Heidevolk – Velua

Heidevolk – Velua

2015 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mark Splintervuyscht: voce – Lars Vogel: voce – Kevin Olinga: chitarra – Reamon Bomenbreker: chitarra – Rowan Roodbeart: basso – Joost Vellenknotscher: batteria

Tracklist: 1. Winter woede – 2. Herboren In Vlammen – 3. Urth – 4. De Hallen Van Mijn Vaderen – 5. De Vervloekte Jacht – 6. Het Dwalende Licht – 7. Drankgelag – 8. Velua – 9. Een Met De Storm – 10. Richting De Wievenbelter – 11. In Het Diepst Der Nacht – 12. Vinland (bonus track)

heidevolk-velua

Gli olandesi Heidevolk arrivano al quinto disco in carriera, un traguardo significativo perché significa che la band ha lavorato con costanza da quando, nel 2005, ha pubblicato l’ottimo debutto De Strijdlust Is Geboren, lavoro di grezzo e personale heathen metal. Da allora di cose ne sono successe, il gruppo si è imbarcato in numerosi tour e ha visto la propria notorietà crescere costantemente.

Batavi, bellissimo cd del 2012 è forse, insieme al debut album, la migliore cosa realizzata dalla formazione di Arnhem, quindi la pressione sugli Heidevolk per questo Velua poteva non essere semplice da affrontare, pressione che invece non li ha minimamente scalfiti, se alla fine hanno confezionando un lavoro di buona qualità. Unica nota stonata, la recente separazione dagli storici Mark Splintervuyscht e Reamon Bomenbreker, rispettivamente voce e chitarra, nella band dal 2005.

Winter Woede è l’opener del cd e anche il singolo selezionato per il videoclip promozionale. Scelta giusta in quanto è lo specchio di quel che gli Heidevolk sono oggi, una vigorosa macchina da guerra che continua a marciare nel modo che meglio conosce, non facendo prigionieri. L’unica particolarità è nell’uso della voce sporca impiegata per rafforzare alcuni cori, fatto assai raro per i frontmen degli Heidevolk. Herboren In Vlammen è una speed song dalla melodia gagliarda, sottolineata dalle accelerazione del potente batterista Joost Vellenknotscher; i fraseggi di chitarra catchy sono una vera sorpresa che non stona con i riff massicci che portano all’headbanging più sfrenato. La terza traccia, Urth, è più ricercata sia per linee vocali che per arrangiamento, dove è possibile riconoscere in sottofondo violini e orchestrazioni. Il risultato, pur non essendo malvagio, non è neanche esaltante, ma bisogna riconoscere la bontà della parte dove violino e chitarra si lanciano in brevi – esaltanti – assoli. Tempi più rilassati per De Hallen Van Mijn Vaderen, classico brano alla Heidevolk che sa di già sentito, ma nonostante tutto non si riesce a skippare. De Vervloekte Jacht è un bel pezzo dal ritornello nel tipico doppio cantato, da sempre marchio di fabbrica della band, ma è la parte con i stop’n’go che esalta fin dal primo ascolto: un sicuro successo in sede live! A metà Velua viene rivelata una chicca dal titolo Het Dwalende Licht: tutto è perfetto, dalle chitarre grintose ma non invadenti, al lavoro del batterista – dinamico ma non esagerato – per finire per i malinconici cori e le due voci che all’unisono declamano le strofe. Il sound retrò di Drankgelag porta alla mente la formazione olandese dei primi due lavori, quando il successo era ancora un sogno (non che dopo i tour in tutto il mondo i ragazzi si siano montati la testa, tutt’altro!) e ci si stupiva dell’uso della doppia voce maschile, fatto unico nella scena. La title track è un classico mid-tempo che prende vita grazie allo stacco vagamente anni ’80 (la melodia e la tastiera sono fondamentali in questo) verso la fine della composizione. Simile come struttura Een Met De Storm, se non per le chitarre più incisive e la doppia cassa che a metà brano di fa prepotente. Richting De Wievenbelter ha degli ottimi giri di sei corde, sui quali il cantato (e gli arpeggi in sottofondo) si posano con estrema naturalezza. Il brano dà l’idea di poter proseguire all’infinito tanto è ipnotico in alcuni passaggi, ma l’inizio virile di In Het Diepst Der Nacht desta dal sogno: per sonorità si torna al 2006, gli Heidevolk si superano con un pezzo praticamente perfetto dove sono presenti tutti gli elementi che hanno permesso alla formazione olandese di emergere nella scena folk metal. Velua termina con la bonus track Vinland, tra cambi di tempo, belle accelerazioni e brevi svisate chitarristiche. La lingua scelta è incredibilmente l’inglese, e i cori Vinland! Hail to Vinland! sono concepiti per essere cantati dagli spettatori duranti i concerti.

La Napalm Records, etichetta che ha dato fiducia loro nel 2005, può ritenersi soddisfatta dal lavoro svolto in studio dagli Heidevolk: le canzoni sono ben fatte, i suoi potenti ma reali, molto live sotto certi aspetti. Il disco è un concept sul Veluwe, una zona della Gheldria, nell’est dei Paesi Bassi, un luogo ricco di foreste e antiche storie, qui raccontate dai bardi olandesi. Fastidiosi goblin, atroci maledizioni, romantici quadri del ‘900 sono alcuni degli argomenti trattati, caso a parte è Vinland, durante la quale si parla dell’impresa di Leif Erikkson (la scoperta dell’America cinquecento anni prima di Colombo), un testo nato dopo il primo tour della band negli USA, un ringraziamento ai propri fans di tutto il mondo. Uno o due brani in meno avrebbero probabilmente giovato al risultato finale (cinquantasei minuti di durata non sono pochi), ma è un dettaglio di secondaria importanza.

Meno aggressivo e incisivo di Batavi, più dinamico e intrigante di Uit Oude Grond, ormai lontano dal senso di “grezzo” – nell’accezione positiva del termine – di De Strijdlust Is Geboren, Velua è semplicemente un bell’album che soffre di tanto in tanto di qualche calo d’ispirazione, ben controbilanciato da un paio di episodi davvero notevoli. Gli Heidevolk sono una garanzia di qualità sia su disco che in concerto, un nome che gli appassionati di folk metal hanno inciso sul cuore.

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