Intervista: Stormlord

Sei anni di attesa per poter ascoltare Far, nuovo lavoro dei capitolini Stormlord. Sei lunghi anni di domande e dubbi, sospiri e continui ascolti dei vecchi album. Ci son voluti sei anni, ma ne è valsa la pena! Far è probabilmente il punto più alto della creatura di Cristiano Borchi e soci, un lavoro che alza ulteriormente l’asticella dell’extreme metal, con i musicisti bravi nel riuscire ad amalgamare meravigliosamente epicità e black metal. È proprio questo il succo del disco: Far è un bellissimo e originale lavoro di epic black metal, nel quale gli Stormlord hanno inserito tutte le proprie abilità che, insieme alla lunga esperienza in palco e in studio, ha fatto sì che la band si esprimesse al massimo, capace di realizzare un disco senza un solo calo di tensione o, peggio ancora, un solo riempitivo. Tutte le canzoni di Far hanno ragione di esistere e si diversificano tra di loro per musica e testi: se il Mediterraneo e la sua storia è sempre al centro dell’interesse dei nostri, è la musica che ha fatto l’ennesimo passo in avanti, rendendo ancora più bello e intenso quello che già lo era nel precedente e ottimo Hesperia. Nelle dieci tracce di Far troviamo una band carica e desiderosa di proseguire l’esplorazione degli angoli più nascosti del genere, confezionando in questa maniera un full-length che suona fresco e accattivante anche dopo numerosi ascolti. Tutto in Far è giusto e al suo posto, a partire dai suoni e dalla produzione per arrivare a ogni singola sfumatura percettibile in cuffia, un lavoro che è targato 2019 ma che nel metal d’annata trova ispirazione e la trasforma in forma attuale e “moderna” senza perdere un briciolo di spontaneità.

Passati i quarantanove minuti del disco (vissuti spesso a bocca aperta) c’è voglia di ascoltare nuovamente le dieci canzoni che compongono il cd e quando la reazione al disco è questa vien da dire “chissenefrega se bisogna attendere sei anni per godere di un simile lavoro”. Bentornati Stormlord, il metal ha bisogno di voi!

foto di Erica Fava.

La sera del release party al Traffic Live di Roma ho avuto la possibilità di intervistare la band quasi al completo (il tastierista Riccardo Studer era impegnato con il soundcheck dei Dyrnwyn, band che aprirà il concerto) e approfondire alcuni aspetti di Fare non solo. Hanno risposto alle mie domande Cristiano Borchi (CB), Francesco Bucci (FB), David Folchitto (DF), Gianpaolo Caprino (GC) e Andrea Angelini (AA). Un grande ringraziamento ad Angelo di Scarlet Records e Gabriele e Martina di No Sun Music per aver permesso la realizzazione di questa bella e piacevole chiacchierata.

Sei anni di attesa per il nuovo disco: come mai tutto questo tempo?

FB: Ormai abbiamo abituato chi ci segue a questa dilatazione dei tempi tra un disco e l’altro, però per capire questa cosa bisogna capire che Stormlord è una band che fa musica per passione, nel senso che noi non abbiamo alcun tornaconto economico, noi facciamo uscire un disco quando ci soddisfa al 100%. Non seguiamo le regole del music business, quindi tutti noi dobbiamo fare i conti con il lavoro, abbiamo famiglia e le classiche cose. Soprattutto noi facciamo uscire il disco quando pensiamo di essere in grado di dire qualcosa in più, non siamo mai stati un gruppo che fa uscire il cd ogni due anni per essere sempre in auge, questo chiaramente cozza su come la musica viene trattata. Da quando la musica liquida è diventata così importante bisogna sempre essere sul pezzo, ma noi, con meraviglia, ogni volta che torniamo costatiamo che c’è ancora gente che ci aspetta e colgo l’occasione per ringraziarli perché mi rendo conto che sei anni sono un’eternità.

Con Far siete tornati a Scarlet Records, etichetta con la quale avete già lavorato.

CB: Ai tempi non ci siamo separati da Scarlet perché avevamo un problema con loro, semplicemente abbiamo avuto la possibilità di andare su Locomotive Records che, parliamo prima della crisi del mercato, 2008-2009, all’epoca la Locomotive aveva tre uffici in America, in Germania e in Spagna dove era affiancata da Warner, tra l’altro in Germania la faceva Chris Bolthendal dei Grave Digger. Èchiaro che una situazione del genere ci dava l’opportunità di far raggiungere il disco a più persone e quindi quando ci siamo sentiti con Scarlet gli abbiamo detto che c’era questa occasione e loro stessi hanno detto “bravi, andate! Che magari noi vendiamo più dischi del vostro catalogo” (ridacchia, ndMF). Èstato fatto tutto in modo amichevole e non c’è mai stato un problema. Siamo stati poi con Trollzorn per una scelta di un’etichetta un po’ più settoriale, adesso siamo tornati con Scarlet anche a fronte del loro forte interesse nei nostri confronti e devo dire che le cose stanno andando molto bene, loro sono entusiasti del disco e stanno facendo tutto quello che possono e anche di più. Stiamo lavorando davvero bene e le cose non potrebbero andare meglio.

Iniziamo ora a parlare del nuovo album, Far. Parlatemi dei testi che sembrano essere molto importanti per voi e sicuramente interessanti da conoscere.

FB: Innanzitutto ti ringraziamo per voler parlare dei testi, diamo sempre grande importanza al lato lirico delle canzoni e non sempre ci vengono poste delle domande sui testi, sono commosso (si ride, ndMF)!

Purtroppo i testi quasi non vengono più letti.

FB: Non più. Purtroppo è così e ci dispiace perché ci mettiamo un certo impegno. Per Far non si tratta di un concept perché mi sentivo soddisfatto di quanto fatto con Hesperia che invece lo era. Quindi i testi in questo senso non seguono un filo conduttore preciso ma hanno sempre a che fare con quelli che sono i “nostri” argomenti, e quindi ci sono temi classici che sono la mitologia, la storia di Roma e della Grecia e più in generale del Mare Mediterraneo, perché noi ci sentiamo tutti uniti da questo mare. C’è sempre quel filo conduttore che parte da pezzi di Mare Nostrum come And The Wind Shall Scream My Name e ovverosia una mia riflessione sull’uomo che trova compimento nel suo esplorare, scoprire lo sconosciuto, e questo mi piace ripeterlo sempre, andiamo in contrasto col classico messaggio del gruppo metal perché il nostro è un forte messaggio di tolleranza. Poi mi piace farmi ispirare dalla natura dei pezzi anche se poi non fanno parte di queste tipologie di testi che comunque sono i più importanti e abbiamo ad esempio Cimmeria, che trova ispirazione da un poema di Howard che è il creatore di Conan ed è la prima poesia che lui abbia mai fatto riguardante il mondo di Conan e il testo è integralmente trasposto per questa canzone, oppure Levante che si connette sempre al mondo come esploratore, ma l’ispirazione è una poesia di Walt Whitman che però ne capovolge il significato, ovvero che nella poesia Colombo esplora per la gloria di Dio, qui è l’uomo che esplora per la gloria dell’uomo. Poi c’èLeviathanche è un pezzo che parla dell’Etna, un simbolo del Mar Mediterraneo, con una parte cantata in catanese dal nostro fonico Giuseppe Orlando (nonché batterista dei The Foreshadowing ed ex Novembre): l’Etna come casa di Efesto, prigione dei venti per Eolo. Mediterranea come forse simbolo dei testi di Stormlord in quanto parla del privilegio di vivere in una terra nella quale ti basta chiudere gli occhi e puoi sentire l’eternità, nel senso la storia che vive sotto queste terre.

Sono felice di aver iniziato la chiacchierata su Far parlando con i testi perché sono una parte della musica che viene quasi sempre messa in seconda parte, ma che invece ha molta importanza ed è un peccato che anche le etichette, quando mandano i promo digitali, non inseriscano un file con i testi. Soprattutto con gli mp3 e la musica digitale ho l’impressione che non ci sia tempo e interesse verso i testi.

AA: Mi hanno fatto notare che ora Spotify, su alcune canzoni, compare anche il testo, è un segno positivo.

FB: Non di tutti, non credo di noi, magari degli U2 sì…

CB: È anche vero che molti gruppi, a livello di testi, non hanno molto da dire.

Nel corso degli anni, per esperienza-gusti personali-cambi di musicisti ecc., la musica è cambiata. Mi ricordo che all’epoca del vostro primo EP Under The Sign Of The Sword, non c’era internet, con gli amici dell’Appennino, parlando del disco che era sulle riviste ci dicevamo “ma che fanno questi?” e uno che vi aveva ascoltato disse “sono tipo i Bal-Sagoth”. Allora mi son detto “ah, black metal epico, magari sono fighi!” e mi procurai una cassetta tramite tape trading e così vi ascoltai per la prima volta.

CB: Beh sì dai, più o meno ci siamo. Magari un po’ più semplici.

Quindi ecco, dal primo disco a oggi c’è stata una grande evoluzione, in particolare per questo album ho sentito quasi delle chitarre “moderne”, se posso dire…

FB: Sìsì, puoi dirlo!

Un largo uso del growl e in alcuni frangenti ho avuto la sensazione di ascoltare qualcosa di vicino ai Behemoth per quel che riguarda l’atmosfera. Però metti la canzone e dici “sono gli Stormlord”, diversi da quelli di dieci o cinque anni fa, ma riconoscibili. La domanda è: quanto è difficile, se lo è, essere se stessi senza ripetersi andando avanti come gruppo e come musicisti.

CB: Guarda, io penso di parlare a nome di tutti, questa difficoltà noi non l’abbiamo mai percepita proprio per un discorso come quello che faceva Francesco. Non essendo noi un gruppo che deve tenere conto di un mercato, di dover far tornare i conti, far uscire un disco che deve seguire una strada perché i fan vogliono quello o altro. Noi lavoriamo spontaneamente senza alcun tipo di pregiudizio nei confronti delle nostre idee. In carriera abbiamo fatto pezzi acustici come TheCastway cantato in scream, Hesperia che è un pezzo semi elettronico cantato in italiano in growl…

Non ci sono limiti.

CB: Quello che ci piace, che secondo noi ci è venuto bene, lo portiamo avanti. Questa, secondo noi, è la chiave per rimanere se stessi: non abbiamo pressioni esterne, quindi i nostri gusti sono quelli. Possono essere arricchiti dai nuovi ascolti e dai tempi che vanno avanti, come dicevi te le “chitarre moderne” sono nuove influenze sicuramente anche nel modo di suonare, ma siamo sempre noi perché di base è musica genuina, sincera, che viene da dentro perché non ha bisogno di non essere così perché non abbiamo costrizioni di sorta, né dobbiamo sbrigarci, né dobbiamo seguire schemi collaudati “perché così vendiamo tot”, tutti questi discorsi con noi non ci sono e questo permette di portare avanti la nostra personalità e fare quello che vogliamo. Questo ci porta a un’evoluzione del sound, arricchire e modificare senza snaturare perché siamo sempre noi.

Testi legati al Mediterraneo e un importante messaggio, musica che è epica ma penso di poter dire che è anche il più aggressivo della vostra carriera

CB: Sì.

Ma è di un’epicità in alcuni punti…

FB: È quella l’idea, noi suoniamo extreme epic metal!

In alcuni passaggi, rischio di dire una castroneria, ma l’ho pensato: ci sono dei momenti di epicità pari a quelli di Imaginations From The Other Side dei Blind Guardian con tutt’altra musica. Voglia di uscire di casa e urlare al cielo qualcosa…

FB: Mi è capitato di descriverla come “musica per guardare all’orizzonte”. Quando sei talmente fomentato che vuoi sfidare il sole, ecco quella vorrei che fosse la sensazione che si ha quando si ascolta la nostra musica. Però sì, di base deve essere schifosamente epico un disco degli Stormlord.

La tua è una bellissima descrizione, mi hai fatto pensare a quando sono stato in Irlanda, a Doolin per la precisione. Arrivi lì e a un metro ci sono le scogliere a picco sull’oceano e dopo il nulla, la fine del mondo.

FB: Bravo, mi sei piaciuto, ti farò scrivere un testo per il prossimo disco! (risate, ndMF)

Musica iperepica, testi… iperepici e copertina… iperepica. Lui è un mostro sacro degli artwork…

Band in coro: È iperepico!

Come lavorate con Gyula Havancsák: gli mandate la musica, i testi, gli dite la vostra idea…

AA: La parte dell’artwork l’ho seguita io a nome della band. Abbiamo lasciato parecchia libertà a Gyula.

CB: Andy ha seguito da vicino Gyula.

FB: Posto che con Gyula ci lavoriamo dai tempi di Mare Nostrum, è il terzo disco che ci fa.

AA: Ci conosce, sapeva già più o meno su quali coordinate muoversi, la musica la conosce. Abbiamo fatto tra di noi un brainstorming per buttare giù qualche idea con la musica che avevamo già composto, lo abbiamo contattato e dato degli input, poi lo abbiamo lasciato libero di lavorare. Ci ha mandato delle bozze e noi gli chiedevamo delle correzioni, cambi colore ecc., ci sono comunque due artwork per il cd e il vinile ha un’apertura più ampia ed esalta ancor di più la copertina.

È la prima volta che pubblicate su vinile?

FB: Sì.

Che sensazione è?:

FB: Bellissima! Anche io ascolto musica quasi solo liquida, vuoi l’mp3 o Spotify, abbiamo comunque un grande amore per il vinile perché è il formato che c’era quando eravamo piccoli, ci siamo cresciuti, e per noi che diamo molta importanza all’artwork… ricordiamo tutti cosa vuol dire prendere un disco su vinile no? Iron Maiden, Somewhere In Time, la grafica. Poi il vinile, se ci pensi, è un oggetto che ti obbliga a porre attenzione all’ascolto perché lo devi mettere, mettere la puntina, quattro canzoni e lo devi girare, non lo puoi lasciare come sottofondo, e credo che sia un bel messaggio in un mondo che come ora puoi essere travolto dalla musica per un’intera giornata senza focalizzarla. Soprattutto è un bellissimo oggetto con una bellissima copertina.

Avete parlato di Iron Maiden, li avete coverizzati anni fa. Poi a memoria Slayer e Death SS e Metallica con Creeping Death: sicuramente tra i gruppi che vi hanno dato tanto da ragazzi…

CB: C’era anche una canzone dei Naglfar che facevamo dal vivo al tempo…

FB: Pure Venom! Countess Bathory!

CB: Dei Naglfar facevamo da Through The Midnight Spheres da Vittra, il primo disco.

Dovendo farne una adesso, da inserire in un disco, magari anche per via di un legame con i testi…

CB: Dovremmo fare una riunione e decidere ahah!

Allora ditene una a testa. Per gusto e magari perché ce la vedete bene rifatta nello stile Stormlord.

CB: Io lo sfizio me lo sono tolto facendo Moonchild perché sono cresciuto con gli Iron Maiden, da ragazzino saltavo in camera facendo finta di essere Bruce Dickinson, facevo finta di cantare, mica le cantavo! Facevo così “aua aua aua ah”, facendo un po’ la scimmia della situazione, cantavo e ballavo…

Ma pure vestito come Bruce Dickinson, con i leggins a righe?

CB: Bastava anche il pigiama che andava bene lo stesso. Seventh Son Of The Seventh Son è stato il mio primo disco dei Maiden e ho iniziato proprio con Moonchild e per me ha un super significato. Tra l’altro sono anche riuscito a farla ascoltare a Bruce, quando gli ho fatto un’intervista gli ho lasciato il disco, erano i tempi di Metal Shock e gli lascia The GorgonianCult e so pure che ha gradito molto. A lui, come si può sentire dai suoi dischi solisti, piacciono anche le cose un po’ più spinte, dove c’è la doppia cassa…

Quale ti piace di più di Bruce solista?

CB: Oddio, non te lo so dire

FB: Secondo me ti piace Balls To Picasso, quello con Tears Of The Dragon

CB: Quello era più rock perché c’era un po’ di repulsione per il metal, poi è andato oltre, più duro dei Maiden.

Io vado pazzo per The Chemical Wedding, all’epoca l’ho consumato.

FB: Bellissimo!

CB: Per noi gli Iron Maiden sono un’influenza, tolto il batterista… ahahah!

DF: Diciamo che i dischi principali li conosco e mi piace anche X Factor. Secondo me è un ottimo disco.

CB: Siamo influenzatissimi anche dal loro modo di stare sul palco.

FB: Siamo molto attivi sul palco, vuoi perché abbiamo il cantante senza strumento, vuoi che siamo tanti, però zompiamo come loro!

CB: Nel limite del possibile e degli spazi.

FB: Mi è tornata in mente che tempo fa ci abbiamo provato a fare una cosa. Giampaolo è colui che canta quando senti la voce profonda alla Sister Of Mercy e tempo fa avevamo abbozzato un pezzo dei Bathory, quella Song To Hall Up High cantata da lui. Sarebbe figo fatta con delle orchestrazioni perché per me i Bathory sono una grandissima influenza, sia quelli black ma soprattutto quelli epici. Song To Hall Up High fatta dalla voce di Giampaolo potrebbe essere davvero una figata con delle belle orchestrazioni.

GC: Essendo fan dei vecchi Metallica, sono un discepolo di James Hetfield a livello chitarristico, a me piacerebbe fare The Thing That Should Not Be, riarrangiarla. Non è un pezzo veloce, è strana, molto affascinante e particolare. Rivisitarla con lo scream, un pizzico più veloce…

DF: In un certo senso lo sfizio me lo sono tolto anche io con Creeping Death. Questo lo sanno in pochi, ma Creeping Death è stata la prima canzone metal che ho provato a suonare: sai le bacchette sul ventilatore o qualunque cosa che trovavo, ho detto “ok, divento batterista”. Mi ha proprio introdotto alla batteria metal e quando mi hanno detto “facciamo Creeping Death” ho pensato “che figata!”. Quindi sto bene così, ma potendo esprimere un desiderio, da fan del power metal, vorrei fare qualsiasi cosa degli Helloween, dei Running Wild o dei Gamma Ray, sennò un pezzo non metal e rifarlo metal, che a volte è proprio una sfida. Anche se è rock, un pezzo dei Guano Apes, quando hanno fatto la cover di Big In Japane sembrava una canzone loro. I Turisas hanno fatto una cover dei Boney M, Rasputin (la trovate come bonus track di The Varangian Way, ndMF), ed è bella. Una cosa anni ’70, roba stranissima, rifatta metal, è sicuramente stimolante. Io sarei per queste cose dance rifatte in chiave metal.

Mi viene in mente i Trollfest che hanno rifatto Toxic di Bretney Spears

FB: Ci abbiamo suonato con i Trollfest, conosco.

DF: Non è facile, ma rifare un pezzo che ti piace, che ti ha ispirato e rifarlo “tuo” è una sfida. Secondo me è più difficile farlo con roba che non è del tuo genere piuttosto che con roba che conosci e fa parte del tuo background. Coverizzare una Mirror Mirror dei Blind Guardian, faccio un nome a caso, la fai un po’ più ignorante e viene, vai a scomodare una band con i Blind Guardian che non è “semplice”, ma sai già come fare.

AA: Chiudo il giro io e dico Iron Maiden perché ricordo le emozioni che ho provato le prime volte che li ho ascoltati e mi domandavo “ma cos’è quest’atmosfera epica?”, all’epoca non avevo mai sentito una cosa del genere da un altro gruppo. Scegliendo direi magari un pezzo non proprio conosciutissimo come Total Eclipse con la voce di Cristiano altissima, mammamia!

Va bene ragazzi, io innanzitutto vi ringrazio per il tempo che mi avete concesso, è stato un piacere intervistarvi e rinnovo i complimenti per Far, un gran bel disco! A partire da domani, cosa faranno gli Stormlord? Date, festival, video?

FB: Hai detto tutto tu! A breve dobbiamo girare il video, abbiamo il Metalitalia Festival a Milano con Arch Enemy, Flashgod Apocalypse, Darkane ecc. (l’intervista si è svolta il 24 maggio, quindi prima del festival di Metalitalia, ndMF), abbiamo altri festival in via di conferma e c’è la nostra agenzia Bagana che sta lavorando per noi e dopo l’estate immagino che si suonerà. Questo disco è stato un po’ come un parto, ma ora arriva il rock’n’roll: come dico sempre la nostra dimensione ideale è dal vivo, noi in stile Iron Maiden diamo tutto dal vivo e speriamo di avere tante date! Per il futuro remoto chi può dirlo, magari faremo un nuovo disco in due anni oppure in dieci, mi guardano sconvolti (riferiti agli altri del gruppo, ndMF), facciamo dieci va!

Terminata l’intervista si prosegue a parlare in maniera informale, ma le parole di Giampaolo Caprino sono talmente interessanti che gli chiedo se posso registrarle, ecco la coda dell’intervista:

GC: Per noi sono molto importanti i testi, così come le composizioni. Noi le incastriamo queste due cose, quindi facciamo una certa ricerca per i testi, su mitologia, storia e poesia, facciamo anche una certa ricerca nella musica, cercando le scale giuste, i modi e le scale che hanno un sapore antico. Spesso e volentieri abbiamo utilizzato la “scala napoletana” perché ha un sapore mediterraneo, come su Mare Nostrum.

Voi partite sempre dai testi per poi aggiungere la musica giusta?

GC: Noi iniziamo a portare delle idee che abbiamo partorito a casa, nella nostra ricerca, le portiamo e le uniamo, così nasce qualcosa. Avendo già una certa personalità – come ha detto prima Cristiano, non è che ci sforziamo nel riprendere qualcosa del passato e autocelebrarci, siamo noi, siamo semplicemente noi al naturale – ha un certo carattere, il carattere Stormlord, che Francesco percepisce che quella canzone può parlare di quella cosa lì. In quel momento si uniscono le cose e si ritorna sulla musica e si crea l’atmosfera, si cerca lo strumento antico. Per esempio, in Hesperia nel pezzo Onward To Roma, è un pezzo sul viaggio di Enea dalla Sardegna alle coste laziali, lì abbiamo utilizzato degli strumenti sardi.

Non sono solo effetti digitali quindi…

GC: No! Su Mare Nostrum mi ci sono messo io con il marranzano e doin doin doin (imita il suono dello strumento noto anche come “scacciapensieri”, ndMF).

Mi hai parlato di scale antiche e ho pensato che a casa ho due dischi di un gruppo romano che fa “antica musica romana”, si chiamano Synaulia. Li conosci?

GC: Non li conosco, ma posso dirti che ogni volta che nella nostra musica c’è qualcosa di “romano” è perché ci siamo visti Ben-Hur, perché magari abbiamo tratto ispirazione dalla colonna sonora di un vecchio film. “Senti qui, armonizzano tutti per quarta, senti queste trombe”, è un farsi ispirare dalle immagini e dalla musica di quel famoso musicista degli anni ’60 per come l’ha vista lui e farsi ispirare da quelle che lui ha dato alla nostra cultura e immaginario collettivo. Peschiamo dai film spesso e volentieri, come in Hesperia che abbiamo avuto come ispiratore Basil Poledouris, compositore di origine greca che ha composto la colonna sonora di Conan Il Barbaro, che è un capolavoro della storia della musica per quanto mi riguarda. Che poi ce la siamo portata dietro pure su Farquesta presenza, rivisitando in maniera più metal, diretta e moderna.

Si chiude così la lunga chiacchierata con i ragazzi degli Stormlord: seduti sui cuscini del Traffic Live, chiacchierando di buona musica prima dell’inizio del concerto: che belle le intervista face to face!

foto di Erica Fava.

Amon Amarth – Berserker

Amon Amarth – Berserker

2019 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 6,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Johan Hegg: voce – Olavi Mikkonen: chitarra – Johan Söderberg: chitarra – Ted Lundstrom: basso – Jocke Wallgren: batteria

Tracklist: 1. Fafner’s Gold – 2. Crack The Sky – 3. Mjölner, Hammer Of Thor – 4. Shield Wall – 5. Valkyria – 6. Raven’s Flight – 7. Ironside – 8. The Berserker At Stamford Bridge – 9. When Once Again We Can Set Our Sails – 10. Skoll And Hati – 11. Wings Of Eagles – 12. Into The Dark

Quando si parla degli Amon Amarth si ha a che fare con la storia e i sentimenti, almeno per quel che mi riguarda. Era il lontano 1998 e un giovane appassionato di musica pesante scopre su Metal Shock, rivista cartacea all’epoca molto importante, un disco che gli cambierà la vita. In realtà si innamora della copertina, così prepotente e misteriosa, e di quello che, secondo il recensore, conteneva l’album: death metal con testi legati ai vichinghi. Quel disco è Once Sent From The Golden Hall, debutto degli Amon Amarth. La band svedese è quindi responsabile dell’avvicinamento al mondo scandinavo e vichingo del vostro Mister Folk, mica un merito da poco! Ma è anche vero che da quello strepitoso debutto sono passati ben ventuno anni e Johan Hegg e soci, da band che si esibiva in apertura a un tour che toccava l’Italia nello storico e indimenticato Babylonia di Biella, sono arrivati a calcare i maggiori festival europei come headliner in un’ascesa che forse nemmeno il più ottimista dei critici musicali avrebbe potuto immaginare.

L’undicesimo lavoro in studio della formazione svedese è senza ombra di dubbio il punto più basso nella carriera dei cinque vichinghi. Berserker è un album stanco, poco ispirato, pieno di filler (canzoni riempitive) e con pochi, pochissimi spunti vincenti. Eppure non è un disco brutto, né particolarmente noioso, ma ci vuol poco a paragonare i picchi della “seconda fase” degli Amon Amarth, ovvero Twilight Of The Thuner God e With Oden On Our Side, a Berseker e rendersi conto della pochezza di questa release. Tra riff scontati, canzoni prive di mordente e una pulizia del suono che quasi riesce a dar fastidio (!?), Berserker non è  comunque un brutto disco. Mikkonen e Söderberg sono troppo esperti per non tirar fuori dal cilindro quella manciata di brani che tra uno sbadiglio e l’altro ti entrano dentro fin dal primo ascolto e si viene assaliti dalla voglia di fare headbanging per tutto il tempo.

L’opener Fafner’s Gold è l’emblema di quello che è Berserker: prevedibile, ruffiano, tutto sommato godibile ma presto dimenticabile. Shield Wall ha una verve minacciosa e oscura che piace, così come il basso solitario (e lavoro di chitarra che segue) di Valkyria e non è male nemmeno il “lento” The Berserker At Stamford Bridge. Se c’è una canzone davvero ben fatta, quella è Ironside: quattro minuti e mezzo di death metal carico d’energia, ritmiche potenti e un break che ha motivo di esistere: un ascolto che fa male al cuore perché vuol dire che gli Amon Amarth, se solo lo vogliono, riescono ancora a spaccare i culi alla gente.

Berserker è troppo lungo (cinquantasette minuti) per quel che ha da dire, con tutte le caratteristiche che già sono state menzionate che non fanno bene all’ascolto, dall’inizio alla fine a dir poco prevedibile. Nonostante ciò in alcuni passaggi è anche piacevole, ma da un gruppo come gli Amon Amarth questo è davvero troppo poco. Senza scomodare pesanti paragoni, anche il discreto Surtur Rising vicino a Berserker fa un figurone. Che la band capitanata dal gigantesco Hegg abbia realmente finito la benzina? Continueranno gli Amon Amarth a proporre dischi mosci come questo, o c’è ancora speranza?

Intervista: Apocalypse

Il giovane Erymanthon sembra avere le idee piuttosto chiare: Bathory, Bathory e ancora Bathory! Dopo aver esordito pochi mesi fa con il disco Si Vis Pacem, Para Bellum, è di freschissima pubblicazione il nuovo To Hall Up High, album tributo a Quorthon contenente sette brani del compianto artista svedese (lo potete ascoltare QUI). Una devozione assoluta quella del musicista piemontese che desta non poca curiosità, ecco quindi riportata la conversazione che abbiamo nelle settimane scorse, buona lettura!

Partiamo dalle origini della band: perché il nome Apocalypse e come è nato il progetto?

Intanto ciao e grazie di avermi concesso questa intervista! Dunque, il progetto nasce come mia idea verso fine ottobre 2015, ma la data in cui ufficialmente ho fondato la band è il 1 novembre 2015, assieme ad un amico. In realtà non abbiamo avuto un nome per molto tempo… a fine febbraio 2016 finalmente ho scelto Apocalypse, che agli altri è piaciuto subito. In realtà non ha un significato particolare… semplicemente stavo leggendo una pagina Wikipedia sull’heavy metal, in cui si diceva che il genere spesso tratta temi apocalittici, e ho pensato “cazzo, Apocalypse suona proprio bene!”. Tutto qui!

Inizialmente gli Apocalypse suonavano un altro genere ed eravate un trio. Poi c’è stato il cambio di genere e il gruppo è diventato una one man band. Cosa è successo?

Sì, abbiamo iniziato volendo fare power metal in stile primi Nightwish… io suonavo la chitarra da poco più un mese, e volevo seguire le orme dei miei allora idoli Nightwish (gruppo che tuttora apprezzo e che ho visto a Milano dal vivo lo scorso 5 novembre). In realtà non eravamo un trio… io speravo di raggiungere una line-up di cinque o sei persone, ma a dire il vero, non abbiamo mai avuto una formazione completa e decente. La storia è parecchio lunga e intricata (volendo la trovate tutta sul sito), ma in breve non ho mai trovato persone dedicate come lo ero io, che avessero davvero voglia di metterci l’impegno giusto, anzi, la maggior parte delle volte mi sono trovato circondato da un branco di idioti, almeno dal punto di vista musicale. Ho assunto e cacciato nuovi membri diverse volte, alcuni sono rimasti e hanno cambiato strumento, ma comunque non siamo riusciti a far funzionare un bel niente, io mi sono molto arrabbiato, perchè tenevo molto al progetto, ma a nessuno è mai sembrato importare nulla, gli altri vedevano la band come un’occasione per cazzeggiare e perdere tempo (c’era chi lanciava bacchette in sala prove, chi si fermava a metà canzone perché non aveva voglia di continuare, chi non ha mai imparato un singolo riff…), quindi verso fine estate 2017 ho alla fine cacciato tutti quanti e ho sciolto la band, perché era una perdita di soldi, perdita di tempo e di energie. Io ho scritto un sacco di musica e non siamo mai riusciti a completare nemmeno una singola canzone. Era una frustrazione indicibile. Alla fine, ispirato dai Bathory, ho deciso di riprendere Apocalypse come progetto solista attorno a febbraio 2018. Éproprio in quel mese che ho iniziato le registrazioni per Si Vis Pacem, Para Bellum.

Il tuo è un tributo ai Bathory: cosa pensi e vorresti portare al mondo musicale con la tua musica?

Beh, direi che non ci sono dubbi! Nel mio modo di cantare, negli arrangiamenti, nel modo di suonare, nell’atmosfera e anche nel mio look l’influenza di Quorthon si fa sentire decisamente. Se vuoi vederla così, il progetto è un tributo nel senso che tento di portare avanti nel mio piccolo quello che lui, mio “padre” artistico, ha cominciato e, ahimè, è stato costretto a interrompere dalla sua prematura scomparsa. Mi ferisce molto il fatto che non potrò mai incontrarlo di persona, ma al contempo credo che lui sia vivo nei magnifici dischi che ci ha lasciato e nei progetti che ha influenzato. Io non credo affatto nell’aldilà o nella vita dopo la morte, quel che intendo è che, in un certo senso, lui è vivo dentro di me, dentro a tutti gli artisti che a lui si ispirano e dentro a tutte le Bathory Hordes, nella forma di memoria, stima ed influenza indelebili. Finchè lo ricorderemo come merita, lui sarà vivo dentro e tra di noi. Quello che voglio fare nel mondo della musica? Assolutamente omaggiare Quorthon, pur cercando di evolvere il mio stile pian piano, perchè non voglio sembrare solo una copia, voglio cercare di arrivare a fare qualcosa di mio in cui la sua influenza sia presente (un padre vorrebbe vedere il figlio seguire i suoi consigli per poi andare per la sua strada, no?). Un’altra mia speranza è che i fan dei Bathory apprezzino ciò che faccio, perchè il mio progetto è dedicato anche a loro. Alcuni già mi hanno scritto dicendomi “Quorthon rivive a Torino!” o “Quorthon starà brindando con gli Dèi ascoltando la tua musica!”, e sono frasi che mi riempiono di orgoglio e che mi fanno pensare che forse qualcosa di giusto lo sto facendo. Ma il mio sogno più grande è che, prima o poi, ci sia anche solo una, una singola persona per la quale io possa essere quello che Quorthon è stato per me: se riuscirò a ispirare così profondamente anche solo una persona, per me sarà una vittoria grandissima.

Il disco Si Vis Pacem, Para Bellum è un autoprodotto e le copie fisiche sono pochissime. La decisione di fare tutto da solo è nata da te o avresti gradito il supporto di un’etichetta?

Sì, è un disco autoprodotto e l’ho registrato e mixato per conto mio nel mio studio casalingo, i “Darkwoods Studios”, e anche i CD sono stati stampati e masterizzati da me in persona, è un processo lungo e questo spiega il perchè ce ne siano così pochi (credo una trentina). Addirittura, ormai quasi stampo su ordinazione: se qualcuno mi scrive che vuole il mio CD, lo stampo apposta e lo spedisco. Come vedi è tutto molto underground, anche perchè non ho di certo una fanbase così numerosa. Questo approccio, soprattutto per quanto riguarda la registrazione, è per me essenziale: non potrei mai lavorare in modo “tradizionale”, scrivendo un album e registrandolo tutto in una volta. Secondo il mio workflow, le canzoni e gli album prendono vita durante la registrazione: Si Vis Pacem Para Bellum è stato scritto e registrato tra febbraio e ottobre 2018, ad esempio. A volte lascio a metà album o canzoni per mesi e mi dedico ad altro prima di riprendere, al momento sono al lavoro su tre dischi diversi! Probabilmente, lavorando in casa, è diventato un processo naturale per me, e conta che comunque sono partito a lavorare sul disco da zero, quasi come side-project, puramente per mia soddisfazione e basta, mentre oggi per me il progetto ha tutta un’altra importanza. D’altro canto, il vantaggio di avere il supporto di un’etichetta è ovviamente che la questione di stampa, distribuzione e promozione è in gran parte a carico dell’etichetta stessa, ma nel contempo bisogna rispettare certe tempistiche, talvolta attenersi a certe “linee guida” sulla musica, e a me piace avere carta bianca. Ovviamente dipende dalle etichette, però c’è molto marketing nel mondo della musica. Di certo comunque mi farebbe molto piacere se un’etichetta davvero interessata alla mia musica decidesse di supportarmi su stampe, distribuzione eccetera. Si vedrà cosa ci riserva il futuro!

Parlaci delle canzoni che fanno parte del disco, dando il giusto risalto ai brani e alle tematiche che pensi siano maggiormente interessanti.

Per quanto riguarda le tematiche, ho deciso abbastanza presto che il disco avrebbe dovuto parlare di guerra, che è un tema che reputo molto epico e mi ispira molto per le canzoni. Ho deciso di inserire il tutto nel periodo dell’antica Roma, perché non mi andava di copiare il tema vichingo, volevo dare al disco un’identità un po’ più unica da questo punto di vista, con una cultura che appartiene alla nostra terra, e che non ha nulla da invidiare a nessuno in quanto a gloria ed epicità! Il disco sviluppa dunque il tema bellicoso e i diversi momenti della battaglia, andiamo con ordine: Tomorrow parla dei soldati nell’accampamento la notte prima della battaglia; The Day Of Sorrow è il giorno della battaglia: il sole sorge, la brezza fredda sussurra nell’accampamento, gli eserciti si schierano e caricano al suono dei corni da guerra, gridando di trionfare nella gloria o morire nell’onore; il brano si chiude sull’immagine dei due eserciti che cozzano. Thunder, Blood And Fire descrive brutalmente la battaglia: il tuono sferragliante delle armi e armature, il sangue delle vittime e il fuoco che avvolge i nemici (curiosità: la prima strofa termina con “Thunder”, la seconda con “Blood” e la terza ed ultima con “Fire”); per Chant Of Glory Eternal ho immaginato un canto di marcia o da accampamento dei soldati in guerra: contiene la declamazione dei valori di gloria nella vittoria e onore nella morte, delle invocazioni agli Dèi e al Destino e un’invocazione ai compagni affinché seppelliscano i caduti con la loro spada in modo che il loro ricordo resti vivo dopo la morte; in Soldiers Of Rome c’è un po’ un mix dei temi trattati finora, ma è tutta cantata in prima persona da un soldato; Gloria Et Mortem è di nuovo la descrizione di una battaglia, cantata in prima persona da un soldato ed ispirata dall’episodio della sconfitta di Canne; la title-track Si Vis Pacem, Para Bellum è sempre in prima persona, la voce descrive alcune fasi della battaglia, poi esclama “Si Vis Pacem, Para Bellum!” (se vuoi la pace prepara la guerra), e infine i cori invocano gli Dèi, mentre la voce solista urla “Questo è il mio giorno per morire” (traducendo, perché il disco è tutto in inglese eccezion fatta per l’esclamazione in latino); infine, His Last Sunset parla in terza persona di un soldato rimasto mortalmente ferito in battaglia, unico sopravvissuto sul campo, che ha perso tutte le speranze ed è afflitto dai rimpianti, piange di dolore, guarda il suo ultimo tramonto e, quando il sole sparisce, muore. Quest’ultima traccia è l’unica sul disco che avevo scritto (testo a parte) prima di scoprire i Bathory, quando gli Apocalypse erano ancora un gruppo. Personalmente, non ho una canzone preferita. Sono nel complesso molto soddisfatto del mio lavoro e ogni traccia ha il suo fascino particolare, secondo me.

Ci sono altre band che portano avanti il viking metal di Quorthon, possiamo dire Ereb Altor e Bloodshed Walhalla giusto per fare un paio di nome tra i più importanti e talentuosi. Cosa pensi di questi gruppi e in cosa differenziano gli Apocalypse da tutti gli altri?

Degli Ereb Altor non ho ascoltato quasi nulla se non una cover di Twilight Of The Gods, che peraltro mi è piaciuta, però non ho mai approfondito. Del connazionale Drakhen dei Bloodshed Walhalla ho ascoltato qualcosa in più e letto qualche intervista. Quello che ho ascoltato mi è piaciuto, ho apprezzato in particolare il suo stile di canto pulito semi-sporco. Le sue tonalità sono sempre molto epiche, ma in una chiave e con un’atmosfera un po’ diversa dalla mia secondo me, e ovviamente i temi che trattiamo nei brani sono diversi, lui è più sulla tematica vichinga, mentre io cerco di fare qualcosa di diverso e più originale rispetto al viking tradizionale. Di fatto, non cantando di vichinghi, non mi posso nemmeno definire viking metal, semmai epic/black metal o simili, anche se francamente non mi interessa più di tanto tutta questa giostra di categorie ed etichette. Però che dire, fa sicuramente piacere sapere che ci sono altri gruppi che, come me, portano alta e con orgoglio la memoria di Quorthon e Bathory!

Come ti sei avvicinato alla musica e al metal in particolare? Quando e in quale circostanza hai scoperto i dischi dei Bathory?

Vengo da una famiglia abbastanza musicale: diversi parenti suonano o suonavano strumenti musicali o cantavano. Ho provato a suonare il pianoforte quando ero piccolo ma ho mollato subito… non faceva per me. Nel 2015 ho ascoltato Wishmaster dei Nightwish, disco che mi ha ispirato a diventare un chitarrista e che influenzava fortemente i primi Apocalypse (considera che uso tuttora i modelli di chitarra e amplificatore che sono stati usati su quel disco, talmente mi piaceva quel suono), e così è nato il mio amore per il metal. Ho scoperto i Bathory a fine 2017: in primavera ho iniziato ad ascoltare black metal (soprattutto il De Mysteriis Dom Sathanas dei Mayhem), poi mio padre mi ha consigliato i Bathory, che io ho inizialmente snobbato (che idiota son stato!), ma poi me ne sono innamorato, e se oggi sono qui a parlarti è proprio grazie a loro!

Cosa pensi dei lavori solisti di Quorthon?

Mi piacciono, per quello che ho sentito. Pur non avendoli ascoltati per intero, ho apprezzato la qualità dei brani che, pur diversi da quelli dei Bathory, sono di ottima qualità e di grande impatto emotivo. Per me è giusto che un artista abbia la possibilità di esprimersi in forme diverse e di fare qualcosa di differente. E Quorthon ha dimostrato di saperlo fare e di saperlo fare bene. Prima o poi mi comprerò sicuramente i CD e li aggiungerò alla mia collezione!

Hai già annunciato la pubblicazione di un tributo ai Bathory (l’intervista è precedente la pubblicazione del disco, ndMF) contenente sette delle canzoni. Sarà anche in formato fisico o solamente digitale? Ci sono delle cover realizzate da altri gruppi che hai gradito particolarmente?

Sì, il disco si chiamerà To Hall Up High – In Memory Of Quorthon e conterrà le cover di A Fine Day To Die (Blood Fire Death), War Machine (Requiem), Necromansy (Bathory), Song To Hall Up High (Hammerheart), One Rode To Asa Bay (Hammerheart), Twilight Of The Gods (Twilight Of The Gods) The Wheel Of Sun (Nordland II), quindi non soltanto brani viking, ma brani in generale che per me hanno significato molto. Scelta molto difficile, ma sono andato con quelli che hanno proprio segnato il mio attaccamento alla musica dei Bathory. La tripletta iniziale è formata da quei pezzi che mi hanno attirato per primi ai Bathory. Il disco sarà rilasciato solo sul canale YouTube ufficiale (dove c’è già il teaser), non è inteso come prodotto vero e proprio ma come mia soddisfazione personale e mio omaggio a Quorthon. Farò un CD da tenermi per ricordo… e magari un paio di copie per qualche amico se proprio lo vuole. Oh, e una copia da portare sulla tomba di Quorthon assieme a quella di Si Vis Pacem Para Bellum appena potrò fare un salto in Svezia. Ma non temete, sono già al lavoro su nuovo materiale originale che verrà rilasciato normalmente verso fine anno o inizio 2020! Riguardo alle cover, ho ascoltato qualcosa di Ereb Altor e Bloodshed Walhalla. Non erano male, anche se dovrei ascoltarle meglio per decidere. La famosa versione degli Emperor di A Fine Day To Die non mi fa impazzire… la intro è molto bella però.

Ti piace il periodo black metal dei Bathory?

Mi piace tutto dei Bathory. Non sono riuscito a trovare un singolo disco che mi abbia fatto dire “che schifo!”. Alcune canzoni su certi dischi non mi esaltano, e alcuni dischi mi piacciono più di altri. Però ogni disco ha il suo fascino particolare, e qui a casa ho tutta la discografia in CD. Mi piace tantissimo anche Requiem, disco odiato da tutti secondo me molto ingiustamente: per quanto mi riguarda, è un capolavoro del death/thrash!

Torino, città magica. La cosa ha influito in qualche modo sulla tua musica?

Sei appassionato di magia? Ebbene sì, Torino è parte sia del triangolo della magia nera sia di quello della magia bianca: Piazza Statuto è il centro della magia nera, Piazza Castello della magia bianca, e si trovano agli estremi opposti di Via Garibaldi, la via più importante della città. Comunque no, questo non ha avuto influenze di alcun tipo sulla mia musica… non sono particolarmente interessato a magia, esoterismo e simili. Ma se ti piace il metal estremo e soprattutto il black metal, un luogo veramente “magico” è Pagan Moon! Un negozio di dischi davvero figo, dove peraltro avevo portato anche i miei CD quando sono usciti. Fate un salto se vi capita! (e godetevi le chiacchierate col Pagano – il proprietario del negozio –, ndMF)

Grazie per la disponibilità, siamo al termine dell’intervista. Vuoi aggiungere qualcosa?

Grazie a te! Ci tengo come sempre a ringraziare davvero tutti i miei fan e coloro che mi supportano, un grande saluto a tutti voi, e a tutti i miei compagni nelle Bathory Hordes!

Fjallstein Vikingr Fest: la presentazione del Festival

FJALLSTEIN VIKINGR FEST

20-24 giugno 2019, Montelanico (RM)

Il Fjallstein Vikingr Fest arriva quest’anno alla terza edizione, eppure sembra che sia una manifestazione in piedi da più anni: in pochissimo tempo gli organizzatori sono riusciti a creare una base solida e per il terzo anno il festival aggiunge eventi, concerti e conferenze al programma, quest’anno più interessante che mai.

Il Fjallstein Vikingr Fest si svolgerà il 20-21-22-23 giugno a Montelanico, in provincia di Roma, in una bellissima zona verde nel cuore dei Monti Lepini. Come è facilmente intuibile dal nome, si tratta di un festival a tema vichingo, quindi molti eventi sono legati al mondo dei vichinghi, ma non solo, ce n’è per tutti i gusti: si passa dalla presentazione di romanzi storici a interventi mirati su J.R.R. Tolkien e aspetti specifici delle rievocazioni storiche, ma ci sarà modo di saperne di più anche sulla cucina vichinga e la Tradizione Nordica “oltre la moda vichinga”. A tutto questo si aggiungono tanti espositori con la propria merce che sicuramente attirerà l’attenzione e la curiosità dei partecipanti e gli immancabili (e fondamentali) chiostri per mangiare. Cosa non da poco, l’ingresso è gratuito e dalle 11 di mattina il festival prende vita.

Molto importante da ricordare, tutti i giorni ci saranno giochi, dimostrazioni ed esercitazioni presso l’accampamento storico, dove gli spettatori potranno diventare protagonisti e avvicinarsi all’affascinante mondo della rievocazione storica. In particolare il sabato alle 18.30 ci sarà la Fjallstein Viking Battle, assolutamente da non perdere.

E poi c’è la musica, anche quest’anno di grande qualità. Sul palco del Fjallstein Vikingr Fest, a partire dalle 21 circa, suoneranno Viandanti Del Sole, Ala Bardica, Cernunnos’ Folk Band (che abbiamo incontrato su queste pagine QUI), Fehu Pagan Folk e gli irpini Emian Pagan Folk, che ormai possono essere considerati di casa.

La terza edizione del Fjallstein Vikingr Fest si preannuncia davvero interessante, un appuntamento ad appena un’ora da Roma nel verde dei Monti Lupini, vietato mancare!

EVENTO FACEBOOK FJALLSTEIN VIKINGR FEST:

PAGINA UFFICIALE Valhalla Viking Victory

Corte Di Lunas – The Journey

Corte Di Lunas – The Journey

2019 – EP – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Giordana: voce, percussioni – Nicolas: chitarra – Massimo: basso – Riccardo: batteria – Martina: ghironda – David: bouzouki – Maria Teresa: flauti

Tracklist:1. The Journey – 2. Eolo – 3. Star Of The County Down – 4. Lady Of The Lake (acoustic version)

I friulani Corte Di Lunas tornano a farsi sentire con un EP composto da quattro brani che, in un certo senso, significa una nuova rinascita. La band ha all’attivo tre dischi (Plaudite ‘sì Più Forte, Ritual e Lady Of The Lake) che dal 2010 in poi hanno segnato un’evoluzione musicale non di poco conto dallo strumentale renaissance folk rock dell’esordio al rock con brani originali dell’ultimo. Nel mezzo c’è stata molta attività live (li ho conosciuti grazie al Montelago Celtic Festival anni orsono) che ha permesso alla band di farsi apprezzare anche per la giusta attitudine sul palco. The Journey nasce dopo un periodo di transizione che ha visto dei cambiamenti in seno alla band e la cosa si rispecchia anche nella musica: il precedente Lady Of The Lake è un disco piuttosto roccioso per i canoni dei Corte Di Lunas, che con questi quattro brani tornano a sonorità più delicate e sognanti.

La title-track è un pezzo equilibrato, ogni strumento ha il suo spazio e contribuisce al successo della canzone. La voce di Giordana, espressiva e graffiante quando ce n’è bisogno, guida la band nel ritornello diretto e d’immediata assimilazione: sicuramente una delle migliore composizioni dei Corte Di LunasEolo prosegue stilisticamente quando fatto nell’opener, con un ritmo maggiormente sostenuto e gustosi intermezzi di flauto ad arricchire il già vasto repertorio musicale del gruppo. Il terzo brano in scaletta è Star Of The County Down, meravigliosa ballata irlandese dal testo romantico ed emozionante, un bel pezzo irish folk nel quale il protagonista rimane ammaliato dalla bellezza di Rosie McCann e canta di come sia impossibile non pensare sempre a lei. Chiude il dischetto Lady Of The Lake, versione acustica della composizione che dà il titolo al terzo full-length. In questa veste la canzone assume contorni fiabeschi e sognanti: lasciarsi trasportare delle note musicali non è mai stato tanto dolce e bello.

The Journey è un EP che mostra il nuovo corso dei Corte Di Lunas, ma che conferma la bravura dei musicisti e la bontà del progetto. Non resta altro, a questo punto, di attendere il nuovo disco con The Journey nel lettore cd a ingannare il tempo e, se possibile, di vederli all’opera in concerto. Bentornati Corte Di Lunas!

Live report: Arkona a Roma

ARKONA + BLODIGA SKALD

4 giugno 2019, Traffic Live, Roma

Finalmente, dopo diciassette anni di carriera e nove album in studio, i russi Arkona fanno tappa a Roma per il loro tour estivo che comprende cinque date da headliner (due in Italia) e una serie di festival in Europa. La prima calata capitolina degli Arkona vede i Blodiga Skald in veste di band d’apertura, un’accoppiata che, come vedremo, risulterà vincente.

Gli orchi romani, ovvero i Blodiga Skald, salgono sul palco belli carichi, pronti a portare un po’ di folle folk metal alla platea che già in buon numero staziona sotto al palco. Lo spettacolo è incentrato sulle canzoni del debutto Ruhn e non vengono proposti brani nuovi del disco attualmente in lavorazione. La scaletta, quindi, è quella classica con le varie I Don’t Understand, Epica Vendemmia e Blood And Feast a spiccare per intensità e coinvolgimento, tra gustosi siparietti e “balli di gruppo”. Il cantante Anton è grande protagonista, tra flauti, fischi e incitamenti al wall of death “altrimenti non iniziamo la canzone e non vedete gli Arkona”. Un concerto, quello dei Blodiga Skald, di qualità, un ottimo inizio in attesa degli Arkona.

Scaletta Blodiga Skald: 1. Epica Vendemmia – 2. Ruhn – 3. Blood And Feast – 4. Blue (Eiffel 65 cover) – 5. Laughing With The Sands – 6. I Don’t Understand – 7. Sadness – 8. Panapiir

La band di Masha e Lazar sale sul palco dopo un breve intro e in pochi istanti scatena tutta la furia a propria disposizione: la scaletta prevede diversi pezzi dell’ultimo disco Khram, come le massicce Shtorm e V Pogonie Za Beloj Ten’yu. La mattatrice della serata, quasi inutile dirlo, è l’incredibile cantante Masha “Scream”, vera forza della natura che sul palco non smette un istante di muoversi e incitare il pubblico; capace com’è di passare in una frazione di secondo dal pulito al growl più profondo, è uno spettacolo a sé da guardare. Ma gli Arkona, chiaramente, non sono solo Masha, tutti lavorano per il risultato canzone: Lazar alla chitarra macina riff senza tregua, il potente batterista Andrey Ischenko e lo storico Rusian “Kniaz” formano una solida sezione ritmica, con Vladimir “Wolf”, polistrumentista folk, che tra un flauto e una cornamusa trova il tempo di urlare al pubblico che felice risponde. Pubblico del Traffic Live che va in visibilio durante Goi, Rode, Goi – canzone amatissima, in concerto rende alla grande – e nelle conclusive Stenka Na Stenku e Yarilo, i brani più tipicamente folk metal del repertorio della band russa. La folla chiede a gran voce un altro pezzo, Masha sembra ben intenzionata, ma purtroppo il resto degli Arkona abbandonano il palco dopo quindici canzoni e oltre un’ora e mezza di spettacolo. Durante l’outro c’è tempo per regalare plettri, bacchette e scalette ai fan delle prime file.

Data la reazione e il calore del pubblico e i sorrisi sinceri dei musicisti, vien da pensare (e sperare) che molto probabilmente ci sarà modo di vedere nuovamente gli Arkona a Roma, magari per il tour del prossimo disco. Roma questa sera ha risposto presente.