piuttosto inusuale per i Folkstone, in quanto riprende qualcosa dei vecchi Rammstein ma, detto questo, il brano presenta pochi spunti interessanti se non una chitarra più presente del solito, pur rimanendo comodamente al di sopra dell’asticella della sufficienza. Ombre Di Silenzio è introdotta dall’arpa di Silvia in maniera delicata con Lore che, con il suo tipico timbro virile, canta un testo malinconico di nostalgia. Semplicemente stupendo il momento in cui le cornamuse di Andreas, Roby, Teo e Maurizio entrano in scena, dando al brano un tocco di deliziosa tristezza. Anche in questo caso i Folkstone hanno voluto creare qualcosa di diverso, realizzando una canzone struggente, perfettamente riuscita tra l’altro. Simone Pianetti è un pezzo dedicato al famoso brigante bergamasco (veramente affascinante la sua storia!) che, in nome della giustizia, in una sola mattina, uccise sette persone ree di avergli rovinato la vita a suon di malelingue, per poi scomparire misteriosamente sulle alte montagne della zona. La canzone è una delle migliori de Il Confine, dove sono presenti delle melodie piuttosto insolite di cornamusa che ben si amalgamano con il riffing semplice di Mattia Pavanello (chitarrista che ha registrato il disco, ma che non fa parte della formazione dell’epoca) e al drumming del potente Edo, motore instancabile della macchina Folkstone. Nella seconda parte di Simone Pianetti è possibile ascoltare ritmiche inedite, potenti e massicce, dove gli stop’n’go della chitarra e la delicatezza dell’arpa creano un sound riuscitissimo e unico. C’è Un Re è la riuscita cover dei Nomadi: il nuovo arrangiamento, il testo e l’atmosfera della lirica ben si inseriscono nel contesto dell’album. Chiude ufficialmente il cd Grige Maree, interessante nella parte conclusiva quando la canzone si fa più melodica e malinconica. Come traccia nascosta e non indicata nella tracklist c’è Vortici Oscuri in versione acustica.

Le atmosfere e le musiche contenute all’interno de Il Confine sono, come detto più volte, in parte nuove per i vecchi standard del il gruppo, mentre fa un certo effetto constatare che la chitarra (in questo album spesso fondamentale nell’impostare ritmicamente i brani) ha preso il sopravvento sugli strumenti folk, qui meno vistosi che in passato, pur rimanendo di fatto la spina dorsale delle varie composizioni. L’album scorre veramente bene, con l’unico neo di contenere un paio di canzoni non di primo livello ma che comunque non rovinano un lavoro maturo e molto intenso.

Il Confine suona in maniera superlativa: registrato e mixato da Yonatan (anche produttore esecutivo) in Svezia presso il Bohus Sound Studio di Götheborg (ma arpa, ghironda e cittern sono stati registrati al Solid Groove Studio di Bergamo), il disco è il più potente nella storia dei Folkstone. La chitarra è grossa, piena e posta in prima linea dal missaggio finale; la batteria di Edo Sala è probabilmente lo strumento che compie il maggior passo in avanti rispetto al passato grazie a una cura certosina nei suoni. La cassa e il rullante (ma anche i vari tom e piatti) non hanno nulla da invidiare ai maggiori act europei, per un risultato davvero eccellente.

L’artwork del booklet di sedici pagine è opera di Jacopo Berlendis e Sarah Inverno e, come al solito, è un bel libricino da guardare dalle tinte autunnali. Presenti tutte le informazioni del caso e i testi (Luna ha anche la traduzione in italiano); la copertina nasce sempre dalla mano di Berlendis, presenza fissa nei lavori dei Folkstone avendo curato ogni front cover fin dal primo demo della band.

Il Confine, terzo disco dei guerrieri orobici se si esclude il particolare Sgangogatt, mantiene diversi punti di contatto con i precedenti lavori, pur mostrando una crescita artistica e una certa voglia di evolversi e maturare sotto molteplici punti di vista. Se inizialmente la cupezza dei brani spiazza l’ascoltatore abituato alle varie In Taberna, Un’Altra Volta Ancora, Alza Il Corno e Briganti Di Montagna, con il susseguirsi degli ascolti si riesce ad entrare nella “nuova” visione del gruppo, rimanendo affascinati dalle sfumature dei singoli brani, ora più ricercati e delicati che mai.

Nel nuovo lavoro i musicisti bergamaschi invertono il trend, suonando più “stone” che “folk”: una scelta forse coraggiosa, ma che ha reso Il Confine un disco imperdibile e dato i suoi frutti a lungo termine negli anni successivi.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Intervista: Aexylium

I giovani Æxylium hanno pubblicato nel corso del 2016 l’EP di debutto The Blind Crow, lavoro interessante che convince e soprattutto fa sperare bene per il futuro. Come sempre Mister Folk vuole dare voce a quell’underground di valore ma non troppo pubblicizzato, da qui la decisione di scambiare alcune battute con il cordiale chitarrista Fabio: curiosi di entrare nel mondo degli Æxylium?

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Perché avete scelto il nome Æxylium e come è nato il gruppo?

La band è nata da un’idea di Matteo e Roberto, rispettivamente batterista e chitarrista/polistrumentista del gruppo, che volevano iniziare un nuovo progetto musicale diverso da quelli avuti in passato. Il nome invece è stato scelto mettendo insieme le varie proposte di chi si unì alla band nei mesi successivi, ovvero i primi cinque componenti. “Æxylium” prende spunto dalla parola latina “exilium” e nel nostro immaginario si riferisce a un vecchio luogo segreto nel quale venivano deportati i più malfamati prigionieri e criminali, lontani dalle loro terre senza poter farne ritorno, una sorta di esilio appunto.

Il vostro primo EP è uscito da poco tempo, quali sono i feedback finora ricevuti?

Sicuramente positivi; quest’estate abbiamo suonato anche in alcuni festival folk/celtici di una certa importanza, tra cui quelli di Malpaga e Druidia, e quindi ci sembrava doveroso arrivare con una sorta di biglietto da visita per chi ancora non ci conoscesse, ecco quindi uno dei motivi che ci hanno spinto a registrare l’EP The Blind Crow. Generalmente chi l’ha ascoltato ci ha lasciato un parere positivo sapendo che siamo una new entry in questo ambiente musicale, e quindi ci ha fatto piacere e ci ha spinto a credere nelle nostre capacità.

Trovo le canzoni interessanti e per niente scontate, soprattutto se si pensa che siete alla prima registrazione. Come si è svolto il lavoro di scrittura e quali sono i vostri obiettivi?

Black Flag (la seconda traccia) è la nostra prima composizione, scritta quando ancora non avevamo nessuno degli strumenti tradizionali. Con l’ingresso degli altri componenti è stata arricchita e migliorata; devo dire da quel momento c’è stato un salto notevole a livello compositivo perché con tanti strumenti si aprono molte possibilità e giocare con le armonie risulta un piacere. Per quanto mi riguarda adoro comporre musica e solitamente (ma non sempre) le canzoni nascono da qualche mia idea per poi essere riadattate o adeguate in sala prove tutti assieme, ed è così che sono nate le altre due tracce dell’EP.

L’EP contiene tre canzoni abbastanza varie e diverse tra di loro, una cosa di certo non frequente. Le avete “selezionate” appositamente, oppure nel vostro repertorio vi piace spaziare più possibile?

Entrambe le cose direi: le abbiamo scelte sì per la loro diversità, volevamo infatti mostrare che non amiamo focalizzarci eccessivamente su un unico filone musicale, ma anche le altre canzoni che proponiamo nei live non seguono un solo stile. Ovviamente sappiamo bene che esagerare può rischiare di etichettarti come band senza una reale identità, ma con la giusta attenzione in fase compositiva credo che possa uscirne qualcosa di sicuramente apprezzabile dalla gente; diciamo che non ci piace imporci troppi limiti in questo senso.

Nel promo digitale non erano presenti i testi delle canzoni: di cosa parlano e ci sono dei musicisti/scrittori/situazioni di vita che li ispirano?

Per quanto riguarda la canzone The Blind Crow ci siamo ispirati alla mitologia nordica, narrando una storia di un’anima intrappolata nel corpo di un corvo cieco che vaga senza riuscire a raggiungere la Valhalla. Le altre due tracce toccano temi più spensierati, in particolar modo Revive The Village, che narra della gioia delle persone in un giorno di festa al villaggio.

Quali sono le vostre influenze musicali? Vi sentite influenzati anche da fattori extramusicali come la letteratura, la natura o la società?

Veniamo tutti da esperienze musicali molto diverse alle nostre spalle; tra i vari componenti c’è chi in passato suonava metal, chi punk, e chi suona e tuttora studia musica classica. Poi man mano che il progetto prendeva forma, ci siamo lasciati ispirare dalle grandi band del nostro settore, quali Eluveitie, Alestorm e Korpiklaani. Per quanto riguarda i testi invece generalmente ci ispiriamo alla mitologia norrena e celtica.

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Nelle canzoni gli strumenti tradizionali ricoprono un ruolo veramente importante. Quali sono le influenze a tal proposito?

Sin dall’ inizio eravamo concordi ad avere almeno due strumenti tradizionali nella formazione, perché riteniamo che siano fondamentali per evidenziare il lato “folk” della nostra musica; anche ascoltando le tracce si può notare infatti che ricoprono un ruolo di primaria importanza. Dopo l’ingresso di Gabriele (flauto) e di Federico (violino) si è aggiunto anche Stefano, il nostro tastierista, e da quel momento abbiamo potuto creare ulteriori armonizzazioni con gli strumenti tradizionali, rendendoli l’anima delle nostre canzoni.

Ho letto qualche mugugno riguardo la copertina e la registrazione. Cosa potete dire a riguardo?

Al giorno d’oggi registrare un album fatto come si deve costa davvero molto, e in Italia il nostro ambiente musicale (ma anche il metal in generale) si sa che non costituisce un grande business. Per questo abbiamo scelto di autoprodurre questo EP con sole tre tracce con le nostre forze e senza troppe pretese, per presentarci a un pubblico che di fatto ancora non ci conosceva; per questi motivi credo che sia comprensibile il fatto che per una band esordiente non è facile esordire con una registrazione di eccellente qualità, ma che sia invece importante valutarne principalmente il contenuto, che poi può piacere o non piacere, ovviamente. Ora ci concentreremo al meglio delle nostre possibilità su quello che sarà il nostro futuro album completo, che è anche il nostro grande obiettivo al momento.

Avete fatto alcuni concerti nell’estate appena passata: come sono stati e cosa avete imparato in queste occasioni?

Sono state esperienze bellissime ed importanti per noi perché ci hanno insegnato a migliorare come gruppo. Ci ha inoltre fatto piacere essere definititi come “piacevoli sorprese” in certe occasioni e siamo molto contenti del fatto che a volte il pubblico ci abbia chiesto di ripetere nuovamente una delle canzoni e che alcuni di loro siano saliti con noi a cantare sul palco. Cerchiamo sempre di migliorare e suonare è il miglior modo che ha una band per crescere; speriamo che un giorno le persone che erano sotto il palco possano cantare qualcuna delle nostre canzoni!

Ho visto che sul palco proponete la sigla de Il Trono Di Spade. Siete tutti appassionati di Martin e/o della serie tv? Avete ascoltato le numerose versioni in circolazione, compresa quella degli spagnoli Incursed presente nel loro EP Beer Bloodbath?

Solo un paio di noi non seguono “Il Trono di Spade” e per questo vengono continuamente punzecchiati! Siamo legati alla serie tv e suonare la sigla all’inizio di ogni concerto fa sempre il suo bell’effetto. Sappiamo che ne sono state fatte molte versioni, noi abbiamo scelto di mantenerla abbastanza fedele all’ originale; non conoscevo quella degli Incursed, quindi ne ho approfittato per ascoltarla e devo dire che la trovo molto originale!

Dopo questo cd di tre brani cosa dobbiamo aspettarci? State lavorando a nuovi brani? In caso, ci saranno delle novità nel vostro sound?

Sì, come ti ho accennato stiamo lavorando per completare la fase di scrittura degli ultimi brani dell’album completo che abbiamo intenzione di registrare il prossimo anno. I temi saranno vari: ci saranno canzoni “heavy” più spinte alternate ad altre invece più “ballabili”, proprio perché ci piace sia scrivere canzoni belle da ascoltare, sia avere brani che spingano le persone a saltare e divertirsi durante i nostri live.

Siamo al termine dell’intervista, avete tutto lo spazio che volete per dire qualsiasi cosa!

Tutti e otto gli Æxylium vogliono ringraziare Mister Folk per il supporto e la possibilità di dar voce anche a band esordienti come la nostra e speriamo di poter incontrare qualcuno degli appassionati di questo portale ai nostri prossimi concerti!

Æxylium – The Blind Crow

Æxylium – The Blind Crow

2016 – EP – autoprodotto

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Steven: voce – Fabio: chitarra – Roby: chitarra, cornamusa, banjo – Gabry: basso – Matteo: batteria – Stefano: tastiera – Gabriele: flauto

Tracklist: 1. The Blind Crow – 2. Black Flag – 3. Revive The Village

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Una nuova formazione italiana arriva al debutto e va a infoltire una sempre più agguerrita schiera di gruppi folk metal. Si tratta dei varesotti Æxylium, band che si è formata nel 2014 per volontà di Matteo Morisi e Roberto Cuoghi. Il primo lavoro della formazione lombarda è l’EP The Blind Crow, un tre brani breve ma denso di qualità e buona volontà.

La title-track ci porta nel mondo degli Æxylium: folk metal elegante e “adulto”, non scevro di accelerazioni e riff pesanti come macigni, ma senza mai sfociare nell’extreme o nell’esagerato. Gli strumenti tradizionali sono di primaria importanza, con le linee vocali che si posano dolcemente sui riff ben sostenuti dall’ispirata sezione ritmica. Black Flag inizia alla grande, un vortice di strumenti e melodie che sfocia in una strofa sorretta dal riff di chitarra che ricorda quello di The Four Horsemen, inno tratto dal primo lavoro dei Metallica Kill ’Em All. Di Black Flag va anche menzionata l’interessante parte strumentale, buon gusto tra intrecci e assoli di chitarra. L’ultimo brano dell’EP è Revive The Village, ritmato folk metal più diretto e lineare rispetto alle precedenti composizioni, ideale per infuocare il set di un concerto.

L’artwork un po’ artigianale e la registrazione sporca (per i tempi odierni) non contano quando si ascolta della buona musica suonata da una band al debutto. Undici minuti divisi in tre brani sono un discreto biglietto da visita, abbastanza per capire il mondo musicale degli Æxylium e le loro potenzialità. Ora per la band arriva il bello: confermare quanto di buono qui presente e migliorarsi laddove necessario. Con la prossima uscita, ci si augura un EP con un paio di brani in più, gli Æxylium potrebbero stupire in positivo.

Intervista: Hercunia

Gli Hercunia sono un gruppo giovane quanto determinato e con le idee ben chiare in testa. Il chitarrista Stefano Zocchi racconta la storia del gruppo sottolineando, tra le altre cose, l’importanza di una line-up molto numerosa e piena di strumenti folk “reali” per avere un sound personale e potente. Buona lettura!

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Ciao Stefano, presenta gli Hercunia ai lettori di Mister Folk.

Ciao Fabrizio! Gli Hercunia sono un progetto folk metal di Milano la cui missione è mettere al centro gli strumenti folk e rinforzare il tutto con la parte metal. Il gruppo conta nove elementi, e tra gli strumenti abbiamo cornamuse, flauti, bouzouki e ghironda accompagnati da una sezione metal con tastiere, basso, batteria e chitarra, che è il mio ruolo.

Avete pubblicato esattamente un anno fa il vostro primo lavoro, Demo 2015: come lo valuti adesso?

Valutare il proprio lavoro è sempre difficile – c’è sempre il rischio di sembrare degli esaltati! Di Demo 2015 ne siamo tutti molto fieri, ma sappiamo benissimo che un giorno lo vedremo come il nostro primo passo invece che come un obiettivo raggiunto. Questo obiettivo era realizzare una demo di una qualità sonora il più alta possibile per noi, e ci è costato sudore e lacrime (e un sacco di prove) ma pensiamo di esserci arrivati. Con molta fatica, come sanno bene tutti quelli che ci seguono, ma ci siamo arrivati. Dal punto di vista della musica, il lavoro che ci abbiamo messo è stato affinato il più possibile: cornamusa, bouzouki, ghironda eccetera, abbiamo passato parecchio tempo a studiare e arrangiare i brani per sfruttarli al massimo. Se potessi tornare indietro rifarei esattamente tutto quello che ho fatto, con una eccezione: avrei voluto avere un po’ di tempo in più per limare meglio le chitarre. Ma si sa, il tempo in sala d’incisione è denaro e di soldi ne abbiamo già pochi… Onestamente, l’unica cosa che penserei davvero se cambiare è il titolo. Ma anche quello ha un significato, Demo 2015 è esattamente quello: una demo. Non vogliamo fare proclami spettacolari o saghe epiche, vogliamo che sia la musica a parlare per noi. Demo 2015 serviva a dimostrare quello che gli Hercunia sono in grado di fare, e a nostro parere ci riesce ancora alla grande.

Puoi descrivere le canzoni di Demo 2015 sia dal punto di vista musicale che lirico?

Una costante che abbiamo seguito è stato mettere al centro del nostro suono gli strumenti folk. Exobnos si apre intenzionalmente solo con la cornamusa: il resto degli strumenti segue, anche se ci sono parti in cui spiccano di più, come l’intermezzo più violento in Uisonna. Per quanto riguarda il punto di vista lirico, il mondo celtico e la natura sono un tema costante. Vogliamo che anche i testi servano a rinforzare un certo tipo di atmosfera, ecco perché molte delle nostre canzoni hanno nomi e parti di testo in gallico: Exobnos significa “senza paura”, Uisonna “primavera” ed Hercunia “foresta di querce”.

Come descriveresti il sound degli Hercunia a una persona che non ha ascoltato le vostre canzoni?

Il nostro suono si richiama al folk metal “puro” in un certo senso. Gli strumenti tradizionali come cornamusa e ghironda sono quello che vogliamo vengano fuori dai nostri brani, il resto dell’insieme sonoro – incluso me alle chitarre – è pensato per rafforzare e potenziare questi strumenti. Questo non vuol dire che non ci sia occasione per un po’ di headbanging, anzi, se non volessimo scapocciare faremmo solo folk! Ma gli strumenti acustici sono la parte principale per il suono che vogliamo ottenere.

Ascoltando i brani di Demo 2015 viene da pensare che i brani siano nati attorno agli strumenti folk, è così? Come nasce una canzone degli Hercunia?

Esatto. Tranne rare eccezioni, le nostre canzoni nascono tutte da un giro, o un reel messo giù da uno di noi – spesso chi si occupa degli strumenti folk, ma non sempre. Poi si tratta di isolare come accompagnarlo, se funziona meglio con un ritmo lento, veloce o alternando tra i due, infine la canzone va costruita e inseriti gli altri strumenti folk, tastiere e voce. È un lavoro complesso, e spesso una canzone conclusa è smembrata e ricostruita da capo se il risultato non ci sembra granché. Una decina di strumenti sono un lavoro enorme, ma vogliamo comunque che sia tutto perfetto.

Demo 2015 contiene tre canzoni, immagino che da allora abbiate lavorato a del nuovo materiale, puoi dare qualche anticipazione sui nuovi brani?

Vogliamo variare il nostro repertorio, provare cose nuove. Una di queste è la ritmica: Demo 2015 è molto compatto da questo punto di vista, perché volevamo dare un’idea di quello che fosse il nostro suono. Ora che abbiamo la possibilità di allargarci di più, live o su un disco, le nostre canzoni si sono fatte più libere, con tempi diversi e anche complessi – a volte più verso il lato “pesante” del nostro genere. E abbiamo anche aggiunto un violino, suonato dal nostro Ghilli, che andrà ad arricchire ancora di più il suono. Di lavoro ce n’è!

Hercuniacd

Cosa hanno fatto gli Hercunia da febbraio scorso a oggi? Quali saranno le prossime mosse della band?

Abbiamo pensato a sopravvivere! Ci è successo di tutto, da difficoltà economiche a uno dei nostri membri finito in ospedale, ma siamo ancora qui. Abbiamo avuto un cambio alla ghironda – Laura si è unita a noi al posto di Francesco che non è più riuscito a proseguire a causa della distanza geografica. Trovare un batterista resta sempre un incubo, ma con Nico la nostra formazione è completa. Adesso si tratta di suonare. Prima di tutto per affilare ancora di più le nostre lame – suonare, suonare e suonare live è sia la cosa più divertente del pianeta che un ottimo modo per migliorare il progetto con l’esperienza. Poi, sarò onesto… dobbiamo attirare attenzione. Il folk metal è un genere costoso: registrare Demo 2015 con la qualità che volevamo avere è stato un grosso colpo per le nostre tasche, e tutti questi strumenti non sono economici – e noi siamo per la maggior parte studenti. Il nostro obiettivo adesso è arrivare a un album completo, ma se per quanto riguarda le canzoni non c’è problema, per registrarlo ci vuole denaro che, detto terra terra, non abbiamo. Ci serve supporto, e il supporto lo si ottiene suonando.

Cosa pensi che abbia da offrire il tuo gruppo alla scena folk?

Un sacco di strumenti diversi! Battute a parte, lavorare con una decina di elementi permette un suono molto più potente e vario rispetto al normale. Era il nostro obiettivo fin dall’inizio – per citare le parole di Ema, vogliamo essere un esercito in scena. Suonare strumenti folk, suonarne parecchi e suonarli bene è quello che ci spinge, ed è la cosa che ci appassiona di più.

Cos’è il folk metal per gli Hercunia? Siete interessati anche ai racconti e alle tradizioni della vostra terra?

Per noi il folk metal è un’idea sonora. È un modo di fare musica che fonde modernità e strumenti secolari, un suono anacronistico che però funziona incredibilmente bene. Amiamo un sacco le tradizioni locali, e giriamo spesso tra eventi e festival, portandoci anche dietro strumenti acustici. Sono una fonte d’ispirazione enorme, ma la nostra idea resta basata sulla musica. Il fatto è che noi siamo di Milano. Siamo ragazzi di città per la maggior parte, non di montagna, viviamo sul cemento. Vogliamo evitare di richiamarci troppo a tradizioni che appartengono a qualcun altro – è anche il motivo per cui non abbiamo studiato costumi di scena particolari. Quello che vogliamo è fare musica, e studiarla il meglio possibile richiamandoci alla tradizione celtica in generale, come comunità. Ci potranno essere lavori sul territorio più avanti, ma il nostro obiettivo è fare musica che si regga in piedi anche da sola.

Come ti sei avvicinato alla musica heavy metal e quando/come hai deciso di suonare la chitarra?

Sono arrivato alla musica metal tra le scuole medie e superiori, e una volta scoperta era solo questione di mesi prima di mettermi a provare a farla io stesso. Ho studiato chitarra e girato tra progetti più o meno pesanti per qualche anno, alcuni già folk metal, prima di fondare gli Hercunia con Ema e gli altri e trovare il gruppo giusto per quello che volevo fare.

Grazie per la disponibilità, hai lo spazio conclusivo tutto per te.

Grazie mille per lo spazio, Fabrizio! La musica folk ha bisogno di tutto il supporto che le si può dare. E non solo per noi – quello che fai tu con questo sito aiuta tutti i gruppi. Ci sono band fantastiche che hanno un decimo del successo che si meritano nel nostro genere, e dobbiamo fare tutti la nostra parte per sostenerci a vicenda. Noi continueremo a suonare e a seguire concerti, a bere birra e a scrivere musica. Alla prossima, e viva il folk!

Blodiga Skald – Tefaccioseccomerda

Blodiga Skald – Tefaccioseccomerda

2015 – EP – autoproduzione

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Anton “quello scarso” Caleniuc: voce – Daniele “barbaro saccente” Foderaro: chitarra – Emanuele “cosa ci faccio qui” Viali: basso – Nicola “don tamburello” Petricca: batteria – Ludovica “gloriosa in frattaglia” Faraoni: fisarmonica, tastiera

Tracklist: 1. Blood And Feast
 – 2. Latin Fear – 
3. No Grunder No Cry
 – 4. Valzer Of Disgrace

BlodigaSkald

La scana italiana, e quella capitolina in particolare, si arricchisce di una nuova realtà, i Blodiga Skald. Nati nel corso del 2014, giungono a debuttare a fine ’15 con un EP di quattro brani dallo strano titolo romanesco Tefaccioseccomerda. Le sonorità sono tipiche di quel folk metal più spensierato e trollesco che ci sia: brani corti e lineari, chitarre graffianti e tempi mediamente alti sono alcune caratteristiche della formazione capitolina, brava nel far divertire l’ascoltare nei sedici minuti di durata del lavoro.

Blood And Feast è il brano d’apertura, caratterizzato dalla potente batteria di Nicola Petricca e dalla forte presenza della tastiera, strumento che svolge un ottimo lavoro tirando fuori diverse melodie accattivanti per tutta la durata del disco. Il rallentamento dopo i due minuti è ben fatto e mostra quanto il gruppo abbia lavorato bene in fase di composizione. Latin Fear ha un piglio molto finlandese e per struttura ricorda gli ultimi Equilibrium tra accelerazioni aggressive e parti nelle quali viene lasciata maggior libertà agli strumenti. Tempi decisamente veloci per No Grunder No Cry, canzone che alterna sfuriate a rallentamenti e momenti di quiete guidati dalla fisarmonica e dalla chitarra solista; la sei corde, in particolare, tira fuori dei riff particolarmente azzeccati e inusuali per il genere. Chiude questo interessante EP Valzer Of Disgrace, composizione meno aggressiva rispetto alle tre sorelle, capace comunque di tenere alta l’attenzione grazie alla parte centrale dove è presente… un valzer per orchi.

La cosa maggiormente evidente è che la band, pur essendo al debutto dopo appena un anno di attività, è già abbastanza esperta e matura per poter pensare a qualcosa dal minutaggio maggiormente consistente. Ascoltando Tefaccioseccomerda non si ha mai l’impressione che i Blodiga Skald siano al primo lavoro in assoluto, quanto piuttosto l’EP di una band dalla discografia più consistente. Inoltre, fatto di non poca importanza, è ben riuscita l’amalgama tra gli elementi folk metal e una musica extreme metal; a tutto questo va aggiunto il fattore registrazione, potente e pulita come di rado capita per un debutto assoluto. Tefaccioseccomerda è un buon biglietto da visita, i Blodiga Skald sono una nuova realtà tricolore di belle speranze; non resta che attendere il prossimo lavoro ascoltando le storie orchesche di Tefaccioseccamerda.