Ereb Altor – Järtecken

Ereb Altor – Järtecken

2019 – full-length – Hammerheart Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Mats: voce, chitarra, tastiera – Ragnar: chitarra, voce – Mikael: basso – Tord: batteria

Tracklist: 1. Avgudadyrkans Väg – 2. Queen Of All Seas – 3. Alliance In Blood – 4. Chained – 5. My Demon Inside – 6. Prepare For War – 7. Hvergelmir – 8. With Fire In My Heart… – 9. …And Blood On My Hand

Con gli Ereb Altor il tempo sembra volare: sedici anni di attività e il traguardo dell’ottavo disco con questo Järtecken, eppure l’impressione è che sia passato molto meno da quando una sconosciuta band svedese pubblicò By Honour, un disco che più bathoriano (periodo viking) non poteva essere. Le cose sono iniziate a cambiare con Fire Meets Ice, lavoro che ha finalmente definito le coordinate musicali della formazione scandinava, una miscela esplosiva e accattivante di black e viking metal, per proseguire con cd sempre di alta qualità sotto tutti i punti di vista. Järtecken si presenta veramente bene: la splendida copertina è opera di Necrolord, ovvero Kristian Wåhlin, artista che ha illustrato alcuni dei dischi più belli e importanti del metal estremo (Bathory, At The Gates, Dissection, Amorphis, Dark Tranquillity ecc.). Il suo tocco è inconfondibile e l’artwork dalle tinte oscure permette all’ascoltatore di entrare nell’umore musicale di Mats e Ragnar. Altrettanto bene la produzione: potente e graffiante, con suoni reali e massicci, esattamente quelli che si possono ascoltare in sede live. Un’autenticità che al giorno d’oggi è sempre più rara e merce preziosa. Con queste premesse è lecito aspettarsi un grande disco, soprattutto alla luce dello splendore di Ulfven, forse il picco massimo raggiunto dagli Ereb Altor.

Järtecken parte subito bene: Avgudadyrkans Väg è un’ottima opener, dal piglio selvaggio e potente, in linea con quanto realizzato dal prima menzionato Fire Meets Ice in poi. Scariche di doppia cassa, le inaspettate tastiere con un ruolo di primo piano e le voci clean vicine al capolavoro Hammerheart (e non a caso gli Ereb Altor sono autori di un ottimo tributo ai Bathory con l’LPBlot-Ilt-Tautsono le basi sulle quali si posa l’intera traccia. Queen Of All Seas con i suoi otto minuti di durata mette alla prova le capacità di composizione degli Ereb Altor: i ritmi medi si alternano con rapide accelerazioni e lunghe parti strumentali durante le quali, ancora una volta se mai ce ne fosse bisogno, è notevole l’omaggio al maestro Quorthon. La prova è superata brillantemente. La scheggia impazzita è Alliance In Blood, up-tempo black metal crudo e diretto che arriva forse inaspettato dopo melodie e cori epici dei primi due brani. C’è tempo per un assolo di chitarra e per un rallentamento che porta ulteriore oscurità alla canzone prima di tornare a macinare violenza e ignoranza. Si prosegue sul sentiero più estremo con Chained, 3:21 di veleno, e non si va molto distanti nemmeno con My Demon Inside, canzone che però suona più dinamica e, soprattutto, ha dalla sua una super coppia bridge/chorus che funziona alla grande e fin dal primo ascolto rimane ben impressa nella testa. La parte centrale di Järtecken, per quanto grintosa e con spunti buoni, è quella più debole del disco: non che le canzoni siano brutte o noiose – anzi! –, ma ascoltandole sembrano mancare di quel fuoco che spesso rende memorabile un lavoro che altrimenti senza sarebbe “solamente” bello. E così la breve Prepare For War (l’eco di un inedito dei Bathory periodo The Return…… è forte, registrato però con la tecnologia odierna) e la lunga Hvergelmir (quasi nove minuti) sono semplicemente dei pezzi che funzionano bene ma non migliorano le sorti di Järtecken. Per essere chiari: queste due canzoni, in un disco di un altro gruppo, hanno il potenziale per spiccare sulle altre, ma non è così in un lavoro degli Ereb Altor. In chiusura troviamo quello che forse è il brano migliore del cd: With Fire In My Heart. Potente ed elegante, in grado di colpire duro quando è il momento di farlo, profondamente bathoriana nelle atmosfere e nell’approccio vocale di Mats, With Fire In My Heart è senza dubbio alcuno il picco qualitativo di Järtecken e non a caso è stata scelta come anteprima. La coda della canzone s’intreccia con …And Blood On My Hand, outro che porta a conclusione un lavoro che regge bene gli ascolti ripetuti.

Järtecken non presenta difetti particolari: l’unica “colpa” è quella di essere “solamente” un buon disco di viking metal quando invece Mats e Ragnar hanno abituato il pubblico a piccoli diamanti come Nattramn e Ulfven. Per questo cd l’asticella del genere pende maggiormente sul black metal a discapito della melodia e dell’epicità del puro viking, ma i musicisti sono preparati ed esperti per mescolare bene ghiaccio e fuoco e tirare fuori un lavoro comunque sopra la media e con una manciata di canzoni che in concerto ipnotizzeranno la platea.

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Intervista: Scuorn

Inutile girarci intorno, Scuorn è un progetto che ha fatto discutere non poco fin dalle prime cose uscite sul web: black metal napoletano in un mondo scandinavocentrico è un azzardo che se ben giocato ti porta al centro dell’attenzione. E così è successo con Parthenope, il debutto del 2017 che continua a girare nei lettori cd degli appassionati del genere. L’occasione di questa piacevole chiacchierata face to face con Giulian (QUI invece la precedente intervista telematica) è il release party al Traffic di Roma di Far degli Stormlord (QUI la loro intervista), dove in apertura suonavano i Dyrnwyn seguiti proprio dagli Scuorn. Sempre col sorriso e disponibile con tutti, Giulian ha risposto a questa intervista improvvisata poco prima di salire sul palco. Buona lettura!

Foto di Modern Tribe Photography.

Parthenope è arrivato all’improvviso e hai fatto un gran casino: la gente è rimasta a bocca aperta per questo black metal napoletano. La domanda è: come si fa a uscire dal nulla con un disco del genere, per di più un debutto, in grado di competere con tutti senza paura.

Prima cosa, dovendo parlare di Napoli e della cultura napoletana, fare un disco basato su Napoli significa avere gli occhi puntati addosso già in partenza, in un’accezione più negativa che positiva. Mettici anche che, essendo al disco di debutto, non avevo nessuna fretta di farlo uscire, ho provato più volte a registrare e ho pensato anche “faccio uscire prima un EP di quattro pezzi, invece di un disco di otto”. Scrivere per me è un momento di dolore, nel senso che è difficile scrivere arrivando a un livello che mi soddisfi. Magari in un giorno scrivo il 90% di una canzone, poi mi metto una settimana e dico “devo scrivere almeno un pezzo” e quella settimana non esce niente. Poi prendo la chitarra d’impulso e scrivo una canzone.

Quindi scrivi con la chitarra?

Di solito sì, Parthenope però è nato in maniera variegata. Alcuni pezzi sono nati da una melodia di una parte di orchestra, altri con la chitarra. Tornando però al discorso di prima, questo fatto di parlare di Napoli e fare black metal napoletano significava comunque fare casino, sempre poi a seconda di quello che sarei riuscito a fare. Nel rispetto della cultura napoletana, una cultura di gran prestigio (arte, musica, poesia, cinema e teatro), dovevo fare una cosa al massimo delle possibilità – non mie! – ma delle possibilità a disposizione al momento. Quanto ci vuole a scrivere un disco bello? Dieci anni? Io c’ho messo sette-otto anni a scrivere questo album.

Nella precedente intervista infatti abbiamo parlato del singolo acustico…

Esatto, registrato con le chitarre acustiche nel 2008, poi molti riff sono rimasti anche nella versione nuova. Ho deciso quindi di “o faccio tutto al massimo, altrimenti lascio perdere”. Mi sono ispirato a quelle che secondo me erano al momento le proposte più valide, quindi Septic Flesh, Fleshgod Apocalypse, Dimmu Borgir, Stormlord e altro, e volevo quello standard, sia a livello compositivo e arrangiamenti che di produzione. Ha comportato degli investimenti di tempo, soldi ed energie importantissimi, ho impiegato due anni a realizzare l’album, e alla fine ero molto soddisfatto. Riascoltato dopo due anni, ovviamente, come tutti gli artisti, trovo tutti i difetti e dico “sul prossimo questo lo devo sistemare, quello non mi piace, questo va fatto meglio”, ma comunque mi ha soddisfatto, forse più per la genuinità e l’essere riuscito a fare un disco di black metal napoletano coerente e inattaccabile, uno non può dire “è una barzelletta”.

Cosa cambieresti oggi di Parthenope?

La voce, perché non sapevo cantare! (ride, ndMF) Racconto questo aneddoto, forse non l’ho mai raccontato: entro il primo giorno in studio con Stefano Morabito, produttore che ha curato Parthenope, mi dice “bello il black metal napoletano, bella idea, dai iniziamo”. Entro in sala, “dai sei pronto?” “sì, iniziamo con la prima”, schiaccia play, parte la musica e io “aaaaahhhh” (tipo alitata! ndMF), proprio come te lo sto facendo adesso: un sospiro! (risate, ndMF) Stefano stoppa e mi fa “questo è il tuo scream?” “beh sì” “allora togliti le cuffie ed esci fuori”. Mi dice che c’è un problema, che non so cantare e non ho la tecnica per il canto estremo. “Per lo scream si usa questa tecnica, tu sai sospirando” e nell’arco di un’ora è riuscito a darmi delle istruzioni base per almeno riuscire a cantare: il primo giorno passa così, facendo esercizi per cercare almeno di registrare il disco. Fortunatamente riesco a fare una registrazione, ma il giorno dopo mi presento quasi senza voce, perché comunque utilizzavo una tecnica sbagliata basata tutta sulla gola. In quattro giorni riesco a registrare l’album, tutto senza tecnica e senza gola, la cosa che mi diceva Stefano era “dobbiamo registrare la voce, la tecnica è quella che è, ma cura molto l’interpretazione, esaspera la teatralità, come se fossi in una sceneggiata di Mario Merola, ma in positivo”. Questo ha compensato un po’ la mancanza di tecnica, soprattutto nelle parti recitate e dove non uso lo scream classico, e devo dire che quella parte mi piace molto, una voce acerba e senza tecnica ma piena di passione. Dopo 34 date in giro per l’Europa, due anni di studio e con una tecnica adeguata penso “cazzo che potevano essere quei pezzi con la voce e la tecnica di adesso” e da un lato dico “sticazzi, il prossimo sarà così”.

Quindi il prossimo disco avrà una cura e un’attenzione particolare sulla voce…

Sicuramente potrò variare sulle tecniche per avere un risultato più in linea con quelli che sono i canoni del genere senza perdere la spontaneità e la teatralità.

Nuovo disco in lavorazione, che cosa mi puoi dire?

Niente! Ahahah!

Top secret, stai componendo le canzoni…

Sì sto scrivendo i brani, spero di finire il processo compositivo entro la fine dell’anno ed entrare in studio nel 2020, si spera che per la fine dell’anno prossimo il disco possa vedere la luce. Poi dipende dalle tempistiche, Scuorn è una one-man band e devo fare tutto io, sono soggetto alla mia ispirazione, al mio tempo e alle mie performance, la parte orchestrale è poi ampliata da Riccardo Studer (tastierista degli Stormlord, ndMF). Si arriva poi alla parte dei testi che è quella che prende più tempo perché si basa sullo studio, sono più di due anni che compro libri sul periodo storico che andrò a trattare. Come sempre Scuorn andrà a trattare un determinato periodo storico che per Parthenope è stato quello greco-romano, nel secondo disco si proseguirà con la storia di Napoli.

Ti manca Napoli?

Sempre, mi manca soprattutto dopo averla lasciata. Ci vivevo e magari avevo voglia di andare via. Ho vissuto dieci anni nel nord Italia e avevo voglia di tornare a Napoli, poi sono stato otto anni e avevo il desiderio di muovermi, andare all’estero, oggi che vivo a Londra da cinque anni sento un legame viscerale con Napoli. Compenso con visite, studiare da lontano, mi incontro con la band…

Quanto è difficile essere una one-man band che ha base a Londra ma con musicisti che sono quasi tutti campani? Come fai a far combaciare gli impegni?

Ci vuole sempre una grossa organizzazione, soprattutto per quel che riguarda i tour. Ne abbiamo fatti diversi e siamo abbastanza consolidati nell’organizzazione, la fortuna di avere musicisti preparati che ormai sono dei membri live e magari registreranno qualcosa su disco come ospiti, mi facilita il tutto perché non c’è bisogno di provare (all’inizio ne abbiamo fatte alcune di prove) perché ognuno sa bene le sue parti e andando con il click non c’è margine di errore.

34 date live, molte delle quali all’estero: la soddisfazione di trovare un locale caldo e un’accoglienza particolare?

In UK è andata veramente molto bene e siamo arrivati fino in Scozia, in generale la risposta è sempre molto positiva. I luoghi comuni di Napoli sono associati all’Italia, quello che è napoletano all’estero viene percepito come italiano, il che ci facilita non poco. Curiamo tutto nei minimi dettagli, con professionalità: questa cosa viene percepita dai presenti e lo show ne guadagna, altrimenti non si riesce a ottenere risultati di un certo tipo. Ovviamente sono i primi tour all’estero ed è difficile andare in tour come band underground headliner con un solo disco alle spalle e ritagliarsi una fetta di pubblico. Sarebbe più facile andare in tour con una band più grande, investendo e suonando tutte le sere davanti a centinaia di persone, ma noi abbiamo scelto la strada più difficile, andare come headliner, a volte suoni davanti a cento persone, la data dopo davanti a dieci, ma dando sempre il massimo e sperando che poi questo ripaghi in futuro. Secondo me è importante perché ne guadagni molto come esperienza: impari a fare un soundcheck professionale, impari a creare uno show e a dare qualcosa in più della classica performance, cercando di intrattenere e di avere un contatto col pubblico. Ci fa piacere pure suonare tra i primi gruppi, al Black Winter Fest abbiamo suonato per secondi con i Marduk a fine serata, oggi suoniamo di supporto dei leggendari Stormlord, un gruppo che seguo fin da quando ero piccolo, mi ricordo la volta che comprai Rock Hard con un cd allegato e c’era il video di I Am Legend degli Stormlord e quel video mi ha avvicinato al black metal. Oggi suonarci insieme, condividere in un certo senso dei membri – David Folchitto ci ha accompagnato per alcune date, Riccardo è il nostro orchestratore – per me è una soddisfazione.

Tra poco si inizia a suonare e ti volevo chiedere una cosa che va fuori dal discorso musicale. La mia compagna è di Salerno, ho amici campani che fanno teatro all’estero e quindi a volte ne parliamo: Gomorra, a te da fastidio essere “ah italiano, Gomorra”, oppure c’è una percezione diversa?

La mia idea è che quella è la realtà, ma è una realtà parzializzata. La mafia è in tutte le città del mondo: c’è quella napoletana, la calabrese, la siciliana e quella locale, oltre alla cinese, russa ecc. Che quella napoletana a Napoli abbia una certa fama perché quasi idolatrata non mi piace, ma penso che l’obiettivo di Gomorra non sia questo, ma farla vedere per quella che è e lasciare allo spettatore una conclusione. Sicuramente la camorra non viene descritta nell’accezione positiva, quindi farla vedere anche all’estero, ti dirò, i produttori fanno vedere le parti belle di Napoli con il male che è la camorra, quindi fanno conoscere la città. Nessuno parla del servizio delle Iene sul Duomo di Milano dove tu non puoi camminare per via degli spacciatori che si lanciano le bottiglie o della mafia che c’è a Roma…

Esatto, su Romanzo Criminale fanno vedere un sacco di posti belli di Roma, pensi che la malavita fa schifo, ma intanto vedi anche degli scorci splendidi della città.

Ma nei film i russi sono tutti mafiosi, ma non è così. Il discorso di Napoli però funziona all’estero perché viene automaticamente associata all’Italia: pizza e mandolino! Vivendo all’estero ti dico che le cose famose d’Italia sono le cose famose di Napoli. Per la camorra purtroppo è così, è tutto vero, però basta evitare certe zone e tu stai tranquillo, ma è un discorso che vale per tutte le parti del mondo. L’errore è stigmatizzare Napoli dicendo che è solo quello, così come dire che Milano è solo immigrati che si prendono a bottigliate.

Ti lascio alla preparazione del concerto. Grazie per il tuo tempo e per la bella chiacchierata.

Grazie a te, sei sempre in prima linea per supportare i gruppi underground e grazie ai lettori del sito che hanno premiato Parthenope come miglior disco del 2017!

Lindy-Fay Hella – Seafarer

Lindy-Fay Hella – Seafarer

2019 – full-length – Ván Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lindy-Fay Hella: voce

Tracklist: 1. Seafarer – 2. Two Suns – 3. Skåddo – 4. Bottle Of Sorrow – 5. Nåke Du Finn I Skogen – 6. Mars – 7. Three Standing Stones – 8. Tilarids – 9. Horizon

Dopo due anni di lavoro la cantante Lindy-Fay Hella pubblica il suo primo disco solista dal titolo Seafarer. L’artista norvegese è famosa soprattutto per essere una colonna dei Wardruna, ma con questo lavoro riesce a staccarsi all’ambient folk che l’ha resa famosa riuscendo ad esprimere la parte più intima e delicata della sua anima. La Ván Records, etichetta che non sbaglia mai un colpo, ha saggiamente deciso di puntare forte su questo disco, rilasciandolo negli ormai classici tre formati, ovvero digitale, cd e vinile.

Tutto inizia nel febbraio 2017 quando Lindy-Fay Hella comincia a registrare le varie sperimentazioni messe da parte nel corso degli anni e, circondata da amici di un certo spessore, primo fra tutti Herbrand Larsen (tastierista degli Enslaved), Seafarer prendere forma un po’ alla volta. I musicisti coinvolti sono tanti, ma sono sicuramente da menzionare Ingolf Hella Torgersen – cugino di Lindy-Fay Hella – alla batteria e percussioni, Kristian Eivind Espedal (Gorgoroth, Wardruna, Gaahl’s Wyrd) alla voce e Eilif Gundersen (Wardruna) ai flauti e corno. Seafarer è un lavoro breve ma intenso, che non raggiunge i trentacinque minuti di durata, capace di portare l’ascoltatore in luoghi remoti e inaccessibili: l’angelica voce di Lindy-Fay Hella è la regina incontrastata della musica, ma l’accompagnamento è sempre all’altezza e, seppur spaziando tra pop/folk, world music e brani dall’impatto sognante, tutto suona compatto e omogeneo. I testi sono legati al cosiddetto otherworld, tra ricordi di un amico perduto (l’opener title-track) e sogni molto simili fatti tra cugini (Three Standing Stones).

La traccia Seafarer è un po’ l’emblema del disco e della visione artistica di Lindy-Fay Hella: ritmata e magica, tocca le corde dell’anima e le fa vibrare intensamente. L’hang (uno strumento in metallo nato solamente all’alba nel nuovo millennio) introduce con un pizzico di magia Two Suns, canzone dal piglio sbarazzino, mentre Nåke Du Finn I Skogen, pur con un’andatura lenta e quasi liturgica, fa immaginare prati verdi e corse a perdifiato assaporando l’aria frizzante del mattino. Quest’ultima e la conclusiva Horizon utilizzano la stessa melodia di base, ma il risultato è molto differente poiché esprimono emozioni diverse e le due composizioni prendono due vie molto distanti. Durante le dieci tracce che compongono il disco non ci sono momenti meno ispirati o che ne rallentano l’immersione dell’ascoltatore nelle note composte da Lindy-Fay Hella, e così le varie Tilarids, Skåddo e Mars hanno tutte qualcosa da raccontare, magari con fare quasi sussurrato, ma ugualmente bello da ascoltare.

Seafarer è una piccola e gradita sorpresa, ma fino a un certo punto: cosa aspettarsi da un’artista del genere, per di più circondata da musicisti a dir poco preparati e in grado di comporre dischi diversi per stile e genere ma sempre ugualmente buoni qualitativamente parlando? La curiosità, ora, è quella di vedere Seafarer su di un palco, sperando che qualche promoter chiami l’artista norvegese per portare in Italia il suo spettacolo. Intanto, come si suol dire, godiamoci questo bel disco nato dall’anima di Lindy-Fay Hella.

Intervista: Kampfar

Un ottimo disco come Ofidians Manifest, ben venticinque anni di carriera alle spalle e mai un full-length sottotono: i Kampfar sono una grande band e i musicisti sono sempre cordiali e disponibili con pubblico e addetti ai lavori. Nasce così questa chiacchierata telematica con il chitarrista Ole Hartvigsen con al centro dell’interesse alcuni aspetti “minori” del nuovo disco, ma non solo… buona lettura!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Siete tornati dopo tre anni e mezzo dalla pubblicazione di Profan: oltre a tour e festival, come avete passato questo tempo?

Gli ultimi due anni sono stati un tempo per guarire, veramente. Tutti noi avevamo dei problemi personali da affrontare e ci siamo dovuti prendere un lungo break. Ad un certo punto abbiamo pensato che questo era tutto – siamo finiti. Ma dopo un po’ l’urgenza di creare qualcosa di nuovo è tornata.

Quali sono le “tempistiche” dei Kampfar? Dopo il tour promozionale avete bisogno di un lungo periodo per ricaricare le batterie o siete dei musicisti instancabili sempre alla ricerca del riff perfetto? Cosa fate quando non siete impegnati con la band?

Tutti noi conduciamo vite normali al di fuori della musica. Penso sia una buona cosa, perché a volte ti stanchi di fare musica e vuoi fare qualcos’altro, ma alla fine noi abbiamo la passione – è qualcosa che è in noi. Personalmente, non mi stanco di fare tour e probabilmente starei in tour tutto il tempo, ma sarebbe una vita noiosa, credo. Non puoi crescere ed evolverti come persona se stai su un bus tutta la vita.

In un paio di brani ci sono delle piccole ma importanti parti di pianoforte: credo che gli interventi di questo strumento siano molto interessanti e riescano a dare quel qualcosa in più (e di inaspettato) al brano. Come è venuta l’idea di inserire il pianoforte nei brani dei Kampfar?

È interessante che tu dica questo, perché il piano è un buon strumento per il tipo di musica che vogliamo creare, ma cerchiamo di tenerlo molto discreto. Lo usiamo solo quando ha uno scopo preciso. Amo il piano perché ha un tono veramente contrastante paragonato ad una chitarra e un basso estenuati, e ancora ha un’atmosfera dolce e oscura che si riflette bene nella nostra musica. Il piano è presente nei Kampfar da un lungo periodo e ci sembra naturale utilizzarlo.

I vostri dischi sono sempre composti da un numero limitato di canzoni (solo in Heimgang siete arrivati a dieci brani) e la durata è sempre sotto i cinquanta minuti. Questa cosa l’apprezzo molto perché inserite nel full-length solo le canzoni più belle e l’ascolto non si disperde mai a causa dell’elevato minutaggio o dei fillers. Quando siete in fase compositiva scartate molto materiale perché non all’altezza del vostro elevato standard qualitativo oppure componete un certo numero di canzoni già sapendo che oltre a una certa cifra (o minutaggio) non volete andare?

Penso che la ragione per cui noi di solito finiamo gli album intorno ai 40-45 minuti è ciò che noi amiamo di più, veramente. Gli album che sono più lunghi di così di solito sono noiosi secondo me. Inoltre, penso che un album dovrebbe stare in un LP. Abbiamo dovuto eliminare un sacco di materiale durante il processo di scrittura delle canzoni, ma è normale per noi. Di solito, noi possiamo notare quali lavori nella fase di pre-produzione e poi modellare l’album intorno a ciò che noi vogliamo veramente. In aggiunta a ciò, scartiamo molto materiale che pensiamo sia davvero “molto buono”. Può sembrare strano scartare delle buone canzoni, ma noi vogliamo che quest’album abbia certe atmosfere ed emozioni, quindi qualunque cosa non vada bene deve essere eliminato.

Come è nata la collaborazione con Agnete Kjolsrud? Le avete dato delle indicazioni precise oppure è stata libera nell’esecuzione di Dominans?

Le voci su Dominans sono state una collaborazione creativa tra Dolk e Agnete, davvero. Penso che abbiano trovato molta ispirazione l’uno nell’altra. Non c’erano istruzioni, solo un processo creativo.

Dominansè una traccia atipica per i Kampfar, con parti estremamente “ariose” e una struttura non convenzionale. Qual è la genesi della canzone e chi è che ne ha scritto la musica?

Io scrivo tutta la musica nei Kampfar, ma il processo di evoluzione delle canzoni è uno sforzo collettivo, per così dire. Quando ho scritto Dominans non ero sicuro di dove andare con questo brano, ma Dolk ha subito avuto delle grandi idee con la parte vocale, quindi abbiamo mantenuto la struttura vocale e la strumentale molto semplici in modo da avere tanto spazio per le voci, specialmente da quando abbiamo deciso di avere anche Agnete in quella canzone. Le voci sono al centro dell’attenzione di quella canzone.

Skamlos ha un’inizio old school e sembra dire “ragazzi, così si suona pagan black metal!”. Suonando in tour e festival avete modo di incontrare e conoscere un gran numero di musicisti e gruppi: trovate differenze musicalmente parlando tra le band degli anni ’90 e quelle più giovani pur suonando lo stesso genere?

Penso che i ragazzi più giovani in questo genere siano generalmente grandi lavoratori e musicisti qualificati. Molte delle band che incontriamo durante i tour e i festival sono ragazzi molto bravi, altrimenti sarebbe difficile sopravvivere in questo business. Le band più giovani sono generalmente più desiderose di impressionare, che è comprensibile quando non hai molta storia, mentre noi non potevamo realmente preoccuparci di provare ad impressionare le persone. Sappiamo chi siamo, in cosa siamo bravi e in cosa no, ma più importante noi sappiamo esattamente che tipo di musica e che tipo di musica e di show vogliamo presentare al nostro pubblico.

Siete in attività dal lontano 1994. Cosa porta una band a continuare a lavorare e sfornare ottimi album dopo così tanto tempo?

È la personalità di noi quattro nella band, davvero. Quando rilasciamo un nuovo album o andiamo in tour è perché lo vogliamo fare. Se non vogliamo fare qualcosa, diciamo semplicemente no. Ecco perché diciamo sempre che un album dei Kampfar potrebbe sempre essere l’ultimo, perché se non abbiamo più nulla da dire non vogliamo “forzarci” a fare un nuovo album perché è quello che dovremmo fare. Tutto ciò che facciamo è veramente onesto, e sembra veramente bello da dire che nel 2019, dopo 25 anni, abbiamo rilasciato il migliore album della nostra carriera.

In concerto suonate anche brani dei primissimi lavori, il che vuol dire che ancora oggi riconoscete l’importanza e la bellezza di quelle canzoni. Cosa rappresentano per voi le vecchie canzoni: le origini della band, il percorso fatto, il legame con i vecchi fans o altro?

In realtà, non abbiamo nessuna regola che dice che dobbiamo avere tutte queste “vecchie canzoni” nei nostri live o qualcosa di simile, ma suoniamo quelle canzoni che sappiamo ci faranno fare un buono show. È così semplice. Ci sono alcune delle canzoni più vecchie che vanno bene per il 2019 dei Kampfar ed altre no. Una vecchia canzone che è stata con noi per molto tempo è Troll, Død og Trolldom e penso che sia una grande canzone con un’atmosfera forte che mi ha formato come songwriter, sicuramente.

Sempre parlando delle vecchie canzoni, c’è da dire che suonano come se fossero state composte per l’ultimo album. I Kampfar di venti anni fa suonano come i Kampfar di oggi: stessa attitudine, stesso feeling, stesso grande risultato. Per alcuni sarebbe “immobilità stilistica”, io dico “coerenza” e passione per quel che si fa. Quali sono i vostri pensieri a riguardo?

Non sono sicuro che di essere d’accordo con te sul fatto che le vecchie e le nuove canzoni siano qualcosa del genere, ma abbiamo cercato di mantenere lo stesso spirito e la stessa atmosfera per far che tutto suoni Kampfar, anche se le canzoni sono molto diverse. Su questo nuovo album ci sono molte più variazioni di tempo e ritmo, e le canzoni sono molto più precise, ma c’è un filo rosso che attraversa gli album che è più astratto, credo.

Ho avuto modo di assistere a un vostro show qualche anno fa e devo dire che raramente ho assistito a un concerto tanto “fisico” quanto il vostro. Quanto è importante per i Kampfar l’aspetto concertistico e come vi preparate prima di un concerto o di un tour?

Credo sia molto importante il modo in cui presentiamo i nostri show è solamente il modo in cui dimostriamo che siamo appassionati da ciò che facciamo. Lo trovo veramente strano quando vedo band sul palco che sembrano annoiate o stanche o addirittura spaventate. Non è così che vogliamo fare le cose. Vogliamo dare tutto al pubblico e penso che tutti coloro che ci abbiano visto suonare lo abbia apprezzato.

Quanto è importante Hemsedal per i Kampfar? E i Kampfar sarebbero il gruppo che conosciamo se fossero stati, che so, di Oslo o Bergen?

È molto importante, non solo per la storia di come i Kampfar sono iniziati, ma anche oggi guardiamo ad Hemseld come ad un posto in cui rifugiarci quando vogliamo scappare da tutto quanto. Quando abbiamo scritto questo nuovo album potevamo stare lì per settimane e vedere come tutta la natura cambiava la tavolozza dei colori dal verde dell’estate al rosso autunnale e al cupo inverno. Era bellissimo e ci ha aiutato veramente tanto ad ispirare il nostro album.

Grazie per l’intervista e complimenti per Ofidians Manifest, non vedo l’ora di assistere nuovamente a un vostro concerto! Volete salutare i vostri fan italiani che stanno leggendo l’intervista?

Grazie a te, e grazie per le parole gentili! Speriamo di vedervi presto (quando saremo) in tour in Italia, ma fino a quando non avremo un tour pronto potrete vedere i Kampfar live a Parma al Black Winter Fest a Novembre!

ENGLISH VERSION:

You are come back after three and a half years from the publication of Profan: beyond tours and festivals, how did you spend this time?

The last couple of years have been a time to heal, really. All of us have had personal issues to deal with and we had to take a really long break. At some point we thought that this is it – we’re finished. But after a while the urge to create something new came back.

What are Kampfar’s “timing”? After the promotional tour did you need of a long period to recharge your batteries or are you tireless musicians that are continually searching for the perfect riff? What do you do when you aren’t busy with the band?

All of us lead pretty normal lives outside of the music. I think it’s a good thing, because sometimes you get sick of music and want to do something else, but in the end we all have this passion – it’s something inside us. Personally, I don’t get tired from touring and I could probably stay on the road all the time, but it would be a boring life, I think. You cannot grow and evolve as a person if you stay on a tour bus all your life.

In a couple of tracks there are some little but important piano part: I believe that the participations of this instrument are very interesting and they can give you something more (and unexpected) to the song. How did the idea to include the piano section in Kampfar’s songs?

It’s interesting that you say that, because the piano is a very good instrument for the type of music we want to create, but we always try to keep it very subtle. We only use it when it has a specific purpose. I love the piano because it has a very contrasting tone compared to overdriven guitar and bass, and yet it has a kind of mellow and dark ambience that reflects well on our music. The piano has been in Kampfar for a long time and it feels natural to us.

Your album are always made up of a limited number of songs (only in Heimgangyou reached ten songs) and the length is always under fifty minutes. I appreciate this so much because in the full-length only the most beautiful songs are included and the listening didn’t disperse itself because of the high timing or by the fillers. When you are in the composition phase did you reject a lot of material because of your high-quality standard or you compose a certain number of songs already knowing that you won’t go beyond a certain number (or timing)?

I think the reason why we usually end up with albums around 40-45 minutes is that it’s what we like best, really. Albums that are longer than that usually sound boring to me. Also, I think an album should fit within one LP. We did have to throw away a lot of material during the song writing process, but that’s normal for us. Usually, we can see what works in the pre-production phase and then shape the album around what we really want. In addition to that, we threw away a lot of stuff that we thought was actually “too good”. It may sound crazy to throw away good songs, but we wanted this album to have a certain feeling and atmosphere, so anything that didn’t fit into that idea had to go.

How is the collaboration with Agnete Kjolsrud born? Did you give her some clear indications or was she free in the execution of Dominans?

The vocals on Dominanswas a creative collaboration between Dolk and Agnete, really. I think they found a lot of inspiration between eachother. There were no instructions, just a creative process.

Dominansis an atypical track for Kampfar, with some parts that are extremely “airy” and non-conventional structure. What is the origin of the song and who wrote the music?

I write all the music in Kampfar, but the process of evolving the songs is a team effort, so to speak. When I wrote Dominans I wasn’t really sure where to go with it, but Dolk had some great ideas for vocals right away, so we kept the structure and instrumental stuff really simple in order to have a lot of space for the vocals, especially since we decided to have Agnete on that song as well. The vocals are the main focus of that song.

Skamlos has an old-style intro and it seems to say “here is how pagan black metal must be played, guys!”. Playing in tours and festivals you have the opportunity of meeting a lot of musicians and groups: did you find differences, musically speaking, between the nineties groups and the youngest groups even if you play the same genre?

I think the younger guys in this genre are generally very hard working and skilled musicians. Most of the bands we meet on tours and festivals are very good guys, otherwise I think it would be hard to survive in this business. Younger bands are generally eager to impress, which is understandable when you don’t have a lot of history, whereas we couldn’t really be bothered to try to impress people. We know who we are, what we’re good at and what we’re not so good at, but most importantly we know exactly what kind of music and show we want to present to our audience.

You are in activity since 1994. What makes a band keep on working and to produce excellent albums after such a long time?

It’s the personality of all four of us in the band, really. When we release an album or go on tour it’s because we want to do it. If we don’t want to do something, we simply say no. That’s why we’ve always said that a Kampfar album could always be the last one, because if we don’t have anything to say anymore we won’t “force” ourselves to make another album because it’s what we’re supposed to do. Everything we do is very honest, and it feels very good to say that in 2019, after 25 years, we have released the best album in our carreer.

In concert you also play songs from the earliest works, that means you still recognize the importance and the beauty of that songs nowadays. What did the old songs represent for you: the origin of the band, the path that you’ve done, the relationship with the old fans or something else?

Actually, we don’t have any rules saying that we should have this many “old songs” in our live show or anything like that, but we play the songs that we feel will make a good show. It’s as simple as that. There are some of the older songs that fit really well into Kampfar anno 2019 and some that don’t. One old song that has stayed with us for a long time is TrollDød og Trolldom, and I think it’s a great song with strong atmosphere which has inspired me as a song-writer, definitely.

Speaking of the oldest songs, we can say that they sound like they were composed for the last album. Kampfar of 20 years ago sounds like nowadays’ Kampfar: same attitude, same feeling, same great result. For someone that would be “static immobility”, I say “coherence” and passion for what you’re doing. What are your thoughts about that?

I’m not sure I agree with you that the old and new songs are anything like the same, but we have managed to keep the same spirit and atmosphere to make everything sound like Kampfar, even though the songs are very different. On this newest albums there’s a lot more variation in tempo and rhythm, and the songs are more precise, but there is a red line going through the albums which is more abstract, I think.

I had the chance to see one of your concerts some years ago and I must say that rarely I see such a “physical” concert as you was. How much is important for Kampfar the live aspect and how did you prepare yourself before a live or a tour?

I think it’s very important, the way we present our shows, it’s just the way that we show that we are passionate about what we do. I find it very strange when I see bands on stage who look bored or tired or scared, even. That’s not how we want to do things. We want to give the audience everything and I think everyone who has seen us playing live appreciate that.

How much is important Hemsedal for Kampfar? And would Kampfar be the same group we know if they’d been, I don’t know, from Oslo or Bergen?

It’s very important, not just for the history and how Kampfar started, but even today we have Hemsedal as a place we can go to to escape everything else. When we wrote this new album we could stay there for weeks and see how the whole nature turned from green summer to red autumn and into a bleak winter pallette. It was beautiful and really helped inspire our album.

Thanks for the interview and congratulations for Ofidians Manifest, I can’t wait to attend to one of your gigs again! Would you say hallo to your Italian fans that are reading this interview?

Thank you, and thanks for the kind words! We hope to see you soon on tour in Italy, but until we have a tour ready at least there’s a chance to see Kampfar live in Parma at Black Winter Fest in November!