Furor Gallico – Dusk Of The Ages

Furor Gallico – Dusk Of The Ages

2019 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Davide: voce – Gabriel: chitarra – Marco: basso – Mirko: batteria – Becky: arpa

Tracklist: 1. Passage To A New Life – 2. The Phoenix – 3. Waterstrings – 4. Nebbia Della Mia Terra – 5. Canto d’Inverno – 6. Starpath – 7. Aquane – 8. The Sound Of Infinity – 9. Dusk Of The Ages – 10. The Gates Of Annwn

A inizio carriera i Furor Gallico erano visti come i “fratelli piccoli” dei Folkstone: tante date insieme e qualche musicista che da una band passava all’altra hanno dato a molti questa impressione. Da allora sono trascorsi diversi anni, sono stati pubblicati dei dischi e la line-up è cambiata più volte, ma una cosa è rimasta immutata da quel 390 B.C.: The Glorious Dawn, demo gioiellino del 2009: la musica dei Furor Gallico è sempre di alta, altissima qualità. Guidati dal duo Davide Cicalese e Becky, i folk metallers brianzoli tornano sul mercato a quattro anni dal precedente Songs From The Earth, e lo fanno con un disco classico ma fresco al tempo stesso: il sound e le caratteristiche che hanno creato la personalità della band sono sempre lì in prima linea, ma le canzoni si sono arricchite di nuove sfumature, di nuovi colori che prima non erano presenti nella tavolozza dei Furor Gallico. In particolare stupisce la maturità di alcune composizioni e la compattezza del disco nel suo insieme, al punto che si può considerare Dusk Of The Ages come un disco dalla maturità “internazionale”: un bel traguardo per i “fratellini” dei Folkstone che ora possono ambire al trono del folk metal in Italia.

Ascoltando le dieci tracce che compongono l’opera si notano immediatamente tre elementi sugli altri: il frequente uso della voce femminile, la forte presenza della chitarra (assoli compresi) e una maggiore profondità del songwriting rispetto al passato. Attenzione: Songs From The Earth e Furor Gallico, ovvero i primi due full-length, sono dei buonissimi dischi anche ascoltati oggi, ma la band ha saputo evolversi e crescere nel tempo senza abbandonare le peculiarità che hanno portato tante persone ad amare la loro musica. Sound (parzialmente) nuovo e look nuovo: a kilt e vestiari celtici ora sono preferiti jeans e giacche di pelle, probabilmente a rimarcare, anche visivamente, la volontà di andare oltre i cliché del genere.

Considerando quanto detto, è naturale che la prima traccia del disco del disco – tre minuti e mezzo acustici e delicati – abbia come titolo Passage To A New Life, ottimo componimento che porta a The Phoenix, pezzo scelto come singolo: immediato e crudo e brutale all’inizio, ma anche melodico e “ruffiano” nel ritornello, nonché ricco di momenti di gloria per la sei corde di Gabriel e nel quale gli strumenti folk, pur sotto traccia, riescono a dare alla composizione quel tocco particolare e vincente. Waterstrings, canzone introdotta dalla voce dell’ospite Valentina Pucci – cantante presente in molti brani –, suona più classica e vicina al precedente cd, ma non per questo risulta essere scontata o “già sentita”. Ancora meglio va con Nebbia Della Mia Terra, con il ritornello in clean di Davide che si stampa immediatamente in testa così come le melodie del violino di Laura Brancorsini (autrice di tutte le parti di violino, oggi in veste di ospite ma dal 2007 al 2014 membro dei Furor Gallico). Per Canto d’Inverno le sonorità si fanno più dolci nella prima parte, al punto che Davide sembra un vecchio bardo carico di magia, e l’ingresso degli strumenti elettrici non porta stravolgimenti: l’affascinante viaggio continua senza particolari scossoni fino al termine del brano. Si torna al folk metal più ruvido con Starpath, con tanto di growl e un drumming più potente; anche qui, quasi a sorpresa, c’è spazio per uno stacco d’arpa e violino, con le corde della chitarra acustica pizzicate con delicatezza prima del ritorno della doppia cassa e dei riff più selvaggi, mentre in Aquane, dopo un inizio soft con gli strumenti folk, si fa spazio il potente up-tempo che spazza via (temporaneamente) melodie e ricami celtici. In questo brano il flauto è in agguato e si prende tutto lo spazio possibile riuscendo, nei pochi secondi di luce, a trasformare la canzone in un’intricata alternanza giorno/notte: potrebbe sembrare la classica canzone che mischia un po’ tutto, in realtà mostra quanto i Furor Gallico siano degli ottimi compositori e si trovino a proprio agio con questo stile di canzone, tra l’altro la più lunga dell’intero disco con quasi otto minuti di durata. Con The Sound Of Infinity si crea un bel break acustico dal sapore irlandese, soprattutto quando interviene il violino, ma forse avrebbe avuto maggiore fortuna posizionato in scaletta uno o due slot prima. La title-track racchiude tutti gli elementi del sound della band brianzola senza però esplorare il lato più oscuro e feroce che viene lasciato libero nella conclusiva The Gates Of Annwn, ottima chiusura di un lavoro completo e in un certo senso complesso, sicuramente ricco di spunti positivi e gustose sorprese.

La copertina del maestro belga Kris Verwimp è la giusta chicca per un album delizioso, ma bisogna approfondire il discorso produzione, perché questa volta Cicalese e compagnia si sono rivolti ad alcune delle figure più referenziate del settore: Tommy Vetterli, produttore degli Eluveitie e chitarrista dei Coroner ed ex Kreator, ha mixato il disco presso i New Sound Studio in Svizzera, mentre il mastering è avvenuto negli svedesi Fashination Streer Studios da Jens Bogren (Amon Amarth, Enslaved, Amorphis e Dark Tranquillity tra gli altri). I suoni hanno una potenza incredibile, gli strumenti, anche quelli in secondo piano, hanno il giusto spazio nel missaggio finale e non ci sono dettagli che nell’insieme si perdono. Per la prima volta i Furor Gallico godono di una produzione stellare e a guadagnarne sono i brani del disco e, di conseguenza, l’ascoltatore finale.

Dusk Of The Ages ha un taglio internazionale, suona potente come non mai e contiene alcune delle canzoni più belle scritte dai Furor Gallico. Siamo a gennaio, ma già abbiamo tra le mani uno dei migliori dischi del 2019.

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Evendim – From Dusk Till Dawn

Evendim – From Dusk Till Dawn

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lorenzo Del Conte: voce – Petr Lukac: chitarra – Simone Lo Biundo: chitarra – Danilo Firenzani: basso – Alessio Turini: batteria – Matteo Adesso: tastiera – Nicola Corsinovi: fisarmonica

Tracklist: 1. From Dusk Till Dawn – 2. Evendim – 3. Seven Hearts – 4. Stand Up And Drink – 5. Ode To The Setting Sun – 6. Hard To Remember – 7. Masquerade – 8. Whiskey On Fire – 9. Long Time Ago – 10. Twilight Of The Bard

Una delle cose che danno più gioia in questo hobby è il seguire la carriera di un gruppo fin dai primi passi e constatare lavoro dopo lavoro i miglioramenti dei musicisti e, di conseguenza, della musica. Gli Evendim sono uno di quei gruppi che di cd in cd ha migliorato la propria proposta ed ha maturato una consapevolezza nei propri mezzi che solo il duro lavoro può dare. Se la prima pubblicazione dei toscani era un po’ zoppicante, già con il seguente EP Old Boozer’s Tales Lorenzo Del Conte e soci hanno iniziato a mettere le cose a posto ed è con questo full-length di debutto gli Evendim tirano fuori, per la prima volta e in maniera prepotente, la propria voce. In realtà non ci sono stravolgimenti di sound tra i vari dischi, ma sono state limate quelle cose che a volte rendevano l’ascolto poco fluido e sicuramente l’esperienza live li ha compattati. Il risultato è un disco folk metal nel senso più classico del genere, i richiami ai maestri Skyclad non mancano, ma l’anima della band è finalmente chiara e netta.

From Dusk Till Dawn è stato registrato presso i Wanna Rock Studio di Livorno da Federico Corazzi e Michele Gasparri, i quali si sono occupati anche del mix e del mastering: il risultato è buono, i suoni sono puliti e graffianti il giusto, lontani dalle iper produzioni innaturali che tanto vanno di moda in questi anni, il che è un bene per il risultato finale dell’album. Il cd si presenta con un booklet di otto pagine a colori con una grafica non particolarmente accattivante, ma non mancano testi e informazioni essenziali.

Dopo l’intro parte Evendim, un pezzo muscoloso che mostra come i musicisti si siano appropriati di alcune parti ritmiche classiche del genere al fine di rendere la canzone più massiccia: risultato riuscito e composizione brillante. La seguente Seven Hearts prosegue a macinare riff convincenti e ritmiche robuste ma mai estreme, con il cantato pulito di Del Conte particolarmente ispirato. Le schitarrate in levare e i chorus gagliardi di Stand Up And Drink fanno venire voglia di ballare, mentre Ode To The Setting Sun (già presente in Old Boozer’s Tales) ricorda gli Elvenking più melodici vuoi per i cori che per le atmosfere create, e con Hard To Remember gli Evendim propongono un brano particolarmente “happy metal” (termine che ricorderanno gli over 30) nella prima parte, ma che poi prosegue in maniera meno lineare e più coraggiosa: nel finale i ritornelli – particolarmente efficaci – tornano per stamparsi nella mente dell’ascoltatore. Masquerade è la classica composizione degli Evendim tra melodie sempre piacevoli e cori immediati; c’è spazio anche per il bel guitar work della coppia Lutak / Lo Biundo, musicisti bravi a non invadere lo spazio ma capaci di salire alla ribalta quanto ce n’è la possibilità. Si ritorna alle origini della band con Whiskey On Fire, title-track dell’EP di debutto risalente al 2011: sono passati sette anni da quella pubblicazione e di strada gli Evendim ne hanno fatta, il risultato finale è fresco e decisamente più accattivante dell’originale. Con Long Time Ago ci si avvia alla fine di questo disco: sei minuti di canzone durante i quali ci si trova un po’ di tutto tra assoli di chitarra, i sempre efficaci cori e giri di fisarmonica. La chiusura è affidata a Twilight Of The Bard, traccia più lunga del lotto e costruita quasi come una breve colonna sonora. Un brano che ci mette un po’ a carburare, ma estremamente bello e raffinato, impreziosito dalla voce dell’ospite Fabiana Lo Savio. In questo coraggioso pezzo gli Evendim mettono tutte le proprie abilità e il risultato è di qualità.

From Dusk Till Dawn è la conferma dei progressi degli Evendim, una band troppo spesso lasciata fuori “dall’underground noto” del folk metal italiano, ma che hanno tutte le carte in regola per farne parte e dire la loro con personalità e gusto.

Dyrnwyn – Sic Transit Gloria Mundi

Dyrnwyn – Sic Transit Gloria Mundi

2018 – full-length – SoundAge Productions

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Il percorso effettuato dai Dyrnwyn è quello che ogni gruppo dovrebbe fare: si parte con un demo, si arriva all’EP e poi, solo se ci si sente realmente pronti, si registra il full-length di debutto. Al giorno d’oggi, invece, è sempre più frequente arrivare al primo disco senza aver inciso qualcosa prima, e il risultato è quasi sempre lo stesso: buone idee, sviluppate male. Senza fretta e senza ansia, i romani Dyrnwyn hanno fatto un percorso di crescita a suon di prove, concerti e pubblicazioni minori per arrivare, infine, a Sic Transit Gloria Mundi, cd che mostra tutte le qualità dei capitolini in quarantasette minuti privi di cali qualitativi: ascoltare un disco privo di fastidiosi filler, vale anche per i gruppi già affermati, non è cosa di tutti i giorni.

Sic Transit Gloria Mundi arriva a tre anni dall’EP Ad Memoriam e molte cose sono cambiate, a iniziare dalla line-up: Thierry Vaccher alla voce, Alberto Marinucci alla chitarra e Jenifer Clementi al flauto traverso sono i nuovi guerrieri della macchina da guerra Dyrnwyn e svolgono in maniera pregevole il proprio lavoro. In particolare a sorprendere in positivo è il nuovo frontman, perfetto per le sonorità epic folk/pagan metal del gruppo, incisivo nel cantato, sufficientemente comprensibile anche quando la sua voce si fa rabbiosa ed espressivo quando ce n’è bisogno. Sinceramente, ascoltando Sic Transit Gloria Mundi si ha l’impressione di ascoltare un gruppo diverso da quello che ha inciso Fatherland, il demo del 2013, tante sono le differenze tra i due dischi. Giusto così, i musicisti hanno lavorato sodo, smussato gli angoli che rendevano le canzoni a volte poco scorrevoli, messo da parte le influenze degli altri gruppi e sviluppato una via personale, massiccia e a volte un po’ coatta (i cori di …Para Bellum) che comunque, viste le piccole dosi, non sta male.

Alcuni degli avvenimenti più importanti della storia dell’antica Roma sono raccontati, tra italiano e latino, senza giri di parole, con la musica che segue le vicende narrate con brutalità nei momenti più aspri e con solennità in quelli più eroici. L’iniziale title-track è una dichiarazione di guerra: furia cieca e momenti folkeggianti si alternano saggiamente, lasciando l’ago della bilancia a metà tra irruenza e melodia. Il ritmo cala in Cerus, le chitarre graffiano a ripetizione e le orchestrazioni saturano l’aria mentre il flauto delizia l’ascoltatore con note delicate. L’inizio di Parati Ad Impetvm è cupo e doomish, ma poco dopo il tempo aumenta e prende un buon brio impreziosito dal flauto (mai invadente, ma anzi sempre efficace quando interviene) e la musica si trasforma in quella che ormai è riconoscibile come la “classica” sonorità dei Dyrnwyn. Si Vis Pacem… è un intermezzo strumentale dal sapore epico che porta a …Para Bellum che, come preannuncia il titolo, ha un’attitudine bellicosa. Questo è il brano che più si avvicina ai vecchi lavori del gruppo, ma è comunque lampante la maturazione dei musicisti romani: riff di chitarra, ritmiche e struttura sono nuovi per la band. L’Addio Del Primo Re ha un tono drammatico sorretto dal drumming potente di Ivan Coppola, ma i rallentamenti, le orchestrazioni e gli interventi del flauto danno varietà alla canzone. Su coordinate simili si muove Il Sangue Dei Vinti, brano intenso reso tragico dai rumori della battaglia: prima e dopo bordate pagan/folk che sembrano proseguire con la feroce Feralia, dall’inizio marziale ma che muta inaspettatamente con l’ingresso della fisarmonica; il ritmo cala e si fa cadenzato, in un alternarsi di cambi tempo buoni per rendere dinamico il pezzo. Il finale è affidato a un pezzo di storia: Assedio Di Veio CCCXCVI racconta gli eventi che hanno portato Roma infine a dominare sull’Etruria, con un passaggio dello storico Tito Livio riportato anche all’interno del testo:

Già i Giochi e le Ferie Latine erano stati rinnovati
già l’acqua del lago Albano era stata dispersa per i campi
già il destino incombeva su Veio.

(originale: “Iam Ludi Latinaeque instaurata erant, iam ex lacu Albano acqua emissa in agros, Veiosque fata adpetebant”)

A completare un disco ineccepibile dal punto di vista musicale, va menzionato l’ottimo lavoro di Alessio Cattaneo e Riccardo Studer (tastierista degli Stormlord con esperienza in studio con Ade ed Evenoire) presso il Time Collapse Recording Studio. Il suono del cd è potente e ben calibrato tra il pulito senza risultare finto o plasticoso e il massiccio per dare maggior impatto agli strumenti. L’artwork a cura di Gianmarco Colalongo (storica voce dei Draugr) riprende il tema dei testi con un inatteso quanto piacevole verde come colore dominante.

I Dyrnwyn sono maturati e hanno trovato una via personale, con l’ombra dei Draugr che rimane più nell’approccio che nella musica. D’altra parte chiunque oggi voglia coniugare metal estremo e storia italica deve ringraziare la band autrice del capolavoro De Ferro Italico, cd che ha cambiato la concezione di folk/pagan metal in Italia. Essere accostati alla band abruzzese è un onore.

Sic Transit Gloria Mundi è un signor disco, che non teme la concorrenza estera (non a caso un’etichetta come la SoundAge Productions li ha messi sotto contratto) e gode finalmente di una line-up coesa che marcia in una sola direzione: la vittoria!

Cernunnos’ Folk Band – Summa Crapula

Cernunnos’ Folk Band – Summa Crapula

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Marco Castellani: voce – Claudio Rossi Galosi: chitarra – Mattia Rametta: chitarra – Matteo Martellini: basso – Joele Andreini: batteria – Lucia Del Vicario: flauto – Riccardo Giaccaglia: fisarmonica

Tracklist: 1. Vino – 2. Nella Taverna – 3. Valhalla – 4. Dall’Alto Delle Guglie

Arrivare al primo lavoro dopo mesi e anni di lavoro è, per ogni band del pianeta, fonte di grande gioia e soddisfazione. Le interminabili ore ad arrangiare un brano sono ripagate da quella confezione, quasi sempre semplice ed economica, che contiene il cd con il frutto di tanta passione e rinunce. Quel disco rappresenta il primo passo di un percorso che la band ha intenzione di percorrere fino ad arrivare al proprio obiettivo, che può essere il contratto con una major o, come nel caso dei marchigiani Cernunnos’ Folk Band, suonare sul palco del Montelago Celtic Festival.

La band guidata dal cantante Marco Castellani rende chiaro il proprio concetto di folk metal fin dai titoli delle canzoni: Vino e Nella Taverna lasciano poco spazio all’immaginazione e difatti ci troviamo dinanzi a un EP dalle tinte goliardiche e spensierate, dove l’alcool è considerato un bene di primaria necessità. Purtroppo non basta la buona volontà per realizzare un cd valido e Summa Crapula pecca sotto vari aspetti. La prima cosa che balza all’orecchio è una produzione confusionaria e non in linea con quanto si ascolta nell’underground odierno, ma quel che azzoppa l’ascolto del disco sono le canzoni. Dal songwriting risicato e – soprattutto – da alcune imprecisioni tecniche, si capisce che i musicisti hanno poca esperienza sulle spalle e così Vino e In Taverna sono “solamente” delle buone canzoni da eseguire live perché non mancano di cori e coinvolgimento. I testi sono molto semplici, spesso le troppe rime sono un po’ scontate e a livello di linee vocali si può fare di più. Valhalla racchiude tutti i luoghi comuni dei miti nordici e l’intento epico/battagliero viene smussato da alcune frasi che un po’ forzate (“se muoio in battaglia non avrò vergogna purché con ardore io leda il nemico”), mentre continuano a muoversi bene gli strumenti folk. Chiude Summa Crapula l’attacco alla chiesa Dall’Alto Delle Guglie, canzone più dinamica rispetto alle precedenti nella quale appare forte l’influenza dei Folkstone: a tal proposito c’è da dire che la voce di Marco Castellani (ora affiancato da Andrea Pulita, nel cd presente solamente nei cori) ricorda molto quella di Lore e non a caso i Cernunnos’ Folk Band hanno pubblicato sulla propria pagina Facebook la cover di Prua Contro Il Nulla dall’album Oltre… l’Abisso.

Quel che esce fuori dai quasi venti minuti dell’EP è una band con tanta voglia di fare ma ancora non perfettamente coordinata. La sezione folk funziona bene e ci sono spunti interessanti di chitarra e sezione ritmica sparsi tra le canzoni che si alternano con momenti ingenui dettati dall’inesperienza: la base, però, sembra solida e può essere un buon punto di partenza per il prossimo lavoro in studio.

Summa Crapula è il primo passo per i Cernunnos’ Folk Band, una band con ancora molto da lavorare ma che dal vivo rende al meglio. L’augurio è quello che i musicisti prendano le critiche come una spinta a impegnarsi ancora di più per tirare fuori il proprio meglio e realizzare un lavoro che permetta loro di fare il salto di qualità.

Intervista: Lou Quinse

Che bello quando la band intervistata ha realmente voglia di parlare e farsi conoscere! Invece delle solite e noiose risposte brevi e prive di cuore, è sempre una gran gioia quando s’incontra un gruppo che ha realmente voglia di rispondere alle domande e coglie l’occasione dell’intervista per far entrare il lettore (e ascoltatore) nel proprio mondo. Al bando, quindi, risposte paracule e spazio alla sincerità. Con una bella e apprezzata dose di ironia. Signore e signori, i Lou Quinse!

Lo Sabbat arriva ben sette anni dopo Rondeau De La Forca. Di voi si erano un po’ perse le tracce e qualcuno ha anche sospettato il vostro scioglimento. Come mai c’è voluto tutto questo tempo per pubblicare il nuovo cd?

Abbiamo iniziato a lavorare sulle registrazioni di Lo Sabbat nel dicembre del 2014. Nel 2012 avevamo però curato la ristampa in vinile del demo Lou Quinse, cosa che non era naturalmente stata molto impegnativa in studio, ma ci aveva fatto suonare parecchio in giro. Era stata anche l’occasione per partecipare al quinto Fosch Fest, un concerto bellissimo e che richiedeva tutta una preparazione a sé. Proprio per questo, abbiamo poi deciso di evitare i concerti fino a lavori del disco ultimati, che ci hanno preso alla fine quattro anni, periodo in cui è comprensibile che le voci girino… È stata un’avventura, dalla creazione dei brani alla scelta degli studi, le varie registrazioni… Poi un anno intero di post produzione, senza dimenticare che il mondo fuori dagli studi ci ha molestati tutti a vario titolo, e che comunque beviamo e fumiamo parecchio.

Credo che Lo Sabbat sia un grande passo avanti rispetto al passato sia per quel che riguarda il lato compositivo che per il risultato finale, di altissima qualità. Come nasce una canzone dei Lou Quinse e durante la fase compositiva quali erano le sensazioni in sala prove?

Di solito ognuno di noi propone dei brani dai vari repertori tradizionali, che poi impariamo a suonare e mischiamo con il metal che ci piace di più. Per Lo Sabbat abbiamo fatto un passaggio in più, scrivendo gli arrangiamenti e producendo midi che ci guidassero nella costruzione delle canzoni. Detto così non rende l’idea della tempesta emotiva, dei tentativi abortiti e di quelli azzeccati, a volte col sudore, a volte per magia. In ogni caso durante l’intera fase compositiva beviamo e fumiamo molto.

Il disco suona compatto e il vostro marchio di fabbrica è immediatamente riconoscibile. Credo che non sia stato semplicissimo realizzare un cd così vario in grado comunque suonare omogeneo.

È stato più che altro laborioso, ma estremamente divertente, non sapremmo dire se facile o meno… La varietà la dobbiamo soprattutto alla ricchezza delle tradizioni musicali occitana e dell’arco alpino, tanto quanto alle infinite influenze e possibilità che offrono il vastissimo universo del metal estremo, del punk e dell’hardcore. L’amalgama può saltare fuori nei modi più naturali e imprevedibili: brani folk che rievocano istintivamente passaggi black metal, danze ipnotiche e cadenzate che supportano ritmiche death, un tupa tupa hardcore che “su quella curenta ci starebbe tanto bene” etc. Poi suoniamo insieme da tanti anni, sappiamo cosa vogliamo gli uni dagli altri… beviamo… fumiamo…

Il primo impatto con la vostra musica è spesso “mamma mia che casino che fanno questi!”. Passati i primi istanti, però, si viene avvolti dal vostro sound e trovo tutto ciò molto coinvolgente e questo capita, purtroppo, di rado. Quali sono gli obiettivi che muovono i Lou Quinse e come funziona la “ricerca musicale” nella band?

È bellissimo fare delle canzoni, bellissimo suonare, ci divertiamo moltissimo a suonare fra di noi e ancora di più a suonare quello che suoniamo. Ascoltando e suonando folk, veniamo colpiti da melodie e testi, che magari sono li da duecento anni, che ci portano quasi istintivamente a impararle, rimaneggiarle, decostruirle, riassemblarle. Bevendo e fumando a go go.

Giga Vitona ha la stessa melodia utilizzata dai Furor Gallico in La Caccia Morta. Vi chiedo quindi da dove proviene quella melodia e se eravate a conoscenza che anche la band lombarda utilizza quella stessa melodia.

Non c’è nulla di cui stupirsi, questo è folk! Melodie e ritmiche che si influenzano, mescolano e fondono, arrivando dalle culture più lontane e diverse. Scale ricorrenti e giri che ritornano, sempre diversi a seconda della zona in cui vengono suonati e di chi li suona. Ed è anche metal. Denso com’è di riff codificati e condivisi da tutta la scena, rielaborati e trasformati a seconda dello stile in cui vengono suonati. La Giga in particolare è una danza ballata nelle vallate occitane. È conosciuta e suonata in tutta Europa dalla seconda metà del 1500, e con l’identico nome si riconoscono danze molto diverse tra loro. La Vitona, in particolare, è originaria della Val Varaita, in Piemonte, ed è una delle versioni più longeve e particolari di questo ballo. Non eravamo a conoscenza dell’accenno fatto dai Furor Gallico in ogni caso, ma ci fa piacere. O forse hai bevuto e fumato troppo anche te! 🙂

I vostri testi sono “tipicamente” folk metal, ovvero parlano di storie di paese, racconti popolari e situazioni anche grottesche. Però mi ha colpito molto Purvali E Palli, canzone che parla del brigante Domenico Straface: come avete conosciuto la sua storia e perché avete deciso di raccontarla? Tra l’altro può essere considerata una canzone “parente” di Simone Pianetti dei Folkstone, cosa ne pensate?

Domenico Straface e Simone Pianetti sono figure da ricordare, a cui vale la pena dedicare una canzone. Qualche anno fa siamo venuti a conoscenza dei Nagrù, un trio di ragazzi calabresi di tutto rispetto e tra i pezzi tradizionali riproposti da loro, e che ascoltavamo, ci ha colpiti particolarmente questo brano. È inevitabile che riprendere in mano la tradizione metta le persone faccia a faccia coi modi di pensare e con le vicende storiche che facevano da contesto all’epoca in cui la singola opera è stata composta, e noi siamo sempre stati affascinati dalla costante lotta – vera e propria “invariante” della Storia umana – contro l’autorità costituita. Affrontare certi argomenti, però, espone al rischio di muoversi in maniera strumentale o poco congrua. Un esempio lampante è proprio la storia del Risorgimento che, se da una parte va rivista liberandoci dalla retorica unitarista, dall’altra rischia, durante il dibattito, di generare mostri di segno opposto, come la glorificazione dei Borbone, cugini dei Savoia, che non ci sentiremmo mai di considerare “vittime” perché i monarchi sono tutti della stessa pasta. In questo senso ci siamo subito ritrovati nella vicenda di Domenico, un vero combattente, non disposto a servire questo o quel padrone, ma a lottare per la sua gente e per la sua terra contro il colonialismo sabaudo. È amaro dover tornare così indietro nel tempo per trovare persone che cercano di difendersi dallo straniero armato, colonizzatore, in soverchiante vantaggio strategico e militare. Al giorno d’oggi, i nostri coevi, ci sembrano fare molta confusione su chi sia “straniero”, intenti come sono a levare la voce solo quando è chiaramente più debole, emarginato, reietto, una condizione ereditata dagli stessi processi coloniali e di sfruttamento di cui gran parte del mondo è stato, ed è tutt’ora, vittima. Noi tifiamo per tutte e tutti i Domenico Straface, ovunque nel mondo e nella storia, di sicuro non per questi autoproclamatisi “difensori” di nulla. E Simone, anarchico, montanaro e migrante, è un’altra figura di questo tipo, con una storia diversa, una vita diversa, ma unita dal filo rosso della ribellione. Nella musica popolare, sia essa originale o rivisitata, centinaia sono gli omaggi a figure di questo tipo, a vite tempestose scagliatesi contro l’autorità, che hanno pagato in prima persona il prezzo altissimo della loro rivolta. In questo la tradizione smentisce categoricamente chi ci vuole vedere in qualche modo una difesa di valori conservativi, magari guerreschi o peggio di conquista. La guerra è sempre raccontata per quello che è, la peggior sofferenza dei popoli, cantata con dolore, anche se spesso in modo ironico, e in questi anni di studio ci è parso più che altro che il valore principale dei popoli sia sempre stato la ribellione. Sappiamo per certo che comunque anche i Folkstone bevono molto e probabilmente fumano, e questo avrà sicuramente inciso su scelte stilistiche comuni.

I testi sono una parte molto importante nella vostra musica. Quali sono quelli ai quali siete più legati? C’è una ricerca alla base di ogni testo/argomento?

Tutti i testi che usiamo sono trad, anche se ad alcuni abbiamo fatto delle modifiche, aggiunto passaggi, per attualizzarli, giocando con le parole, come è del resto uso nella musica popolare. Quando scegliamo un brano su cui vogliamo lavorare, ci confrontiamo con le varie “versioni” in circolazione, che spesso differiscono anche parecchio, soprattutto a livello di liriche. Alcuni di questi testi sono parole di puro accompagnamento alla musica, senza velleità descrittive o narrative, utili a far partecipare anche la lingua alla danza. Altri sono al contrario densi di significati, anche su livelli differenti e non sempre immediatamente recepibili, di una bellezza e profondità inarrivabili, e fra questi probabilmente Lo Boier è quello che amiamo di più. È un antico canto popolare dell’Occitania francese, intessuto di significati simbolici relativi all’eresia catara (o albigese), che narra la tragica sorte della pastora Joana, dei momenti che ne precedono la morte e dell’incontro con suo marito pastore appena tornato dai pascoli. Allo stesso tempo è anche una sottile metafora del tragico eccidio di Montsegur, ultima roccaforte in cui gli albigesi, bollati di eresia da Papa Innocenzo III, trovarono rifugio. Cadde dopo 11 mesi, nel marzo del 1244, sotto i colpi dell’esercito papale e dell’alleato Re di Francia, sancendo così la fine dei catari e l’inizio della dominazione temporale, ideologica, culturale e spirituale francese moderna. Per Lo Sabbat abbiamo anche scritto per la prima volta un testo in patois, quello della Giga Vitona, un inno al Sabba, alla musica e alla festa, e per questo rimane un brano a cui siamo necessariamente legati, che tutti abbiamo contribuito a comporre, bevendo e fumando parecchio.

Stessa cosa per la musica: siete appassionati di musica popolare e ne siete ascoltatori? Girate per eventi e feste locali per ascoltare canzoni e melodie? Oppure ci sono dischi contenenti le canzoni del folklore che amate?

Certamente ne siamo appassionati, sia nelle sue espressioni più radicali, sia temperata da influenze rock e naturalmente metal. Giriamo per concerti, festival, balere, balliamo, ascoltiamo dischi e scarichiamo musica, quasi sempre illegalmente. Alcuni di noi fanno o hanno fatto parte di gruppi e progetti folk trad, fa parte della nostra cultura individuale e di gruppo. Detto questo i gruppi che seguiamo da più tempo e a cui ci siamo più volte ispirati, sono ovviamente Lou Dalfin e tutta la scena folk contaminato e non delle valli piemontesi, come Lou Seriol e i franco provenzali Li Barmenk, così come quella dell’occitania francese, il duo Brotto-Lopez, i marsigliesi Massillia Sound System e i loro side project, fino al gruppo che per primo ci ha dato l’ispirazione, i pirenaici Hantaoma. È indispensabile in ogni caso ascoltarli bevendoci e fumandoci anche qualcosa sopra.

La copertina e l’intero artwork ricorda molto lo stile del grande Alfons Mucha. Credo che la scelta sia tutto tranne che casuale, per questo sono curioso di scoprire chi è l’appassionato del pittore ceco e come vi è venuto in mente un’idea del genere.

Ne siamo tutti appassionati. Alfons Mucha è stato un grande artista, pittore e scultore, ma a lui si associa subito il concetto di poster, simbolo in qualche modo di una presenza dell’arte nelle strade. I suoi manifesti di opere teatrali sono sicuramente dei grandi capolavori. Il concetto grafico alla base di Lo Sabbat è quello di un’opera teatrale, divisa in atti e il cui libretto potesse ricordare quello di una Madama Butterfly o di una Boheme, e di conseguenza la scelta del Liberty, o Art Nouveau, è risultata spontanea. Noi però abbiamo scelto di riprodurre una parodia del movimento artistico, proprio per raccontare il decadimento dell’epoca che stiamo vivendo, ed ecco che qui appaiono le differenze: lo “stile Mucha” si basa infatti principalmente sull’esaltazione della bellezza e della giovinezza attraverso l’uso di accattivanti figure femminili, che guardano verso il pubblico. Ginetta, la nostra protagonista, ispirata a Gina dìi Toùni, unica contrabbandiera donna che si ricordi nella storia di Balme e accanita fumatrice di pipa, è invece un’anziana che distoglie lo sguardo da chi osserva, e i suoi gioielli sono corone e diademi di ossa. Anche l’elemento floreale viene distorto e al posto di eleganti e raffinati fiori, abbiamo preferito l’oppiacea decadenza dei bulbi di papavero. Lo stesso vale per il bestiario che affianca Ginetta, che differenzia non poco da quello classico della belle époque: via sinuosi pavoni e pesci fluttuanti, vivi e pieni di energia, e al loro posto caproni e demoniache marmotte che vengono fuori da nubi e fiamme. Ricordiamoci poi che Alfons rimane anche un esempio per tutti nel bere e nel fumare.

Sempre parlando della copertina, oltre allo stile colpisce il colore principale, ovvero il rosa. L’intenzione è quella di spiazzare l’appassionato di (folk) metal con una grafica tanto curata quanto inusuale?

Sinceramente non ci abbiamo assolutamente pensato, è venuto così, da solo, dopo qualche prova leggermente più virata sul rosso. Del resto nessuno può garantire che l’inferno non sia anche tendente al rosa, no? La colorazione è stata una parte particolarmente complessa, sempre appunto in quest’ottica di tributo ma anche rovesciamento dell’opera di Mucha. Così i colori e le tonalità sono venuti fuori difficilmente ma spontaneamente, in pieno stile Art Nouveau. Chissà se qualcuno rimarrà spiazzato, in ogni caso è un effetto sempre desiderabile. Del resto certe imposizioni canoniche, basilarmente fastidiose e secondo noi un po’ ridicole quando si parla di generi e stili ibridi e miscelati, ci sono sempre state strette. La musica che suoniamo non indossa kilt o armature, appartiene più alla quotidianità popolare che alla rievocazione storica, parla più di sfruttamento e ingiustizie sociali che di leggende e di fiabe e, in questo caso, ci pareva meglio rappresentata da un rosa demoniaco che non dal nero, che comunque sommamente veneriamo. Nuvolette di fumo nero, bicchieri di alcool rosa.

Come sapete ho apprezzato tantissimo il vostro disco, così come sapete che l’unica scelta che non condivido è quella di non inserire nemmeno un booklet di quattro pagine all’interno del digipak. Trovo ottima l’idea del file digitale con il booklet completo di traduzioni ecc., ma chi compra il disco fisico credo che preferisca pagare uno o due euro in più per poi avere un prodotto “completo”.

L’idea iniziale era produrre un vinile, e in quel caso un booklet stampato di una certa consistenza sarebbe stato perfetto. Poi però le cose sono andate diversamente, abbiamo superato quello che è il minutaggio possibile per un vinile e senza osare tagliare alcuna canzone avremmo dovuto stamparne uno doppio, cosa che era però decisamente al di sopra delle nostre possibilità. A quel punto avevamo già iniziato un lavoro filologico musicale e testuale decisamente più dettagliato rispetto ai lavori precedenti, ritrovandoci con una trentina di pagine, fra testi, traduzioni e concept, troppo costoso e fisicamente scomodo. Per evitare di tagliare il booklet riducendolo a poche pagine e rendendolo incompleto, abbiamo optato per il formato esclusivamente digitale, sicuramente meno bello, ma per lo meno esaustivo e accessibile a tutti. E poi così con i soldi risparmiati si può sempre bere e fumare.

La produzione de Lo Sabbat è davvero ottima: perché avete scelto Tino Paratore e Tom Kvalsvoll per realizzare il cd? Per quel che riguarda i giorni in studio di registrazione, ci sono storie che meritano di essere raccontate? Con Kvalsvoll avete lavorato di persona oppure gli avete mandato le tracce e lui ci ha lavorato seguendo le vostre indicazioni?

Con Tino lavoriamo da parecchi anni, e non solo con Lou Quinse. Per Rondeau De La Forca e per la ristampa di Lou Quinse si era occupato essenzialmente del mastering, e registrare e mixare con lui è stato impegnativo quanto piacevole, come sentirsi a casa, ma con la mamma che ti cazzia di continuo! L’atmosfera è sempre elettrizzante, di scene divertenti ce ne sono state una marea, la prima che ci viene in mente è quando lui, in modo estremamente posato e professionale, ha inserito un hard disk dove poco prima ci aveva raccomandato di mai e poi mai inserire un hard disk, col risultato di flambare il computer su cui c’erano mesi di lavoro Lou Quinse e non solo: tutto poi recuperato, ma che facce! Tino è un fonico di lunga esperienza, esperto in tricks di ogni tipo, sempre disponibile e molto preso bene dalla musica che gli piace, raccomandatissimo! Il nostro impegno e il talento di Tino ci hanno reso possibile tentare di metterci in contatto con professionisti internazionali che si occupano di mastering, del tocco finale sul suono del disco. Ne abbiamo sentiti svariati, da ovunque, tutti molto disponibili e impressionantemente capaci. Abbiamo ascoltato molte prove di master, estremamente differenti tra loro, chi esaltava di più il lato rumoroso del nostro suono, chi portava in maggior evidenza l’aspetto folk, chi insisteva sui bassi, e ci è sembrato di ascoltare molti Lou Quinse provenienti da tutto il mondo, americani, danesi, svizzeri, svedesi, norvegesi, più death metal, più crust punk, più black, un’esperienza sorprendente e divertente come poche. Il sound di Tom ci ha da subito colpiti per la spietata freddezza e minimalità, perché faceva risaltare la parte folk senza perdere nulla del metal, perché risultava dinamico e al tempo stesso gelido. Dalla prova al master definitivo molto è cambiato, lui stesso ad un certo punto del lavoro l’ha rifatto completamente perché a forza di immergersi nell’ascolto lo aveva interiorizzato e sviluppato, aveva finito insomma per sentirlo suo. Questo e altro ci hanno dato la cifra di una collaborazione fruttuosa che, se per questa volta non si è potuta concretizzare in un viaggio in terra nordica, chissà che non sia il preambolo ad un nostro sbarco ad Oslo con battello. Probabilmente in questa eventualità ci porteremmo da fumare, il bere lo troveremmo sicuramente là!

Siete molto legati ai tarocchi e per questo album avete sostituito i vostri nomi con i numeri degli arcani maggiori. Come mai questa scelta e cosa rappresentano per voi le carte che avete scelto e i tarocchi?

Lou Quinse (Il Quindici, in italiano) deve il suo nome proprio ai tarocchi e, in specifico al quindicesimo Arcano. Quindici è il numero del Diavolo che, proprio con quest’appellativo, è conosciuto nelle infinite partite a Diau e a Tarocchi, giochi cartaioli molto popolari e diffusi nei peggiori bar delle valli, oltre che nell’immaginario montanaro e nel suo vocabolario. Fin da subito ci è piaciuto associare il nostro nome ad una carta dei tarocchi. Sono carte che parlano di ciascuno di noi, delle nostre inclinazioni e maledizioni, che calzano con la nostra psicologia individuale e viceversa. Alla fine di questo lavoro ci è parso fosse l’ora di accantonare la denominazione nome-cognome, di dimenticare il nostro io anagrafico, e di celebrare quello archetipo arcano. Del resto, dal mazzo dei Lou Quinse sono stati giocati, scartati, ripresi molti arcani nel corso degli anni, che con la loro creatività e passione diabolica hanno contribuito a forgiare la nostra identità attuale, anche se personalmente non suonano (per ora) più con noi. Un brindisi e una fumata a loro e ai tarocchi, come costume delle peggiori piole delle valli.

A questo proposito vi chiedo se la scelta dei tarocchi, in un mondo vichingocentrico, è più per distinguersi dalla massa o per un reale interesse.

Quasi dodici anni fa (ridendo e scherzando) abbiamo fatto una particolare scelta stilistica e filologica, quella cioè di miscelare il metal più estremo con la musica proveniente da un repertorio trad che parte dall’area Franco-Provenzale nelle Alpi Occidentali, transita in Piemonte, e svalica per arrivare fino all’Occitania Grande e ai Pirenei. Nessuna volontà di distinguersi dalla massa, dunque, che oltretutto allora non era così folta, ma una scelta precisa dettata dai casi della vita, e sicuramente da passione e interesse. Le canzoni che rielaboriamo vengono suonate, cantate e ballate da secoli, le radici delle culture popolari che prendiamo a riferimento risalgono all’epoca in cui si comincia ad abbandonare il latino a favore del volgare nelle produzioni artistiche. Basti pensare ai trovatori, la massima espressione culturale occitana e provenzale, di epoca alto medievale. I primi trattati che ci parlano di danze e modi di esecuzione, invece, sono grosso modo rinascimentali mentre le culture popolari così come le conosciamo ed intendiamo oggi, come la musica e i testi che utilizziamo, vengono raccolti, scritti e trasmessi dal periodo romantico in poi (fine XVIII ed inizio XIX secolo). In forza di questa scelta ci è, ahinoi, preclusa ogni possibilità vichinga o celtica, se non per qualche breve escursione, così come abbiamo già fatto per la Calabria e l’appennino tosco-emiliano. Sembra assurdo, ma è in realtà proprio nelle parti più metal che piuttosto si consuma la nostra unione con le culture nord europee: il canone folk rock, fissato negli anni ’70 e proseguito ed ampliato nel folk metal, nel viking, nel pagan etc, è la base comune, a prescindere dalla tradizione di riferimento o dall’opera di rielaborazione individuale o di gruppo, a tutte le formazioni che si cimentano con l’uso di strumenti analogici, più o meno antichi e testi popolari in lingue originali, all’interno di una cornice prettamente rock-metal. Ed è chiaro che per fare un lavoro del genere non deve mai mancare né da bere né tanto meno da fumare.

Come vivete la scena metal e folk italiana? Vi sentite parte di essa?

Quando abbiamo iniziato a suonare la nostra scena di riferimento era quella esplosiva di Torino all’inizio degli anni 2000. C’era un numero così ampio di gruppi, così diversi e divertenti, di posti e di occasioni in cui suonare, che non c’era quasi il tempo di frequentare altre scene! Era una scena molto dinamica, tutti suonavamo in molti gruppi e organizzavamo da noi i concerti. Proprio cercando nuovi stimoli da portare in città, ci capitò di fare la conoscenza con Furor Gallico e Folkstone, mentre Gotland e dopo Odr cominciavano a muovere i primi passi in regione. Ci siamo ritrovati quindi ad avere a che fare con gruppi che facevano qualcosa di simile a quello che proponevamo noi, e che per di più facevano parte di una altra scena consolidata, quella lombarda. Da li scambi date, partecipazione a festival, conoscenze con altri gruppi, più lontani, come i Kalevala in Emilia, e oltralpe, in Occitania, con Arslan e Les Diables de la Garrigue e nel Bearn con Gojats of Hedas, ci hanno fatto sentire parte di una grande scena, non circoscrivibile a confini nazionali, e a cui sentiamo tutt’ora assolutamente di appartenere. Ad oggi, dopo quattro anni lontani dai palchi, l’impressione che abbiamo è purtroppo che non goda di buona salute. La golden age del metal torinese è un ricordo, i punti di riferimento a livello di festival e locali ci appaiono smarriti, e per il resto sembra si faccia un po’ fatica a trovare nuovi spazi e nuove idee. Speriamo tuttavia che queste difficoltà possano essere un interessante stimolo per il prossimo futuro, per ritrovarci, organizzarci insieme e divertirci, scambiandoci idee, dischi, suoni, da bere e da fumare.

Ragazzi, rinnovo i complimenti per il disco e spero di vedervi presto in concerto. Grazie per l’intervista, aggiungete tutto quello che volete!

Complimenti a te per la sbatta e la passione, speriamo di vederci prestissimo, con un bicchiere in mano, immersi in una nuvola di fumo!

Æxylium – Tales From This Land

Æxylium – Tales From This Land

2018 – full-length – Underground Symphony

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Steven Merani: voce – Fabio Buzzago: chitarra – Roberto Cuoghi: chitarra, banjo, cornamusa – Gabriele Cacocciola: basso – Matteo Morisi: batteria – Gabriele Guarino: flauto – Federico Bonoldi: violino – Stefano Colombo: tastiera

Tracklist: 1. Prelude To A Journey – 2. Black Flag – 3. Into The Jaws Of Fenrir – 4. Aexylium – 5. My Favourite Nightmare – 6. Banshee – 7. Tales From Nowhere – 8. Revive The Village – 9. The Blind Crow – 10. Judas’ Revenge – 11. Radagast

Nel 2016 esordirono con l’EP The Blind Crow e a due anni di distanza gli Æxylium tornano sul mercato con il full-length Tales From This Land marcato dalla storica etichetta italiana Underground Symphony. Tra i due lavori sono passati solo ventitré mesi, ma sembrano molti di più considerando i progressi compiuti dalla band di Varese. Non che le premesse mancassero: The Blind Crow è un dischetto composto da tre buonissime canzoni che non a caso sono state ri-registrate e inserite in Tales From This Land, ma non era per niente scontato riuscire in poco tempo a realizzare un disco in grado di ben figurare vicino a cd di formazioni dal blasone internazionale.

La prima cosa che si nota è la qualità audio, molto buona. Tales From This Land è stato registrato vicino Milano al Twilight Studio da Davide Tavecchia (che nel campo del folk metal ha già lavorato a Behind The Front Page degli Atlas Pain), con il mastering affidato a un vero guru del settore, ovvero Simone Mularoni (Elvenking, Necrodeath, Labÿrinth, Wind Rose di Stonehymn ecc.). Altro punto a favore immediatamente riconoscibile del cd è l’impatto della grafica: Pierre-Alain Durand di 3mmi Design ha realizzato copertina e booklet con grande cura, in particolare il libretto di dodici pagine presenta diverse illustrazioni che variano a seconda degli argomenti dei testi fedelmente riportati. La confezione, infine, è un digipak dai colori molto accesi, in contrasto con quelli più soft del booklet.

Tanta attenzione e cura, però, sarebbero inutili se la musica contenuta nel disco non fosse all’altezza della situazione. I quarantadue minuti di Tales From This Land sono invece di notevole qualità, le dieci canzoni (più intro) si lasciano ascoltare con grande piacere e non sono presenti riempitivi al fine di allungare il minutaggio. Quello degli Æxylium è un folk metal roccioso ma che non sconfina nell’estremo, ricco di melodie di flauto, violino e banjo con un tocco di cornamusa, ma che vede la chitarra sempre al centro dell’azione. La tastiera di Stefano Colombo è preziosa nei suoi interventi senza mai essere invadente e in generale regna un grande equilibrio tra gli strumenti, così come tra le parti più irruenti e quelle più melodiche e soft. L’unico aspetto che non convince appieno è il cantato growl che ogni tanto fa capolino tra le tracce di Tales From This Land e che è protagonista nella tirata Banshee.

Dopo l’intro Prelude To A Journey tocca alla movimentata Black Flag aprire le danze nel migliore dei modi: riff gagliardi e melodie immediate sono aspetti fondamentali del brano che è impreziosito da un assolo di chitarra, fatto piuttosto raro in questo genere. Il ritornello di Into The Jaws Of Fenrir è una forza della natura, senza nulla togliere agli strumenti folk e alle buone accelerazioni di batteria, mentre con la seguente Æxylium viene raccontata la storia del nome:

Some ancient manuscript found a long time ago
Tells of an old place, named “Aexylium”
Prisoners and murderers accused of fearful crimes
Were judged and locked up, their life was no more as before
They were rotten to the core
Blinded and torured by guards, forsaken by hope

La canzone è molto piacevole all’ascolto, vicina agli Elvenking più ispirati, vuoi per le linee vocali, vuoi per la struttura musicale. Sia chiaro che non si sta parlando di una band clone, tutt’altro: gli Æxylium suonano già personali nonostante i pochi anni di attività, per di più fanno largo uso di strumenti popolari e le composizioni non risentono di altre influenze. L’ascolto prosegue con My Favourite Nightmare, pezzo caratterizzato dalla presenza in prima linea del flauto di Gabriele Guarino e di un guitar work tendente “al moderno” durante le strofe. I ritmi si fanno serrati in Banshee, il brano più aggressivo del cd ma introdotto da belle melodie durante il primo minuto della canzone:

Messanger of death
Omen of an end that soon will come
You can hear her wail
Suffocating auspice of your demise

La titletrack, con 4:46 di durata, è la composizione più lunga del platter insieme a Judas Revenge e contiene tutti gli ingredienti che rendono Tales From This Land un piatto riuscito: melodie piacevoli e ritornelli azzeccati ben “studiati” nella fase di composizione che ha chiaramente dato i frutti sperati. La cornamusa introduce l’allegra Revive The Village, ovvero il racconto del fine settimana a suon di birra, donne e combattimenti, come la migliore tradizione folk metal richiede. L’ottima The Blind Crow (presente nel demo di debutto) suona nella nuova veste ancora più convincente ed è sicuramente uno dei pezzi meglio riusciti degli Æxylium. Judas Revenge e Radagast chiudono in maniera brillante Tales From This Land: il primo è il classico brano folk metal dal piglio allegro e frizzante, ricco di melodie, mentre il secondo vede protagonista l’istari di tolkieniana memoria, una tematica che in questo genere sta sempre bene. Il testo traccia il personaggio, tra amore per la natura e l’erba pipa, in un contesto folk metal tradizionale.

Il matrimonio tra Æxylium e Underground Symphony è partito con il piede giusto, il disco è bello da ascoltare e la veste grafica di prim’ordine. Tales From This Land non teme la concorrenza estera e mostra, insieme a una manciata di cd usciti negli ultimi mesi, quanto la scena folk metal italiana stia facendo bene e possa ancora crescere in numero e in qualità.