Aexylium – The Fifth Season

Aexylium – The Fifth Season

2021 – full-length – Rockshots Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Steven Merani: voce – Fabio Buzzago: chitarra – Andrea Prencisvalle: chitarra- Gabriele Cacocciola: basso – Matteo Morisi: batteria – Stefano Colombo: tastiera – Federico Bonoldi: violino – Leandro Pessina: flauto, mandolino, bouzouki

Tracklist: 1. The Bridge – 2. Mountains – 3. Immortal Blood – 4. Battle Of Tettenhall – 5. Skål – 6. An Damhsa Mor – 7. Yggdrasil – 8. Vinland – 9. The Fifth Season – 10. Spirit Of The North – 11. On The Cliff’s Edge

Prosegue la marcia dei lombardi Æxylium, freschi autori del secondo album The Fifth Season, il primo con la nuova etichetta Rockshots Records. Il gruppo di Varese continua quanto di buono fatto nel debutto Tales From This Land, con un pizzico di cattiveria musicale in più: i cinquantuno minuti dell’album scorrono molto bene, segno della bontà compositiva delle tracce. Anche l’aspetto grafico e i suoni si confermano all’altezza delle aspettative e di quanto già fatto tre anni or sono: la copertina è stata realizzata dal maestro Jan “Örkki” Yrlund (lo abbiamo incontrato con Atlas Pain, Cruachan, Hell’s Guardian, Korpiklaani e Tyr tra gli altri), mentre della registrazione se n’è occupato Davide Tavecchia, al lavoro con gli Æxylium anche nel debut album.

L’apertura del cd è affidata a The Bridge, canzone che mette in chiaro le caratteristiche della band e in quale direzione andrà The Fifth Season. Riff quadrati smussati da tastiere onnipresenti e gustose incursioni di strumenti folk fanno da tappeto alla voce aggressiva di Steven Merani (ma è presente anche Samuele Faulisi degli Atlas Pain!): dopo i primi istanti si viene travolti da un’ondata di note che lasciano il segno. Segue Mountains, canzone davvero pregevole dal potenziale da singolo che rimanda alle hit degli Eluveitie e che vede la partecipazione della soprano Arianna Bellinaso. Immortal Blood alterna parti veloci ad altre maggiormente cadenzate nelle quali alcuni dettagli impreziosiscono il brano e rendono ancor più piacevole l’ascolto. Battle Of Tettenhall tratta della battaglia di Tettenhall: si torna nel 910 d.C. quando i vichinghi subirono una pesante sconfitta scontrandosi con gli eserciti di Wessex e Mercia. La voce pulita – un’arma a disposizione degli Æxylium non utilizzata nei precedenti brani – è a questo punto gradevole “sorpresa” per un brano 100% folk metal. Vichinghi e mitologia scandinava sono i temi maggiormente trattati nel disco e la quinta canzone Skål conferma ciò: un guerriero morto in battaglia racconta del suo arrivo nella Valhalla in quella che è una composizione gioiosa, spensierata e ballabile in concerto grazie alle ritmiche incalzanti e all’ottima parte strumentale. Continuando l’ispirazione strumentale arriva An Damhsa Mor, tre minuti di grazia folk e ottimo modo per “rallentare” l’ascolto del cd prima della brusca ripartenza rappresentata da Yggdrasil, l’albero cosmico della mitologia norrena. Gli eleganti flauti e violini rendono epica una canzone che non disdegna brevi ma efficaci accelerazioni, stop n’go con tastiere e chitarre “moderne”: forse per completezza la migliore composizione di The Fifth Season! L’up-tempo Vinland porta un po’ di allegria musicale e il ritornello si stampa immediatamente in testa: dal vivo potrebbe fare sfracelli! La title-track vede l’ottima alternanza delle voci maschile/femminile (Arianna Bellinaso fa un ottimo lavoro anche qui) e belle trame folk che portano all’ultima canzone Spirit Of The North, la quale suona pomposa nelle tastiere e accattivante nelle linee vocali, ma a sorprendere è (finalmente!) la presenza di un assolo di chitarra: le sei corde nel folk metal raramente si lanciano in solitaria, ma quando accade è sempre un piacere da ascoltare. La deliziosa strumentale On The Cliff’s Edge conclude l’ascolto di The Fifth Season, un album che conferma quanto buono fatto dalla band lombarda in passato e al tempo stesso in grado di portare gli Æxylium a un livello superiore

The Fifth Season è un album di livello internazionale, cosa che non dovrebbe stupire data la buona qualità della scena italiana, ma sembra che all’estero ancora ci sia diffidenza nei nostri confronti. Quel che è certo è che gli Æxylium possono essere orgogliosi di aver realizzato un disco come questo, che non potrà far altro che aumentare di popolarità tra gli amanti del folk metal.

Dyrnwyn – Il Culto Del Fuoco

Dyrnwyn – Il Culto Del Fuoco

2021 – full-length – Cult Of Parthenope

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Thierry Vaccher: voce – Alessandro Mancini: chitarra – Alberto Marinucci: chitarra – Ivan Cenerini: basso – Ivan Coppola: batteria – Michelangelo Iacovella: tastiera

Tracklist: 1. Il Culto Del Fuoco – 2. Aurea Aetas – 3. Vae Victis – 4. Triumpe – 5. Le Forche Caudine – 6. Leucesie – 7. Sentinum – 8. Armilustrium

Il 2021 non poteva iniziare meglio: nel giro di pochi mesi sono usciti tre dischi italiani che non soffrono la concorrenza estera e che sicuramente avranno ottimi riscontri in tutto il mondo. Dopo Apocalypse con Pedemontium e Bloodshed Walhalla con Second Chapter, tocca ora ai Dyrnwyn con Il Culto Del Fuoco prendersi i meritati riflettori e dare gioia agli appassionati del folk pagan metal. La band romana, forte del nuovo contratto con la Cult Of Parthenope, pubblica il secondo lavoro Il Culto Del Fuoco in un bel digipak a sei pannelli con tanto di booklet illustrato ricco di foto, testi e tutte le informazioni sul lavoro in studio. Il cd, come il precedente Sic Transit Gloria Mundi vede il prezioso contributo di Riccardo Studer (Stormlord) alla consolle, autore anche delle fondamentali orchestrazioni.

L’iniziale title-track suona fin dai primi secondi epica e drammatica, e sono proprio questi due aggettivi a descrivere nel migliore dei modi la musica dei Dyrnwyn. I temi trattati – alcuni selezionati eventi dell’antica Roma – richiedono esattamente questo tipo di musica. Si nota subito, inoltre, un lavoro maggiormente profondo delle chitarre, più dinamiche e fresche rispetto al passato. Tutto questo non fa altro che alzare l’asticella della qualità che, è bene ricordarlo, era già a buon livello col precedente lavoro. Aurea Aetas è un brano vario stilisticamente che spazia dal mid-tempo a parti simil black sinfonico senza tralasciare le melodie del flauto suonate dell’ospite Jenifer Clementi. L’inizio di Vae Victis è un vero assalto sonoro e il proseguo non è da meno: cala la velocità, ma l’intensità continua ad essere bella alta e le orchestrazioni che si sovrappongono ai riff secchi delle sei corde non fanno altro che accentuare questa urgenza. La quarta canzone è Triumpe, massiccia e cupa, introdotta da un minuto e mezzo di narrato e sottofondo folk che ricorda le ultime cose dei Draugr. La band abruzzese è un nome di riferimento per i Dyrnwyn e un paio di volte durante l’ascolto de Il Culto Del Fuoco si palesa l’influenza degli autori del capolavoro De Ferro Italico. Con Le Forche Caudine si giunge a un piccolo capolavoro che tratta di un avvenimento della seconda guerra sannitica (321 a.C.) nella quale i Romani furono sconfitti dai Sanniti. La musica segue la drammaticità degli eventi e a colpire sono gli ottimi giri di chitarra: la coppia Mancini/Marinucci è più in forma che mai! Leucesie alterna momenti frizzanti e quasi di allegro folk metal con parti decisamente più cupe e fortemente cinematografiche (merito anche delle sempre eccellenti orchestrazioni), ma è con la seguente Sentinum che la formazione italiana tocca il massimo per intensità e trasporto. Sentinum, oggi Sassoferrato in provincia di Ancona, ai piedi dell’Appennino umbro/marchigiano, è il luogo dove si svolse una delle battaglie più importanti dell’antichità, quella Battaglia Delle Nazioni del 295 a.C. che vide la vittoria dei Romani sulla lega creata da Galli Senoni, Etruschi, Umbri e Sanniti, dando così il via libera alla conquista dell’Adriatico da parte dei Romani.

Davanti agli occhi degli eserciti
Si lancia contro l’orda
Sprona il cavallo verso le file
Serrate dei Galli
E trova la morte trafitto
Dalle sagitte nemiche
Condannando gli avversari

Allo stesso fato

L’epicità delle gesta narrate nel testo va a braccetto con quella musicale, tra mid-tempo battaglieri e brevi ma ferali accelerazioni. Il Culto Del Fuoco è concluso da un brano strumentale da ben quattro minuti, Armilustrium. Non il classico “outro”, ma un brano vero e proprio, privo di voce, che porta a conclusione un signor disco.

I Dyrnwyn sono in attività dal 2012 e anno dopo anno, cd dopo cd, hanno dimostrato tanto carattere e voglia di migliorarsi: dal grezzo (e genuino) Fatherland del 2013 al presente Il Culto Del Fuoco ne è passata di acqua sotto i ponti, ma ascoltando tutte le release della band è facile capire il lavoro dei musicisti e i miglioramenti che hanno portato prima all’ottimo Sic Transit Gloria Mundi, e infine a questi cinquanta minuti di folk/pagan metal di prim’ordine. Ormai i Dyrnwyn sono da considerare tra le migliori realtà del genere in Europa, ma dobbiamo sempre a tenere a mente che sono un orgoglio italiano.

Intervista: Stilema

Il debutto Utopia sta riscuotendo pareri positivi un po’ ovunque. Chi conosce gli Stilema non ne sarà rimasto troppo stupito: il precedente EP Ithaka era un ottimo assaggio delle capacità della band laziale. Del nuovo arrivato, della scena folk metal e dei testi che – nel vero senso della parola – arricchiscono le canzoni, ne abbiamo parlato col cantante Gianni Izzo e col chitarrista Federico Mari.

Bentornati sulle pagine di Mister Folk! Iniziamo parlando del nuovo arrivato Utopia: come ci si sente dopo aver pubblicato il primo disco?

Gianni: Ciao Fabrizio, speravamo di riuscire a fare questa chiacchierata almeno un annetto fa. Ma il destino ci è stato avverso, tra cambi di line-up, tempo risicato, pandemie, i mesi son volati. Utòpia ha inoltre richiesto più lavoro di quello che in realtà ottimisticamente pensavamo. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta, il disco sta ricevendo delle ottime recensioni ed un feedback molto positivo da parte del pubblico. Quindi, nonostante le molte problematiche affrontate, siamo molto felici di come stanno andando le cose.  

Federico: Ci si sente come all’uscita di un lungo tunnel! Nel caso specifico di Utòpia, l’inizio delle registrazioni si perdono nella notte dei tempi, poi il lockdown ha ulteriormente allungato le fasi di rifinitura. Una liberazione insomma! Ma siamo molto soddisfatti del nostro primo full-length.

Cosa vi portate dall’esperienza di Ithaka? Avete ritrovato utile l’esperienza fatta in sala prove e in studio per il precedente EP?

Gianni: Ithaka è stata un’autoproduzione, fatta nello studio del nostro Frenk, e abbiamo cercato di cavarcela, nonostante poi proprio Frenk abbia coadiuvato tutti i lavori, in quanto è sicuramente l’unico esperto tra noi, per quel che riguarda la registrazione di un brano, siamo forse stati un po’ disordinati. Con Utòpia l’approccio è stato più sistematico, abbiamo cercato di ovviare agli errori fatti nel precedente EP. Il tutto poi è passato nelle mani e all’esperienza del fonico Gianmarco Bellumori, e da questo punto di vista ci siamo sentiti anche più sicuri sulla strada che stavamo percorrendo.

Il cd suona potente e al passo coi tempi. Come sono andate le cose in studio?

Federico: Per questo dobbiamo ringraziare Gianmarco del Wolf Recording Studio che ha puntato parecchio su tale aspetto. Teneva molto al fatto che il sound fosse il più possibile moderno (nei limiti imposti dall’aspetto folkeggiante, si intende!) e potente. Il lavoro fatto sulle chitarre e sulla batteria lo trovo meraviglioso.

Gianni: Il Wolf Recording Studio è diventato per molto tempo la nostra seconda casa. Abbiamo imparato molto grazie alla professionalità e la grande accuratezza che Gianmarco ci ha messo nel proprio lavoro. Rispetto ad Ithaka abbiamo curato ancora di più gli arrangiamenti e li abbiamo ampliati. Avevamo molte tracce per ogni canzone, quindi è stato un lavoro lungo per tutti. Il fine era trovare proprio un sound che risultasse a passo con i tempi, che non desse una sensazione di esser vecchio ancor prima di compiere qualche mese di vita. Insieme a Gianmarco abbiamo sperimentato molto, finché non siamo rimasti tutti soddisfatti.

La prima cosa che balza all’orecchio è l’indurimento del sound, ora “più metal”. C’è però da dire che questo fatto non ha modificato eccessivamente la vostra anima e il tutto suona sempre molto naturale e spontaneo. Vorrei sapere se mentre stavate scrivendo le canzoni vi siete accorti che stavate andando in questa direzione e se magari in futuro ci sarà spazio anche per altri piccoli cambiamenti.

Federico: Era nostro desiderio da tempo “indurirci” un po’, ma avevamo bisogno della giusta formazione per farlo. O meglio, per far sì che ciò avvenisse nel modo più naturale possibile. Siamo già al lavoro per del nuovo materiale e la direzione è quella di un sound più pesante, coadiuvato anche dall’uso della chitarra accordata in drop c, già presente nel brano Da Qui Non Si Passerà, e ormai irrinunciabile per molte nuove idee. Questa accordatura, oltre che rendere il sound più pesante, tende ad equilibrarne l’economia generale, andando a contrapporsi al violino, aggiungendo frequenze più basse.

Gianni: Dopo aver registrato Ithaka, l’idea era quella di inserire nel nostro sound tutto ciò che ci piaceva del metal. Fondere il nostro folk, con i sottogeneri più classici del metal, fino a quelli più estremi. Adoro la varietà nei dischi e le contaminazioni tra generi, quindi sì, anche in futuro continueremo in questa direzione, cercando sempre di non snaturare le nostre radici. Insomma non credo ci sia pericolo che ascoltiate una cosa tipo Renegades degli Equilibrium da parte nostra, ma cercheremo di sperimentare sempre soluzioni nuove.

Alcuni testi sembrano riflettere la situazione internazionale che stiamo vivendo, quindi si può dire che le parole che canti siano lo specchio di una (triste) realtà. Come sono nati i testi e cosa ti porta a prendere carta e penna e iniziare a buttar giù le idee?

Gianni: Scrivo perché nessun’altro mi riesce a raccontare le cose come vorrei che me le raccontasse eheheh. Basta una lettura interessante, l’ascolto, il cercare di capire ciò che ci sta accadendo attorno. Come ascoltatore adoro i concept fantasy o storici, come musicista mi piace rimanere in mezzo a questi due mondi, creare musica per intrattenere ma anche per riflettere, fare una fotografia del mio punto di vista sulla società. Un pezzo come Mondi Paralleli ad esempio, mette il punto sull’uso delle fake news, la voglia di apparire, la necessità di arrivare a utilizzare la religione per incutere timore e controllare il “gregge”. Da Qui Non Si Passerà è nata dopo la lettura di Kobane Calling di Zerocalcare. All’inizio era proprio la musica di Utòpia ad essere designata per mettere a fuoco la questione dei Curdi, poi ho pensato che invece di un brano lungo e descrittivo, sarebbe stato più appropriato una sorta di combat song. E quindi la lunga title-track, dopo l’inno di ribellione di “Da Qui…”, è stata designata per descrivere una società che dovrebbe essere normalissima, dove non ci sono discriminazioni sessuali, razziali etc., ma che in realtà rimane a tutti gli effetti ancora una chimera. Uno sguardo amaro sulla triste realtà appunto.

Dovendo scegliere una canzone per rappresentare l’album, quale indicheresti e perché?

Federico: Sono tutte così diverse! Meglio ascoltarle tutte e lasciar scegliere agli altri!

Gianni: È vero, Utòpia ha tutta una serie di mood e di approcci musicali diversi. Abbiamo parti più epiche, altre più smaccatamente folk, le atmosfere gotiche di Ophelia, parti black, aperture a momenti più sinfonici e articolati, andando poi a finire ad un brano come Armonie che è retto solo da piano, violino e voce. È difficile scegliere, forse ti direi Il Volo Eterno, ha un ritornello epico, c’è il growling, la parte acustica, un buon riassunto del nostro sound, la giusta via di mezzo tra brani più diretti come Tra Leggende E Realtà, e pezzi più articolati e lunghi come la title-track.

La scelta di cantare in italiano: è il desiderio di far capire i testi al vostro pubblico? Il lato negativo è che al di fuori dei nostri confini i vostri testi saranno incomprensibili.

Gianni: È più la consapevolezza che è più facile esprimersi nella propria lingua, giocare con le proprie espressioni, interpretarle e pronunciare bene le parole. Molte volte sento delle pronunce tremende in inglese e leggo dei testi che si limitano alla banalità di frasi molto elementari. Mi viene in mente anche Frutto Del Buio dei Blind Guardian e la pronuncia di Hansi in italiano (per chi ha meno di quarant’anni e non conosce questa perla: andatevi a sentire il brano, ndMF), e penso che deve essere dura per uno di madre lingua inglese sopportare molte delle metal band non inglesi, se il risultato è simile a quello, o giù di li. Con questo non metto alcun veto, durante il lockdown ho scritto anche io un paio di brani in inglese, che probabilmente faranno parte del prossimo disco, ma l’italiano per quel che mi riguarda, sarà la lingua portante delle nostre produzioni. Siamo comunque in buona compagnia: Arkona, Korpiklaani, Mago De Oz, Rammstein, alla fine cantano tutti nella propria lingua. In ogni caso, siamo interessati a rendere comprensibili i testi anche per chi non conosce la nostra lingua, infatti i nostri video hanno sottotitoli in inglese.

Cosa speri per gli Stilema? C’è un qualcosa che ti farebbe dire “ora sì che sono soddisfatto”?

Gianni: Ovviamente la più grande speranza per ogni musicista non mainstream, è che un giorno riesca ad arrivare a vivere della propria musica per poter dedicare ad essa maggior tempo ed energie e creare cose sempre migliori. Come band underground non possiamo farlo liberamente, dobbiamo relegare gli Stilema ad un tempo risicato, in cui cerchiamo di fare più cose possibili. Ma un passo alla volta, ora come ora, la prima soddisfazione vera è girare, Covid-19 permettendo, più locali possibili per farci conoscere sempre di più, in modo da migliorare sempre più anche le nostre esibizioni e la nostra immagine live.

Federico: Io spero che si riesca presto a tornare a suonare in giro senza limitazioni e spero che gli Stilema possano far conoscere la propria musica a spasso per l’Europa.

Quali sono i vostri ascolti in questo periodo?

Gianni: Tra le ultime uscite, ho apprezzato molto quello che sembra essere l’ultimo disco dei Falconer, una band che ho sempre amato e non ha quasi mai sbagliato niente nella propria discografia. Anche i serbi Alogia hanno fatto un buonissimo album, anche se mi è piaciuto più il precedente Elegia Balcanica. Ho apprezzato molto anche il nuovo dei My Dying Bride. Andando un po’ indietro nel tempo ti citerei l’ultimo ottimo album dei Furor Gallico, ma quelli che sicuramente mi hanno colpito maggiormente sono i Lou Quinse e il loro ultimo lavoro che ormai risale ad un paio di anni fa Lo Sabbat, geniali.

Una domanda che faccio in tutte le interviste: vi sentite parte di una scena (romana, italiana)? Come sono i rapporti tra gruppi, sinceri o “paraculi”?

Federico: Purtroppo di questi tempi non saprei dirti se l’ambito musicale di cui facciamo parte sia catalogabile come scena. Essendo stati adolescenti ormai anni fa, abbiamo la memoria di maggior spirito di collaborazione tra varie band. Ora questa cosa viene un po’ meno. Detto questo, ci siamo sempre trovati bene con tutti i gruppi con cui abbiamo suddiviso il palco ed è sempre una bella esperienza ascoltare gli altri, se lo si fa senza invidie o complessi!

Gianni: In questi anni siamo stati invitati ed abbiamo suonato con band totalmente diverse, non solo quindi in ambito metal, ma anche rock, punk, dark wave, grunge. Insomma serate di ogni tipo, in ogni caso ci troviamo bene anche di fronte a persone lontane dal metal ed ancor di più dal folk metal. Abbiamo stretto amicizie un po’ con tutti, personalmente cerco di essere sincero con gli altri e sono sicuro che le band con cui abbiamo suonato sono state sincere con noi, non è stato tutto un complimento di circostanza, ma sempre un vero e proprio dialogo nel quale ci consigliavamo gli uni con gli altri sul come muoversi. Pensiamo quindi di far parte di una scena più amplia, una scena musicale, sicuramente di un mondo underground, e la cosa migliore in questi casi è appunto un “mutuo soccorso”. La guerra tra poveri è deprecabile, solo tutti insieme potremmo scavalcare quel muro che ci tiene in una sorta di sottoscala quando invece ho sentito gruppi che hanno tutto il necessario per essere considerati molto di più. Sono sicuro che ci sono anche i “paraculi”, ma per fortuna non ne abbiamo incontrati ancora.

A settembre suonerete al Traffic Club di Roma per la presentazione ufficiale di Utopia: cosa si devono aspettare le persone che verranno e ci saranno sorprese? (la serata è stata poi spostata al 6 ottobre, ndMF)

Gianni: L’ultima serata che abbiamo fatto prima del lockdown è stata proprio al Traffic. È un po’ ricominciare da dove abbiamo lasciato e siamo molto felici di questo. Ovviamente proporremo qualche brano dal precedente EP, ma il 90% dell’esibizione sarà concentrata su Utòpia. Ci sono alcuni pezzi che suoneremo in maniera leggermente diversa rispetto al disco, niente di che, ma chi lo ha ascoltato si accorgerà della differenza. Speravamo addirittura di riuscire a portare un brano inedito, ma è ancora presto per questo. Forse per la data di Napoli il 24 ottobre riusciremo a portarlo.

Siamo alla fine, volete aggiungere qualcosa?

Gianni: Un grazie a te Fabrizio per lo spazio che ci concedi, alla Hellbones Records che ci ha adottato, ma soprattutto a tutte le persone che in questi anni ci hanno incitato a continuare. Ragazzi, se non ci conoscete ancora, potete seguirci sia su Instagram che su Facebook, per tutte le notizie: @stilemaofficial. L’appello finale va oltre a noi Stilema. In Italia abbiamo tantissime ottime band, l’unico modo che avete per farle crescere è andare ai loro concerti, trovate quelle che vi piacciono, ascoltatele e supportatele come potete. È ovvio che siamo tutti più interessati ai grandi nomi storici della musica, ma l’unico modo per non far morire sul nascere delle piccole realtà che potrebbero fare molto se fosse loro data una possibilità, è riservare un po’ di quel interesse che avete per i Metallica o gli Iron Maiden, anche per le band “minori”. Horns up! Ci vediamo in giro.

Stilema – Utopia

Stilema – Utopia

2020 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Gianni Izzo: voce, chitarra acustica Federico Mari: chitarra, voce harsh Francesco “Frenk” Pastore: basso, tastiera Domenico Pastore: batteria Wiktoria Denkiewicz: violino, voce

Tracklist: 1. Il Volo Eterno 2. Tra Leggende E Realtà 3. Ophelia 4. Mondi Paralleli 5. Da Qui Non Si Passerà 6. Anacrusis 7. Utòpia – 8. Armonie

Avevamo lasciato gli Stilema un paio di anni fa con la pubblicazione dell’EP Ithaka e li ritroviamo ora con un cd, Utopia, che mostra la maturazione artistica del gruppo di Ladispoli (Roma). Con il nuovo album Gianni Izzo e soci virano decisamente sulla strada dell’heavy metal, senza però rinnegare o abbandonare quell’alone di poesia che li ha sempre contraddistinti, rendendoli fin da subito personali e diversi dal resto della scena: se è vero che la chitarra ricopre ora un ruolo più importante rispetto al passato, non da meno sono le linee vocali di Izzo, cantastorie d’altri tempi al servizio del folk metal.

Utopia è un album prodotto dalla Hellbones Records in formato digipak, composto da otto canzoni per un totale di quarantadue minuti di durata. L’opener Il Volo Eterno è il classico brano di apertura nel quale la band riversa tutte le capacità al fine di realizzare una “canzone riassunto” che può essere considerata il manifesto musicale degli Stilema 2020. Tra Leggende E Realtà ha un sound tipicamente folk metal: andatura allegra e ottime linee vocali, senza dimenticare il violino sempre al servizio della composizione. L’intro di Ophelia, delicato e dolce, porta in un mondo nel quale i musicisti mostrano tutta la propria classe costruendo una canzone che, nonostante qualche urlo, non abbandona mai una sorta di romanticismo che la fa risaltare immediatamente fin dal primo ascolto. Di Mondi Paralleli rimane impresso il break a metà canzone, dove tutto cala e quasi dal silenzio riparte il violino per poi esplodere nel bel ritornello. Le sirene dei bombardamenti introducono Da Qui Non Si Passerà, probabilmente il brano più diretto ed efficace di Utopia. Si tratta di ottimo folk metal ricco di grandi riff di chitarra, stacchi potenti e ottime linee vocali: davvero ben fatto! Dopo il breve intermezzo Anacrusis si giunge alla title-track: gli Stilema non rifiutano la sfida di allargare il raggio sonoro e negli oltre otto minuti della canzone troviamo veramente un po’ di tutto, comprese alcune accelerazioni estreme che mai prima avevamo sentito in un loro pezzo. Stupisce in positivo il blocco centrale progressive (che prosegue più tardi con un guitar solo) presto ammorbidito dalla chitarra acustica e una sonorità che riporta al cantautorato. Se c’è un brano in grado di rappresentare le vaste possibilità del gruppo, beh quello è proprio Utopia. In chiusura del disco troviamo Armonie, con il pianoforte nella parte del leone per un dolce componimento che equilibra il cd e porta a conclusione con grazia un lavoro maturo e a tratti sorprendente.

Utopia fotografa gli Stilema anno 2020: una formazione che ha trovato la propria via e la percorre con sicurezza, conscia delle proprie capacità e libera da ogni tipo di limite. Complimenti Stilema!

Kalevala hms – If We Only Had A Brain

Kalevala hms – If We Only Had A Brain

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Simone Casula: voce – Daniele Zoncheddu: chitarra – Francesco Vignali: basso – Tommy Celletti: batteria – Dario Caradente: flauto – Enrico Cossu: viola, violino

Tracklist: 1. Song To Sing In Case Of Armageddon – 2. Victory Is For Suckers – 3. Dumbo Alla Parata Nera – 4. Mickey Finn – 5. Cyberkampf – 6. If We Only Had A Brain – 7. Die Moorsoldaten – 8. Root Radioed – 9. Medusa – 10. No Cheese = Blue Cheese – 11. For The Old World – 12. Elettrochoc (Matia Bazar cover) – 13. Les Peintres – 14. Principessa – 15. Tribù

Se tutti i dischi folk metal oriented pubblicati in Italia avessero la qualità e la freschezza di If We Only Had A Brain la scena tricolore sarebbe tra le più quotate al mondo. Le cose, purtroppo, non vanno in questo modo, ma il nuovo e a (troppo) lungo atteso disco degli emiliani Kalevala hms ha la forza per farsi rispettare dalla giovani e scalpitanti band, portando divertimento, riflessioni e ottime canzoni alla causa.

Sono passati ben otto anni da There And Back Again, secondo lavoro in studio, e sei da Tuoni, Baleni e Fulmini, doppio cd che comprendeva cover e pezzi diversamente arrangiati e dvd live. Da allora ci sono stati live e festival, ma il nome degli emiliani ha iniziato a circolare sempre meno fino a quando, finalmente, è arrivato l’annuncio del nuovo If We Only Had A Brain, cd composto da ben quindici tracce ma che non arriva ai cinquanta minuti di minutaggio. Musicalmente i Kalevala hms suonano sempre alla loro maniera: musica rock, irish, progressive e un tocco di metal sono sapientemente mescolati al fine di produrre un sound personale e immediatamente riconoscibile come in pochi possono vantare. Nel corso degli anni lo stile del gruppo non è mai mutato nonostante i cambi di formazione, ma non sono mancate le piccole novità che rendono i nostri sempre “nuovi” da ascoltare. Anche in If We Only Had A Brain c’è spazio per qualcosa che ai più potrebbe risultare insolito, ma conoscendo Zoncheddu e soci non ci si può meravigliare. Le quindici canzoni sono sì tante, ma anche varie e dinamiche, non ci sono brani che si assomigliano tra di loro, eppure dalla prima all’ultima nota si riconosce subito lo stile dei Kalevala hms. Song To Sing In Case Of Armageddon è il classico biglietto da visita che riassume tutte le caratteristiche dei musicisti, mentre Victory Is For Suckers (“un’apologia rock’n’roll  del fallimento”) unisce violini e chitarre crude alla Malcolm/Angus Young, ma è conDumbo Alla Parata Nera che arriva la prima sorpresa: si tratta della rivisitazione con testo modificato del classico Disney, una marcia tetra ed efficace che porta a Mickey Finn, brano teatrale e oscuro che avanza con sicurezza e potenza guidato dal sempre in forma Simone Casula. Con Cyberkampf si cambia registro: canzone multiforme e senza una chiara direzione, sembra la trasposizione musicale del libro 1984 per quanto folle e inquietante. Arriva il turno della title-track, anche questa una rivisitazione del classico Disney Il Mago Di Oz. Il testo è stato riscritto e sembra una trista constatazione dei tempi che corriamo… “se solo avessimo un cervello”… peccato che per molti non sia così! Dopo lo spensierato If We Only Had A Brain arriva la pesante (nel senso di tema trattato) Die Moorsoldaten, canzone della resistenza tedesca scritta nel campo di concentramento di Börgermoor e fatta circolare in Europa con lo stratagemma di un calzolaio che infilò i fogli con testo e musica tra la suola e la tomaia delle scarpe. In questa versione cantata in tedesco, francese e italiano è presente il Coro Dei Malfattori, ospiti che fanno capolino anche in altri brani. Rock, veloce e dinamico, Root Radioed sgrulla via la malinconia e l’oscurità degli ultimi minuti a favore di un bel mix di musica colta nella quale spicca lo stacco heavy della chitarra di Zoncheddu presto doppiata dal flauto. Con Medusa si omaggiano i naufraghi di tutti i tempi, e con No Cheese = Blue Cheese si torna nei fantastici anni ’80, quando tutti noi eravamo vestiti con colori fluorescenti e il futuro sembrava una vittoria certa. La breve, spiazzante e bizzarra For The Old World fa da apripista a un grande pezzo della musica italiana, quell’Elettrochoc dei Matia Bazar che se fosse stata scritta dai Depeche Mode sarebbe stato un successo mondiale. La nuova versione è chiaramente rock, “stralunata” nelle strofe e massiccia nei ritornelli, una bella prova di coraggio e bravura decidendo di confrontarsi con un gruppo storico e una canzone iconica. Il francese di Les Peintres è elegante e ben si addice alle chitarre belle piene e alla rocciosa sezione ritmica, presto seguita da Principessa, canzone che cita Puccini e Morricone senza paura di alzare il gain della distorsione per quella che è una composizione atipica ma funzionale all’ascolto del cd. L’ultimo brano in scaletta è Tribù, epico e drammatico, un buon modo per portare a conclusione l’ascolto dell’album.

Registrato al Noise Studio di Francesco Chiari e masterizzato presso La Maestà di Giovanni Versari (Muse, Piero Pelù, Le Vibrazioni ecc.), If We Only Had A Brain è un lavoro intelligente e attuale visti i temi trattati (immigrazione, lotta al nazifascismo, naufraghi, controllo delle menti), coinvolgente e sempre fresco anche dopo ripetuti ascolti. L’oscurità è parte fondamentale della musica e dei testi, ma i Kalevala hms sono bravi a sdrammatizzare quando ce n’è l’opportunità. If We Only Had A Brain è un tipo di lavoro che non si trova spesso in giro e in questi anni è mancato alla scena italiana: bentornati Kalevala hms e non fateci aspettare tanti anni per il prossimo cd!

Intervista: Blodiga Skald

In piena pandemia i Blodiga Skald hanno pubblicato il secondo lavoro dal titolo The Undrunken Curse, un disco coraggioso che guarda oltre il “classico” folk metal. Purtroppo la band è stata bloccata nella promozione live, ma chiaramente guarda avanti in attesa di poter presentare le nuove canzoni sui palchi d’Europa. Il chitarrista Ghâsh non si è tirato indietro in questa chiacchierata, rispondendo e approfondendo diversi aspetti del nuovo cd e accennando alla pubblicazione di un’edizione limitata cd + libro.

Il secondo disco è stato pubblicato ad aprile e vi chiedo come ci si sente dopo un traguardo come questo e come state reagendo al fatto di non poter promuovere il nuovo materiale suonando concerti.

Ciao Fabri! Allora come ci si sente? Boh, normale ti direi ahahah. Siamo contenti di aver raggiunto questo traguardo e speriamo che sia un altro passo in avanti! Per il fatto di non poterlo promuovere a dovere, con release party, tour e festival è effettivamente castrante, ma la situazione è questa ed è comune a tutti gli artisti. Utilizzeremo questo tempo per provare tutte le nuove canzoni e fare uno show degno di nota alla riapertura.

The Undrunken Curse suona diverso da Ruhn e come sai ho mosso diverse critiche al nuovo disco, fermo restando la bontà generale del materiale. La prima cosa che si nota è la produzione, molto potente, forse pure troppo per quel che riguarda la batteria.

Partiamo da una base, se avessimo fatto il secondo album e fosse stato recepito come un Ruhn 2, mi sarei evirato seduta stante ahahah. Battute a parte, crediamo fermamente che una parte fondamentale di un artista sia l’evoluzione, se si rimane inchiodati alle stesse sonorità (tra l’altro esplorate sotto ogni forma da ormai trenta anni) non c’è evoluzione, non come la intendo io perlomeno, per questo ci abbiamo messo tre anni a farlo uscire. La produzione, per tornare poi alla tua domanda, è diversa quasi per necessità; ci siamo dovuti adattare alle enormi orchestrazioni che ci sono dietro e che hanno preso, oltre alla maggior parte del tempo per quanto riguarda gli arrangiamenti, anche un grande fetta dello “spazio” disponibile nel mix, nonché, sempre per scelta, sono quelle che risaltano meglio nel master (e nel lavoro) visto in toto. La grande differenza iniziale rispetto a Ruhn è proprio questa, un lavoro enormemente più orchestrato, quasi cinematografico, che ha richiesto una potenza di lavoro diversa, senza però dimenticare i classici giri folk danzerecci che sono stati la nostra fortuna.

C’è un volto nuovo al violino: come mai questo cambio e quanto ha portato la nuova arrivata al sound dei Blodiga Skald?

Sì, diciamo che dopo l’ultimo tour europeo ci siamo seduti e abbiamo valutato insieme cosa fare per il futuro. Sia le spese che avremmo dovuto affrontare che la mole di live che ci aspettava (e che avevamo già fatto, e fidatevi fare tour da due o tre settimane, in tutta Europa, al minimo delle spese è estremamente sfiancante sia fisicamente che psicologicamente) hanno fatto prendere la decisione di lasciare la band a Vittoria. Fortunatamente abbiamo trovato quasi subito Sefora (Yindi) interessata al progetto: il suo inserimento nella band è stato facile, ci siamo subito trovati per quanto riguarda i gusti musicali e ha dato un’enorme mano per gli arrangiamenti (purtroppo il conservatorio classico ha un suo peso ahahah). L’idea di evoluzione nei Blodiga Skald era già presente prima dell’arrivo di Sefora, che si è però adattata subito alla situazione e, grazie ad un ottimo feeling, ha contribuito in piccola parte alla composizione ma soprattutto agli arrangiamenti del nuovo album.

Anche la voce di Axuruk ha un ruolo diverso rispetto al passato: più “intrattenitore” e teatrale, sempre con un bel growl profondo. Quanto ha inciso il cambio di rotta musicale nel suo modo di cantare?

Semplicemente Axuruk non è un cantante, ma uno showman! Si è adattato facilmente anche perché è stato uno dei primi promotori di questa svolta folk/cinematografica/orchestrale o come la si vuole chiamare.

Infine, alcune canzoni (o parti di canzoni) mi sono sembrate un po’ forzate, quasi a cercare il sorriso dell’ascoltatore o il punto esclamativo sulla fronte dalla sorpresa. Così come i riferimenti alla musica classica, fuori luogo (o non ben contestualizzati) a mio modo di vedere.

Per la prima parte della domanda, sì, è proprio quello che cercavamo; non il solito disco folk metal che già sai dove ti porterà, come una strada che conosci ormai a memoria. Quello che abbiamo cercato, invece, è una continua sorpresa, uno scoprire nuovi percorsi, o come ha detto un caro amico “un caleidoscopio di influenze” che (speriamo) stimolino l’ascoltatore ad ascoltare e riascoltare i pezzi per trovare sempre qualcosa di nuovo, senza rinnegare ne il genere ne quello che abbiamo fatto prima, ma tentando di evolverlo e di evolverci anche noi; sicuramente non si potrà dire facilmente “ah si i Blodiga Skald quelli che suonano come (gruppo X)” e questo ci piace, tanto.😉 I riferimenti alla musica classica erano già presenti, anche se in piccola parte, in Ruhn (Follia è un omaggio a Vivaldi), qui sono stati sicuramente più esplorati, anche se sono circa tre o quattro minuti in un album che ne dura quasi cinquanta; fa parte del background di tutti i musicisti dei Blodiga Skald l’amore per la musica classica e questo è un fatto. 😊 Abbiamo anche inserito una ballata, suonata con un liuto spagnolo del 1600 e cantanta da Yindi, che si avvicina ad una canzone folkloristica classica; le sorprese in The Undrunken Curse sono tante e sono tutte volute. 😉

Dietro a The Undrunken Curse c’è un concept che vale la pena raccontare e che se non sbaglio potrebbe diventare un libro. Ti chiedo, quindi, di raccontarci di più dei testi e di darci qualche informazione sulla pubblicazione del libro.

Intanto sì, ti confermo che il libro è finito e sarà presto messo in prevendita sul nostro store e venduto con una special edition del disco. Senza fare troppi spoiler, il disco è un concept album “circolare” ovvero i fatti che accadono nel finale dell’album si ricongiungono con l’inizio (ecco perche c’è un intro e un ourtro del disco sostanzialmente uguali, ma suonati con intenzioni diverse, proprio per dare questa sensazione di circolarità). Come ti dicevo niente spoiler, ma annoveriamo nella storia maledizioni che impongono la sobrietà (undrunken curse), nani senza barba e capelli, viaggi in nave e loop temporali!

Nel brano Yo-Oh The Sail Is Low è presente Keith Fay dei Cruachan. Come è nata la collaborazione e in che maniera avete lavorato con lui? Qual è il disco della band irlandese che preferisci?

Abbiamo suonato assieme a Bucharest e già li è nata una forte amicizia, ci siamo poi rivisti al Malpaga di un paio di anni fa e abbiamo deciso di proporgli questa cosa, lui voleva prima aspettare di sentire il pezzo (giustamente) e poi risponderci. Appena finita Yo-Oh The Sail Is Low gliel’abbiamo mandata, è stato entusiasta del pezzo e ha deciso dove cantare e cosa, ci ha mandato la registrazione e via. La cosa che vogliamo far presente è che avrebbe potuto chiederci dei soldi per il tempo o per il materiale che ha usato, e invece non l’ha fatto. Grazie ancora Keith!

Nella recensione ho detto che The Undrunken Curse potrebbe essere un album di transizione e che i “veri” Blodiga Skald si vedranno con il terzo lavoro. Sarà così? State già scrivendo qualcosa per prossimo cd?

Croce e delizia dei Blodiga Skald è che hanno bisogno di tempo per scrivere delle cose che ci soddisfino a pieno, quindi sì, stiamo già scrivendo cose nuove e vogliamo fare un terzo album, ma le cose buone hanno bisogno di tempo. Non so come sarà il terzo album, sicuramente sarà diverso da Ruhn e da The Undrunken Curse, questo è sicuro.

Con la pandemia i concerti e i festival sono praticamente saltati tutti, forse mandando all’aria i vostri programmi promozionali. Come contate di recuperare e farete qualcosa di particolare? C’è qualcosa che bolle in pentola per la prossima stagione concertistica?

Con molta probabilità salterà il nostro tour di fine settembre e il release party qui a Roma, sposteremo le date per il 2021 e nel mentre lavoreremo a come proporre uno show migliore per i nostri fan! Stiamo lavorando anche molto sui social, forse a breve potremmo fare un live acustico in diretta Facebook, chissà…

Un anno fa avete suonato in apertura agli Arkona e ti chiedo cosa si impara da queste situazioni, quando si ha a che fare con band che hanno fatto la storia del genere.

Intanto la cosa che ci fa più piacere è che quando arriva un gruppo folk metal grande a Roma e si cerca un apertura, gli organizzatori pensano sempre a noi (senza chiederci mai soldi, siamo sempre stati estremamente contrari al pay to play), e questo ci riempie di orgoglio. Fortunatamente siamo quasi “abituati” ad aprire a gruppi grandi sia in italia che all’estero e quello che vedi è la differenza tra chi fa questo per lavoro e chi no. La qualità si paga e le performance di chi campa facendo il musicista sono di un altro livello, c’è poco da fare. Un’altra cosa che si impara da queste situazioni è la professionalità dei musicisti e degli addetti ai lavori, ma appunto torniamo a ciò che ho detto prima.

Negli ultimi anni avete girato parecchio, anche in Europa: vuoi fare da talent scout e nominare un paio di gruppi che hai avuto modo di conoscere/ascoltare e non sono noti in Italia?

Ahahah allora nomino sicuramente i Leecher, abbiamo fatto un tour intero assieme ed oltre ad essere dei ragazzi stupendi propongono qualcosa di inedito, che non è poco! Altro gruppone i Fiery Waltz, totalmente sconosciuti ma tecnicamente mostruosi, i Death slovacchi, bravi bravi!

Ultima domanda: credi che esista una scena folk metal italiana? E romana?

Esiste, esiste! Da quando abbiamo iniziato a girare per l’italia abbiamo conosciuto gruppi validissimi per tutta la penisola, a parte i notissimi Furor Gallico, persone stupende, con i quali abbiamo condiviso il palco qui a Roma e il cantante ci è venuto personalmente a fare i complimenti dopo la nostra performance al Malpaga, estremamente carini. Abbiamo stretto grandi amicizie con i Calico Jack di Milano, con i fratelli Legacy Of Silence di Torino (addirittura il cantante ci sostituisce Axuruk quando non può suonare), i Kormak o gli Elkir con cui abbiamo diviso il palco più volte! Per quanto riguarda la scena romana, a parte gli amici di ormai (stra)vecchia data Dyrnwyn e noi Blodiga Skald, non conosco altre band di folk metal nel vero senso del termine, molte magari le definirei piu black, sostanzialmente.

Grazie per le risposte, soprattutto per quelle delle domande meno simpatiche. Spero di rivedervi presto in concerto!

Non esistono domande scomode ma solo interlocutori svogliati!