Æxylium – Tales From This Land

Æxylium – Tales From This Land

2018 – full-length – Underground Symphony

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Steven Merani: voce – Fabio Buzzago: chitarra – Roberto Cuoghi: chitarra, banjo, cornamusa – Gabriele Cacocciola: basso – Matteo Morisi: batteria – Gabriele Guarino: flauto – Federico Bonoldi: violino – Stefano Colombo: tastiera

Tracklist: 1. Prelude To A Journey – 2. Black Flag – 3. Into The Jaws Of Fenrir – 4. Aexylium – 5. My Favourite Nightmare – 6. Banshee – 7. Tales From Nowhere – 8. Revive The Village – 9. The Blind Crow – 10. Judas’ Revenge – 11. Radagast

Nel 2016 esordirono con l’EP The Blind Crow e a due anni di distanza gli Æxylium tornano sul mercato con il full-length Tales From This Land marcato dalla storica etichetta italiana Underground Symphony. Tra i due lavori sono passati solo ventitré mesi, ma sembrano molti di più considerando i progressi compiuti dalla band di Varese. Non che le premesse mancassero: The Blind Crow è un dischetto composto da tre buonissime canzoni che non a caso sono state ri-registrate e inserite in Tales From This Land, ma non era per niente scontato riuscire in poco tempo a realizzare un disco in grado di ben figurare vicino a cd di formazioni dal blasone internazionale.

La prima cosa che si nota è la qualità audio, molto buona. Tales From This Land è stato registrato vicino Milano al Twilight Studio da Davide Tavecchia (che nel campo del folk metal ha già lavorato a Behind The Front Page degli Atlas Pain), con il mastering affidato a un vero guru del settore, ovvero Simone Mularoni (Elvenking, Necrodeath, Labÿrinth, Wind Rose di Stonehymn ecc.). Altro punto a favore immediatamente riconoscibile del cd è l’impatto della grafica: Pierre-Alain Durand di 3mmi Design ha realizzato copertina e booklet con grande cura, in particolare il libretto di dodici pagine presenta diverse illustrazioni che variano a seconda degli argomenti dei testi fedelmente riportati. La confezione, infine, è un digipak dai colori molto accesi, in contrasto con quelli più soft del booklet.

Tanta attenzione e cura, però, sarebbero inutili se la musica contenuta nel disco non fosse all’altezza della situazione. I quarantadue minuti di Tales From This Land sono invece di notevole qualità, le dieci canzoni (più intro) si lasciano ascoltare con grande piacere e non sono presenti riempitivi al fine di allungare il minutaggio. Quello degli Æxylium è un folk metal roccioso ma che non sconfina nell’estremo, ricco di melodie di flauto, violino e banjo con un tocco di cornamusa, ma che vede la chitarra sempre al centro dell’azione. La tastiera di Stefano Colombo è preziosa nei suoi interventi senza mai essere invadente e in generale regna un grande equilibrio tra gli strumenti, così come tra le parti più irruenti e quelle più melodiche e soft. L’unico aspetto che non convince appieno è il cantato growl che ogni tanto fa capolino tra le tracce di Tales From This Land e che è protagonista nella tirata Banshee.

Dopo l’intro Prelude To A Journey tocca alla movimentata Black Flag aprire le danze nel migliore dei modi: riff gagliardi e melodie immediate sono aspetti fondamentali del brano che è impreziosito da un assolo di chitarra, fatto piuttosto raro in questo genere. Il ritornello di Into The Jaws Of Fenrir è una forza della natura, senza nulla togliere agli strumenti folk e alle buone accelerazioni di batteria, mentre con la seguente Æxylium viene raccontata la storia del nome:

Some ancient manuscript found a long time ago
Tells of an old place, named “Aexylium”
Prisoners and murderers accused of fearful crimes
Were judged and locked up, their life was no more as before
They were rotten to the core
Blinded and torured by guards, forsaken by hope

La canzone è molto piacevole all’ascolto, vicina agli Elvenking più ispirati, vuoi per le linee vocali, vuoi per la struttura musicale. Sia chiaro che non si sta parlando di una band clone, tutt’altro: gli Æxylium suonano già personali nonostante i pochi anni di attività, per di più fanno largo uso di strumenti popolari e le composizioni non risentono di altre influenze. L’ascolto prosegue con My Favourite Nightmare, pezzo caratterizzato dalla presenza in prima linea del flauto di Gabriele Guarino e di un guitar work tendente “al moderno” durante le strofe. I ritmi si fanno serrati in Banshee, il brano più aggressivo del cd ma introdotto da belle melodie durante il primo minuto della canzone:

Messanger of death
Omen of an end that soon will come
You can hear her wail
Suffocating auspice of your demise

La titletrack, con 4:46 di durata, è la composizione più lunga del platter insieme a Judas Revenge e contiene tutti gli ingredienti che rendono Tales From This Land un piatto riuscito: melodie piacevoli e ritornelli azzeccati ben “studiati” nella fase di composizione che ha chiaramente dato i frutti sperati. La cornamusa introduce l’allegra Revive The Village, ovvero il racconto del fine settimana a suon di birra, donne e combattimenti, come la migliore tradizione folk metal richiede. L’ottima The Blind Crow (presente nel demo di debutto) suona nella nuova veste ancora più convincente ed è sicuramente uno dei pezzi meglio riusciti degli Æxylium. Judas Revenge e Radagast chiudono in maniera brillante Tales From This Land: il primo è il classico brano folk metal dal piglio allegro e frizzante, ricco di melodie, mentre il secondo vede protagonista l’istari di tolkieniana memoria, una tematica che in questo genere sta sempre bene. Il testo traccia il personaggio, tra amore per la natura e l’erba pipa, in un contesto folk metal tradizionale.

Il matrimonio tra Æxylium e Underground Symphony è partito con il piede giusto, il disco è bello da ascoltare e la veste grafica di prim’ordine. Tales From This Land non teme la concorrenza estera e mostra, insieme a una manciata di cd usciti negli ultimi mesi, quanto la scena folk metal italiana stia facendo bene e possa ancora crescere in numero e in qualità.

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Lou Quinse – Lo Sabbat

Lou Quinse – Lo Sabbat

2018 – full-length – Sliptrick Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: IX. L’ermite: voce – XIX. Lo Solelh: chitarra – XVIII. La Luna: basso – Lo Mat: batteria – I. Lo Bagat: organetto – VII. Lo Carreton: flauto, cornamusa

Tracklist: 1. Sus La Lana – 2. Chanter Boire Et Rire Rire – 3. Diu Fa’ Ma Maire Plora – 4. La Dancarem Pus – 5. Lo Cuer Dal Diaul – 6. Dessùs La Grava De Bordeu – 7. Giga Vitona – 8. Purvari E Palli – 9. Lo Boier – 10. La Martina – 11. La Marmòta – 12. Sem Montanhòls

Una delle formazioni più snobbate e sottovalutate del panorama italiano del folk metal è quella dei Lou Quinse, band piemontese che dal 2006 sputa folk e diavoli in varie salse. Il gruppo guidato da L’Ermite si autodefinisce “alpine extreme metal folkcore” e arriva al secondo disco dopo il debutto Rondeau De La Forca del 2010: rispetto al primo album Lo Sabbat è decisamente un lavoro più maturo e personale, molto è cambiato (e migliorato) in questi anni, fermo restando l’attitudine caciarona e sfrontata che da sempre li contraddistingue.

Il disco si presenta veramente bene: digipak bello colorato e con una copertina semplicemente spettacolare sono i primi passi per avere il gradimento del pubblico, e Lo Sabbat sotto questo punto di vista non ha veramente nulla da temere. I disegni e lo stile sono volutamente vicini a quelli del pittore ceco Alfons Mucha, i Lou Quinse hanno voluto osare qualcosa di diverso dal solito artwork folk metal e il risultato è davvero eccezionale. Con una grafica del genere è lecito aspettarsi un booklet da far strabuzzare gli occhi, e in parte è così: il libricino è esteticamente perfetto e i testi in lingua occitana, oltre a una breve presentazione, sono tradotti in inglese. Solo che nel cd il booklet non c’è, in quanto il file può essere visto e scaricato dal sito ufficiale dei della band, una scelta che danneggia non poco chi acquista il disco fisico.

Le cornamuse e le chitarre di Sus La Lana accolgono l’ascoltatore in un salotto musicale che con Chanter Boire Et Rire Rire (in un certo senso il singolo del disco) si rivela tutto tranne che accogliente. Il folk metal dei Lou Quinse è veloce e spietato, maledettamente orecchiabile anche quando i tempi si fanno spinti e la musica non da un attimo di tregua. Cori e accelerazioni brutali contrastano con la melodia che dal fondo s’innalza prepotente e in questo brano la vocazione al caos raggiunge picchi epici. Il ritmo è ancora sostenuto in Diu Fa’ Ma Maire (ovvero la descrizione della dura vita del pecoraro) e il tono continua ad essere serio ma beffardo, in linea con il testo. Con La Dancarem Pus le cose si fanno diverse, i Lou Quinse si muovono in un terreno meno pesante nella prima parte e tirano fuori una composizione più articolata del solito che mostra la crescita dei musicisti. Dopo la feroce Dessùs La Grava De Bordeu, Giga Vitona porta una ventata di puro cazzeggio in up-tempo che fa tanta allegria; interessante notare come, a un certo punto, spunti fuori una melodia che il fan del folk metal italiano conosce molto bene, in quanto è quella di La Caccia Morta dei Furor Gallico. In questo caso, come fu per Oakenshield e Storm con Earl Thorfinn e Oppi Fjellet, la melodia utilizzata nelle due canzoni è la stessa in quanto entrambi i brani traggono la propria ispirazione dalla medesima fonte popolare. Domenico Straface, brigante cosentino nel XIX secolo, è il protagonista di Purvari E Palli, pezzo che vede anche una parte cantata in calabrese e che non risparmia nulla in fatto di folk e voglia di ribellione. La seguente Lo Boier è una canzone dai significati simbolici legati all’eresia dei catari (movimento che nel XII e XIII secolo ebbe un discreto seguito in Linguadoca, Occitania, Italia ed est Europa prima della violenta soppressione per mano della Chiesa) utilizzando la storia della sfortunata pastorella Joana. Lo Sabbat arriva al terzo atto, “La Martina”: dopo uno strumentale dai toni malinconici le melodie allegre di La Marmòta (con le parole tratte del poeta/politico anticlericale Angelo Brofferio) suonano spensierate a differenza del testo carico di tensione. Un canto di montagna e liberazione porta a conclusione il disco: Sem Montanhòls è forse la migliore maniera per terminare i quarantasei minuti dell’album. Pezzo acustico e ritmato, sentito dai musicisti quanto dagli ascoltatori perché i Lou Quinse nel coinvolgere il pubblico sono bravissimi.

Il disco quindi cresce con gli ascolti e la seconda parte in particolare riesce a donare ogni volta delle piccole novità che rendono Lo Sabbat sempre fresco. Quasi tutte le canzoni del disco sono prese (sia testi che musica) dalla tradizione popolare locale e in seguito elaborate fino a farle suonare Lou Quinse al 100% senza però perdere quell’alone alpino che è fondamentale per il sound del gruppo.

Detta dell’alta qualità della musica, è giusto parlare anche dall’ottima produzione, all’altezza delle canzoni e che fa suonare tutto naturale e potente senza minare minimamente la credibilità del lavoro svolto dai musicisti. Gran parte del merito va riconosciuto a Tino Paratore, nome di culto nel punk/hardcore, che ha registrato e missato Lo Sabbat, con Tom Kvalsvoll (Trollfest, Kampar, Darkthrone, Windir ecc.) che ha curato il mastering al Kvalsonic Lab di Oslo.

Anni di silenzio possono distruggere un gruppo e sgretolare il seguito che negli anni si è meritato, ma nel caso dei Lou Quinse è stato utilissimo per lavorare con impegno a un disco come Lo Sabbat, lavoro che li deve per forza far uscire dall’indifferenza del sonnacchioso pubblico e lanciarli verso palchi ed eventi di caratura internazionale.

Intervista: Insubria

Sono giovani, pieni di talento e con un sound personale. Gli Insubria si sono affacciati da poco sul mercato con l’EP Nemeton Dissolve e Mister Folk non poteva certo perdere l’occasione d’intervistare la band per saperne di più su nome, testi e musica. Per supportare il gruppo lombardo potete acquistare il loro merchandise su BigCartel. Buona lettura!

Partiamo da vostro nome, Insubria. Un modo diretto per mettere subito le cose in chiaro e far capire all’ascoltatore il legame che c’è tra voi e la vostra terra?

È stato difficile scegliere un nome che rappresentasse al meglio lo spirito del progetto. Cercavamo qualcosa che fosse evocativo ed immediato, che sottolineasse una forte connessione con una realtà storica a noi vicina e facesse da cornice alle immagini che vorremmo trasmettere con la nostra musica. L’Insubria nel suo senso più ampio è una regione che ospita una gran quantità di contesti ed ambienti diversi come fiumi, laghi, colline e montagne, portatori di altrettanti significati ed emozioni: tutti elementi che vogliamo celebrare.

Raccontateci come vi siete formati e quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati di raggiungere.

Il progetto nacque dalla mente di Manuel, il quale ebbe l’idea di mettere su carta e su pentagramma i propri pensieri riguardo natura, storia e folclore e, nel giro di qualche mese, riuscì ad assemblare il primo nucleo degli Insubria. Dopo qualche cambio di formazione giungemmo alla formazione attuale, che raggiunse la stabilità nei primi mesi del 2017, data della fondazione ufficiale della band.

Cerchiamo di fare musica nella maniera più ragionata e professionale possibile. Ci interessa relativamente la quantità, al primo posto per noi c’è la qualità. Come tutte le band che vorrebbero fare della propria arte qualcosa di più che un semplice hobby, vorremmo ritagliarci un posto nella scena folk metal italiana e, perché no, estera. Senza rimpianti: vogliamo lavorare con ciò che ci piace per creare ciò che ci piace.

Semplificando molto si potrebbe dire che la vostra musica unisce lo swedish death metal con il folk metal. Siete d’accordo con questa visione della vostra musica?

Ci piacciono molto il metal melodico ed il folk metal, possiamo quindi dire che essi siano la nostra principale fonte di ispirazione, ma non crediamo che solo questo possa definire il nostro sound, il quale è in continua espansione. Ci piace molto sperimentare e cerchiamo di non legarci ad un genere in particolare. Attingiamo da tutto ciò che ci piace: da ciascun genere e sottogenere senza pregiudizi

Avete pubblicato l’EP Nemeton Dissolve. Perché questo titolo? Per voi cosa rappresenta questo lavoro?

Volevamo un titolo concettualmente violento e contemplativo allo stesso tempo. Il Nemeton che si scioglie è la fine di qualcosa, la fine di un rito, di una magia, di un tempo. Oggi viviamo in un mondo dove il Nemeton si è dissolto. Non esiste più quella magia, che era sì ingenua, ma che colorava il mondo e la natura con colori sempre nuovi. Non c’è più meraviglia, le storie e leggende sono trattate come fiabe da raccontare per passare il tempo, quando in realtà c’è di più, molto di più dietro. Il folclore è ricerca, è pensiero. Non dobbiamo scartare a priori un valore solo perché considerato superato dalla modernità. Cerchiamo di trarre il buono e l’equilibrio da tutto, cerchiamo di far tornare un po’ di magia in questo mondo.

Di cosa parlano i testi delle tre canzoni dell’EP? I titoli sono tutt’altro che scontati, quindi sono molto curioso di saperne di più…

I testi delle canzoni sono tutti opera di Manuel. Gli piace parlare per metafore, allegorie… Vogliamo che le parole siano un tutt’uno con le canzoni, e riteniamo che ciò sia fondamentale per noi: diamo molta importanza al testo, al contenuto e alla forma. La musica è arte, e le parole stesse sono musica. Abbiamo molto a cuore la natura e la storia, sia essa passata, presente o futura. Vogliamo raccontare cosa tutto ciò significhi per noi.

Partiamo da Vitruvian, primo singolo dell’EP e opening track del terzetto. L’idea per il testo nacque durante un’escursione sulle Alpi Orobie. La canzone parla dell’effetto dell’inquinamento atmosferico sulle nostre terre. Esso è rappresentato nella canzone da una nube colossale che avanza inesorabilmente erodendo tutto ciò che incontra fino ad abbattere il mondo così come lo conosciamo.

La seconda traccia, Light Striving To Be Born, è una riflessione intimista sul concetto di “decadenza degli ideali”. Il mondo moderno sembra aver dimenticato com’era il valore della natura un tempo, quando l’Italia ed il mondo ospitavano molte popolazioni devote ad essa. La visione del mondo era meno antropocentrica, era più equilibrata e propensa all’armonia, senza tuttavia dimenticare i difetti e le limitazioni del pensiero di allora, ovviamente.

L’idea per la canzone conclusiva, On Whispering Hills, nacque durante una notte trascorsa sulle colline. Osservando dall’alto la Pianura Padana, Manuel si chiese se quel mare di luci che vedeva fosse davvero la terra che i nostri antenati avrebbero voluto lasciarci. Ovviamente la risposta è negativa, e da questo nasce il desiderio di una nuova primavera per quel mondo soffocato dall’asfalto.

La canzone On Whispering Hills mostra tutte le vostre potenzialità. Credo che in quel brano vi siete lasciati trasportare dall’ispirazione e il risultato è davvero notevole.

Grazie molte, abbiamo ricevuto un sacco di complimenti per quella canzone in particolare. Diciamo che con On Whispering Hills abbiamo voluto dare libero sfogo alla nostra creatività. Volevamo che la traccia conclusiva di Nemeton Dissolve fosse un preludio per quello che potrebbe diventare il nostro sound, ovviamente evolvendo continuamente, senza adagiarci su nessuno stilema.

Mi è piaciuto molto l’artwork del disco, elegante e raffinato, realizzato da Elisa Urbinati. C’era un’idea di base che lei ha sviluppato oppure ha avuto libertà artistica?

L’idea per l’artwork è cambiata spesso durante la produzione. Ci piacciono i soggetti eleganti ed incisivi, ed Elisa ha un talento straordinario per questo genere di opere. Volevamo una “i” inscritta in una ghirlanda di betulla e, da questo semplice canovaccio, Elisa ha fatto il resto. Il risultato ci ha convinto subito.

Quale sarà il prossimo passo degli Insubria? Un EP con più canzoni? State lavorando a qualcosa di nuovo?

Ora stiamo lavorando alla promozione dell’EP, a breve inizieremo a cercare un contratto discografico e se la sorte vorrà il prossimo lavoro degli Insubria sarà un album. Chissà. Abbiamo già ricevuto alcune offerte, ma per ora non abbiamo ancora contattato nessuna label che possa fare al caso nostro. Intanto stiamo lavorando alle nuove canzoni, le idee non mancano e la passione è tanta, veramente tanta e se dovessimo pubblicare un nuovo EP esso conterrà sicuramente più canzoni.

Com’è un concerto degli Insubria? Quante canzoni avete in repertorio e vi piace suonare qualche cover?

Durante i nostri live cerchiamo di essere coinvolgenti. Ognuno di noi cerca di attingere il meglio dalle proprie esperienze passate per donare dinamicità alla performance. Cerchiamo di mandare un messaggio al pubblico, obiettivo non sempre di facile riuscita visto che i testi delle nostre canzoni sono piuttosto intimisti e volutamente poco espliciti. La nostra scaletta contiene otto canzoni di cui sei originali: tre provenienti da Nemeton Dissolve ed altre tre inedite. Abbiamo due cover ri-arrangiate secondo il nostro gusto che proponiamo in rotazione nelle nostre scalette: Blinded By Fear degli At the Gates e Bed Of Razors dei Children Of Bodom. Le suoniamo semplicemente perché sono delle canzoni che apprezziamo moltissimo ed il pubblico ne è molto entusiasta.

Come vedete la scena folk metal italiana? Siete in contatto con altre band?

La scena folk metal italiana è viva e brulicante di band davvero meritevoli. Crediamo che essa non abbia nulla da invidiare a nessun’altra scena metal nazionale. Ha regalato perle inestimabili per lo sviluppo del genere, sia oltr’alpe sia, ovviamente, nella nostra penisola. Basti pensare a capolavori come De Ferro Italico degli abruzzesi Draugr o a Furor Gallico dell’omonima band. Anche le band emergenti hanno molto da offrire, e spesso regalano lavori incredibilmente apprezzabili. Ce n’è per tutti i gusti e speriamo di entrarne a far parte anche noi!

Purtroppo, essendoci formati da pochissimo, non abbiamo avuto ancora modo di poter suonare con altre band folk metal. Il nostro frontman, Manuel, ha avuto modo di conoscere Samuele e Fabrizio degli Atlas Pain, ragazzi simpatici e disponibili.

Avete carta bianca per dire qualunque cosa. Grazie per l’intervista!

Vogliamo ringraziare innanzitutto lo staff di Mister Folk per la piacevole intervista, i nostri fan e tutti coloro che ci sono stati vicini durante la scrittura, la produzione e la pubblicazione di Nemeton Dissolve. E ovviamente mandiamo un saluto speciale a tutti i lettori di Mister Folk! Seguiteci sui nostri profili social per tutti gli aggiornamenti e le novità future!

Insubria – Nemeton Dissolve

Insubria – Nemeton Dissolve

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Tracklist: 1. Vitruvian – 2. Light Striving To Be Born – 3. On Whispering Hills

Formazione: Manuel Ambrosoni: voce, basso – Michele Rinaldi: chitarra – William Esposti: chitarra – Mattia Cittadini: batteria – Matteo Valtolina: fisarmonica, tastiera

Insubria è il nome di una nuova realtà che si affaccia sulla scena tricolore. La band lombarda, nel giro di poco tempo, è riuscita a confezionare un EP di tre brani (undici i minuti di durata) che non è il tipico primo prodotto della formazione che muove i primi passi. In Nemeton Dissolve non sono presenti i difetti tipici degli esordienti (songwriting acerbo, influenze palesi ecc.), ma anzi presenta al meglio la formazione italiana a suon di idee vincenti e buon gusto nel creare le canzoni. Nemeton Dissolve è un lavoro realizzato con passione e professionalità. Tutto il lavoro in studio è stato svolto nel RecLab Studios di Milano con Larsen Premoli ed Emanuele Nanti, la scelta si è rivelata vincente per sound e potenza del cd: sono pochi i demo/EP che possono vantare un suono così gagliardo e “giusto” per la musica proposta. Molto bello, infine, il logo realizzato da Elisa Urbinati, elegante e diverso dai tipici loghi folk/extreme metal.

Vitruvian è un’ottima apertura di danze: dopo i primi secondi acustici e primaverili, diventa grintosa e swedish nelle chitarre, con il growl di Manuel Ambrosini che riporta alla mente la fantastica scena di Göteborg di anni or sono. Gli strumenti folk si posano delicatamente sulle trame delle sei chitarre con fare quasi timido ma efficace. Le iniziali note barocche di Light Striving To Be Born rimandano agli Einherjer del classico Dragons Of The North, ma gli Insubria mostrano subito i muscoli con un brano possente che non disdegna aperture melodiche e rallentamenti ricchi di groove. Terza e ultima canzone di Nemeton Dissolve è On Whispering Hills, sorprendente nella parte centrale dove i musicisti riescono a creare una parte affascinante con belle melodie, voce parlata e un’orecchiabilità fino a questo momento inedita che esplode in un ritornello bomba e successivo duello chitarra/tastiera da manuale. La sensazione è che gli Insubria in questa canzone abbiano voluto sperimentare molto: se questa era l’intenzione, il risultato è più che positivo!

Tre brani e appena undici minuti sono solitamente pochi per farsi un’idea precisa su un gruppo, ma nel caso degli Insubria sono abbastanza per capire che non si ha a che fare con una band qualsiasi: i ragazzi hanno davvero un grande potenziale e il mix swedish death e folk metal suona fresco e dinamico. Nemeton Dissolve è un ottimo modo per presentarsi al popolo del folk metal, gli Insubria hanno le carte in regola per fare grandi cose.

Collaborazione Mister Folk & Hellbones Records!

Ci siamo, HELLBONES RECORDS e MISTER FOLK annunciano l’inizio di una loro collaborazione riguardante il filone folk metal! Era già da tempo che ne parlavano i due interessati, Giacomo Daniele (Hellbones Records) e Fabrizio (Mister Folk), e ora la comunicazione ufficiale!

È un grande piacere per me collaborare con Fabrizio e il suo sito Mister Folk, specializzato nel folk/pagan/viking metal. Fabrizio è una persona semplice, come me, che mette passione in quel che fa!

Sono entusiasta di questa possibilità, Hellbones Records è una giovane etichetta guidata da una persona come Daniele che ama la musica e crede nel potenziale delle band.

Il primo frutto di questa collaborazione sarà il disco Ragnarok della one man band Bloodshed Walhalla (QUI trovate tutte le recensioni e le interviste) – in uscita nei prossimi mesi – un intenso viaggio viking metal all’interno della mitologia norrena.

Intervista: Duir

Ci sono voluti ben quattro anni per poter ascoltare il successore del demo Tribe, ma il nuovo EP Obsidio è un lavoro molto diverso dal predecessore, sicuramente più maturo e personale, frutto di tanto lavoro e vari cambi di formazione. I Duir ci racconta come sono passati questi quattro anni, del nuovo Obsidio (musica e testi) e del concerto dei sogni.

Sono passati ben quattro anni tra il vostro primo EP Tribe e il nuovo Obsidio. Cosa è successo in tutto questo tempo?

Nulla di interessante, solamente quattro bellissimi cambi di line-up: tra chitarristi “tira e molla” che Bonolis levati proprio, batteristi troppo impegnati, tastieristi che hanno viso la luce e infine cantanti deportati, ma tornati, da Auschwitz. Ci siamo dovuti rinnovare. Diciamo che abbiamo anche rischiato lo scioglimento, ma fortunatamente chi l’ha DUIR la vince. Ora siamo pronti a spaccare.

Come presenteresti Obsidio a una persona che non conosce i Duir?

È un disco con sonorità prevalentemente folk e black metal. Prodotto da una band underground, che sta cercando di affermarsi staccandosi dai canoni classici del genere. È un EP che vuole dimostrare le capacità della band e la tematica principale ruota intorno alla contrapposizione tra quello che si fa e fare e quello che sentiamo. Inoltre, aggiungeremo: “Se tè vol, te teo ‘scolti, dc.” (cit).

Quali sono i punti di forza del nuovo lavoro?

Sicuramente una produzione migliorata rispetto a Tribe, che più si avvicina agli standard odierni degli EP autoprodotti. Un tema più ragionato che cerca di ispirare le persone tramite anche il racconto, piuttosto che la ormai consueta mitologia celtica e pagana presa e abusata.

Come nascono le vostre canzoni? Lavorate di gruppo oppure c’è una persona che si occupa del songwriting?

Le canzoni nascono principalmente dalla mente di Mirko, il chitarrista, che dopo una prima stesura vengono portate in sala prove dove ognuno adatta ogni parte in base alle proprie emozioni. Cerchiamo di non attenerci al genere ma di lasciare che i nostri gusti influiscano naturalmente sul risultato finale, per noi questo è molto importante, perché siamo stufi di sentire le solite cose. Come potrai aver notato, le canzoni come Destarsi, Insomnia Seed e Obsidio tracciano una linea profondamente diversa da quella evidenziata nel nostro primo demo Tribe, questo perché cerchiamo tutti anche di sperimentare.

Alcuni brani sono in lingua italiana, altri in inglese. Come mai utilizzate due lingue? Continuerete così anche con il prossimo lavoro?

Siamo veramente attaccati alla lingua italiana e stiamo assolutamente spingendo per utilizzarla di più nelle prossime canzoni. Le canzoni in inglese sono un retaggio dei primi DUIR, dove si puntava più all’orecchiabilità che non ad evidenziare la nostra identità. Insomnia Seed rappresenta la nostra chicca perché Giovanni, il cantante, essendo stato all’estero usava giornalmente inglese e/o tedesco, infatti specialmente quest’ultima lingua (sì, c’è anche il tedesco), dona alla canzone una nota di aggressività e ansietà, che non pensavamo potesse essere resa così bene in altra maniera. Per questo non vogliamo precluderci la possibilità di utilizzare altre lingue oltre all’italiano.

Mi piacerebbe saperne di più sui testi delle canzoni. Da quel che ho capito sono una parte molto importante per voi e vi chiedo quindi di fare un track by track e raccontare come sono nati i testi.

Immagina ogni canzone come un determinato momento della giornata: all’inizio si è incoscienti (Inconcio), durante la fase del sonno, dove i sogni fanno da padrone e ti portano a sentire emozioni sempre più forti alternate ad emozioni più flebili. Dopodiché c’è la sveglia (Rise Your Fears), quando la mente viene assalita dalle paure del passato, ma deve essere concentrata sul presente, perché altrimenti non si può reagire a quello che succede. Con Dies Alliensis arriva la battaglia vera e propria, dove la persona deve guadagnarsi il suo posto nel mondo. Quando infine ci si ritrova a letto, è impossibile non pensare a quello che si sarebbe potuto fare, a tutte quelle cose che avremmo voluto fare meglio, allontanandoci dal sonno (Insomnia Seed). Obsidio rappresenta, invece, la realizzazione che la routine è una prigione, costringendoci a trovare la forza di combattere per la nostra libertà o rassegnarsi. Speriamo che adesso tu possa vedere le canzoni sotto una luce diversa.

All’inizio sono rimasto sorpreso dall’artwork di Obsidio: scarno e crudo, in realtà molto forte proprio per questo. Di chi è stata l’idea e come siete giunti alla sua realizzazione?

L’idea è stata di Giovanni, ma la realizzazione è stata di Chiara Bruscaggin, che non smettiamo di ringraziare. Cogliamo l’occasione per dire che gli uomini rappresentati, sono modelli che si sono prestati per posare nudi. L’artwork è scarno proprio per rappresentare lo stato in cui l’anima si riduce quando si è costretti a vivere la vita che non ci appartiene.

State lavorando a del nuovo materiale? Cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo cd?

Sì, stiamo lavorando a dell’altro materiale un po’ più introspettivo e cupo. Ma non vogliamo anticipare nulla per ora. Noi sentiamo di essere ancora in crescita e molti gusti personali si evolveranno col tempo, probabilmente trasformando i prossimi lavori.

Vi sentite parte della scena folk metal italiana? Avete contatti/amicizie con altri gruppi del genere?

Noi ci sentiamo parte della scena metal in generale, è inutile stare lì a scomporla troppo, siamo tutti sulla stessa barca. Durante il nostro percorso finora siamo diventati molto amici di Atlas Pain, Vallorch e Kanseil, che conosciamo e stimiamo. Se proprio volessimo etichettarci, non siamo nemmeno sicuri di rientrare nel genere folk che tutti intendo e siamo contenti così.

Potendo scegliere di suonare un concerto con altre tre band, quali scegliereste?

Guarda, la lista sarebbe troppo lunga, ma sicuramente un nostro sogno nel cassetto è poter aprire ai Selvans, Vinterblot e, perché no, Arkona.

Siamo al termine dell’intervista, a voi lo spazio conclusivo!

Ti ringraziamo tantissimo per l’intervista e ringraziamo tutti quelli che ci stanno supportando.