Intervista: Rumpelstíltskín

Rumpelstíltskín è un progetto nato dalle menti degli artisti Elisa Urbinati (illustratrice) e Emiliano Torc (musicista), i quali hanno deciso di unire le forze per creare un qualcosa di personale e originale: il risultato è il brano Ruis, un viaggio in tempi e luoghi lontani. Ne ho parlato con i ragazzi laziali…

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Come e quando è nata l’idea di questo progetto molto particolare?

Elisa: L’idea è nata tra una chiacchiera e l’altra via chat, ci ritroviamo spesso a parlare di musica ed illustrazione, credo sia stato proprio Emiliano a propormi il progetto, ed io che già da tempo avrei voluto intraprendere un percorso simile ho accettato subito la proposta, dato che era proprio quello che cercavo da tanto tempo, amo la musica e lavorare all’interno di essa per me rappresenta molto.

Cosa vuol dire il nome Rumpelstíltskín?

Elisa: É il personaggio negativo di una fiaba, quando è uscito fuori eravamo a casa mia a parlare proprio del progetto, ed Emiliano mi accennò della fiaba di cui se non erro non ricordava il nome di questa sorta di gnomo ed alcuni dettagli della trama, io lessi la fiaba da piccola e da lì eccolo che si è introdotto anche tra i nostri progetti, dando poi il nome vero e proprio al tutto! Poi tra l’altro si è parlato anche dell’antifiaba, quindi ecco che il nome di un personaggio negativo che contrastasse il bucolico di molte cose ci è sembrato potesse essere una scelta affascinante!

In un’era dove l’uomo vive di corsa e relega la musica a un apparecchio elettronico, spesso ascoltata mentre si fanno altre attività al tempo stesso, credete di poter dire qualcosa (e che cosa) a chi si prende dei minuti per seguire con attenzione la vostra musica?

Emiliano: Prima di tutto c’è da dire che prima di pensare ad un possibile pubblico pensiamo a quello che piace a noi e che ci rende soddisfatti a fine lavoro, in ogni caso la musica e il tipo di immagini che cerchiamo di evocare sono volutamente in netto contrasto con lo stile di vita di quest’era: la musica è completamente acustica e le illustrazioni non sono di stampo moderno, in particolare tendono a immortalare momenti lontani dalla vita frenetica d’oggi. Saremmo felici se qualcuno, come noi, riuscisse a trovare nei nostri lavori una sorta di rifugio per ritrovare armonia con la Natura e per saperne poi cogliere ogni aspetto, che ci appartiene più di quanto pensiamo.

Chi e cosa ispira le vostre canzoni?

Emiliano: Le sonorità sono quelle che da sempre ho ritenuto essere maggiormente a dimensione d’uomo e che riportino alla mente leggende strettamente legate al folklore e alla natura, in particolare sono influenzato dalla musica tradizionale irlandese e da quella scandinava, senza dimenticare la musica medievale, mediterranea e le rielaborazioni di tutti questi stili musicali da parte di gruppi neo folk/pagan.

Come nasce un brano? Si parte dalla musica e poi seguono le illustrazioni?

Emiliano: In realtà non abbiamo uno schema fisso, nel caso di Ruis Elisa ha elaborato le prime tavole ascoltando una prima bozza del brano finché non siamo arrivati alla versione che ora potete vedere/ascoltare. Per il prossimo lavoro ti anticipo che in realtà non partiremo né dall’una né dalle altre, il punto di partenza sarà una leggenda popolare, quindi cercheremo di tradurre le parole in illustrazioni e musica!

Avete pubblicato il primo brano Ruis poco tempo fa, ci sono altre canzoni pronte?

Elisa: É in progettazione il secondo brano, ti posso anticipare già da ora che proveremo a dare una nostra rielaborazione alla storia di Herr Mannelig, è un brano che piace molto ad entrambi, e poi c’è la presenza della figura del troll che personalmente ho interpretato diverse volte nei miei lavori, quindi crediamo sia un tributo dovuto!

Qual è il messaggio di Ruis?

Emiliano: Più che un “messaggio” Ruis vuole immortalare due tra gli aspetti fondamentali della natura ossia la ciclicità e la rinascita: dai resti un anziano cervo morente nasce una betulla (la betulla, “ruis”, era simbolo di rinascita presso i Celti) dalla quale una foglia si stacca e inizia a vagare trasportata dal vento per la gioia di un piccolo di orso che, dopo averci giocato un po’, prova a prendere la foglia, ma lei fugge via e non vuole arrestare il suo viaggio fin quando non si posa sul muso di una volpe che ha scavato la sua tana proprio sotto un’altra betulla.

C’è l’intenzione di pubblicare un disco fisico con un bel booklet oppure Rumpelstíltskín rimarrà un progetto digitale?

Elisa: Sì, ovviamente, quando il progetto avrà maturato diverse tracce vorremo dar vita ad un vero e proprio libro musicale, se poi sarà solo disponibile in versione digitale tipo e-book, oppure anche cartaceo è da vedere, sicuramente proveremo a proporlo all’editoria e alle etichette discografiche, amiamo molto l’oggetto fisico che è il libro tradizionale, quindi speriamo in questa versione tattile anzichè il solo file digitale.

Grazie per la disponibilità e ancora complimenti per Ruis, spero di potermi emozionare presto con altre vostre canzoni.

Rumpelstíltskín: Grazie a te per lo spazio che ci hai concesso, speriamo di soddisfare le tue aspettative per il prossimo lavoro e grazie soprattutto a chi, come te, ci sta supportando ai primi albori del progetto!

Rumpe

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Ereb Altor – Nattramn

Ereb Altor – Nattramn

2015 – full-length – Cyclone Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mats: voce, chitarra, tastiera – Ragnar: chitarra, voce – Mikael: basso – Tord: batteria

Tracklist: 1. The Son Of Vindsvalr – 2. Midsommarblot – 3. Nattramn – 4. The Dance Of The Elves – 5. Dark Waters – 6. Across The Giant’s Blood – 7. The Nemesis Of Frei

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L’evoluzione musicale degli Ereb Altor è molto interessante: partiti come cover band dei Bathory (i primi due lavori By Honour e The End non possono che essere considerati dei veri e propri tributi alla maestria di Quorthon), hanno bruscamente cambiato direzione musicale con Gastrike del 2012, dove il black metal prendeva il sopravvento sull’epicità e le melodie, per poi tornare, inaspettatamente, al viking più fiero e potente con Fire Meets Ice del 2013, nel quale la crudezza del black si univa all’epic per creare un’opera magnifica. Il nuovo Nattramn (una figura del folklore svedese, una sorta di corvo con artigli molto grandi) porta la grandezza del sound Ereb Altor oltre a quanto già fatto, estremizzando alcuni aspetti e rendendo la musica del quartetto svedese ancora più grandiosa e solenne.

Ritmate percussioni minimali rendono The Son Of Vindsvalr uno dei pochi casi in cui l’intro serve realmente a introdurre l’ascoltatore nel mood dell’album. Le chitarre melodiche ed epiche di Midsommarblot (sacrificio di sangue per avere un buon raccolto e una lunga estate) sono il miglior biglietto da visita per Nattramn, un gioiello mid tempo in grado di non sfigurare al cospetto dei capolavori di Bathory e Falkenbach. La voce clean di Mats è sempre più convincente, perfetta per le atmosfere magiche e sognanti che la band scandinava è in grado di produrre. Riff plumbei per la title track, canzone dalle connotazioni oscure e malevole; il ritmo è feroce e lo scream del frontman non è certo da meno. Tra riff tritacarne e le ingombranti tastiere malvagie c’è persino spazio per un breve assolo di chitarra, ma è il ritornello, orecchiabile e accattivante, a conquistare immediatamente prima del finale doom oriented. The Dance Of The Elves è introdotta da una deliziosa chitarra acustica che accompagna il canto di Mats, ma sono le chitarre bathoriane a fare il grosso del lavoro: le melodie vocali estremamente semplici ed evocative e le brevi parti scream sono l’arma vincente della composizione più melodica dell’intero cd. Il testo racconta la storia degli elfi che attirano le persone nei loro balli senza tempo, dove una notte può equivalere anche un secolo dei mortali. I nove minuti di Dark Waters rappresentano la summa delle capacità degli Ereb Altor: sarebbe fin troppo riduttivo citare solamente le chitarre (ora maggiormente dinamiche) e le atmosfere tetre delle strofe per descrivere un piccolo capolavoro come questo. Il lavoro del drummer Tord è semplicemente eccellente e le accelerazioni di doppia cassa risaltano le melodie delle sei corde, senza dimenticare l’onnipresente tappeto creato dalla tastiera, fondamentale nell’accentuare determinate situazioni. Il break rarefatto che arriva dopo sei minuti di devastazione è puro ossigeno, ma il seguente riff mefistofelico è quanto di più maligno ci si potesse aspettare, ed è un piacere lasciarsi andare alla devastazione più totale sotto le truci note delle asce di Ragnar e Mats, sporche di sangue più che mai. Across The Giant’s Blood è un monumentale pezzo epic doom, colonna sonora delle navi che salpavano l’oceano per conoscere e conquistare nuove terre. La chiusura di Nattramn è affidata all’imponente The Nemesis Of Frei: la musica è in simbiosi con il testo, e la furia di Surtr durante il Ragnarök porta la canzone verso lidi black metal. Gli ultimi minuti della canzone sono malinconici e l’arpeggio di chitarra pone l’accento sulla devastazione portata dai Giganti di Fuoco.

La copertina del disco, opera del brasiliano Gustavo Sazes (Arch Enemy, Angra, Firewind ecc.), rappresenta al meglio le intenzioni e la musica degli Ereb Altor; si può parlare di un tutt’uno tra artwork e testi, così com’è perfetta la sintonia tra produzione e note musicali. I suoni sono grassi e potenti, definiti ma con un minimo di “sporcizia” che rende Nattramn dannatamente sincero e aggressivo. Gli strumenti sono equilibrati tra di loro e suonano naturali, molto simili a quanto riprodotto sul palcoscenico. Per gli appassionati delle info tecniche: il disco è stato registrato e mixato dal batterista Tord presso lo Studio Apocalypse, mentre del mastering se ne è occupato Jens Bogren (Amon Amarth, Enslaved, Borknagar, Opeth ecc.) nei Fascination Street Studios.

Nattramn è un disco da ascoltare tutto d’un fiato, in grado di conquistare l’ascoltatore fin dai primi istanti, la perfetta colonna sonora per i momenti importanti della vita, quando le decisioni da prendere possono cambiare tutto se solo se ne ha il coraggio. Sette canzoni di metal oscuro, nelle quali regna l’equilibrio tra accelerazioni inaspettate e aperture melodiche di grande classe. Le linee vocali rasentano la perfezione e i testi (alcuni incentrati sui vichinghi, altri sulla mitologia norrena) sono a tratti ammalianti: Dark Waters, ad esempio, parla di una leggenda svedese, di una creatura nata nel mondo sotterraneo in grado di suonare il violino come nessun altro. Una creatura che odia le persone che “camminano sopra” e farà di tutto per ingannarli e ucciderli.

Fire Meets Ice è stato uno dei migliori dischi del 2013 in ambito folk/viking, Nattramn è destinato alla medesima gloria; gli Ereb Altor, anche a seguito di esibizioni live a dir poco entusiasmanti, meritano l’attenzione della grande audience e il supporto di tutti coloro amano le sonorità epiche e battagliere. Veri maestri del genere.

Intervista: Furor Gallico

Si sono fatti attendere un sacco di anni, ma alla fine ne è valsa la pena: Songs From The Earth è un signor disco, il nuovo capolavoro dei Furor Gallico. Prima del concerto romano al Traffic Live Club (QUI il report) ho intervistato Davide e Luca, rispettivamente voce e chitarra della band. Tra freddo pungente e strani oggetti per sedersi (!) comodi, a un anno di distanza dalla precedente chiacchierata, ecco tutto quel che c’è da sapere sui Furor Gallico!

Furor_Gallico

La più ovvia delle domande: cosa avete fatto tra il primo e il secondo disco?

Davide: Tra il 2010 e il 2015, parliamo di quattro anni e mezzo… è passato veramente molto tempo per molteplici motivi. Innanzitutto in questi anni abbiamo intrapreso delle nuove avventure, anche a livello lavorativo, nel senso che siamo entrati in contatto con l’agenzia Bagana Rock Agency e con la Scarlet Records, quindi già queste due cose ti portano ad affrontare il lavoro in un’altra maniera, e se serve a prenderti più tempo. Inoltre ci sono stati diversi cambi di line-up, la scrittura del disco, il periodo di registrazione e cosa ben importante è stata la ricerca del suono, perché noi il disco ce l’avevamo pronto, se non ricordo male, a fine 2013. Il problema è che se hai i brani finiti ma non suonano come dici tu vai a riprendere il lavoro che hai fatto e dire “no, questo non è il suono che dico, lavoriamo ancora”. Alla fine abbiamo lavorato con Alex Azzali agli Alpha Omega Studio che ha ripreso in mano tutto il lavoro fatto in studio di registrazione e l’ha stravolta. Il suono del disco è completamente diverso da quello delle registrazioni, e meno male!

Accennavi ai cambi di line-up e già l’anno scorso ti ho fatto una breve intervista per saperne di più. La domanda seria è: il chitarrista Stefano è a Londra, il bassista Fabio in America… ma che gli fate voi ai musicisti?

Davide: Puzziamo! (risate, nda) Stefano è andato a Londra per un discorso lavorativo, voleva andare a lavorare all’estero…

Luca: E alla fine c’è rimasto!

Davide: Stesso discorso per Fabio, lui ci ha parlato candidamente, dicendo che aveva intenzione di andare negli Stati Uniti per affrontare un discorso, nel suo caso, più musicale che altro, lo sentiamo e vediamo su internet che gli va bene.

Sul disco alla batteria c’è Paulovich, ora però avete Mirko, giusto?

Davide: La batteria per il disco l’ha scritta Simone che all’epoca suonava con noi, poi ha lasciato la band ed è subentrato Mirko, però per quel che riguarda le registrazioni Mirko era appena entrato e non era stato ufficializzato, quindi abbiamo pensato di fare una cosa prendendo poi due piccioni con una fava, perché volevamo un batterista che personalizzasse il lavoro mettendoci del suo, inoltre avere un guest nel disco, che è una cosa che noi amiamo fare. Tu se ci hai seguito anche live hai visto che ci piace avere ospiti e quindi abbiamo colto la palla al balzo, prendendo Federico Paulovich dei Destrage che ha accettato subito la proposta. Ora c’è Mirko che sta portando live il disco.

Secondo me il disco è veramente bellissimo, in particolare ho apprezzato che c’è sempre il vostro marchio…

Davide: Che è il bassista, è vero, fa di cognome Marchio! (risate, nda)

… il vostro sound pur avendo delle canzoni diverse tra di loro per stile.

Davide: Leggevamo di recente una recensione su Metallized dove il recensore apprezzava i primi tre brani perché in linea con il nostro sound perché effettivamente i Furor Gallico, con il primo disco, hanno dato una sorta d’impronta musicale con il primo disco, abbastanza riconoscibile. Tutto sommato non abbiamo mai voluto fossilizzarci su un unico suono, nel senso che noi abbiamo fatto un discorso banalissimo su quel che significa il genere folk metal, cioè un cazzo, perché folk è la musica tradizionale e metal è il metal. Il fatto che i Furor Gallico si siano collocati in un certo tipo di folk metal con il primo disco non significa che debbano rimanere lì. Il fatto che Stefano un giorno sia entrato in sala prove con Steam Over The Mountain c’ha preso benissimo a tutti , ci siamo detti “perché non farla” anche se totalmente inaspettata. Idem per Diluvio, un brano che se lo metti in Viaggio Senza Vento (capolavoro dei Timoria, nda) ci sta da Dio!

Parliamo un attimo…

Davide: Dei Timoria! Allora, i Timoria sono nati a Brescia nel…

A Brescia tra Timoria e In.Si.Dia… me cojoni! (segue una breve discussione su Brescia che si conclude con un “grande Colony! nda) Steam Over The Mountain all’inizio proprio non mi piaceva, mi dicevo “è una canzone che non c’entra nulla col disco”.

Davide: Non te l’aspetti!

Poi piano piano, a forza di ascoltare il brano, penso di aver capito il senso, e ora l’apprezzo, mentre Diluvio m’ha subito fatto impazzire.

Davide: Temevamo che Diluvio potesse non piacere proprio perché nel momento in cui proponi musica come la nostra – death metal, prendila proprio alla larga – se vai a proporre una ballata, il mio timore personale, ma credo che sia condiviso, è “cazzo te ne esci con un pezzo frocio” e la gente non è contenta. Invece ti posso dire che dall’inizio del tour che la gente l’apprezza e la sa meglio di me. Però effettivamente con il senno di poi che un brano di quel tipo, una bellata melodica, è molto più fruibile ed è facile che piaccia fin dal primo ascolto. Va un attimo decontestualizzata dal resto, per fortuna è piaciuta pur essendo un brano dei Furor Gallico, dai quali ti aspetti altre sonorità. Per quel che riguarda Steam Over The Mountain sappiamo perfettamente che non piace a tutti, sappiamo perfettamente che ai concerti molti dicono “vabbè non fate quella, fatene un’altra”, però fa anche quella parte di noi, e ovviamente continueremo a portarla, è bella! A noi piace… la prima regola dei Furor Gallico è di non parlare mai dei Fur… a no, quello è Fight Club! (altre risate! nda) La regola dei Furor Gallico è che i brani li fai se piacciono, non al pubblico, ma a noi.

Davide, ti vedo un sacco professionale, un cazzone professionale!

Davide: Sì, ma poi vado a ubriacarmi! Dovresti vedermi a lavoro, minchia, ammazzo tutti!

Tra un disco e l’altro son passati quasi cinque anni, ma siete sempre rimasti sulla cresta dell’onda e la gente vi ha sempre seguito e supportato. Come ve lo spiegate?

Davide: Io non me lo sono mai spiegato! Una delle ultime date che abbiamo fatto prima di pubblicare il disco, eravamo al Colony con gli Stormlord e c’era tanta gente, finito il concerto eravamo nel backstage e di dicevamo “ragazzo, io non me lo spiego”. In realtà nessuno di noi se lo spiega, perché se proponi sempre lo stesso show, magari ti rompi i coglioni! Invece abbiamo sempre avuto un discreto successo, diciamo così, nel senso che la gente è sempre venuta a vederci… boh!

Luca: Soprattutto nelle ultime date abbiamo cercato di proporre qualcosa di nuovo, oltre a nuove canzoni… abbiamo fatto un mini set acustico di pezzi vecchi, altre cose più ricercate nel sound dal vivo e magari questa cosa è piaciuta. Siamo un gruppo che propone le stesse cose da anni e non ti aspetti…

Semplicemente la gente riconosce la bontà della musica e delle persone che ci sono dietro…

Davide: Abbiamo notato un ricambio tra il pubblico. I fedeli ci sono sempre, mi riferisco alla Folk Family che ci sarà anche domani a Parma e io c’ho una paura fottuta! Loro seguono la scena folk e sono sempre presenti, ma negli altri show c’è sempre stato un certo ricambio, e nel merchandise abbiamo venduto qualcosa. Tu dici “se il pubblico è sempre lo stesso non ti prende la maglia due volte”, quindi il ricambio c’è stato. Ora, com’è possibile il fatto che sia sempre andato bene, forse è il discorso che faceva Luca.

Come siete arrivati alla Scarlet Records?

Davide: Noi lavoriamo con Bagana Agency da due anni e ci hanno dato Michele Boccalone, che è il nostro tecnico audio e abbiamo imparato con lui una quantità di cose inimmaginabile. Bagana ha fatto una ricerca per quella che poteva essere una casa discografica giusta per noi e siamo arrivati alla Scarlet. C’hanno fatto un’ottima proposta, pertanto… scrivi “pertanto” che sembro una persona colta! Hanno ristampato il primo disco che sarà disponibile dal 18 aprile e presso gli store online e per quel che riguarda il futuro stiamo un attimo a vedere come ci si muove.

Ho visto il video della cover di Breaking The Law dei Judas Priest suonata al Montelago Celtic Festival: strana da sentire, ma figa. Ho pensato che un pezzo del genere, “fuori” dal folk metal, sarebbe una bonus track divertente, oppure buona per un EP. Avete mai pensato di realizzare un EP con cover, live ecc?

Davide: Sai, la settimana scorsa eravamo sul furgone e ascoltavamo Fleshgod Apocalypse, è partita The Forsaking che è una delle mie preferite, ed ho detto “minchia ragazzi, facciamo la cover e mettiamola sul disco”, però diciamo che l’idea è che se facciamo un album deve essere nostro, ne abbiamo parlato un pochino ed è per noi la soluzione migliore. Sono cose interessanti… però pensiamo a fare il terzo disco…

Ditemi qualcosa…

Davide: Tendenzialmente sarà un full-length come questo, abbiamo già iniziato a fare qualcosa… In verità è pronto, ce l’abbiamo di là!

Allora andiamo ad ascoltarlo, giuro che spengo il registratore!

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Amon Amarth – The Crusher

Amon Amarth – The Crusher

2001 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Johan Hegg: voce – Olavi Mikkonen: chitarra – Johan Söderberg: chitarra – Ted Lundström: basso – Fredrik Andersson: batteria 

Tracklist: 1. Bastards Of A Lying Breed – 2. Masters Of War – 3. The Sound Of Eight Hooves – 4. Risen From The Sea (2000) – 5. As Long As The Raven Flies – 6. A Fury Divine – 7. Annihilation Of Hammerfest – 8. The Fall Through Ginnungagap – 9. Releasing Surtur’s Fire – 10. Eyes Of Horror (Possessed cover, bonus track)
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Gli Amon Amarth tornano sul mercato dopo quasi due anni dal precedente album The Avenger, e lo fanno con un disco che in parte prende le distanze da cosa prodotto nei primi due capitoli della loro discografia. Se per Once Sent From The Golden Hall e The Avenger si poteva infatti parlare di viking metal, a mio parere sempre con molta generosità, con The Crusher i cinque musicisti di Stoccolma iniziano un percorso di melodicizzazione del sound, apportando alla loro musica riff e melodie più vicini stilisticamente al death metal che non al viking. La questione “genere musicale” ha sempre diviso e creato confusione, ma credo che conti ben poco quando si ha a che fare con un disco di questa imponenza.

Registrato nel novembre 2000 presso i gloriosi Abyss Studios, mixato da Peter Tägtren e prodotto dalla band stessa, The Crusher rivela un nuovo modo di suonare per i vichinghi svedesi, più brutale e meno sporco rispetto al recente passato, più “ricercato” ma al contempo maggiormente diretto. In realtà il terzo capitolo della saga Amon Amarth suona maledettamente personale, la naturale evoluzione di un sound di battaglia, fiero e prorompente.

Bastards Of A Lying Breed squarcia in due l’aria grazie al suono delle chitarre, affilate e graffianti come non mai: la batteria di Fredrik Andersson martella le carni, mentre i riff di Olavi Mikkonen e Johan Söderberg fanno a brandelli quel poco che di intatto rimane a terra, il tutto sotto lo scontroso growl del berserker Johan Hegg. Nel caos della composizione si nota però un certa ricerca della melodia, in una chiave sconosciuta nei precedenti dischi. Lo stacco melodico verso il finale della canzone ne è la prova, anche se ben presto la doppia cassa e l’armonizzazione di chitarra lasciano l’ascoltatore dinanzi uno scenario desolato, un quadro di morte e dolore di un campo di battaglia. Masters Of War è un inno all’odio, al disprezzo verso il cristianesimo. L’anticristianesimo è un tema spesso trattato dagli Amon Amarth, ma mai così forte e diretto come in questo album:

Masters Of War, torment every soul
Rape every whore that carries the cross

Le chitarre producono riff di qualità, mentre la sezione ritmica prende possesso del palcoscenico, riuscendo a rendere particolarmente ritmata una canzone che altrimenti avrebbe rischiato – testo a parte – di rimanere nell’ombra. La seguente The Sound Of Eight Hooves è probabilmente il brano che sintetizza al meglio il sound del gruppo che si fregia della versione in Sindarin (lingua della stirpe elfica dei Sindar) del tolkieniano Monte Fato. Alla matrice viking delle chitarre si contrappongono i ritmi dettati dalla belva umana che siede dietro al drum kit, maggiormente orientati verso lidi svedesi primi anni ’90. La bravura del gruppo è nel saper amalgamare le due cose, creando un sound unico e perfettamente riconoscibile fin dal primo ascolto. Segue la feroce Risen From The Sea (2000), nuova registrazione della vecchia omonima canzone presente nel primo demo del gruppo, Thor Arise dell’anno 1993. Lo stile verte in maniera decisa verso il sound di fine anni ’90, risultando, a tratti, primordiale, feroce e a dir poco irresistibile. Di mid tempo si parla per As Long As The Raven Flies, brano più breve del disco con i suoi quattro minuti di durata. I giri di chitarra sono meno incisivi rispetto il solito, la batteria allenta un pochino la presa e quel che viene fuori dà modo all’ascoltatore di respirare. Pochi istanti e l’aggressività di A Fury Divine riporta tutto nel caos, quel caos ordinato che gli Amon Amarth sanno creare come nessun altro nella scena. La doppia cassa di Andersson è la base di partenza per la razzia di Hegg e compagni di spada, il basso di Ted Lundström il silenzioso guarda spalle, mentre i due chitarristi e il biondo singer devastano senza pietà gli innocenti colli dei malcapitati. D’ora in avanti The Crusher prenderà nuovamente il sentiero tracciato dai primi due lavori, presentando Annihilation Of A Hammerfest, The Fall Through Ginnungagap e la conclusiva Releasing Surtur’s Fire, canzoni che si rifanno a livello lirico alla mitologia norrena e musicalmente alle atmosfere vichinghe, soprattutto per quel che riguarda il lavoro dei chitarristi. Alla ritmata e coinvolgente Annihilation Of A Hammerfest si contrappone l’evocativa The Fall Through Ginnungagap, dove l’atmosfera prodotta dagli strumenti si fa malinconica e decadente, mentre Johan Hegg urla del vuoto che precede la creazione del mondo. Chiude questo potentissimo lavoro Releasing Surtur’s Fire, dove la musica e il testo vanno a braccetto, furia musicale da sottofondo a furia lirica. La canzone altro non è che una classica composizione degli Amon Amarth, ovvero una potente miscela di forza bruta e inaspettata melodia. Come bonus track è presente la cover dei Possessed Eyes Of Horror, registrata nei meno nobili Das Boot Studios – la qualità audio è nettamente inferiore rispetto a The Crusher -, canzone poi finita nel tribute album Seven Gates Of Horror del 2004 a firma Karmageddon Media, disco che vede la partecipazione anche di gruppi quali Absu, Vader, Sinister e Cannibal Corpse.

I testi, come anticipato, sono fortemente anticristiani e trattano della ribellione pagana all’avanzare della “nuova” religione, fino alla vittoria della tradizione nordica nelle ultime tre tracce: dalla rabbia di Masters Of War si passa a The Sound Of Eigth Hooves, dove si narra di un predicatore in fuga inseguito da cani e persone, per finire poi, insieme ad altri tre cristiani, appeso ad una vecchia quercia; la furia anticristiana – decisa ma mai offensiva – prosegue fino alla pesante A Fury Divine, dove si racconta la morte a testa alta di un pagano:

LIES! Spread by preaching men
I’m on trial for being who I am
And praising the Gods of my native land (…)
The proud man stood firm, he refused to kneel
Tehn fury in him was divine
Now he is dead, his fate has been sealed
He’s brought to Golden Hall up high

Le ultime tre canzoni sono invece incentrate sulle divinità nordiche, in particolare Releasing Surtur’s Fire tratta del Gigante del Fuoco Surtur e della genesi del Ragnarok:

He’s riding down ‘cross a field but nothing is the same
This place he knew as Hammerfest
When the old Gods reigned
The army of demons rides
By his side with weapons drawn
Today is the day
When Ragnarok will be spawned

mentre in Annihilation Of A Hammerfest è presente una struggente promessa vichinga: 

Allvise Ygg, Maktige Harjafader
Guda av Asars och vaners att
Hor mina ord, nar som jag svar
Att om tusen vintrar ater ta var ratt?

(tr.: Onniscente Terribile, possente Padre della Devastazione – Dei della stirpe degli Asi e dei Vani – Ascoltate la mia parola, ora mentre guiro – Che in mille inverni rivendicheremo il nostro diritto)

Si può parlare, quindi, di The Crusher come una sorta di concept album in termini temporali: la rabbiosa reazione delle popolazioni del nord al proliferare del cristianesimo, la cacciata dei religiosi per la finale vittoria del pantheon nordico.

The Crusher è il degno successore di Once Sent From The Golden Hall e di The Avenger, lavoro che si apre verso dinamiche e sonorità che con il tempo diventeranno predominanti. Un album che segna la crescita artistica degli Amon Amarth e che rimane tutt’oggi uno dei migliori lavori del combo svedese.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Hercunia – Demo 2015

Hercunia – Demo 2015

2015 – demo – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Edward Marella: voce – Stefano Zocchi: chitarra – Andrea Simone: basso – Leandro Pessina: whistle – Emanuele Cosmaro: batteria, cornamusa, whistle, voce – Ghilli Prati: whistle, bouzouki – Andrea Marino: tastiera – Francesco Giusta: ghironda

Tracklist: 1. Exobnos – 2. Uisonna – 3. Hercunia

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Gli Hercunia sono un gruppo di Milano nato nel 2013, alla prima prova in studio per questo Demo 2015. Il breve cd – appena tre canzoni per un totale di sedici minuti – è lo specchio di una band giovane e volenterosa, discretamente matura e pronta al salto di qualità nel giro di poco tempo.

Il folk metal degli Hercunia è di stampo celtico, dove gli strumenti tradizionali interpretano con gusto e competenza le melodie e gli intrecci tipici del genere. Il rischio, in casi come questo, è quello di assomigliare inesorabilmente agli svizzeri Eluveitie, pericolo scampato grazie al lavoro della chitarra, lontana dal death melodico (o meglio, al metalcore d’influenza swedish death metal) che contraddistingue gli elvetici e altri gruppi del settore, oltre al fatto – fondamentale! – che gli Hercunia costruiscono i brani attorno alle varie cornamuse, ghironde, whistle e bouzouki, dando loro grande importanza, strumenti che trainano le tre composizioni presenti in Demo 2015.

La prima traccia del dischetto è Exobnos, orecchiabile e accattivante fin dai primi secondi, con il meglio che arriva nella parte finale di canzone, abbastanza movimentata, con la ghironda di Francesco Giusta in bella vista e la componente folk particolarmente degna di nota. Intro acustico per Uisonna, composizione dal forte sapore celtico. Il cantato è rarefatto, quindi largo spazio alle cavalcate strumentali e possibilità per la chitarra di ritagliarsi un momento tutto suo con un bel riff aggressivo prima di tornare a collaborare con gli altri strumenti. Hercunia è un pezzo tendente al melodico, anche questo fortemente caratterizzato dagli strumenti folk (a tal proposito, un sincero plauso a tutti i musicisti!), dove la melodia principale è segnata dalla cornamusa e la sei corde la incalza con ritmo e cattiveria.

Demo 2015 è stato registrato in due giorni presso i Massive Arts Studios di Milano, i suoni sono naturali e puliti, la produzione ben equilibrata. Per l’incisione dei tre pezzi Emanuele Cosmaro (cornamusa e whistle) ha ricoperto anche il ruolo di batterista in seguito alla dipartita del precedente drummer Riccardo Floridia: la prova è convincente e professionale, complimenti!

Gli Hercunia sono nuovi della scena, ma il biglietto da visita è ben fatto e accattivante. Si può tranquillamente parlare di personalità già sviluppata poiché il sound non ricorda – tanto per fare qualche nome spesso tirato in ballo per tutti i gruppi folk – i vari Eluveitie, Folkstone e Furor Gallico -, rileggendo con sagacia la musica tradizionale e aggiungendo le proprie idee con equilibrio e gusto. Entro la fine dell’anno dovrebbe essere pubblicato il full-length di debutto e, stando a quanto sentito in Demo 2015, ci sarà da divertirsi!

Intervista: Incursed

Gli spagnoli Incursed hanno pubblicato sul finire del 2014 l’interessante full-length Elderslied, preceduto di un mese dall’appetitoso EP Beer Bloodbath: il cantante/chitarrista Narot e il chitarrista solista Asier hanno risposto alle domande riguardanti Il Trono Di Spade, possibili uscite digitali, la scena spagnola (molto interessante) e altro ancora!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Luca Taglianetti per la traduzione dell’intervista.

IncursedBand

Ciao ragazzi, complimenti per il nuovo Elderslied: com’è nato il disco e cosa ne pensate a distanza di mesi dalla pubblicazione?

Narot: Grazie mille! Abbiamo lavorato duramente per questo nuovo album. È stato composto principalmente dal nostro tastierista, Jonkol. Dopo esser stato composto, il resto di noi ha cambiato alcune parti per adattare i brani al nostro stile. Poi abbiamo provato le canzoni per portarle in studio. Ora, dopo che l’album è stato pubblicato e abbiamo ricevuto recensioni molto positive, possiamo dire che siamo orgogliosi e soddisfatti del risultato finale.

Avete pubblicato tre dischi, tutti di qualità. Pensate di essere maturati come musicisti e compositori, e trovate delle differenze tra i full-length?

Narot: Beh, certo che siamo maturati. Quest’ultimo album è molto più complesso di Morituri, il nostro primo. Inoltre, c’è una differenza ENORME tra la qualità della registrazione, avendo migliorato di molto dal nostro primo album, che abbiamo registrato a casa. Fimbulwinter e Elderslied possono essere simili a prima vista, ma quando li ascolti ci si rende conto che in due anni è stato fatto un grande passo.

Ritenete Beer Bloodbath e Raging Wyverns i pezzi migliori del disco, data la loro presenza nell’EP apripista Beer Bloodbath?

Asier: Per nulla. Le abbiamo scelte pensando che fossero rappresentative di ciò che si può trovare in Elderslied. Beer Bloodbath rappresenta l’estasi e la festa, mentre Raging Wyverns combina molti degli elementi contenuti in questo album: voce pulita, growls, chitarre pulite …

Dopo Erik The Deaf avete realizzato un’altra canzone da oltre dieci minuti di durata, One Among A Million. Vi piace comporre brani “più impegnativi”?

Asier: Beh, Erik The Deaf non è realmente una canzone di 10 minuti. Ha un paio di tracce nascoste che la fanno durare così a lungo. Tuttavia, One Among A Milion è davvero una canzone di 10 minuti con un sacco di cambi di atmosfera, parti diverse e, come dici tu, sfide. Ci piace sfidare noi stessi con questo tipo di canzoni, quindi aspettatevene altre nei nostri album futuri! (risate)

In Lady Frost, invece, avete tirato fuori la parte più aggressiva del vostro sound…

Narot: Sì, poiché alcune delle nostre influenze provengono dalla musica black metal, ci piace scatenare la bestia dentro di noi e trasformarla in una canzone (ridate). C’è un altro esempio simile nel nostro album precedente, Fimbulwinter, rappresentato da Northern Winds.

Trovo molto carina la drunken version di Beer Bloodbath, sembrate gli Alestorm!

Narot: Grazie! Questo è lo stile che volevamo per la canzone. Penso che dovremmo chiamare gli Alestorm e fare alcune collaborazioni con loro! Cosa ne pensi? Rum, rum, rum, yeah!

Perché vi autoproducete i dischi? Veramente non ci sono etichette interessate alla vostra musica?

Asier: Purtroppo, se qualche etichetta è veramente interessata a noi, non ce l’ha ancora detto! Inoltre, la maggior parte delle volte, le condizioni che un’etichetta offre non aiutano affatto una band (motivi legati ai soldi, principalmente). Sarebbe bello firmare con un’etichetta europea così da fare un tour e diffondere la nostra musica in tutta Europa e anche oltre! Quindi, se qualche direttore di un’etichetta sta leggendo questa intervista, chiamaci! (Ride).

Nella mia recensione ho mosso due critiche all’album: la durata elevata e la copertina per i miei gusti troppo “digitale”…

Asier: Riguardo alla lunghezza, pensiamo che quando ti piace un album, preferisci che duri 60 minuti invece di 45, così da avere più musica da godere. La copertina è stata fatta dal nostro bassista, che lavora come pittore digitale in alcuni istituti privati. La copertina riflette il suo stile, e ci piace!

Siete tutti appassionati di Game Of Thrones? Preferite la serie tv o i libri?

Narot: Siamo tutti fan di Game Of Thrones! Alcuni di noi hanno visto la serie TV, altri hanno letto i libri, quindi credo che ognuno abbia la sua preferenza. Ad esempio, il nostro batterista, Amo, predilige i libri. A tutti noi piace la canzone, tra l’altro, ecco perché abbiamo deciso di fare una cover!

Torniamo in quell’ottobre 2007 che ha visto nascere gli Incursed. A pensarci oggi, dopo tre bei dischi realizzati, quali sono le sensazioni che provate?

Asier: Sentiamo che è stato un lungo viaggio, ma come dice la nostra canzone The Undying Flame: “più duro il viaggio, più forte la volontà“. Speriamo di percorrere questa strada per molti, molti anni.

Sarà possibile, un giorno, poter ascoltare il vostro primo EP Time To Unsheathe Our Rusty Swords, anche solo in formato digitale?

Narot: Sì! Ce l’abbiamo in mente da tempo e speriamo di renderlo disponibile a tutti molto presto. Forse per l’acquisto digitale da Bandcamp e in ascolto gratis sul nostro canale Youtube.

Cosa mi dite della scena folk metal spagnola? Ci sono diversi gruppi davvero in gamba e un underground in grande fermento…

Asier: La scena folk metal in Spagna è cresciuta dal 2010 e molte buone band si sono fatte strada da Barcellona, Madrid e dalla Spagna meridionale. Controlla la nostra scena regolarmente, il folk metal spagnolo ha molte cose da mostrare in futuro.

Come state promuovendo Elderslied? Farete delle date in Europa?

Ci promuove una società spagnola di PR, Blast Louder Music, e una società di PR tedesca, Metalmessage. Speriamo presto di andare in tour in Europa, ma al momento siamo in tournée in Spagna, quindi l’Europa dovrà aspettare! Forse settembre? Chi lo sa! Anche i metallari europei hanno una parte molto importante: ascoltare la nostra musica!

Grazie per la disponibilità, folk on!

Grazie, keep pagan!

©HD Studio

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ENGLISH VERSION:

Hi guys, congratulations for the new Elderslied: what was its process of creation and what do you think about it some months after the publication?

Narot: Thank you very much! We have put lots of effort in this new album. It has been mainly composed by our keyboard player, Jonkol. After composing, the rest of us changed some parts to fit the song in our playing style. Then we rehearsed and practiced the songs to take them to the studio. Now, after the album has been published and we have received really good reviews of it, we can say we are proud and satisfied with the final result.

You released three high-quality albums. Do you think of having matured as musicians and composers, and do you find any differences between the full- lengths?

Narot: Well, of course we have matured. This last album is way more complex than Morituri, our first one. Also, there is a HUGE difference between the quality of the recording, having improved a lot since our first album, which we recorded at home. Fimbulwinter and Elderslied can be similar at first glance, but when you listen to them you realize that a big step has been taken in two years.

Do you consider Beer Bloodbath and Raging Wyverns the best tracks of the album, as they are featured in the trailblazer EP Beer Bloodbath?

Asier: Not at all. We chose them as we thought they were representative of what you can find in Elderslied. Beer Bloodbath represents ecstasy and celebration, while Raging Wyverns combines many of the elements included in this album: clean vocals, growls, clean guitars…

After Erik The Deaf you have made another song more than ten minutes in length, One Among A Million. Do you like composing “more challenging” songs?

Asier: Well, Erik The Deaf was not really a 10-minute track. It has a couple hidden tracks which make it last this long. However, One Among A Million is really a 10-minute song with lots of mood changes, different parts and, as you say, challenges. We like to challenge ourselves with this kind of songs, so expect more of them in our future albums! (Laughs)

In Lady Frost, instead, you have pulled out the most aggressive side of your sound…


Narot: Yeah, as some of our influences come from black metal music, we like to release the beast inside ourselves and turn it into a song (laughs). You have another example of this in our previous album, Fimbulwinter, which comes in the form of Northern Winds.

I’m fond of your drunken version of Beer Bloodbath, you sound like Alestorm!

Narot: Thanks! That’s the style we wanted for the song. I think we should call Alestorm and do some collaborations with them! What do you think? Rum, rum, rum, yeah!

Why do you self-produce your albums? Aren’t there any labels interested in your music?

Asier: Unfortunately, if any label is really interested in us, they haven’t told us yet! Furthermore, most of the times the conditions a label offers do not help a band at all (money-related reasons, mainly). It would be great to sign with an European label so we could tour and spread our music all around Europe and even further! So if any director of a label is reading this interview, you know, call us! (Laughs)

In my review I criticized two aspects of your album: the length and the front cover, in my opinion, too “digital”…

Asier: About the length, we think that when you like an album, you prefer it to be 60 minutes instead of 45, so you have more music to enjoy. And the cover was done by our bass player, who works as a digital painter in some private institutes. The cover reflectes his own style, and we like it!

Are you all fans of Game Of Thrones? Do you prefer the TV series or the books?

Narot: We are all fans of Game of Thrones! Some of us have watched the TV series and some of us have read the books, so I guess that each one has his own preference about this. For example, our drummer, Amo, prefers the books. We all like the song, by the way, so that’s why we decided to make a cover!

Let’s go back to October 2007 when Incursed were born. Thinking of today, after three excellent albums, what do you feel?

Asier: We feel that it has been a long journey, but as our song The Undying Flame says: “the harder the journey, the stronger the will”. We hope to walk this path for many, many years.

Will it possible one day to listen to your first EP Time To Unsheathe Our Rusty Swords, even only in digital?

Narot: Yes! We’ve had this in mind for some time and we hope to make it available for everyone quite soon. Possibly for digital purchase in Bandcamp and free to listen in our Youtube channel.

What about the Spanish folk metal scene? There are several really smart groups and a great ferment in underground…

Asier: Folk metal scene in Spain has been growing since 2010 and many good bands have made their way from Barcelona, Madrid and southern Spain. Check our scene regularly, spanish folk metal has many things to show in a future!

How are you promoting Elderslied? Will you tour Europe?

We are being promoted by a Spanish PR company, Blast Louder Music, and a German PR company, Metalmessage. We hope to tour Europe soon, but we are currently touring Spain, so Europe will have to wait! Maybe September? Who knows! It’s also the European metalheads who have a really important part to do: listen to our music!

Thanks for your availability, folk on!

Thanks a lot, keep pagan!

©HD Studio

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