Intervista: Wind Rose

Prima di salire sul palcoscenico romano dell’Orion che li ha visti protagonisti con Eluveitie e Skálmöld (QUI il live report), i toscani Wind Rose si sono raccontati con grande sincerità in una bella chiacchierata che ha toccato vari argomenti. Protagonista, chiaramente, è l’ottimo secondo disco Wardens Of The West Wind, uscito su Scarlet Records.

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Il sito tratta quasi unicamente di folk e viking metal, voi fate un altro genere anche se con richiami folk, quindi direi di iniziare facendo un’introduzione sulla storia del gruppo.

Claudio (chitarra): Il gruppo è nato nel 2009, in realtà prima facendo cover di Symphony X e Dream Theater, eravamo presenti io, Daniele e Federico. Nel 2009 abbiamo iniziato a scrivere cose nostre con l’ingresso di Francesco Cavalieri, cantante, e Alessio Consani al basso, poi sostituito da Cristiano Bertocchi nel 2014. Abbiamo poi deciso di incidere il nostro EP sotto la produzione proprio di Cristiano, lavoro che è stato recensito ottimamente almeno da venti webzine e questo ci ha spinto a fare il primo album Shadows Over Lothadruin che è uscito nel 2012 tramite Bakerteam Records. Abbiamo fatto dei tour con Wintersun, Epica e Finntroll e poi è uscito il la settimana scorsa il secondo disco Wardens Of The West Wind.

Ora suonate con Eluveitie e Skálmöld, in passato lo avete fatto con Finntroll e Wintersun, quindi spesso “fuori contesto”, come vi trovate in queste situazioni, sapendo in partenza che il pubblico viene per delle sonorità che voi non avete?

Daniele (batteria): Facciamo un genere che comunque è sempre metal, lo prendiamo come una sfida positiva cercando di spargere il nome Wind Rose tra nuovi fans. Sappiamo che il pubblico è lì principalmente per l’headliner, ma è sempre metal… alla fine siamo tre gruppi che esprimono tre modi di fare metal.

Claudio: Può sembrare una cosa “commerciale”, ma ora il power “netto” non va più…

Federico (tastiera): Sono un po’ di anni che sta in declino.

Claudio: Continuando a tenere il nostro stile ci siamo detti “perché non metterci qualcosa di folk, visto che ci piacciono queste cose?”.

Federico: Con i Wintersun ci abbiamo fatto il tour spagnolo, le date ci hanno aiutato per le influenze successive.

Il mio primo concerto “vero” è stato nel 1998, quando sul palco del Gods Of Metal hanno suonato Labyrinth, Iced Earth, Blind Guardian, Gamma Ray, Helloween, Stratovarius, Pantera e Black Sabbath, ben cinque gruppi power. Questo per dire che sono cresciuto ascoltato tanto power, e musicalmente riconosco spesso, in termini diversi e influenze differenti, quel qualcosa, magari una semplice melodia di chitarra, che avvicina il power al folk. Molti gruppi folk si avvicinano al power per le chitarre o certe ritmiche, mentre alcune formazioni power hanno riferimenti folkeggianti, diciamo così.

Claudio: Molti gruppi power nati da poco hanno elementi folkeggianti. Mi vengono in mente gli Orden Ogan che hanno, ad esempio, vestiti epici, va un po’ di moda. Preferiamo iniziare a mettere nella nostra musica delle cose folk…

Federico: Perché musicalmente ci attira.

Claudio: È possibile che il prossimo album sia molto più folk!

Daniele: Veniamo comunque da una serie di ascolti che spaziavano dal prog metal al power classico, questo progetto è nato sotto il segno di queste influenze, ma esagerare sul lato folk per noi sarebbe “fuori genere”. Se hai sentito qualcosa del nuovo disco puoi riconoscere diverse cose di stampo folk, ma la base è un’altra. Abbiamo improntato molto sui riff, sui giri di chitarra, sui ritornelli orecchiabili che ti rimangono in testa dopo due ascolti. Il nostro obiettivo era prendere tutto quello che abbiamo ascoltato per avere una visione molto più aperta.

Avere in formazione Cristiano (ex Labyrinth e Vision Divine, nda), pensate che sia una “possibilità” in più per voi?

Daniele: Dalla presenza scenica, al sapere come funziona stare sul palco, è un fatto di esperienza. Si è visto subito fin dal demo del 2010, sia per la scrittura che per come si fanno determinate cose. Sicuramente è un punto a nostro favore.

Claudio: La Scarlet l’ha messo tra i punti forti del disco, così come Simone Mularoni, che è un nome rinomato per mastering e mixaggio. Ma c’è soprattutto il fatto che ora siamo come una famiglia, prima c’era qualche difficoltà col precedente bassista. Diciamo che anche se con lui c’è una notevole differenza d’età noi non la sentiamo!

Ti stanno dando del vecchio!

Cristiano (basso): Uno zietto giovane dai!

Claudio: Per tutti noi avere un personaggio che nella scena italiana ha detto tanto tra dischi e tour, con delle band importanti, è un grande onore! Non lo immaginavamo che cinque anni dopo aver prodotto il demo sarebbe entrato nella band.

Cristiano: Per me è stata una cosa molto interessante, il fatto di trovare ragazzi che sanno suonare su un livello professionale… con loro è stato facile perché ci avevo già lavorato, avevano una buona visione per quel che significa scrivere un pezzo, parlo del demo. Mi sono semplicemente limitato a indirizzarli per la strada giusta e fargli capire cosa vuol dire essere professionali. Io mi son trovato da produttore del demo e poi del disco a musicista, un passaggio naturale. Si è creato un rapporto d’amicizia che non pensavo, mi piace molto il loro folklore toscano, io sono di Carrara, quasi ligure, suoniamo e ci divertiamo, una cosa preziosa e rara al giorno d’oggi.

Parliamo del disco: per prima cosa vi dico che mi è piaciuto. Ho trovato quell’atmosfera power con la quale sono cresciuto, un power sincero che è difficile da trovare in altri lavori. Poi mi piace perché è un cd tirato, con un’ottima voce, e belle orchestrazioni molto turisasiane…

Federico: Quindi mi pare di capire che i Turisas ti piacciono…

Tranne Turisas2013 che trovo osceno!

Federico: The Varangian Way…! Stand Up And Fight alcune canzoni…

Sì è da sottofondo quando si chiacchiera a casa, ma se devo ascoltare i Turisas vado con Battle Metal o The Varangian Way

Federico: The Varangian Way è devastante! Hanno una carica micidiale! Penso che noi abbiamo parecchie influenze dei Turisas, non capisco come mai se ne siano accorti in pochi!

Claudio: Se hai sentito/visto il singolo/video è lampante.

Eccome, musica, scene, melodie…

Claudio: Se ti devo dire la verità è la canzone sulla quale si era puntato di meno, è la più folk del disco. Ci siamo trovati con la setlist del disco e ci siamo detti “su quale ci facciamo il video?”. A seconda del testo ci volevano più o meno comparse e lavoro, così abbiamo trovato quella d’impatto, adatta per fare un video, la più diretta e orecchiabile. La canzone è un po’ un inganno perché una persona può dire “ok, ho visto il videoclip, questa è una band folk, mi aspetto un certo sound”, mentre se metti il disco troverai solo quella di folk… però noi volevamo fare un video in tema col testo della canzone.

Parliamo dei testi: ci sono riferimenti a Skyrim, Lo Hobbit, Spartaco…

Claudio: La prima, Age Of Conquest, è ispirata a Skyrim, io e il cantante siamo i giocatori… la seconda parla di Tolkien, la creazione del Silmarillion. Si va avanti con la terza canzone sempre su Tolkien, questa volta il libro è Lo Hobbit: la Montagna Solitaria e la missione degli Hobbit. Ode To The West Wind è ispirata a una poesia di Percy Bysshe Shelley, letteratura inglese, Ode al Vento dell’Ovest. Skull And Crossbones è sui pirati, più avventuriera, poi c’è Spartacus, puoi immaginare…

…dal telefilm o dalla figura storica?

Cristiano: Dalla figura storica…

Claudio: Io il telefilm non l’ho guardato. Poi c’è Born In The Cradle Of Storms, un pezzo ispirato agli dei greci e alla mitologia, l’ultima Rebel And Free parla dei ribelli scozzesi, leggermente ispirata a William Wallace.

Quindi ogni brano ha una storia a sé.

Daniele: Esatto, a differenza del primo disco che era un concept.

Claudio: Però ci sono dei concetti in comune per tutte le canzoni, come la libertà, la vendetta…

Cristiano: Orgoglio di non voler cedere mai a chi ti vuole schiacciare, la tirannia.

Francesco (voce): Una rivendicazione, che sia la libertà, che sia qualcosa che prima avevi e ora non hai più, come Erebor per i Nani, la libertà degli scozzesi, la libertà degli uomini liberi che poi sono stati ridotti in schiavitù per fare i gladiatori.

Federico: Nel mezzo ci siamo noi, ci piacerebbe far valere la nostra musica.

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Qual è, secondo voi, l’aspetto vincente del disco?

Claudio: I ritornelli, i cori.

I ritornelli sono veramente belli, le melodie me le ricordo bene.

Claudio: Tre settimane di lavoro per i cori e i ritornelli. Poi anche il missaggio, i corni e tutto quello che ha creato l’atmosfera delle guerre.

Francesco: Sai qual è per me l’aspetto vincente del disco? Quando si pensa al power metal si pensa a un certo tipo di power metal, o degli anni ’80 (Helloween, Gamma Ray) o sennò la scuola degli anni ’90, quella di Fabio Lione e dei Rhapsody. Si vanno sempre a cercare quelle sonorità forse perché ha davvero fascino e ha avuto un periodo d’oro, ma l’aspetto vincente del nostro disco è il non assomigliare a quel tipo di musica. È power metal, se l’ascolti non puoi dire che non è power metal, ma a partire dall’accordatura, alla scelta dei tempi, parti più progressive o ritmi stoppati… è una cosa che secondo me nel power non è ancora stata fatta. Non si può essere molto oggettivi sulla propria musica, ma se dovessi dirti un altro gruppo al quale assomigliamo non so fartelo. Magari c’è un coro o un’altra cosa che può ricordarmi qualcuno, ma lo senti e dici “è il disco dei Wind Rose”.

Come vi ho detto prima, nel vostro disco ci ho trovato lo spirito degli anni ’90, quando ero giovanotto, musica ruspante, però se dovessi dire quali sono le influenze non saprei farlo perché non sono palesi. Siete personali, c’è gusto…

Claudio: È un bel complimento!

Cristiano: Speriamo che questa sia un’arma vincente, è tutto lì quello a qui puntiamo.

Francesco: Prendiamo le briciole di un genere che ormai è alla fine con quei canoni, cerchiamo di essere più originali possibili. Se le cose si fanno con costanza, a modo, penso che i risultati arrivano al di là delle aspettative iniziali. Dici “cosa voglio fare nella vita? In questo disco c’ho messo tutte le carte che al momento della scrittura del disco mi potevo giocare, me le sono giocate tutte al 100%, il disco me lo ascolto e mi piace”, quindi quando arrivi a questo sei soddisfatto, capisci di aver raggiungo un punto d’equilibrio tra line-up e songwriting che è la via che devi seguire. Per il primo disco eravamo tutti un po’ titubanti, c’ero io che ero arrivato da un gruppo hard rock, da una scena diversa, loro facevano puro progressive metal, Cristiano…

Cristiano: Power metal e genere progressivo. Ora sto esplorando questo folk, tra tutti io sono quello che lo percepisce di meno, sono più legato al classico. Gli Eluveitie li trovo interessanti, incastrano diverse cose che mi piacciono, magari documentandomi riesco a scoprire altri gruppi in gamba.

Hai attraversato diverse fasi della musica, come vivi ora l’esser musicista in un’epoca dove tutti sono musicisti e tutti fanno dischi?

Cristiano: La sento questa cosa! C’è parecchia differenza rispetto a prima, il mercato pullula di dischi, quello che fa la differenza alla fine è quel qualcosina in più che ti fa emergere, altrimenti diventi la copia di qualcuno, un clone. È bene avere influenze ma è fondamentale avere le proprie idee. Noi prendiamo tutto da tutti, un po’ di qua e un po’ di là, ma la mano e la testa per quel riff o fare una melodia alla tastiera, è quello che fa la differenza. Collegandomi alla tua domanda, ora è molto più difficile, prima era un corridoio largo con poche persone, ora è un corridoio stretto con un sacco di persone. Si è persa anche la qualità. Nel 2015 è fondamentale riuscire a creare la propria identità, fa bene al gruppo e fa bene alla musica.

Federico: È anche molto difficile…

Cristiano: È la parte più difficile…

Francesco: È così perché tanti gruppi che pur di fare uscire il disco dicono “ah bello questo riff, forte l’orchestrazione, mettiamoli in una canzone”, e sento dei cd che sono copia/incolla di altre migliaia di dischi, quindi a cosa è servito far uscire il disco? Magari è servito per il prossimo lavoro, “ragazzi, s’è fatto un cd che è uguale a tutti gli altri, facciamo qualcosa di nostro”, e magari serve per non fare le stesse cose, anche seguendo le mode, se capisci che la tua vocazione è quella. Per noi i mastermind sono Claudio e Federico, quindi chitarra e tastiera, l’identità l’hanno trovata loro anche in base alla line-up.

Siamo quasi alla fine di questa bella chiacchierata… vi chiedo un parere sul fatto che ho visto le foto delle date in Spagna e in Francia e i locali erano pieni, poi venite in Italia e a Milano si arriva forse a duecento spettatori…

Claudio: Ieri a Firenze anche peggio, forse centocinquanta persone.

Come mai in Italia è sempre così?

Daniele: Se fai cover ti ci vengono trecento persone, se fai musica inedita…

Francesco: L’organizzazione. Se sul biglietto c’è scritto inizio concerti alle 20 e tu fai suonare i gruppi alle 18.30… non dico noi che siamo quasi nessuno e stiamo emergendo, ma fai suonare un gruppo come gli Skalmold alle 19.15… se fossi un organizzatore non farei mai una cosa del genere. In Italia si esce da lavoro alle 18 se ti va bene, come fai a far suonare alle 18.30 se scrivi sul biglietto le 20?

Claudio: A Milano 200 spettatori, a Marsiglia quasi 900.

Daniele: A Marsiglia abbiamo suonato in una struttura che aveva anche la scuola di musica, per gli studenti c’era la programmazione della settimana per poter assistere ai concerti, in Italia una cosa del genere non esiste.

Claudio: Ci ha colpito che in Spagna lo sponsor della data era il Carrefour (una catena di supermercati, nda).

Cristiano: Una visione molto più aperta, di muovere l’economia, che sia musica o altro.

Claudio: Un’altra cosa è il prezzo del biglietto: in Italia tra ventotto e trentuno euro, ad Atene sono quattordici euro.

Siete stati confermati al Fosch Fest per la giornata “italiana”: cosa vi aspettate?

Daniele: Un grosso obiettivo sarebbe quello di avere un pubblico davanti che ci ascolta. Il Fosch potrebbe essere l’occasione per dire “noi siamo qui”, ma non perché siamo meglio di altri, giusto per far vedere che esistiamo.

Francesco: Speriamo che la gente apra la mente al fatto che sì, non facciamo folk, ma abbiamo dei riferimenti folk all’interno della nostra musica, magari non sarà semplice, ma sono sicuro che si potranno divertire. Speriamo di avere dei consensi anche dove a noi il campo è ancora sconosciuto.

Ragazzi è stato un piacere, buon concerto!

Grazie a te!

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Wind Rose e Mister Folk.

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Heidevolk – Velua

Heidevolk – Velua

2015 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mark Splintervuyscht: voce – Lars Vogel: voce – Kevin Olinga: chitarra – Reamon Bomenbreker: chitarra – Rowan Roodbeart: basso – Joost Vellenknotscher: batteria

Tracklist: 1. Winter woede – 2. Herboren In Vlammen – 3. Urth – 4. De Hallen Van Mijn Vaderen – 5. De Vervloekte Jacht – 6. Het Dwalende Licht – 7. Drankgelag – 8. Velua – 9. Een Met De Storm – 10. Richting De Wievenbelter – 11. In Het Diepst Der Nacht – 12. Vinland (bonus track)

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Gli olandesi Heidevolk arrivano al quinto disco in carriera, un traguardo significativo perché significa che la band ha lavorato con costanza da quando, nel 2005, ha pubblicato l’ottimo debutto De Strijdlust Is Geboren, lavoro di grezzo e personale heathen metal. Da allora di cose ne sono successe, il gruppo si è imbarcato in numerosi tour e ha visto la propria notorietà crescere costantemente.

Batavi, bellissimo cd del 2012 è forse, insieme al debut album, la migliore cosa realizzata dalla formazione di Arnhem, quindi la pressione sugli Heidevolk per questo Velua poteva non essere semplice da affrontare, pressione che invece non li ha minimamente scalfiti, se alla fine hanno confezionando un lavoro di buona qualità. Unica nota stonata, la recente separazione dagli storici Mark Splintervuyscht e Reamon Bomenbreker, rispettivamente voce e chitarra, nella band dal 2005.

Winter Woede è l’opener del cd e anche il singolo selezionato per il videoclip promozionale. Scelta giusta in quanto è lo specchio di quel che gli Heidevolk sono oggi, una vigorosa macchina da guerra che continua a marciare nel modo che meglio conosce, non facendo prigionieri. L’unica particolarità è nell’uso della voce sporca impiegata per rafforzare alcuni cori, fatto assai raro per i frontmen degli Heidevolk. Herboren In Vlammen è una speed song dalla melodia gagliarda, sottolineata dalle accelerazione del potente batterista Joost Vellenknotscher; i fraseggi di chitarra catchy sono una vera sorpresa che non stona con i riff massicci che portano all’headbanging più sfrenato. La terza traccia, Urth, è più ricercata sia per linee vocali che per arrangiamento, dove è possibile riconoscere in sottofondo violini e orchestrazioni. Il risultato, pur non essendo malvagio, non è neanche esaltante, ma bisogna riconoscere la bontà della parte dove violino e chitarra si lanciano in brevi – esaltanti – assoli. Tempi più rilassati per De Hallen Van Mijn Vaderen, classico brano alla Heidevolk che sa di già sentito, ma nonostante tutto non si riesce a skippare. De Vervloekte Jacht è un bel pezzo dal ritornello nel tipico doppio cantato, da sempre marchio di fabbrica della band, ma è la parte con i stop’n’go che esalta fin dal primo ascolto: un sicuro successo in sede live! A metà Velua viene rivelata una chicca dal titolo Het Dwalende Licht: tutto è perfetto, dalle chitarre grintose ma non invadenti, al lavoro del batterista – dinamico ma non esagerato – per finire per i malinconici cori e le due voci che all’unisono declamano le strofe. Il sound retrò di Drankgelag porta alla mente la formazione olandese dei primi due lavori, quando il successo era ancora un sogno (non che dopo i tour in tutto il mondo i ragazzi si siano montati la testa, tutt’altro!) e ci si stupiva dell’uso della doppia voce maschile, fatto unico nella scena. La title track è un classico mid-tempo che prende vita grazie allo stacco vagamente anni ’80 (la melodia e la tastiera sono fondamentali in questo) verso la fine della composizione. Simile come struttura Een Met De Storm, se non per le chitarre più incisive e la doppia cassa che a metà brano di fa prepotente. Richting De Wievenbelter ha degli ottimi giri di sei corde, sui quali il cantato (e gli arpeggi in sottofondo) si posano con estrema naturalezza. Il brano dà l’idea di poter proseguire all’infinito tanto è ipnotico in alcuni passaggi, ma l’inizio virile di In Het Diepst Der Nacht desta dal sogno: per sonorità si torna al 2006, gli Heidevolk si superano con un pezzo praticamente perfetto dove sono presenti tutti gli elementi che hanno permesso alla formazione olandese di emergere nella scena folk metal. Velua termina con la bonus track Vinland, tra cambi di tempo, belle accelerazioni e brevi svisate chitarristiche. La lingua scelta è incredibilmente l’inglese, e i cori Vinland! Hail to Vinland! sono concepiti per essere cantati dagli spettatori duranti i concerti.

La Napalm Records, etichetta che ha dato fiducia loro nel 2005, può ritenersi soddisfatta dal lavoro svolto in studio dagli Heidevolk: le canzoni sono ben fatte, i suoi potenti ma reali, molto live sotto certi aspetti. Il disco è un concept sul Veluwe, una zona della Gheldria, nell’est dei Paesi Bassi, un luogo ricco di foreste e antiche storie, qui raccontate dai bardi olandesi. Fastidiosi goblin, atroci maledizioni, romantici quadri del ‘900 sono alcuni degli argomenti trattati, caso a parte è Vinland, durante la quale si parla dell’impresa di Leif Erikkson (la scoperta dell’America cinquecento anni prima di Colombo), un testo nato dopo il primo tour della band negli USA, un ringraziamento ai propri fans di tutto il mondo. Uno o due brani in meno avrebbero probabilmente giovato al risultato finale (cinquantasei minuti di durata non sono pochi), ma è un dettaglio di secondaria importanza.

Meno aggressivo e incisivo di Batavi, più dinamico e intrigante di Uit Oude Grond, ormai lontano dal senso di “grezzo” – nell’accezione positiva del termine – di De Strijdlust Is Geboren, Velua è semplicemente un bell’album che soffre di tanto in tanto di qualche calo d’ispirazione, ben controbilanciato da un paio di episodi davvero notevoli. Gli Heidevolk sono una garanzia di qualità sia su disco che in concerto, un nome che gli appassionati di folk metal hanno inciso sul cuore.

Galar – De Gjenlevende

Galar – De Gjenlevende

2015 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Slagmark: voce, chitarra, basso – Fornjot: voce pulita, pianoforte, tastiera, fagotto

Tracklist: 1. De Gjenlevende – 2. Natt … Og Taust Et Forglemt – 3. Bøkens Hymne – 4. Ljós – 5. Gjeternes Tunge Steg – 6. Tusen Kall Til Solsang Ny

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Ci sono innumerevoli gruppi di limitata notorietà che producono lavori di grande interesse, ben altra cosa rispetto a quello che riescono a fare i grandi nomi sotto le varie Century Media e Nuclear Blast tanto per fare due nomi a caso. Fortid, Oakenshield, Stworz, Khors e Árstíðir lífsins sono i primi che mi vengono in mente, ma l’elenco potrebbe essere davvero lungo. Tra questi un posto d’onore spetta ai norvegesi Galar, duo in attività dal 2004 che ha recentemente deciso di ampliare la line-up con dei turnisti per suonare dal vivo.

La formazione di Bergen ha esordito con Skogskvad nel 2006, seguito quattro anni più tardi da Til Alle Heimsens Endar: dischi di grande qualità, un sound definito e personale, artwork accattivanti, musica esaltante. Nonostante ciò i Galar sono rimasti nell’underground, e forse neanche il nuovo De Gjenlevende riuscirà a modificare lo status della band, purtroppo.

Il disco inizia con un soave arpeggio di chitarra che conduce al riff di matrice melodic black che sarà il protagonista del brano. I nove minuti della title-track sono un susseguirsi di cambiamenti musicali e umorali: sfuriate brutali lasciano spazio ad accordi ampi e la voce clean – veramente bella – si alterna al ferale scream del frontman. Natt … Og Taust Et Forglemt ha dei richiami alla musica di Vintersorg: melodie vocali e giri chitarristici s’intrecciano col drumming esasperato di Phobos, ex Gorgoroth. La seconda parte della composizione è di stampo aggressivo, con urla e brutalità a farla da padrone. I Galar osano ancora di più, e il risultato è la terza perla del cd, Bøkens Hymne, altri nove minuti di black/viking vario e ricco di spunti a dir poco interessanti. Dal pianoforte iniziale (che ogni tanto torna a farsi sentire anche nelle strofe), ai cori che si sovrappongono, passando per le chitarre catchy (?!), la musica di Slagmark e Fornjot, nonostante le bordate di metallo fuso, è capace di portare pace e speranza come la fresca brezza mattutina sul viso. Il finale di Bøkens Hymne è un crescendo di raffinata bestialità che la dice lunga sulla capacità compositiva del duo norvegese. Arriva il momento del break strumentale con Ljós, dove l’elegante pianoforte, insieme al fagotto, crea un bel momento atmosferico dal sapore gotico, per certi versi simile a quanto fatto dai tedeschi The Vision Bleak con il bonus disc di Set Sail To Mystery. I Galar riprendono subito a picchiare duro con Gjeternes Tunge Steg, una canzone spesso tirata, con ottimi riff di chitarra alla Enslaved e le classiche clean vocals che si posano ottimamente sul caos musicale. I dieci minuti di Tusen Kall Til Solsang Ny portano De Gjenlevende alla conclusione, una conclusione in grande stile, l’ennesimo viaggio in un sound ricco e personale come pochi se ne possono incontrare al giorno d’oggi. A spiccare è l’ottimo lavoro alla chitarra di Slagmark, il quale tra fraseggi e assoli mette in mostra una classe e un buon gusto d’altri tempi.

La produzione è ottima, pulita ma con un fondo vagamente sporco, più intellettuale che reale: ottimo il lavoro svolto presso il Concleave & Earshot Studio da Bjørnar E. Nilsen (Helheim, Taake ecc.). I testi sono, come al solito, interessanti e profondi: l’inverno porta morte e tristezza, ma anche la speranza di poter vedere presto il nuovo Sole, in grado di scaldare e portare nuovamente la vita.

Cinque anni per lavorare a un disco sono tanti, lecito quindi aspettarsi un full-length di prima classe, cosa che è puntualmente avvenuta. De Gjenlevende è il terzo centro per la band di Bergen, un lavoro monumentale che merita di essere ascoltato più volte, assaporato e assimilato col tempo. Cd del genere non escono tutti i giorni e sarebbe un vero peccato perdersi il nuovo, eccellente, lavoro dei Galar.

Intervista: Korrigans

I laziali Korrigans hanno suonato al Traffic Live Club in occasione della data dei Furor Gallico  (QUI il live report), quale migliore occasione per scambiare due chiacchiere face to face con i giovani musicisti? Il tastierista Spiorad, il batterista Solstafir e il chitarrista Torc (nel frattempo uscito dal gruppo) hanno parlato del bel debutto Ferocior Ad Rebellandum, del rapporto con la Nemeton Records, della scena folk e del pay to play…

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Qualche parola per presentare il gruppo ai lettori che non vi conoscono?

Solstafir: Il gruppo nasce nel 2012, anno in cui abbiamo pubblicato il primo demo, chiaramente autoprodotto. Ci abbiamo messo un po’ di tempo per trovare la tranquillità di line-up e nel 2014 abbiamo fatto uscire il disco Ferocior Ad Rebellandum che anche tu hai recensito – e ci è piaciuta – e ora stiamo cercando un po’ di date live…

Spiorad: Soprattutto per cercare di uscire da Latina, che è una realtà morta per la musica, quindi stiamo cercando di organizzare qualcosa fuori…

Torc: per il momento stiamo facendo un mini tour, chiamiamolo così. Abbiamo iniziato ad Alatri presso La Perla Nera con un gruppo thrash della zona che si chiama Sanitarium, questa coi i Furor Gallico è la seconda e le prossime saranno il 1 aprile a Latina e il 16 maggio a Genova con Icethrone, Evendim e Free Nameless.

Torniamo indietro nel tempo e parliamo del demo, “vecchio” già di qualche anno: cosa pensate e provate quando lo ascoltate?

Spiorad: Una certa emozione, ma anche il fatto di poter dire “cavolo siamo cresciuti!”, soprattutto ora che abbiamo fatto il disco possiamo vedere e ascoltare le differenze. Soprattutto per il lavoro in studio, per Ferocior Ad Rebellandum siamo stati oltre nove mesi in studio…

Solstafir: Praticamente un parto!

Spiorad: A livello musicale, di songwriting e tutto il resto siamo cresciuti tantissimo e siamo molto soddisfatti di questo. Chiaramente speriamo di poter fare ancora meglio con i prossimi lavori.

Solstafir: Io non ascolto il demo da quando l’ho suonato, ma stranamente ai concerti ci chiedono i pezzi del demo e quindi nelle prossime esibizioni suoneremo qualche pezzo preso da lì. Chiaramente siamo cambiati, prima la musica era più uno sfogo, ora è un obiettivo.

Nelle recensioni di Ferocior Ad Rebellandum si legge spesso l’importanza dei testi nel vostro lavoro, e una in particolare, molto carina, diceva che a scuola voi eravate i secchioni che ascoltavano con interesse le lezioni di storia…

Torc: Niente di più falso! (risate, nda)

Solstafir: Bisogna fare una premessa: nessuno di noi è un secchione, anzi! Il fatto di parlare della terra da dove veniamo ci ha spinto a cantare in italiano e a inserire alcune parti in latino…

Torc: Anche per venir fuori dalle solite cose vichinghi-celtici-nordici e via dicendo.

Solstafir: Noi abbiamo cercato di prendere qualcosa dalla terra dalla quale veniamo.

Spiorad: Soprattutto il fatto di non cantare in inglese, ma nella nostra lingua, ci fa uscire fuori dagli schemi.

L’intenzione è di continuare con concept storici o c’è la possibilità di un cambiamento?

Solstafir: Questa è una bella domanda… quelli che scrivono la musica sono loro due, chitarrista e tastierista, vediamo cosa tirano fuori con la musica e poi ci adatteremo la musica, non siamo mai partiti dai testi per poi adattarci la musica.

Torc: Stiamo lavorando a dei pezzi nuovi e alcune cose sono cambiate, anche perché un Ferocior 2 sarebbe inutile. Per i testi al momento non abbiamo idea.

Solstafir: Sicuramente diverso da Ferocior, ma non abbiamo idea se ogni brano sarà a sé o un concept.

Spiorad: Magari un concept su un’altra popolazione che fa la stessa cosa dei Volsci sui Romani… (risate, nda)

Allora ve la do io una dritta: quando avete fatto uscire il disco abitavo a via dei Volsci, ora mi sono spostato di due traverse e sto a via degli Aurunci, quindi potreste fare un concept album sugli Aurunci!

Torc: Tra l’altro i monti Aurunci stanno sulla cartina che fa da copertina a Ferocior, un chiaro segno! (risate, nda)

Solstafir: Meno male che non ti sei spostato a via dei Vichinghi! Ahahah (altre risate, nda)

Persephone: L’unico problema è che gli Aurunci non se li caca nessuno!

Korrigans: Manco i Volsci! (in coro, nda)

Solstafir: La ricerca sui Volsci è stata dura, abbiamo proprio dovuto scavare…

Torc: Di materiale ce n’è poco, e bisogna trovare qualcosa che sia utilizzabile per un disco metal. Noi abbiamo utilizzato la battaglia di Corbione che è un po’ la chiave del disco, anche grazie a Tito Livio…

Solstafir: Abbiamo cercato di unire le cose vere, storicamente accadute, e romanzarle un po’.

L’idea che mi ero fatto io, ascoltando il disco, è che partendo dai testi si fa poi la musica.

Spiorad: Possiamo dire che la musica che abbiamo scelto fa comprendere bene che tipo di testo ci va abbinato.

Solstafir: Sul pezzo festaiolo ci è venuto facile metterci il testo allegro, il brano più black oriented lo abbiamo utilizzato per le cose più cruente, le battaglie.

Come siete giunti al contratto con la Nemeton Records?

Solstafir: Ho scritto io a Matt (il boss, nda), un’email dicendogli che avevamo un demo, di ascoltarlo… devo dire che lui è sempre stato molto disponibile, ci ha risposto subito, ha detto “bello il demo, tra mille che ne ho sentiti il vostro spicca!”, e noi “buono, se è così per il demo aspetta di ascoltare il disco!”.

Quindi avete registrato il disco prima di firmare?

Solstafir: Esatto.

Torc: Quando lui ci ha contattato ci stavamo occupando della grafica.

Senza Nemeton avreste fatto un autoprodotto?

Spiorad: Probabilmente sì.

Solstafir: Matt ci sta dando una mano con le varie piattaforme digitali, ora anche per i live, poi la scena folk – ma bisognerebbe dire la scena Nemeton – si sta allargando e i gruppi si danno una mano. Anche il fatto che tutti i gruppi stanno sotto la stessa etichetta aiuta per le serate. Per noi una bella svolta.

Spiorad: Soprattutto è che c’è un’etichetta italiana per i gruppi italiani, quando di solito si pensa alla Germania, al nord…

Al nord, oltre a Fosch Fest e Malpaga, ci sono un sacco di festival, da Bologna in giù non c’è mai nulla. Qui a Roma il pubblico c’è, per i Folkstone partecipano quattrocento persone, però non c’è una scena romana.

Solstafir: Anche a Firenze la scena è bloccata, non c’è per niente. Recentemente ho parlato con quello dell’Etrurian Metal Promotion, ha detto che le serate folk non vanno.

Non dico tanto delle serate, ma dei festival…

Solstafir: Oltre al fatto della mentalità c’è da dire che i gruppi come noi, che stiamo a Latina, quindi proprio al centro, per andare a suonare a Milano con cento euro di rimborso e venti persone sotto al palco, io ci posso andare, ma cosa porta questo a noi come gruppo e alla scena? Secondo me non tanto…

Torc: Al nord adesso ha preso il folk, perché fino a qualche anno fa non se lo inculavano manco là. Penso che anche qui stia arrivando, ma ci vuole tempo.

Solstafir: Penso che una serata come questa qua, con i Furor Gallico, qualche anno fa ci sarebbe stata molta meno gente. Mi fa piacere che molti gruppi italiani riescono a suonare in festival all’estero, perché fa bene alla scena.

Torc: La scena nel Lazio, e nel centro, è proprio bloccata, con il caso a parte Abruzzo.

Solstafir: Una scena molto molto viva sta in Abruzzo. Noi abbiamo suonato a Pescara e il locale era pieno, non ce lo aspettavamo. Vedo che al sud si suona, Bari ha festival e concerti, saluto i Vinterblot, al nord va bene, qui al centro la scena va smossa.

Torc: basta dire che in tutto il Lazio ci siamo solo noi e i Dyrnwyn.

Cinque anni fa c’erano gli Oak Roots che avevano fatto un bel demo, poi sono scomparsi… Qual è l’obiettivo dei Korrigans?

Spiorad: sicuramente di fare tanta esperienza live, e poi tra trent’anni voltarci indietro e dire “ammazza che coglioni che eravamo!” (risate, nda) Nel senso che ci siamo divertiti…

Solstafir: Si inizia a suonare perché ti piace farlo, poi se la gente compra il disco e dice “bravo questo gruppo” è il massimo. Suonare altri dieci-quindici anni in Italia sarebbe un obiettivo che ci possiamo prefiggere…

Spiorad: Perché non all’estero? Magari entrare nella storia del folk metal, ascoltare i dischi e dire “sono i nostri”, hanno una particolarità tutta loro.

Paghereste per fare un tour?

Zer: Penso che siamo tutti d’accordo su questo argomento: siamo poco interessati al pay to play, non pagherei mai per suonare. Certo che se venisse il gruppone estero dicendo che ci fa fare trenta date per diecimila euro, pubblico… date… vendite… allora forse, dico forse, ci potremmo pensare. Anche se lo spirito originale è quello di suonare per il piacere di farlo.

Torc: Deve essere una cosa che fa gola e che porta il gruppo a essere conosciuto.

Solstafir: Ci avevano proposto ventisei date in un mese con i Keep Of Kalessin, ma abbiamo sentito puzza di pay to play e quindi…

Spiorad: Noi sputiamo sudore in sala prove, sul palco, per comporre, in studio… ovviamente speriamo di arrivare in alto e ci prendiamo quello che capita.

Solstafir: Piano piano stiamo vedendo che abbiamo raggiunto un sacco di obiettivi, senza pagare nessuno se non lo studio di registrazione.

Ragazzi vi ringrazio per la disponibilità e la simpatia…

Solstafir: Smuovete ‘sta cazzo di scena, andate ai concerti, comprati i dischi, cazzo supportate la scena. Ringraziamo Mister Folk per l’intervista!

K2

Intervista: Alphayn

Austria, heathen metal. No, non si sta parlando degli Heathen Foray, ma degli Alphayn, nuova formazione che ha debuttato, coraggiosamente, con un full-length autoprodotto di buona qualità. Alphayn che hanno in comune con gli Heathen Foray il cantante, Robert Schroll, ma è bene dirlo, i punti in comune terminano qui. Proprio con Rob ho parlato del cd Heimkehr, un lavoro ben curato in grado di dare belle soddisfazioni agli amanti del pagan metal più crudo e diretto. 

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Flavia Di Luzio per la traduzione dell’intervista.

Alphayn1

Come è nato il gruppo e quali sono gli obiettivi degli Alphayn?

Ho studiato a Vienna e lì ho conosciuto queste persone meravigliose. L’idea ci è venuta davanti a una birra. Molti di noi erano amici già da prima di cominciare a fare musica. Amiamo fare musica insieme, intrattenerci gli uni con gli altri e uscire in gruppo. Gli Alphayn sono il risultato della nostra amicizia.

Pubblicare subito un full-length senza passare per almeno un demo o un EP è spesso rischioso, eppure voi siete riusciti a realizzare un buon lavoro. Pensi sia dovuto al fatto che siete dei musicisti con esperienza?

Ah! Forse. In realtà si tratta anche del semplice fatto che fare un demo o un EP è comunque un lavoro impegnativo. Volevamo usare meglio il nostro tempo. Volevamo fare un full-length di alta qualità.

Heimkehr si presenta bene esteticamente: un digipack elegante per una band debuttante e per di più senza il supporto di una casa discografica non è cosa di tutti i giorni!

Sì. Siamo molto soddisfatti. La grafica della copertina è stata realizzata da Fabrizio de Rossi, nostro amico nonché già autore della copertina di Inner Force degli Heathen Foray. Ci piaceva molto l’idea di produrre un digipack e, per essere onesti, c’era un’offerta speciale presso la casa discografica che ha prodotto l’album. 😉

Come mai la scelta di pubblicare da soli il disco? Maggiore libertà artistica o sfiducia verso il music business?

Nulla di tutto ciò. L’abbiamo fatto e basta. Non volevamo aspettare di raggiungere un accordo. Volevamo fare quest’album. E con “quest’album” intendo proprio l’album che ora puoi sentire. L’album che tieni tra le mani. Non cambieremmo neanche UNA cosa.

Quali sono i pro e i contro di autoprodursi il disco di debutto?

Pro: puoi fare ciò che vuoi quando vuoi. Sei il “manager” di te stesso. Non ci sono etichette che assorbono parte del tuo guadagno.

Contro: Con un’etichetta hai molta più promozione e il tuo cd arriva nei negozi.

Musicalmente vi ho trovato molto “quadrati”, un sound roccioso, omogeneo e non piatto. Tra l’altro penso che avete le capacità per osare qualcosa in più per il prossimo lavoro… sei d’accordo?

Totalmente. Amo il sound di Heimkehr (grazie a Marco Cudan). Siamo una band giovane. Abbiamo bisogno di trovare la nostra strada e questo disco è solo l’inizio.

Quali sono le fonti d’ispirazione per la band? Quali gruppi ammirate maggiormente? Siete influenzati anche da situazioni extra musicali (libri, film ecc.)?

Tra i gruppi che ammiriamo di più ci sono ottime band pagan “underground”, ma certamente anche band più note… Musica a parte, siamo influenzati anche da altre cose. I pezzi Alarich e Wir Rufen Deine Wölfe si ispirano a delle poesie. E Reise trae spunto dalla serie di romanzi di Stephen King La Torre Nera.

I testi sono presenti all’interno del booklet, ma ti va di parlarne un po’ ai lettori che non conoscono il tedesco?

Alarich: poesia di August Graf von Platen. Il titolo originale dell’opera era Das Grab am Busento.

Weltenanfang: parla dell’origine del mondo e dei primi esseri viventi come il gigante Ymir. Inoltre riguarda anche il primo conflitto.

Wetz die Krallen: la canzone parla del diavolo che è in noi. Del nostro lato oscuro. Nella canzone ci si chiede se, a volte, possa far bene liberare il nostro lato selvaggio.

Maschinenmonster: temiamo le macchine che creiamo? Una società high tech è desiderabile?

Reise: sì, questa canzone parla di Roland di Gilead e della ricerca della Torre Nera. Adoro i libri di Stephen King!

Heimkehr: una, come dire, tipica canzone vichinga. Facendo ritorno da un’incursione le tribù vichinghe trovano la loro dimora distrutta.

Rache: Vendetta! Per l’insediamento distrutto!

Wir Rufen Deine Wölfe: poesia di Friedrich Hilscher.

Abstieg: simpatica storiella di un tale che, durante una passeggiata, viene soccorso da Thor in persona e sottratto alle grinfie dei Goblin.

La band è attualmente al lavoro per il successore di Heimkehr? Oppure ci sarà una certa “alternanza” tra Heathen Foray e Alphayn?

Heathen Foray e Alphayn sono due band distinte. Mi piacerebbe poter dedicare lo stesso tempo a entrambe le band. In tutta sincerità devo ammettere che negli ultimi mesi ho un po’ trascurato gli Alphayn. Spero di avere più tempo quanto prima… Con gli Alphayn abbiamo preparato del nuovo materiale. E stiamo lavorando su altro ancora.

Sia Alphayn che Heathen Foray suonano heathen metal: quali, secondo te, le differenze tra i due gruppi?

Penso che gli Alphayn siano un po’ più brutali. E sì, i Foray sono più melodici. Gli Alphayn sono più rudi. E i loro testi non saranno in inglese. Ci sono musicisti e compositori diversi, nonché influenze di altro tipo. Certo c’è lo stesso “background testuale”, la stessa voce, data la mia presenza. Vediamo un po’ come si evolveranno in futuro le due band. É qualcosa di molto interessante, anche per me. E spero davvero di avere la forza e la resistenza per continuare a prestare la mia voce a entrambi i gruppi.

Grazie per l’intervista e di nuovo complimenti per il disco, a te lo spazio.

Grazie a te per averci dato quest’opportunità. Mi piacerebbe avere la traduzione del tuo libro. Magari in futuro?! (chissà, spero di poter fare presto la versione inglese di Folk Metal. Dalle Origini al Ragnarök, nda) Saluti all’Italia!

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ENGLISH VERSION: 

First of all, tell us how the project Alphayn was born and what your objectives are.

I studied in Vienna. And there I met this wonderful people. And out of a Beer there was the Idea born. Most of us were friends before we started making music. We love doing music together, hanging around and going out together. Alphayn is the consequent result of our friendship.

You recorded neither a demo nor an EP and you decided to release directly a full-length. It can be a risky decision but you did a good job. Do you think it’s due to the fact that you are experienced musicians?

Ha! Maybe. But it is also a very simple fact that making a demo or EP is hard work too. We wanted do use our time better. We wanted to make a full length record in a cool quality.

Heimkehr looks really good: it’s pretty uncommon to see such an elegant digipack, especially when it comes to a brand new band that isn’t supported by a record label!

Yes. We are very satisfied. A friend of us, Fabrizio de Rossi, did the cover artwork. He also made the coverart for Heathen Foray’s Inner Force. We loved the idea of producing a digipack and, to be honest, there was a special offer at the company which produced the album. 😉

Why did you choose to self-publish your album? Is it a matter of greater artistic freedom or of distrust of the music business?

Nothing like that. We just did it. We didn´t wanted to wait for a deal. We wanted to do this album. And by “this album” I mean that album you can listen to. That album you are holding in your hands. We would not change ONE thing.

What are the pros and cons of self-producing a debut album?

Pro: you can do everything at your own time. You are your own “manager”. There is no label which is cutting something from your income. Contra: you have much more promotion with a label. You get your Cd into the stores with a label.

From a musical point of view, I found you well grounded, with a rugged, homogeneous and absolutely not flat sound. Among other things, I think you have all the credentials to attempt to do something more in your next work… do you agree?

Totally. I love the sound of Heimkehr (thanks to Marco Cudan). We are a young band. And we have to find our own way and this record is just the beginning.

Who/what inspires you the most? What bands do you admire the most? Are you affected by extra-musical situations too? (books, films etc.)

There are great “underground” pagan bands but of course the great ones also… Besides music there are some things inspiring us. The songs Alarich and Wir Rufen Deine Wölfe are inspired by poems. And Reise is highly influenced by King’s Dark Tower books.

Lyrics are included in the booklet. Would you mind telling something about them in order that our non-German speaking readers can get a sense of the topics raised?

Alarich: A poem by August Graf von Platen. The name of the poem is originally Das Grab am Busento.

Weltenanfang: It is about the beginning of the world. About the first beings like Ymir the giant. It is also about the first dispute.

Wetz die Krallen: This song is about the devil within. About your darkest side. The song asks if it is good sometimes to let your wild side free.

Maschinenmonster: Do we fear the machines we create? Is a high tech society desirable?

Reise: yes, this song is about Roland from Gileads search for the dark tower. I love the books from Stephen King!

Heimkehr: Your, not so, typical viking song. Comming home from a raid the viking crew finds their home destroyed.

Rache: Revenge! For the destroyed settlement!

Wir Rufen Deine Wölfe: A poem by Friedrich Hilscher.

Abstieg: A lovely little story about a fool strolling around getting saved from Goblins by Thor himself.

Is the band currently working on the successor to Heimkehr? Will there be a kind of “alternation” between Heathen Foray and Alphayn?

Heathen Foray and Alphayn are two different bands. I would love to give both bands the same amount of time. Honestly I have to admit that I neglected Alphayn in the last months. I hope that there will be more time soon. There is new material for Alphayn. And we are working on more.

Both Alphayn and Heathen Foray play heathen metal: in your opinion, what are the differences between these two bands?

I think Alphayn is a little more brutal. And yes, Foray is more melodious. Alphayn is rougher. And there wont be English lyrics in Alphayn. There are different musicians, composers, different influences. Yes there is the same “lyrical background”, the same voice, because of me. Let us see how both of the bands are going to develop in the future. It is very interesting. Also for me. And I really hope to have the power and the stamina to lend my voice both bands.

Thanks for the interview and, one more time, congratulations on your album. Please, feel free to add any comments.

Thanks for the chance to hold this interview. I would love to have a translation from your Book. But maybe in the future?! (I hope, maybe after the summer Folk Metal. Dalle Origini al Ragnarök could be translated in english language! nda) Greetings to Italy!

Equinox – Lux Borealis

Equinox – Lux Borealis

2014 – EP – Sound Age Productions

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Alla Ravna: voce – Ivan Dzyubinskiy: chitarra – Kirill Nikeev: basso, tastiera, voce – Kirill Kasatkin: batteria

Tracklist: 1. Сон Вратиаса – 2. Lux Borealis – 3. Зов Северного Ветра – 4. Песня Сольвейг – 5. Beyond The Invisible Line (Beer Bear cover) – 6. Brave New World (Iron Maiden cover)

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C’erano una volta i Beer Bear, gruppo russo di folk metal tendente al caos alcolico. Dopo due simpatici album la band si scioglie e dalle ceneri nascono gli Equinox: formazione nuova – in particolare il microfono viene affidato ad Alla Avna – e musica diversa rispetto al passato. L’intenzione del gruppo è quella di realizzare musica “matura”, prendendo in un certo modo le distanze da quanto espresso in passato. Il primo passo della band è la pubblicazione dell’EP Beyond (febbraio 2014) contenente due cover, incredibilmente una dei Beer Bear (QUI l’intervista dove è spiegato il perché della scelta) e una degli Iron Maiden. Passano pochi mesi e i musicisti capiscono che è il momento di dare alle stampe un vero EP: nasce così Lux Borealis, lavoro pubblicato dalla Sound Age Productions nel quale, alle due cover già note, vengono affiancati tre pezzi inediti e Solveig’s Sang, famosa aria opera del pianista compositore norvegese Edvarg Grieg.

La musica degli Equinox è un dark/folk semplice e lineare, orecchiabile e piacevole all’ascolto. I brani inediti tracciano in maniera chiara la direzione musicale della band moscovita, l’opener Сон Вратиаса (dedicata a Markus “Vratyas Vakyas” Tümmers del progetto Falkenbach e dal testo ispirato dalla Saga Dei Nibelughi) è forse il miglior manifesto per il gruppo: sferzate chitarristiche e melodie dolci sorreggono l’ottimo cantato di Alla Ravna, molto convincente anche quando la sua voce si fa più grintosa e aggressiva. La title track vede la dinamica sei corde Ivan Dzyubinskiy intrecciarsi con il violino, ma è sempre Ravna la vera protagonista della composizione. Nel brano compare anche la voce di Kirill Nikeev, e quando i due cantanti lavorano insieme gli Equinox (e gli ascoltatori) ne guadagna non poco. Зов Северного Ветра è il pezzo più lungo dell’EP (sette minuti), una sorta di ballad toccante e malinconica, merito soprattutto del violino e delle orchestrazioni molto curate. Stupisce Solveig’s Sang (qui in una “rock version”), composizione di non semplice riuscita per l’impegno che richiede ai cantanti, ma anche in questo caso Alla Ravna ne esce vincitrice. Chiudono Lux Borealis le due cover già menzionate: quella dei Beer Bear perde di grinta rispetto all’originale, ma guadagna nel chorus per via del lavoro della cantante, mentre quella degli Iron Maiden, Brave New World risulta essere molto simile all’originale, ma con l’ottimo quartetto d’archi che la rende assai elegante.

I suoni del disco sono discreti e ben mixati. La voce spicca sempre brillante e pulita su tutto il resto, la chitarra a volte subiscono la tastiera, ma nulla di particolarmente grave. La batteria è curata nei dettagli e quando decide di osare qualcosa in più dello standard richiesto, la musica si fa più vivace. L’artwork è curato e ben fatto, sorprende in positivo il ricchissimo booklet di ben dodici pagine, dato rarissimo se non inedito per un EP: sono presenti, oltre a diverse foto dei musicisti, tutti i testi e le info tecniche sia in lingua russa che inglese, una decisione utile e intelligente.

Nel complesso Lux Borealis si ascolta molto volentieri, a patto che l’umore sia quello giusto e si vogliano mettere da parte, almeno per un po’, melodie facili, tempi in levare e atmosfere goliardiche. Tre brani sono sufficienti per farsi un’idea della musica della band, i primi passi sono azzeccati, in attesa del full-length Świteź previsto entro la fine di questo 2015. Gli Equinox, attraverso la propria musica vogliono esprimere sensazioni diverse da tutti gli altri gruppi folk oriented, il loro dark/folk è più concettuale che musicale, ma vale la pena lo stesso dare un attento ascolto alla proposta dei quattro musicisti russi.