Tengger Cavalry: fine della cavalcata

Ascesa e tracollo di un gruppo diverso da tutti gli altri, i Tengger Cavalry.

Quella dei Tengger Cavalry è una storia come tante se ne sentono in giro. Si strimpella qualche nota, nascono canzoni e si arriva al primo disco. La differenza sta qui: il primo disco della band asiatica ha un impatto devastante che sarà la sua fortuna e la sua condanna al tempo stesso. Blood Sacrifice Shaman (2010, Dying Art Production) è un piccolo capolavoro di folk metal, dove la parola folk sta per qualcosa di realmente tradizionale e legato al territorio. I quaranta minuti del disco sono una secchiata d’acqua ghiacciata ad una scena che dopo l’esplosione commerciale (Finntroll, Korpiklaani, Eluveitie ed Ensiferum su tutti) già rischia di stagnare nelle solite trame musicali e letterarie. Con i Tengger Cavalry invece tutto suona nuovo e fresco, diverso dal resto della scena, ma soprattutto convincente e ben fatto. La formula è all’apparenza semplice: heavy metal + musica folk della Mongolia, con il tipico stile vocale di quei luoghi, ovvero il throat singing. Il viaggio dei Tengger Cavalry guidati dal talentuoso Nature Ganganbaigal prosegue con l’ottimo Cavalry Folk, doppio cd che ben rappresenta le due anime della band, quella più aggressiva nel CD1 Sunesu Cavalry e quella folk ambient del CD2 dal titolo Mantra. Con lavori del genere è impossibile non farsi notare, infatti il nome del gruppo gira il mondo e non sono pochi i recensori a tessere le lodi del genio musicale di Ganganbaigal.

A questo punto, però, il mastermind inizia a pubblicare dischi su dischi (sette in cinque anni!), con l’inevitabile e progressivo calo qualitativo dovuto al troppo materiale immesso nel mercato. Per essere chiari, i vari Black Steed e Ancient Call sono dei lavori belli, piacevoli da ascoltare, sicuramente ben fatti e curati nei minimi dettagli, ma indubbiamente inferiori a Blood Sacrifice Shaman: tutti i full-length se paragonati al micidiale debutto ne escono sempre sconfitti. Qui termina la prima parte della storia dei Tengger Cavalry, una manciata di dischi belli usciti un po’ troppo vicini l’un l’altro per essere apprezzati a fondo, ma sulla qualità c’è ben poco da recriminare.

Il 2015 rappresenta la svolta per la band mongola. In negativo. Da quell’anno Ganganbaigal comincia a ingolfare il mercato (e i suoi fan) con release di ogni tipo, spesso superflui singoli digitali che lasciano il tempo che trovano, ovvero un distratto ascolto in streaming mentre si fanno altre cose. Il 2015 vede la pubblicazione della ri-registrazione del debut Blood Sacrifice Shaman per l’americana Metal Hell Records, tre singoli digitali, un EP e un breve live. Il 2016 registra l’uscita dell’inutile Ancient Call, da non confondere con “l’altro” Ancient Call, ovvero la versione strumentale delle canzoni non strumentali presenti nel primo Ancient Call: se trovate la scrittura confusionaria è volutamente così per replicare l’effetto che hanno le uscite dei Tengger Cavalry sugli ascoltatori, storditi e disorientati. Si continua con sei singoli, due compilation, due EP, due live e altri tre dischi (due in realtà sono ri-registrazioni di album “vecchi” di un paio di anni). Nonostante il caos, la band suona con regolarità e i consensi del pubblico sono sempre crescenti. Il numero di pubblicazione cala drasticamente nel 2017: “solo” quattro singoli e due full-length (compreso il mediocre Die On My Side), ma è anche l’anno del grande annuncio, quello che sogna ogni musicista quando imbraccia per la prima volta uno strumento, anche quello nato a Pechino e affermatosi a New York. La potente Napalm Records, etichetta austriaca che in questi anni domina il mercato dell’heavy metal – ma che ha dato i natali a formazioni fondamentali del folk metal come Otyg e Vintersorg – mette sotto contratto i Tengger Cavalry e il disco esce all’inizio del 2018. Preceduto da un discreto chiacchiericcio di rete e dai puntuali trailer, video e anticipazioni, Cian Bi vede la luce il 23 febbraio. L’album è un mal riuscito mix di metal moderno, strumenti cinesi, throat singing (in inglese…) e qualche bel momento folk metal. Cian Bi è la conferma della confusione che regna in casa Tengger Cavalry, divenuti ormai un piatto non in grado di soddisfare nè il pubblico che li ha seguiti all’inizio, né chi preferisce suoni compressi e ritmi metalcore. L’unico pubblico che sembra apprezzare realmente la nuova veste sonora dei Tengger Cavalry sono gli americani, affascinati dalle varie Electric Shaman e Redefine. Forse il problema artistico è proprio questo: quello dei Tengger Cavalry non è più folk metal, bensì un metal moderno e piuttosto lineare con intriganti stacchi folkloristici ed esotiche melodie di mondi lontani. Visto così Clan Bi riesce quasi ad essere un album grazioso nonostante i pessimi suoni. In realtà per Ganganbaigal non c’è nemmeno il tempo di godere della meritata soddisfazione di vedere il proprio lavoro griffato Napalm Records, che cinque giorni dopo la pubblicazione del cd lo stesso musicista annuncia tramite Facebook lo scioglimento del gruppo con effetto immediato. Una notizia inaspettata, che nessuno era in grado di immaginare e che forse anche Ganganbaigal non si aspettava. Nel post apparso nella pagina ufficiale della band si parla di cause legali e di contratti firmati con un’altra label prima dell’arrivo della Napalm Records e che, stando a quanto detto con parole a dir poco dure dal cantante fondatore della band, sono i motivi che spingono i Tengger Cavalry allo scioglimento.

Ganganbaigal è un musicista di qualità, laureato a New York, città dove consegue anche un master in composizione musicale per film e di fatto vive di musica. L’instabilità della persona si riflette sulla band che dalla periferia del metal (Cina) si ritrova quasi all’improvviso nel più grande mercato al mondo (USA), e se da una parte una cosa del genere non può che fomentare ed invogliare a lavorare ancora più sodo, c’è il lato oscuro della vicenda, ovvero la pressione, le tempistiche, forse qualche “dritta” dall’alto su come fare o non fare certe cose. Fatto sta che Ganganbaigal sente di avere ancora molto da dare e i Tengger Cavalry tornano attivi e nei primi mesi del 2019 danno alla luce un singolo digitale, uno split, un album e un EP. L’album Northern Memory è un parziale ritorno al passato e certe brutte venature “core” sembrano essere ormai lontane dal sound della formazione cinese/americana. Ai fasti del passato meglio non pensarci, ma rispetto allo scempio Cian Bi il nuovo Northern Memory gode di maggiore ispirazione e al momento della pubblicazione non sembra essere poco. Due mesi più tardi è il turno dell’EP Northern Memory (Vol. 2), un cinque pezzi folk/ambient che valorizza le origini asiatiche del progetto e che di fatto è l’ultima pubblicazione della band. Da notare che questi lavori arrivano sul mercato come autoproduzioni, un bel passo indietro – se non proprio un fallimento – dopo la firma con un colosso come la Napalm Records.

Nonostante la qualità spesso non esaltante delle ultime pubblicazioni, c’era grande curiosità attorno alla band e soprattutto del suo leader. E invece, con sorpresa e grande dolore, il 25 giugno si legge sulle webzine musicali la triste notizia del ritrovamento del corpo senza vita di Ganganbaigal. A renderlo noto sono i compagni di gruppo, raccontando di come si siano insospettiti dopo che il loro leader non si fosse presentato a delle prove e alla registrazione di un video. Nature Ganganbaigal combatteva con la depressione e ha raccontato in un’intervista di come provò a suicidarsi buttandosi da un palazzo, fermato in tempo da un poliziotto che gli raccontò le sue disgrazie e la scoperta di essere stato tradito dalla moglie dopo oltre dieci anni di matrimonio. Le cause della morte non sono state dichiarate, ma sembra che il corpo sia stato trovato dalla polizia all’interno della sua macchina.

Quella dei Tengger Cavalry è una storia come tante: una band passa dal suonare in cantina al fare un tour in nord America. Ma è soprattutto la storia di Tianran Zhang, vero nome di Nature G, un uomo che non è riuscito a sconfiggere i suoi demoni, venendone sopraffatto.

Il gossip, il folk/metalcore, i dischi uno dietro l’altro, le vicende legali e la triste scomparsa di Ganganbaigal sono effettivamente parte della carriera dei Tengger Cavalry, ma per una volta lasciamo fuori dalla porta tutte queste cose e concentriamoci sulla bellezza dei primi dischi, quando con tanta voglia e un pizzico di magia furono concepiti dei dischi che per il genere rivestono ancora oggi grande importanza e sono fonte d’ispirazione per i più giovani. È questa l’eredita che Nature G ha lasciato: tanta musica con un’anima che vibra e arde ad ogni ascolto.

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Intervista: Legacy Of Silence

Un disco di debutto fatto bene sotto tutti i punti di vista: Our Forests Sing è un ottimo biglietto da visita per questa giovane realtà piemontese che ha tanta voglia di fare e di portare sui palcoscenici la propria musica. Our Forests Sing è chiaramente al centro della chiacchierata e vengono raccontati retroscena, curiosità, influenze e tutto quello che porta i musicisti a comporre delle canzoni che per scelta sono lontane dalle città per avere la Natura attorno: boschi, rispetto per la natura e storie di mostri e antichi dèi sono solo alcuni dei temi trattati dai Legacy Of Silence. Senza paura, anche se è buio, siamo tutti i benvenuti nel bosco…

Foto di Sophia Giachin

Perché il nome Legacy Of Silence?

Innanzitutto ci teniamo a ringraziarti per lo spazio che ci stai dedicando e per la recensione che hai fatto del nostro disco, era un confronto che aspettavamo con trepidazione e una qual certa apprensione ad essere sinceri! Il nome è nato dopo una lunga peregrinazione e infinite riflessioni e tentativi. Il significato che gli abbiamo impresso è lo stesso che cerchiamo di infondere nei nostri pezzi. La nostra musica e i nostri testi danno voce al silenzio, a quel silenzio maestoso, inquietante e immenso che io descrivo sempre con la stessa immagine: provate a pensare di varcare la soglia degli alberi di un grande bosco sul far della sera. Fuori di esso la luce del sole morente inonda l’ambiente, ma dentro la coltre di buio che avanza ottunde i suoni, e tutto appare immobile e morto. Invece nel silenzio del bosco che attende il calar delle tenebre c’è più vita che mai, sospesa tra il sonno e la veglia. Noi ci sentiamo parte di un lascito, un’eredità di antiche storie con cui i nostri nonni sapevano raccontare il silenzio della terra, perché in esso risiede il sublime.

Avete da poco pubblicato il full-length di debutto Our Forests Sing. Mi piacerebbe sapere come vi siete sentiti una volta ricevute le copie del disco, se la fatica e l’impegno sono state ripagate dal risultato finale e cosa pensate ora, a mesi di distanza dall’esordio.

Our Forests Sing è stato un parto per diversi motivi. Innanzitutto il disco è stato interamente autoprodotto, e pur non avendo molti mezzi abbiamo cercato di ottenere la massima qualità di cui potevamo essere capaci, ma quasi per tutti noi è stata la primissima volta alle prese con un full-length, perciò non sono mancati gli intoppi, moltissimi a dirla tutta. Ci siamo presi a cornate a lungo ma siamo anche stati capaci di fare squadra e di lavorare bene, ben consci del fatto che tutto questo altro non è che un inizio. Mark, il nostro cantante, una sera ha descritto l’album con parole che ci sono rimaste impresse, dicendo “Ragazzi, abbiamo messo il primo piede fuori da casa nostra. Abbiamo salutato il tepore del caminetto, e ora stiamo camminando su un sentiero molto lungo. Vedremo dove ci porterà”.  Questo è stato lo spirito con cui abbiamo vissuto il nostro esordio. Avere il nostro disco in mano è stata una soddisfazione pazzesca, vedere le illustrazioni (a opera della meravigliosa Mariabianca Minelli, che salutiamo!) prendere vita accanto ai testi, poter letteralmente tenere in mano un anno di lavoro è stato forte, e questa cosa ci ha uniti come non mai.

Il disco è stato licenziato dalla Volcano Records, etichetta italiana. Come siete giunti alla firma, e come vi state trovando con loro?

Siamo giunti a firmare con la Volcano dopo una serie di eventi che, in pochissimi mesi, hanno dato una spinta pazzesca alla nostra carriera. Eravamo al debutto ufficiale e stavamo cercando date per fare sentire al nostro pubblico torinese i primi pezzi dell’album, quando un nostro caro amico e grande cantante, Mattia Casabona, ci ha suggerito di partecipare all’Entropy Fest, un contest di musica inedita e cover che si tiene ogni anno nel pinerolese, vicino a Torino. Partecipare a questo festival è stato pazzesco: noi, con un progetto che stava prendendo forma, ci siamo trovati a competere con band solidissime di tutto il territorio, giudicati da una giuria di musicisti con carriere pluridecennali, capitanati da una persona più unica che rara, l’organizzatore del festival Douglas Docker. Insomma, alla fine della fiera il nostro folk metal è piaciuto, tanto che abbiamo vinto il primo posto e diversi premi, tra cui un contratto biennale con la Volcano. Da lì le cose hanno preso una piega molto diversa, e abbiamo dato un taglio molto più professionale alla nostra formazione e al nostro modo di fare musica. Dobbiamo moltissimo a Douglas, un vero e proprio guerriero dell’underground ed un musicista straordinario.

Ascoltando la vostra musica ci si rende conto che avete nel serbatoio influenze musicali piuttosto varie, ma riuscite a creare delle canzoni che rientrano nel folk metal. Come si svolge una sessione di composizione in casa Legacy Of Silence? Ci sono brani che vi hanno fatto sudare le famose sette camicie per avere il risultato desiderato?

Oh questa domanda ce l’aspettavamo! Partiamo subito col definire le nostre influenze musicali: batterista e flautista arrivano dal prog metal, i chitarristi dal melodic death, il cantante dal folk. Solitamente il grosso della composizione, a livello di struttura generale del brano e riff principali, viene composto da chitarrista e cantante. Poi tutti insieme ci prendiamo dei weekend di composizione in cui andiamo in montagna, nelle vallate che circondano la nostra città, e delineiamo la struttura in maniera più precisa, ognuno con il suo contributo portando il brano a compimento. Una cosa veramente fantastica è che tutti sono sempre pronti a sacrificare una propria parte per valorizzare gli altri e l’estetica del brano nel complesso, ed è diventato così solo con la formazione attuale. Il brano che ha fatto bestemmiare di più tutti quanti è sicuramente stato J.A.W.S., anche perché è il più sperimentale dell’album. Èstato molto complesso incastrare la composizione vocale e le parti melodiche di flauto e chitarra sulla ritmica irregolare e veloce del pezzo, ma il risultato finale ha superato le nostre aspettative.

Nella recensione parlo di chitarre vicine al death metal melodico e al deathcore. Quali sono i gruppi e i musicisti che hanno influenzato maggiormente i vostri chitarristi?

I nostri chitarristi, soprattutto quello psicopatico del solista, arrivano da un ambiente melodic death. Simon è un grande appassionato dei Children Of Bodom e dei Wintersun, in particolare del frontman, Jari Mäenpää. John invece ha come riferimento nel suonato le tracce ritmiche mordaci e violente degli Eluveitie.

Nella conclusiva Rebirth è presente in qualità di ospite la violinista Vittoria Nagni, ex Blodiga Skald. Come è nata e si è sviluppata la collaborazione? Potendo invece scegliere un big della musica, chi vorreste come ospite nel prossimo cd e perché?

La collaborazione con Vittoria è nata perché sentivamo di volere un guest del panorama folk metal italiano, e lei era semplicemente perfetta: violinista di grande talento, bravissima interprete e capace di far suo il pezzo e capirne il significato. L’abbiamo conosciuta quando faceva parte dei Blodiga Skald, i nostri fratelli maggiori di Roma con cui da subito abbiamo legato tantissimo, e che salutiamo con affetto! Le abbiamo proposto il pezzo e di fare da guest e lei ha accettato subito, il risultato è stato veramente bellissimo. Ne approfittiamo per mandarle un super abbraccio, ciao Vittoria \m/

Dal titolo alla copertina sembra che la natura vi stia a cuore. Qual è il vostro rapporto con il mondo che vi circonda? Siete appassionati di escursionismo o altri sport di montagna?

Siamo tutti grandi appassionati di natura e montagna, ma è Mark la mente che sta dietro al concetto dell’album e ai testi. Ci ha fatto una testa così per anni sul suo rapporto quasi spirituale con il mondo naturale e, alla fine, la sua filosofia è diventata parte fondamentale del progetto e anche di tutti noi. Pensate a che cosa doveva essere solo trecento anni fa una foresta. Senza luci, solo con il fuoco, in un mondo in cui la scienza era un concetto riservato all’élite. Non è difficile pensare che il verso di caccia di una volpe o il bramito di un cervo, nel buio delle notti senza luna, potessero essere scambiati per il verso di un mostro orrendo, alimentando fantasia, fiabe e leggende. Le nostre foreste, gli alberi antichi, si trovano dove sono da centinaia di anni, e sono interconnesse. I boschi sono un luogo di equilibrio, di vita, e se ci si ferma ad ascoltarli li si può sentir cantare. Provateci, sedetevi su di un sasso nel folto di un bosco e state in silenzio per qualche minuto. Le nostre foreste cantano, e hanno molto da dire.

Parliamo dei testi. Vi chiedo di scegliere quelli che maggiormente vi rappresentano e di spiegarne il perché. C’è la possibilità. In futuro, di poter ascoltare una vostra composizione in italiano?

I due testi che maggiormente ci rappresentano sono indubbiamente Witchwood ed Heresy. Entrambi parlano di uomini che entrano nel bosco e ne restano rapiti, anche se con epiloghi differenti. In Witchwood degli uomini violano il sacro confine del bosco della strega. Vi entrano senza rispetto, sporcando e distruggendo. Così tutte le creature e la foresta stessa li respingono con odio. Su queste persone si crea una pressione, e cominciano a vedere mostri tra le ombre e a sentire canti selvaggi durante la notte, finché la strega non viene a prenderli di persona. In Heresy un villaggio di uomini dediti al culto degli antichi dèi viene attaccato da un mostro venuto dalla grande foresta. Gli uomini cominciano a sussurrare di un divoratore dimenticato, sceso dal nord. Così tutti iniziano a raccogliere i propri pochi averi e a fuggire, ma il capo del villaggio non ci sta, prende il suo martello, distrugge gli altari degli dèi ed entra nel bosco con un manipolo di uomini, deciso ad uccidere la belva. Nel cuore della foresta, dove gli alberi sono antichi quanto il tempo, non trovano un mostro bensì un dio che, tornato a casa, reclama il suo dominio uccidendo gli uomini usurpatori. Questi pezzi sono il connubio di fantasy, filosofia, spiritualità e folklore che rappresentano in pieno quello che sta diventando il centro del nostro progetto, su cui stiamo improntando la composizione dei nuovi pezzi. Per quanto riguarda il testo in italiano: è possibile, non lo escludiamo a priori, ma per il momento l’inglese continua ad essere al lingua con cui preferiamo scrivere.

Dalle foto dei concerti ho visto che indossate degli abiti di scena e delle maschere: cosa rappresentano?

I nostri costumi di scena, o meglio, le armature, sono una novità quasi assoluta visto che ci abbiamo fatto solo due live. Abbiamo deciso di impostare la nostra costumistica di scena su un concetto molto semplice: ognuno di noi ha, da sempre, sentito di avere un animale che lo rappresentasse in maniera particolare, una specie di animale-guida. Così le nostre strade hanno incrociato quelle di Lorenzo Bux, un artigiano (più che altro artista) di Torino, al quale abbiamo sottoposto il progetto, e che ci ha messo anima, corpo e, soprattutto, l’inestimabile contributo del suo strepitoso talento. In questo modo sono nate sei armature, ognuna fatta sulle necessità logistiche ed estetiche di ognuno di noi, che hanno in comune lo stile e i materiali, ma differiscono in tutto il resto. Alcuni di noi, i più brutti, hanno deciso poi di farsi fare anche delle maschere, così da migliorare decisamente il livello di figaggine del gruppo. Bisogna puntualizzare che quelle che potete vedere in foto sono solo dei prototipi: le parti definitive sono pochissime, le armature prenderanno forma definitivamente nel corso di tutto il prossimo anno, e saranno pericolosamente belle.

Continuiamo a parlare di concerti: fino a questo momento non sono stati molti e mi chiedo se in autunno terrete delle date per promuovere il disco o se ci sono problemi in tal senso.

Tasto terribilmente dolente. Sì, purtroppo i concerti che possiamo vantare nel nostro curriculum sono pochi, e le ragioni sono molte. In primis è da poco più di un anno che abbiamo trovato stabilità nella formazione. Prima abbiamo cambiato una sfilza di batteristi e bassisti e questo purtroppo ci ha sempre fermati, perché puntualmente non avevamo scalette da live. Inoltre c’è il problema che a Torino siamo rimasti soltanto noi a fare folk, e diventa sempre più difficile organizzare delle date. A ciò si aggiunge che i locali che fanno suonare metal underground a Torino sono pochissimi e molto gettonati, perciò nel tempo è stato difficile organizzare delle buone date. Detto questo però, ci teniamo a precisare che stiamo organizzando diverse date su Torino per il tardo autunno, e speriamo di poter partecipare a numerosi festival nella prossima estate. Stiamo anche cercando di suonare fuori da Torino, e per questo è nostro dovere ringraziare le band che finora ci hanno ospitati fuori dal Piemonte, in particolare i Calico Jack di Milano e i già citati Blodiga Skald. Siamo sempre a caccia di live, quindi se ne avete da proporci scriveteci!

Prima di giungere alla fine vi devo chiedere il perché dei nickname: qual è il loro significato?

I nostri nomi d’arte sono legati a doppio filo con le armature. Come dicevo, ognuno di noi ha scelto un animale con cui sentisse di condividere l’essenza. E così abbiamo scelto Gufo, Cervo, Tasso, Ghiottone, Cinghiale e Falco, e da lì sono nati i nomi e  l’impostazione decorativa delle armature.

Siamo giunti alla fine, c’è qualcosa che volete aggiungere?

Dato che ci concedi questo spazio, lo utilizzeremo per ringraziare un po’ di persone e per dare un paio di notizie bomba. Innanzitutto ringraziamo te Fabrizio, per il lavoro che fai e per lo spazio che ci hai dedicato. Ringraziamo le persone con cui stiamo collaborando, in particolare quello che consideriamo il nostro “padre” artistico, Lorenzo Bux, con cui stiamo lavorando ad un progetto pazzesco i cui primi frutti arriveranno in autunno. Ringraziamo il nostro videomaker Andrea Talò della Gemini Crew, altro artista straordinario, che sballottiamo da un bosco all’altro per le riprese dei nostri pezzi. Ringraziamo Douglas R. Docker, una persona straordinaria e unica, e non serve davvero aggiungere altro. Se siamo arrivati fin qui lo dobbiamo soprattutto a lui. Vi annunciamo che presto uscirà un nuovo video veramente strepitoso, in cui abbiamo potuto sfoderare una collaborazione con un team di persone pazzesco, ma per il momento non posiamo aggiungere altro. Salutiamo con grande affetto tutti i nostri fan, vecchi e nuovi. Ci vedrete presto sul palco. Stay Folk, Stay Silent \m/

Foto di Rock My Life / Graziella Ventrone

Barad Guldur – Frammenti Di Oscurità

Barad Guldur – Frammenti Di Oscurità

2019 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Ivan Nieddu: voce – Stefano Longoni: chitarra – Riccardo Bona: chitarra – Marco Brambilla: basso – Sara Benzoni: batteria – Eliana Gheza: cornamusa – Stefano Grazioli: cornamusa, flauto – Alessandra Lombardo: ghironda – Elisa Fratus: violino

Tracklist: 1. La Storia Cominciò – 2. Canso De Bouye – 3. Sarneghera – 4. POININOS – 5. Nella Notte Più Nera – 6. Asfaladugu – 7. La Gratacòrnia – 8. Per Chi Ela La Nòcc? – 9 Senza Paura – 10. Frammento Di Oscurità – 11. Lodar I Lais Ben Laer Sul

Frammenti Di Oscurità è il debutto dei Barad Guldur, formazione di Bergamo autrice di un folk metal ricco di strumenti tradizionali con i testi delle canzoni in lingua italiana. Ivan Nieddu (voce) ed Eliana Gheza (cornamusa) danno vita al gruppo sul finire del 2015 e dopo qualche anno di lavoro esce come autoprodotto il primo full-length. Mettendo nella stessa frase Bergamo e folk metal è automatico pensare ai Folkstone, ma i Barad Guldur sono bravi a non farsi risucchiare dal groove di Lore e soci, andando per la propria strada fin dal primo disco con la giusta personalità. Quel che viene fuori dalle casse dello stereo è un folk metal abbastanza personale con il baghèt – strumento tipico bergamasco, della famiglia delle cornamuse, in uso, secondo gli affreschi, fin dal XIII secolo – in grande evidenza, e un continuo alternarsi e sovrapporsi di voci sia maschili che femminili con diversi stili e impostazioni. Il risultato è assolutamente convincente e non sembra certo di ascoltare un’opera prima.

Il disco si presenta con una grafica semplice ma comunque efficace, il booklet di otto pagine contiene tutti i testi e il racconto del progetto Barad Guldur, una cosa che accade molto raramente e che permette di entrare immediatamente in sintonia con la proposta dei bergamaschi. L’unica pecca della parte grafica è la scelta di lasciare il booklet color nero con i testi in bianco: sfondi di montagne e natura sarebbero stati perfetti per quanto cantato nei quarantanove minuti del cd. La produzione è piuttosto asciutta e mediamente potente, gli strumenti sono ben equalizzati e nel complesso il suono, considerando la completa autoproduzione, va più che bene.

La Storia Cominciò e Canso De Bouye sono un ottimo modo per presentarsi: due brani diversi tra loro ma che mostrano subito lo stile e le capacità dei Barad GulgurCon i testi sotto mano si possono apprezzare ancor di più i brani, in particolare gli ottimi Nella Notte Più Nera (forse ispirata dall’anarchico eroe locale Simone Pianetti?) e Frammento Di Oscurità, ma non deve passare in secondo piano la qualità del songwriting, né dei pezzi poc’anzi menzionati, né dei restanti. La batteria di Sara Benzoni non disdegna parti aggressive che danno una bella botta d’adrenalina quando inserite, con l’ex Furor Gallico Marco Brambilla a formare un’ottima sezione ritmica. I toni aspri di Sarneghera sono controbilanciati dalla riuscita parte strumentale folk, mentre la già citata Frammento Di Oscurità è una composizione diversa dalle altre, meno immediata e più articolata, con la coppia di chitarre in gran spolvero nella seconda parte del brano. Senza Paura è una botta d’energia, probabilmente la canzone più estrema del disco con i pregevoli inserti di cornamuse assolutamente azzeccati. A completare l’album ci sono la bella strumentale Asfaladugu e diversi “intermezzi”, se così si possono definire: POININOS è un bel pezzo ambient folk ipnotico sulla scia di Wardruna e Danheim, La Gratacòrnia che vede protagonista il Coro Alpino Le Due Valli e la conclusiva Lodar I Lais Ben Laer Sul che chiude un album ambizioso e ben riuscito.

I quarantanove minuti di Frammenti Di Oscurità scorrono bene, le canzoni funzionano e non ci sono momenti che affossano l’ascolto. Chiaro è che si tratta di un debutto assoluto e, com’è normale che sia, c’è molto da lavorare per i Barad Gulgur al fine di realizzare un disco ancora migliore. Sinceramente, però, una totale autoproduzione di questa bontà e come debutto non è facile da trovare in giro. Alla band di Bergamo vanno i complimenti per quanto fatto: ora è lecito aspettarsi dei passi in avanti, questo è l’inizio di una possibile bella carriera.

Intervista: Calico Jack

L’attività del sito misterfolk.com inizia nella primavera del 2013 e i Calico Jack furono tra i primi gruppi a essere ospitati su queste pagine. La pirate metal band con sangue e sudore (e rum!) ha pubblicato il debutto omonimo su Underground Symphony a ben sei anni di distanza dall’EP Panic In The Harbour (e per l’occasione furono anche intervistati: potete leggere le loro risposte QUI). Dopo tanto lavorare e vista la bontà del risultato finale direi che i pirati lombardi si sono più che meritati l’intervista che state per leggere. Ragazzi, ora però ridatemi il gatto!

Sono passati ben sei anni tra Panic In Harbour a Calico Jack: cosa è successo in questo lasso di tempo?

Partiamo col botto! In questi sei anni da Panic In The Harbour è successo l’universo! Il nostro vecchio bassisti Ricky Riva ci ha lasciati per raggiungere un nuovo lavoro e trasferirsi in Svezia con la sua donna, abbiamo cercato un rimpiazzo passando tra vari cialtroni e troll che pur di avere un momento di gloria si spacciavano per musicisti, abbiamo suonato molto con Andrea Bluesman che ha preso il posto del basso per diverso tempo, abbiamo visto tante band suonare con noi, abbiamo fondato il Mediolanum Folk Fest assieme agli Athesis, che già alla sua prima edizione aveva riscosso molto successo, sempre promuovendo le band che hanno suonato con noi e che ai tempi nessuno conosceva, abbiamo stretto amicizia con band internazionali come Lothlorien o Vorgrum, abbiamo diviso il palco con band dello stampo di Negură Bunget e Týr. Insomma sono stati anni intensi e i lavori per l’uscita di questo nuovo album hanno dato filo da torcere tra fonici incompetenti oppure troppo pieno di loro per dare importanza a un’opera prima come la nostra.

Avete pubblicato il vostro debutto su Underground Symphony: come siete riusciti a strappare il contratto alla storica label tricolore?

Non è stato difficile, nel campo della musica estrema le persone sono molto più disponibili di quello che si vuole far credere, e poi raggiunte le mille copie vendute dell’album abbiamo promesso che restituiremo loro le rispettive famiglie.

Ora che il disco è stato pubblicato, vi sentite più leggeri? Immagino che avere tra le mani il frutto di anni di passione e sacrificio sia una grande soddisfazione!

È una soddisfazione immensa, vedere arrivare la scatola con tutti i digipak è stato come vedere arrivare dalla nursery un’infermiera sexy col tuo pargolo in braccio, non sai per cosa commuoverti. Ci sentiamo più leggeri ma anche più gasati e non vediamo già l’ora d far uscire il secondo album!

Quali sono a vostro parere i punti di forza del disco? C’è un brano che secondo voi racchiude l’animo dei Calico Jack? Infine, dovendo puntare su una sola canzone per conquistare il pubblico, quale scegliereste e perché?

Sicuramente i punti di forza sono le ritmiche sempre diverse, ci conosci e sai che i nostri pezzi sono sempre frizzanti e movimentati, l’abilità di Caps alla batteria riesce a dare spazio a nuove ambientazioni e ritmi a tratti più tribali come in Caraibica per non parlare delle magistrali improvvisazioni di violino di Laura Brancorsini. Puntare a una sola canzone per conquistare il pubblico? Bella domanda! Tutti i pezzi dell’album devono essere unici, tutti raccontano una storia e tutti raccontano la nostra storia. Ognuno di noi ha dato una parte di se in ogni pezzo, abbiamo anche una traccia di diciotto minuti, la nostra più grande sfida nel riuscire a renderla briosa, interessante e mai monotona, potrete trovare lì una marea di influenze musicali tutte coerenti tra loro seppur diverse, non è facile, ci abbiamo lavorato per anni e poi mesi e mesi di prove per riuscire a registrare, è stata un’impresa… c’è chi non riesce a mantenere l’attenzione del pubblico nemmeno con una da undici minuti!

Under The Flag Of Calico Jack dura ben diciotto minuti: come è nata una canzone del genere e come vi siete trovati a gestire un minutaggio così elevato? Avete mai avuto la paura di “strafare”?

Strafare non è una paura ma un obiettivo! Under The Flag Of Calico Jack è stata, come dicevamo prima, la nostra più grande sfida! È nata dal sogno di un folle poi trascritto dalle mani di un pazzo! La ciurma è molto più grande di quello che sembra e mantiene viva la nostra ispirazione ed è la nostra molla creativa, questo pezzo è per loro, per ogni singolo membro. Non ci siamo lanciati in questo pezzo per fare la solita gara a chi lo ha più lungo, è il caso di dirlo, ma è per tutti coloro che credono in noi, che ci supportano e sostengono, per dire a loro “ecco cosa avete fatto per noi”.

Songs From The Sea è una canzone strumentale inusuale, con tracce di folk irlandese a farla da padrone. Non accade spesso di avere a che fare con un brano del genere, soprattutto in un genere come il vostro. Direi quindi che per la realizzazione di questo disco non vi siete posti dei limiti e il risultato in tal senso è ottimo perché Calico Jack è un cd fresco e vario. Siete d’accordo con me? Come è venuta fuori una strumentale come Songs From The Sea?

Si siamo d’accordo, Songs From The Sea è un pezzo strumentale più particolare di altri, non è una ballad, si può ballare o ci si può scapocciare e tiene bene alto il livello sia dal tuo avvocato che ad una gara di rutti, ne siamo fieri. L’ispirazione è stata semplice in realtà, il mare è pieno di canzoni e tradizioni quanto la terra ferma, ma pochi si soffermano ad ascoltare, a ricordare; quindi ci piazziamo noi in questo buco e godendoci anche molto.

Ho trovato gli interventi di violino sempre molto utili a dare un qualcosa in più alla canzone, uno strumento mai invadente e al servizio del risultato finale. Come lavorate in sala prove, c’è una persona in particolare che porta i pezzi pronti o lavorate insieme nel creare le nuove canzoni?

Il nostro processo creativo è molto divertente per noi. Come già detto ognuno mette qualcosa di sui nei pezzi che scriviamo. Toto compone e scrive e tutti noi mettiamo il nostro per renderlo ancora più unico è perfetto. Ci sono casi in cui il processo è stato inverso, ad esempio Jolie Rouge, scritta da Melo, oppure Where Hath th’Rum Gone in cui è nata prima tutta la parte di violino da Dave.

L’unico difetto che ho riscontrato del vostro disco è l’eccessiva lunghezza. Ho pensato “forse hanno messo tutte queste canzoni perché ne hanno scritte tante senza pubblicarle e questa è la loro occasione”. Nel senso che se ci fosse stato un EP due/tre anni fa forse qualcuna sarebbe finita lì e non sul full-length. Quanto mi sbaglio?

Parecchio! In realtà abbiamo anche rifatto e inserito pezzi già noti ed altre canzoni le abbiamo tenute per il secondo album, lo abbiamo fatto per dare coerenza al nostro lavoro e dare a chi ci ha supportati sin dalla prima demo la possibilità di sentire alcuni pezzi più amati in una qualità migliore. Questo è il primo album, nasce dalle ceneri di ciò che è stato prima e si evolve. La lunghezza è un fattore relativo, siamo solo più abituati ad album più brevi fatto da canzoni più brevi, noi non potremmo condensare l’emozione che vogliamo trasmetterti in tre minuti di brano.

Le registrazioni delle parti di violino sono state affidate a Laura Brancorsini perché Dave era indisponibile. Dopo tanti anni di attesa e duro lavoro non si poteva aspettare che Dave fosse arruolabile per lo studio?

La vicenda con Dave è più profonda di così, la creazione di un album è un processo lungo e stressante, spesso una band non ne esce per nulla o non ne esce integra, vi assicuriamo che non sono interviste per fare i fighi quelle che sentite in giro. Ad ogni modo ora siamo ancora noi e vogliamo restarlo… almeno fino al prossimo album! XD

Ho visto l’intera serie Black Sails e mi è piaciuta molto. Qualcuno di voi l’ha seguita? Opinioni a riguardo?

No spoiler please! Giò è ancora alla seconda stagione! L’opinione su Black Sails è positiva, pur avendo un concetto della moda e dei dialoghi avulso da qualunque accuratezza storica… è divertente ed avvincente, il fatto che sia un prequel all’ isola del tesoro la rende ancora più epica, per non parlare dei personaggi storici all’ interno della narrazione.

Sempre a tema pirati, ho letto i due libri di Björn Larsson dedicati a John Long Silver e li ho trovati deliziosi e in grado di raccontare la vita con l’occhio del pirata, nel bene e nel male. Anche qui vi chiedo se conoscete i libri e se avete un parere su questi volumi.

Siamo abbastanza appassionati di letteratura sui pirati, il nostro Giggi ha tutta la collana di Masters And Commanders, Giò ha tutta la trilogia dei pirati di Evangelisti e sì, abbiamo letto anche La Vera Storia Del Pirata Long John Silver. Particolare, avvincente, un buon spaccato sociale tra aristocrazia e comunità, tra legalità ed illegalità, personalmente riesce a dare anche ottimi consigli di vita.

Se si parla di pirate metal si fa sempre e solo il nome degli Alestorm: volete suggerire ai lettori qualche altro nome interessante da seguire?

Eh Cazzo sì! Ragazzi non dovete scordare le radici, la band pirate metal per eccellenza! I Running Wild!!! Senza loro gli Alestorm non sarebbero mai esistiti anche se in alcune interviste dicono il contrario. La musica piratesca è molta come ad esempio i Toterfish, i The Privateers, anche fuori dal metal esistono gruppi davvero insuperabili come i Ye Banished Privateers!!! Ragazzi esplorate i generi e troverete vecchie band pazzesche e nuove band ancora sconosciute ma geniali!!!

Come vi state organizzando per promuovere il disco? Avete già delle date fissate in Italia e suonerete anche all’estero?

La promozione dell’album è in sinergia con la nostra label che sia sta occupando di recensioni e distribuzione dell’album. Noi privatamente stiamo attuando le nostre piccole strategie. La distribuzione è ottima da store online come iTunes a quelli fisici, lo potete trovare ovunque, anche ai nostri concerti

Quali sono le tre cose che un pirata deve necessariamente fare per poter essere definito tale?

Per prima cosa sappi che se sei della polizia devi dircelo! Ragazzi volete vivere pirata? Bevete, scopate e fate il cazzo che vi pare! Essere pirati vuol dire essere liberi! Accumulate il vostro denaro e poi godetevelo come più vi fa stare meglio e venite ai concerti dei Calico Jack!!!!