Intervista: Lindy-Fay Hella

Seafarer è un gran bel disco, diverso da quanto trattato solitamente su queste pagine, ma assolutamente da scoprire e fare proprio. Lindy-Fay Hella ha stupito molte persone con il suo primo disco solista e proprio la release della Vàn Records è al centro della chiacchierata avvenuta con la cantante norvegese tramite una videochiamata WhatsApp. Parlare con lei è stato un grande piacere e alla fine è uscito qualcosa anche sui Wardruna…

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento all’amica Sara Sorge per il fondamentale aiuto durante la videochiamata e per la trascrizione dell’intervista.

La tua musica è molto toccante ed è difficile trattenere le lacrime mentre scorrono le note del tuo primo album solista. Come e quando hai iniziato a cantare?

Ero una bambina molto tranquilla e timida e amavo la musica, quindi l’ascoltavo molto. Ho iniziato a cantare presto perché la musica è sempre stata presente nella mia vita famigliare, sia da parte di madre che di padre. Ogni volta che incontravo mio cugino ascoltavamo musica insieme. Mio cugino, che ha dieci anni più di me, amava molto Brenda Lee (una cantante americana che ha inciso ben ventinove album in studio, ndMF), quindi voleva che gli cantassi quel tipo di musica. Ero riluttante, come ti ho detto ero timida, ma lui ha insistito, così alla fine l’ho fatto. Un giorno, avevo otto anni, mio cugino mi ha detto “Lindy, sei davvero brava! Sono abbastanza sicuro che da grande sarai su un palco, sarai una cantante”.

Come sei arrivata al tuo disco solista Seafarer?

In realtà, prima che il lavoro fosse fatto, avevo la sensazione che dovevo farlo. Lavoro con la musica da oltre venti anni e ho sempre composto molte cose che non ho mai pubblicato, sempre per la timidezza che dicevamo prima. Nonostante questo, due anni fa, quando ho sentito la necessità di realizzare qualcosa di mio, ho iniziato da zero componendo questo album e alla fine la sensazione che ho provato è stata di sollievo. Ho sentito che l’intero processo mi ha aiutato nel guadagnare fiducia e le successive esperienze sarebbero state ancora migliori. In più ho lavorato con amici, dal momento che i musicisti coinvolti sono persone a me molto care, così le sensazioni e le vibrazioni sono state molto molto positive.

Nei testi parli spesso dell’Otherworld. Potresti dirci cosa significa per te o se ritieni che ci sia una connessione tra questa vita e quella dopo la morte?

Hai davvero centrato il messaggio del mio album, dal momento che parla esattamente di quello, l’Otherworld, quello dopo la morte o di un’altra dimensione, qualunque cosa sia là fuori. La consapevolezza della sua esistenza è stata in me fin da quando ero bambina e non l’ho mai trovata spaventosa. Sfortunatamente circa due anni fa, mentre stavo iniziando a lavorare su questo album, ho perso uno dei miei migliori amici, quindi quella sensazione di connessione con l’otherworld è diventata più forte. Sebbene abbia lasciato questo pianeta, non ho mai avuto la sensazione che la sua energia sia completamente svanita. Durante la vita ho avuto visioni di cose che non posso spiegare completamente e la mia curiosità per questo Otherworld la si trova sia nella musica che nei testi. Se ascolti attentamente, noterai che i testi di questo album spesso ripetono le stesse cose e questo è intenzionale. Si può costruire una storia enorme con pochissime parole. Dipende dalla tua immaginazione. Anche personalmente, ripetendo mi aiuta a entrare in un certo mood.

La copertina del tuo album ha colori intensi e il suo stile è molto diverso dalle altre cover rock/metal/ambient. Come sei arrivata a questa scelta grafica?

Tanto per cominciare, sono spesso associata con la scena rock e heavy metal perché provengo da Bergen e passo molto tempo con musicisti di quel tipo. Apprezzo il loro grande lavoro, ma non è la mia musica: sono persone molto amichevoli e inclusive, quindi siamo solo amici intimi! L’immagine della copertina del mio album proviene da una foto fatta con un cellulare durante una vacanza con il mio buon amico Kristian (Eivind Espedal, aka Gaahl, ex Wardruna, ex Gorgoroth, ndMF) e un terzo amico comune. È stata scattata in una valle molto speciale, difficile da raggiungere – devi anche prendere una barca per arrivarci – quindi è un posto con un’energia davvero forte e abbiamo scattato una foto come ricordo. Quando l’ho visto a casa, ho deciso che volevo che fosse la copertina dell’album, perché ricordava le belle emozioni di quel giorno, in quel luogo magico. Ho chiesto al terzo amico di modificare i colori nello stile degli anni ’70, pensando che il risultato finale sarebbe stato un mix equilibrato di finzione e realtà.

Mentre ascoltavo Seafarer, ho avuto l’impressione che alcune sonorità avessero le stesse sonorità dei Wardruna, il tuo gruppo principale. Pensi che potrebbe esserci una loro naturale influenza sul tuo lavoro?

Beh, lavoro con la mia voce da più di vent’anni ormai, a volte solo come “uno strumento” per le persone con cui lavoravo, dato che dovevo solo cantare ciò che mi era stato chiesto, nel modo in cui era stato pianificato. Un esempio è With Everburning Sulphur Unconsumed che ho cantato per i Darkend. Ci siamo incontrati grazie ad amici comuni qui a Bergen e mi hanno inviato una canzone chiedendomi se potevo fare alcuni cori e ho detto “sì, certo che posso farlo!”. Nel mio canto ci sono anni di allenamento, quindi se ora, per esempio, voglio cantare con forza, ho sviluppato un modo personale di farlo, che può essere riconoscibile, ma ho iniziato a sviluppare per conto mio questa tecnica venti anni fa, prendendo ispirazione dalla musica tribale. Se aggiungi che canto con i Wardruna da quindici anni, dall’inizio della storia, è facile capire che la mia identità può essere facilmente connessa con la musica che produco con loro come gruppo. Inoltre, tutti i musicisti coinvolti in questo album sono stati liberi di esprimersi come si sentivano, non ho dato alcuna restrizione, quindi l’intero processo è uscito naturalmente, illuminando la natura e il legame di tutti.

Nonostante il vasto pubblico che hai in Italia, non ti abbiamo ancora sentito cantare qui. Pensi che in futuro saremo in grado di godere della tua voce incantevole su un palco con luci soffuse e candele a Roma o Milano?

(Sorride) Grazie per i tuoi complimenti! Mi piacerebbe molto venire a cantare in Italia, a dire il vero. Penso che parlerò presto di questa idea con i miei manager, quindi chi lo sa? Forse in un prossimo futuro ci incontreremo in Italia!

C’è un altro album solista nella tua mente o è troppo presto per pensarci ?

In realtà ho lavorato in studio con i Wardruna nell’ultimo mese o giù di lì, quindi ho in programma di realizzare un nuovo album solista nel 2021. Questo è il piano, almeno!

Vorrei sottolineare, con grande piacere, che sei sempre gentile con i tuoi fan. Ho notato che rispondi sempre con cura a ogni commento su Facebook, che al giorno d’oggi non è comune, soprattutto tra i personaggi famosi. Lo apprezzo molto e ancora di più il tempo che hai dedicato a questa intervista, grazie!.

Grazie, ma penso che sia il minimo che dovrei fare. Le idee e i commenti di tutti sono i benvenuti e tendo ad ascoltarli attentamente. Voglio davvero che tutti si sentano liberi di esprimere i propri sentimenti, non voglio essere considerato ostile. È stato bello parlare con te!

 ENGLISH VERSION:

Your music is really touching and the combination of sound, lyrics and voice that you have chosen for your first solo album makes it difficult to hold back the tears while listening. When and how did you start to sing?

I was a very shy, quiet child and I loved music, so I used to listen to it a lot. I started singing early, because music has always been present in my family life, both on my mother’s and father’s side. Every time I met my cousin, we used to listen music together. My cousin, who is about ten years older than me, was very fond of Brenda Lee, so he wanted me to sing that kind of music for him. I was reluctant, as I told you I was shy, but he insisted, so once I finally did it. One day, I was about 8, my cousin told me: “Lindy, you are really good! I am pretty sure that you will be on a stage when you grow older, you will become a vocalist.”

How were you inspired for your solo album, Seafarer?

Actually, before the work was done, I had the feeling that it had to be done. I’ve been working with music for more than 20 years and I’ve composed many things that I have never released, always because of the shyness we were talking about before. Despite this, two years ago, when I felt the urge to produce something mine, I started from scratch in composing this album and in the end the feeling has been of relief. I felt that the whole process had helped me to gain confidence and that the following experiences would have been still better. What’s more, I have worked with friends, since all the musicians involved are people who are very dear to me, so the feeling and the vibes have been very very positive.

In the lyrics you often speak about the Otherworld. Could you tell us what it means for you, or if you feel there is a connection between this life and the one after death?

You really nailed the message of my album, since it speaks exactly about that, the other-world, the one after death or another dimension Whatever it is that is out there. The awareness of its existence has been in me since I was a child and I have never found it spooky. Unfortunately around two years ago, while I was starting to work on this album, I lost one of my best friends, so that feeling of connection with the other-world has become stronger. Though he has left this planet, I have never had the feeling that his energy is completely gone. During life i`ve had visions of things that I can not fully explain and my curiosity for this Otherworld is taken into both music and lyrics. If you listen, you notice that some words and sentences are repeated. This is intentional. It can be build a huge story around just very few words. It depends on your own imagination. Also personally, repeating help me get into a certain mood.

The cover of your album has intense colours and its style is quite different from the other rock or metal covers. How did you get to that graphic choice?

To start with, I am often associated with the heavy metal rock wave because I am from Bergen and I spend a lot of time with musicians of that kind. I do appreciate their great work, but it’s not my music: they are very friendly, inclusive people, so we are just close friends! The image of the cover of my album comes from a picture taken with a mobile phone during a holiday with my good friend Kristian (Eivind Espedal, aka Gaahl, ex Wardruna, ex Gorgoroth, ndMF) and a third common friend. It’s been taken in a very special valley, difficult to reach -you even need to take a boat to get there- so it’s a place with a really strong energy and we took a picture as memory. When I saw it at home, I decided I wanted it to be the cover of the album, because it recalled the beautiful emotions of that day, in that magical place. I asked the third friend to edit the colours in the 70’s style, thinking that the final result would be a balanced mixture of fiction and reality.

While listening to Seafarer I was under the impression that some sonorities had the same taste of the Wardruna’s, your group. Do you think that there might be a natural influence from them on your work?

Well, I’ve been working with my voice for more than twenty years now, sometimes being just “an instrument” for the people I was working with, since I only had to sing what I was asked, in the way that had been planned. An example is With Everburning Sulphur Unconsumed that I’ve sung for Darkend. We met thanks to common friends here in Bergen and they sent me a song asking wether I could do some choirs and I said “yes for sure I can do this!”. In my singing there are years of practice, so if now for example I want to sing strongly, I have developed a personal way of doing it, that can be recognisable, but started to develop this high volume singing over twenty years ago on my own, by taking inspiration from tribal music. If you add that I have been singing with Wardruna for 15 years, It’s easy to understand that my identity can be easily connected with the music I produce with them as a group. Furthermore, all the musicians involved in this album have been free to express themselves as they felt, I didn’t give any restrictions, so the whole process has come out naturally, enlightening everyone’s nature and bond.

Despite the wide audience you have in italy, we haven’t heard you singing here yet. Do you think that the in future we will be able to enjoy your enchanting voice on a stage with dim lights and candles in Rome or Milan?

(Smiles) Thank you for your compliments! I would really love to come and sing in Italy, to be honest. I think I will soon speak about this idea with my managers, so who knows? Maybe in a close future we will meet in Italy!

Is there another solo album in your mind or is it too soon to think about it?

Actually I’ve been working in studio with Wardruna for the last month or so, so I’m planning to come up with a new solo album in 2021. That’s the plan, at least!

I would like to underline, with great pleasure, that you are always kind to your fans. I’ve noticed that you always answer with care to each comment on Facebook, which nowadays is not common, above all among famous people. I really appreciate it and still more the time you have dedicated to this interview.

Thank you, but I think that it’s the least I should do. Everybody’s ideas and comments are welcome and I tend to listen to them carefully. I really want everybody to feel free to express their feelings, I don’t want to be considered hostile. It’s been nice talking with you!

King – Coldest Of Cold

King – Coldest Of Cold

2019 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Tony Forde: voce – David Hill: chitarra – David Haley: batteria

Tracklist: 1. Conquer
 – 2. Mountains Call
 – 3. Coldest Of Cold
 – 4. One More War
 – 5. King
 – 6. In The Light Of The New Sun – 7. Beyond The Exosphere
 – 8. Star
 – 9. Ways Of The Forest
 – 10. My Master My Sword My Fire

Su Mister Folk non si tratta il black metal nelle recensioni, anche se è un genere “amico” e spessissimo le sue contaminazioni sono parte integrante dei dischi che vengono recensiti. Per non parlare poi del viking metal di matrice estrema che prende il via con gli Enslaved circa venti anni fa, o della scena sempre più corposa e agguerrita del pagan black metal. Su queste pagine non si tratta il black metal, ma non vuol dire che io non sia un ascoltatore e mi tenga aggiornato sulle nuove uscite. Ed è ascoltando questo Coldest Of Cold degli australiani King che ho deciso di fare uno strappo alla regola, e cioè di recensire un lavoro che è 100% black metal: troppo bello per non parlarne! La band originaria di Melbourne arriva con questo cd alla seconda pubblicazione (il debutto Reclaim The Darkness risale al 2016) e lo fa con il sostegno della norvegese Indie Recordings (Kampfar, Einherjer e Wolfcesmen).

Coldest Of Cold è composto da dieci canzoni per una durata complessiva di quarantaquattro minuti. Il black metal proposto da Tony Forde e soci è molto melodico, ma non disprezza affatto riff di chitarra taglienti, tappeti di doppia cassa e blast beat. Sì melodici, ma i King sono in grado anche di picchiare duro. Proprio qui sta la bellezza di un disco che, lo si può dire tranquillamente, non ha nulla di innovativo o “stravagante”. Coldest Of Cold è semplicemente un disco di black metal melodico che funziona alla grande, senza cali qualitativi o brani riempitivi, e che convince dal primo all’ultimo secondo. Non è facile trovare un disco che potrebbe apparire come “anonimo” o “già sentito”, e che invece fomenta nelle accelerazioni, stupisce quando i giri di chitarra si fanno più intricati e le melodie avvolgono l’ascoltatore cullandolo nella violenza che solo il black metal sa trasmettere. A tutto questo va aggiunta una produzione perfetta per questo genere di musica, pulita e potente, ma anche reale nei suoni.

Come da tradizione l’apertura è affidata a una canzone veloce, ma Conquer va oltre grazie alle ruggenti ritmiche che s’intrecciano con un il guitar work che nella ferocia riesce comunque a ad avere quel qualcosa di melodico che rende il tutto seducente: come guardare una condanna a morte ed esserne affascinati. La title-track si regge sulle linee vocali e sui cori che la fanno spiccare fin dal primo ascolto, mentre One More War, nonostante il titolo bellicoso, mostra aperture e armonie di gran gusto. Non si parla (per stile e dell’eccellenza raggiunta dai Dissection e sfiorata dagli Unanimated, ma i King sanno il fatto loro e lo mostrano in una composizione come quella che porta il nome del gruppo: la sei corde di David Hill ammalia con arpeggi rock e il generale il pezzo mostra la varietà stilistica (e una cultura/capacità tecnica) che gli australiani hanno dalla loro. In The Light Of The New Sun è un bel mid-tempo che suona più norvegese dei norvegesi, Star è una summa del sound dei King con sezioni veloci e altre più cadenzate, e la conclusiva My Master My Sword My Fire è la classica canzone a fine album che fa esclamare “sì, è un gran bell’album!”. L’anima selvaggia del combo australiano ha campo libero e quando la velocità diminuisce a favore del feeling ricordano i Keep Of Kalessin più ispirati e questo è un discorso che vale per l’intero lavoro.

Dall’Australia arriva quindi un disco, Coldest Of Cold, che suona “alla norvegese”, con un feeling gelido (anche grazie all’ottima produzione) pur non esasperando l’aspetto violento della proposta. Sicuramente quello dei King è un black metal che ha nulla di nuovo, ma quando un disco suona così bene c’è veramente bisogno di novità?

Short Folk #4

Shot Folk, ovvero recensioni senza troppi giri di parole. Ben dodici dischi/EP/singoli raccontati in poche righe con la semplicità e la sincerità di Mister Folk. Piccole sorprese e piacevoli conferme dal mondo folk/viking, dritti al punto senza perdere tempo. Buona lettura e folk on!

Leggi Short Folk #1

Leggi Short Folk #2

Leggi Short Folk #3

Aephanemer – Prokopton

2019 – full-length – Primeval Records/Napalm Records

8 tks – 44 mins – VOTO: 8

Partiamo dalla fine, ovvero: se un’etichetta grande e potente come la Napalm Records decide di ristampare (con tanto di bonus cd) un disco uscito pochi mesi prima per conto di una label a dir poco underground, allora vuol dire che in quel disco c’è della musica che vale la pena di conoscere. È il caso di Prokopton, secondo full-length dei francesi Aephanemer, una bomba di death metal melodico (un po’ Suidakra più cattivi, un po’ Wintersun meno prolissi) con fondamentali parti di tastiera che rendono la proposta meno aspra e più accattivante. La cantante/chitarrista Marion Bascoul ha un bel growl graffiante e il gruppo gira alla perfezione: la title-track e The Sovereign sono forse le canzoni più rappresentative, ma il cd non presenta cali qualitativi. La scoperta del 2019.

Cernunnos – The Svmmoner

2019 – EP – autoprodotto

4 tks – 14 mins – VOTO: 7

Gli argentini Cernunnos (da non confondere con quelli italiani!) tornano con un nuovo EP dopo aver dato alle stampe il disco Leaves Of Blood nel 2016 e l’EP Mother Earth di tre anni prima. The Svmmoner contiene tre brani e un intro per un totale di quasi tredici minuti: il sound si fa ogni pubblicazione più personale e vario, con due canzoni molto distanti tra loro come la title-track (voce pulita e ghironda a iosa) e la conclusiva The Arcane Below, vicina al death metal per voce e ritmiche, ma gustosa nei break folk dalle tinte celtiche. Nel loro piccolo i Cernunnos sono una sicurezza e al giorno d’oggi non è poco.

Equilibrium – Renegades

2019 – full-length – Nuclear Blast

10 tks – 47 mins – VOTO: 4

Ricordate gli Equilibrium di Sagas e Rekreatur, per non parlare di quelli del debutto Turis Fratyr? Bene, gli Equilibrium del 2019 in comune con quelli che hanno pubblicato i dischi prima citati hanno solamente il nome e il chitarrista René Berthiaume. Cambi di formazione, nuove influenze e la volontà di variare la propria proposta (o la classica mancanza d’ispirazione) hanno portato il gruppo tedesco a incidere Renegades, lavoro che prende le distanze da tutto quello proposto negli anni precedenti. Di folk metal non c’è traccia e non è il “cambio di genere” il problema, ma l’inconsistenza dei brani. Il lavoro delle tastiere (sempre molto presenti) è come al solito accattivante, ma sono le canzoni a non funzionare: soluzioni fin troppo piatte e deboli per convincere l’ascoltare a premere nuovamente play, figurarsi a comprare il cd.

Havamal – Tales From Yggdrasil

2019 – full-length – Art Gates Records

9 tks – 49 mins – VOTO: 7,5

Dopo il promettente EP del 2017 Call Of The North, tornano con il disco di debutto gli Havamal svedesi, da non confondere con gli Hávamál tedeschi che fanno folk metal. Tales From Yggdrasil è composto da otto tracce (più un intro) di buonissimo death metal melodico con spruzzate di folk metal alla Ensiferum soprattutto per quel che riguarda le orchestrazioni e le melodie di chitarra. Nei testi si parla di divinità scandinave e guerrieri senza paura, temi che ben si addicono a una proposta così potente e bellicosa ma che dà molta importanza alle aperture melodiche, ai dettagli delle sei corde e agli interventi di tastiera. Tales From Yggdrasil è in grado di fare la gioia di chi cerca metal estremo, cultura vichinga e sonorità scandinave in un unico disco.

Nifrost – Blykrone

2019 – full-length – Dusktone

10 tks – 42 mins – VOTO: 7

Il secondo disco dei Nifrost conferma i pareri sulla band: bravi, autori di buone canzoni e che conoscono bene il genere che suonano. Il viking metal è il loro pane quotidiano e se in alcuni momenti possono ricordare gli ultimi Windir, in altri danno l’impressione di trovarsi bene anche con quelle venature progressi (ma solo venature!) di Helheim ed Enslaved. Hanno personalità i ragazzi e Blykrone è un lavoro che piacerà non poco ai cultori del genere e se non conoscete la band questo è un ottimo modo per conoscerli a patto che poi andiate ad ascoltare anche i precedenti Motvind e Myrket Er Kome.

Pagan Throne – Dark Soldier

2019 – EP – Eternal Hatred Records

5 tks – 18 mins – VOTO: 7

I brasiliani Pagan Throne confermano con questo EP Dark Soldier quanto di buono fatto ascoltare in passato, in particolare sul secondo disco Swords Of Blood. Il pagan black metal dei cinque musicisti è piuttosto diretto, ma non disdegna le orchestrazioni e le melodie quando ben si incastrano con il resto della musica. Piccoli dettagli (i suoni vagamente orientali di Empty And Cold, alla fine la migliore composizione del cd e il testo in lingua madre di Ascensão Ao Poder Do Sol), rendono l’ascolto sempre interessante anche se i Pagan Throne non inventano nulla. Bravi nel fare bene quello che sanno fare, e tanto basta per farseli piacere.

Teshaleh – Born Of Fire

2019 – EP – autoprodotto

5 tks – 20 mins – VOTO: 7,5

Da Baltimora, USA, una piacevole scoperta in ambito folk metal da una terra che si sta facendo lentamente conquistare dalle orde europee costantemente in tour. Born Of Fire è un EP di cinque brani ben costruiti, dal doppio cantato femminile e ricco di strumenti violino, cornamusa, flauto e ciaramella. I Teshaleh suonano insieme dal 2017, ma ascoltando il cd sembra di avere a che fare con una formazione molto più esperta e dotata. Il sound è personale e accattivante, qualche influenza ogni tanto esce fuori (Huldre su tutti), ma per essere un EP di debutto difficilmente si può sperare in qualcosa di meglio. In trepidante attesa del full-length.

Varg – Wolfszeit II

2019 – full-length – Napalm Records

10 tks – 45 mins – VOTO: 6

Ri-registrare un proprio disco ha senso se l’originale suona male a causa del budget o dell’inesperienza, oppure se il lavoro è “vecchio” di venti anni e si ha il desiderio di poter ascoltare le vecchie canzoni con il potente sound attuale. Il debutto Wolfszeit risale al 2007 e, detto francamente, non suona male: è la classica produzione sporca ma giusta per il genere per una band tedesca di pagan metal. Quindi perché questo inutile dischetto nel 2019? La risposta può essere solamente legata alla volontà di far circolare nuovamente quelle canzoni dato che l’album originale è praticamente introvabile: all’epoca furono stampate solamente 2000 copie. Detto ciò, la speranza è che i Varg, dopo aver suonato nuovamente in studio queste canzoni, prendano spunto dal proprio passato per evitare la pubblicazione di lavori pessimi come Guten Tage Das End e Aller Lügen.

Vosegus – Terre Ancestrale

2019 – full-length – autoprodotto

5 tks – 42 mins – VOTO: 7,5

I francesi Vosegus si formano nel 2018 e un anno dopo danno alle stampe il disco di debutto Terre Ancestrale. Solitamente in così poco tempo non c’è modo di creare un lavoro realmente maturo, invece la band di Nantes tira fuori cinque canzoni di ottimo pagan/black metal dalle tinte oscure che rapisce l’ascoltatore fin dal primo ascolto. I brani durano tutti sette minuti, con la conclusiva title-track che invece raggiunge i dodici minuti; la produzione è buona per il genere e le canzoni scorrono bene senza momenti di stanca. Un peccato, quindi, che il disco sia al momento solo digitale: chi non vorrebbe supportare un gruppo del genere acquistando il cd?

Huldre: la creatura torna nella foresta

2009-2019. La carriera dei danesi Huldre è durata esattamente dieci anni, il tempo di incidere due dischi, suonare in alcuni festival europei, ringraziare i fan e salutare tutti per tornare alla vita di tutti i giorni.

Il nome è preso dalla figura della Hulder (Huldra), una creatura del bosco di sesso femminile e di aspetto bellissimo, con una coda di vacca nella tradizione norvegese. Lo studioso e autore Luca Taglianetti che ha curato la traduzione del libro “Theodor Kittelsen. Troll”, definisce la huldar “la “fata” silvestre delle leggende norvegesi […], come da tradizione, ha in mano un lavoro a maglia ed è vestita da ragazza della malga”. Adesca gli uomini, li porta nella foresta e giace con loro prima di ucciderli o portarli all’inferno, a seconda della storia, della tradizione e della nazione; le huldre sono difatti presenti anche in Svezia (con una coda di volpe anziché di vacca) e i racconti su questa creatura sono numerosi e diversi tra loro.

La storia inizia nel 2009 e l’anno successivo viene dato alle stampe il demo omonimo contenente cinque brani, registrato in casa a costo zero e distribuito gratuitamente ai concerti che la band tiene in Danimarca: fin dal primo ascolto è facile capire che gli Huldre possono realizzare un gran debutto. Due anni più tardi, difatti, arriva Intet Manneskebarn, lavoro che così definisco nel libro Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök: “un disco qualitativamente impressionante, vario e ben congeniato, in grado di emozionare e far fare headbanging al tempo stesso”. A mio parere si tratta del debutto dell’anno e sicuramente una delle migliori uscite del 2012: quando si dice che nell’underground ci sono perle di sincera bellezza, da conoscere e supportare invece di comprare l’ennesimo cd della band già affermata che realizza album per doveri contrattuali! Sotto la supervisione di Lasse Lammert (Alestorm, Warrel Wane, Svartsot, Wind Rose) prende forma un folk metal sì influenzato da Otyg, Lumsk e Storm, ma anche ricco di spunti personali che rendono il sound subito riconoscibile. Il secondo full-length giunge a fine 2016 sotto la Gateway Music, sempre con Lammert a dirigere il lavoro in studio. La formula non cambia molto rispetto al debutto, ma le piccole novità del sound riescono a far suonare Tusmørke fresco e diverso da tutto il resto presente sul mercato. La voce di Nanna Barslev è versatile e fortunatamente lontana dal cliché che vuole la voce femminile lirica e un po’ lamentosa a farla da padrone. Con una vocalist del genere e con una sezione folk (violino, flauto, ghironda e bombarda) composta da due musicisti sempre ispirati è difficile mancare il bersaglio, tanto più che tutti gli altri strumenti portano i mattoni necessari per alzare quel wall of sound che con gli Huldre ha ragione di esistere. Miglior canzone del lotto è forse Hindeham, ma non è semplice scegliere (QUI potete leggere l’intervista con la band fatta lo scorso anno). Nonostante due ottimi dischi il gruppo non riscuote il successo che meriterebbe e, pur non mancando occasioni live e festival internazionali, la sensazione che si ha è che tutto questo abbia forse fiaccato i sei musicisti. In data 16 gennaio 2019 sul profilo Facebook degli Huldre appare il comunicato dal titolo “The Huldre returns to the forest”, senza aggiungere notizie o dettagli sul motivo dello scioglimento; prima di concludere la carriera, però, c’è tempo per una piccola serie di date che porta al farewell show, dove davanti a una sala concerti colma di gente, gli Huldre si congedano dalla scena folk metal e, come vuole la tradizione folkloristica, la pericolosa creatura che leggende e racconti hanno reso nota anche ai più piccini, se n’è tornata della foresta, esattamente da dove era arrivata.

Intet Manneskebarn e Tusmørke sono due lavori di grande spessore, ancora belli da ascoltare a distanza di diversi anni. La huldar, anche se non si mostra più in giro, è sempre lì, in agguato nella foresta che ascolta e attende, pronta ad agire.

Ph: Jacob Dinesen