Chur – Four-Faced

Chur – Four-Faced

2019 – full-length – autoproduzione

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Yevhen Kucherov: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Goddess – 2. Four Faced – 3. Дике поле (Wild Steppe) – 4. Paradise – 5. Tyra – 6. Dancer – 7. Битва під Конотопом (Battle Of Konotop) – 8. River – 9. Freedom Or Death – 10. Outro – Степова спека (Steppe Hot) – 11. Фломастерні брови (Marker Eyebrows)(bonus track)

Una decade fa la carriera dei Chur sembrava ormai lanciata, almeno per gli standard underground, poi il nulla. Dieci anni di silenzio interrotto sola da uscite minori (tipo la raccolta di brani tratti da split) prima del ritorno della one man band ucraina con il presente disco Four-Faced. Il progetto nasce nel 2005 e nel giro di pochi anni vengono dati alle stampe una serie di dischi che possono senz’altro essere considerati interessanti e che mettono in risalto lo stile di Kucherov, cantante/musicista che con pazienza e dedizione scrive e pubblica album e split degni di nota. In particolare nel 2012 vede la luce l’ottimo split cd con Oprich e Piarevaracien sotto la supervisione della Casus Belli Musica. Poi, all’improvviso, il nulla. Almeno fino a Four-Faced.

Four-Faced è un album equilibrato, realizzato con passione e che non presenta cali qualitativi o picchi mostruosi. Si tratta di un bel disco di folk metal sovietico, molto piacevole da ascoltare e che nonostante la durata importante – sessantuno minuti – non stanca o annoia. Le canzoni sono quasi tutte strutturate nella maniera classica e un buon esempio è rappresentato dall’opener Goddess, brano che racchiude le caratteristiche sonore del progetto Chur. Le dieci tracce di Four-Faced sono tutti mid-tempo con poche accelerazioni o improvvisi cambi di ritmo, ma nonostante l’andatura costante non si avverte stanchezza nell’ascolto, forse grazie ai tanti strumenti folk utilizzati nelle varie canzoni. L’aspetto folk è sempre molto presente senza però togliere spazio alle chitarre e agli altri strumenti, un equilibrio sul quale Yevhen Kucherov si è dedicato con attenzione negli anni scorsi; un’altra particolarità più che positiva è rappresentata dai cori e dalle parti dove la voce si moltiplica “a strati”, creando un effetto profondo ed epico, dando alla canzone quella piccola imprevedibilità che aiuta sempre quando le canzoni hanno una durata media di cinque o sei minuti. La title-track, Дике поле e Dancer sono tre modi diversi per Kucherov di esprimere la propria vena artistica e la passione per la mitologia pagana che arricchisce i brani del disco di una componente “magica”, mentre una piccola menzione la merita Tyra, dallo splendido finale di ghironda e l’oscura River, con delle pregevoli melodie di flauto.

Il ritorno dei Chur è senz’altro positivo ed è un peccato che al momento sia disponibile solamente in formato digitale. Four-Faced è un lavoro solido e qualitativamente buono: la lunga pausa ha eclissato il nome della band, ma la bontà dei brani potrebbe far tornare a galla i Chur e il buon folk metal che dal 2005, anno di pubblicazione del demo Брате вітре, Kucherov crea con tanta passione.

Atavicus – Di Eroica Stirpe

Atavicus – Di Eroica Stirpe

2019 – full-length – Earth And Sky Productions

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lupus Nemesis: voce, chitarra, orchestrazioni – Triumphator: chitarra, basso – Tamoth: batteria

Tracklist: 1. Come Nasce Un Eroe – 2. L’Estasi Del Sangue – 3. L’Ardire Degli Avi – 4. Divina Lama Invitta – 5. Canto Di Dolore Dell’Antica Dea Madre – 6. Consacrato All’Eterno – 7. Safinim – 8. Di Eroica Stirpe

Finalmente, dopo ben cinque anni di attesa, gli Atavicus pubblicano il primo full-length. La band si era prepotentemente affacciata sul mercato nel 2014 con l’EP Ad Maiora, lavoro che ha subito riscosso consensi e creato attesa per il successore. Negli anni seguenti sono arrivati un paio di singoli (L’Ardire Degli Avi e Safinim, stampati in poche decine di copie), ma del debutto su lunga distanza neanche l’ombra. Nel frattempo non sono mancati concerti e progetti paralleli, ma c’è da dire che se l’attesa è servita per avere poi tra le mani questo Di Eroica Stirpe, allora gli Atavicus sono più che giustificati. Il sound del gruppo abruzzese è quello che li ha caratterizzati fin dai primi passi mossi: un coatto metal muscoloso e ignorante (tra pagan, heavy e black), fatto di massicci riff di chitarra e cori di grande impatto, epici e maschi fino al midollo. Non ci sono novità quindi nella proposta di Lupus Nemesis e Triumphator, ma è da registrare un’impennata di cattiveria nei momenti più vicini al black metal e un’ondata di testosterone nei ritornelli e nei cori che sono solenni e maestosi come mai prima.

Presentato esteticamente dalla copertina realizzata da Svafnir (voce dei Draugr in De Ferro Italico), Di Stirpe Eroica gode di una produzione all’altezza della situazione che permette all’ascoltatore di beneficiare al meglio del lavoro svolto in studio di registrazione. Il merito maggiore, però, va riconosciuto agli Atavicus per aver composto una manciata di canzoni che colpiscono nel segno fin dai primi ascolti, con chorus facilmente memorizzabili e una serie di passaggi per niente scontati e che mettono in mostra una bravura dei musicisti che forse viene messa in ombra dall’attitudine in your face che è da sempre il loro marchio di fabbrica.

Il disco parte in maniera spettacolare con Come Nasce Un Eroe, furioso up-tempo che picchia duro fin dai primi secondi, ma che rallenta nei momenti giusti e apre alla melodia quando ce n’è bisogno: un’opener praticamente perfetta! L’Estasi Del Sangue continua l’assalto sonoro anche se in maniera diversa, con lo stacco acustico a tre quarti di brano particolarmente ispirato e il finale che ricorda da vicino la parte narrata del capolavoro De Ferro Italico (la canzone). La terza traccia è L’Ardire Degli Avi, già nota in quanto pubblicata nel singolo di due anni fa, ma qui presentata in una versione più pulita e “ingentilita” che rende giustizia alla bellezza dei riff e che dà ai cori uno spessore maggiore. Si prosegue con i titoli roboanti, questa volta tocca a Divina Lama Invitta. L’inizio è furibondo, ma gli arpeggi di chitarra che ricordano i Dissection prima e l’ingresso delle orchestrazioni in seguito creano melodia laddove c’era solo distruzione. Il brano prosegue con ritmiche al limite dell’umano, ma sempre con il marchio Atavicus ben in mostra, soprattutto quando la voce di Lupus Nemesis si fa pulita e profonda. L’iniziale pianto disperato di Canto Di Dolore Dell’Antica Dea Madre è straziante, la canzone si sviluppa in un mid-tempo molto arioso e ben costruito, con elementi folk che nel sound della band abruzzese si incastrano alla perfezione. Dopo l’intermezzo Consacrato All’Eterno parte Safinim, canzone da oltre dieci minuti di durata. Un pezzo che difficilmente si immaginava potesse essere nelle corde degli Atavicus, ma che è in verità una vera perla di rara bellezza. Il songwriting è fluido, le parti sono ben collegate tra loro e durante l’ascolto non si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a una canzone forzatamente lunga. Il break dopo quattro giri di lancetta, tra uccellini cinguettanti, lo scrosciare della pioggia e i tuoni in lontananza, rallenta il battito cardiaco e porta al nuovo ingresso della distorsione, questa volta all’insegna della varietà (e imprevedibilità): con un riffing insolito e per certi versi vicino al thrash teutonico si apre la “seconda” parte di Safinim, abbellita da tastiere ampollose e improvvise accelerazioni totalmente devote al black metal. Sì, con Safinim gli Atavicus si sono superati realizzando una canzone dal forte impatto sonoro/emotivo:

“In un momento senza tempo è racchiuso lo spirito eroico di una stirpe che sempre guiderà il guerriero devoto alla via della dell’onore e della virtù.”

La title-track chiude in maniera magnifica il debutto degli Atavicus: sette minuti di metallo muscoloso ma che non disdegna la melodia, con grandi picchi di epicità e la sensazione che la formazione abruzzese, quando vuole, sa sfornare piccoli capolavori.

Cinquantadue minuti di potente metal che non si fossilizza in un’unica forma musicale, ma che è facilmente riconoscibile come lo stile degli Atavicus. Si nota, da metà disco in poi, una maggiore ricerca per la melodia e le parti meno violente: una scelta diversa per la tracklist, forse, avrebbe reso l’ascolto ancora più entusiasmante. Le canzoni funzionano alla grande e con Di Eroica Stirpe i musicisti abruzzesi hanno compiuto il passo in avanti che da loro ci si aspettava: gli anni di attesa sono stati tanti, ma la qualità del prodotto finale giustifica l’attesa. Bentornati Atavicus!

Intervista: Barad Guldur

Il bello di gestire un sito indipendente e libero come Mister Folk sta anche nel decidere di dare spazio con un’intervista a gruppi underground che si autoproducono il disco di debutto invece del gruppo con sette dischi incisi e numerosi tour alle spalle. Si perdono una marea di visualizzazioni, ma essendo Mister Folk un sito indipendente e libero, conta solamente la bontà musicale dei gruppi e il desiderio di dar voce a chi altrove voce non ha. I Barad Guldur, oltretutto, hanno pubblicato un bel disco di debutto e come potrete leggere, di cose da dire ne hanno anche parecchie! Quindi vi lascio a questa bella chiacchierata con il cantante Ivan Nieddu, Cicerone del mondo Barad Guldur.

Una persona legge “Bergamo e baghèt” e pensa ai Folkstone e invece ci sono anche i Barad Guldur! Come nasce il gruppo e perché la scelta di questo nome?

Ciao Mister Folk e grazie, in primis, per questa intervista! I Barad Guldur (le iniziali non sono scelte a caso) nascono da un sogno che coltivavo già dall’adolescenza: poter unire le sonorità che amavo all’epoca (epic/power metal e composizioni di Simonetti) con strumenti folkloristici reali, quindi senza uso di synth. Un altro punto cardine del progetto sarebbero dovuti essere i testi. Di cosa parlare? Di ciò che amavo di più: fantasy e storie di paura. E così è stato fatto: leggende con citazioni e riferimenti tolkieniani e pagani. Il nome stesso della band richiama la torre più alta di Dol Guldur, la fortezza del Negromante (ne Lo Hobbit). E quali racconti possono giungere da lì, se non storie di creature leggendarie e spaventose? Fantasmi, mostri, morti che camminano, magie terribili e draghi. Purtroppo ero solo un ragazzino con tanti sogni e non avevo nessuno con cui condividere questo. Fino a poco tempo fa. Prima ho avuto il sostegno di Eliana (mia moglie) per le composizioni delle cornamuse e la ricerca dei racconti popolari e delle fonti per i testi. E poi, piano piano, tanti musicanti si sono uniti a questo folle viaggio. Ci sono voluti più di vent’anni… Ma eccoci qui!

Dopo qualche anno dalla fondazione arrivate al debutto Frammenti Di Oscurità. Come mai non avete voluto realizzare uno o più demo/EP prima di arrivare al full-length? Ora che il disco è uscito, come vi sentite?

Avevamo dato forma a una prima versione di Canso De Bouye (oltre a varie cover, che ci son servite per la ricerca dei componenti della band), caricata sul nostro canale YouTube, giusto per vederne un riscontro e iniziare a sperimentare la fase di produzione. A quel punto avevamo già le idee abbastanza chiare e sufficiente materiale per un album. Senza presunzione, ci siamo concentrati su esso e non abbiamo pensato a pubblicare singoli o altro. Insomma: “Dritti alla meta e conquista la preda” (cit.). C’è voluto tempo. Tanto. Ma ne è valsa la pena. Ora che Frammenti Di Oscurità ha preso forma e vita è come se avessimo superato un valico montano: fatica, impegno, determinazione, ma la vista che si gode è stupenda e apre su una nuova valle tutta da esplorare. Quante strade, quanto ancora c’è da fare… Quanti angoli da esplorare, quante cadute, quante vette da ammirare… Quanti panorami in cui perdersi e sognare… È proprio quello che vogliamo, perché la musica (come l’arte in generale) è questo: un viaggio. E vale la pena viverlo.

Tra le influenze leggo anche Blind Guardian e Iced Earth. In quale modo questi due gruppi sono stati (e sono) importanti per i Barad Guldur? Descrivete la vostra musica a chi non vi conosce, magari suggerendo una sola canzone motivandone la scelta.

Personalmente importantissimi, soprattutto per la composizione della struttura dei brani e la tecnica vocale di Hansi Kursh e Matt Barlow (parlando degli Iced Earth di Something Wicked This Way Comes e Horror Show). Gli altri musicisti della band godono anche di altre influenze: dagli Amon Amarth, agli Eluveitie, passando per tutto ciò che a ciascuno piace e ama. Comunque l’influenza di quelle band è palese, basta ascoltare Imaginations From The Other Side dei Guardian (per l’impatto epico) o Wolf degli Iced Earth (per la sua aggressività), canzoni che si accomunano rispettivamente con Frammento di Oscurità e Senza Paura.

Chi si occupa della composizione dei brani? Si tratta di un lavoro di squadra?

La composizione avviene in fasi parallele: scrivo la struttura del brano e le cornamuse scrivono almeno un motivo che andrà poi inserito nel brano stesso (nel ritornello, nell’intro o in uno stacco). Finita questa fase, lavorano chitarre, basso e batteria per dar forma all’abbozzo, trasformando la struttura in una vera e propria canzone. Ultimate tutte le parti di cornamusa lavoriamo alle armonie di ghironda e violino, così da creare un’orchestrazione fra gli strumenti folk. Infine chi di dovere lavora sul solo, mentre io scrivo testo, linee melodiche e inserisco le voci. Ogni strumento ha “carta bianca” sulle proprie parti (tranne, ovviamente, alcuni lavori di armonia, che giocano su melodie già scritte in precedenza).

Come nasce una canzone come POININOS?

POININOS è tratta dalle incisioni rupestri dei Massi della Camisana, nel territorio di Carona, in alta Valle Brembana. È un’antica invocazione al Dio Pennino, divinità delle vette e delle montagne. Ne abbiamo tratto il testo dall’incisione e, cercando sonorità ancestrali, abbiamo dato forma a questo brano, che utilizziamo anche come invocazione durante la cerimonia del fuoco votivo durante la manifestazione Orobica Lughnasadh. Non è propriamente una “storia di paura”, ma è comunque un lascito dei nostri avi, un rito antico, un patrimonio storico e culturale che abbiamo desiderato omaggiare e conservare, di cui ne va mantenuta la memoria. L’atmosfera che abbiamo desiderato dare al brano è quella dell’invocazione (considerando che le incisioni in alfabeto lepontico sono a 2000 metri d’altezza circa, impresse su enormi massi, probabilmente un tempio orobico): lo scorrere dell’acqua, il richiamo degli animali (gli stessi che rappresentiamo), sussurri e grida di sacerdoti e il canto dei clan, in marcia sulle vette.

In un brano collaborate con il coro alpino Le Due Valli. Immagino che per voi sia motivo di orgoglio e soddisfazione avere un pezzo così fortemente caratterizzato dal coro alpino. Mi piacerebbe conoscere la genesi di La Gratacornia.

La Gratacornia è stata ricostruita e armonizzata dal maestro Aurelio Monzio Compagnoni. È un brano della tradizione popolare, uno di quei racconti che i nonni narravano la sera davanti al camino, prima che i bambini andassero a letto. È un monito: “fa’ la nanna, perché la Gratacornia uccide i bambini che non vogliono dormire”. Non hanno mezzi termini queste storie: dovevano far paura e la facevano. Citata anche ne L’Albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi, questo brano ha l’atmosfera perfetta per il nostro album. Come si evince, il bambino chiama ancora la mamma, ma la creatura è già ai piedi del suo letto. L’epilogo non è a lieto fine. “So chè”: “Sono qui”. Mi sono innamorato del brano dal primo ascolto, avendo esso il ritmo simile a un “esercito di nani in marcia”. Mi ha richiamato fortemente anche l’elemento fantasy. Facendo parte della corale ho avuto il piacere di eseguirla dal vivo ed è lì che ne ho carpito il reale spirito e la potenza. Alla prima esecuzione avevo già capito che questo brano si sarebbe incastonato perfettamente in Frammenti Di Oscurità.

Nel booklet ringraziate Simone Pianetti e c’è una canzone dove, senza menzionarlo, sembra che parliate di lui. Perché siete affascinati dalla sua figura e cosa rappresenta (o può rappresentare) per le persone più giovani?

La canzone in questione è proprio Nella Notte Più Nera. Il brano (che abbiamo voluto sotto forma di ballata, per ricordare un po’ le atmosfere dei fienili, stalle, cantine e vecchie case, dove ci si incontrava a suonare, cantare e ballare) può essere interpretato e visto sotto molti punti di vista. Può essere un animale braccato, che scappa da chi desidera ucciderlo. Qui il suo patto con lo spirito della morte, perdendo se stesso, la sua vita, ma portando a compimento la sua vendetta. In parallelo la storia di Pianetti: portato al folle gesto, esasperato, divenuto figura ormai folkloristica della Val Brembana. A lui siamo legati, anche perché la band vede le sue origini proprio a Camerata Cornello, suo paese natale. Il brano parla implicitamente dell’ultima cena fra Simone e sua figlia, alla vigilia della strage. Cosa hanno provato entrambi quell’ultima sera assieme? Lui determinato, consapevole di perdere per sempre la sua vita. Lei? Ignara o perfettamente cosciente di ciò che sarebbe accaduto poche ore dopo? Ancora oggi c’è chi inneggia “un Pianetti per ogni paese”. E molti dovrebbero ricordarselo: portare all’esasperazione chi non ha più nulla da perdere, vuol dire arrivare a un gesto estremo. Se non è una storia di paura questa… “Fate i bravi, se non volete che Simù venga a prendervi col suo fucile”.

La copertina mi ha colpito: non la “classica” folk metal, anzi, piuttosto particolare per stile e impatto. Cosa rappresenta e come è venuta l’idea di quella figura?

Anche questa è una storia di paura (a modo suo). Eliana, nostra figlia Luna ed io eravamo a cenare da una nostra amica, nel suo agriturismo. E lì, la piccola Luna, a 4 anni, ha iniziato a raccontare di una creatura che si aggira per i boschi: Aionkel (l’ha chiamato così): come testa un teschio di tigre dai denti a sciabola con palchi di cervo, fra le mani i crani di chi lo incontra, al collo una collana di falangi delle sue vittime, armato di una grande spada con la quale fa a pezzi chi si comporta male con la natura. Praticamente una sorta di giustiziere naturalista, nato dalle fantasie (macabre) di una bambina di quattro anni, che voleva raccontarci una storia di terrore. Camino acceso, la notte fuori… C’è riuscita benissimo. Non potevamo non fare omaggio a questa sua fantasia. Abbiamo aggiunto alcune simbologie tipiche delle nostre valli: il serpente (presente anche in Cernunnos), la rosa camuna, la triskele e, dietro lo spirito, l’invocazione a Pennino (scritta con le rune orobiche/lepontiche). La realizzazione della foto (è uno scorcio di Camerata Cornello) e le artline di Aionkel fanno parte anche di un progetto fotografico fra me e Eliana: spiriti delle selve all’interno di semplici foto dei nostri boschi.

Parlando dei Folkstone, sono stati una vostra fonte d’ispirazione e cosa pensate della decisione di lasciare le scene con una serie di date live?

Personalmente i Folkstone hanno significato tanto per me, ma non tutto. Ho amato e amo moltissimo le loro canzoni, le atmosfere e i significati trasmessi. I Folkstone sono e saranno per sempre i Folkstone. Non desideriamo che i Barad Guldur possano divenire una copia (rischieremmo oltretutto di essere solo una brutta copia). Per ciò che concerne la loro scelta di lasciare le scene, possiamo solo dire che avranno avuto le loro motivazioni. Non vogliamo assolutamente fare polemica o scatenare flame, ma in tutta onestà questo è ciò che pensiamo. Una band (mi ripeterò, ma come ogni opera artistica) è un po’ come crescere un “figlio”. Per loro è il momento di farlo correre via. Sono scelte. Nel bene o nel male, non bisogna contestarle, ma comprenderle. Può far rabbia, far male, deludere, ma non è sicuramente una scelta presa alla leggera. Magari è uno stop temporaneo, ma questo è solo una congettura. Hanno lasciato tanto e sicuramente non se ne perderà la memoria. Anzi!

Bergamo, anche grazie al Fosch Fest, è da anni un luogo dove il folk metal trova particolare spazio. Avete partecipato come spettatori alle edizioni prettamente folk/viking metal del festival e com’è oggi la situazione gruppi/locali nella vostra zona?

“Del Fosch nulla resterà, se non risa che risuonerann” (cit. Per Chi Ela La Nocc). Una frase non messa lì a caso. Ho amato il Fosch (per chi non sapesse, in dialetto significa “buio”) e l’ho conosciuto sul nascere e seguito con passione. Le prime edizioni, poi, una vera festa con tanto spirito, allegria, mangiate e bevute in compagnia e ottima musica. Poi, purtroppo, qualcosa è cambiato. E tutto è arrivato inesorabilmente al suo declino. Bisogna accettare anche quello. In zona bergamasca, per fortuna, c’è sempre un buon movimento di band, locali e festival. La speranza è che questo sia una radice forte per far crescere sempre più la cultura della musica dal vivo, anche perché ci sono moltissime band valide e c’è bisogno di spazi, farsi conoscere, opportunità e tutto nasce sì da chi fa musica, ma soprattutto da chi ascolta.

Come siete messi a esibizioni live? Avendo voi una line-up che conta ben nove elementi credo che non sia facile organizzare trasferte e serate.

Di esibizioni live in elettrico, per ora, non ne parliamo. Abbiamo bisogno di più richiesta, un po’ più d’interesse e curiosità, poi se ne parlerà con entusiasmo e ci prepareremo a dovere. Nel frattempo ci esibiamo, quando possibile, in acustico. Non stiamo certo con le mani in mano. La differenza è che negli acustici siamo più “compagnoni e goliardici”, mentre l’atmosfera in elettrico sarà ben differente. E non vediamo l’ora di mettere piede sul palco. Hai evidenziato un altro aspetto importante: il numero di elementi. Da una parte variegato, per un sound più eterogeneo, dall’altra un vero problema logistico. Questo non vuol dire che non ci si possa comunque esibire con una line up più snella (cosa che avviene già in acustico). Vedremo un po’ cosa ci riserba il futuro.

Vi sentite parte di una scena folk metal? Qual è il vostro punto di vista sulla scena italiana e nord italiana in particolare? Ci sono band con le quali avete legato e vi trovate particolarmente bene?

Credo che ci sentiremo davvero parte della scena folk metal quando sentiremo qualcuno cantare una nostra canzone, quando saremo su un palco e quando qualcuno inizierà a saltare a ritmo della nostra musica. Allora sì, saremo parte vera di quella scena. Per ora siamo su un cd. Èun frammento di quella scena, ma non ancora l’insieme. Insomma, un fantasy non si fa con un drago e un elfo, ma con un viaggio. E non abbiamo ancora camminato abbastanza. Per il resto, la scena qui è buona. C’è interesse, ci sono band, qualcosa si muove sempre. La speranza è sempre quella: espandere il fenomeno e non vederlo morire. “Le radici profonde non gelano” (cit. Tolkien). Non avendo mai suonato in elettrico, non abbiamo ancora avuto opportunità di conoscere altre band, se non alcuni musicisti. Il mondo è piccolo. Personalmente mi trovo bene con Becky dei Furor Gallico. Dei ricordi legati a lei (fra cantate, bevute e mangiate), il più divertente è stato quello in cui beveva idromele in casa mia, al matrimonio con Eliana, spaesata, senza neppure rendersi conto di cosa ci facesse lì. Per Eliana e me era una di famiglia, come una cugina vicina/lontana.

Grazie per la disponibilità e complimenti per il vostro disco. Avete tutto lo spazio per aggiungere e dire quello che volete!

Grazie a te per tutto! Ehi, aspetta, abbiamo davvero spazio per aggiungere quel che vogliamo? Non sai che errore che hai fatto… Scherzi a parte, giusto una cosuccia: ascoltate Frammenti Di Oscurità possibilmente di notte, davanti al fuoco e con qualcosa di buono da bere. Buon ascolto.

Valknacht – Chants De Guerre

Valknacht – Chants De Guerre

2011 – full-length – CDMR Records

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Thorleif: voce – Froidure: chitarra – Dörv: chitarra – Reif: basso – Matoleos: batteria – Blodørn: tastiera – Vervandi: flauto, voce

Tracklist: 1. The Wind Bears Theirs Memories – 2. Valkyries Still Ride – 3. Venu Du Septentrion – 4. Balder’s Rebirth – 5. Saxon’s Will – 6. The Autumn Of The Gods – 7. Mon Chemin Vers Le Valhalla – 8. Rite Funéraire

Il folk-pagan-viking metal è oggigiorno suonato in tutto il mondo, mentre fino a non troppi anni fa era limitato geograficamente alla sola Europa, possibilmente del nord. Se ormai non stupisce più la presenza in tale scena di gruppi italiani, spagnoli e romeni, fa ancora curiosità il gruppo giapponese che suona celtic metal con tanto di kilt, la formazione brasiliana che si rifà al sound dei Bathorypiù epici e nordici, piuttosto che la band del Cile influenzata dai vecchi Enslaved e Falkenbach. Intorno al 2010 sono uscite allo scopertodiverse formazioni canadesi, una scena in grande crescita: Eldensky, Battlesoul, Scimitar, Shadowblade, Nordheim (recensioni), Blackguard, Trollband (recensioni) e i grandi SIG:AR:TYR sono solo alcuni dei nomi che si possono fare.

Anche i Valknacht provengono dal Canada, e più precisamente dalla regione del Quebec. Attivi dal 2005, hanno all’attivo tre lavori: il debutto When The Might Of The Storm Becomes del 2009, il presente Chants De Guerre e Le Sacrifice d’Ymir del 2014, ultimo disco pubblicato prima di un silenzio che assomiglia a uno scioglimento non dichiarato. La band propone un viking metal fortemente influenzato dal black norvegese ’90, per un risultato simile (con le giuste proporzioni) agli Enslaved periodo Eld, ma con una vena folk maggiormente sviluppata e forti melodie ad addolcire il tutto; importante è il lavoro alla tastiera di Blodørn, utile a smussare le spigolosità di un sound ruvido e affilato. I tempi sono spesso elevati (gran lavoro del batterista Matoleos, i riff di chitarra al servizio della canzone, mentre il flauto di Vervandi è ottimo per spezzare la tensione e condurre i brani verso lidi meno aggressivi.

Alla vista della bella copertina, opera di Jean Pascal Fournier (Immortal, Edguy, Dragonforce ecc.), si può intuire il contenuto di Chants De Guerre, ovvero un fiero war metal ambientato in un’epoca non meglio precisata, ma comunque legata alla storia e alla mitologia nordica. I sessantuno minuti di durata del cd scorrono abbastanza veloci, nonostante le canzoni – tutte lunghe, si va dai sette ai dodici minuti – non differiscano molto tra di loro. Il merito è dei particolari che rendono le composizioni uniche e riconoscibili, sebbene la base batteria-chitarre sia piuttosto ripetitiva: alle sfuriate black oriented di Valkyries Still Ride (ammorbidita, però, dal tappeto tastieristico) risponde il mid-tempo Balder’s Rebirth, dove gli inserti folk ad opera di Vervandi e Blodørn rendono il brano meno roccioso: particolarmente deliziosa (anche se sentita centinaia di volte) la melodia principale di flauto, presente in diversi punti del brano. Molto interessante Saxon’s Will, canzone che vede incastonate tra di loro le molteplici influenze dei Valknacht: folk, black, pagan e un pizzico di power convivono e si miscelano alla perfezione per quello che può essere visto come l’apice di scrittura per creatura di Thorleif. Le gustose soluzioni del gruppo vengono esaltate dalla precisa produzione in grado, grazie al sapiente lavoro di Frank “Blastbeat” Fortin, di esaltare ogni strumento presente, mentre il mastering effettuato da Jean-Francois Dagenais (chitarrista dei Kataklysm) rende il tutto più potente e feroce. Chiudono Chants De Guerre i dieci minuti di Rite Funéraire, una lunga canzone che alterna momenti di crudo metal estremo (e un guitar work di scuola Dissection) a stacchi epici caratterizzati da suoni della natura e chitarra acustica, prima che un riffing piuttosto melodico porti a conclusione il lungo viaggio dei Valknacht attraverso fortezze e drakkar, bottini di guerra, monaci trucidati e coraggiosi guerrieri del nord.

I sette canadesi con questo lavoro hanno deciso di intraprendere una strada difficile e insidiosa, quella del camminare con le proprie gambe senza più appoggiarsi ai maestri del genere, ma che può procurare loro gioia e soddisfazione, creando lavori dal sapore concreto. I Valknacht compiono con Chants De Guerre un bel passo in avanti rispetto al precedente disco: Wagner, la natura, la mitologia e i Bathory, loro fonti d’ispirazione, possono essere soddisfatti.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.