Lou Quinse – Lo Sabbat

Lou Quinse – Lo Sabbat

2018 – full-length – Sliptrick Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: IX. L’ermite: voce – XIX. Lo Solelh: chitarra – XVIII. La Luna: basso – Lo Mat: batteria – I. Lo Bagat: organetto – VII. Lo Carreton: flauto, cornamusa

Tracklist: 1. Sus La Lana – 2. Chanter Boire Et Rire Rire – 3. Diu Fa’ Ma Maire Plora – 4. La Dancarem Pus – 5. Lo Cuer Dal Diaul – 6. Dessùs La Grava De Bordeu – 7. Giga Vitona – 8. Purvari E Palli – 9. Lo Boier – 10. La Martina – 11. La Marmòta – 12. Sem Montanhòls

Una delle formazioni più snobbate e sottovalutate del panorama italiano del folk metal è quella dei Lou Quinse, band piemontese che dal 2006 sputa folk e diavoli in varie salse. Il gruppo guidato da L’Ermite si autodefinisce “alpine extreme metal folkcore” e arriva al secondo disco dopo il debutto Rondeau De La Forca del 2010: rispetto al primo album Lo Sabbat è decisamente un lavoro più maturo e personale, molto è cambiato (e migliorato) in questi anni, fermo restando l’attitudine caciarona e sfrontata che da sempre li contraddistingue.

Il disco si presenta veramente bene: digipak bello colorato e con una copertina semplicemente spettacolare sono i primi passi per avere il gradimento del pubblico, e Lo Sabbat sotto questo punto di vista non ha veramente nulla da temere. I disegni e lo stile sono volutamente vicini a quelli del pittore ceco Alfons Mucha, i Lou Quinse hanno voluto osare qualcosa di diverso dal solito artwork folk metal e il risultato è davvero eccezionale. Con una grafica del genere è lecito aspettarsi un booklet da far strabuzzare gli occhi, e in parte è così: il libricino è esteticamente perfetto e i testi in lingua occitana, oltre a una breve presentazione, sono tradotti in inglese. Solo che nel cd il booklet non c’è, in quanto il file può essere visto e scaricato dal sito ufficiale dei della band, una scelta che danneggia non poco chi acquista il disco fisico.

Le cornamuse e le chitarre di Sus La Lana accolgono l’ascoltatore in un salotto musicale che con Chanter Boire Et Rire Rire (in un certo senso il singolo del disco) si rivela tutto tranne che accogliente. Il folk metal dei Lou Quinse è veloce e spietato, maledettamente orecchiabile anche quando i tempi si fanno spinti e la musica non da un attimo di tregua. Cori e accelerazioni brutali contrastano con la melodia che dal fondo s’innalza prepotente e in questo brano la vocazione al caos raggiunge picchi epici. Il ritmo è ancora sostenuto in Diu Fa’ Ma Maire (ovvero la descrizione della dura vita del pecoraro) e il tono continua ad essere serio ma beffardo, in linea con il testo. Con La Dancarem Pus le cose si fanno diverse, i Lou Quinse si muovono in un terreno meno pesante nella prima parte e tirano fuori una composizione più articolata del solito che mostra la crescita dei musicisti. Dopo la feroce Dessùs La Grava De Bordeu, Giga Vitona porta una ventata di puro cazzeggio in up-tempo che fa tanta allegria; interessante notare come, a un certo punto, spunti fuori una melodia che il fan del folk metal italiano conosce molto bene, in quanto è quella di La Caccia Morta dei Furor Gallico. In questo caso, come fu per Oakenshield e Storm con Earl Thorfinn e Oppi Fjellet, la melodia utilizzata nelle due canzoni è la stessa in quanto entrambi i brani traggono la propria ispirazione dalla medesima fonte popolare. Domenico Straface, brigante cosentino nel XIX secolo, è il protagonista di Purvari E Palli, pezzo che vede anche una parte cantata in calabrese e che non risparmia nulla in fatto di folk e voglia di ribellione. La seguente Lo Boier è una canzone dai significati simbolici legati all’eresia dei catari (movimento che nel XII e XIII secolo ebbe un discreto seguito in Linguadoca, Occitania, Italia ed est Europa prima della violenta soppressione per mano della Chiesa) utilizzando la storia della sfortunata pastorella Joana. Lo Sabbat arriva al terzo atto, “La Martina”: dopo uno strumentale dai toni malinconici le melodie allegre di La Marmòta (con le parole tratte del poeta/politico anticlericale Angelo Brofferio) suonano spensierate a differenza del testo carico di tensione. Un canto di montagna e liberazione porta a conclusione il disco: Sem Montanhòls è forse la migliore maniera per terminare i quarantasei minuti dell’album. Pezzo acustico e ritmato, sentito dai musicisti quanto dagli ascoltatori perché i Lou Quinse nel coinvolgere il pubblico sono bravissimi.

Il disco quindi cresce con gli ascolti e la seconda parte in particolare riesce a donare ogni volta delle piccole novità che rendono Lo Sabbat sempre fresco. Quasi tutte le canzoni del disco sono prese (sia testi che musica) dalla tradizione popolare locale e in seguito elaborate fino a farle suonare Lou Quinse al 100% senza però perdere quell’alone alpino che è fondamentale per il sound del gruppo.

Detta dell’alta qualità della musica, è giusto parlare anche dall’ottima produzione, all’altezza delle canzoni e che fa suonare tutto naturale e potente senza minare minimamente la credibilità del lavoro svolto dai musicisti. Gran parte del merito va riconosciuto a Tino Paratore, nome di culto nel punk/hardcore, che ha registrato e missato Lo Sabbat, con Tom Kvalsvoll (Trollfest, Kampar, Darkthrone, Windir ecc.) che ha curato il mastering al Kvalsonic Lab di Oslo.

Anni di silenzio possono distruggere un gruppo e sgretolare il seguito che negli anni si è meritato, ma nel caso dei Lou Quinse è stato utilissimo per lavorare con impegno a un disco come Lo Sabbat, lavoro che li deve per forza far uscire dall’indifferenza del sonnacchioso pubblico e lanciarli verso palchi ed eventi di caratura internazionale.

Annunci

Intervista: Insubria

Sono giovani, pieni di talento e con un sound personale. Gli Insubria si sono affacciati da poco sul mercato con l’EP Nemeton Dissolve e Mister Folk non poteva certo perdere l’occasione d’intervistare la band per saperne di più su nome, testi e musica. Per supportare il gruppo lombardo potete acquistare il loro merchandise su BigCartel. Buona lettura!

Partiamo da vostro nome, Insubria. Un modo diretto per mettere subito le cose in chiaro e far capire all’ascoltatore il legame che c’è tra voi e la vostra terra?

È stato difficile scegliere un nome che rappresentasse al meglio lo spirito del progetto. Cercavamo qualcosa che fosse evocativo ed immediato, che sottolineasse una forte connessione con una realtà storica a noi vicina e facesse da cornice alle immagini che vorremmo trasmettere con la nostra musica. L’Insubria nel suo senso più ampio è una regione che ospita una gran quantità di contesti ed ambienti diversi come fiumi, laghi, colline e montagne, portatori di altrettanti significati ed emozioni: tutti elementi che vogliamo celebrare.

Raccontateci come vi siete formati e quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati di raggiungere.

Il progetto nacque dalla mente di Manuel, il quale ebbe l’idea di mettere su carta e su pentagramma i propri pensieri riguardo natura, storia e folclore e, nel giro di qualche mese, riuscì ad assemblare il primo nucleo degli Insubria. Dopo qualche cambio di formazione giungemmo alla formazione attuale, che raggiunse la stabilità nei primi mesi del 2017, data della fondazione ufficiale della band.

Cerchiamo di fare musica nella maniera più ragionata e professionale possibile. Ci interessa relativamente la quantità, al primo posto per noi c’è la qualità. Come tutte le band che vorrebbero fare della propria arte qualcosa di più che un semplice hobby, vorremmo ritagliarci un posto nella scena folk metal italiana e, perché no, estera. Senza rimpianti: vogliamo lavorare con ciò che ci piace per creare ciò che ci piace.

Semplificando molto si potrebbe dire che la vostra musica unisce lo swedish death metal con il folk metal. Siete d’accordo con questa visione della vostra musica?

Ci piacciono molto il metal melodico ed il folk metal, possiamo quindi dire che essi siano la nostra principale fonte di ispirazione, ma non crediamo che solo questo possa definire il nostro sound, il quale è in continua espansione. Ci piace molto sperimentare e cerchiamo di non legarci ad un genere in particolare. Attingiamo da tutto ciò che ci piace: da ciascun genere e sottogenere senza pregiudizi

Avete pubblicato l’EP Nemeton Dissolve. Perché questo titolo? Per voi cosa rappresenta questo lavoro?

Volevamo un titolo concettualmente violento e contemplativo allo stesso tempo. Il Nemeton che si scioglie è la fine di qualcosa, la fine di un rito, di una magia, di un tempo. Oggi viviamo in un mondo dove il Nemeton si è dissolto. Non esiste più quella magia, che era sì ingenua, ma che colorava il mondo e la natura con colori sempre nuovi. Non c’è più meraviglia, le storie e leggende sono trattate come fiabe da raccontare per passare il tempo, quando in realtà c’è di più, molto di più dietro. Il folclore è ricerca, è pensiero. Non dobbiamo scartare a priori un valore solo perché considerato superato dalla modernità. Cerchiamo di trarre il buono e l’equilibrio da tutto, cerchiamo di far tornare un po’ di magia in questo mondo.

Di cosa parlano i testi delle tre canzoni dell’EP? I titoli sono tutt’altro che scontati, quindi sono molto curioso di saperne di più…

I testi delle canzoni sono tutti opera di Manuel. Gli piace parlare per metafore, allegorie… Vogliamo che le parole siano un tutt’uno con le canzoni, e riteniamo che ciò sia fondamentale per noi: diamo molta importanza al testo, al contenuto e alla forma. La musica è arte, e le parole stesse sono musica. Abbiamo molto a cuore la natura e la storia, sia essa passata, presente o futura. Vogliamo raccontare cosa tutto ciò significhi per noi.

Partiamo da Vitruvian, primo singolo dell’EP e opening track del terzetto. L’idea per il testo nacque durante un’escursione sulle Alpi Orobie. La canzone parla dell’effetto dell’inquinamento atmosferico sulle nostre terre. Esso è rappresentato nella canzone da una nube colossale che avanza inesorabilmente erodendo tutto ciò che incontra fino ad abbattere il mondo così come lo conosciamo.

La seconda traccia, Light Striving To Be Born, è una riflessione intimista sul concetto di “decadenza degli ideali”. Il mondo moderno sembra aver dimenticato com’era il valore della natura un tempo, quando l’Italia ed il mondo ospitavano molte popolazioni devote ad essa. La visione del mondo era meno antropocentrica, era più equilibrata e propensa all’armonia, senza tuttavia dimenticare i difetti e le limitazioni del pensiero di allora, ovviamente.

L’idea per la canzone conclusiva, On Whispering Hills, nacque durante una notte trascorsa sulle colline. Osservando dall’alto la Pianura Padana, Manuel si chiese se quel mare di luci che vedeva fosse davvero la terra che i nostri antenati avrebbero voluto lasciarci. Ovviamente la risposta è negativa, e da questo nasce il desiderio di una nuova primavera per quel mondo soffocato dall’asfalto.

La canzone On Whispering Hills mostra tutte le vostre potenzialità. Credo che in quel brano vi siete lasciati trasportare dall’ispirazione e il risultato è davvero notevole.

Grazie molte, abbiamo ricevuto un sacco di complimenti per quella canzone in particolare. Diciamo che con On Whispering Hills abbiamo voluto dare libero sfogo alla nostra creatività. Volevamo che la traccia conclusiva di Nemeton Dissolve fosse un preludio per quello che potrebbe diventare il nostro sound, ovviamente evolvendo continuamente, senza adagiarci su nessuno stilema.

Mi è piaciuto molto l’artwork del disco, elegante e raffinato, realizzato da Elisa Urbinati. C’era un’idea di base che lei ha sviluppato oppure ha avuto libertà artistica?

L’idea per l’artwork è cambiata spesso durante la produzione. Ci piacciono i soggetti eleganti ed incisivi, ed Elisa ha un talento straordinario per questo genere di opere. Volevamo una “i” inscritta in una ghirlanda di betulla e, da questo semplice canovaccio, Elisa ha fatto il resto. Il risultato ci ha convinto subito.

Quale sarà il prossimo passo degli Insubria? Un EP con più canzoni? State lavorando a qualcosa di nuovo?

Ora stiamo lavorando alla promozione dell’EP, a breve inizieremo a cercare un contratto discografico e se la sorte vorrà il prossimo lavoro degli Insubria sarà un album. Chissà. Abbiamo già ricevuto alcune offerte, ma per ora non abbiamo ancora contattato nessuna label che possa fare al caso nostro. Intanto stiamo lavorando alle nuove canzoni, le idee non mancano e la passione è tanta, veramente tanta e se dovessimo pubblicare un nuovo EP esso conterrà sicuramente più canzoni.

Com’è un concerto degli Insubria? Quante canzoni avete in repertorio e vi piace suonare qualche cover?

Durante i nostri live cerchiamo di essere coinvolgenti. Ognuno di noi cerca di attingere il meglio dalle proprie esperienze passate per donare dinamicità alla performance. Cerchiamo di mandare un messaggio al pubblico, obiettivo non sempre di facile riuscita visto che i testi delle nostre canzoni sono piuttosto intimisti e volutamente poco espliciti. La nostra scaletta contiene otto canzoni di cui sei originali: tre provenienti da Nemeton Dissolve ed altre tre inedite. Abbiamo due cover ri-arrangiate secondo il nostro gusto che proponiamo in rotazione nelle nostre scalette: Blinded By Fear degli At the Gates e Bed Of Razors dei Children Of Bodom. Le suoniamo semplicemente perché sono delle canzoni che apprezziamo moltissimo ed il pubblico ne è molto entusiasta.

Come vedete la scena folk metal italiana? Siete in contatto con altre band?

La scena folk metal italiana è viva e brulicante di band davvero meritevoli. Crediamo che essa non abbia nulla da invidiare a nessun’altra scena metal nazionale. Ha regalato perle inestimabili per lo sviluppo del genere, sia oltr’alpe sia, ovviamente, nella nostra penisola. Basti pensare a capolavori come De Ferro Italico degli abruzzesi Draugr o a Furor Gallico dell’omonima band. Anche le band emergenti hanno molto da offrire, e spesso regalano lavori incredibilmente apprezzabili. Ce n’è per tutti i gusti e speriamo di entrarne a far parte anche noi!

Purtroppo, essendoci formati da pochissimo, non abbiamo avuto ancora modo di poter suonare con altre band folk metal. Il nostro frontman, Manuel, ha avuto modo di conoscere Samuele e Fabrizio degli Atlas Pain, ragazzi simpatici e disponibili.

Avete carta bianca per dire qualunque cosa. Grazie per l’intervista!

Vogliamo ringraziare innanzitutto lo staff di Mister Folk per la piacevole intervista, i nostri fan e tutti coloro che ci sono stati vicini durante la scrittura, la produzione e la pubblicazione di Nemeton Dissolve. E ovviamente mandiamo un saluto speciale a tutti i lettori di Mister Folk! Seguiteci sui nostri profili social per tutti gli aggiornamenti e le novità future!

Insubria – Nemeton Dissolve

Insubria – Nemeton Dissolve

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Tracklist: 1. Vitruvian – 2. Light Striving To Be Born – 3. On Whispering Hills

Formazione: Manuel Ambrosoni: voce, basso – Michele Rinaldi: chitarra – William Esposti: chitarra – Mattia Cittadini: batteria – Matteo Valtolina: fisarmonica, tastiera

Insubria è il nome di una nuova realtà che si affaccia sulla scena tricolore. La band lombarda, nel giro di poco tempo, è riuscita a confezionare un EP di tre brani (undici i minuti di durata) che non è il tipico primo prodotto della formazione che muove i primi passi. In Nemeton Dissolve non sono presenti i difetti tipici degli esordienti (songwriting acerbo, influenze palesi ecc.), ma anzi presenta al meglio la formazione italiana a suon di idee vincenti e buon gusto nel creare le canzoni. Nemeton Dissolve è un lavoro realizzato con passione e professionalità. Tutto il lavoro in studio è stato svolto nel RecLab Studios di Milano con Larsen Premoli ed Emanuele Nanti, la scelta si è rivelata vincente per sound e potenza del cd: sono pochi i demo/EP che possono vantare un suono così gagliardo e “giusto” per la musica proposta. Molto bello, infine, il logo realizzato da Elisa Urbinati, elegante e diverso dai tipici loghi folk/extreme metal.

Vitruvian è un’ottima apertura di danze: dopo i primi secondi acustici e primaverili, diventa grintosa e swedish nelle chitarre, con il growl di Manuel Ambrosini che riporta alla mente la fantastica scena di Göteborg di anni or sono. Gli strumenti folk si posano delicatamente sulle trame delle sei chitarre con fare quasi timido ma efficace. Le iniziali note barocche di Light Striving To Be Born rimandano agli Einherjer del classico Dragons Of The North, ma gli Insubria mostrano subito i muscoli con un brano possente che non disdegna aperture melodiche e rallentamenti ricchi di groove. Terza e ultima canzone di Nemeton Dissolve è On Whispering Hills, sorprendente nella parte centrale dove i musicisti riescono a creare una parte affascinante con belle melodie, voce parlata e un’orecchiabilità fino a questo momento inedita che esplode in un ritornello bomba e successivo duello chitarra/tastiera da manuale. La sensazione è che gli Insubria in questa canzone abbiano voluto sperimentare molto: se questa era l’intenzione, il risultato è più che positivo!

Tre brani e appena undici minuti sono solitamente pochi per farsi un’idea precisa su un gruppo, ma nel caso degli Insubria sono abbastanza per capire che non si ha a che fare con una band qualsiasi: i ragazzi hanno davvero un grande potenziale e il mix swedish death e folk metal suona fresco e dinamico. Nemeton Dissolve è un ottimo modo per presentarsi al popolo del folk metal, gli Insubria hanno le carte in regola per fare grandi cose.

Collaborazione Mister Folk & Hellbones Records!

Ci siamo, HELLBONES RECORDS e MISTER FOLK annunciano l’inizio di una loro collaborazione riguardante il filone folk metal! Era già da tempo che ne parlavano i due interessati, Giacomo Daniele (Hellbones Records) e Fabrizio (Mister Folk), e ora la comunicazione ufficiale!

È un grande piacere per me collaborare con Fabrizio e il suo sito Mister Folk, specializzato nel folk/pagan/viking metal. Fabrizio è una persona semplice, come me, che mette passione in quel che fa!

Sono entusiasta di questa possibilità, Hellbones Records è una giovane etichetta guidata da una persona come Daniele che ama la musica e crede nel potenziale delle band.

Il primo frutto di questa collaborazione sarà il disco Ragnarok della one man band Bloodshed Walhalla (QUI trovate tutte le recensioni e le interviste) – in uscita nei prossimi mesi – un intenso viaggio viking metal all’interno della mitologia norrena.

Intervista: Duir

Ci sono voluti ben quattro anni per poter ascoltare il successore del demo Tribe, ma il nuovo EP Obsidio è un lavoro molto diverso dal predecessore, sicuramente più maturo e personale, frutto di tanto lavoro e vari cambi di formazione. I Duir ci racconta come sono passati questi quattro anni, del nuovo Obsidio (musica e testi) e del concerto dei sogni.

Sono passati ben quattro anni tra il vostro primo EP Tribe e il nuovo Obsidio. Cosa è successo in tutto questo tempo?

Nulla di interessante, solamente quattro bellissimi cambi di line-up: tra chitarristi “tira e molla” che Bonolis levati proprio, batteristi troppo impegnati, tastieristi che hanno viso la luce e infine cantanti deportati, ma tornati, da Auschwitz. Ci siamo dovuti rinnovare. Diciamo che abbiamo anche rischiato lo scioglimento, ma fortunatamente chi l’ha DUIR la vince. Ora siamo pronti a spaccare.

Come presenteresti Obsidio a una persona che non conosce i Duir?

È un disco con sonorità prevalentemente folk e black metal. Prodotto da una band underground, che sta cercando di affermarsi staccandosi dai canoni classici del genere. È un EP che vuole dimostrare le capacità della band e la tematica principale ruota intorno alla contrapposizione tra quello che si fa e fare e quello che sentiamo. Inoltre, aggiungeremo: “Se tè vol, te teo ‘scolti, dc.” (cit).

Quali sono i punti di forza del nuovo lavoro?

Sicuramente una produzione migliorata rispetto a Tribe, che più si avvicina agli standard odierni degli EP autoprodotti. Un tema più ragionato che cerca di ispirare le persone tramite anche il racconto, piuttosto che la ormai consueta mitologia celtica e pagana presa e abusata.

Come nascono le vostre canzoni? Lavorate di gruppo oppure c’è una persona che si occupa del songwriting?

Le canzoni nascono principalmente dalla mente di Mirko, il chitarrista, che dopo una prima stesura vengono portate in sala prove dove ognuno adatta ogni parte in base alle proprie emozioni. Cerchiamo di non attenerci al genere ma di lasciare che i nostri gusti influiscano naturalmente sul risultato finale, per noi questo è molto importante, perché siamo stufi di sentire le solite cose. Come potrai aver notato, le canzoni come Destarsi, Insomnia Seed e Obsidio tracciano una linea profondamente diversa da quella evidenziata nel nostro primo demo Tribe, questo perché cerchiamo tutti anche di sperimentare.

Alcuni brani sono in lingua italiana, altri in inglese. Come mai utilizzate due lingue? Continuerete così anche con il prossimo lavoro?

Siamo veramente attaccati alla lingua italiana e stiamo assolutamente spingendo per utilizzarla di più nelle prossime canzoni. Le canzoni in inglese sono un retaggio dei primi DUIR, dove si puntava più all’orecchiabilità che non ad evidenziare la nostra identità. Insomnia Seed rappresenta la nostra chicca perché Giovanni, il cantante, essendo stato all’estero usava giornalmente inglese e/o tedesco, infatti specialmente quest’ultima lingua (sì, c’è anche il tedesco), dona alla canzone una nota di aggressività e ansietà, che non pensavamo potesse essere resa così bene in altra maniera. Per questo non vogliamo precluderci la possibilità di utilizzare altre lingue oltre all’italiano.

Mi piacerebbe saperne di più sui testi delle canzoni. Da quel che ho capito sono una parte molto importante per voi e vi chiedo quindi di fare un track by track e raccontare come sono nati i testi.

Immagina ogni canzone come un determinato momento della giornata: all’inizio si è incoscienti (Inconcio), durante la fase del sonno, dove i sogni fanno da padrone e ti portano a sentire emozioni sempre più forti alternate ad emozioni più flebili. Dopodiché c’è la sveglia (Rise Your Fears), quando la mente viene assalita dalle paure del passato, ma deve essere concentrata sul presente, perché altrimenti non si può reagire a quello che succede. Con Dies Alliensis arriva la battaglia vera e propria, dove la persona deve guadagnarsi il suo posto nel mondo. Quando infine ci si ritrova a letto, è impossibile non pensare a quello che si sarebbe potuto fare, a tutte quelle cose che avremmo voluto fare meglio, allontanandoci dal sonno (Insomnia Seed). Obsidio rappresenta, invece, la realizzazione che la routine è una prigione, costringendoci a trovare la forza di combattere per la nostra libertà o rassegnarsi. Speriamo che adesso tu possa vedere le canzoni sotto una luce diversa.

All’inizio sono rimasto sorpreso dall’artwork di Obsidio: scarno e crudo, in realtà molto forte proprio per questo. Di chi è stata l’idea e come siete giunti alla sua realizzazione?

L’idea è stata di Giovanni, ma la realizzazione è stata di Chiara Bruscaggin, che non smettiamo di ringraziare. Cogliamo l’occasione per dire che gli uomini rappresentati, sono modelli che si sono prestati per posare nudi. L’artwork è scarno proprio per rappresentare lo stato in cui l’anima si riduce quando si è costretti a vivere la vita che non ci appartiene.

State lavorando a del nuovo materiale? Cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo cd?

Sì, stiamo lavorando a dell’altro materiale un po’ più introspettivo e cupo. Ma non vogliamo anticipare nulla per ora. Noi sentiamo di essere ancora in crescita e molti gusti personali si evolveranno col tempo, probabilmente trasformando i prossimi lavori.

Vi sentite parte della scena folk metal italiana? Avete contatti/amicizie con altri gruppi del genere?

Noi ci sentiamo parte della scena metal in generale, è inutile stare lì a scomporla troppo, siamo tutti sulla stessa barca. Durante il nostro percorso finora siamo diventati molto amici di Atlas Pain, Vallorch e Kanseil, che conosciamo e stimiamo. Se proprio volessimo etichettarci, non siamo nemmeno sicuri di rientrare nel genere folk che tutti intendo e siamo contenti così.

Potendo scegliere di suonare un concerto con altre tre band, quali scegliereste?

Guarda, la lista sarebbe troppo lunga, ma sicuramente un nostro sogno nel cassetto è poter aprire ai Selvans, Vinterblot e, perché no, Arkona.

Siamo al termine dell’intervista, a voi lo spazio conclusivo!

Ti ringraziamo tantissimo per l’intervista e ringraziamo tutti quelli che ci stanno supportando.

Intervista: Dusius

Il debutto dei Dusius Memory Of A Man è arrivato a ciel sereno e ha colpito piacevolmente per il taglio professionale e il concept originale e anche piuttosto intricato. Ad aggiungere curiosità nei confronti della band emiliana, un mini tour in Inghilterra lo scorso autunno; insomma, di buoni motivi per intervistare questo “nuovo” gruppo folk metal ce ne sono in abbondanza, quindi spazio alle risposte dei ragazzi, buona lettura!

Per prima cosa direi di raccontare la vostra storia ai lettori di Mister Folk.

Ciao lettori di Mister Folk! La nostra band nasce nel 2010 come un gruppo di quattro amici (Rocco alla chitarra, Manuel alla voce, Erik al basso e Alessandro alle tastiere) accomunati dalla passione per la musica e con una grande voglia di scrivere canzoni proprie. Già dopo poco tempo la formazione ha avuto modo di allargarsi con l’entrata di altri due membri (Fabien alla batteria e Manuele come seconda chitarra) e il debutto col primo show in assoluto per Amnesty International a Parma. Nel 2013 siamo riusciti a produrre il nostro primo EP Slainte. Dopo qualche anno passato sotto una prima etichetta si è aggiunto il nostro settimo membro (Davide a flauti e cornamusa) giungendo alla formazione definitiva ad oggi della nostra band. Come ben sapete, a marzo scorso abbiamo pubblicato il nostro primo album Memory Of A Man sotto Extreme Metal Music.

Memory Of A Man è il vostro debutto. Vi chiedo come ci siete arrivati e come vi siete preparati a un evento e traguardo così importante.

In questi anni in realtà abbiamo scritto e composto il nostro album in modo molto “rilassato”, ovvero non ci siamo posti né delle scadenze né degli obiettivi, ma semplicemente abbiamo provato ad esprimere noi stessi attraverso le nostre competenze e i nostri gusti personali cercando di fonderli al meglio, in modo che il tipo di suono ricercato potesse rappresentare quello che c’è alla base del nostro gruppo: un profondo legame di amicizia. A questo proposito teniamo a sottolineare che in questo album abbiamo inserito tutte le canzoni che, anche quando il gruppo stesso era in forma “embrionale”, avevamo composto assieme, non scartando nulla nel tempo ma comunque rielaborandole e perfezionandole, tenendo sempre conto della “traccia”, dell’intenzione originale che le ha fatte nascere. Questo perché per noi esse rappresentavano non solo un semplice album ma un’opera con un valore intrinseco, l’espressione dei nostri diversi stili e delle nostre storie, nella sua evoluzione. Essi sono stati i nostri primi lavori, e ci sembrava giusto portare alla luce i nostri “figli”.

Quali sono stati i feedback finora ricevuti? Siete soddisfatti del risultato finale sia in termini di suono che di composizione?

I pareri ricevuti sono stati un 50 e 50: come ci aspettavamo alcuni hanno apprezzato il nostro sound, definendolo particolare ed interessante, altri invece hanno espresso pareri negativi. Noi abbiamo accettato qualsiasi opinione e siamo davvero contenti di tutti i feedback ricevuti nel bene e nel male. I gusti sono personali e chiaramente i giudizi negativi sono all’ordine del giorno, soprattutto quando ci si mette in gioco con un debut album che è stato volutamente un azzardo. In realtà siamo abbastanza convinti che alla fine dei conti siano questo tipo di opinioni ad essere più importanti. Le critiche possono aiutare a migliorare e magari prendere in considerazione aspetti che inconsciamente o distrattamente avevamo sottovalutato, per inesperienza o avventatezza. Non siamo pentiti della nostra opera, che riteniamo sincera e che, come detto, abbiamo deciso di pubblicare per intero dalla sua forma embrionale, con i suoi pregi e i suoi difetti. Siamo generalmente soddisfatti del risultato ottenuto. Ma ci consideriamo anche una band in itinere, la strada davanti a noi è davvero lunga: non abbiamo nessuna fretta, ma la voglia di migliorare è tanta.

Il disco è stato pubblicato con la tedesca Extreme Metal Music, per la quale la vostra rappresenta la prima uscita. In quale modo siete entrati in contatto con un’etichetta con zero dischi pubblicati? Come stanno procedendo le cose con loro?

Con il nuovo album già pronto nel 2016 abbiamo deciso di contattare diverse etichette e valutare eventuali proposte, accettando alla fine l’offerta di Extreme Metal Music: nella seconda metà del 2016, dopo aver incontrato Roberto e Valerio dell’etichetta, abbiamo firmato ed eccoci qua. Ci troviamo molto bene, c’è una grande professionalità, tanta comunicazione e voglia da entrambe le parti di mettersi in gioco. In sintesi si sta creando un rapporto sempre più stretto e siamo molto soddisfatti! Speriamo lo siano anche loro!

Memory Of A Man è un concept album. Nella recensione ho evitato di entrare nel dettaglio perché non avevo i testi, ma da quel che ho capito non sembra essere il “tipico” concept folk/pagan metal, ma anzi piuttosto articolato e originale. Avete tutto lo spazio per raccontare nei dettagli questa interessante storia.

Difficile dire cosa sia tipico o meno, abbiamo cercato di creare una storia che fosse il più possibile “nostra” sia a livello creativo che di messaggio. Il vissuto di ognuno di noi, inoltre, ha aiutato nella stesura della trama di base. Il nostro interesse era quello di raccontare qualcosa che potesse invogliare l’ascoltatore a godersi ogni traccia per scoprire come la vicenda si evolve e si conclude, stimolando la sua aspettativa.

Come da titolo si tratta della storia di un uomo, volutamente senza nome ma nonostante ciò, come tutti, con una sua identità e un suo personale vissuto. Esso vive un dramma, una sottile via costellata di perdite, di vendetta e redenzione, di patti e di inganni, sempre sull’orlo della follia. Il protagonista, uomo d’onore, assiste alla perdita di suo padre e, lacerato nell’anima, perde momentaneamente la ragione e cade preda di un irrazionale desiderio di vendetta. Questo si compie con la profanazione di un tempio durante un “baccanale”, che sfocia in crimini che suscitano (ovviamente) l’inevitabile ira degli dei. Viene messo dunque davanti ad una scelta: passare l’eternità tra i tormenti o lavorare come loro schiavo fino ad espiazione compiuta, con la falsa speranza che questo sacrificio basti per escludere la famiglia “dal loro furiosissimo sdegno”. Optando senza esitazione per la seconda alternativa, viene rinchiuso in una “spelonca” dove, giorno e notte accanto ad una forgia, sarà costretto a faticare come un novello Efesto. Il lavoro estenuante e una costante inquietudine per la sorte dei suoi cari lo logorano a tal punto da costringerlo a trovare una via d’uscita comunque inconcepibile. Dopo anni di espiazione il nostro fabbro accetta il suo fato con animo ormai spezzato, e sempre con il costante senso di colpa nei confronti di chi ama. Gli sovvengono dunque alcune visioni del presente nelle quali i suoi figli cadono sotto i colpi inferti da armi da lui stesso forgiate. Tutto ciò suscita in lui un nuovo moto di rivalsa nei confronti delle divinità, alimentato dalla volontà di poter salvare almeno la sua donna, l’unica persona amata rimastagli. Da qui un “patto col diavolo”, con l’antitesi divina che unica potrebbe spezzare il vincolo sacro a cui è stato sottoposto. Il demone gli commissiona due anelli e una spada, senza fornire ulteriori chiarimenti o direttive se non quella di lasciare il luogo del suo calvario a lavoro terminato. Compiuta l’ultima fatica, il nostro fabbro si dirige subito verso casa, dove però lo attende l’ultimo degli inganni. La sua donna, circondata dagli dei, accetta di unirsi in matrimonio col demone, mossa dal rancore verso il marito per aver rovinato la sua vita. Gli anelli sanciscono dunque il nuovo legame e la spada, brandita dal demone, squarcia letteralmente le vesti della donna in un ultimo atto di suprema carnale possessione. Il destino del nostro eroe si chiude così tragicamente. Addentrandosi solitario in un bosco e soppesando le sue azioni, guarda dentro di sé e comprende l’unica soluzione rimastagli. Cala dunque il sipario su un tentativo ancora non realizzato di ultima e definitiva liberazione, accompagnato dalla ricerca dei leggendari e benevoli spiriti del bosco (i “dusius”), gli unici che gli possano fornire conforto nel momento del trapasso.

Una storia molto simile a quella del Faust, insomma, ma con elementi più “paganeggianti”, per quanto questa parola ci faccia sorridere. Abbiamo volutamente lasciato vaghi tutti i riferimenti a mitologie esistenti proprio per far cadere l’attenzione su ciò che accade e come esso viene vissuto dal protagonista, sul contenuto stesso della nostra storia, non senza poter far viaggiare la fantasia.

Dusius live @ Northampton, UK

Musicalmente unite elementi folk con metal estremo e il risultato è piuttosto personale. Quali sono i vostri gruppi di riferimento e come nasce una canzone dei Dusius?

Possiamo affermare che non abbiamo propriamente dei gruppi di riferimento, ma ognuno di noi ha i propri gusti personali, a volte molto diversi: si spazia da cantautori come Guccini, a band sperimentali come Ayreon. Esiste comunque una matrice comune, che forse può essere accostata a Ensiferum, Finntroll, Troldhaugen e Trollfest. Solitamente le nostre canzoni nascono dalla proposta di uno dei nostri membri e quindi da un’idea fortemente influenzata dal suo personale stile, poi rielaborata anche dagli altri, e così via. Tenendo conto che ogni volta dobbiamo mettere d’accordo ben sette persone, immaginate la confusione. Ma dove starebbe il divertimento sennò?

Nel finale di Dear Elle c’è una parte con cantato pulito che mi ricorda i tedeschi Powerwolf. Lo avete notato anche voi e che opinione avete della band di Attila Dorn?

Sinceramente conosciamo ben poco i Powerwolf. Se quella parte li ricorda non è stato voluto, ma ci sentiamo comunque onorati del parallelismo. Ps: li abbiamo appena ascoltati, grazie a te, e ci sono piaciuti non poco.

La copertina è molto bella ed evocativa. Ha qualcosa a che vedere con il concept? Perché la scelta del soggetto è ricaduta su un cervo?

Per quanto riguarda il collegamento con il concept, possiamo dire che l’ambientazione della copertina cerca di rievocare quello che viene scritto nei testi, per dare a livello visivo l’idea dello scenario in cui si svolge la maggior parte delle vicende. La pallida luna piena che campeggia alle spalle del cervo viene non solo citata nei testi, ma ha di per sé un certo peso simbolico: rappresenta una “sorta di maestoso bellissimo e terrificante ammasso di eventi che paiono prendere il possesso di tutto lo spettro visivo ed emozionale di chi si presta a guardare, quasi a volerlo schiacciare”. Sembra la citazione di qualche poeta romantico o di un filosofo esteta dedito alla descrizione del sublime, ma no, è solo l’estro creativo del nostro cantante. Il cervo, inoltre, è stato scelto da noi come rappresentazione dello “spirito del bosco” da cui prendiamo il nome: “Dusius”, in un dialetto volgare medievale, significa appunto questo. Altro significato del cervo è quello del “buon auspicio” (dalla mitologia islandese): il fatto che questo animale cambi il palco ogni anno, maturando, rappresenta il rinnovarsi ciclicamente della sua vita, facendo nel contempo tesoro della propria esperienza. Esso è l’emblema dell’invecchiare con saggezza e quindi un buon auspicio per il raggiungimento di una vita piena.

Dopo l’uscita del disco vi siete concentrati sull’attività live? Com’è un vostro concerto? Ci sono brani (cover incluse) che suonate regolarmente ma non avete inciso?

Ovviamente si, stiamo cercando di trovare sempre date interessanti e di suonare con costanza. Abbiamo anche in programma un tour in Regno Unito per questo autunno, ulteriori informazioni sono state pubblicate sulla nostra pagina ufficiale (come avrete capito l’intervista risale allo scorso ottobre, ndMF). I nostri concerti rispecchiano noi stessi: “pane e salame” per così dire, molta spontaneità, un pizzico di teatralità, soprattutto dal nostro frontman e cantante Manuel, che sul palco dà sempre il meglio di sé. Crediamo che per chi ci guarda suonare sia fin da subito evidente il legame forte che ci affiata anche sul palco. Abbiamo invece abbandonato le cover da tempo, anche se a volte ne suoniamo alcune ri-arrangiate, spesso brani che non fanno parte del panorama folk metal, per eventi eccezionali. Suoniamo invece regolarmente alcuni brani in anteprima del prossimo album.

State lavorando a un nuovo disco? Se sì, potete dare qualche anticipazione?

Stiamo lavorando al secondo album, ancora sotto forma di bozza. Le idee ci sono ma sono in costante evoluzione, sia a livello compositivo che di contenuti. Il nostro obiettivo è quello di rendere più omogeneo e riconoscibile il nostro sound, levigare le imperfezioni a cui siamo andati incontro nei nostri lavori passati, come detto, cercando comunque di non snaturarci.

Rinnovo i complimenti per il lavoro svolto, siamo a fine chiacchierata. Lo spazio è tutto vostro!

Ti ringraziamo per la tua recensione e per averci concesso l’opportunità di questa intervista. Ringraziamo anche tutte le persone che ci hanno aiutato ad arrivare fino a qui, che ci supportano e che ci supporteranno.

Nota del cantante: “correte la vostra vita fino in fondo perché non saprete quando cadrete”.

Grazie mille, Dusius