Heidevolk – Batavi

Heidevolk – Batavi

2012 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Joris den Boghtdrincker: voce – Mark Splintervuyscht: voce – Reamon Bomenbreker: chitarra – Rowan Roodbaert: basso – Joost den Vellenknotscher: batteria

Tracklist: 1. Een Nieuw Begin – 2. De Toekomst Lonkt – 3. Het Verbond Met Rome – 4. Wapenbroeders – 5. In Het Woud Gezworen – 6. Veleda – 7. Als De Dood Weer Naar Ons Lacht8. Einde Der Zege – 9. Vrijgevochten

heidevolk-batavi

Esiste un fortissimo legame tra i gruppi folk-viking-pagan metal e la storia, la tradizione di un dato popolo, i miti e gli dèi; un legame che di fatto spesso definisce il genere musicale e il paese di appartenenza, pur con delle eccezioni – in particolare in Italia -, a seconda dei temi trattati nei testi, che possono essere epiche battaglie realmente avvenute, mitologia norrena, arcaiche leggende delle Alpi, personaggi storici o seducenti paesaggi rurali dell’Est Europa.

Gli Heidevolk, gruppo attivo dal 2002, arrivano al quarto capitolo della loro interessante discografia con Batavi, un concept album che descrive, attraverso nove capitoli, la storia della tribù germanica dei Batavi: dalla prime vicende avvenute nella natìa Germania, all’emigrazione in cerca di una nuova terra dove stabilirsi che li portò nell’attuale Olanda, passando per l’importante alleanza con l’Impero Romano, per arrivare alla conclusiva e inconcludente ribellione del 69 d.C. e successiva nuova sottomissione ai Romani. I testi sono una romantica reinterpretazione basata sugli eventi storici narrati in particolare da Tacito, storico e senatore romano.

Batavi si apre con Een Nieuw Begin, brano dal forte impatto: un inizio spumeggiante tra fieri e possenti riff di chitarra e nordici cori di voci maschili. Qui parte, in maniera secca e diretta, la storia dei Batavi, originari della Germania e costola della popolazione dei Catti. Nella successiva De Toekomst Lonkt i Batavi si allontanano dalla terra d’origine in cerca di un nuovo insediamento, trovato in seguito nel delta del fiume Reno. Musicalmente la canzone si presenta particolarmente ritmata, ricca di cambi di tempo e di stili, passando dal tappeto di doppia cassa delle prime battute a strofe e ritornelli più vari. La terza traccia, Het Verbond Met Rome, inizia con dei riff lenti e pesanti, arricchiti dalle splendide voci dei due cantanti, in questo caso particolarmente epiche, presto travolte dalla velocità del blast beat del drummer den Vellenknotscher e dalle rapide note del chitarrista Reamon Bomenbreker: ben presto la canzone si trasforma in un favoloso pezzo battagliero, tra cori eroici e accordi granitici. I singer Joris den Boghtdincker e Mark Splintervuyscht – mai tanto affiatati come su questo disco – raccontato i motivi per cui i romani nel 12 a.C. strinsero un’alleanza con i Batavi, invece di sottometterli come accadeva con tutte le altre popolazioni: si trattava di un popolo particolarmente feroce ed abile sul campo di battaglia, così da portare i conquistatori alla decisione di non voler ricevere tasse in soldi, bensì in uomini da inserire nel proprio esercito. La successiva Wapenbroeders è probabilmente la migliore composizione dell’intera discografia degli Heidevolk, a mio parere la canzone perfetta: in quattro minuti esatti racchiude l’essenza del pagan metal, ricca di sfumature e richiami ai precedenti tre dischi senza dimenticare brevi, ma importanti, motivi folk. Momenti di melodia con tanto di violino si alternano perfettamente a improvvisi break dove la sei corde crea un vero e proprio muro invalicabile, così come torna il tanto caro up tempo selvaggio e primitivo come solo in De Strijdlust Is Geboren si poteva ascoltare, prima del bellissimo e insolito finale. Una traccia, questa, che denota il chiaro e costante miglioramento del gruppo in fase di songwriting, capace ormai di racchiudere in un solo brano tante idee di qualità con una naturalezza finora inedita. Il testo si concentra sulla conquista della Britannia nel 43 d.C., quando i Batavi combatterono insieme ai Romani nella battaglia di Medwey. Si inizia a parlare di cospirazione ai danni dei conquistatori in In Het Woud Gezworen, probabilmente il momento meno interessante dell’intero disco, essendo la “classica” canzone veloce degli Heidevolk, introdotta questa volta da una parte iniziale piuttosto maschia. Veleda è un intermezzo acustico buono per spezzare l’ascolto di Batavi, prima della potente parte finale del cd: Velleda è il nome della profetessa che predisse la vittoria contro i Romani. Corre l’anno 69, la rivolta ha inizio: Als De Dood Weer Naar Ons Lacht parte aggressiva, la batteria di Joost den Vellenknotscher martella come non mai ben supportata dal basso di Rowan Roodbaert, la chitarra è minacciosa e oscura pur avendo (in verità, dote di tutto l’album) un dinamismo fino ad oggi sconosciuto alla band, e cosa assai rara, tira fuori un assolo che ben si amalgama con la trama tritaossa della canzone. Sembra di vedere i corpi degli sconfitti sul terreno: teste spaccate e sangue caldo a terra, odore di terrore e morte nell’aria, con i Batavi vincitori consci che la risposta di Roma non si farà attendere a lungo. E infatti arriverà l’anno successivo, con l’invio di ben otto legioni a ristabilire la giuste gerarchie, sconfiggendo i ribelli e facendoli tornare a servire nell’esercito. Einde Der Zege è, appunto, un’altra canzone dal piglio aggressivo, che ben si addice al testo. La linea vocale è particolarmente fiera e orgogliosa delle proprie origini, il violino regala momenti di malinconia dovuti al risultato dei campi di battaglia (furono necessari ai Romani due scontri per sottomettere nuovamente i Batavi). Sul finale del pezzo il ritmo cala, offrendo istanti di gustoso headbenging, è il momento di scendere nuovamente a patti con gli invasori, di combattere al loro fianco nuove e brute battaglie. La conclusiva Vrijgevochten è un mid-tempo dal piglio quasi riflessivo, con il finale a sfumare dal forte senso malinconico: è l’alba di una nuova era.

La produzione dell’asso Peter Tägtgren (Immortal, Destruction, Dimmu Borgir, Amon Amarth, Kampfar e tantissimi altri) è croce e delizia al tempo stesso: i suoni sono puliti e sparati in faccia senza però risultare plasticosi, anzi, tutti gli strumenti suonano particolarmente reali e minacciosi. La sezione ritmica ha un sound robusto e muscoloso, le voci di den Boghtdrincker e Splintervuyscht, il vero segreto del successo degli Heidevolk, sono più evocative che mai. I suoni sporchi e, se vogliamo, “underground” di Walhalla Wacht, secondo lavoro targato 2008 sono decisamente un lontano ricordo, e non è detto che sia per forza un bene.

A due anni di distanza dal precedente Uit Oude Grond, e nonostante l’abbandono del chitarrista e fondatore Sebas Bloeddorst, gli Heidevolk compiono un grande, e in parte inaspettato, passo in avanti, sfornando un album che colpisce immediatamente e che migliora ancor di più con l’aumentare dei passaggi, capace di catapultare l’ascoltatore direttamente a duemila anni fa, quando sul delta del Reno prosperava la popolazione dei Batavi, forti e abili combattenti, unici all’interno dell’Impero a non dover pagare il tributum romani.

Batavi è una grande colonna sonora per i meravigliosi racconti della storia antica.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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