Short Folk #2

Shot Folk, ovvero recensioni senza troppi giri di parole. Nove dischi/EP/singoli raccontati in poche righe con la semplicità e la sincerità di Mister Folk. Piccole sorprese e cocenti delusioni dal mondo folk/viking, dritti al punto senza perdere tempo. Il primo capitolo di questa nuova serie di articoli è stato ben accolto, quindi benvenuti nel secondo e buona lettura!

Dryad – Panta Rhei

2018 – EP – autoprodotto

4 tks – 24 mins – VOTO: 6,5

I tedeschi Dryad cambiano pelle e due anni dopo il full-length di debutto The Whispering Hills Of The Hill pubblicano un EP contenente quattro pezzi che trattano nei testi il tema della morte. Se il primo album sorprendeva per la massiccia presenza della tromba – che caratterizzava non poco il sound – Panta Rhei vede l’utilizzo dei più classici violini e violoncello. Il risultato è un suono più tradizionale e di facile ascolto rispetto al primo cd, inoltre le canzoni sono maggiormente curate e la registrazione, pur imperfetta, migliore di quanto fatto in passato. Panta Rhei è quindi un piccolo ma deciso passo in avanti per la formazione guidata dal cantante Sebastian Manstetten.

Helsott – The Healer

2017 – EP – M-Theory

5 tks – 22 mins – VOTO: 6

La cover di The Healer è stata realizzata da Felipe Machado Franco (Iced Earth, Blind Guardian e Rhapsody tra gli altri) ed è forse la cosa migliore del disco. Le cinque tracce dell’EP sono gradevoli, ma certificano ulteriormente la difficoltà della band californiana di fare quel salto di qualità che dopo un certo tempo ci si aspetta da una formazione dedita al lavoro in sala prove quanto in sede live. I cinque pezzi di The Healer sono discreti, a volte piacevoli, ma non colpiscono e svaniscono velocemente senza lasciare traccia.

Kaatarakt – Echoes Of The Past

2018 – EP – autoprodotto

5 tks – 22 mins – VOTO: 7

La copertina troppo digitale non è il miglior biglietto da visita per il secondo EP in carriera degli svizzeri Kaatarakt, ma come dice il saggio “mai giudicare un libro dalla copertina”! Infatti le quattro canzoni (più intro) che compongono il cd sono decisamente valide e a fine ascolto è forte il desiderio di ascoltare da capo l’intero lavoro. Extreme folk metal battagliero e con i suoni potenti, Echoes Of The Past è un dischetto che merita attenzione e che si spera possa essere il passo che precede il full-length di debutto.

Jonne – Kallohonka

2017 – full-length – Playground Music

12 tks – 55 mins – VOTO: 6,5

Il cantante dei Korpiklaani ci prova ancora con un nuovo disco solista, e anche questa volta esce fuori un lavoro gradevole come sottofondo ma che se ascoltato con attenzione lascia piuttosto perplessi. Folk acustico intimo e riservato nelle intenzioni, quel che emerge è però un senso di noia che neanche la cover dei Sepultura Refuse/Resist riesce a spazzar via. Tanta energia e buona volontà non sarebbero meglio utilizzarle per cercare di realizzare un grande disco dei Korpiklaani degno dei primi ottimi cd?

Lex Talion – Nightwing

2017 – EP – autoprodotto

4 tks – 18 mins – VOTO: 6,5

Due brani nuovi, una cover dei Manowar e un pezzo acustico: è chiaro che Nightwing sia prevalentemente un’uscita (solo digitale) buona per far sapere in giro che la band argentina è ancora in attività nonostante il precedente disco risalga a cinque anni prima. I due inediti presentano il sound dei Lex Talion più robusto e incalzante rispetto al passato, con la cover di Battle Hymn – personale anche se non fa gridare al miracolo – che è un giusto tributo ai grandi del passato, e la versione acustica di Nightwing che mostra come la formazione sud americana se la sappia cavare anche senza il distorsore. Dopo anni di attesa, Nightwing è il segnale che c’è vita in casa Lex Talion e che ci si deve aspettare nuova musica a breve.

Storm Kvlt – Demo 2018

2018 – demo – autoprodotto

4 tks – 22 mins – VOTO: 7

Raw pagan black metal nel senso più puro della definizione: registrazione, scream vocals, chitarre stridule e un approccio sincero e diretto rappresentano il lato migliore di questo dischetto pubblicato sia in formato digitale che fisico. Tra sfuriate black metal, riff heavy oriented e giri chitarristici rock’n’roll nell’anima (Der Gott Der Stadt), il mastermind Draugr dimostra di saperci fare sul serio e che non si vuole limitare al “solito” pagan black tirato magari interrotto di tanto in tanto da arpeggi di chitarra acustica. Demo 2018 è un lavoro grezzo ma curato, adatto a chi cerca qualcosa che suoni fresco e personale pur rimanendo all’interno di un genere preciso. 

Sverdkamp – Hallgrimskvadi

2017 – full-length – autoprodotto

10 tks – 50 mins – VOTO: 7,5

Puro viking/black come se ne sente sempre meno. Questo dovrebbe bastare per incuriosire gli amanti delle fredde sonorità nordiche, ma si può anche dire che gli Sverdkamp sanno suonare e a scuola hanno sicuramente studiato quanto insegnato dai maestri Enslaved, Isengard e Hades: ottime le parti cantante con voce pulita e i giri melodici di chitarra, così come sono convincenti le parti più truci e tirate. Hallgrimskvadi ricorda a tutti che il viking metal non è (solo) vichinghi con spadoni e barbe imbrattate d’idromele, ma che sa puzzare di sangue e far paura. Purtroppo il power duo si è sciolto poco dopo questa release, la prima su lunga distanza. Consigliati ai nostalgici e a chi vuole scoprire il caro vecchio viking metal.

Thamnos – Night Of The Raven (EP)

2017 – EP – autoprodotto

3 tks – 12 mins – VOTO: 6

One man band del polacco Mikołaj Krzaczek, Thamnos è un progetto extreme folk metal che molto deve ai primi Eluveitie, quelli più crudi di Spirit e Vên. La sua voce, in particolare, ricorda davvero tanto quella di Chrigel Granzmann e la musica, tolti pochi momenti in cui si concede blast-beat o aperture tastieristiche, è poco personale. L’EP è un concept basato sulla fuga del demone Raven con l’intento di distruggere la terra e della lotta col fratello Thamnos, dio della terra, della vita e della luce, che vuole salvare il mondo. Dodici minuti di durata: troppo poco per un’idea precisa, ma abbastanza per rimandare Thamnos alla prossima uscita, sperando in una maggiore personalità.

Wolfhorde – The Great Old Ones

2017 – EP – autoprodotto

3 tks – 17 mins – VOTO: 6,5

The Great Old Ones è il Tributo che la band di Hukkapätkä, voce e batteria della band, decide di pagare ai maestri del genere. Il sottotitolo del disco, non a caso, è “A Tribute To The Roots Of Finnish Folk Metal” e la scelta ricade su Finntroll, Moonsorrow e Amorphis, ognuna di queste formazioni omaggiata con una canzone. Apre le danze Jaktens Tid, si prosegue con Kylän Päässä e alla fine troviamo l’ottima Sign From The North Side, probabilmente la migliore del lotto per reinterpretazione, tratta dal fondamentale The Karelian Isthmus del 1992. Un EP che ha come unico scopo quello di intrattenere con una manciata di cover in attesa del full-length.

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Kampfar – Profan

Kampfar – Profan

2015 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Dolk: voce – Ole: chitarra – Jon: basso – Ask Ty: batteria

Tracklist: 1. Gloria Ablaze – 2. Profanum – 3. Icons – 4. Skavank – 5. Daimon – 6. Pole In The Ground – 7. Tornekratt

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Una discografia come quella dei Kampfar è cosa rara al giorno d’oggi: sette full-length e una manciata di EP/singoli sempre di grande qualità, senza perdere mai l’ispirazione ma anzi sviluppando un sound personale ormai diventato vero marchio di fabbrica. Oltre venti anni di attività, ma la bontà musicale di Dolk e soci è rimasta invariata nel corso del tempo.

Profan, naturale successore di Djevelmakt, è il manifesto sonoro di una band affiatata e sicura, che in carriera non ha mai sbagliato una pubblicazione e che a ogni album guadagna – meritatamente – sempre nuovi fan. Heimgang e Kvass suonano chiaramente diversi da quello che la band di Bergen propone oggi, ma il trademark è sempre lo stesso, i Kampfar sono diventati dei porta bandiera del pagan black metal più intransigente senza perdere nulla dell’aspetto melodico che li ha sempre contraddistinti.

L’ascolto di Profan porta la mente sempre e solo in un luogo: al centro della più oscura, sinistra e infestata foresta norvegese. La selvatica Gloria Ablaze è l’opener perfetta, dall’incedere minaccioso con le sfuriate black metal e il riffing che si dilata per permettere al cantato (scream e clean) di doppiarsi in un ritornello che sembra al tempo stesso l’urlo di una strega e della sua disperata vittima:

I claim fire
Behind the shade of shadows
There in fire
At the gates, beyond
Beyond the fires of the highest horns
There in fire
Behind the shades of shadows

L’inizio di Profanum è feroce, uno spietato up-tempo dai giri di chitarra affilati, talmente furioso che stupisce (in positivo!) il lungo stacco strumentale con i tipici riff melodici che contraddistinguono i Kampfar dai tempi dell’esordio. Ancora impeto pagano con Icons, brano arricchito dagli immancabili cambi di tempo con Dolk che ripete più volte che noi siamo “icons of filth”. Nella difficile scelta del “brano migliore” del cd, potrebbero starci i sette minuti di Skavank: tutto gira alla perfezione, dalle bordate estreme alle parti più groove e oscure durante le quali sembra di poter vedere le creature della notte aggirarsi tra gli alberi. La capacità della band di assemblare canzoni di elevata qualità, varie musicalmente e soprattutto in grado di scatenare nell’ascoltatore reazioni importanti, sono il segreto che accompagna i Kampfar dal giorno della fondazione in quel lontano 1994. Il Didgeridoo suonato dall’ospite Geir Torgersen viene presto avvicinato dal pianoforte per un inizio canzone diverso dal solito: Daimon è una composizione particolare che non vuole rispettare le regole che tutte le band conoscono, con un finale nel quale le stesse frasi vengono ripetute più volte da un Dolk quasi sciamano per un risultato ipnotico. Pole In The Ground è puro black metal, violento e oscuro, spaventoso e inquietante quanto il testo:

Night terror
The sun has been blocked,
Crippled by darkness
Burning despair
From the shadow keeper

Dopo il viaggio nell’oscurità offerto da Pole In The Ground, la “semplice” Tornekratt è quasi un ritorno alla luce. Una luce però smorzata dalle nuvole scure che circondano la canzone: dopo i primi minuti di buona qualità arriva la sorpresa situata al centro della composizione, ovvero un signor chorus in pulito da parte del frontman che stupisce e risveglia tutti quanti, anche coloro che sono ipnotizzati dai boscosi riff di chitarra opera dell’ex Mistur (ma nella band dal 2011) Ole Hartvigsen.

Profan è ottimo sotto tutti i punti di vista. I musicisti sono di prima categoria e quando si ascoltano dei fraseggi in grado di emozionare l’ascoltatore allora vuol dire che si è dinanzi a un lavoro sicuramente degno di nota. La produzione aiuta senz’altro: suoni e volumi sono potentissimi e cristallini, ma il retrogusto di sporco – sicuramente un collegamento voluto con il proprio passato musicale – che pervade l’intero cd è il valore aggiunto all’intero lavoro svolto in studio da parte di Hartvigsen.

Profan è l’ennesimo disco convincente dei Kampfar, che rafforza lo status raggiunto dalla band a suon di lavori ineccepibili, fedele alla tradizione ma che non disprezza piccole novità che rendono il sound attuale. Dopo oltre venti anni di carriera una band di metal estremo, forse, non può chiedere di più.

Kampfar – Djevelmakt

Kampfar – Djevelmakt

2014 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Dolk: voce – Ole Hartvigsen: chitarra – Jon Bakker: basso – Ask: batteria

Tracklist: 1. Mylder – 2. Kujon – 3. Blod, Eder og Galle – 4. Swarm Norvegicus – 5. Fortapelse – 6. De Dødes Fane – 7. Svarte Sjelers Salme – 8. Our Hounds, Our Legion

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Le gambe appesantite dal fango, alto fino alle caviglie, l’odore di erba bagnata e terrore nell’aria, un rumore inesistente di passi che entra nel cervello fino a farlo impazzire. Bloccato e braccato, con i tronchi degli alberi che fanno da scudo verso l’ignoto ma che rinforzano il senso di paura e angoscia, consapevole che il demone che muove i musicisti norvegesi sotto al nome Kampfar mi raggiungerà e non avrà pietà di me.

Così è ogni volta che esce un nuovo lavoro della band capitanata da Dolk: l’odore della terra umida e del sottobosco più intimo si fa largo nelle mie narici, la consapevolezza che dinanzi alla smisurata potenza della Natura siamo nulli e impotenti. E poi quell’iniziale urlo straziante, feroce, inimitabile per quanto ci si sforzi per genuinità e cuore:

Helvete! I forbannede!
Helvete! I som er beredt
Helvete! Djevelen og hans engler
Helvete!
En manifestering av hat
i et fravær av lys

L’opener Mylder vale da sola l’acquisto del sesto full length (il primo su Indie Recordings) dei Kampfar: gli oltre sei minuti e mezzo di durata volano via con la stessa rapidità con cui i riff di chitarra (e il potente drumming di Ask) cambiano volto più volte alla canzone. Le atmosfere sono quelle “classiche” alle quali ci hanno abituato i quattro norvegesi, ma non mancano piccoli particolari, dettagli che permettono al sound di suonare “classico” ma al contempo evoluto. Il songwriting è, difatti, quello che da anni caratterizza il combo norvegese, ma il recente cambio di line up, con il nuovo chitarrista Ole Hartvigsen che ha sostituito lo storico Thomas Andreassen (in verità uscito dalla band da qualche anno), ha dato al gruppo nuova linfa vitale. Un cambio di formazione passato inosservato, ma che ha portato in dote ai Kampfar un musicista esperto e di qualità, come testimonia anche il disco Attende che Hartvigsen ha inciso, come bassista, con i Mistur, una formazione decisamente – e ingiustamente – sottovalutata. La seconda traccia Kujon ha un bel groove, meno soffocante rispetto all’opener ma non per questo meno feroce. Si tratta di un’aggressività diversa, più “elaborata”, con arpeggi semi-puliti, accordi aperti e riff melmosi come solo i Kampfar sanno fare. Dopo una breve introduzione gotica alla The Vision Bleak fa il suo ingresso l’affilta Blod, Eder og Galle, up tempo dai riff brutali sui quali Dolk costruisce una litania maledetta da far venire i brividi. Piccoli – azzeccatissimi – inserti di tastiera rendono ancora più monumentale la canzone che, sicuramente, in sede live non farà prigionieri. Swarm Norvegicus è maggiormente atmosferica, con le trame di chitarra in primo piano e le strazianti urla di Dolk, un frontman di razza superiore, a dilaniare la carne dell’ascoltatore. Note di pianoforte portano a Fortapelse, composizione che alterna momenti di oscura violenza ad altri maggiormente aperti e adatti all’headbanging. L’ascolto di Djevelmakt prosegue senza un attimo di tregua: è il momento di De Dødes Fane, killer song la quale, all’interno dei suoi cinque minuti di durata, riassume tutte le caratteristiche e gli umori musicali dei Kampfar targati 2014. Svarte Sjelers Salme è caratterizzata da una melodia sinistra sulla quale Dolk gioca molto, mentre nelle strofe – veloci e dirette – non si può far altro che tenere il tempo con dita, piedi e testa, come rapiti da un’estasi malefico-musicale. Il gran lavoro di Ask alla batteria è il motore dei Kampfar e non c’è una traccia durante la quale si mette particolarmente in evidenza in quanto tutte e otto le canzoni lo vedono protagonista con un drumming potente e preciso, dinamico e ricco di cambi di tempo. L’ultima canzone di questo gran bel cd è Our Hounds, Our Legion: il primo minuto è un semplice arpeggio di chitarra dal sapore neofolk, mentre il proseguo si sviluppa nel più classico pagan black metal che da venti anni rende la band di Bergen una dei massimi esponenti del genere.

La produzione è rozza nell’anima, ma grandiosa e perfetta per potenza e pulizia: tutto quel che serve per far suonare un disco come Djevelmakt in maniera spaventosa Peter Tägtgren e Jonas Mats Kjellgren (Immortal, Amorphis, Belphegor ecc.) lo hanno fatto, e meritano – come sempre accaduto in carriera – un sincero applauso. La copertina, invece, è l’unione di tre dipinti: la base risale al 1981 ed è dell’artista  polacco Zdzisław Beksiński, con altre due tele che sono stage “aggiunte” per creare l’effetto finale, e sono una dello stesso Beksiński e l’altra dell’inglese John Charles Dollman.

Il 2014 è già un buon anno grazie a Djevelmakt, album di altissima qualità che rafforza ulteriormente un nome, quello dei Kampfar, troppo spesso “dimenticato” quando si parla di grandi gruppi.