Free Download parte V

Quinto appuntamento con la rubrica FREE DOWNLOAD! Questa volta sono sette le band che mettono a disposizione gratuitamente (e legalmente) la propria musica, bastano pochi click per scaricare tanta nuova musica! Buon ascolto!!!

DELION

La band svizzera Delion, nata nel 2010, ha recentemente pubblicato l’EP Tales Of The Northern Real, successore del demo The Beginning dell’anno precedente. Lo potete scaricare QUI.

ATLAS PAIN

I giovani milanesi Atlas Pain hanno reso disponibile il proprio demo di tre pezzi: date un ascolto attento a questo gruppo, se lo meritano! PS – a breve Mister Folk pubblicherà recensione e intervista! Trovate il file QUI.

ELDERTALE

Questo gruppo ucraino dal bellissimo logo ha esordito a fine giugno con Land Of Old, EP digitale di folk metal contenente tre pezzi. Fatelo vostro cliccando QUI.

SONS OF CROM

Il duo viking metal Sons Of Crom ha sorpreso positivamente con la pubblicazione dell’ottimo Victory (QUI la recensione), bissato pochi mesi dopo con il singolo Conqueror (luglio 2014), antipasto del full length Riddle Of Steel, in uscita a metà settembre. Tramite Bandcamp potete scaricato il bel singolo.

MORIQUENDI

One man band francese, ha pubblicato nel 2012 l’EP Nivlennus, lavoro black/folk metal di sette brani. Il disco lo trovate QUI.

FROZEN SHIELD

Da Barcellona arriva una nuova realtà in ambito folk/viking: i Frozen Shield hanno pubblicato sul proprio Bandcamp l’EP di debutto di tre pezzi.

HOK-KEY

I bielorussi Hok-Key sono in attività da circa 20 anni, ma solamente dal 2007 sono riusciti a pubblicare del materiale, per la precisione due singoli, un EP e quattro full length. L’ultimo di questi, Znak Biady, è disponibile sul sito della band.

Eluveitie – Origins

Eluveitie – Origins

2014 – full-length – Nuclear Blast Records

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Chrigel Glanzmann: voce, mandolino, bodhrán, tin e low whistles, gaita – Rafael Salzmann: chitarra – Ivo Henzi: chitarra – Päde Kistler: cornamusa, whistles – Nicole Ansperger: violino – Anna Murphy: ghironda, voce – Kay Brem: basso – Merlin Sutter: batteria

Tracklist: 1. Origins (Intro) – 2. The Nameless – 3. From Darkness – 4. Celtos – 5. Virunus – 6. Nothing (Intermezzo) – 7. The Call Of The Mountains – 8. Sucellos – 9. Inception – 10. Vianna – 11. The Silver Sister – 12. King – 13. The Day Of Strife – 14. Ogmios – 15. Carry The Torch – 16. Eternity

eluveitie-originsOgni disco degli Eluveitie è un piccolo evento: fan e critica sanno in anticipo che l’album sarà destinato a dividere gli ascoltatori, al di là della qualità delle composizioni. Origins sembra non fare molta differenza, ma se confrontato con gli ultimi Everything Remains As It Never Was ed Helvetios si può notare immediatamente una maggiore compattezza e canzoni mediamente più ispirate, anche se, è bene dirlo subito, i tempi di Spirit e Slania sono decisamente lontani e, forse, destinati a non tornare più.

La line-up della band è cambiata: Rafael Salzmann ha sostituito Sime Koch alla chitarra, apportando uno stile diverso rispetto al predecessore e ricevendo dal mastermind Glanzmann ben tre spazi dove inserire dei brevi assoli, fatto inusuale per gli Eluveitie. Al violino non è più presente la storica Meri Tadić, con il gruppo dal demo del 2003, al suo posto è subentrata Nicole Ansperger, la quale ha avuto un posto di rilievo nei brani e nel missaggio finale.

Il sesto full length degli elvetici è una sorta di concept album dove viene raccontata la nascita dei miti e delle leggende legate alle origini dei Celti. La copertina, apparentemente insulsa, è invece l’aureola del dio Sucellos, divinità delle bevande alcoliche, dell’agricoltura e delle foreste. Leggendo i testi è possibile capire la qualità e la bontà del lavoro di Glanzmann per la stesura delle lyrics, aiutato come sempre da diverse persone esperte del settore storico/mitologico. Proprio i testi, mai banali, sono il fiore all’occhiello degli Eluveitie: da anni ormai il combo svizzero ha abituato i propri ammiratori a lyrics profonde e concrete, interessanti e ispirate.

L’inizio del disco è ottimo: dopo Origins (intro) partono a raffica The Nameless e From Darkness, due bordate che ricordano i vecchi gloriosi tempi, ma senza il senso di nostalgia che spesso fa risultare le canzoni “vecchie” e prevedibili. Ritmi serrati e piacevoli fraseggi folk/celtici sono il trademark della band, e in questi brani i musicisti riescono a esprimersi al proprio meglio. Celtos è un’ottima semi-ballad, definizione da prendere con le pinze, dal forte sapore celtico, dove le voci di Glanzmann e Murphy si alternano/intrecciano con grande gusto e bravura, realizzando un brano orecchiabile ma non scontato, ricercato e fresco. Virunus è un pezzo più diretto e non particolarmente originale, con il pregio di avere delle buone parti con gli strumenti folk in evidenza.

Dopo l’intermezzo Nothing è il turno di The Call Of The Mountain, canzone scelta come singolo e divenuta in poco tempo pietra dello scandalo e al contempo conferma della grandezza della band, a seconda dei punti di vista. Si tratta di una composizione molto catchy dove la voce protagonista è quella di Anna Murphy: il risultato, come prevedibile stando anche agli ultimi lavori, si può definire come una sorta di una sorta di Evanescence del folk metal. I primi secondi del ritornello, inoltre, ricordano vagamente quello di Shot In The Dark degli olandesi Within Temptation (tratta dall’album The Unforgiving del 2011), ma bisogna ammettere che le linee vocali e la semplice sequenza di note di The Call Of The Mountain fanno il loro dovere e dopo pochi ascolti è molto difficile non canticchiare il chorus. La canzone è disponibile tramite iTunes anche nelle lingue della Svizzera, ovvero tedesco, francese, romancia e italiano: la versione nel nostro idioma si fa rispettare anche grazie alla pronuncia della Murphy. Eperimenti simili, e decisamente meno riusciti, tornano facilmente alla memoria, come alcuni brani dei Manowar o la terrificante Frutto Del Buio dei Blind Guardian (A Night At The Opera del 2002), con il testo tradotto in italiano dal giornalista Sandro Buti, all’epoca penna di punta della rivista Metal Hammer. La successiva Sucellos parte con un riff moderno per poi proseguire con il prevedibile mix di death melodico e incursioni di strumenti folk. Molto simile per approccio e stile è Inception, la quale si rivela piuttosto superflua. Molto delicata e dal sound morbido, Vianna è uno dei pezzi forti di Origins, dove la voce principale è quella di Anna Murphy con Glanzmann che compare unicamente nel ritornello a due voci. Si ritorna al sound pesante con The Silver Sister, un brano possente e ben riuscito, posto in mezzo a due canzoni che fanno della melodia l’arma vincente. Si prosegue infatti con King, altro singolo utilizzato per promuovere Origins prima della pubblicazione. Il groove, le facili melodie (in senso positivo) e la voce di Chrigel Glanzmann sono le armi vincenti della traccia. La vera nota positiva dell’evoluzione degli Eluveitie è proprio il frontman: il musicista/cantante, difatti, è diventato sempre più sicuro delle proprie capacità vocali, e album dopo album le sue prestazioni sono migliorate fino a giungere alla imponente prova su questo disco. The Day Of Strife è un altro classico pezzo alla Eluveitie, con parti folk che danno respiro tra strofe tirate e ritornelli accattivanti: tutto già sentito una marea di volte, ma fatto molto bene. Carry The Torch, preceduta da un inutile intermezzo, mostra inizialmente il lato più melodico della band dove, tra l’altro, per una volta esce dalla classica e abusata struttura intro-strofa-melodia-ritornello. Il pezzo è piuttosto elaborato, con cori, riff massicci leggermente diversi da quanto sentito nelle precedenti tracce e delle linee vocali particolarmente efficaci. Eternity è l’outro del disco, due minuti e mezzo atmosferici che portano con delicatezza Origins alla conclusione.

Diversi i punti negativi o per lo meno non positivi. Sedici canzoni per cinquantasette minuti di durata sono, per un tipo di disco come questo, decisamente troppe. Come dico sempre, meglio qualche canzone in meno (chiaramente le meno riuscite) per favorire la qualità e la scorrevolezza del cd; i pezzi meno ispirati possono comunque essere utilizzati per EP o singoli digitali.

Altra cosa non positiva è l’omogeneità delle parti folk: Päde Kistler, Nicole Ansperger, Anna Murphy e Chrigel Glanzmann sono musicisti preparati, ma è innegabile che gli Eluveitie più interessanti da questo punto di vista siano stati quelli con i fratelli Kirder (dove live rendevano tantissimo) e Meri Tadić in formazione.

La produzione è potentissima e tutti gli strumenti sono bilanciati in maniera perfetta. Il lavoro svolto in studio è di grande qualità e il risultato è eccellente. Il sound della band è riconoscibile in pochi attimi e gli Eluveitie sono uno dei pochi gruppi della scena folk metal con una personalità forte e unica.

Nota interessante, sono presenti come ospiti la musicista Christine Lauterburg e l’attore Alexander Morton, visto sul grande schermo per la pellicola misconosciuta, ma assolutamente valida, Valhalla Rising.

Origins è un lavoro sincero e molto curato, in grado di regalare momenti di grande musica ma anche di stancare in alcune parti dopo non molti ascolti. Sicuramente un passo avanti rispetto alle ultime uscite, ma la band svizzera può e deve fare molto di più.

Live Report: Montelago Celtic Festival 2014

MONTELAGO CELTIC FESTIVAL – XII EDIZIONE

1-2 AGOSTO 2014, ALTOPIANO DI COLFIORITO (MC)

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NB: il report si riferisce alla sola giornata di sabato 2 agosto.

Il Montelago Celtic Festival è un appuntamento fisso per ogni amante della musica e del sano divertimento. Non importa se negli altri trecentosessantatre giorni si ascolta metal, blues o indie rock, il MCF ha la capacità di adunare ventimila persone e farle divertire, emozionare e ballare tutte quante.

L’altopiano di Colfiorito (MC) è splendido più che mai, soprattutto dopo un anno nella caotica (ma comunque bellissima) Roma: il verde dei boschi e l’azzurro del cielo sembrano usciti dai quadri preraffaeliti dei maestri inglesi dell’800, il terreno – tolta l’area per il campeggio – è compatto e asciutto nonostante gli acquazzoni dei giorni precedenti, e di questo si possono solo ringraziare gli Dei. L’aria fresca e pulita accoglie ogni spettatore, i suoni in lontananza di cornamuse o del simpatico speaker che commenta il torneo di rugby mette di buon umore… insomma, tutto perfetto anche per la XII edizione del festival druidico dell’Appennino umbro-marchigiano!

Anche questa volta io e Persephone confermiamo le impressioni avute negli scorsi anni: il Montelago Celtic Festival è il miglior evento al quale abbiamo mai partecipato, sia da spettatori che da reporter. L’ospitalità del personale, a partire dai botteghini per concludere con la security, è impressionante, tutti gentilissimi e cordiali come è impossibile da trovare in un festival che raccoglie così tante persone. Il lavoro di noi addetti ai lavori viene semplificato al modo, l’organizzazione è una macchina perfetta ormai rodata e sicura. Anche questo rende MCF unico.

Come sempre, il programma è ricco di eventi, incontri, corsi e attività di vario tipo. La Tenda Tolkien ha visto, tra le altre cose, la presentazione del mio libro Folk Metal. Dalle Origini Al Ragnarök (Crac Edizioni) e le conferenze sui alcuni grandi amori come quello tra Aragorn e Arwen e tra Robin e Marian, sulla storia della cornamusa e gli strumenti musicali della tradizione celtica, oltre ai deliziosi matrimoni celtici. Non mancano corsi di cornamusa, arpa e chitarra acustica a cura di veri maestri dello strumento.

La cornice del mercatino è, al solito, entusiasmante, e le bancarelle sono più varie e interessanti che mai: artigianato a tema, libri, riproduzioni di armi, bottiglie di alcool di rara reperibilità e tanto altro ancora sono solo alcuni dei temi trattati dai mercanti, ce n’è per tutti i gusti! Presente anche lo spettacolare torneo di rugby seven e i vari giochi celtici, seguitissimi e con tanti partecipanti che decidono di mettersi alla prova. Il Mortimer Pub è sinonimo di buona birra, musica di qualità e un punto di ritrovo come ce ne vorrebbero in tutte le città d’Italia. L’accampamento storico è sinonimo di qualità: i gruppi di rievocatori presenti sono tra i migliori in Italia e la battaglia che di rito si svolge il sabato alle 20 è tra le cose più spettacolari ed emozionanti dell’intero Montelago Celtic Festival.

La musica è, come sempre, uno dei punti focali della manifestazione. Quest’anno l’organizzazione ha voluto introdurre qualche elemento di novità al sound tradizionale del festival, fatto in se positivo e coraggioso. Dopo l’accensione dei Sacri Fuochi, alle 21 è iniziata la musica sul palco principale, proseguendo fino all’alba. Le brave Medieval Divas rappresentano la novità positiva: tre danzatrici bellydance che hanno portato aria fresca e attirato l’attenzione anche dei più distratti grazie ad uno spettacolo sicuramente “diverso” che ha sicuramente ripagato la fiducia ricevuta. Dopo di loro è stato il turno dell’Elfic Circle Project del grande Andrea Seki e del “boss” Paolo Alessandrini, ideatore del The City Of Rome Celtic Festival, alle prese con sonorità indo-celtiche di grande impatto e, al contempo, delicatezza. Alle 22.15 è il turno dei Mortimer McGrave, semplicemente i padroni del MCF. Suonano ogni anno e continuano a far divertire, cantare e saltare praticamente tutti quanti. Lo show è stato – come al loro solito – di gran qualità, confusionario e irriverente, con alcune classiche gag e momenti di grande musica. La grande bravura dei musicisti non smette mai di sorprende, anche a chi, come il sottoscritto, conosce i vari Andy Silver e Vinnie Sportello di kurnalcooliana memoria ormai da quasi venti anni. Lo spettacolo messo in piedi da Mortimer e Pisellò non ha rivali e la platea non può far altro che lasciarsi trascinare dalle note della band e ballare, saltare, ballare, sorridere e ballare ancora.

I francesi Celkilt sono saliti sul palco belli carichi per riversare sul pubblico il loro massiccio e allegrissimo folk rock: nonostante un viaggio lungo, quattordici ore per raggiungere la sede del festival, i cinque musicisti hanno suonato con grande energia, saltando e correndo per il palco per tutta l’ora dello show. Assolutamente da menzionare l’hit Everyday’s St Patrick’s Day, canzone cantata a gran voce dalle migliaia di persone sotto al palco. Cambio di sonorità con i The Sidh, band che propone un particolare e nuovo insieme di sonorità, con la tastiera in grande evidenza: un sound che non mi ha entusiasmato, anche se buona parte del pubblico ha risposto positivamente al “dance folk” (definizione ascoltata un paio di volte da persone vicine a me mentre il gruppo era sul palco). Si torna al “classico” con i Next Stop Band, ultima band vista prima del crollo fisico che mi ha costretto a tornare nel camper prima del tempo (circa le 4 del mattino). Tra cover di vecchi leoni (Ac/Dc) e pezzi dal sapore country americano, anche grazie a una grande presenza sul palcoscenico e alla bravura dei musicisti, i lombardi (con Daniele Zancheddu dei Kalevala hms alla chitarra) hanno conquistato gli spettatori con uno spettacolo completo e diverso da tutto quello visto in precedenza. L’ora e l’alcool ci hanno costretto al rientro anticipato al camper, perdendo, purtroppo, la prova dell’ultimo gruppo in scaletta, gli Oloferne.

Cosa rimane della dodicesima edizione del Montelago Celtic Festival? Un’incredibile serie di sorrisi, abbracci e brindisi con amici vecchi e nuovi, tanto divertimento a suon di musica, momenti di grande commozione e una sensazione di libertà e vitalità che nei restanti giorni dell’anno si fatica anche solo a immaginare. Appuntamento per il 2015, caro Montelago, sempre con la speranza di incontrare il mitico Valeriooooo!!!

Testo: Mr. Folk – Foto a cura di Persephone

Eluveitie – Helvetios

Eluveitie – Helvetios

2012 – full-length – Nuclear Blast Records

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Chrigel Glanzmann: voce, mandolino, gaita, bodhrán, tin e low whistle – Ivo Henzi: chitarra – Sime Koch: chitarra – Meri Tadić: violino – Anna Murphy: ghironda, voce – Päde Kistler: cornamusa, whistles – Kay Brem: basso – Merlin Sutter: batteria

Tracklist: 1. Prologue – 2. Helvetios – 3. Luxtos – 4. Home – 5. Santonian Shores – 6. Scorched Earth – 7. Meet The Enemy – 8. Neverland – 9. A Rose For Epona – 10. Havoc – 11. The Uprising – 12. Hope – 13. The Siege – 14. Alesia – 15. Tullianum – 16. Uxellodunon – 17. Epilogue

eluveitie-helvetiosIn questi giorni mi sembra di vivere (finalmente!) in un paese scandinavo, tanta è la neve che copre la terra, donando al paesaggio, già di partenza affascinante, quel qualcosa di favolistico e spietato al tempo stesso. Al di là dei problemi logistici, non esiste occasione migliore per tornare bambini e fare pupazzi di neve personalizzati nelle maniere più originali, oppure decidere di andare a passeggiare sui monti in cerca del silenzio più assordante, allontanandosi dalla civiltà che sempre meno mi piace. Guardandomi attorno, contemplando gli alberi carichi di neve fino a piegarli e con la speranza di non incontrare una famiglia di cinghiali, intono le parole del ritornello di Luxtos. Allo stupore iniziale segue un’attenta riflessione sulla qualità del nuovo disco degli svizzeri Eluveitie, arrivati al traguardo del quinto full length. Effettivamente il brano è davvero ben fatto, un pezzo che dal vivo farà sfracelli, capace di entrare nella testa dell’ascoltatore fin dai primi giri nel lettore. Ma il resto delle canzoni? Qualche melodia di Santonian Shores, il riff portante di Havoc (uguale a tanti altri, in verità) e il ricordo del fastidio provato ascoltando A Rose For Upona e l’imbarazzante Alesia. Eppure l’album è composto da ben diciassette tracce, ma evidentemente hanno poco da dire.

L’album, anche esso su Nuclear Blast, è un netto miglioramento rispetto a Everything Remains As It Never Was, e i motivi sono molteplici: la qualità media delle composizioni è leggermente migliorata, le canzoni odorano maggiormente di natura e all’interno di Helvetios ci sono effettivamente diversi brani sopra la media. Sono fortunatamente messi da parte i riff sporchi di influenze metalcore, così come non ci sono più i ritornelli ruffiani con voce pulita. Al loro posto però ha preso spazio la voce di Anna Murphy, con risultati tecnicamente non spregevoli, ma in contesti semplicemente fuori luogo in un disco extreme folk metal.

Ad aprire l’album, dopo il tradizionale intro, è Helvetios, e sin dalle prime note è possibile notare come la ghironda della Murphy sia posta in evidenza dal missaggio. La canzone non è niente di esaltante, ma è comunque un classico buon inizio alla Eluveitie, tra momenti dove gli strumenti tradizionali hanno maggiore spazio e riff di matrice svedese. Le note positive proseguono con quella che probabilmente è la migliore canzone del disco, ovvero Luxtos: tempi medi, chitarre semplici che seguono la melodia e un ritornello che esplode in tutta la sua potenza, dove finalmente Chrigel Glanzmann tira fuori una linea vocale leggermente diversa rispetto a quanto fatto nei dischi passati. L’inizio “grasso” di Santonian Shores è uno dei momenti migliori di Helvetios, anche se il prosieguo è forse scontato tra riff stoppati e ritornelli ariosi: scontato, ma decisamente ben fatto. Meet The Enemy vede la partecipazione come ospite del bravo Fredy Schnyder dei Nucleus Torn, e non a caso la parte strumentale risulta essere davvero interessante. Un riferimento al testo: Meet The Enemy è ambientato nel 58 a.C. e parla dell’“incontro” tra gli Elvezi e le legioni romane di Giulio Cesare, quindi un brano dove rabbia e violenza si sposano bene con l’aggressività della musica. Breve – due minuti e quarantacinque secondi – è The Siege, traccia sparata, diretta, divertente e con un bel violino in evidenza per oltre metà brano. Le varie Home, Havoc (dal piglio leggermente irlandese per quel che riguarda le melodie), The Uprising, Neverland che si distingue per il ritornello catchy e la conclusiva Uxellodunon (quest’ultima trascina stancamente l’ascoltatore alla conclusione dell’album con Epilogue) sono pezzi già ascoltati nei precedenti dischi, con i soliti riff ignoranti di death melodico, i bridge dove compaiono i vari violini, cornamusa e tin whistle prima del ritornello maggiormente melodico. Canzoni che sono fin troppo prevedibili, e quindi di fatto filler e niente di più.

Non mancano ovviamente le note negative: innanzitutto diciassette tracce per cinquantanove minuti di durata sono troppe, anche se ben cinque di esse sono intermezzi o intro-outro, che avranno sicuramente un significato all’interno del disco, ma che dal secondo ascolto in poi si skippano rapidamente. Le parti folk sono all’incirca tutte uguali, eseguite in maniera perfetta, ma anche meccanica, il che per un gruppo folk metal non è proprio il massimo. L’unico momento diverso rispetto al resto è lo scorcio di luce che gode il violino durante The Siege. Alcune canzoni semplicemente non riescono a decollare a causa di un appiattimento delle chitarre che ripetono sempre gli stessi giri, non osando mai qualcosa di diverso o di nuovo, e non brillando in qualità quando sono alle prese con gli ormai consueti riff di scuola Dark Tranquillity post 2000.
Infine, ci sono le due pietre dello scandalo, due canzoni che l’amante del folk non vorrebbe ascoltare in questo contesto: A Rose For Upona e Alesia. La prima è una sorta di power ballad ruffiana con Anna Murphy alla voce, un pezzo che stona nel contesto musicale creato dalle altre composizioni. Alesia, dove Giulio Cesare fece costruire un doppio anello di fortificazioni per assediare la città e poi proteggere le sue legioni dalla controffensiva dei Galli, ha invece un retrogusto americano, una gomma da masticare all’europea, per una sorta di Evanescence del folk, a partire dal pianoforte iniziale al quale si sovrappone la voce femminile e un riffing tipico d’oltreoceano. Il ritornello, cantato a due voci con l’ausilio di Chrigel Glanzmann, è quanto di più commerciale ci si possa aspettare, e non bastano la strofa seguente leggermente più “cattiva” e lo stacco melodeath a far cambiare idea. Anche Inis Mona era un singolo ruffiano, ma quello era un brano più ricercato, più sincero e semplicemente più bello da ascoltare.

La spontaneità e il sound fresco di Spirit e Slania sono decisamente lontani, eppure in questo Helvetios gli Eluveitie riescono, in alcuni frangenti, a riaccendere quella fiammella che li aveva portati all’attenzione del pubblico con i vecchi lavori, prima dell’esplosione mediatica e di vendite.

Helvetios è un disco che dà tutto nei primi tre-quattro ascolti e non cresce oltre, non trasmette nulla in quelli successivi, non regala particolari inizialmente sfuggiti, né tantomeno emozioni di qualunque tipo, ma questo è ormai la normalità per una band fredda come poche.

Anche qui, come per Everything Remains As It Never Was tutto è perfetto: produzione, cura dei dettagli, potenza, e proprio come Everything Remains As It Never Was è un disco formalmente perfetto, ma privo di cuore.

Come sono lontani i tempi dove i gruppi folk (Otyg e Storm in primis) sapevano emozionare!

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata (febbraio 2012) per il sito Metallized.

Eluveitie – Everything Remains As It Never Was

Eluveitie – Everything Remains As It Never Was

2010 – full-length – Nuclear Blast Records

VOTO: 6 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Chrigel Glanzmann: voce, tin e low whistle, cornamusa, mandola – Sime Koch: chitarra – Ivo Henzi: chitarra – Päde Kistler: cornamusa, tin e low whistle – Anna Murphy: ghironda, flauto, voce – Meri Tadić: violino – Kay Brem: basso – Merlin Sutter: batteria

Tracklist: 1. Otherworld – 2. Everything Remains As It Never Was – 3. Thousandfold – 4. Nil – 5. The Essence Of Ashes – 6. Isara – 7. Kingdom Come Undone – 8. Quoth The Raven – 9. (Do)minion – 10. Setlon – 11. Sempiternal Embers – 12. Lugdūnon – 13. The Liminal Passage

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Un merito va sicuramente riconosciuto agli Eluveitie: sanno sorprendere.

Hanno sorpreso con il debutto Spirit del 2006: un sound che miscelava sapientemente folk e death svedese. Hanno continuato a sorprendere nel 2008 con l’uscita di Slania, dove le influenze death metal si sono fatte più prepotenti relegando spesso la componente folk in secondo piano: un ottimo lavoro, fresco e ben fatto. Hanno sorpreso praticamente tutti con il successivo album targato 2009: Evocation I: The Arcane Dominion è l’album che nessuno si aspettava, mettendo da parte i chitarroni distorti e le urla in growl per far affiorare nuovamente l’aspetto folk nelle loro canzoni, per quello che però non si può considerare un lavoro del tutto riuscito, ma che testimonia(va) la volontà della band svizzera di non ripetersi.

Arriviamo all’album oggetto della recensione, ovvero Everything Remains As It Never Was, anno domini 2010. La prima cosa che si nota è che i nostri otto musicisti non amano starsene con le mani in mano, confezionando il quarto album in cinque anni. Ed ovviamente non manca il fattore sorpresa che aveva caratterizzato i precedenti lavori, tuttavia non proprio in positivo.

Skippando velocemente il brutto intro si giunge alla title-track, che mette in mostra tutti gli elementi sonori che caratterizzano gli Eluveitie targati 2010, ovvero chitarre robuste, parti folk piazzate al momento giusto ed un ritornello ammiccante. La seguente Thousandfold evidenzia ulteriormente la ricerca degli svizzeri di un chorus capace di far presa fin dal primo ascolto, per quello che è uno dei momenti migliori dell’album, mentre con la terza canzone in scaletta, Nil, i nostri spingono un pochino l’acceleratore, creando un discreto muro sonoro. The Essence Of Ashes è in parte composta da riff che molto devono alla Svezia di metà anni ’90, (quello iniziale è identico a Hedon dei Dark Tranquillity – sicuramente una citazione voluta, tanto più che nel resto della canzone non viene ripreso) e in parte dai loro “soliti” tempi stoppati arricchiti dagli strumenti tipici suonati dal nuovo arrivato Päde Kistler. Distesi su un verde e fresco prato di montagna con il viso rivolto verso il limpido cielo azzurro: questo fanno “vivere” le dolci melodie di Isara, break strumentale di pregevole fattura. Tornano le chitarre distorte e il vocione growl di Chrigel Glanzmann in Kingdom Come Undone, classica canzone con la struttura riff pesante-parte folk-ritornello, ormai loro marchio di fabbrica che in realtà inizia ad essere fin troppo prevedibile. Quoth The Raven si fa notare per il ritornello cantato da Anna Murphy e non basta la lunga cavalcata strumentale per non farla risultare come la canzone più debole dell’album. Le cose migliorano con (Do)minion, mid tempo cupo che colpisce fin dal primo ascolto, portando qualcosa di nuovo ad un sound – a questo punto si può dire – che pericolosamente inizia ad esser già vecchio. Setlon è un altra strumentale di breve durata che, a differenza di Isara, non colpisce e non evoca particolari pensieri; Sempiternal Embers è un riempitivo del quale non se ne sentiva il bisogno, anch’esso con la classica struttura menzionata per Kingdom Come Undone. Ultima canzone “vera” è Lugdunon, brano che avrebbe fatto ottima figura anche nel precedente Evocation I: The Arcane Dominion grazie all’alternarsi di voci growl e pulite, deliziose melodie folk ed una struttura un po’ meno standard (c’è anche un assolo di chitarra!); è certamente l’episodio più interessante e riuscito del lotto. Chiude The Liminal Passage, outro affidato prevalentemente alla bravura di Pade Kistler, ma che non è nemmeno lontanamente paragonabile all’Andro di Spirit-iana memoria.

La sensazione che mi rimane ad ascolto terminato è di un album freddo, non in grado di trasmettere emozioni, povero sia di parti folk veramente godibili sia di parti tipicamente metal di buon valore (ricordate Bloodstained Ground o Tarvos, per andare indietro di solo due anni?). Convinzione mia (e di non poche persone frequentanti avvezze al folk metal) è che la Nuclear Blast li abbia spinti in questa direzione, “consigliando” una semplificazione delle strutture che compongono le canzoni a favore di una certa staticità e linearità (ed ecco l’effetto “già so che ci sarà un cambio di tempo con la melodia che fa così”), cercando la loro “commercializzazione” (per favore, notate le virgolette), qualora il termine possa essere usato per brani di extreme folk metal con voce growl.

Il voto considera la scarsa vena creativa, le “non emozioni” e le soluzioni spesso scontante, ma anche l’ottima produzione e la realizzazione di un cd formalmente perfetto ed inattaccabile sotto molti aspetti.

Perfetto sì, ma privo di cuore.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Alestorm – Sunset On The Golden Age

Alestorm – Sunset On The Golden Age

2014 – full length – Napalm Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Christopher Bowes: voce, tastiera – Dani Evans: chitarra – Elliot “Windrider” Vernon: tastiera – Gareth Murdock: basso – Peter Alcorn: batteria

Tracklist: 1. Walk The Plank – 2. Drink – 3. Magnetic North – 4. 1741 (The Battle Of Cartagena) – 5. Mead From Hell – 6. Surf Squid Warfare – 7. Quest For Ships – 8. Wooden Leg! – 9. Hangover (Taio Cruz cover) – 10. Sunset On The Golden Age

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Gli Alestorm sono diventati in pochi anni uno dei gruppi di punta dell’austriaca Napalm Records grazie a dischi ben fatti e un’attitudine cazzona e sincera. I cinque scozzesi giocano a fare i pirati e sono molto credibili, anche nei live show dove, con il passar del tempo e accumulando esperienza, sono diventati delle macchine da guerra sputa alcool.

Il quarto disco della band di Perth, Sunset On The Golden Age, prosegue il discorso musicale intrapreso dal precedente Back Through Time, lavoro che vedeva un certo indurimento delle chitarre rispetto ai primi due cd e alcuni momenti piuttosto violenti, sempre in un contesto scanzonato e goliardico. L’album in sé suona come il “classico cd degli Alestorm”, ma ci sono delle tracce che spiccano sulle altre per personalità: la prima che salta all’orecchio è Drink, singolone destinato al successo anche in sede live e che non a caso è stata scelta per il videoclip di rito: breve, divertente e dal micidiale ritornello è un vero inno! Molto carina l’idea di inserire alcuni dei “titoli storici” della ciurma scozzese all’interno della seconda strofa:

We’ve travelled all the seas for wenches and mead
And told great tales of the huntmasters’ deeds
The quest for a drum of the famous ol’ spiced
Has shown us the wrath of leviathans might
We went back through time to get more rum
Though we end up shipwrecked having no fun
But heavy metal pirates we must be
So give all your beer and your rum to me!

Un pezzo che si distingue da tutti gli altri è Wooden Leg!, dall’attitudine hardcore: il chorus sembra uscito dalla scena newyorkese ’80 per sound e cattiveria. Un po’ a sorpresa (ma ormai ci si aspetta veramente di tutto dopo l’eccellente In The Navy dei Village People nell’EP pubblicato nell’estate 2013) la cover scelta da capitan Bowes è un pezzo che nel 2011 ha fatto il giro del mondo tra radio e MTV. Si tratta di Hangover di Taio Cruz, resa metallica dai cinque pirati e che, anche grazie al testo, si adatta alla perfezione al resto delle canzoni. Chiude Sunset On The Golden Age la lunghissima titletrack da undici minuti, canzone che varia diverse volte d’umore senza abbandonare mai la rotta del pirate metal.

Tutte le altre sono buone composizioni, a partire dalla tosta opener Walk The Plank, per passare alla folkeggiante e ignorante Magnetic North, e concludere con l’elaborata 1741 (The Battle Of Cartagena), dove sono presenti, in ordine sparso, growl, melodie folk e piratesche, nonché rimandi ai Turisas dell’ottimo The Varangian Way.

Il packing del disco è, come al solito, eccellente e di qualità; il sound del disco praticamente perfetto. Le chitarre sono ruspanti e grasse il giusto, il muro di suono risulta imponente senza però alterare la natura degli Alestorm. Infine, Christopher Bowes canta bene. Non sarà mai un vero cantante, il suo inglese molto scottish porta anche qualche sorriso, ma è perfetto per questa band e questa musica.

Sunset On The Golden Age conferma la buona salute artistica degli Alestorm, lanciatissimi nella loro battaglia pirati vs vichinghi. Con un Bowes così in forma al timone i cinque scozzesi non possono che saccheggiare nuovi porti e aumentare il bottino e la fama.