Cernunnos’ Folk Band – Summa Crapula

Cernunnos’ Folk Band – Summa Crapula

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Marco Castellani: voce – Claudio Rossi Galosi: chitarra – Mattia Rametta: chitarra – Matteo Martellini: basso – Joele Andreini: batteria – Lucia Del Vicario: flauto – Riccardo Giaccaglia: fisarmonica

Tracklist: 1. Vino – 2. Nella Taverna – 3. Valhalla – 4. Dall’Alto Delle Guglie

Arrivare al primo lavoro dopo mesi e anni di lavoro è, per ogni band del pianeta, fonte di grande gioia e soddisfazione. Le interminabili ore ad arrangiare un brano sono ripagate da quella confezione, quasi sempre semplice ed economica, che contiene il cd con il frutto di tanta passione e rinunce. Quel disco rappresenta il primo passo di un percorso che la band ha intenzione di percorrere fino ad arrivare al proprio obiettivo, che può essere il contratto con una major o, come nel caso dei marchigiani Cernunnos’ Folk Band, suonare sul palco del Montelago Celtic Festival.

La band guidata dal cantante Marco Castellani rende chiaro il proprio concetto di folk metal fin dai titoli delle canzoni: Vino e Nella Taverna lasciano poco spazio all’immaginazione e difatti ci troviamo dinanzi a un EP dalle tinte goliardiche e spensierate, dove l’alcool è considerato un bene di primaria necessità. Purtroppo non basta la buona volontà per realizzare un cd valido e Summa Crapula pecca sotto vari aspetti. La prima cosa che balza all’orecchio è una produzione confusionaria e non in linea con quanto si ascolta nell’underground odierno, ma quel che azzoppa l’ascolto del disco sono le canzoni. Dal songwriting risicato e – soprattutto – da alcune imprecisioni tecniche, si capisce che i musicisti hanno poca esperienza sulle spalle e così Vino e In Taverna sono “solamente” delle buone canzoni da eseguire live perché non mancano di cori e coinvolgimento. I testi sono molto semplici, spesso le troppe rime sono un po’ scontate e a livello di linee vocali si può fare di più. Valhalla racchiude tutti i luoghi comuni dei miti nordici e l’intento epico/battagliero viene smussato da alcune frasi che un po’ forzate (“se muoio in battaglia non avrò vergogna purché con ardore io leda il nemico”), mentre continuano a muoversi bene gli strumenti folk. Chiude Summa Crapula l’attacco alla chiesa Dall’Alto Delle Guglie, canzone più dinamica rispetto alle precedenti nella quale appare forte l’influenza dei Folkstone: a tal proposito c’è da dire che la voce di Marco Castellani (ora affiancato da Andrea Pulita, nel cd presente solamente nei cori) ricorda molto quella di Lore e non a caso i Cernunnos’ Folk Band hanno pubblicato sulla propria pagina Facebook la cover di Prua Contro Il Nulla dall’album Oltre… l’Abisso.

Quel che esce fuori dai quasi venti minuti dell’EP è una band con tanta voglia di fare ma ancora non perfettamente coordinata. La sezione folk funziona bene e ci sono spunti interessanti di chitarra e sezione ritmica sparsi tra le canzoni che si alternano con momenti ingenui dettati dall’inesperienza: la base, però, sembra solida e può essere un buon punto di partenza per il prossimo lavoro in studio.

Summa Crapula è il primo passo per i Cernunnos’ Folk Band, una band con ancora molto da lavorare ma che dal vivo rende al meglio. L’augurio è quello che i musicisti prendano le critiche come una spinta a impegnarsi ancora di più per tirare fuori il proprio meglio e realizzare un lavoro che permetta loro di fare il salto di qualità.

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Intervista: Lou Quinse

Che bello quando la band intervistata ha realmente voglia di parlare e farsi conoscere! Invece delle solite e noiose risposte brevi e prive di cuore, è sempre una gran gioia quando s’incontra un gruppo che ha realmente voglia di rispondere alle domande e coglie l’occasione dell’intervista per far entrare il lettore (e ascoltatore) nel proprio mondo. Al bando, quindi, risposte paracule e spazio alla sincerità. Con una bella e apprezzata dose di ironia. Signore e signori, i Lou Quinse!

Lo Sabbat arriva ben sette anni dopo Rondeau De La Forca. Di voi si erano un po’ perse le tracce e qualcuno ha anche sospettato il vostro scioglimento. Come mai c’è voluto tutto questo tempo per pubblicare il nuovo cd?

Abbiamo iniziato a lavorare sulle registrazioni di Lo Sabbat nel dicembre del 2014. Nel 2012 avevamo però curato la ristampa in vinile del demo Lou Quinse, cosa che non era naturalmente stata molto impegnativa in studio, ma ci aveva fatto suonare parecchio in giro. Era stata anche l’occasione per partecipare al quinto Fosch Fest, un concerto bellissimo e che richiedeva tutta una preparazione a sé. Proprio per questo, abbiamo poi deciso di evitare i concerti fino a lavori del disco ultimati, che ci hanno preso alla fine quattro anni, periodo in cui è comprensibile che le voci girino… È stata un’avventura, dalla creazione dei brani alla scelta degli studi, le varie registrazioni… Poi un anno intero di post produzione, senza dimenticare che il mondo fuori dagli studi ci ha molestati tutti a vario titolo, e che comunque beviamo e fumiamo parecchio.

Credo che Lo Sabbat sia un grande passo avanti rispetto al passato sia per quel che riguarda il lato compositivo che per il risultato finale, di altissima qualità. Come nasce una canzone dei Lou Quinse e durante la fase compositiva quali erano le sensazioni in sala prove?

Di solito ognuno di noi propone dei brani dai vari repertori tradizionali, che poi impariamo a suonare e mischiamo con il metal che ci piace di più. Per Lo Sabbat abbiamo fatto un passaggio in più, scrivendo gli arrangiamenti e producendo midi che ci guidassero nella costruzione delle canzoni. Detto così non rende l’idea della tempesta emotiva, dei tentativi abortiti e di quelli azzeccati, a volte col sudore, a volte per magia. In ogni caso durante l’intera fase compositiva beviamo e fumiamo molto.

Il disco suona compatto e il vostro marchio di fabbrica è immediatamente riconoscibile. Credo che non sia stato semplicissimo realizzare un cd così vario in grado comunque suonare omogeneo.

È stato più che altro laborioso, ma estremamente divertente, non sapremmo dire se facile o meno… La varietà la dobbiamo soprattutto alla ricchezza delle tradizioni musicali occitana e dell’arco alpino, tanto quanto alle infinite influenze e possibilità che offrono il vastissimo universo del metal estremo, del punk e dell’hardcore. L’amalgama può saltare fuori nei modi più naturali e imprevedibili: brani folk che rievocano istintivamente passaggi black metal, danze ipnotiche e cadenzate che supportano ritmiche death, un tupa tupa hardcore che “su quella curenta ci starebbe tanto bene” etc. Poi suoniamo insieme da tanti anni, sappiamo cosa vogliamo gli uni dagli altri… beviamo… fumiamo…

Il primo impatto con la vostra musica è spesso “mamma mia che casino che fanno questi!”. Passati i primi istanti, però, si viene avvolti dal vostro sound e trovo tutto ciò molto coinvolgente e questo capita, purtroppo, di rado. Quali sono gli obiettivi che muovono i Lou Quinse e come funziona la “ricerca musicale” nella band?

È bellissimo fare delle canzoni, bellissimo suonare, ci divertiamo moltissimo a suonare fra di noi e ancora di più a suonare quello che suoniamo. Ascoltando e suonando folk, veniamo colpiti da melodie e testi, che magari sono li da duecento anni, che ci portano quasi istintivamente a impararle, rimaneggiarle, decostruirle, riassemblarle. Bevendo e fumando a go go.

Giga Vitona ha la stessa melodia utilizzata dai Furor Gallico in La Caccia Morta. Vi chiedo quindi da dove proviene quella melodia e se eravate a conoscenza che anche la band lombarda utilizza quella stessa melodia.

Non c’è nulla di cui stupirsi, questo è folk! Melodie e ritmiche che si influenzano, mescolano e fondono, arrivando dalle culture più lontane e diverse. Scale ricorrenti e giri che ritornano, sempre diversi a seconda della zona in cui vengono suonati e di chi li suona. Ed è anche metal. Denso com’è di riff codificati e condivisi da tutta la scena, rielaborati e trasformati a seconda dello stile in cui vengono suonati. La Giga in particolare è una danza ballata nelle vallate occitane. È conosciuta e suonata in tutta Europa dalla seconda metà del 1500, e con l’identico nome si riconoscono danze molto diverse tra loro. La Vitona, in particolare, è originaria della Val Varaita, in Piemonte, ed è una delle versioni più longeve e particolari di questo ballo. Non eravamo a conoscenza dell’accenno fatto dai Furor Gallico in ogni caso, ma ci fa piacere. O forse hai bevuto e fumato troppo anche te! 🙂

I vostri testi sono “tipicamente” folk metal, ovvero parlano di storie di paese, racconti popolari e situazioni anche grottesche. Però mi ha colpito molto Purvali E Palli, canzone che parla del brigante Domenico Straface: come avete conosciuto la sua storia e perché avete deciso di raccontarla? Tra l’altro può essere considerata una canzone “parente” di Simone Pianetti dei Folkstone, cosa ne pensate?

Domenico Straface e Simone Pianetti sono figure da ricordare, a cui vale la pena dedicare una canzone. Qualche anno fa siamo venuti a conoscenza dei Nagrù, un trio di ragazzi calabresi di tutto rispetto e tra i pezzi tradizionali riproposti da loro, e che ascoltavamo, ci ha colpiti particolarmente questo brano. È inevitabile che riprendere in mano la tradizione metta le persone faccia a faccia coi modi di pensare e con le vicende storiche che facevano da contesto all’epoca in cui la singola opera è stata composta, e noi siamo sempre stati affascinati dalla costante lotta – vera e propria “invariante” della Storia umana – contro l’autorità costituita. Affrontare certi argomenti, però, espone al rischio di muoversi in maniera strumentale o poco congrua. Un esempio lampante è proprio la storia del Risorgimento che, se da una parte va rivista liberandoci dalla retorica unitarista, dall’altra rischia, durante il dibattito, di generare mostri di segno opposto, come la glorificazione dei Borbone, cugini dei Savoia, che non ci sentiremmo mai di considerare “vittime” perché i monarchi sono tutti della stessa pasta. In questo senso ci siamo subito ritrovati nella vicenda di Domenico, un vero combattente, non disposto a servire questo o quel padrone, ma a lottare per la sua gente e per la sua terra contro il colonialismo sabaudo. È amaro dover tornare così indietro nel tempo per trovare persone che cercano di difendersi dallo straniero armato, colonizzatore, in soverchiante vantaggio strategico e militare. Al giorno d’oggi, i nostri coevi, ci sembrano fare molta confusione su chi sia “straniero”, intenti come sono a levare la voce solo quando è chiaramente più debole, emarginato, reietto, una condizione ereditata dagli stessi processi coloniali e di sfruttamento di cui gran parte del mondo è stato, ed è tutt’ora, vittima. Noi tifiamo per tutte e tutti i Domenico Straface, ovunque nel mondo e nella storia, di sicuro non per questi autoproclamatisi “difensori” di nulla. E Simone, anarchico, montanaro e migrante, è un’altra figura di questo tipo, con una storia diversa, una vita diversa, ma unita dal filo rosso della ribellione. Nella musica popolare, sia essa originale o rivisitata, centinaia sono gli omaggi a figure di questo tipo, a vite tempestose scagliatesi contro l’autorità, che hanno pagato in prima persona il prezzo altissimo della loro rivolta. In questo la tradizione smentisce categoricamente chi ci vuole vedere in qualche modo una difesa di valori conservativi, magari guerreschi o peggio di conquista. La guerra è sempre raccontata per quello che è, la peggior sofferenza dei popoli, cantata con dolore, anche se spesso in modo ironico, e in questi anni di studio ci è parso più che altro che il valore principale dei popoli sia sempre stato la ribellione. Sappiamo per certo che comunque anche i Folkstone bevono molto e probabilmente fumano, e questo avrà sicuramente inciso su scelte stilistiche comuni.

I testi sono una parte molto importante nella vostra musica. Quali sono quelli ai quali siete più legati? C’è una ricerca alla base di ogni testo/argomento?

Tutti i testi che usiamo sono trad, anche se ad alcuni abbiamo fatto delle modifiche, aggiunto passaggi, per attualizzarli, giocando con le parole, come è del resto uso nella musica popolare. Quando scegliamo un brano su cui vogliamo lavorare, ci confrontiamo con le varie “versioni” in circolazione, che spesso differiscono anche parecchio, soprattutto a livello di liriche. Alcuni di questi testi sono parole di puro accompagnamento alla musica, senza velleità descrittive o narrative, utili a far partecipare anche la lingua alla danza. Altri sono al contrario densi di significati, anche su livelli differenti e non sempre immediatamente recepibili, di una bellezza e profondità inarrivabili, e fra questi probabilmente Lo Boier è quello che amiamo di più. È un antico canto popolare dell’Occitania francese, intessuto di significati simbolici relativi all’eresia catara (o albigese), che narra la tragica sorte della pastora Joana, dei momenti che ne precedono la morte e dell’incontro con suo marito pastore appena tornato dai pascoli. Allo stesso tempo è anche una sottile metafora del tragico eccidio di Montsegur, ultima roccaforte in cui gli albigesi, bollati di eresia da Papa Innocenzo III, trovarono rifugio. Cadde dopo 11 mesi, nel marzo del 1244, sotto i colpi dell’esercito papale e dell’alleato Re di Francia, sancendo così la fine dei catari e l’inizio della dominazione temporale, ideologica, culturale e spirituale francese moderna. Per Lo Sabbat abbiamo anche scritto per la prima volta un testo in patois, quello della Giga Vitona, un inno al Sabba, alla musica e alla festa, e per questo rimane un brano a cui siamo necessariamente legati, che tutti abbiamo contribuito a comporre, bevendo e fumando parecchio.

Stessa cosa per la musica: siete appassionati di musica popolare e ne siete ascoltatori? Girate per eventi e feste locali per ascoltare canzoni e melodie? Oppure ci sono dischi contenenti le canzoni del folklore che amate?

Certamente ne siamo appassionati, sia nelle sue espressioni più radicali, sia temperata da influenze rock e naturalmente metal. Giriamo per concerti, festival, balere, balliamo, ascoltiamo dischi e scarichiamo musica, quasi sempre illegalmente. Alcuni di noi fanno o hanno fatto parte di gruppi e progetti folk trad, fa parte della nostra cultura individuale e di gruppo. Detto questo i gruppi che seguiamo da più tempo e a cui ci siamo più volte ispirati, sono ovviamente Lou Dalfin e tutta la scena folk contaminato e non delle valli piemontesi, come Lou Seriol e i franco provenzali Li Barmenk, così come quella dell’occitania francese, il duo Brotto-Lopez, i marsigliesi Massillia Sound System e i loro side project, fino al gruppo che per primo ci ha dato l’ispirazione, i pirenaici Hantaoma. È indispensabile in ogni caso ascoltarli bevendoci e fumandoci anche qualcosa sopra.

La copertina e l’intero artwork ricorda molto lo stile del grande Alfons Mucha. Credo che la scelta sia tutto tranne che casuale, per questo sono curioso di scoprire chi è l’appassionato del pittore ceco e come vi è venuto in mente un’idea del genere.

Ne siamo tutti appassionati. Alfons Mucha è stato un grande artista, pittore e scultore, ma a lui si associa subito il concetto di poster, simbolo in qualche modo di una presenza dell’arte nelle strade. I suoi manifesti di opere teatrali sono sicuramente dei grandi capolavori. Il concetto grafico alla base di Lo Sabbat è quello di un’opera teatrale, divisa in atti e il cui libretto potesse ricordare quello di una Madama Butterfly o di una Boheme, e di conseguenza la scelta del Liberty, o Art Nouveau, è risultata spontanea. Noi però abbiamo scelto di riprodurre una parodia del movimento artistico, proprio per raccontare il decadimento dell’epoca che stiamo vivendo, ed ecco che qui appaiono le differenze: lo “stile Mucha” si basa infatti principalmente sull’esaltazione della bellezza e della giovinezza attraverso l’uso di accattivanti figure femminili, che guardano verso il pubblico. Ginetta, la nostra protagonista, ispirata a Gina dìi Toùni, unica contrabbandiera donna che si ricordi nella storia di Balme e accanita fumatrice di pipa, è invece un’anziana che distoglie lo sguardo da chi osserva, e i suoi gioielli sono corone e diademi di ossa. Anche l’elemento floreale viene distorto e al posto di eleganti e raffinati fiori, abbiamo preferito l’oppiacea decadenza dei bulbi di papavero. Lo stesso vale per il bestiario che affianca Ginetta, che differenzia non poco da quello classico della belle époque: via sinuosi pavoni e pesci fluttuanti, vivi e pieni di energia, e al loro posto caproni e demoniache marmotte che vengono fuori da nubi e fiamme. Ricordiamoci poi che Alfons rimane anche un esempio per tutti nel bere e nel fumare.

Sempre parlando della copertina, oltre allo stile colpisce il colore principale, ovvero il rosa. L’intenzione è quella di spiazzare l’appassionato di (folk) metal con una grafica tanto curata quanto inusuale?

Sinceramente non ci abbiamo assolutamente pensato, è venuto così, da solo, dopo qualche prova leggermente più virata sul rosso. Del resto nessuno può garantire che l’inferno non sia anche tendente al rosa, no? La colorazione è stata una parte particolarmente complessa, sempre appunto in quest’ottica di tributo ma anche rovesciamento dell’opera di Mucha. Così i colori e le tonalità sono venuti fuori difficilmente ma spontaneamente, in pieno stile Art Nouveau. Chissà se qualcuno rimarrà spiazzato, in ogni caso è un effetto sempre desiderabile. Del resto certe imposizioni canoniche, basilarmente fastidiose e secondo noi un po’ ridicole quando si parla di generi e stili ibridi e miscelati, ci sono sempre state strette. La musica che suoniamo non indossa kilt o armature, appartiene più alla quotidianità popolare che alla rievocazione storica, parla più di sfruttamento e ingiustizie sociali che di leggende e di fiabe e, in questo caso, ci pareva meglio rappresentata da un rosa demoniaco che non dal nero, che comunque sommamente veneriamo. Nuvolette di fumo nero, bicchieri di alcool rosa.

Come sapete ho apprezzato tantissimo il vostro disco, così come sapete che l’unica scelta che non condivido è quella di non inserire nemmeno un booklet di quattro pagine all’interno del digipak. Trovo ottima l’idea del file digitale con il booklet completo di traduzioni ecc., ma chi compra il disco fisico credo che preferisca pagare uno o due euro in più per poi avere un prodotto “completo”.

L’idea iniziale era produrre un vinile, e in quel caso un booklet stampato di una certa consistenza sarebbe stato perfetto. Poi però le cose sono andate diversamente, abbiamo superato quello che è il minutaggio possibile per un vinile e senza osare tagliare alcuna canzone avremmo dovuto stamparne uno doppio, cosa che era però decisamente al di sopra delle nostre possibilità. A quel punto avevamo già iniziato un lavoro filologico musicale e testuale decisamente più dettagliato rispetto ai lavori precedenti, ritrovandoci con una trentina di pagine, fra testi, traduzioni e concept, troppo costoso e fisicamente scomodo. Per evitare di tagliare il booklet riducendolo a poche pagine e rendendolo incompleto, abbiamo optato per il formato esclusivamente digitale, sicuramente meno bello, ma per lo meno esaustivo e accessibile a tutti. E poi così con i soldi risparmiati si può sempre bere e fumare.

La produzione de Lo Sabbat è davvero ottima: perché avete scelto Tino Paratore e Tom Kvalsvoll per realizzare il cd? Per quel che riguarda i giorni in studio di registrazione, ci sono storie che meritano di essere raccontate? Con Kvalsvoll avete lavorato di persona oppure gli avete mandato le tracce e lui ci ha lavorato seguendo le vostre indicazioni?

Con Tino lavoriamo da parecchi anni, e non solo con Lou Quinse. Per Rondeau De La Forca e per la ristampa di Lou Quinse si era occupato essenzialmente del mastering, e registrare e mixare con lui è stato impegnativo quanto piacevole, come sentirsi a casa, ma con la mamma che ti cazzia di continuo! L’atmosfera è sempre elettrizzante, di scene divertenti ce ne sono state una marea, la prima che ci viene in mente è quando lui, in modo estremamente posato e professionale, ha inserito un hard disk dove poco prima ci aveva raccomandato di mai e poi mai inserire un hard disk, col risultato di flambare il computer su cui c’erano mesi di lavoro Lou Quinse e non solo: tutto poi recuperato, ma che facce! Tino è un fonico di lunga esperienza, esperto in tricks di ogni tipo, sempre disponibile e molto preso bene dalla musica che gli piace, raccomandatissimo! Il nostro impegno e il talento di Tino ci hanno reso possibile tentare di metterci in contatto con professionisti internazionali che si occupano di mastering, del tocco finale sul suono del disco. Ne abbiamo sentiti svariati, da ovunque, tutti molto disponibili e impressionantemente capaci. Abbiamo ascoltato molte prove di master, estremamente differenti tra loro, chi esaltava di più il lato rumoroso del nostro suono, chi portava in maggior evidenza l’aspetto folk, chi insisteva sui bassi, e ci è sembrato di ascoltare molti Lou Quinse provenienti da tutto il mondo, americani, danesi, svizzeri, svedesi, norvegesi, più death metal, più crust punk, più black, un’esperienza sorprendente e divertente come poche. Il sound di Tom ci ha da subito colpiti per la spietata freddezza e minimalità, perché faceva risaltare la parte folk senza perdere nulla del metal, perché risultava dinamico e al tempo stesso gelido. Dalla prova al master definitivo molto è cambiato, lui stesso ad un certo punto del lavoro l’ha rifatto completamente perché a forza di immergersi nell’ascolto lo aveva interiorizzato e sviluppato, aveva finito insomma per sentirlo suo. Questo e altro ci hanno dato la cifra di una collaborazione fruttuosa che, se per questa volta non si è potuta concretizzare in un viaggio in terra nordica, chissà che non sia il preambolo ad un nostro sbarco ad Oslo con battello. Probabilmente in questa eventualità ci porteremmo da fumare, il bere lo troveremmo sicuramente là!

Siete molto legati ai tarocchi e per questo album avete sostituito i vostri nomi con i numeri degli arcani maggiori. Come mai questa scelta e cosa rappresentano per voi le carte che avete scelto e i tarocchi?

Lou Quinse (Il Quindici, in italiano) deve il suo nome proprio ai tarocchi e, in specifico al quindicesimo Arcano. Quindici è il numero del Diavolo che, proprio con quest’appellativo, è conosciuto nelle infinite partite a Diau e a Tarocchi, giochi cartaioli molto popolari e diffusi nei peggiori bar delle valli, oltre che nell’immaginario montanaro e nel suo vocabolario. Fin da subito ci è piaciuto associare il nostro nome ad una carta dei tarocchi. Sono carte che parlano di ciascuno di noi, delle nostre inclinazioni e maledizioni, che calzano con la nostra psicologia individuale e viceversa. Alla fine di questo lavoro ci è parso fosse l’ora di accantonare la denominazione nome-cognome, di dimenticare il nostro io anagrafico, e di celebrare quello archetipo arcano. Del resto, dal mazzo dei Lou Quinse sono stati giocati, scartati, ripresi molti arcani nel corso degli anni, che con la loro creatività e passione diabolica hanno contribuito a forgiare la nostra identità attuale, anche se personalmente non suonano (per ora) più con noi. Un brindisi e una fumata a loro e ai tarocchi, come costume delle peggiori piole delle valli.

A questo proposito vi chiedo se la scelta dei tarocchi, in un mondo vichingocentrico, è più per distinguersi dalla massa o per un reale interesse.

Quasi dodici anni fa (ridendo e scherzando) abbiamo fatto una particolare scelta stilistica e filologica, quella cioè di miscelare il metal più estremo con la musica proveniente da un repertorio trad che parte dall’area Franco-Provenzale nelle Alpi Occidentali, transita in Piemonte, e svalica per arrivare fino all’Occitania Grande e ai Pirenei. Nessuna volontà di distinguersi dalla massa, dunque, che oltretutto allora non era così folta, ma una scelta precisa dettata dai casi della vita, e sicuramente da passione e interesse. Le canzoni che rielaboriamo vengono suonate, cantate e ballate da secoli, le radici delle culture popolari che prendiamo a riferimento risalgono all’epoca in cui si comincia ad abbandonare il latino a favore del volgare nelle produzioni artistiche. Basti pensare ai trovatori, la massima espressione culturale occitana e provenzale, di epoca alto medievale. I primi trattati che ci parlano di danze e modi di esecuzione, invece, sono grosso modo rinascimentali mentre le culture popolari così come le conosciamo ed intendiamo oggi, come la musica e i testi che utilizziamo, vengono raccolti, scritti e trasmessi dal periodo romantico in poi (fine XVIII ed inizio XIX secolo). In forza di questa scelta ci è, ahinoi, preclusa ogni possibilità vichinga o celtica, se non per qualche breve escursione, così come abbiamo già fatto per la Calabria e l’appennino tosco-emiliano. Sembra assurdo, ma è in realtà proprio nelle parti più metal che piuttosto si consuma la nostra unione con le culture nord europee: il canone folk rock, fissato negli anni ’70 e proseguito ed ampliato nel folk metal, nel viking, nel pagan etc, è la base comune, a prescindere dalla tradizione di riferimento o dall’opera di rielaborazione individuale o di gruppo, a tutte le formazioni che si cimentano con l’uso di strumenti analogici, più o meno antichi e testi popolari in lingue originali, all’interno di una cornice prettamente rock-metal. Ed è chiaro che per fare un lavoro del genere non deve mai mancare né da bere né tanto meno da fumare.

Come vivete la scena metal e folk italiana? Vi sentite parte di essa?

Quando abbiamo iniziato a suonare la nostra scena di riferimento era quella esplosiva di Torino all’inizio degli anni 2000. C’era un numero così ampio di gruppi, così diversi e divertenti, di posti e di occasioni in cui suonare, che non c’era quasi il tempo di frequentare altre scene! Era una scena molto dinamica, tutti suonavamo in molti gruppi e organizzavamo da noi i concerti. Proprio cercando nuovi stimoli da portare in città, ci capitò di fare la conoscenza con Furor Gallico e Folkstone, mentre Gotland e dopo Odr cominciavano a muovere i primi passi in regione. Ci siamo ritrovati quindi ad avere a che fare con gruppi che facevano qualcosa di simile a quello che proponevamo noi, e che per di più facevano parte di una altra scena consolidata, quella lombarda. Da li scambi date, partecipazione a festival, conoscenze con altri gruppi, più lontani, come i Kalevala in Emilia, e oltralpe, in Occitania, con Arslan e Les Diables de la Garrigue e nel Bearn con Gojats of Hedas, ci hanno fatto sentire parte di una grande scena, non circoscrivibile a confini nazionali, e a cui sentiamo tutt’ora assolutamente di appartenere. Ad oggi, dopo quattro anni lontani dai palchi, l’impressione che abbiamo è purtroppo che non goda di buona salute. La golden age del metal torinese è un ricordo, i punti di riferimento a livello di festival e locali ci appaiono smarriti, e per il resto sembra si faccia un po’ fatica a trovare nuovi spazi e nuove idee. Speriamo tuttavia che queste difficoltà possano essere un interessante stimolo per il prossimo futuro, per ritrovarci, organizzarci insieme e divertirci, scambiandoci idee, dischi, suoni, da bere e da fumare.

Ragazzi, rinnovo i complimenti per il disco e spero di vedervi presto in concerto. Grazie per l’intervista, aggiungete tutto quello che volete!

Complimenti a te per la sbatta e la passione, speriamo di vederci prestissimo, con un bicchiere in mano, immersi in una nuvola di fumo!

Æxylium – Tales From This Land

Æxylium – Tales From This Land

2018 – full-length – Underground Symphony

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Steven Merani: voce – Fabio Buzzago: chitarra – Roberto Cuoghi: chitarra, banjo, cornamusa – Gabriele Cacocciola: basso – Matteo Morisi: batteria – Gabriele Guarino: flauto – Federico Bonoldi: violino – Stefano Colombo: tastiera

Tracklist: 1. Prelude To A Journey – 2. Black Flag – 3. Into The Jaws Of Fenrir – 4. Aexylium – 5. My Favourite Nightmare – 6. Banshee – 7. Tales From Nowhere – 8. Revive The Village – 9. The Blind Crow – 10. Judas’ Revenge – 11. Radagast

Nel 2016 esordirono con l’EP The Blind Crow e a due anni di distanza gli Æxylium tornano sul mercato con il full-length Tales From This Land marcato dalla storica etichetta italiana Underground Symphony. Tra i due lavori sono passati solo ventitré mesi, ma sembrano molti di più considerando i progressi compiuti dalla band di Varese. Non che le premesse mancassero: The Blind Crow è un dischetto composto da tre buonissime canzoni che non a caso sono state ri-registrate e inserite in Tales From This Land, ma non era per niente scontato riuscire in poco tempo a realizzare un disco in grado di ben figurare vicino a cd di formazioni dal blasone internazionale.

La prima cosa che si nota è la qualità audio, molto buona. Tales From This Land è stato registrato vicino Milano al Twilight Studio da Davide Tavecchia (che nel campo del folk metal ha già lavorato a Behind The Front Page degli Atlas Pain), con il mastering affidato a un vero guru del settore, ovvero Simone Mularoni (Elvenking, Necrodeath, Labÿrinth, Wind Rose di Stonehymn ecc.). Altro punto a favore immediatamente riconoscibile del cd è l’impatto della grafica: Pierre-Alain Durand di 3mmi Design ha realizzato copertina e booklet con grande cura, in particolare il libretto di dodici pagine presenta diverse illustrazioni che variano a seconda degli argomenti dei testi fedelmente riportati. La confezione, infine, è un digipak dai colori molto accesi, in contrasto con quelli più soft del booklet.

Tanta attenzione e cura, però, sarebbero inutili se la musica contenuta nel disco non fosse all’altezza della situazione. I quarantadue minuti di Tales From This Land sono invece di notevole qualità, le dieci canzoni (più intro) si lasciano ascoltare con grande piacere e non sono presenti riempitivi al fine di allungare il minutaggio. Quello degli Æxylium è un folk metal roccioso ma che non sconfina nell’estremo, ricco di melodie di flauto, violino e banjo con un tocco di cornamusa, ma che vede la chitarra sempre al centro dell’azione. La tastiera di Stefano Colombo è preziosa nei suoi interventi senza mai essere invadente e in generale regna un grande equilibrio tra gli strumenti, così come tra le parti più irruenti e quelle più melodiche e soft. L’unico aspetto che non convince appieno è il cantato growl che ogni tanto fa capolino tra le tracce di Tales From This Land e che è protagonista nella tirata Banshee.

Dopo l’intro Prelude To A Journey tocca alla movimentata Black Flag aprire le danze nel migliore dei modi: riff gagliardi e melodie immediate sono aspetti fondamentali del brano che è impreziosito da un assolo di chitarra, fatto piuttosto raro in questo genere. Il ritornello di Into The Jaws Of Fenrir è una forza della natura, senza nulla togliere agli strumenti folk e alle buone accelerazioni di batteria, mentre con la seguente Æxylium viene raccontata la storia del nome:

Some ancient manuscript found a long time ago
Tells of an old place, named “Aexylium”
Prisoners and murderers accused of fearful crimes
Were judged and locked up, their life was no more as before
They were rotten to the core
Blinded and torured by guards, forsaken by hope

La canzone è molto piacevole all’ascolto, vicina agli Elvenking più ispirati, vuoi per le linee vocali, vuoi per la struttura musicale. Sia chiaro che non si sta parlando di una band clone, tutt’altro: gli Æxylium suonano già personali nonostante i pochi anni di attività, per di più fanno largo uso di strumenti popolari e le composizioni non risentono di altre influenze. L’ascolto prosegue con My Favourite Nightmare, pezzo caratterizzato dalla presenza in prima linea del flauto di Gabriele Guarino e di un guitar work tendente “al moderno” durante le strofe. I ritmi si fanno serrati in Banshee, il brano più aggressivo del cd ma introdotto da belle melodie durante il primo minuto della canzone:

Messanger of death
Omen of an end that soon will come
You can hear her wail
Suffocating auspice of your demise

La titletrack, con 4:46 di durata, è la composizione più lunga del platter insieme a Judas Revenge e contiene tutti gli ingredienti che rendono Tales From This Land un piatto riuscito: melodie piacevoli e ritornelli azzeccati ben “studiati” nella fase di composizione che ha chiaramente dato i frutti sperati. La cornamusa introduce l’allegra Revive The Village, ovvero il racconto del fine settimana a suon di birra, donne e combattimenti, come la migliore tradizione folk metal richiede. L’ottima The Blind Crow (presente nel demo di debutto) suona nella nuova veste ancora più convincente ed è sicuramente uno dei pezzi meglio riusciti degli Æxylium. Judas Revenge e Radagast chiudono in maniera brillante Tales From This Land: il primo è il classico brano folk metal dal piglio allegro e frizzante, ricco di melodie, mentre il secondo vede protagonista l’istari di tolkieniana memoria, una tematica che in questo genere sta sempre bene. Il testo traccia il personaggio, tra amore per la natura e l’erba pipa, in un contesto folk metal tradizionale.

Il matrimonio tra Æxylium e Underground Symphony è partito con il piede giusto, il disco è bello da ascoltare e la veste grafica di prim’ordine. Tales From This Land non teme la concorrenza estera e mostra, insieme a una manciata di cd usciti negli ultimi mesi, quanto la scena folk metal italiana stia facendo bene e possa ancora crescere in numero e in qualità.

Lou Quinse – Lo Sabbat

Lou Quinse – Lo Sabbat

2018 – full-length – Sliptrick Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: IX. L’ermite: voce – XIX. Lo Solelh: chitarra – XVIII. La Luna: basso – Lo Mat: batteria – I. Lo Bagat: organetto – VII. Lo Carreton: flauto, cornamusa

Tracklist: 1. Sus La Lana – 2. Chanter Boire Et Rire Rire – 3. Diu Fa’ Ma Maire Plora – 4. La Dancarem Pus – 5. Lo Cuer Dal Diaul – 6. Dessùs La Grava De Bordeu – 7. Giga Vitona – 8. Purvari E Palli – 9. Lo Boier – 10. La Martina – 11. La Marmòta – 12. Sem Montanhòls

Una delle formazioni più snobbate e sottovalutate del panorama italiano del folk metal è quella dei Lou Quinse, band piemontese che dal 2006 sputa folk e diavoli in varie salse. Il gruppo guidato da L’Ermite si autodefinisce “alpine extreme metal folkcore” e arriva al secondo disco dopo il debutto Rondeau De La Forca del 2010: rispetto al primo album Lo Sabbat è decisamente un lavoro più maturo e personale, molto è cambiato (e migliorato) in questi anni, fermo restando l’attitudine caciarona e sfrontata che da sempre li contraddistingue.

Il disco si presenta veramente bene: digipak bello colorato e con una copertina semplicemente spettacolare sono i primi passi per avere il gradimento del pubblico, e Lo Sabbat sotto questo punto di vista non ha veramente nulla da temere. I disegni e lo stile sono volutamente vicini a quelli del pittore ceco Alfons Mucha, i Lou Quinse hanno voluto osare qualcosa di diverso dal solito artwork folk metal e il risultato è davvero eccezionale. Con una grafica del genere è lecito aspettarsi un booklet da far strabuzzare gli occhi, e in parte è così: il libricino è esteticamente perfetto e i testi in lingua occitana, oltre a una breve presentazione, sono tradotti in inglese. Solo che nel cd il booklet non c’è, in quanto il file può essere visto e scaricato dal sito ufficiale dei della band, una scelta che danneggia non poco chi acquista il disco fisico.

Le cornamuse e le chitarre di Sus La Lana accolgono l’ascoltatore in un salotto musicale che con Chanter Boire Et Rire Rire (in un certo senso il singolo del disco) si rivela tutto tranne che accogliente. Il folk metal dei Lou Quinse è veloce e spietato, maledettamente orecchiabile anche quando i tempi si fanno spinti e la musica non da un attimo di tregua. Cori e accelerazioni brutali contrastano con la melodia che dal fondo s’innalza prepotente e in questo brano la vocazione al caos raggiunge picchi epici. Il ritmo è ancora sostenuto in Diu Fa’ Ma Maire (ovvero la descrizione della dura vita del pecoraro) e il tono continua ad essere serio ma beffardo, in linea con il testo. Con La Dancarem Pus le cose si fanno diverse, i Lou Quinse si muovono in un terreno meno pesante nella prima parte e tirano fuori una composizione più articolata del solito che mostra la crescita dei musicisti. Dopo la feroce Dessùs La Grava De Bordeu, Giga Vitona porta una ventata di puro cazzeggio in up-tempo che fa tanta allegria; interessante notare come, a un certo punto, spunti fuori una melodia che il fan del folk metal italiano conosce molto bene, in quanto è quella di La Caccia Morta dei Furor Gallico. In questo caso, come fu per Oakenshield e Storm con Earl Thorfinn e Oppi Fjellet, la melodia utilizzata nelle due canzoni è la stessa in quanto entrambi i brani traggono la propria ispirazione dalla medesima fonte popolare. Domenico Straface, brigante cosentino nel XIX secolo, è il protagonista di Purvari E Palli, pezzo che vede anche una parte cantata in calabrese e che non risparmia nulla in fatto di folk e voglia di ribellione. La seguente Lo Boier è una canzone dai significati simbolici legati all’eresia dei catari (movimento che nel XII e XIII secolo ebbe un discreto seguito in Linguadoca, Occitania, Italia ed est Europa prima della violenta soppressione per mano della Chiesa) utilizzando la storia della sfortunata pastorella Joana. Lo Sabbat arriva al terzo atto, “La Martina”: dopo uno strumentale dai toni malinconici le melodie allegre di La Marmòta (con le parole tratte del poeta/politico anticlericale Angelo Brofferio) suonano spensierate a differenza del testo carico di tensione. Un canto di montagna e liberazione porta a conclusione il disco: Sem Montanhòls è forse la migliore maniera per terminare i quarantasei minuti dell’album. Pezzo acustico e ritmato, sentito dai musicisti quanto dagli ascoltatori perché i Lou Quinse nel coinvolgere il pubblico sono bravissimi.

Il disco quindi cresce con gli ascolti e la seconda parte in particolare riesce a donare ogni volta delle piccole novità che rendono Lo Sabbat sempre fresco. Quasi tutte le canzoni del disco sono prese (sia testi che musica) dalla tradizione popolare locale e in seguito elaborate fino a farle suonare Lou Quinse al 100% senza però perdere quell’alone alpino che è fondamentale per il sound del gruppo.

Detta dell’alta qualità della musica, è giusto parlare anche dall’ottima produzione, all’altezza delle canzoni e che fa suonare tutto naturale e potente senza minare minimamente la credibilità del lavoro svolto dai musicisti. Gran parte del merito va riconosciuto a Tino Paratore, nome di culto nel punk/hardcore, che ha registrato e missato Lo Sabbat, con Tom Kvalsvoll (Trollfest, Kampar, Darkthrone, Windir ecc.) che ha curato il mastering al Kvalsonic Lab di Oslo.

Anni di silenzio possono distruggere un gruppo e sgretolare il seguito che negli anni si è meritato, ma nel caso dei Lou Quinse è stato utilissimo per lavorare con impegno a un disco come Lo Sabbat, lavoro che li deve per forza far uscire dall’indifferenza del sonnacchioso pubblico e lanciarli verso palchi ed eventi di caratura internazionale.

Intervista: Insubria

Sono giovani, pieni di talento e con un sound personale. Gli Insubria si sono affacciati da poco sul mercato con l’EP Nemeton Dissolve e Mister Folk non poteva certo perdere l’occasione d’intervistare la band per saperne di più su nome, testi e musica. Per supportare il gruppo lombardo potete acquistare il loro merchandise su BigCartel. Buona lettura!

Partiamo da vostro nome, Insubria. Un modo diretto per mettere subito le cose in chiaro e far capire all’ascoltatore il legame che c’è tra voi e la vostra terra?

È stato difficile scegliere un nome che rappresentasse al meglio lo spirito del progetto. Cercavamo qualcosa che fosse evocativo ed immediato, che sottolineasse una forte connessione con una realtà storica a noi vicina e facesse da cornice alle immagini che vorremmo trasmettere con la nostra musica. L’Insubria nel suo senso più ampio è una regione che ospita una gran quantità di contesti ed ambienti diversi come fiumi, laghi, colline e montagne, portatori di altrettanti significati ed emozioni: tutti elementi che vogliamo celebrare.

Raccontateci come vi siete formati e quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati di raggiungere.

Il progetto nacque dalla mente di Manuel, il quale ebbe l’idea di mettere su carta e su pentagramma i propri pensieri riguardo natura, storia e folclore e, nel giro di qualche mese, riuscì ad assemblare il primo nucleo degli Insubria. Dopo qualche cambio di formazione giungemmo alla formazione attuale, che raggiunse la stabilità nei primi mesi del 2017, data della fondazione ufficiale della band.

Cerchiamo di fare musica nella maniera più ragionata e professionale possibile. Ci interessa relativamente la quantità, al primo posto per noi c’è la qualità. Come tutte le band che vorrebbero fare della propria arte qualcosa di più che un semplice hobby, vorremmo ritagliarci un posto nella scena folk metal italiana e, perché no, estera. Senza rimpianti: vogliamo lavorare con ciò che ci piace per creare ciò che ci piace.

Semplificando molto si potrebbe dire che la vostra musica unisce lo swedish death metal con il folk metal. Siete d’accordo con questa visione della vostra musica?

Ci piacciono molto il metal melodico ed il folk metal, possiamo quindi dire che essi siano la nostra principale fonte di ispirazione, ma non crediamo che solo questo possa definire il nostro sound, il quale è in continua espansione. Ci piace molto sperimentare e cerchiamo di non legarci ad un genere in particolare. Attingiamo da tutto ciò che ci piace: da ciascun genere e sottogenere senza pregiudizi

Avete pubblicato l’EP Nemeton Dissolve. Perché questo titolo? Per voi cosa rappresenta questo lavoro?

Volevamo un titolo concettualmente violento e contemplativo allo stesso tempo. Il Nemeton che si scioglie è la fine di qualcosa, la fine di un rito, di una magia, di un tempo. Oggi viviamo in un mondo dove il Nemeton si è dissolto. Non esiste più quella magia, che era sì ingenua, ma che colorava il mondo e la natura con colori sempre nuovi. Non c’è più meraviglia, le storie e leggende sono trattate come fiabe da raccontare per passare il tempo, quando in realtà c’è di più, molto di più dietro. Il folclore è ricerca, è pensiero. Non dobbiamo scartare a priori un valore solo perché considerato superato dalla modernità. Cerchiamo di trarre il buono e l’equilibrio da tutto, cerchiamo di far tornare un po’ di magia in questo mondo.

Di cosa parlano i testi delle tre canzoni dell’EP? I titoli sono tutt’altro che scontati, quindi sono molto curioso di saperne di più…

I testi delle canzoni sono tutti opera di Manuel. Gli piace parlare per metafore, allegorie… Vogliamo che le parole siano un tutt’uno con le canzoni, e riteniamo che ciò sia fondamentale per noi: diamo molta importanza al testo, al contenuto e alla forma. La musica è arte, e le parole stesse sono musica. Abbiamo molto a cuore la natura e la storia, sia essa passata, presente o futura. Vogliamo raccontare cosa tutto ciò significhi per noi.

Partiamo da Vitruvian, primo singolo dell’EP e opening track del terzetto. L’idea per il testo nacque durante un’escursione sulle Alpi Orobie. La canzone parla dell’effetto dell’inquinamento atmosferico sulle nostre terre. Esso è rappresentato nella canzone da una nube colossale che avanza inesorabilmente erodendo tutto ciò che incontra fino ad abbattere il mondo così come lo conosciamo.

La seconda traccia, Light Striving To Be Born, è una riflessione intimista sul concetto di “decadenza degli ideali”. Il mondo moderno sembra aver dimenticato com’era il valore della natura un tempo, quando l’Italia ed il mondo ospitavano molte popolazioni devote ad essa. La visione del mondo era meno antropocentrica, era più equilibrata e propensa all’armonia, senza tuttavia dimenticare i difetti e le limitazioni del pensiero di allora, ovviamente.

L’idea per la canzone conclusiva, On Whispering Hills, nacque durante una notte trascorsa sulle colline. Osservando dall’alto la Pianura Padana, Manuel si chiese se quel mare di luci che vedeva fosse davvero la terra che i nostri antenati avrebbero voluto lasciarci. Ovviamente la risposta è negativa, e da questo nasce il desiderio di una nuova primavera per quel mondo soffocato dall’asfalto.

La canzone On Whispering Hills mostra tutte le vostre potenzialità. Credo che in quel brano vi siete lasciati trasportare dall’ispirazione e il risultato è davvero notevole.

Grazie molte, abbiamo ricevuto un sacco di complimenti per quella canzone in particolare. Diciamo che con On Whispering Hills abbiamo voluto dare libero sfogo alla nostra creatività. Volevamo che la traccia conclusiva di Nemeton Dissolve fosse un preludio per quello che potrebbe diventare il nostro sound, ovviamente evolvendo continuamente, senza adagiarci su nessuno stilema.

Mi è piaciuto molto l’artwork del disco, elegante e raffinato, realizzato da Elisa Urbinati. C’era un’idea di base che lei ha sviluppato oppure ha avuto libertà artistica?

L’idea per l’artwork è cambiata spesso durante la produzione. Ci piacciono i soggetti eleganti ed incisivi, ed Elisa ha un talento straordinario per questo genere di opere. Volevamo una “i” inscritta in una ghirlanda di betulla e, da questo semplice canovaccio, Elisa ha fatto il resto. Il risultato ci ha convinto subito.

Quale sarà il prossimo passo degli Insubria? Un EP con più canzoni? State lavorando a qualcosa di nuovo?

Ora stiamo lavorando alla promozione dell’EP, a breve inizieremo a cercare un contratto discografico e se la sorte vorrà il prossimo lavoro degli Insubria sarà un album. Chissà. Abbiamo già ricevuto alcune offerte, ma per ora non abbiamo ancora contattato nessuna label che possa fare al caso nostro. Intanto stiamo lavorando alle nuove canzoni, le idee non mancano e la passione è tanta, veramente tanta e se dovessimo pubblicare un nuovo EP esso conterrà sicuramente più canzoni.

Com’è un concerto degli Insubria? Quante canzoni avete in repertorio e vi piace suonare qualche cover?

Durante i nostri live cerchiamo di essere coinvolgenti. Ognuno di noi cerca di attingere il meglio dalle proprie esperienze passate per donare dinamicità alla performance. Cerchiamo di mandare un messaggio al pubblico, obiettivo non sempre di facile riuscita visto che i testi delle nostre canzoni sono piuttosto intimisti e volutamente poco espliciti. La nostra scaletta contiene otto canzoni di cui sei originali: tre provenienti da Nemeton Dissolve ed altre tre inedite. Abbiamo due cover ri-arrangiate secondo il nostro gusto che proponiamo in rotazione nelle nostre scalette: Blinded By Fear degli At the Gates e Bed Of Razors dei Children Of Bodom. Le suoniamo semplicemente perché sono delle canzoni che apprezziamo moltissimo ed il pubblico ne è molto entusiasta.

Come vedete la scena folk metal italiana? Siete in contatto con altre band?

La scena folk metal italiana è viva e brulicante di band davvero meritevoli. Crediamo che essa non abbia nulla da invidiare a nessun’altra scena metal nazionale. Ha regalato perle inestimabili per lo sviluppo del genere, sia oltr’alpe sia, ovviamente, nella nostra penisola. Basti pensare a capolavori come De Ferro Italico degli abruzzesi Draugr o a Furor Gallico dell’omonima band. Anche le band emergenti hanno molto da offrire, e spesso regalano lavori incredibilmente apprezzabili. Ce n’è per tutti i gusti e speriamo di entrarne a far parte anche noi!

Purtroppo, essendoci formati da pochissimo, non abbiamo avuto ancora modo di poter suonare con altre band folk metal. Il nostro frontman, Manuel, ha avuto modo di conoscere Samuele e Fabrizio degli Atlas Pain, ragazzi simpatici e disponibili.

Avete carta bianca per dire qualunque cosa. Grazie per l’intervista!

Vogliamo ringraziare innanzitutto lo staff di Mister Folk per la piacevole intervista, i nostri fan e tutti coloro che ci sono stati vicini durante la scrittura, la produzione e la pubblicazione di Nemeton Dissolve. E ovviamente mandiamo un saluto speciale a tutti i lettori di Mister Folk! Seguiteci sui nostri profili social per tutti gli aggiornamenti e le novità future!

Insubria – Nemeton Dissolve

Insubria – Nemeton Dissolve

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Tracklist: 1. Vitruvian – 2. Light Striving To Be Born – 3. On Whispering Hills

Formazione: Manuel Ambrosoni: voce, basso – Michele Rinaldi: chitarra – William Esposti: chitarra – Mattia Cittadini: batteria – Matteo Valtolina: fisarmonica, tastiera

Insubria è il nome di una nuova realtà che si affaccia sulla scena tricolore. La band lombarda, nel giro di poco tempo, è riuscita a confezionare un EP di tre brani (undici i minuti di durata) che non è il tipico primo prodotto della formazione che muove i primi passi. In Nemeton Dissolve non sono presenti i difetti tipici degli esordienti (songwriting acerbo, influenze palesi ecc.), ma anzi presenta al meglio la formazione italiana a suon di idee vincenti e buon gusto nel creare le canzoni. Nemeton Dissolve è un lavoro realizzato con passione e professionalità. Tutto il lavoro in studio è stato svolto nel RecLab Studios di Milano con Larsen Premoli ed Emanuele Nanti, la scelta si è rivelata vincente per sound e potenza del cd: sono pochi i demo/EP che possono vantare un suono così gagliardo e “giusto” per la musica proposta. Molto bello, infine, il logo realizzato da Elisa Urbinati, elegante e diverso dai tipici loghi folk/extreme metal.

Vitruvian è un’ottima apertura di danze: dopo i primi secondi acustici e primaverili, diventa grintosa e swedish nelle chitarre, con il growl di Manuel Ambrosini che riporta alla mente la fantastica scena di Göteborg di anni or sono. Gli strumenti folk si posano delicatamente sulle trame delle sei chitarre con fare quasi timido ma efficace. Le iniziali note barocche di Light Striving To Be Born rimandano agli Einherjer del classico Dragons Of The North, ma gli Insubria mostrano subito i muscoli con un brano possente che non disdegna aperture melodiche e rallentamenti ricchi di groove. Terza e ultima canzone di Nemeton Dissolve è On Whispering Hills, sorprendente nella parte centrale dove i musicisti riescono a creare una parte affascinante con belle melodie, voce parlata e un’orecchiabilità fino a questo momento inedita che esplode in un ritornello bomba e successivo duello chitarra/tastiera da manuale. La sensazione è che gli Insubria in questa canzone abbiano voluto sperimentare molto: se questa era l’intenzione, il risultato è più che positivo!

Tre brani e appena undici minuti sono solitamente pochi per farsi un’idea precisa su un gruppo, ma nel caso degli Insubria sono abbastanza per capire che non si ha a che fare con una band qualsiasi: i ragazzi hanno davvero un grande potenziale e il mix swedish death e folk metal suona fresco e dinamico. Nemeton Dissolve è un ottimo modo per presentarsi al popolo del folk metal, gli Insubria hanno le carte in regola per fare grandi cose.