Suidakra – Echoes Of Yore

Suidakra – Echoes Of Yore

2019 – full-length – MDD Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Arkadius Antonik: voce, chitarra, orchestrazioni – Sebastian Jensen: voce, chitarra – Tim Siebrecht: basso – Ken Jentzen: batteria

Tracklist: 1. Wartunes – 2. The Quest – 3. Havoc – 4. Morrigan – 5. Rise Of Taliesin – 6. Hall Of Tales – 7. Pendragon’s Fall – 8. Banshee – 9. Warpipes Call Me – 10. Lays From Afar

I tedeschi Suidakra arrivano al venticinquesimo anno di attività e non sono molti i gruppi in questo genere che possono dire di avere una lunga e proficua carriera come la loro. Volendo tirare una linea e guardare cosa è successo in questo quarto di secolo, la prima cosa che si nota è la costante altalena qualitativa alla quale Arkadius e soci ci hanno ormai abituato da anni. Tralasciando volutamente il periodo “moderno” della band, fortunatamente subito abbandonato e spazzato via dalla successiva pubblicazione, quel Caledonia che per molti rimane il lavoro più riuscito del gruppo, a un poco ispirato Eternal Defiance ha fatto seguito il discreto Realms Of Odoric, per poi impaludarsi nell’acustico e non riuscito Cimbric Yarns. Insomma, sembra che il meglio i Suidakra lo abbiano già dato, ma questo Echoes Of Yore potrebbe essere quel tipo di operazione che fa tornare la voglia di provare quel qualcosa in più e far tornare a volare le mani lungo i manici di chitarra alla ricerca delle note perfette. Se si pensa ai Suidakra viene da chiedersi cosa avrebbero potuto diventare se solo avessero azzeccato tre album di fila, capaci sì di piazzare qualche colpo di altissima qualità, ma anche di auto eliminarsi dal giro che conta con release zoppicanti.

Echoes Of Yore nasce dal desiderio di festeggiare un bel pezzo di carriera – venticinque anni! – che comunque ha portato la formazione di Düsseldorf a calcare i palchi di mezzo mondo, compresi i grandi eventi estivi. Tutto assolutamente meritato, e questo disco nato grazie al supporto dei fan che hanno contribuito attivamente con l’ormai classico kickstarter (scegliendo tramite voto la scaletta del cd), può davvero essere una piccola svolta nella carriera dei Suidakra. In Echoes Of Yore troviamo dieci brani per un totale di cinquantuno minuti di durata, con i pezzi tratti esclusivamente dalle prime cinque release. I suoni sono al passo con i tempi, potenti e grossi, ma anche nitidi e sinceramente danno nuova vita a Banshee – opener del debutto del 1997 Lupine Essence – e Hall Of Tales, dal seguito Auld Lang Syne dell’anno dopo per fare degli esempi. La tracklist è buona, il fan di vecchia data può ritenersi soddisfatto delle canzoni selezionate anche se, com’è normale che sia, ognuno troverà una mancanza se non di più. Tra le nuove versioni vanno assolutamente menzionate l’opener Wartunes, che come da titolo è una vera tritaossa, The Quest, ovvero la tipica Suidakra-song dei bei tempi andati, la sognante Rise Of Taliesin, più lunga dell’originale di cinquanta secondi e arricchita dagli eleganti interventi di violino e flauto, e Pendragon’s Fall, forse la rilettura più brillante dell’intero cd. Nelle varie canzoni sono presenti diversi ospiti, il più noto dei quali è Robse degli Equilibrium, mentre fa un certo effetto ascoltare nuovamente la voce pulita dello storico Marcel Schoenen. A completare questa operazione celebrativa (e un po’ nostalgica) c’è il bonus dvd con l’esibizione dei Suidakra al Wacken Open Air 2019.

Non è la prima volta che la band tedesca festeggia qualcosa (nel 2008 fu il turno di 13 Years Of Celtic Wartunes, un dvd + cd con quattro ri-registrazioni e poi una sorta di best of con le canzoni semplicemente rimasterizzate), ma una carriera lunga non è cosa da tutti ed è giusto che i musicisti si prendano del tempo per festeggiare traguardi importanti come quello delle venticinque candeline. Echoes Of Yore è un lavoro utile sia per chi vuole avvicinarsi alla formazione di Arkadius che per chi segue il gruppo da anni e non si fa scappare nessuna uscita. La speranza è che lavorando su pezzi dotati del giusto tiro i Suidakra ne abbiano tratto nuova ispirazione per il prossimo lavoro: dare continuità qualitativa alla propria discografia sarebbe una gran cosa.

Intervista: ShadowThrone

Gli ShadowThrone tornano a farsi sentire con il secondo disco, edito dall’olandese Non Serviam Records, dal titolo Elements’ Blackest Legacy. Rispetto al debutto Demiurge Of Shadow di due anni fa alcune cose sono cambiate, a partire dalla line-up: fuori il cantante Serj Lündgren e il bassista Emanuele Lombardi, dentro Zilath Meklhum (ex Voltumna) alla voce. La copertina, con uno stile più violento, sia per soggetto che per colori, rispetto a quella gotica/romantica del debutto, lascia presagire un sound rinnovato e più diretto, ed è proprio così. Le orchestrazioni classiche ed eleganti hanno lasciato spazio a synth e suoni freddi, con la base musicale che è sempre black metal, ma ora più brutale e cattivo. Ascoltando i due lavori in sequenza si riconosce lo stile della band, e l’evoluzione non poi così eclatante, ma al primo ascolto di Elements’ Blackest Legacy si rimane sorpresi. Le canzoni sono crude e tirate, funzionano bene sia nei momenti più estremi che in quelli più “ragionati” (Black Dove Upon My Shoulder), con la bravura dei musicisti che non fatica a venire a galla. Tra tutte le composizioni (undici per un totale di oltre sessanta minuti) spicca facilmente L’Autunno Di Bacco, oltre per il titolo e il testo in italiano, per una ricerca melodica che porta alla memoria i dischi symphonic black metal della seconda metà degli anni ’90. La voce di Zilath Meklhum è teatrale e profonda, sembra di ascoltare un arcaico canto pagano prima dell’ingresso dei synth e delle chitarre elettriche che portano alla conclusione del disco rappresentato da Faded And Cold Humanity.

Questo degli ShadowThrone è un ottimo disco di black metal diretto e potente (anche grazie all’ottima produzione “moderna”. Del mix e del mastering se n’è occupato Riccardo Studer, il quale è apparso su queste pagine con Stormlord, Dyrnwyn e La Janara), con orchestrazioni e synth a rendere vario l’ascolto e, soprattutto, composto da canzoni che non passano di certo inosservate. Troppi spunti e curiosità da togliersi per non intervistare la mente e leader della band, il chitarrista Steph, ecco quello che ci siamo detti:

Partirei domandandoti del cambio di cantante: via Serj Lündgren, sostituito dall’ex Voltumna Simone Scocchera, in arte Zilath Meklhum.

Innanzitutto ringrazio Mister Folk per l’intervista. Zilath Meklhum è entrato negli ShadowThrone poco prima delle sessioni in studio del nuovo album. È stato un momento delicato perché sia Emanuele Lombardi (basso) che Serj Lundgren (voce) avevano deciso di dedicarsi ad altri progetti mentre con gli ShadowThrone avevamo abbastanza materiale per un nuovo disco. Facemmo girare la notizia che eravamo alla ricerca di un nuovo cantante attraverso una serie di post sui social. Ci fu abbastanza attenzione ed ascoltammo alcune demo che avevamo ricevuto, compresa quella di Zilath. Avevamo avuto modo di suonare con i Voltumna in più occasioni ed eravamo al corrente delle esperienze live e in studio che Zilath aveva acquisito con la sua precedente band.

Dopo il cambio di cantante è arrivato il secondo disco, Elements’ Blackest Legacy. Con la nuova line-up è cambiato qualcosa nella fase di creazione?

Quando Zilath è arrivato avevamo tutto il materiale pronto tranne alcuni testi che erano rimasti incompiuti o andavano rivisti. Possiamo dire che Elements’ Blackest Legacy era già stato in gran parte “creato”. Non avevamo molto tempo perché le sessioni di registrazione sarebbero iniziate a breve quindi aveva un bel lavoro da svolgere sulle linee vocali. Siamo rimasti stupiti dal risultato. Inoltre in studio abbiamo notato che aveva uno scream ottimo quanto il growl e ci siamo ritrovati a poter usare entrambi gli stili vocali, cosa che ben si nota ascoltando l’album. Direi che rispetto ai brani di Demiurge Of Shadow siamo migliorati in un tempo abbastanza breve, forse dettato da alcuni errori e lacune che non avevamo notato nella creazione del primo album.

Musicalmente il nuovo Elements’ Blackest Legacy suona più violento e feroce di Demiurge Of Shadow. Era questo l’obiettivo che volevate raggiungere quando avete iniziato a lavorare sui nuovi pezzi?

Demiurge Of Shadow ha un suono più vicino al symphonic black metal degli anni ‘90 che io preferisco, molto probabilmente perché era quella l’intenzione, ma avevamo trascurato alcuni aspetti come ad esempio la durata dei brani. L’album, se da una parte aveva ricevuto critiche abbastanza positive per essere il primo lavoro della band, dall’altra veniva sottolineato come un lavoro un po’ “timido”. Questo ultimo aspetto ci ha portati a scrivere nuovi brani quando ancora Demiurge Of Shadow era in fase di promozione. Volevamo materiale che racchiudesse le influenze principali come il black metal in primis, il death e il trash metal, con il tentativo di creare una dimensione più personale. Non so se sia stata una scelta giusta perché credo che rimanga ai margini del black metal molto probabilmente come fonte di ispirazione. Avevamo l’obiettivo di fare un nuovo album senza aspettative di alcun genere .

Le chitarre sono semplicemente feroci. In cosa è cambiato l’approccio per il nuovo disco?

Non saprei, credo che lo stile non si sia allontanato molto dal precedente album, ma semplicemente abbiamo curato l’esecuzione e abbiamo investito su una produzione che mettesse in risalto il riffing piuttosto che la parte sinfonica. Elements’ Blackest Legacy contiene brani molto più cupi e meno epici rispetto a Demiurge Of Shadow, con passaggi che vanno dal black metal al death. Non ci siamo messi a tavolino a studiare come fare questo o quello per attirare chissà quale attenzione, ma semplicemente è avvenuto in modo naturale.

Le parti orchestrali sono molto importanti e quando fanno il loro ingresso riescono sempre a dare quel qualcosa in più senza però rubare i riflettori agli altri strumenti. Queste parti nascono in un secondo momento, dopo che i riff e la struttura già esistono? In quale maniera lavorate per creare le melodie e i tappeti di tastiera?

Le parti sinfoniche sono state scritte tutte da me per entrambi gli album nonostante la mia ignoranza in tema di orchestrazioni. Nella fase di creazione è l’ultimo tassello che vado a collocare, facendole girare intorno ai riff di chitarra. In Demiurge Of Shadow avevamo usato dei suoni classici del symphonic black metal mentre per il nuovo album c’era qualcosa che non mi convinceva. Non volevo il solito tappeto di violini, viole, ensemble ecc.. Personalmente credo che gli album metal da colonna sonora abbiano conosciuto la loro alba ed il loro tramonto. Sentivo il bisogno di entrare in una dimensione più pura e silenziosamente apocalittica come qualcosa di asettico e siderale e per rendere reale la visione non feci altro che sostituire le classiche orchestrazioni con suoni synth ed elettronici come avevano sperimentato in precedenza Limbonic Art o Samael.

In L’Autunno Di Bacco utilizzate la lingua italiana e il risultato è secondo me favoloso. Il brano si tinge d’epicità e viene voglia di ascoltarla più volte di seguito. Come nasce la canzone e pensate di utilizzare l’italiano anche in futuro?

Adoro L’Autunno Di Bacco perché in quel brano semi strumentale ho voluto imprimere le sensazioni che provo quando, nel tempo libero, dedico intere giornate ad escursioni tra le montagne della mia zona . Nella versione primordiale aveva un finale eseguito da un gruppo folkloristico locale con strumenti etnici ciociari. Questo perché spesso leggevo che gli ShadowThrone provenivano dalla capitale, a causa dei miei precedenti nei Theatres Des Vampires ed allora volevo usare L’Autunno Di Bacco come risposta per identificare la nostra origine ciociara. Ovviamente eliminammo la parte folk del brano aggiungendo alcuni versi de Inno A Bacco da Callimaco, grazie anche all’epica interpretazione di Gianpaolo Caprino degli Stormlord. È una traccia molto personale e quindi ho voluto darle anche un’impronta di italicità con versi recitati in italiano, cosa che non mi dispiacerebbe ripetere in futuro.

Faded And Cold Humanity è un pezzo insolito per voi e chiude in maniera inaspettata Element’s Blackest Legacy: era questo l’effetto che volevate dare?

Faded And Cold Humanity non è altro che la trasposizione sintetica di Faded Humanity contenuta in Demiurge Of Shadow. Volevamo chiudere l’album con una traccia “silenziosa” ed atmosferica che allontanasse l’ascoltatore conducendolo in mondi artici e privi di vita.

Il nuovo disco quasi raddoppia in durata il debutto Demiurge Of Shadow (togliendo intro e outri): non temete che l’ascoltatore possa “perdersi” dopo i primi 7-8 brani?

Non riesco ad esprimermi al riguardo, credo che debba basarmi sulle recensioni. Non penso che un lungo album abbia mai ucciso qualcuno. Personalmente ascolto album molto più lunghi senza mai annoiarmi, anzi, addirittura li riascolto da capo una volta terminati. È tutto individuale, ci sono album che vorresti non finissero mai . Non so se sia questo il caso ahah.

Il cd esce per la Non Serviam Records: in che modo è nata la firma e come vi state trovando?

Alla fine delle registrazioni, come tutte le band avevamo il promo da inviare alle etichette se volevamo dargli un’alba. Abbiamo contattato decine di etichette, alcune oneste ed altre molto meno, alcune interessate ed altre che neanche hanno risposto. L’olandese Non Serviam Records rispose con entusiasmo all’ascolto del promo di Element’s Blackest Legacy. Conoscevo la Non Serviam Records perché aveva prodotto The Canticle Of Shadows dei Darkend e ne avevo sentito parlare molto bene. Ma l’aspetto importante è stato che aveva ascoltato il promo più volte trasmettendoci l’entusiasmo di chi ama fare il suo lavoro. La Non Serviam Records fa parte di quelle etichette oneste che agiscono accrescendo il valore del tuo lavoro. Siamo orgogliosi di aver consegnato Elements’ Blackets Legacy nelle loro mani, visto anche l’aspetto promozionale che stanno portando avanti .

Riccardo Studer è una sicurezza e ogni gruppo che lavora con lui ottiene un gran risultato. Come vi siete trovati a lavorare con un professionista giovane ma già affermato?

Lavorare con Riccardo è stata un’esperienza utile e di totale relax che ha inciso non poco nella riuscita dell’album. Studer ha messo a disposizione i suoi consigli e la sua esperienza negli Stormlord e non sono mancati momenti di confronto e di discussione sulla musica in generale. È molto importante entrare in studio e sapere cosa si vuole. Come detto in precedenza mi ero occupato delle parti orchestrali pur non capendo nulla di composizione e Riccardo ha avuto il compito di correggerle, sistemarle e in alcuni casi riscriverle. Gli spiegai cosa avevo in mente per la parte sinfonica, che non erano le colonne sonore di Pirati Dei Caraibi o Il Signore degli Anelli. Fu abbastanza divertito perché era una richiesta strana e che usciva un po’ fuori dai canoni dei suoi studi musicali. Ha fatto un buon lavoro.

Anche la copertina, rispetto al debutto, è più “cattiva”: una scelta che va a braccetto con la musica? Come si è svolta la collaborazione con Néstor Avalos?

Volevamo un artwork che rispecchiasse Elements’ Blackest Legacy ed eravamo alla ricerca di un buon artista. Abbiamo notato i lavori di Nestor Avalos su di un sito web che si occupava dei migliori graphic designer nell’ambito metal e lo abbiamo contattato. Nestor ha lavorato per band come Dark Funeral, Rotting Christ, Valkyria e Moonspell. Piuttosto che dargli delle direttive precise gli abbiamo inviato il promo dell’album lasciandogli carta bianca in modo da creare le sue sensazioni ed ha fatto un ottimo lavoro. I colori alla base dell’artwork hanno una tonalità calda che si raffredda salendo verso il picco della montagna composta da teschi ed elementi morti, fino a sprigionare un flusso dalle tinte gelide.

Parliamo di concerti. Una band del centro Italia ha meno possibilità di esibirsi rispetto ai gruppi del nord? Vi sentite parte di una scena?

Quello del discorso su una presunta scena italiana è un argomento intricato e interessante. Posso esprimere il mio personale parere che magari non rispecchia quello degli altri membri. Personalmente non mi interessa far parte di nessuna scena. Non mi preoccupa neanche il discorso dell’underground perché spesso trovo associati a questa definizione alcuni concetti veramente stupidi ed insensati. Mi interessa soltanto creare senza dover necessariamente collocarlo in un settore specifico. Trovo che in Italia ci siano pochissime band interessanti e le ragioni sono molteplici. Mi piace tenere contatti con queste realtà e spesso abbiamo condiviso lo stage con loro. Diciamo anche un aspetto della verità, cioè che in questo  mondo ognuno pensa alle proprie ambizioni ed esigenze, scena o non scena. Ovviamente la posizione geografica influisce molto soprattutto a livello economico/logistico se pensiamo che spostare una band da nord a sud o viceversa richiede un costo per gli organizzatori o per la band stessa. Non è un aspetto che riguarda essere migliori al nord o peggiori al sud ma indubbiamente se parliamo di termini live allora la geografia ha il suo peso.

Siamo al termine della chiacchierata: c’è qualcosa che volete aggiungere?

Ringraziamo la redazione di Mister Folk per aver dedicato spazio a questa intervista e tutti coloro che ci supportano, invitiamo i lettori a seguire la pagina Facebook degli ShadowThrone.

Intervista: Lindy-Fay Hella

Seafarer è un gran bel disco, diverso da quanto trattato solitamente su queste pagine, ma assolutamente da scoprire e fare proprio. Lindy-Fay Hella ha stupito molte persone con il suo primo disco solista e proprio la release della Vàn Records è al centro della chiacchierata avvenuta con la cantante norvegese tramite una videochiamata WhatsApp. Parlare con lei è stato un grande piacere e alla fine è uscito qualcosa anche sui Wardruna…

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento all’amica Sara Sorge per il fondamentale aiuto durante la videochiamata e per la trascrizione dell’intervista.

La tua musica è molto toccante ed è difficile trattenere le lacrime mentre scorrono le note del tuo primo album solista. Come e quando hai iniziato a cantare?

Ero una bambina molto tranquilla e timida e amavo la musica, quindi l’ascoltavo molto. Ho iniziato a cantare presto perché la musica è sempre stata presente nella mia vita famigliare, sia da parte di madre che di padre. Ogni volta che incontravo mio cugino ascoltavamo musica insieme. Mio cugino, che ha dieci anni più di me, amava molto Brenda Lee (una cantante americana che ha inciso ben ventinove album in studio, ndMF), quindi voleva che gli cantassi quel tipo di musica. Ero riluttante, come ti ho detto ero timida, ma lui ha insistito, così alla fine l’ho fatto. Un giorno, avevo otto anni, mio cugino mi ha detto “Lindy, sei davvero brava! Sono abbastanza sicuro che da grande sarai su un palco, sarai una cantante”.

Come sei arrivata al tuo disco solista Seafarer?

In realtà, prima che il lavoro fosse fatto, avevo la sensazione che dovevo farlo. Lavoro con la musica da oltre venti anni e ho sempre composto molte cose che non ho mai pubblicato, sempre per la timidezza che dicevamo prima. Nonostante questo, due anni fa, quando ho sentito la necessità di realizzare qualcosa di mio, ho iniziato da zero componendo questo album e alla fine la sensazione che ho provato è stata di sollievo. Ho sentito che l’intero processo mi ha aiutato nel guadagnare fiducia e le successive esperienze sarebbero state ancora migliori. In più ho lavorato con amici, dal momento che i musicisti coinvolti sono persone a me molto care, così le sensazioni e le vibrazioni sono state molto molto positive.

Nei testi parli spesso dell’Otherworld. Potresti dirci cosa significa per te o se ritieni che ci sia una connessione tra questa vita e quella dopo la morte?

Hai davvero centrato il messaggio del mio album, dal momento che parla esattamente di quello, l’Otherworld, quello dopo la morte o di un’altra dimensione, qualunque cosa sia là fuori. La consapevolezza della sua esistenza è stata in me fin da quando ero bambina e non l’ho mai trovata spaventosa. Sfortunatamente circa due anni fa, mentre stavo iniziando a lavorare su questo album, ho perso uno dei miei migliori amici, quindi quella sensazione di connessione con l’otherworld è diventata più forte. Sebbene abbia lasciato questo pianeta, non ho mai avuto la sensazione che la sua energia sia completamente svanita. Durante la vita ho avuto visioni di cose che non posso spiegare completamente e la mia curiosità per questo Otherworld la si trova sia nella musica che nei testi. Se ascolti attentamente, noterai che i testi di questo album spesso ripetono le stesse cose e questo è intenzionale. Si può costruire una storia enorme con pochissime parole. Dipende dalla tua immaginazione. Anche personalmente, ripetendo mi aiuta a entrare in un certo mood.

La copertina del tuo album ha colori intensi e il suo stile è molto diverso dalle altre cover rock/metal/ambient. Come sei arrivata a questa scelta grafica?

Tanto per cominciare, sono spesso associata con la scena rock e heavy metal perché provengo da Bergen e passo molto tempo con musicisti di quel tipo. Apprezzo il loro grande lavoro, ma non è la mia musica: sono persone molto amichevoli e inclusive, quindi siamo solo amici intimi! L’immagine della copertina del mio album proviene da una foto fatta con un cellulare durante una vacanza con il mio buon amico Kristian (Eivind Espedal, aka Gaahl, ex Wardruna, ex Gorgoroth, ndMF) e un terzo amico comune. È stata scattata in una valle molto speciale, difficile da raggiungere – devi anche prendere una barca per arrivarci – quindi è un posto con un’energia davvero forte e abbiamo scattato una foto come ricordo. Quando l’ho visto a casa, ho deciso che volevo che fosse la copertina dell’album, perché ricordava le belle emozioni di quel giorno, in quel luogo magico. Ho chiesto al terzo amico di modificare i colori nello stile degli anni ’70, pensando che il risultato finale sarebbe stato un mix equilibrato di finzione e realtà.

Mentre ascoltavo Seafarer, ho avuto l’impressione che alcune sonorità avessero le stesse sonorità dei Wardruna, il tuo gruppo principale. Pensi che potrebbe esserci una loro naturale influenza sul tuo lavoro?

Beh, lavoro con la mia voce da più di vent’anni ormai, a volte solo come “uno strumento” per le persone con cui lavoravo, dato che dovevo solo cantare ciò che mi era stato chiesto, nel modo in cui era stato pianificato. Un esempio è With Everburning Sulphur Unconsumed che ho cantato per i Darkend. Ci siamo incontrati grazie ad amici comuni qui a Bergen e mi hanno inviato una canzone chiedendomi se potevo fare alcuni cori e ho detto “sì, certo che posso farlo!”. Nel mio canto ci sono anni di allenamento, quindi se ora, per esempio, voglio cantare con forza, ho sviluppato un modo personale di farlo, che può essere riconoscibile, ma ho iniziato a sviluppare per conto mio questa tecnica venti anni fa, prendendo ispirazione dalla musica tribale. Se aggiungi che canto con i Wardruna da quindici anni, dall’inizio della storia, è facile capire che la mia identità può essere facilmente connessa con la musica che produco con loro come gruppo. Inoltre, tutti i musicisti coinvolti in questo album sono stati liberi di esprimersi come si sentivano, non ho dato alcuna restrizione, quindi l’intero processo è uscito naturalmente, illuminando la natura e il legame di tutti.

Nonostante il vasto pubblico che hai in Italia, non ti abbiamo ancora sentito cantare qui. Pensi che in futuro saremo in grado di godere della tua voce incantevole su un palco con luci soffuse e candele a Roma o Milano?

(Sorride) Grazie per i tuoi complimenti! Mi piacerebbe molto venire a cantare in Italia, a dire il vero. Penso che parlerò presto di questa idea con i miei manager, quindi chi lo sa? Forse in un prossimo futuro ci incontreremo in Italia!

C’è un altro album solista nella tua mente o è troppo presto per pensarci ?

In realtà ho lavorato in studio con i Wardruna nell’ultimo mese o giù di lì, quindi ho in programma di realizzare un nuovo album solista nel 2021. Questo è il piano, almeno!

Vorrei sottolineare, con grande piacere, che sei sempre gentile con i tuoi fan. Ho notato che rispondi sempre con cura a ogni commento su Facebook, che al giorno d’oggi non è comune, soprattutto tra i personaggi famosi. Lo apprezzo molto e ancora di più il tempo che hai dedicato a questa intervista, grazie!.

Grazie, ma penso che sia il minimo che dovrei fare. Le idee e i commenti di tutti sono i benvenuti e tendo ad ascoltarli attentamente. Voglio davvero che tutti si sentano liberi di esprimere i propri sentimenti, non voglio essere considerato ostile. È stato bello parlare con te!

 ENGLISH VERSION:

Your music is really touching and the combination of sound, lyrics and voice that you have chosen for your first solo album makes it difficult to hold back the tears while listening. When and how did you start to sing?

I was a very shy, quiet child and I loved music, so I used to listen to it a lot. I started singing early, because music has always been present in my family life, both on my mother’s and father’s side. Every time I met my cousin, we used to listen music together. My cousin, who is about ten years older than me, was very fond of Brenda Lee, so he wanted me to sing that kind of music for him. I was reluctant, as I told you I was shy, but he insisted, so once I finally did it. One day, I was about 8, my cousin told me: “Lindy, you are really good! I am pretty sure that you will be on a stage when you grow older, you will become a vocalist.”

How were you inspired for your solo album, Seafarer?

Actually, before the work was done, I had the feeling that it had to be done. I’ve been working with music for more than 20 years and I’ve composed many things that I have never released, always because of the shyness we were talking about before. Despite this, two years ago, when I felt the urge to produce something mine, I started from scratch in composing this album and in the end the feeling has been of relief. I felt that the whole process had helped me to gain confidence and that the following experiences would have been still better. What’s more, I have worked with friends, since all the musicians involved are people who are very dear to me, so the feeling and the vibes have been very very positive.

In the lyrics you often speak about the Otherworld. Could you tell us what it means for you, or if you feel there is a connection between this life and the one after death?

You really nailed the message of my album, since it speaks exactly about that, the other-world, the one after death or another dimension Whatever it is that is out there. The awareness of its existence has been in me since I was a child and I have never found it spooky. Unfortunately around two years ago, while I was starting to work on this album, I lost one of my best friends, so that feeling of connection with the other-world has become stronger. Though he has left this planet, I have never had the feeling that his energy is completely gone. During life i`ve had visions of things that I can not fully explain and my curiosity for this Otherworld is taken into both music and lyrics. If you listen, you notice that some words and sentences are repeated. This is intentional. It can be build a huge story around just very few words. It depends on your own imagination. Also personally, repeating help me get into a certain mood.

The cover of your album has intense colours and its style is quite different from the other rock or metal covers. How did you get to that graphic choice?

To start with, I am often associated with the heavy metal rock wave because I am from Bergen and I spend a lot of time with musicians of that kind. I do appreciate their great work, but it’s not my music: they are very friendly, inclusive people, so we are just close friends! The image of the cover of my album comes from a picture taken with a mobile phone during a holiday with my good friend Kristian (Eivind Espedal, aka Gaahl, ex Wardruna, ex Gorgoroth, ndMF) and a third common friend. It’s been taken in a very special valley, difficult to reach -you even need to take a boat to get there- so it’s a place with a really strong energy and we took a picture as memory. When I saw it at home, I decided I wanted it to be the cover of the album, because it recalled the beautiful emotions of that day, in that magical place. I asked the third friend to edit the colours in the 70’s style, thinking that the final result would be a balanced mixture of fiction and reality.

While listening to Seafarer I was under the impression that some sonorities had the same taste of the Wardruna’s, your group. Do you think that there might be a natural influence from them on your work?

Well, I’ve been working with my voice for more than twenty years now, sometimes being just “an instrument” for the people I was working with, since I only had to sing what I was asked, in the way that had been planned. An example is With Everburning Sulphur Unconsumed that I’ve sung for Darkend. We met thanks to common friends here in Bergen and they sent me a song asking wether I could do some choirs and I said “yes for sure I can do this!”. In my singing there are years of practice, so if now for example I want to sing strongly, I have developed a personal way of doing it, that can be recognisable, but started to develop this high volume singing over twenty years ago on my own, by taking inspiration from tribal music. If you add that I have been singing with Wardruna for 15 years, It’s easy to understand that my identity can be easily connected with the music I produce with them as a group. Furthermore, all the musicians involved in this album have been free to express themselves as they felt, I didn’t give any restrictions, so the whole process has come out naturally, enlightening everyone’s nature and bond.

Despite the wide audience you have in italy, we haven’t heard you singing here yet. Do you think that the in future we will be able to enjoy your enchanting voice on a stage with dim lights and candles in Rome or Milan?

(Smiles) Thank you for your compliments! I would really love to come and sing in Italy, to be honest. I think I will soon speak about this idea with my managers, so who knows? Maybe in a close future we will meet in Italy!

Is there another solo album in your mind or is it too soon to think about it?

Actually I’ve been working in studio with Wardruna for the last month or so, so I’m planning to come up with a new solo album in 2021. That’s the plan, at least!

I would like to underline, with great pleasure, that you are always kind to your fans. I’ve noticed that you always answer with care to each comment on Facebook, which nowadays is not common, above all among famous people. I really appreciate it and still more the time you have dedicated to this interview.

Thank you, but I think that it’s the least I should do. Everybody’s ideas and comments are welcome and I tend to listen to them carefully. I really want everybody to feel free to express their feelings, I don’t want to be considered hostile. It’s been nice talking with you!

King – Coldest Of Cold

King – Coldest Of Cold

2019 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Tony Forde: voce – David Hill: chitarra – David Haley: batteria

Tracklist: 1. Conquer
 – 2. Mountains Call
 – 3. Coldest Of Cold
 – 4. One More War
 – 5. King
 – 6. In The Light Of The New Sun – 7. Beyond The Exosphere
 – 8. Star
 – 9. Ways Of The Forest
 – 10. My Master My Sword My Fire

Su Mister Folk non si tratta il black metal nelle recensioni, anche se è un genere “amico” e spessissimo le sue contaminazioni sono parte integrante dei dischi che vengono recensiti. Per non parlare poi del viking metal di matrice estrema che prende il via con gli Enslaved circa venti anni fa, o della scena sempre più corposa e agguerrita del pagan black metal. Su queste pagine non si tratta il black metal, ma non vuol dire che io non sia un ascoltatore e mi tenga aggiornato sulle nuove uscite. Ed è ascoltando questo Coldest Of Cold degli australiani King che ho deciso di fare uno strappo alla regola, e cioè di recensire un lavoro che è 100% black metal: troppo bello per non parlarne! La band originaria di Melbourne arriva con questo cd alla seconda pubblicazione (il debutto Reclaim The Darkness risale al 2016) e lo fa con il sostegno della norvegese Indie Recordings (Kampfar, Einherjer e Wolfcesmen).

Coldest Of Cold è composto da dieci canzoni per una durata complessiva di quarantaquattro minuti. Il black metal proposto da Tony Forde e soci è molto melodico, ma non disprezza affatto riff di chitarra taglienti, tappeti di doppia cassa e blast beat. Sì melodici, ma i King sono in grado anche di picchiare duro. Proprio qui sta la bellezza di un disco che, lo si può dire tranquillamente, non ha nulla di innovativo o “stravagante”. Coldest Of Cold è semplicemente un disco di black metal melodico che funziona alla grande, senza cali qualitativi o brani riempitivi, e che convince dal primo all’ultimo secondo. Non è facile trovare un disco che potrebbe apparire come “anonimo” o “già sentito”, e che invece fomenta nelle accelerazioni, stupisce quando i giri di chitarra si fanno più intricati e le melodie avvolgono l’ascoltatore cullandolo nella violenza che solo il black metal sa trasmettere. A tutto questo va aggiunta una produzione perfetta per questo genere di musica, pulita e potente, ma anche reale nei suoni.

Come da tradizione l’apertura è affidata a una canzone veloce, ma Conquer va oltre grazie alle ruggenti ritmiche che s’intrecciano con un il guitar work che nella ferocia riesce comunque a ad avere quel qualcosa di melodico che rende il tutto seducente: come guardare una condanna a morte ed esserne affascinati. La title-track si regge sulle linee vocali e sui cori che la fanno spiccare fin dal primo ascolto, mentre One More War, nonostante il titolo bellicoso, mostra aperture e armonie di gran gusto. Non si parla (per stile e dell’eccellenza raggiunta dai Dissection e sfiorata dagli Unanimated, ma i King sanno il fatto loro e lo mostrano in una composizione come quella che porta il nome del gruppo: la sei corde di David Hill ammalia con arpeggi rock e il generale il pezzo mostra la varietà stilistica (e una cultura/capacità tecnica) che gli australiani hanno dalla loro. In The Light Of The New Sun è un bel mid-tempo che suona più norvegese dei norvegesi, Star è una summa del sound dei King con sezioni veloci e altre più cadenzate, e la conclusiva My Master My Sword My Fire è la classica canzone a fine album che fa esclamare “sì, è un gran bell’album!”. L’anima selvaggia del combo australiano ha campo libero e quando la velocità diminuisce a favore del feeling ricordano i Keep Of Kalessin più ispirati e questo è un discorso che vale per l’intero lavoro.

Dall’Australia arriva quindi un disco, Coldest Of Cold, che suona “alla norvegese”, con un feeling gelido (anche grazie all’ottima produzione) pur non esasperando l’aspetto violento della proposta. Sicuramente quello dei King è un black metal che ha nulla di nuovo, ma quando un disco suona così bene c’è veramente bisogno di novità?

Short Folk #4

Shot Folk, ovvero recensioni senza troppi giri di parole. Ben dodici dischi/EP/singoli raccontati in poche righe con la semplicità e la sincerità di Mister Folk. Piccole sorprese e piacevoli conferme dal mondo folk/viking, dritti al punto senza perdere tempo. Buona lettura e folk on!

Leggi Short Folk #1

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Aephanemer – Prokopton

2019 – full-length – Primeval Records/Napalm Records

8 tks – 44 mins – VOTO: 8

Partiamo dalla fine, ovvero: se un’etichetta grande e potente come la Napalm Records decide di ristampare (con tanto di bonus cd) un disco uscito pochi mesi prima per conto di una label a dir poco underground, allora vuol dire che in quel disco c’è della musica che vale la pena di conoscere. È il caso di Prokopton, secondo full-length dei francesi Aephanemer, una bomba di death metal melodico (un po’ Suidakra più cattivi, un po’ Wintersun meno prolissi) con fondamentali parti di tastiera che rendono la proposta meno aspra e più accattivante. La cantante/chitarrista Marion Bascoul ha un bel growl graffiante e il gruppo gira alla perfezione: la title-track e The Sovereign sono forse le canzoni più rappresentative, ma il cd non presenta cali qualitativi. La scoperta del 2019.

Cernunnos – The Svmmoner

2019 – EP – autoprodotto

4 tks – 14 mins – VOTO: 7

Gli argentini Cernunnos (da non confondere con quelli italiani!) tornano con un nuovo EP dopo aver dato alle stampe il disco Leaves Of Blood nel 2016 e l’EP Mother Earth di tre anni prima. The Svmmoner contiene tre brani e un intro per un totale di quasi tredici minuti: il sound si fa ogni pubblicazione più personale e vario, con due canzoni molto distanti tra loro come la title-track (voce pulita e ghironda a iosa) e la conclusiva The Arcane Below, vicina al death metal per voce e ritmiche, ma gustosa nei break folk dalle tinte celtiche. Nel loro piccolo i Cernunnos sono una sicurezza e al giorno d’oggi non è poco.

Equilibrium – Renegades

2019 – full-length – Nuclear Blast

10 tks – 47 mins – VOTO: 4

Ricordate gli Equilibrium di Sagas e Rekreatur, per non parlare di quelli del debutto Turis Fratyr? Bene, gli Equilibrium del 2019 in comune con quelli che hanno pubblicato i dischi prima citati hanno solamente il nome e il chitarrista René Berthiaume. Cambi di formazione, nuove influenze e la volontà di variare la propria proposta (o la classica mancanza d’ispirazione) hanno portato il gruppo tedesco a incidere Renegades, lavoro che prende le distanze da tutto quello proposto negli anni precedenti. Di folk metal non c’è traccia e non è il “cambio di genere” il problema, ma l’inconsistenza dei brani. Il lavoro delle tastiere (sempre molto presenti) è come al solito accattivante, ma sono le canzoni a non funzionare: soluzioni fin troppo piatte e deboli per convincere l’ascoltare a premere nuovamente play, figurarsi a comprare il cd.

Havamal – Tales From Yggdrasil

2019 – full-length – Art Gates Records

9 tks – 49 mins – VOTO: 7,5

Dopo il promettente EP del 2017 Call Of The North, tornano con il disco di debutto gli Havamal svedesi, da non confondere con gli Hávamál tedeschi che fanno folk metal. Tales From Yggdrasil è composto da otto tracce (più un intro) di buonissimo death metal melodico con spruzzate di folk metal alla Ensiferum soprattutto per quel che riguarda le orchestrazioni e le melodie di chitarra. Nei testi si parla di divinità scandinave e guerrieri senza paura, temi che ben si addicono a una proposta così potente e bellicosa ma che dà molta importanza alle aperture melodiche, ai dettagli delle sei corde e agli interventi di tastiera. Tales From Yggdrasil è in grado di fare la gioia di chi cerca metal estremo, cultura vichinga e sonorità scandinave in un unico disco.

Nifrost – Blykrone

2019 – full-length – Dusktone

10 tks – 42 mins – VOTO: 7

Il secondo disco dei Nifrost conferma i pareri sulla band: bravi, autori di buone canzoni e che conoscono bene il genere che suonano. Il viking metal è il loro pane quotidiano e se in alcuni momenti possono ricordare gli ultimi Windir, in altri danno l’impressione di trovarsi bene anche con quelle venature progressi (ma solo venature!) di Helheim ed Enslaved. Hanno personalità i ragazzi e Blykrone è un lavoro che piacerà non poco ai cultori del genere e se non conoscete la band questo è un ottimo modo per conoscerli a patto che poi andiate ad ascoltare anche i precedenti Motvind e Myrket Er Kome.

Pagan Throne – Dark Soldier

2019 – EP – Eternal Hatred Records

5 tks – 18 mins – VOTO: 7

I brasiliani Pagan Throne confermano con questo EP Dark Soldier quanto di buono fatto ascoltare in passato, in particolare sul secondo disco Swords Of Blood. Il pagan black metal dei cinque musicisti è piuttosto diretto, ma non disdegna le orchestrazioni e le melodie quando ben si incastrano con il resto della musica. Piccoli dettagli (i suoni vagamente orientali di Empty And Cold, alla fine la migliore composizione del cd e il testo in lingua madre di Ascensão Ao Poder Do Sol), rendono l’ascolto sempre interessante anche se i Pagan Throne non inventano nulla. Bravi nel fare bene quello che sanno fare, e tanto basta per farseli piacere.

Teshaleh – Born Of Fire

2019 – EP – autoprodotto

5 tks – 20 mins – VOTO: 7,5

Da Baltimora, USA, una piacevole scoperta in ambito folk metal da una terra che si sta facendo lentamente conquistare dalle orde europee costantemente in tour. Born Of Fire è un EP di cinque brani ben costruiti, dal doppio cantato femminile e ricco di strumenti violino, cornamusa, flauto e ciaramella. I Teshaleh suonano insieme dal 2017, ma ascoltando il cd sembra di avere a che fare con una formazione molto più esperta e dotata. Il sound è personale e accattivante, qualche influenza ogni tanto esce fuori (Huldre su tutti), ma per essere un EP di debutto difficilmente si può sperare in qualcosa di meglio. In trepidante attesa del full-length.

Varg – Wolfszeit II

2019 – full-length – Napalm Records

10 tks – 45 mins – VOTO: 6

Ri-registrare un proprio disco ha senso se l’originale suona male a causa del budget o dell’inesperienza, oppure se il lavoro è “vecchio” di venti anni e si ha il desiderio di poter ascoltare le vecchie canzoni con il potente sound attuale. Il debutto Wolfszeit risale al 2007 e, detto francamente, non suona male: è la classica produzione sporca ma giusta per il genere per una band tedesca di pagan metal. Quindi perché questo inutile dischetto nel 2019? La risposta può essere solamente legata alla volontà di far circolare nuovamente quelle canzoni dato che l’album originale è praticamente introvabile: all’epoca furono stampate solamente 2000 copie. Detto ciò, la speranza è che i Varg, dopo aver suonato nuovamente in studio queste canzoni, prendano spunto dal proprio passato per evitare la pubblicazione di lavori pessimi come Guten Tage Das End e Aller Lügen.

Vosegus – Terre Ancestrale

2019 – full-length – autoprodotto

5 tks – 42 mins – VOTO: 7,5

I francesi Vosegus si formano nel 2018 e un anno dopo danno alle stampe il disco di debutto Terre Ancestrale. Solitamente in così poco tempo non c’è modo di creare un lavoro realmente maturo, invece la band di Nantes tira fuori cinque canzoni di ottimo pagan/black metal dalle tinte oscure che rapisce l’ascoltatore fin dal primo ascolto. I brani durano tutti sette minuti, con la conclusiva title-track che invece raggiunge i dodici minuti; la produzione è buona per il genere e le canzoni scorrono bene senza momenti di stanca. Un peccato, quindi, che il disco sia al momento solo digitale: chi non vorrebbe supportare un gruppo del genere acquistando il cd?

Huldre: la creatura torna nella foresta

2009-2019. La carriera dei danesi Huldre è durata esattamente dieci anni, il tempo di incidere due dischi, suonare in alcuni festival europei, ringraziare i fan e salutare tutti per tornare alla vita di tutti i giorni.

Il nome è preso dalla figura della Hulder (Huldra), una creatura del bosco di sesso femminile e di aspetto bellissimo, con una coda di vacca nella tradizione norvegese. Lo studioso e autore Luca Taglianetti che ha curato la traduzione del libro “Theodor Kittelsen. Troll”, definisce la huldar “la “fata” silvestre delle leggende norvegesi […], come da tradizione, ha in mano un lavoro a maglia ed è vestita da ragazza della malga”. Adesca gli uomini, li porta nella foresta e giace con loro prima di ucciderli o portarli all’inferno, a seconda della storia, della tradizione e della nazione; le huldre sono difatti presenti anche in Svezia (con una coda di volpe anziché di vacca) e i racconti su questa creatura sono numerosi e diversi tra loro.

La storia inizia nel 2009 e l’anno successivo viene dato alle stampe il demo omonimo contenente cinque brani, registrato in casa a costo zero e distribuito gratuitamente ai concerti che la band tiene in Danimarca: fin dal primo ascolto è facile capire che gli Huldre possono realizzare un gran debutto. Due anni più tardi, difatti, arriva Intet Manneskebarn, lavoro che così definisco nel libro Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök: “un disco qualitativamente impressionante, vario e ben congeniato, in grado di emozionare e far fare headbanging al tempo stesso”. A mio parere si tratta del debutto dell’anno e sicuramente una delle migliori uscite del 2012: quando si dice che nell’underground ci sono perle di sincera bellezza, da conoscere e supportare invece di comprare l’ennesimo cd della band già affermata che realizza album per doveri contrattuali! Sotto la supervisione di Lasse Lammert (Alestorm, Warrel Wane, Svartsot, Wind Rose) prende forma un folk metal sì influenzato da Otyg, Lumsk e Storm, ma anche ricco di spunti personali che rendono il sound subito riconoscibile. Il secondo full-length giunge a fine 2016 sotto la Gateway Music, sempre con Lammert a dirigere il lavoro in studio. La formula non cambia molto rispetto al debutto, ma le piccole novità del sound riescono a far suonare Tusmørke fresco e diverso da tutto il resto presente sul mercato. La voce di Nanna Barslev è versatile e fortunatamente lontana dal cliché che vuole la voce femminile lirica e un po’ lamentosa a farla da padrone. Con una vocalist del genere e con una sezione folk (violino, flauto, ghironda e bombarda) composta da due musicisti sempre ispirati è difficile mancare il bersaglio, tanto più che tutti gli altri strumenti portano i mattoni necessari per alzare quel wall of sound che con gli Huldre ha ragione di esistere. Miglior canzone del lotto è forse Hindeham, ma non è semplice scegliere (QUI potete leggere l’intervista con la band fatta lo scorso anno). Nonostante due ottimi dischi il gruppo non riscuote il successo che meriterebbe e, pur non mancando occasioni live e festival internazionali, la sensazione che si ha è che tutto questo abbia forse fiaccato i sei musicisti. In data 16 gennaio 2019 sul profilo Facebook degli Huldre appare il comunicato dal titolo “The Huldre returns to the forest”, senza aggiungere notizie o dettagli sul motivo dello scioglimento; prima di concludere la carriera, però, c’è tempo per una piccola serie di date che porta al farewell show, dove davanti a una sala concerti colma di gente, gli Huldre si congedano dalla scena folk metal e, come vuole la tradizione folkloristica, la pericolosa creatura che leggende e racconti hanno reso nota anche ai più piccini, se n’è tornata della foresta, esattamente da dove era arrivata.

Intet Manneskebarn e Tusmørke sono due lavori di grande spessore, ancora belli da ascoltare a distanza di diversi anni. La huldar, anche se non si mostra più in giro, è sempre lì, in agguato nella foresta che ascolta e attende, pronta ad agire.

Ph: Jacob Dinesen