Live report: Heidevolk a Roma

HEIDEVOLK + KORMAK + HELL’s GUARDIAN

24 novembre 2019, Traffic Live, Roma

Gli Heidevolk scendono in Italia per un mini tour di tre date comprendente le province di Milano, Venezia e Roma. Accompagnati da Kormak e Hell’s Guardian, due realtà italiane già note ai lettori di Mister Folk, gli olandesi hanno dato il massimo anche se la risposta di pubblico nell’arco delle tre serate non è stata delle più entusiasmanti.

Nel locale ci sono poche decine di persone quando salgono sul palco i lombardi Hell’s Guardian, autori di due dischi e un EP. La band propone un death metal melodico con parti cantate in clean e una grande cura per gli arrangiamenti e i dettagli. Il suono pulito aiuta i musicisti a conquistare il pubblico inizialmente timido e distante dal palco, terminando lo show tra gli applausi. La scaletta presenta canzoni tratte dal recente As Above So Below, ignorando – a causa del poco tempo a disposizione – il debutto Follow Your Fate. Promossi e da vedere con una setlist più corposa.

Scaletta Hell’s Guardian: 1. Crystal Dorr – 2. As Above So Below – 3. Blood Must Have Blood – 4. Lake Of Blood – 5. Jester Smile – 6. Colorful Dreams

I pugliesi Kormak iniziano il concerto dopo un breve cambio palco e nella mezz’ora a disposizione fanno ascoltare ai presenti tutte le sfaccettature del proprio sound: il protagonista è chiaramente Faerenus, debut album pubblicato lo scorso anno da Rockshots Records. La cantante Zaira De Candia è al centro della scena con la sua voce potente ed eclettica, mentre gli altri musicisti risultano un po’ statici; musicalmente si passa da brani folk metal ad altri vicini al symphonic metal o a una sorta di death melodico simil Arch Enemy ultimo periodo. Tanta carne al fuoco, forse troppa, ma la band ha potenziale per emergere.

Un breve intro indica l’inizio del concerto degli Heidevolk: il Traffic è ben lontano dall’essere pieno, ma gli spettatori sono belli caldi (parole del bassista Rowan Roodbaert!) e subito in sintonia con i ragazzi olandesi. Durante l’ora e mezza di esibizione vengono toccati tutti e sei i dischi pubblicati, facendo la gioia di chi è molto legato ai vecchi dischi. Tra riferimenti agli dei del grande nord e continui odi al bere e al buon alcool, gli Heidevolk riescono persino a far pogare il pubblico, che di conseguenza si scioglie e si lascia andare a cori e incitamenti vari. I musicisti ce la mettono tutta, tra smorfie, sudore e tanta passione quel che ne esce fuori è un vero concerto di pagan metal. I suoni rendono giustizia alle canzoni e si passa da inni di battaglia a drinking songs con estrema naturalezza. Il recente Vuur Van Verzet è il disco più saccheggiato – com’è normale che sia –, ma è con grande esultanza che vengono accolte le varie SaksenlandOstara e Einde Der Zege. Con Vulgaris Magistralis il concerto raggiunge l’apice di coinvolgimento: tutti (musicisti e spettatori) saltano e cantano, alcuni addirittura si abbracciano e viene da pensare che il folk metal, nella sua forma più pura di intrattenimento e cultura, possa, per qualche istante, aiutare gli uomini a rendere il mondo un posto più bello.

Divagazioni a parte, dispiace per il numero basso di paganti, ma c’è da dire che i presenti hanno fatto sentire il proprio calore alle band e la serata è stata assolutamente piacevole. Inoltre gli Heidevolk dopo lo show si sono fermati al banchetto del merchandise per foto e autografi, ma sono rimasti fino all’1.30 fuori dal backstage per chiacchierare e bere birra con chi ne avesse desiderio. Ce ne fossero di artisti così disponibili!

Scaletta Heidevolk: 1. Ontwaakt – 2. Ostara – 3. A Wolf In My Heart – 4. Einde Der Zege – 5. Onverzetbaar – 6. Yngwaz’ Zonen – 7. Britannia – 8. Winterwoede – 9. Urth – 10. Het Geldersch Volkslied – 11. Het Bier Zal Weer Vloeien – 12. Tiwaz – 13. Saksenland – 14. Het Wilde Heer – 15. Velua – 16. Drankgelag – 17. Woedend – 18. Vulgaris Magistralis – 19. Nehalennia

Kyn – Earendel

Kyn – Earendel

2019 – full-length – Blackdown Music

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Ida Elena: voce, chitarra, jambe, bodhran, darabuka – Albert Dannenman: ghironda, cornamusa, low whistle – Gino Hohl: cornamusa, citarra, darabuka, davul, shalmei – Anja Novotny: cornamusa medievale, tin e low whistle, flauto, chitarra, tastiera, hummelchen – Dirk Kilian: bouzouki, nichelharpa, gaita, cornamusa medievale, sitar, dudukv- Heiko Gläser: batteria, davul, jambe

Tracklist: 1. Kamprab – 2. Kyn – 3. La Leggenda Di Colapesce – 4. Yggrasil – 5. Amor Lontano – 6. Sang Til JomfruMaria – 7. Herr Mannelig – 8. Fata Morgana

Il pagan folk è un genere che in linea di massima suona tradizionale e, anche se può sembrare brutto o un difetto – e di certo non lo è –, sempre uguale a se stesso. Quello dei Kyn è un progetto ambizioso, sia per l’aspetto prettamente musicale che per l’idea che si cela dietro alla band e che è ben comprensibile ascoltando le parole dei testi. Alla base classica formata da chitarra, percussioni e strumenti folk, infatti, troviamo una forte e “nuova” componente elettronica, che quando presente dona uno slancio inedito in questo genere che fa suonare tutto fresco e “diverso”. A livello lirico la band vuole creare un ponte tra il nord Europa e il Mediterraneo e la cosa chiaramente influenza anche la parte musicale. Ascoltando Earendeltroviamo canzoni tipicamente nordiche con altre maggiormente calde e vicine alla cultura mediterranea, quindi sotto questo punto di vista non si può che riconoscere la riuscita della proposta dei Kyn. Il disco è un debutto e alcuni dettagli possono essere migliorati in futuro, ma con il “peso” dei musicisti in formazione il progetto italiano/tedesco/svizzero convince appieno grazie a sinuose melodie e momenti di grande qualità.

L’iniziale Kamprab è caratterizzata dai vocalizzi eterei di Ida Elena, con percussioni incalzanti e melodie che portano alla mente il medio oriente, ma è con la seguente Kyn che la band tira fuori tutta la personalità: il brano è un bel mix di stili e influenze, ben ritmato e accattivante da far battere immediatamente il piede a chi ascolta. Segue quello che uno dei pezzi più riusciti del cd, ovvero La Leggenda Di Colapesce. Dopo la prima parte quasi narrata in italiano, le sonorità folk s’impossessano della scena e il cantato si divide tra dialetto siciliano e tedesco, con i bassi che pompano groove e potenza. Yggrasil è il brano meno ispirato e il testo un po’ troppo prevedibile di certo non aiuta. Amor Lontano, come suggerisce il titolo, ha una forte vena poetica, ma a stupire è la bella intuizione della chitarra classica spagnoleggiante che a sorpresa appare per alcuni secondi: una canzone che si esaurisce un po’ presto, ma che sicuramente lascia il segno. Sang Til Jomfru Maria dura poco più di due minuti e ha una forte vena epica, quasi da colonna sonora, con la voce di Ida Elena che raggiunge picchi altissimi. L’inizio medievale (con tanto di spade sferraglianti) di Herr Mannelig, una ballata in cui una strega cerca di liberarsi dalla maledizione attraverso un matrimonio. In questa canzone l’elettronica ricopre un ruolo molto importante e il bello è che la canzone, in questo modo, funziona alla grande. L’effetto è quello di una discoteca dark, con luci soffuse e fumo che si alza verso il soffitto, con la musica dei Kyn sparata a tutto volume: se la band decidesse di esplorare maggiormente questo aspetto della propria musica potrebbe uscirne qualcosa di davvero unico. Earendel si conclude con Fata Morgana: introdotto da arpa e flauto è un pezzo melodico che parla della Sicilia, con il testo che si divide tra italiano e inglese.

Il debutto dei Kyn è un lavoro personale costituito da canzoni ben fatte: le sonorità contenute di Earendel sono tante e diverse tra loro, così come tanti sono gli strumenti utilizzati dai musicisti, il che amplia la varietà musicale senza dimenticare la componente elettronica, vera chicca dell’album. Tra curiosità per un sound insolito e la tranquillità data da musicisti esperti, quello che esce fuori è un debutto che però suona già maturo, forse un po’ breve nella durata, ma realizzato con canzoni efficaci e piacevoli all’ascolto. Ora è tanta l’attesa per i concerti e il prossimo disco.

Heidevolk in Italia per 3 concerti

Il fine settimana si preannuncia rovente per gli amanti del pagan/folk metal: gli olandesi Heidevolk, infatti, saranno in terra italiana per tre concerti, un’occasione da non perdere per gli tutti gli appassionati del genere!

La formazione di Arnhem sarà protagonista di tre show imperdibili, ecco le date e i locali:
22 novembre 2019, Slaughter Club, Paderno Dugnano (MI) – evento FB
23 novembre 2019, Revolver Club, S. Donà Di Piave (VE) – evento FB
24 novembre 2019, Traffic Live, Roma – evento FB

Gli Heidevolk nascono nel 2002 e in appena tre anni stupiscono tutti quanti con la pubblicazione del debutto De Strijdlust Is Geboren, un album gagliardo e personale, robusto e caratterizzato dal doppio cantato pulito e profondo, decisamente “macho” e che si sposa alla perfezione con la musica rude e diretta dei musicisti. Non tarda ad arrivare la firma con la Napalm Records, label che da allora cura i dischi del combo proveniente dalla regione Gelderland. In totale sono stati realizzati sei full-length, un EP e lo split – dieci anni addietro – con gli Alestorm, anche loro su Napalm Records e all’epoca sulla rampa di lancio. In questi anni gli Heidevolk non hanno mai sbagliato un colpo, incidendo sempre lavori validi, ma se proprio si devono fare dei nomi, allora il prima menzionato debutto De Strijdlust Is Geboren e Batavi possono essere considerati come i migliori del lotto.

Ad accompagnare l’ormai storica band olandese ci saranno due realtà underground della scena italiana: Kormak e Hell’s Guardian. I primi, pugliesi, hanno esordito lo scorso anno con il cd Faerenus e propongono un folk metal con elementi death e symphonic, mentre i secondi, lombardi, sono in attività dal 2009, ma solo negli ultimi anni sono riusciti a pubblicare del materiale: per loro all’attivo ci sono due full-length e un EP di death metal melodico.

Heidevolk + Kormak + Hell’s Guardian è un bel mix di esperienza e gioventù, un appuntamento da non perdere e che per giunta capita nel fine settimana: assolutamente vietato mancare!

NB – Mister Folk parteciperà alla data romana e in quell’occasione sarà presente anche il banchetto della Mister Folk Distro.

Nell’archivio del sito trovate i seguenti articoli riguardanti i tre gruppi:

HEIDEVOLK
Recensione Uit Oude Grond, 2010
Recensione Batavi, 2012
Recensione Velua, 2015

KORMAK
Recensione Faerenus, 2018
Intervista 2018

HELL’S GUARDIAN
Recensione Follow Your Fate, 2014
Intervista 2014

Chur – Four-Faced

Chur – Four-Faced

2019 – full-length – autoproduzione

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Yevhen Kucherov: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Goddess – 2. Four Faced – 3. Дике поле (Wild Steppe) – 4. Paradise – 5. Tyra – 6. Dancer – 7. Битва під Конотопом (Battle Of Konotop) – 8. River – 9. Freedom Or Death – 10. Outro – Степова спека (Steppe Hot) – 11. Фломастерні брови (Marker Eyebrows)(bonus track)

Una decade fa la carriera dei Chur sembrava ormai lanciata, almeno per gli standard underground, poi il nulla. Dieci anni di silenzio interrotto sola da uscite minori (tipo la raccolta di brani tratti da split) prima del ritorno della one man band ucraina con il presente disco Four-Faced. Il progetto nasce nel 2005 e nel giro di pochi anni vengono dati alle stampe una serie di dischi che possono senz’altro essere considerati interessanti e che mettono in risalto lo stile di Kucherov, cantante/musicista che con pazienza e dedizione scrive e pubblica album e split degni di nota. In particolare nel 2012 vede la luce l’ottimo split cd con Oprich e Piarevaracien sotto la supervisione della Casus Belli Musica. Poi, all’improvviso, il nulla. Almeno fino a Four-Faced.

Four-Faced è un album equilibrato, realizzato con passione e che non presenta cali qualitativi o picchi mostruosi. Si tratta di un bel disco di folk metal sovietico, molto piacevole da ascoltare e che nonostante la durata importante – sessantuno minuti – non stanca o annoia. Le canzoni sono quasi tutte strutturate nella maniera classica e un buon esempio è rappresentato dall’opener Goddess, brano che racchiude le caratteristiche sonore del progetto Chur. Le dieci tracce di Four-Faced sono tutti mid-tempo con poche accelerazioni o improvvisi cambi di ritmo, ma nonostante l’andatura costante non si avverte stanchezza nell’ascolto, forse grazie ai tanti strumenti folk utilizzati nelle varie canzoni. L’aspetto folk è sempre molto presente senza però togliere spazio alle chitarre e agli altri strumenti, un equilibrio sul quale Yevhen Kucherov si è dedicato con attenzione negli anni scorsi; un’altra particolarità più che positiva è rappresentata dai cori e dalle parti dove la voce si moltiplica “a strati”, creando un effetto profondo ed epico, dando alla canzone quella piccola imprevedibilità che aiuta sempre quando le canzoni hanno una durata media di cinque o sei minuti. La title-track, Дике поле e Dancer sono tre modi diversi per Kucherov di esprimere la propria vena artistica e la passione per la mitologia pagana che arricchisce i brani del disco di una componente “magica”, mentre una piccola menzione la merita Tyra, dallo splendido finale di ghironda e l’oscura River, con delle pregevoli melodie di flauto.

Il ritorno dei Chur è senz’altro positivo ed è un peccato che al momento sia disponibile solamente in formato digitale. Four-Faced è un lavoro solido e qualitativamente buono: la lunga pausa ha eclissato il nome della band, ma la bontà dei brani potrebbe far tornare a galla i Chur e il buon folk metal che dal 2005, anno di pubblicazione del demo Брате вітре, Kucherov crea con tanta passione.

Atavicus – Di Eroica Stirpe

Atavicus – Di Eroica Stirpe

2019 – full-length – Earth And Sky Productions

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lupus Nemesis: voce, chitarra, orchestrazioni – Triumphator: chitarra, basso – Tamoth: batteria

Tracklist: 1. Come Nasce Un Eroe – 2. L’Estasi Del Sangue – 3. L’Ardire Degli Avi – 4. Divina Lama Invitta – 5. Canto Di Dolore Dell’Antica Dea Madre – 6. Consacrato All’Eterno – 7. Safinim – 8. Di Eroica Stirpe

Finalmente, dopo ben cinque anni di attesa, gli Atavicus pubblicano il primo full-length. La band si era prepotentemente affacciata sul mercato nel 2014 con l’EP Ad Maiora, lavoro che ha subito riscosso consensi e creato attesa per il successore. Negli anni seguenti sono arrivati un paio di singoli (L’Ardire Degli Avi e Safinim, stampati in poche decine di copie), ma del debutto su lunga distanza neanche l’ombra. Nel frattempo non sono mancati concerti e progetti paralleli, ma c’è da dire che se l’attesa è servita per avere poi tra le mani questo Di Eroica Stirpe, allora gli Atavicus sono più che giustificati. Il sound del gruppo abruzzese è quello che li ha caratterizzati fin dai primi passi mossi: un coatto metal muscoloso e ignorante (tra pagan, heavy e black), fatto di massicci riff di chitarra e cori di grande impatto, epici e maschi fino al midollo. Non ci sono novità quindi nella proposta di Lupus Nemesis e Triumphator, ma è da registrare un’impennata di cattiveria nei momenti più vicini al black metal e un’ondata di testosterone nei ritornelli e nei cori che sono solenni e maestosi come mai prima.

Presentato esteticamente dalla copertina realizzata da Svafnir (voce dei Draugr in De Ferro Italico), Di Stirpe Eroica gode di una produzione all’altezza della situazione che permette all’ascoltatore di beneficiare al meglio del lavoro svolto in studio di registrazione. Il merito maggiore, però, va riconosciuto agli Atavicus per aver composto una manciata di canzoni che colpiscono nel segno fin dai primi ascolti, con chorus facilmente memorizzabili e una serie di passaggi per niente scontati e che mettono in mostra una bravura dei musicisti che forse viene messa in ombra dall’attitudine in your face che è da sempre il loro marchio di fabbrica.

Il disco parte in maniera spettacolare con Come Nasce Un Eroe, furioso up-tempo che picchia duro fin dai primi secondi, ma che rallenta nei momenti giusti e apre alla melodia quando ce n’è bisogno: un’opener praticamente perfetta! L’Estasi Del Sangue continua l’assalto sonoro anche se in maniera diversa, con lo stacco acustico a tre quarti di brano particolarmente ispirato e il finale che ricorda da vicino la parte narrata del capolavoro De Ferro Italico (la canzone). La terza traccia è L’Ardire Degli Avi, già nota in quanto pubblicata nel singolo di due anni fa, ma qui presentata in una versione più pulita e “ingentilita” che rende giustizia alla bellezza dei riff e che dà ai cori uno spessore maggiore. Si prosegue con i titoli roboanti, questa volta tocca a Divina Lama Invitta. L’inizio è furibondo, ma gli arpeggi di chitarra che ricordano i Dissection prima e l’ingresso delle orchestrazioni in seguito creano melodia laddove c’era solo distruzione. Il brano prosegue con ritmiche al limite dell’umano, ma sempre con il marchio Atavicus ben in mostra, soprattutto quando la voce di Lupus Nemesis si fa pulita e profonda. L’iniziale pianto disperato di Canto Di Dolore Dell’Antica Dea Madre è straziante, la canzone si sviluppa in un mid-tempo molto arioso e ben costruito, con elementi folk che nel sound della band abruzzese si incastrano alla perfezione. Dopo l’intermezzo Consacrato All’Eterno parte Safinim, canzone da oltre dieci minuti di durata. Un pezzo che difficilmente si immaginava potesse essere nelle corde degli Atavicus, ma che è in verità una vera perla di rara bellezza. Il songwriting è fluido, le parti sono ben collegate tra loro e durante l’ascolto non si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a una canzone forzatamente lunga. Il break dopo quattro giri di lancetta, tra uccellini cinguettanti, lo scrosciare della pioggia e i tuoni in lontananza, rallenta il battito cardiaco e porta al nuovo ingresso della distorsione, questa volta all’insegna della varietà (e imprevedibilità): con un riffing insolito e per certi versi vicino al thrash teutonico si apre la “seconda” parte di Safinim, abbellita da tastiere ampollose e improvvise accelerazioni totalmente devote al black metal. Sì, con Safinim gli Atavicus si sono superati realizzando una canzone dal forte impatto sonoro/emotivo:

“In un momento senza tempo è racchiuso lo spirito eroico di una stirpe che sempre guiderà il guerriero devoto alla via della dell’onore e della virtù.”

La title-track chiude in maniera magnifica il debutto degli Atavicus: sette minuti di metallo muscoloso ma che non disdegna la melodia, con grandi picchi di epicità e la sensazione che la formazione abruzzese, quando vuole, sa sfornare piccoli capolavori.

Cinquantadue minuti di potente metal che non si fossilizza in un’unica forma musicale, ma che è facilmente riconoscibile come lo stile degli Atavicus. Si nota, da metà disco in poi, una maggiore ricerca per la melodia e le parti meno violente: una scelta diversa per la tracklist, forse, avrebbe reso l’ascolto ancora più entusiasmante. Le canzoni funzionano alla grande e con Di Eroica Stirpe i musicisti abruzzesi hanno compiuto il passo in avanti che da loro ci si aspettava: gli anni di attesa sono stati tanti, ma la qualità del prodotto finale giustifica l’attesa. Bentornati Atavicus!

Intervista: Barad Guldur

Il bello di gestire un sito indipendente e libero come Mister Folk sta anche nel decidere di dare spazio con un’intervista a gruppi underground che si autoproducono il disco di debutto invece del gruppo con sette dischi incisi e numerosi tour alle spalle. Si perdono una marea di visualizzazioni, ma essendo Mister Folk un sito indipendente e libero, conta solamente la bontà musicale dei gruppi e il desiderio di dar voce a chi altrove voce non ha. I Barad Guldur, oltretutto, hanno pubblicato un bel disco di debutto e come potrete leggere, di cose da dire ne hanno anche parecchie! Quindi vi lascio a questa bella chiacchierata con il cantante Ivan Nieddu, Cicerone del mondo Barad Guldur.

Una persona legge “Bergamo e baghèt” e pensa ai Folkstone e invece ci sono anche i Barad Guldur! Come nasce il gruppo e perché la scelta di questo nome?

Ciao Mister Folk e grazie, in primis, per questa intervista! I Barad Guldur (le iniziali non sono scelte a caso) nascono da un sogno che coltivavo già dall’adolescenza: poter unire le sonorità che amavo all’epoca (epic/power metal e composizioni di Simonetti) con strumenti folkloristici reali, quindi senza uso di synth. Un altro punto cardine del progetto sarebbero dovuti essere i testi. Di cosa parlare? Di ciò che amavo di più: fantasy e storie di paura. E così è stato fatto: leggende con citazioni e riferimenti tolkieniani e pagani. Il nome stesso della band richiama la torre più alta di Dol Guldur, la fortezza del Negromante (ne Lo Hobbit). E quali racconti possono giungere da lì, se non storie di creature leggendarie e spaventose? Fantasmi, mostri, morti che camminano, magie terribili e draghi. Purtroppo ero solo un ragazzino con tanti sogni e non avevo nessuno con cui condividere questo. Fino a poco tempo fa. Prima ho avuto il sostegno di Eliana (mia moglie) per le composizioni delle cornamuse e la ricerca dei racconti popolari e delle fonti per i testi. E poi, piano piano, tanti musicanti si sono uniti a questo folle viaggio. Ci sono voluti più di vent’anni… Ma eccoci qui!

Dopo qualche anno dalla fondazione arrivate al debutto Frammenti Di Oscurità. Come mai non avete voluto realizzare uno o più demo/EP prima di arrivare al full-length? Ora che il disco è uscito, come vi sentite?

Avevamo dato forma a una prima versione di Canso De Bouye (oltre a varie cover, che ci son servite per la ricerca dei componenti della band), caricata sul nostro canale YouTube, giusto per vederne un riscontro e iniziare a sperimentare la fase di produzione. A quel punto avevamo già le idee abbastanza chiare e sufficiente materiale per un album. Senza presunzione, ci siamo concentrati su esso e non abbiamo pensato a pubblicare singoli o altro. Insomma: “Dritti alla meta e conquista la preda” (cit.). C’è voluto tempo. Tanto. Ma ne è valsa la pena. Ora che Frammenti Di Oscurità ha preso forma e vita è come se avessimo superato un valico montano: fatica, impegno, determinazione, ma la vista che si gode è stupenda e apre su una nuova valle tutta da esplorare. Quante strade, quanto ancora c’è da fare… Quanti angoli da esplorare, quante cadute, quante vette da ammirare… Quanti panorami in cui perdersi e sognare… È proprio quello che vogliamo, perché la musica (come l’arte in generale) è questo: un viaggio. E vale la pena viverlo.

Tra le influenze leggo anche Blind Guardian e Iced Earth. In quale modo questi due gruppi sono stati (e sono) importanti per i Barad Guldur? Descrivete la vostra musica a chi non vi conosce, magari suggerendo una sola canzone motivandone la scelta.

Personalmente importantissimi, soprattutto per la composizione della struttura dei brani e la tecnica vocale di Hansi Kursh e Matt Barlow (parlando degli Iced Earth di Something Wicked This Way Comes e Horror Show). Gli altri musicisti della band godono anche di altre influenze: dagli Amon Amarth, agli Eluveitie, passando per tutto ciò che a ciascuno piace e ama. Comunque l’influenza di quelle band è palese, basta ascoltare Imaginations From The Other Side dei Guardian (per l’impatto epico) o Wolf degli Iced Earth (per la sua aggressività), canzoni che si accomunano rispettivamente con Frammento di Oscurità e Senza Paura.

Chi si occupa della composizione dei brani? Si tratta di un lavoro di squadra?

La composizione avviene in fasi parallele: scrivo la struttura del brano e le cornamuse scrivono almeno un motivo che andrà poi inserito nel brano stesso (nel ritornello, nell’intro o in uno stacco). Finita questa fase, lavorano chitarre, basso e batteria per dar forma all’abbozzo, trasformando la struttura in una vera e propria canzone. Ultimate tutte le parti di cornamusa lavoriamo alle armonie di ghironda e violino, così da creare un’orchestrazione fra gli strumenti folk. Infine chi di dovere lavora sul solo, mentre io scrivo testo, linee melodiche e inserisco le voci. Ogni strumento ha “carta bianca” sulle proprie parti (tranne, ovviamente, alcuni lavori di armonia, che giocano su melodie già scritte in precedenza).

Come nasce una canzone come POININOS?

POININOS è tratta dalle incisioni rupestri dei Massi della Camisana, nel territorio di Carona, in alta Valle Brembana. È un’antica invocazione al Dio Pennino, divinità delle vette e delle montagne. Ne abbiamo tratto il testo dall’incisione e, cercando sonorità ancestrali, abbiamo dato forma a questo brano, che utilizziamo anche come invocazione durante la cerimonia del fuoco votivo durante la manifestazione Orobica Lughnasadh. Non è propriamente una “storia di paura”, ma è comunque un lascito dei nostri avi, un rito antico, un patrimonio storico e culturale che abbiamo desiderato omaggiare e conservare, di cui ne va mantenuta la memoria. L’atmosfera che abbiamo desiderato dare al brano è quella dell’invocazione (considerando che le incisioni in alfabeto lepontico sono a 2000 metri d’altezza circa, impresse su enormi massi, probabilmente un tempio orobico): lo scorrere dell’acqua, il richiamo degli animali (gli stessi che rappresentiamo), sussurri e grida di sacerdoti e il canto dei clan, in marcia sulle vette.

In un brano collaborate con il coro alpino Le Due Valli. Immagino che per voi sia motivo di orgoglio e soddisfazione avere un pezzo così fortemente caratterizzato dal coro alpino. Mi piacerebbe conoscere la genesi di La Gratacornia.

La Gratacornia è stata ricostruita e armonizzata dal maestro Aurelio Monzio Compagnoni. È un brano della tradizione popolare, uno di quei racconti che i nonni narravano la sera davanti al camino, prima che i bambini andassero a letto. È un monito: “fa’ la nanna, perché la Gratacornia uccide i bambini che non vogliono dormire”. Non hanno mezzi termini queste storie: dovevano far paura e la facevano. Citata anche ne L’Albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi, questo brano ha l’atmosfera perfetta per il nostro album. Come si evince, il bambino chiama ancora la mamma, ma la creatura è già ai piedi del suo letto. L’epilogo non è a lieto fine. “So chè”: “Sono qui”. Mi sono innamorato del brano dal primo ascolto, avendo esso il ritmo simile a un “esercito di nani in marcia”. Mi ha richiamato fortemente anche l’elemento fantasy. Facendo parte della corale ho avuto il piacere di eseguirla dal vivo ed è lì che ne ho carpito il reale spirito e la potenza. Alla prima esecuzione avevo già capito che questo brano si sarebbe incastonato perfettamente in Frammenti Di Oscurità.

Nel booklet ringraziate Simone Pianetti e c’è una canzone dove, senza menzionarlo, sembra che parliate di lui. Perché siete affascinati dalla sua figura e cosa rappresenta (o può rappresentare) per le persone più giovani?

La canzone in questione è proprio Nella Notte Più Nera. Il brano (che abbiamo voluto sotto forma di ballata, per ricordare un po’ le atmosfere dei fienili, stalle, cantine e vecchie case, dove ci si incontrava a suonare, cantare e ballare) può essere interpretato e visto sotto molti punti di vista. Può essere un animale braccato, che scappa da chi desidera ucciderlo. Qui il suo patto con lo spirito della morte, perdendo se stesso, la sua vita, ma portando a compimento la sua vendetta. In parallelo la storia di Pianetti: portato al folle gesto, esasperato, divenuto figura ormai folkloristica della Val Brembana. A lui siamo legati, anche perché la band vede le sue origini proprio a Camerata Cornello, suo paese natale. Il brano parla implicitamente dell’ultima cena fra Simone e sua figlia, alla vigilia della strage. Cosa hanno provato entrambi quell’ultima sera assieme? Lui determinato, consapevole di perdere per sempre la sua vita. Lei? Ignara o perfettamente cosciente di ciò che sarebbe accaduto poche ore dopo? Ancora oggi c’è chi inneggia “un Pianetti per ogni paese”. E molti dovrebbero ricordarselo: portare all’esasperazione chi non ha più nulla da perdere, vuol dire arrivare a un gesto estremo. Se non è una storia di paura questa… “Fate i bravi, se non volete che Simù venga a prendervi col suo fucile”.

La copertina mi ha colpito: non la “classica” folk metal, anzi, piuttosto particolare per stile e impatto. Cosa rappresenta e come è venuta l’idea di quella figura?

Anche questa è una storia di paura (a modo suo). Eliana, nostra figlia Luna ed io eravamo a cenare da una nostra amica, nel suo agriturismo. E lì, la piccola Luna, a 4 anni, ha iniziato a raccontare di una creatura che si aggira per i boschi: Aionkel (l’ha chiamato così): come testa un teschio di tigre dai denti a sciabola con palchi di cervo, fra le mani i crani di chi lo incontra, al collo una collana di falangi delle sue vittime, armato di una grande spada con la quale fa a pezzi chi si comporta male con la natura. Praticamente una sorta di giustiziere naturalista, nato dalle fantasie (macabre) di una bambina di quattro anni, che voleva raccontarci una storia di terrore. Camino acceso, la notte fuori… C’è riuscita benissimo. Non potevamo non fare omaggio a questa sua fantasia. Abbiamo aggiunto alcune simbologie tipiche delle nostre valli: il serpente (presente anche in Cernunnos), la rosa camuna, la triskele e, dietro lo spirito, l’invocazione a Pennino (scritta con le rune orobiche/lepontiche). La realizzazione della foto (è uno scorcio di Camerata Cornello) e le artline di Aionkel fanno parte anche di un progetto fotografico fra me e Eliana: spiriti delle selve all’interno di semplici foto dei nostri boschi.

Parlando dei Folkstone, sono stati una vostra fonte d’ispirazione e cosa pensate della decisione di lasciare le scene con una serie di date live?

Personalmente i Folkstone hanno significato tanto per me, ma non tutto. Ho amato e amo moltissimo le loro canzoni, le atmosfere e i significati trasmessi. I Folkstone sono e saranno per sempre i Folkstone. Non desideriamo che i Barad Guldur possano divenire una copia (rischieremmo oltretutto di essere solo una brutta copia). Per ciò che concerne la loro scelta di lasciare le scene, possiamo solo dire che avranno avuto le loro motivazioni. Non vogliamo assolutamente fare polemica o scatenare flame, ma in tutta onestà questo è ciò che pensiamo. Una band (mi ripeterò, ma come ogni opera artistica) è un po’ come crescere un “figlio”. Per loro è il momento di farlo correre via. Sono scelte. Nel bene o nel male, non bisogna contestarle, ma comprenderle. Può far rabbia, far male, deludere, ma non è sicuramente una scelta presa alla leggera. Magari è uno stop temporaneo, ma questo è solo una congettura. Hanno lasciato tanto e sicuramente non se ne perderà la memoria. Anzi!

Bergamo, anche grazie al Fosch Fest, è da anni un luogo dove il folk metal trova particolare spazio. Avete partecipato come spettatori alle edizioni prettamente folk/viking metal del festival e com’è oggi la situazione gruppi/locali nella vostra zona?

“Del Fosch nulla resterà, se non risa che risuonerann” (cit. Per Chi Ela La Nocc). Una frase non messa lì a caso. Ho amato il Fosch (per chi non sapesse, in dialetto significa “buio”) e l’ho conosciuto sul nascere e seguito con passione. Le prime edizioni, poi, una vera festa con tanto spirito, allegria, mangiate e bevute in compagnia e ottima musica. Poi, purtroppo, qualcosa è cambiato. E tutto è arrivato inesorabilmente al suo declino. Bisogna accettare anche quello. In zona bergamasca, per fortuna, c’è sempre un buon movimento di band, locali e festival. La speranza è che questo sia una radice forte per far crescere sempre più la cultura della musica dal vivo, anche perché ci sono moltissime band valide e c’è bisogno di spazi, farsi conoscere, opportunità e tutto nasce sì da chi fa musica, ma soprattutto da chi ascolta.

Come siete messi a esibizioni live? Avendo voi una line-up che conta ben nove elementi credo che non sia facile organizzare trasferte e serate.

Di esibizioni live in elettrico, per ora, non ne parliamo. Abbiamo bisogno di più richiesta, un po’ più d’interesse e curiosità, poi se ne parlerà con entusiasmo e ci prepareremo a dovere. Nel frattempo ci esibiamo, quando possibile, in acustico. Non stiamo certo con le mani in mano. La differenza è che negli acustici siamo più “compagnoni e goliardici”, mentre l’atmosfera in elettrico sarà ben differente. E non vediamo l’ora di mettere piede sul palco. Hai evidenziato un altro aspetto importante: il numero di elementi. Da una parte variegato, per un sound più eterogeneo, dall’altra un vero problema logistico. Questo non vuol dire che non ci si possa comunque esibire con una line up più snella (cosa che avviene già in acustico). Vedremo un po’ cosa ci riserba il futuro.

Vi sentite parte di una scena folk metal? Qual è il vostro punto di vista sulla scena italiana e nord italiana in particolare? Ci sono band con le quali avete legato e vi trovate particolarmente bene?

Credo che ci sentiremo davvero parte della scena folk metal quando sentiremo qualcuno cantare una nostra canzone, quando saremo su un palco e quando qualcuno inizierà a saltare a ritmo della nostra musica. Allora sì, saremo parte vera di quella scena. Per ora siamo su un cd. Èun frammento di quella scena, ma non ancora l’insieme. Insomma, un fantasy non si fa con un drago e un elfo, ma con un viaggio. E non abbiamo ancora camminato abbastanza. Per il resto, la scena qui è buona. C’è interesse, ci sono band, qualcosa si muove sempre. La speranza è sempre quella: espandere il fenomeno e non vederlo morire. “Le radici profonde non gelano” (cit. Tolkien). Non avendo mai suonato in elettrico, non abbiamo ancora avuto opportunità di conoscere altre band, se non alcuni musicisti. Il mondo è piccolo. Personalmente mi trovo bene con Becky dei Furor Gallico. Dei ricordi legati a lei (fra cantate, bevute e mangiate), il più divertente è stato quello in cui beveva idromele in casa mia, al matrimonio con Eliana, spaesata, senza neppure rendersi conto di cosa ci facesse lì. Per Eliana e me era una di famiglia, come una cugina vicina/lontana.

Grazie per la disponibilità e complimenti per il vostro disco. Avete tutto lo spazio per aggiungere e dire quello che volete!

Grazie a te per tutto! Ehi, aspetta, abbiamo davvero spazio per aggiungere quel che vogliamo? Non sai che errore che hai fatto… Scherzi a parte, giusto una cosuccia: ascoltate Frammenti Di Oscurità possibilmente di notte, davanti al fuoco e con qualcosa di buono da bere. Buon ascolto.