Dawn Of A Dark Age – Le Forche Caudine

Dawn Of A Dark Age – Le Forche Caudine

2021 – full-length – Antiq Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Vittorio Sabelli: clarinetto, chitarra, basso, tastiera – Emanuele Prandoni: voce, batteria

Tracklist: 1. Le Forche Caudine – Act I – 2. Le Forche Caudine – Act II

In forte contrasto con l’idea (anche nel metal estremo) di rendere la propria proposta musica quanto più accessibile per andare incontro alle necessità di un’audience sempre più distratta e frettolosa, Vittorio Sabelli e i suoi Dawn Of A Dark Age confezionano l’ennesimo disco composto da canzoni dalla lunga durata e per nulla semplici da ascoltare. Anzi, questo Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C. è un album che dura quasi quaranta minuti e ha solo due brani in scaletta, rispettivamente da ventidue e diciassette giri di lancetta. Chi ha avuto modo di ascoltare il precedente La Tavola Osca, uscito un anno fa, sa già cosa aspettarsi da questo nuovo full-length, per gli altri si può riassumere la creatura musicale di Sabelli con una definizione che potrebbe aiutare a capire, ma che comunque vive di tantissime altre cose che rendono i Dawn Of A Dark Age assolutamente unici. Si può parlare di un riuscito mix di metal estremo e qualche cosa di folk, da completare poi con uno strumento che dire rarità in questo settore è dire poco, ovvero il clarinetto. Clarinetto che è assoluto protagonista delle composizioni, alle quali regala momenti di pregiata “cultura” musicale che ben si posa su doppie casse e chitarre sferraglianti, un’idea che potrebbe sembrare azzardata ma che convince al 100% grazie alla bravura di Vittorio Sabelli. A ciò, in particolare nelle ultime due release, va assolutamente menzionata l’accurata ricostruzione storica di avvenimenti accaduti nella terra natia (e dintorni) del progetto, il Molise. Se con La Tavola Osca si è parlato di un importante ritrovamento archeologico tuttora esposto al British Museum di Londra, con Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C., com’è facile intuire, si parla della Seconda Guerra Sannitica, della quale il clou è sicuramente rappresentato dagli avvenimenti delle Forche Caudine. Essendo questo un concept album è bene dare qualche informazione al fine di comprendere meglio da cosa deriva l’ispirazione dei due lunghi brani e contestualizzare, per quanto possibile, il disco. Le Guerre Sannitiche si sono svolte dal 343 a.C. al 290 a.C. nella zona centrale dell’Italia con i Sanniti e altri popoli italici che si sono scontrati con una giovane repubblica romana che voleva conquistare territori e potere. Se la guerra ha visto i Romani vincere, la battaglia delle Forche Caudine è stata invece una grave sconfitta per le legioni romane, umiliate dai Sanniti di Gaio Ponzio e costretti a passare sotto i gioghi.

Il settimo lavoro dei Dawn Of A Dark Age è composto, come detto, da due lunghe composizioni che ne raccontano la storia con l’ormai classico stile fatto di parti narrate, intense sezioni strumentali, improvvise partiture metal e stacchi atmosferici. Act I inizia piano, poche note che col passare dei minuti e l’ingresso degli strumenti prendono forma fino a creare un mezzo capolavoro nel quale troviamo veramente di tutto. I riff di chitarra colpiscono piacevolmente, si sente il gran lavoro fatto su questo strumento per farlo suonare fresco e protagonista quando ce n’è bisogno, senza dimenticare, ovviamente, l’apporto del clarinetto che da sempre rende unica la proposta dei Dawn Of A Dark Age. Act II vede il grande contributo della chitarra nei primi minuti, con assoli e fraseggi particolarmente accattivanti sostenuti da ritmiche che rimandano ai massimi nomi dell’extreme folk metal dell’ultimo decennio. La componente folk, in questo brano, è piuttosto marcata e, soprattutto, ispirata. La sezione centrale della canzone cambia completamente registro: narrato teatrale e una parte strumentale molto delicata e triste caratterizzano bene la parte prima della nuova e bella esplosione metal che termina con cori e una marcia militare.

Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C. è un disco ricco, complesso e bello, sicuramente non di semplice assimilazione. L’ascolto ottimale è quello con delle buone cuffie, in modo da isolarsi da tutto il resto e potersi concentrare sui dettagli che arricchiscono i brani che i numerosi ospiti (compreso Geoffroy Dell’Aria alla voce e cornamusa, già con i bravi Les Batards Du Nord ed ex Ithilien) hanno impreziosito con le loro capacità. Con una copertina che colpisce al primo sguardo e una produzione davvero buona per il genere, questo dei Dawn Of A Dark Age è signor lavoro che merita l’attenzione e il riconoscimento degli amanti di questa musica.

Intervista: Celtic Hills

Arrivati al secondo disco in due anni con il nuovo Mystai Keltoy, gli italiani Celtic Hills hanno confermato le buone impressioni suscitate col debutto e aggiunto qualche piccola novità in grado di portare freschezza a un album in grado di fare la gioia degli appassionati dell’heavy power che non disdegnano le ritmiche vicine al thrash metal. Con testi che trattano di storie e leggende legate al Friuli Venezia Giulia, non potevamo non intervistare il cantante e chitarrista Jonathan Vanderbilt: buona lettura!

Rompiamo il ghiaccio parlando della vostra storia: ho visto che vi siete formati nel 2008 ma dopo un primo demo di due anni più tardi avete pubblicato il disco di debutto nel 2020: cosa è successo nel frattempo?

Sarebbe stato meglio omettere l’uscita del 2010 e dire che siamo nati dopo, ma per tenere  viva la fiamma della passione ho fatto uscire dei brani per delle compilation, mentre cercavo musicisti per creare una line-up stabile.

La copertina del disco è molto particolare, con quella navicella spaziale davanti a un antico villaggio. Ce ne vuoi parlare?

Ho studiato archeologia all’università e leggendo studi non accademici ho maturato la possibilità che la storia dell’uomo non si è svolta come ci hanno sempre raccontato. La copertina si rifà un po’ al film Outlander del 2009, ma negli argomenti che trattiamo nei testi vogliamo porre l’attenzione sul fatto che le astronavi esistevano già in tempi antichi, come scritto anche da Plinio il Vecchio o nella Bibbia masoretica, così come nei Veda indiani.

Nei testi di si parla di colonizzazione del Friuli Venezia Giulia da parte di antiche popolazioni aliene. Da dove nascono queste storie e come ne siete venuti a conoscenza? Anche se vi muovete in un genere nel quale non mancano draghi, eroi immortali e mondi fantastici, non temete di poter apparire “ridicoli” con questo tipo di storie?

Ci sono band che suonano perché devono vendere, noi suoniamo per esprimerci e poco importa se possiamo apparire ridicoli o demodé: in letteratura ci sono molti autori che sostengono la presenza aliena e cito i più noti: Zecharia Sitchin, Mauro Biglino, Corrado Malanga anche se per me il primo fu Peter Colosimo che vinse il premio Bancarella nel 1976 con il libro “Non è terrestre”. D’altra parte è meglio avere dubbi e far ricerche piuttosto che esser bigotti e credere senza far domande.

Con Allitteratio avete giocato la carta del testo in italiano: pienamente soddisfatti del risultato finale? Pensate di riproporre altri brani in lingua madre in futuro? Partendo da Allitteratio volete addentrarvi nei testi delle vostre canzoni, raccontando di cosa parlano?

Alliteratio è stata scritta per provare a partecipare  a Sanremo! Una sfida provare a scrivere in italiano un brano metal (anche se lo reputo più rock). Il testo usa l’allitterazione, una forma grammaticale un po’ desueta. In generale i testi seguono dei filoni che vanno da fatti storici realmente accaduti in Friuli (non si dimentichi che è stata una zona con molti avvenimenti storici rilevanti) a questioni più spirituali e filosofiche, ma dove l’essere umano è sempre al centro. Qualche testo è più idiota e parla di birra e vino: il Friuli è famoso anche per l’alcool!

Musicalmente il disco è vario e le canzoni hanno una personalità propria. Seguite un qualche schema per comporre o andate a ruota libera? Quali sono (e perché) i pezzi forti di Mystai Keltoy?

Secondo me è il modo di suonare che distingue una band, dipende dal carattere, dall’anima se vuoi, dalle cose che vuoi dire e come scegli di esprimerti. Quindi direi che andiamo a ruota libera senza voler dimostrare a tutti i costi il livello tecnico (ci sono tecnicismi, ma non finalizzati all’esibizionismo). Su Mystai Keltoy i pezzi che pensavo fossero i più forti non si sono dimostrati così piacevoli (Already Lost) mentre The Tomorrow Of Our Sons è andato oltre ogni aspettativa, come anche Eden, la canzone cantata da Germana Noage in qualità di ospite.

Nella canzone Eden il microfono è affidato alla brava Germana Noage: come nasce questa collaborazione?

Germana era la cantante degli Aetherna, band che come noi è con la Elevate Records, da qui la proposta di invitarla a cantare su una canzone che in fase di preproduzione a lei era piaciuta molto.

In dodici mesi avete pubblicato due album e un EP: dove trovate tutta questa ispirazione per comporre tanta musica in così poco tempo?

Mentre rispondo a queste domande stiamo già registrando il disco nuovo! L’ispirazione nasce leggendo le recensioni! Quando leggo le opinioni di chi ha avuto la pazienza di ascoltare un nostro disco capisco che ci sono sempre delle perplessità e mi vengono idee per scrivere nuovi pezzi! Non amo molto le etichette sul genere che ci viene affibbiato, così in questo nuovo lavoro ci sono esperienze nuove!

Nelle vostre canzoni si trovano tanti generi diversi, dall’heavy al thrash con una buona dose di power metal. Quali sono i gruppi che vi ispirano e come vi piace autodefinirvi?

L’approccio non è per genere, ma per emozioni! Per me è uno stile di vita, con dei valori dove amicizia, rispetto del pianeta e amore verso la propria terra e le tradizioni vanno rispettati. Queste cose hanno una colonna sonora che io sento nel Metal. Sottogeneri o definizioni sono cose da giornalista. Mi piacciono le band quando sono agli esordi: i miei amori da adolescente furono Helloween, Rage e Anthrax, ma parliamo degli anni 80!

Jonathan, come e quando hai iniziato a cantare e a suonare la chitarra? Quali sono i musicisti che maggiormente ti hanno influenzato?

Ho iniziato a suonare come bassista in un gruppo punk, ma avevo solo tredici anni. Poi ho studiato lirica e chitarra classica… per citarti i miei chitarristi preferiti inizio con Manni Schmidt (ex Rage, ex Grave Digger, ndMF) quando ero giovanissimo per poi come molti amare Malmsteen e in tempi recenti Victor Smolski (ex Rage, ndMF), Joe Satriani e Alexi Laiho.

Avete pubblicato quattro videoclip per promuovere Mystai Keltoy: Blood Is Not Water che è il classico video nel quale la band suona su di un palco, The 7 Headed Dragon Of Osoppo che è una sorta di “dietro le quinte”, Eden con l’ospite Germana Noage e The Tomorrow Of Our Sons, che è il videoclip che mi ha più colpito: in pratica siete voi tre che camminate in un prato. Come vi è venuta questa idea e che tipo di reazione sta avendo questo video?

Il video di Tomorrow Of Our Sons lo volevamo semplice per dare l’idea di una desolazione. Abbiamo aspettato una giornata plumbea e un prato con erba secca, ma anche con qualche primo germoglio, una sorta di desolazione con della nuova vita che inizia a crescere. Tra tutti i nostri video su Youtube è quello che ha raggiunto il più grande numero di visualizzazioni e commenti positivi. Per l’occasione ho indossato il mio primo chiodo degli anni 80!

Come Celtic Hills vi sentite parte della scena italiana? Ha senso parlare di fratellanza e condivisione nel 2021, o sono solo parole prive di significato?

Chi mi conosce sa bene di come cerchi sempre di collaborare con le altre band e con tante band italiane siamo molto amici! Siamo italiani e quindi apparteniamo alla scena italiana. Per onestà intellettuale devo dire che come per altre band italiane, siamo apprezzati di più all’estero, specialmente al nord Europa.

Tre pubblicazioni in dodici mesi, immagino quindi che starete già lavorando a qualcosa di nuovo. Confermi?

Il nuovo disco, di cui sono già stati registrati otto brani, ma stiamo registrando ancora, segue Mystai Keltoy con alcune cose che ricorderanno anche Blood Over Intents. Ti anticipo che ci sarà un brano molto da sagra ah ah ah, non lo voglio definire folk, forse più Volk! Ti voglio anticipare il titolo: Villacher Kirktag!

Come sai questo è un sito che tratta folk/viking metal. Ti chiedo quindi se conosci alcuni gruppi della scena e se ti piace qualcosa di questo genere.

Ti dico le band di cui ho gli album e quindi: Svartsot, Vicious Crusade, Lyriel e poi ovviamente band più note come Amon Amarth e King of Asgard.

Ti ringrazio per la disponibilità e la chiacchierata. Puoi aggiungere quello che vuoi!

Proprio perché è un sito dedicato al folk e al viking suggerisco alcune canzoni dei Celtic Hills su questo versante che sono The Slamming of 1000 Shields, Forum Julii, Avari Horn e Guardian Of 7 Stars che trovate su Youtube oppure su https://www.n1m.com/celtichills dove si possono anche scaricare gratuitamente se non sono con Elevate Records.

Grendel – Spirit

Grendel – Spirit

2020 – full-length – Earth And Sky Productions

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Roberto: voce, chitarra, basso – Stefano: voce clean

Tracklist: 1. Intro – 2. A Mortal Figth – 3. The Ultimate Vision – 4. Spirit – 5. Behind The Clouds – 6. Ice Desert – 7. Exiled – 8. Ashes

Nell’inutile gioco del “una band che avrebbe meritato di più” i lombardi Grendel figurerebbero sicuramente nella lista dei nominati. In attività dal 2003 e con un “top demo” nell’allora prestigiosa rivista cartacea Grind Zone – l’unica a trattare metal estremo – che faceva presagire un futuro roseo per la realtà tricolore, i Grendel hanno pubblicato cinque full-length incluso questo Spirit, ma il salto di notorietà non è mai avvenuto nonostante la buona fattura dei dischi realizzati.

L’epic black metal (o viking con influenze folk) del duo formato dai fratelli Chainerdog e N’astirth è ben strutturato e dal tocco melodico che porta le composizioni a suonare aggressive ma anche orecchiabili nei punti giusti. Negli anni la proposta musicale non è cambiata molto, ma il tempo ha portato esperienza e questo nei trentadue minuti di Spirit si sente.

Dopo la breve intro il disco si apre con la rapida A Mortal Fight, dal piacevole sapore scandinavo con il testo ispirato a un capitolo dei Mabinogion di Evenageline Walton. The Ultimate Vision è un altro brano veloce nelle ritmiche e tagliente nelle vocals, come da tradizione vuole il black melodico. La title-track suona particolarmente accattivante nonostante lo scream e la doppia cassa lanciata a velocità supersonica, con l’azzeccato utilizzo della voce pulita dopo metà composizione ad alleggerire un po’ l’atmosfera. Le prime canzoni di Spirit suonano compatte e omogenee pur con le loro differenze, rendendo così l’ascolto estremamente piacevole. Altro fattore che gioca un ruolo importante nella riuscita del cd è la qualità dei suoni, puliti e grintosi, così come l’utilizzo della drum machine, ben programmata e dai suoni reali; tutte le fasi di registrazioni, mixaggio e mastering sono state curate in prima persona da Roberto, il quale ha svolto un lavoro di qualità. Behind The Clouds è il pezzo più lungo dell’album con i suoi 6:20 di durata, canzone che presenta un raffinato gusto melodico e un differente utilizzo della sei corde, con riff e fraseggi meno aggressivi e più “orecchiabili”; bello anche lo stacco acustico e il seguente assolo, particolarità rara in questo genere ma sempre apprezzata. L’intermezzo Ice Desert porta alla feroce Exiled, cinque minuti di meravigliosa violenza come a volte necessitiamo tutti quanti. L’ultima canzone di Spirit è Ashes, dall’andatura più pacata e intrecci di sei corde nella prima parte che precede la successiva accelerazione e un ritornello che rimane in mente fin dai primi ascolti.

Spirit vede la luce grazie alla collaborazione con la Earth And Sky Productions, etichetta che si sta dando un gran da fare nell’underground italiano e non solo, con diversi lavori recensiti su queste pagine. I Grendel confermano la bontà della proposta con mezz’ora di metal estremo dal taglio melodico; un album come questo meriterebbe ben altra considerazione dalla stampa e dal pubblico. Nonostante tutto i Grendel vanno avanti e continuano a sfornare lavori come questo, segno che la passione vince su tutto: bravi!

Intervista: Bloodshed Walhalla

Second Chapter, sesto lavoro in studio per i Bloodshed Walhalla di Drakhen, è sul mercato da un paio di mesi e continua – giustamene – a far parlare di sé. Quattro canzoni per ottanta minuti di disco non è roba di tutti i giorni, tanto meno con una qualità a dir poco eccellente. Troppe le domande su Second Chapter e il futuro della band da fare al mastermind Drakhen per non contattarlo: quello che potete leggere qui sotto sono le risposte sincere e pulite di un musicista umile e genuino, lontano da stupidi cliché e dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano. Credo che per i Bloodshed Walhalla sia giunto il momento di avere il riconoscimento che meritano da parte degli addetti ai lavori e critica, perché quello dei fan e appassionati è in continuo aumento.

Mi sembra che Second Chapter stia avendo molti riconoscimenti, sia in Italia che all’estero. Te lo aspettavi?

Innanzi tutto ciao Mister Folk e grazie per avermi dato la possibilità di rispondere alle tue domande. Second Chapter è uscito il 31 marzo di quest’anno, un po’ in ritardo rispetto al tabellino di marcia che ci eravamo prefissati, questa maledetta pandemia che ha colpito tutto il mondo purtroppo ci ha fermati e per forza di cose il tutto è slittato di qualche mese. Però effettivamente l’attesa in qualche modo ha creato un certo interesse e curiosità da parte della gente, molti non vedevano l’ora che uscisse l’album. E così è stato, siamo immediatamente stati sommersi da richieste e messaggi. Le vendite stanno andando a ruba, ci stanno contattando da tutto il mondo per avere il cd. Siamo contenti di come stanno andando le cose, perché il lavoro che c’è sotto questa opera è veramente immenso e ci tenevamo parecchio a far bella figura e gridare al mondo che i Bloodshed Walhalla ci sono e sono più battaglieri che mai. In un certo senso ci credevamo, sapevamo che grazie all’esperienza accumulata in questi anni il successore di Ragnarok sarebbe stato accolto dai fan e dalla critica in maniera decisamente positiva.

Qual è il significato della copertina?

La copertina, come per Legends Of A viking e The Battle Will Never End, è un’opera di André Kosslick, gentilmente concessa ed elaborata dalla Curse Vag Graphic di Roma. Il quadro è stato pubblicato per il dramma musicale di Richard Wagner “Das Rheingold” quarta scena atto finale. La dea Freyr tende l’arcobaleno come un ponte verso il castello divino. Ora gli dei possono entrare nel forte di recente costruzione. Baldr invece guarda nella profondità della valle e ascolta le lamentele delle figlie del Reno, il castello di Wotan sarà distrutto dal fuoco più tardi nel crepuscolo degli Dei. È un’opera spettacolare e non ci sono parole.

Devo dire che iniziare il disco con un brano di quasi mezz’ora è totalmente folle, eppure funziona benissimo e non c’è un solo momento di stanca durante l’ascolto. Ti sei preso questo “rischio” perché consapevole della qualità della canzone?

Allora, Second Chapter non è un album per tutti, ne siamo consapevoli, solo gli amanti di questo genere di soluzione musicale riescono a cogliere la vera essenza che sprigionano le quattro canzoni presenti. Quindi per questo motivo abbiamo deciso questa volta, al contrario di Ragnarok dove la suite era presente come ultimo brano, di far capire una volta per tutte all’ascoltatore chi siamo realmente e cosa vogliamo offrire. Agli esordi ci hanno etichettato troppe volte come i cloni dei Bathory, non che la cosa ci abbia dato fastidio, anzi, abbiamo sempre dichiarato che avremmo tanto voluto prendere l’eredità del maestro al 100%, ma ci rendiamo conto che questo non si può fare e ci siamo dovuti inventare qualcosa per non sembrare cloni ed assumere un’identità specifica e personale. L’evoluzione è iniziata con l’album Thor, ed un po’ tutti se ne sono accorti. Quindi alla fine, rispondendo alla tua domanda penso che non sia stata follia inserire la suite Reaper (Baldr’s Dreams) come opener. Come spesso succede durante la composizione di un nostro brano, cerchiamo di non trascurare i dettagli, innanzi tutto le nostre canzoni devono avere un senso, devono trasmettere un messaggio, quindi se sappiamo l’argomento da trattare sviluppiamo tutta la canzone in base a ciò che racconta la storia. In Reaper (Baldr’s Dreams) raccontiamo dei sogni premonitori del dio Baldr, figlio di Odino, che sogna ripetutamente la sua morte. L’argomento è vasto ed ha bisogno di spazio, secondo noi non può ridursi a strofa ritornello ecc., ma deve essere raccontato per bene. La musica deve andare pari passo al testo, bisogna creare una fusione tra le due componenti. Anche secondo noi la canzone è perfetta così, molti ci hanno suggerito di dividerla in tre o quattro parti dato che nel corso dei minuti ci fermiamo per rifiatare e ripartiamo con un nuova fase, ma poi la magia della musica riporta il tutto alle origini grazie a dettagli studiati. Le quattro canzoni dell’album, come per Ragnarok, seguono tutte questa filosofia compositiva e possa piacere o no anche il terzo e ultimo capitolo della saga sarà impostato così.

The Prey è il pezzo più corto – si fa per dire! – con poco più di quindici minuti. Quando ti metti a comporre la musica pensi in partenza di fare qualcosa di impegnativo e lungo o non ti faresti problemi se la prossima canzone venisse fuori lunga “solo” sei o sette minuti?

Come ti dicevo prima, prima di comporre musica sappiamo già l’argomento da trattare. E data la vastità del racconti da inserire nel brano ci viene spontaneo non trascurare i dettagli del racconto. Questo è il nostro pensiero ma nello stesso tempo cerchiamo di non essere ripetitivi ma progredire e ritornare alle origini allo stesso tempo quando termina il racconto. Se il racconto è breve anche la canzone sarà breve. Di certo non possiamo ripetere argomenti per rendere la canzone per forza lunga. L’ascoltatore, a questo punto sì, si annoierebbe ed il risultato finale sarebbe orribile.

Ci vuoi parlare dei testi delle quattro canzoni?

Second Chapter è composto da quattro opere, ma prima di parlare dei testi faccio una breve introduzione. Il lavoro era stato pensato in principio come un doppio album in cui nel primo disco dovevano essere inserite le quattro canzoni di Ragnarok e nel secondo le canzoni di Second Chapter. Nella prima parte raccontavano della fine del mondo secondo la mitologia norrena con interpretazione personale, mentre nella seconda parte erano incluse storie di contorno alla battaglia tra le forze della luce e quelle del male. Data la durata complessiva di quasi due ore e trenta di musica si decise di allertare i fans con due uscite ravvicinate, più o meno un anno di differenza. La pandemia però ha rovinato decisamente i piani perché noi questi sacrifici avremmo voluto supportarli anche dal vivo. Ci sono stati ritardi significativi per l’uscita di Second Chapter ma il tutto in un certo senso ha portato alcuni benefici dato che l’attesa ha fatto sì che all’uscita ci sia stato un vero e proprio assalto per avere una copia. La prima canzone è Reaper (Baldr’s Dreams), narra come dicevo in precedenza dei sogni premonitori terribili del dio buono Baldr figlio di Odino; lui sognava costantemente la sua morte e gli Asi per proteggerlo fecero sì che ogni forma vivente o non vivente del mondo doveva giurare eterna fedeltà e non procurare alcun danno al dio. E così fu, gli dei si divertivano a scagliare su Baldr qualsiasi oggetto senza portar alcuna sofferenza. Loki indispettito da ciò con uno stratagemma scoprì che solo il vischio non aveva prestato giuramento. Con un inganno fece colpire Baldr con un rametto di vischio dal dio cieco Hǫðr uccidendolo. Hermóðr è il secondo brano, il testo racconta la discesa nel mondo di Hel del dio Hermóðr figlio di Odino, incaricato per riportare tra i vivi il fratello Baldr. Egli raggiunge la regina del male grazie allo stallone con otto zampe Sleipnir. Tutte gli esseri viventi e non dovranno piangere per Baldr, queste sono le condizioni dettate dalla regina, solo una gigantessa ( che in realtà risulta essere Loki) si rifiuta di piangere costringendo così il dio a rimanere per sempre nel regno di Hel. In The Prey parliamo della cattura del dio Loki. Gli Asi riescono a catturarlo mentre si nascondeva con sembianze di un salmone in un torrente. Loki verrà imprigionato e torturato fino a quando verrà liberato prima che si scateni il Ragnarok… del Ragnarok abbiamo parlato nel disco omonimo uscito due anni fa. Si passa all’ultimo brano che è After The End che racconta cosa succede e come risulta essere il mondo dopo la fine di tutto.

Il disco è il secondo di una trilogia iniziata con Ragnarok, quindi il prossimo album sarà anche l’ultimo di questo viaggio che, possiamo dirlo?, ha portato il nome dei Bloodshed Walhalla in giro per il mondo. Stai già lavorando al successore di Second Chapter?

Stiamo lavorando al terzo capitolo della saga ma non posso dirti nulla oltre al fatto che sarà un super album, sicuramente più evoluto e maturo dei precedenti e spero anche più professionale per quanto riguarda registrazione e confezione. Non che i precedenti siano malvagi, anzi, come dici tu i lavori hanno fatto e stanno facendo realmente il giro del mondo. Siamo stati recensiti quasi ovunque, il nome dei Bloodshed Walhalla ormai è una realtà costante nell’underground italiano ed internazionale.

Dopo Ragnarok hai avuto modo di suonare in giro per l’Italia. Era la prima volta live dei Bloodshed Walhalla che, lo ricordo ai lettori, è una one man band in studio. Le reazioni della gente al tuo concerto a Roma sono state sorprendenti, te lo aspettavi? Hai anche suonato con Benediction e Dark Funeral: vuoi raccontarci qualche aneddoto di quelle date e cosa hai imparato da quei concerti?

Sì, i Bloodshed Walhalla sono ancora una one-man-band in studio ed anche il terzo capitolo andrà sulla stessa linea compositiva dei precedenti. La nostra situazione per quanto riguarda i live è molto semplice, i ragazzi che fanno parte del progetto studiano le parti che io scrivo e il tutto viene proposto sul palco. Abbiamo iniziato così, ai ragazzi sta bene. Non so per quanto riusciremo ad andare avanti perché le difficoltà sono parecchie, ma fino a quando non ci siamo fermati tutti ci siamo veramente divertiti ed abbiamo accumulato una certa esperienza. Suonare sullo stesso palco dei Dark Funeral, Benediction, Furor Gallico, Necronomicon, non è semplice. Devi reggere l’urto con il pubblico. Noi siamo abituati nei piccoli locali con max 30 persone. A Roma e a Milano abbiamo trovato il vero pubblico, gente che ti stringe la mano e ti fa sentire importante. Ricordo perfettamente le sensazioni che abbiamo provato salendo su questi palchi, quasi di incredulità, ci chiedevamo cosa ci facessimo noi di fronte a tutta quella gente, poi dopo il primo tremore e le prime urla tutto diventava più chiaro e semplice da gestire. In particolare nel concerto con i Dark Funeral a Milano ci siamo trovati di fronte un pubblico a tre zeri. Sicuramente non erano venuti a vedere noi, ma dal coinvolgimento che siamo riusciti a trasmettere mi sono accorto che la gente si è divertita ed ha apprezzato il nostro show. Poi tutto sul più bello, dato che avevamo appena firmato un contratto con una agenzia di booking che avrebbe curato la nostra parte dal vivo, è crollato come un castello di carta. Ora stiamo capendo insieme come è quando ripartire più determinati di prima.

Ho visto che c’è una sorta di gemellaggio con Apocalypse, one man band di Torino anch’essa debitrice ai Bathory, fresca autrice di Pedemontium. Cosa pensi della sua musica e ci sono altre realtà italiane che segui?

Non c’è da dire molto, appena ho sentito che un’altra band italiana stava incentrando la sua musica sulle tonalità da te citate, mi sono subito incuriosito e senza aspettare molto ho contattato Erymanthon ed è nata subito una bella amicizia, ci scambiamo i lavori e qualche consiglio. L’ultimo album degli Apocalypse è davvero eccezionale, suona maledettamente viking! Un giorno magari potremo anche fare qualche lavoro insieme, ci siamo scritti e l’idea è piaciuta ad entrambi. Chissà!!!

Mi è piaciuto un sacco l’EP Mather, nel quale folklore lucano e viking folk metal andavano a braccetto. Potresti fare qualcosa del genere in un prossimo futuro oppure si è trattato di un esperimento che non avrà un seguito?

Mather è stata una bellissima idea, combinare il viking metal con alcune canzoni popolari della nostra terra ha reso i Bloodshed Walhalla in un certo senso unici. L’esperimento è riuscito alla perfezione, le due culture si sono fuse in maniera efficiente e tanti sono stati gli elogi da parte di chi ha ascoltato questo lavoro. Mather è un progetto che sicuramente non rimarrà fine a se stesso, ma avrà sicuramente un successore, magari anche più completo da non rimanere un semplice EP. L’intenzione è quella di fare un vero e proprio album, bisogna solo trovare il tempo per farlo dato che stiamo concludendo ancora l’ultimo capitolo della trilogia sul Ragnarok. In seguito abbiamo altre sorprese da proporre al nostro pubblico, ma per ora ce le teniamo in segreto e saremo pronti a deliziarvi non appena sarà il momento giusto per farlo. Per ora godetevi Second Chapter che è appena uscito ed ha bisogno di essere supportato dato che ancora non ve lo possiamo proporre dal vivo. Comunque sicuramente un Mather atto secondo ci sarà, potete starne certi.

Ci sarà modo di avere su cd o vinile l’EP The Walls Of Asgard e il tributo ai Bathory, o resteranno solo in digitale?

The Walls Of Asgard a nostro avviso è un capolavoro che non può rimanere solo in digitale ma merita molto di più. Avete ascoltato The Pact? È un’opera stratosferica, forse la migliore tra le tre longtracks proposte finora, vi consiglio di ascoltarla e giudicarla. Stiamo progettando qualcosa a riguardo, ma per ora non vi dico nulla perché dovrebbe coinvolgere tutta la band e non una sola persona. Per quanto riguarda il tributo ai Bathory, penso che per ora rimarrà solo in digitale, anche perché, per chi ci segue e sa la nostra storia, quelle sono canzoni degli esordi di quando i Bloodshed Walhalla volevano essere una cover band dei Bathory, praticamente tutti i file sono stati perduti o chissà dove sono e perciò andrebbero ri-registrate nuovamente e francamente non ha senso. Per chi desidera ascoltarle può visitare le nostre pagine.

Drakhen, ti ringrazio per la tua disponibilità e ti ringrazio per regalarci ogni volta della grande musica. Hai lo spazio per concludere come meglio credi l’intervista.

Ringrazio te Mister Folk per avermi dato l’opportunità di chiacchierare un po’ con te e con chi segue la tua webzine. Ringrazio chi ci segue e mi contatta per aver notizie del nostro futuro, molti ancora non sanno se siamo una band o una one-man-band e ad essere sincero non lo so neanche io, so solamente che c’è una realtà che ormai è radicata e che piaccia o no continuerà per la sua strada. Spero di incontrarvi tutti per stringerci la mano ed abbracciarci bevendo della sana birra. Spero anche che i Bloodshed Walhalla tornino a suonare dal vivo, naturalmente se ci sarà la possibilità di farlo, il prima possibile per così condividere con voi tutti i sacrifici che stiamo facendo per regalarvi musica e le sensazioni più genuine dell’heavy metal. Noi ce la mettiamo tutta, voi sosteneteci, a presto! Drakhen.

Intervista: Shores Of Null

Ci sono poche realtà nell’attuale scena metal in grado di proseguire il percorso musicale iniziato con il primo disco e portarlo avanti con novità e voglia di evolversi senza per questo snaturare il proprio suono. Gli Shores Of Null arrivano con Beyond the Shores (On Death and Dying) al terzo disco, quello che una volta si diceva essere “della maturità”, e lo fanno con la faccia tosta di chi sa di avere tra le mani qualcosa di veramente eccezionale: un full-length composto da una sola canzone dalla durata totale di oltre trentotto minuti. Se musicalmente la formazione romana/abruzzese aveva già fatto gioire gli amanti del gothic/doom metal con i primi due lavori Quiescence e Black Drapes for Tomorrow, con Beyond The Shores (On Death and Dying) la band che vede Davide Straccione alla voce si è superata con un concept profondo, toccante ed emotivamente forte, andando a toccare quello che forse è l’ultimo tabù della società occidentale, ovvero quello della morte. La base è affidata allo studio de “Le cinque fasi dell’elaborazione del lutto” della psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross; non solo gli Shores Of Null hanno realizzato una grande, affascinante canzone che non stanca nemmeno dopo ripetuti ascolti, ma sono stati in grado di incastrare parole e musica con maestria evitando i facili cliché nel testo e dando grande enfasi quando le parole lo richiedevano. A completare lo sforzo creativo, e per rendere il discorso artistico ancora più esauriente, gli Shores Of Null hanno realizzato insieme alla crew di Sanda Movies il videoclip/corto per la canzone, con immagini bellissime e struggenti al tempo stesso. Insomma, non si sta parlando della classica metal band che realizza il “classico” album, ma siamo al cospetto di un gruppo musicale in possesso di quel qualcosa in più che lo rende speciale.

Dopo essermi appassionato alla musica, il video mi ha letteralmente emozionato e non potevo non contattare la band per la chiacchierata che potete leggere qui sotto. Buona lettura!

Quando ho saputo che il vostro disco avrebbe contenuto una sola canzone dalla durata di quaranta minuti ho subito pensato a Crimson degli Edge Of Sanity. Riconosco che sia un pensiero che può avere chi si aggira sui quarant’anni, è stato così pure per voi?

Matteo: Io ne ho 30, e ho avuto quasi lo stesso pensiero! Ovviamente parliamo di un disco diversissimo rispetto a Crimson, ma in generale per me è stato bello unirsi a questo gruppo ristretto di dischi mono-traccia, per cui fra l’altro ho un debole. Tra i miei preferiti, oltre a Crimson c’è sicuramente anche Light Of Day, Day Of Darkness dei Green Carnation. Avvicinandoci sia in termini temporali che di sonorità, sicuramente nel gruppo abbiamo tutti apprezzato anche Winter’s Gate degli Insomnium. Comunque sono stati pensieri successivi alla composizione, non ci siamo mai seduti a tavolino dicendo di voler comporre un disco di questo tipo.

Mi piacerebbe sapere come è nato il disco/canzone. Non credo che vi siate messi a tavolino dicendo “facciamo una canzone lunga quanto un cd”, ma che questa sia “cresciuta” col tempo fino ad arrivare alla durata finale. Come sono andate le cose?

Matteo: Esatto. Come dicevo prima, non eravamo partiti con l’intenzione di comporre un disco di una singola traccia, però c’era la volontà, anche per beghe contrattuali con la nostra vecchia etichetta (Candlelight/Spinefarm) che in quel periodo ci stava tenendo completamente bloccati, di fare qualcosa di molto diverso e sperimentale. Avevamo già un altro disco completamente registrato infatti, a cui però volevamo che fosse riservato un trattamento promozionale diverso rispetto a quello pessimo ricevuto da Black Drapes For Tomorrow. Così l’idea di liberarci di questi vincoli con un disco ‘extra’, l’ultimo che avremmo dovuto pubblicare con la vecchia etichetta, per poi cercare qualcosa di meglio con il quarto disco. Alla fine in realtà  siamo comunque riusciti a divincolarci dalla situazione in cui ci trovavamo, anche perché una volta finito ci siamo resi conto di amare alla follia questo disco che doveva essere solo un esperimento, e abbiamo voluto dedicarci ad esso con tutto l’impegno possibile.

Il testo è ispirato al lavoro della psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross e in particolare “le cinque fasi dell’elaborazione del lutto”, ovvero le diverse fasi mentali che vivono le persone alle quali è stata diagnosticata una malattia terminale, ma anche le persone che stanno per perdere un proprio caro. Detto che il tema si presta benissimo alla vostra musica e tornando “seri”, qualcuno di voi ha studiato questo argomenti e il lavoro della Kubler-Ross?

Davide: Nessuno di noi è uno studioso della materia ma è un concetto che ci ha particolarmente affascinato, data la struttura dilatata del brano pensavamo si potesse prestare bene ad un approccio più narrativo. Ho scritto il testo focalizzando l’attenzione sulle sensazioni della persona morente, dalla fase di negazione a quella dell’accettazione finale. È un lungo e doloroso viaggio e ci piaceva rappresentarlo a modo nostro, prendendo la morte e il morire da un’angolazione diversa.

L’elaborazione del lutto è un meccanismo difficile e doloroso, ma anche estremamente affascinante per capire e conoscere meglio noi stessi e le persone che ci stanno attorno. Come e a chi è venuta l’idea di questo concept?

Davide: Ricordo che mentre il brano stava prendendo forma Gabriele mi suggerì di basare il testo sul lavoro della Kübler-Ross, in particolare sul suo libro del 1969 “La morte e il morire” (“On Death And Dying” in inglese, così come il sottotitolo del nostro disco). Così mi sono messo subito alla ricerca e ho letto il libro, uno studio fatto di interviste a malati terminali, estremamente innovativo per l’epoca, grazie alle quali la Kübler-Ross riesce a formulare le cinque fasi del lutto. Se te lo stai chiedendo, non ci sono stati lutti che hanno influenzato la scrittura, ma è innegabile che noi, in quanto esseri umani, non siamo e non saremo mai pronti ad affrontare la morte senza sofferenza, inoltre col passare degli anni ci troviamo a doverci confrontare con questo argomento sempre di più, il che ci ricorda la fragilità dell’esistenza.

Musicalmente la canzone è estremamente varia e ricca di spunti particolari, come l’utilizzo del pianoforte e del violino, ma è sempre ben presente il vostro marchio di fabbrica che fa dire “questi sono gli Shores Of Null”. L’idea di stare attenti per quaranta minuti consecutivi può spaventare, ma ascoltando la vostra musica non è per niente difficile e una volta terminato l’ascolto si riparte con un nuovo play. A tal proposito avevate “paura” di osare troppo e di chiedere uno sforzo insolito agli ascoltatori?

Matteo: Eravamo consapevoli che dal punto di vista commerciale e promozionale, tutto questo non avrebbe sicuramente giocato a nostro favore. La soglia di attenzione delle persone, come dimostra il funzionamento dei più moderni social network (TikTok ad esempio), è estremamente bassa, e pretendere che l’ascoltatore abbia 40 minuti di tempo da dedicarci è un qualcosa di rischioso ed ambizioso. Anche dal punto di vista dei servizi musicali di streaming come Spotify, l’idea non va di certo a nostro vantaggio: è infatti quasi impossibile venire inseriti in una playlist editoriale (quelle con centinaia di migliaia di followers, per intenderci) con una traccia di 40 minuti. Inoltre, anche se una persona dovesse ascoltare per intero il disco, verrebbe conteggiato un ascolto, mentre nel caso di un disco normale con una decina di tracce, ne verrebbero conteggiati dieci. C’è da dire però che per tutti la musica è stata sempre la cosa più importante, quindi non limiteremmo mai uno sviluppo compositivo solo per logiche di mercato. Questo allo stesso tempo non significa che ignoriamo queste logiche, anzi. Questo è il disco in cui lo sforzo promozionale profuso sia da noi come band che da Spikerot come etichetta è stato sicuramente il più alto della nostra vita come Shores Of Null, e i risultati sembrano incoraggianti. Tanto per tornare a Spotify, siamo passati da una media di 300 ascoltatori mensili ad una di 10000.

Quando vi ho visto la prima volta in concerto e non sapendo che tipo di musica aspettarmi, un’amica mi disse “un incrocio tra Enslaved e vecchi Opeth”. Queste band sono state importanti per la vostra formazione musicale? Ascoltando però Beyond The Shores (On Death And Dying) che è il vostro terzo studio album, mi sono venuti in mente i My Dying Bride per l’utilizzo di alcune melodie delle chitarre e i vecchi Katatonia per le atmosfere tetre in alcuni punti. Secondo il mio modesto parere, però, tutto il disco suona col vostro sound e credo che questa sia una cosa importantissima.

Matteo: Ho sempre visto questo gruppo come un mix tra diverse correnti. Quella gothic-doom, (Katatonia, Paradise Lost, My Dying Bride), quella del black metal più melodico (moderni Enslaved, Borknagar) e quella del death melodico (à la Dark Tranquillity per capirci). Non ci paragonerei agli Opeth dell’epoca death metal se non nella cupezza delle atmosfere, vista la differenze sia nelle strutture che nell’aspetto più prog delle loro composizioni, che sono sicuramente più tecniche delle nostre. Con questo album abbiamo virato decisamente più verso la prima di queste correnti, quindi su un doom più lento e dilatato, ma penso sia corretto quello che dici rispetto a una continua presenza di fondo del nostro sound, anche perché un disco di quasi 40 minuti a mio parere deve contenere una certa varietà al suo interno per non annoiare.

Nel disco ci sono molti ospiti e, non per togliere nulla agli altri, i più noti sono sicuramente Mikko Kotamäki (Swallow The Sun), Thomas A.G. Jensen (Saturnus) ed Elisabetta Marchetti (INNO). Come è avvenuta la scelta degli ospiti e avete pensato a loro nel momento della creazione delle parti musicali o una volta fatta la musica avete pensato “chi potrebbe starci bene”?

Matteo: La cosa è andata di pari passo con la composizione. Quando una parte della canzone veniva creata, spesso pensavamo subito a quale artista avrebbe potuto esaltarla. E’ stato così nel caso di tutti e tre i guest da te nominati. Siamo davvero contenti di averli non solo in piccole parti, ma in tutta la durata del componimento (come se fossero dei membri del gruppo a tutti gli effetti), e che abbiano accettato di volare direttamente in Italia per realizzare le composizioni vocali insieme a noi. E’ stato a tutti gli effetti un lavoro a più mani e il risultato ci soddisfa in toto.

I primi due lavori sono usciti per la Candelight Records, etichetta che è ben nota agli appassionati di metal. Il nuovo disco esce per la Spikerot Records, etichetta gestita dal vostro cantante Davide Staccione. Cosa vi ha spinto a pubblicare con un’etichetta “piccola” dopo aver lavorato con una storica? Forse la completa libertà per quel che riguarda tempistiche e promozione?

Matteo: Con Candlelight ci siamo trovati decisamente bene durante gli anni di Quiescence. Quando questa però fallì e fu inglobata da Spinefarm (sotto-etichetta della Universal) le cose cambiarono molto. Non solo la promozione del secondo disco fu completamente assente, ma l’etichetta stessa per gravi incapacità di gestione ci mise moltissimo i bastoni tra le ruote. Tanto per fare un esempio, la nostra musica e i nostri video venivano bloccati per motivi di copyright, comportando ritardi sulla pubblicazione letteralmente letali per la buona diffusione del disco. Non avevamo nessun tipo di controllo sulla nostra musica, e non potevamo farci niente, se non scrivere decine di mail a cui ricevevamo risposta  forse una volta su dieci, dopo settimane. Eravamo letteralmente bloccati. Per questo abbiamo preso la decisione di lasciare Candlelight/Spinefarm e accettare l’offerta di Spikerot, con cui abbiamo una collaborazione totale e contatti direttissimi, visto anche che il nostro Davide è uno dei soci. Abbiamo un controllo totale della nostra musica, ogni aspetto della promozione è coordinato, e come dicevo prima, i risultati si vedono.

Quando credi che il Covid-19 possa influenzare negativamente la buona riuscita di un album, visto che non è possibile promuoverlo dal vivo (e quindi fare girare il nome, ma anche incasso tra cd e magliette)? A tal proposito, farete qualcosa in streaming come fatto in estate dagli INNO?

Matteo: Sicuramente la influenza moltissimo. Oggi la maggior parte dei dischi che un artista al nostro livello riesce a vendere è ai concerti, e ovviamente anche andare in tour è il modo migliore per farsi conoscere. In questo periodo bisogna fare il 1000% per compensare questa situazione. Per quanto riguarda un live streaming, non è in programma, vista anche la situazione logistica della band. Tre componenti sono di Roma, Davide vive in Abruzzo, e io vivo in Olanda, il che crea chiaramente dei disagi vista la difficoltà di spostamento, ma non si sa mai.

Ho visto più volte il video/film (come lo vogliamo chiamare?) che avete realizzato e devo dire che mi sono emozionato ad ogni visione. Ne ho parlato con alcuni amici e tutti hanno avuto la stessa reazione, in particolare il ritornello “sit with me, hear the silence so loud”, con Davide all’interno del feretro che posa la mano all’altezza della mano della vedova… da lacrime. In realtà avrei diverse domande da fare, ma forse è meglio lasciare carta bianca a voi della band, con la libertà di raccontare tutto quello che desiderate sulla realizzazione di questo piccolo capolavoro.

Davide: come per ogni nostro video, dietro c’è Sanda Movies, ed in particolare Martina L. McLean, che su Beyond The Shores fa anche alcuni scream. Martina è abilissima ad assorbire le tematiche e a tradurle in immagini, ed in questo caso credo si sia superata: un video per un intero brano di quasi 40 minuti credo non sia mai stato concepito finora e chiaramente non è stata un’impresa facile. Salvo qualche imput da parte nostra, e da parte mia soprattutto per la scelta di parte delle location, tutto il lavoro è stato svolto da Sanda Movies, che ha ricamato una storia a dir poco da pelle d’oca. Il fatto di voler lasciare il testo in sovraimpressione è stata una scelta fatta all’ultimo, letteralmente pochi giorni prima di andare online, poiché ci siamo resi conto che, così facendo, si riuscisse ad apprezzare al meglio anche il video stesso, creando un tutt’uno tra musica, parole e immagini. Abbiamo inserito anche i sottotitoli in italiano, opzionali, per offrire la stessa esperienza “multisensoriale” anche a chi non padroneggia l’inglese. La scelta dei luoghi, la montagna, gli spazi aperti, il carro funebre, il cimitero, la vedova, tutto concorre a creare una visione della morte e del morire, delle sensazioni che essi portano con se, dell’impatto che questi eventi hanno su se stessi e sui propri cari.

Una volta entrati in studio avete registrato ben due dischi: il presente Beyond The Shores (On Death And Dying) e il successore. Anche se il nuovo Beyond The Shores è ancora freschissimo, si possono avere delle informazioni sul prossimo album? Non potevate fare come i Guns n’ Roses e pubblicare due dischi separati ma in contemporanea? Si scherza eh, anche gli Arstidir Lifsins hanno inciso due album nella stessa sessione in studio, ma i cd sono usciti a un anno di distanza per ovvi motivi…

Matteo: Non abbiamo mai considerato l’idea di pubblicare due dischi in contemporanea. Pensiamo che entrambi ne perderebbero in termini di attenzione ricevuta, e inoltre le spese per la produzione e la promozione di un disco sono davvero enormi, figuriamoci per due! Davvero non sarebbe stato possibile. Del disco futuro possiamo dire che sarà un disco standard rispetto alla struttura, quindi con più tracce, e che rappresenta una naturale evoluzione del nostro sound, dopo Quiescence e Black Drapes For Tomorrow.

Siamo arrivati alla fine dell’intervista. Intanto vi ringrazio per il vostro tempo e ci tengo a farvi di nuovo i complimenti per un disco davvero bello e profondo come poche volte capita di ascoltare. Volete aggiungere qualcosa?

Davide: Grazie mille per il supporto, spero piaccia anche ai lettori. Vi ricordiamo che potete trovare il nostro disco sia in cd che in vinile ma anche merch su Spikerot.com e su shoresofnull.bandcamp.com

In studio con Mikko Kotamäki degli Swallow The Sun e il produttore Marco “Cinghio” Mastrobuono