Selvans / Downfall Of Nur

Selvans – Downfall Of Nur

2016 – split – Avantgarde Music

VOTO: 8,5recensore: Mr. Folk

Formazione Selvans: Selvans Haruspex: voce, tastiera, strumenti tradizionali – Sethlans Fulgurator: chitarra, basso

Formazione Downfall Of Nur: Antonio Sanna: tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Intro / Sol – 2. Pater Surgens / Selvans – 3. Mater Universi / Downfall Of Nur – 4. Outro / Luna

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Sole e luna, gli opposti perfetti.
Un dualismo dal quale nasce ogni coppia di opposti dell’universo conosciuto.
Una dualità osservata e studiata ampiamente, cantata e rappresentata nelle epoche precedenti in molteplici versioni.

Il fine di questa opera suddivisa in quattro atti è di fornire una nuova interpretazione di questa icotomia, permeata da tutti quegli elementi tipici che contraddistinguono i nostri progetti: differente uno dall’altro come varietà ma allo stesso tempo simili, uniti per una unanime evocazione del passato.

Cosa succede quando due ottime realtà decidono di unire le forze e collaborare per la realizzazione di uno split? La risposta sono i quaranta minuti di questo lavoro, quaranta minuti di rara intensità e bontà musicale. Un cd che non passa inosservato non solo per la musica, ma anche per il fantastico lavoro grafico atto non solo a stupire l’osservatore, ma anche a completare e rafforzare il concept che si cela dietro a questa pubblicazione della sempre puntuale Avantgarde Records.

Lo split (in versione cd digipak, vinile nero e vinile oro) si divide così: intro e outro sono stati composti da Selvans Haruspex (voce della band abruzzese) e da Antonio Sanna (mastermind del progetto sardo/argentino), mentre il primo brano è una composizione dei Selvans, il secondo dei Downfall Of Nur. La descrizione della musica non è cosa semplice e, in questo caso, forse, anche poco utile. Parlare di canzoni lunghe rispettivamente tredici e diciotto minuti è difficile e non renderebbe l’idea di cosa si ha dinanzi: due opere complete nelle quali è possibile trovare tutto lo spettro sonoro delle due band, come al solito profonde e mai scontate, innovative pur con i piedi ben radicati nella tradizione e nella propria terra d’origine. In tutto questo la musica è, per quanto di grande livello, “solamente” un aspetto dell’intero lavoro, da leggere a 360° con l’aiuto delle immagini e dei testi. Tra sfuriate black metal e sontuosi momenti ambient, gli stati d’animo dell’ascoltatore variano a seconda delle note prodotte dai musicisti; tutto è ben equilibrato, le parti estreme sono davvero pesanti, così come quelle maggiormente soft o riflessive convincono a pieno. Non mancano strumenti a fiato e reminiscenze folk, sempre in quantità giuste e per nulla prevedibili (vedi l’utilizzo del launeddas, strumento simile a quello utilizzato dal dio Pan).

In un certo senso, questo split non è cosa per tutti: raramente si ha a che fare con musica di questo livello, di questa intensità. Può succedere che la proposta spiazzi e destabilizzi l’ascoltatore, ma è molto più probabile che Pater Surgens e Mater Universi incantino e rapiscano il fortunato possessore del disco.

Selvans / Downfall Of Nur ha un solo difetto: dopo quaranta minuti, termina. Un lavoro sopra la media, personale e bello sotto tutti i punti di vista: complimenti alle band e a chi da loro fiducia e supporto.

Mister Folk Fest a Roma!

Come molti di voi avranno saputo, domenica 23 aprile presso il Traffic Live Club di Roma, si svolgerà il primo MISTER FOLK FEST. Di seguito la bellissima locandina:

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Saliranno sul palco quattro band: ad aprire le danze saranno i romani Blodiga Skald, ammazza elfi autori dell’EP Tefaccioseccomerda (ma attualmente impegnati a raccogliere fondi per il primo full-length). La serata seguirà con i Dyrnwyn, pagan/folk metal band bellicosa già passata su queste pagine grazie al demo Fatherland e all’EP Ad MemoriamI pugliesi Vinterblot torneranno al Traffic dopo la grande prova di spalla ai seminali Windir nel tour Sognametal; in carriera la band ha prodotto un demo e due ottimi album, l’ultimo dei quali, Realms Of The Untold del 2016, è stato inserito nei migliori lavori dell’anno. Infine si esibiranno gli abruzzesi Selvans, per la prima volta a Roma in veste di headliner. Nella città eterna hanno suonato diverse volte e sempre con grandi gruppi (Moonsorrow, Kampfar, Shining), ma questa volta porteranno uno show a dir poco speciale ed emozionante, per l’occasione rinominato “Special Show Tribute to The Past w/guests” (un occhio attento alla locandina… ndMF). Grandi protagonisti, ovviamente, saranno i lavori Clangores PlenilunioLupercalia e il recente split Selvans/Downfall Of Nur, tutti pubblicati da Avantgarde Music.

Come annunciato, ci sarà un’esposizione di quadri dell’illustratrice Elisa Urbinati, autrice, tra le altre cose, delle copertine delle compilation di Mister Folk, e sarà gradito ospite il gruppo di rievocazione vichinga Valhalla Viking Victory. La serata sarà immortalata da A&G Photostudio per una sorpresa che sarà annunciata più avanti. Ma le sorprese, in verità, saranno diverse, dovete solo seguire l’evento Facebook e partecipare al concerto, ce ne saranno delle belle!!!

Questa che segue è la copertina dell’ultima compilation di Mister Folk: 21 gruppi (Skyforger, SIG:AR:TYR, Gotland, Scuorn, M.A.I.M., Boisson Divine ecc.) con l’artwork curato da Elisa Urbinati, tutto questo GRATIS! Per scaricare la compilation basta cliccare QUI.

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Skálmöld – Vögguvísur Yggdrasils

Skálmöld – Vögguvísur Yggdrasils

2016 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Björgvin Sigurðsson: voce, chitarra – Þráinn Árni Baldvinsson: chitarra – Baldur Ragnarsson: chitarra – Snæbjörn Ragnarsson: basso – Jón Geir Jóhannsson: batteria – Gunnar Ben: tastiera

Tracklist: 1. Múspell – 2. Niflheimur – 3. Niðavellir – 4. Miðgarður – 5. Útgarður – 6. Álfheimur – 7. Ásgarður – 8. Helheimur – 9. Vanaheimur

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Vögguvísur Yggdrasils è il quarto full-length degli islandesi Skálmöld, la quinta uscita discografica se si considera anche l’eccellente live con l’orchestra Skálmöld og Sinfóníuhljómsveit Íslands del 2013. Ebbene, la band di Snæbjörn Ragnarsson e Björgvin Sigurðsson, fondatori del progetto nell’agosto 2009, non ha mai sbagliato un colpo. Anzi, è riuscita ad andare avanti portando ogni volta piccole novità nel sound ormai tradizionale degli Skálmöld: questa volta è l’influenza dell’heavy metal più classico in alcuni riff di chitarra (come in Niflheimur), strumento da sempre fondamentale per il risultato finale, tanto è vero che di chitarristi in formazione ce ne sono ben tre.

I quarantanove minuti di Vögguvísur Yggdrasils (“ninne nanne di Yggdrasill”) suonano tradizionali e privi di grandi sorprese, con qualche riff diverso dal solito e una maiuscola prova al microfono del sempre più convincente Björgvin Sigurðsson. Forse non si può sperare in meglio quando una band ha trovato la propria strada e prosegue la via in maniera sempre convincente.

Le nove canzoni che compongono il cd sono tutte di buona qualità, con i caratteristici cori maschili che da sempre contraddistinguono il combo di Reykjavík, così come lo sono le ritmiche che li hanno resi unici nel genere e immediatamente riconoscibili tra mille gruppi. L’opener Múspell è il classico up-tempo dalla forte melodia nordica e tutte le altre cose che rendono gli Skálmöld quelli che sono diventati. Niðavellir è un fantastico folk/viking metal di grande scuola, epico e dinamico, accattivante quanto tagliente nel suo stile asciutto e per niente scontato; il break di metà brano è una delle cose migliori dell’intero disco e non è certo un caso che il pezzo sia stato scelto come singolo. Il dualismo di Miðgarður, mid-tempo dai potenti ingressi di doppia cassa, è ben riuscito e gli accenti dell’organo di Gunnar Ben sono sempre nel momento giusto: la canzone che tratta di Midgard è un possibile futuro classico della discografia degli Skálmöld. Útgarður si distingue da tutto il resto per la possente vena dark delle strofe, ben supportate dal brutale cantato di Sigurðsson e dalle sporadiche urla del chitarrista Baldur Ragnarsson. Un altro brano degno di nota è Ásgarður, con la notevole accelerazione a metà composizione che porta a un bell’assolo di Þráinn Árni Baldvinsson seguito dal pregevole guitar work delle tre asce e dalle inimitabili melodie nordiche. Gli oltre nove minuti di Vanaheimur possono essere considerati come la summa di quanto presente in Vögguvísur Yggdrasils, ma non può non essere citato il momento in cui tutto sembra perduto, il silenzio ruba la scena alla musica e il vento inizia a soffiare sul nulla quando a sorpresa entra di prepotenza l’organo che ridà vita al tutto, portando con sé prima un timido fraseggio di chitarra e successivamente il resto degli strumenti. Questo intenso momento dagli sviluppi non solamente musicali è uno dei migliori dell’intero 2016, in grado di andare oltre alla musica e capace di sciogliere il cuore anche al più rude vichingo.

Molto interessante è l’aspetto lirico del disco: le nove tracce si rifanno ai nove mondi della mitologia nordica. Il frassino Yggdrasill sorreggeva l’universo e dalle fronde alle radici toccava i mondi di dèi, giganti e morti. Ogni canzone narra di un mondo: Niðavellir (letteralmente “campi della luna nuova”), ad esempio, racconta della regione abitata dai nani di stirpe Sindri. Come recita l’Edda poetica: 

Stóð fyr norðan
á Niðavöllum
salr ór golli

Sindra ættar…

Sta verso nord
nelle Niðavellir
la corte d’oro
della stirpe di Sindri…

Ultima cosa da aggiungere: se potete cercate di procurarvi la versione con il disco bonus: quarantuno minuti con quattro cover (Drink degli Alestorm da Sunset Of The Golden Age, Inní mér syngur vitleysingur dei Sigur Rós, Nattfödd dei Finntroll e Lazer Eyes dei canadesi Thor, act capitanato dal cantante/body builder Jon Mikl Thor), un inedito e tre brani live. Tanta carne al fuoco, ma soprattutto tanta qualità!

Vögguvísur Yggdrasils non fa altro che confermare la bontà della proposta di una delle poche “nuove” viking metal band realmente in grado di fare qualcosa di interessante e personale pur senza stravolgere le regole del genere. Ascoltare questo cd è come ritrovare un vecchio e caro amico che non si vede da due anni, ma con il quale si va sempre d’accordo perché proprio non può essere diversamente. Gli Skálmöld sono ormai una grande metal band del nostro genere e il nuovo disco non può che piacere agli appassionati di queste sonorità.

Black Velvet Band – Pożoga

Black Velvet Band – Pożoga

2015 – full-length – Art Of The Night Productions

VOTO: 8recensore: Mr. Folk

Formazione: Jaromir: voce – Peter: chitarra, mandola – Marcin: chitarra – Flavio: basso – Zdzisław: batteria

Tracklist: 1. Ruiny – 2. Nowa Krew – 3. Nie Mamy Skrzydeł – 4. Kołowrót – 5. Zamieć – 6. Z Tej Ziemi Powstałem – 7. Imperium

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La Polonia è una nazione che in questo sito non ha trovato molto spazio: gli unici nomi presenti nell’archivio sono quelli dei seminali Graveland grazie al disco Thunderbolts Of The Gods del 2013 e i giovani Time Of Tales con l’EP Enter The Gates. Eppure da quelle terre per noi molto lontane, esiste una scena folk metal davvero interessante, magari giovane e senza nomi da pelle d’oca, ma i gruppi che ne fanno parte sembrano avere tutti quanti le idee ben chiare e una spiccata personalità fin dal cd di debutto. Alcuni di questi gruppi li incontreremo nelle prossime settimane, ma tutti quanti hanno lo stesso punto di riferimento, ovvero Art Of The Night Productions, etichetta che sta facendo molto per promuovere e far conoscere la scena folk metal della propria nazione.

I Black Velvet Band si formano nel 2008 a Lublino, nella parte orientale della Polonia. Pożoga è il secondo disco dopo il debutto Pieśni Obłąkane del 2013 (più due singoli e un EP) e proprio rispetto al primo lavoro si può notare una certa maturazione: l’extreme folk metal del quintetto è potente e personale, ricco di spunti interessanti e nel complesso realizzato con grande precisione e gusto. L’iniziale Ruiny è un potentissimo brano dalla doppia cassa feroce, che si apre però con dei cori epici e una soffice chitarra acustica. Quando però parte la canzone vera e propria non ce n’è per nessuno tanto è imponente la sezione ritmica e preciso il lavoro delle chitarre. La strofa in particolare non può lasciare indifferente l’ascoltatore, così come le taglienti accelerazioni dal riffing vagamente black metal colpiscono nel segno. In tutto questo però non viene meno l’aspetto melodico ed epico, come si può ben ascoltare verso il finale di canzone. La seconda traccia Nowa Krewz prosegue la verve massiccia dell’opener anche se con minor foga: il ritmo è più lento e le trame di chitarre più elaborate, soprattutto nella parte finale, dove le note di Peter e Marcin risultano di grande importanza. Nie Mamy Skrzydeł ha una forte componente folk e tradizionale; per un paio di minuti è priva di chitarre distorte e quando queste fanno il loro ingresso comunque non modificano di molto la composizione. Arriva quindi il momento di due canzoni dalla durata importante, entrambe dal minutaggio che si aggira sui nove minuti. La prima è Kołowrót: intrecci di sei corde e una certa lentezza rendono il brano molto cupo e intenso, ma è l’interpretazione vocale di Jaromir a fare la differenza; la breve accelerazione in concomitanza dell’assolo non fa altro che marcare maggiormente la pesantezza di questa bella canzone. Segue Zamieć, un lungo viaggio guidato da chitarre acustiche e pregevoli interventi di violoncello; il singer è sempre protagonista di una buona prestazione, ma a stupire è lo stacco tipicamente maideniano a due minuti dal termine, un guitar riffin’ già ascoltato non si sa quante volte, ma che piazzato nel momento giusto, come nel caso dei Black Velvet Band, non fa che bene. Z Tej Ziemi Powstałem è un riuscito riassunto di quanto ascoltato precedentemente: ritmi non elevati, sezione ritmica compatta e le due chitarre a macinare riff efficaci. L’ultimo brano del disco è Imperium e la formula è un po’ quella delle precedenti composizioni: momenti di quiete (chitarre acustiche, arpeggi, atmosfere rilassate) si alternano ad altri più concitati, con il dinamico lavoro del bravo Zdzisław a dettare i ritmi da dietro il drum kit. Il sali-scendi di emozioni e ritmi è una caratteristica della band e in questa composizione il risultato è davvero buono.

Per Pożoga nulla è stato lasciato al caso e il numero di ospiti aiuta a capire quanto i Black Velvet Band abbiano puntato su questo lavoro. Wera Kijewska al violoncello, Michał Waszczyk al pianoforte (nell’ultima traccia), Paweł “Hoodee” Chyła alla chitarra e soprattutto i due cori Sine Nomine e Kairos danno un tocco di classe che non sempre è possibile riscontrare in questo genere. A tutto ciò c’è da aggiungere la buona produzione opera di un solo uomo: Paweł “Hoodee” Chyła ha, infatti, curato tutte le fasi della registrazione, compreso il missaggio finale e il mastering.

Nonostante siano solamente sette composizioni per ben cinquantaquattro minuti di durata, Pożoga si lascia ascoltare con grande piacere. I Black Velvet Band hanno lavorato sodo in sala prove e i risultati dei loro sforzi è un full-length che testimonia la crescita non solo della band ma anche dell’intera scena polacca.

Intervista: Finsterforst

Abbiamo imparato ad amare i tedeschi Finsterforst a suon di “forest black metal”: quattro album di intenso metal oscuro che col tempo si è tolto di dosso l’alone dei Moonsorrow per trovare una via personale quanto efficace. Ed ecco che il combo germanico decide di spiazzare tutti quanti con un EP dall’alto tasso alcolico, distante per musica e feeling dai vari Rastlos o Mach Dich Frei#YØLØ è una pubblicazione irriverente, che ha permesso ai musicisti di divertirsi (e far divertire) a suon di cover e inediti semplici e diretti. Era quindi “obbligatorio” intervistare la band per saperne di più…

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Flavia Di Luzio per la traduzione dell’intervista e ad Alissa Prodi per la domanda sul Fosch Fest.

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Come e quando è maturata l’idea di pubblicare un EP come #YØLØ?

Poiché siamo un gruppo di idioti cui piace solo divertirsi, abbiamo voluto far conoscere questo nostro lato folle che è un mix di amore per lo svago ed elementi seri, cool e spassosi. Tuttavia, non saprei dire con esattezza quando ci è venuta quest’idea.

Mi pare chiara la vostra intenzione di divertirvi e spiazzare i fan, é così?

É proprio ciò che volevamo fare: divertirci! Comunque, tralasciando gli aspetti folli ed “esilaranti”, penso che con quel disco abbiamo trasmesso anche messaggi più seri.

La copertina è molto carina e di facile comprensione, cosa vuol dire, invece, il titolo #YØLØ?

You only live once! (trad. “Si vive una volta sola”)

Le canzoni inedite sono molto distanti da quanto solitamente proponete, sia per composizione che per sonorità. Inoltre sono piuttosto brevi per i vostri standard. Le avete concepite in questa maniera di proposito oppure sono canzoni/idee che avete messo da parte nel corso degli anni in attesa di una pubblicazione come #YØLØ?

Visto che con questo EP volevamo proporre qualcosa di diverso, era piuttosto prevedibile che anche i pezzi sarebbero stati più brevi. Dopo tutto, in quale altro modo si può entrare nelle classifiche mondiali dei grandi album? Dico bene? Per il disco non è stato usato materiale raccolto negli ultimi anni. Non ci sono “scarti” avanzati dagli album full-length. Tutto è stato ideato appositamente per questa pubblicazione eccezionale che è #YØLØ.

In un paio di tracce mi pare di riconoscere l’influenza degli Alestorm, soprattutto per le melodie della tastiera, confermate? Vi piace la band scozzese del pazzo Bowes?

Non so dire per certo se qualcuno di noi li stia ascoltando più di tanto. Penso comunque che stiano facendo un ottimo lavoro. Grande metal con un certo tasso alcolico!

Capitolo cover: più strambe non potevate trovarne? Perché la scelta è ricaduta su brani tanto distanti dal vostro genere musicale?

Per noi è stato molto difficile decidere le cover da inserire nell’album. Avevamo in mente circa 30 pezzi su cui lavorare. Il motivo di una scelta così esotica e varia dal punto di vista musicale? Beh, semplicemente è molto più interessante includere anche qualcosa di diverso dalla solita roba. Non è forse così? E, poiché non ascoltiamo tutti solo un genere musicale, volevamo proporre qualcosa di nuovo e presentarlo al pubblico. Penso che resteresti piuttosto sorpreso se sapessi che musica ascoltiamo nelle nostre vite private, ahah!

L’idea di coverizzare Michael Jackson e Miley Cyrus mi sembra tanto provocatoria quanto intelligente: su internet si è discusso non poco di queste canzoni e il nome del gruppo è circolato veramente molto. C’è di fondo una precisa idea nella selezione delle cover, oppure sono brani che veramente vi hanno colpito?

Una cosa è certa: volevamo fare una cover di Michael Jackson perché si tratta di una delle figure più grandi e importanti nella storia della musica. Inoltre sono un suo grande fan. La scelta di Beat It è stata pressoché immediata visto che il pezzo è già di suo un mostro del rock! Su Miley Cyrus invece non ho molto da dire. Volevamo registrare una canzone pop moderna e abbiamo pensato che Wrecking Ball si prestasse bene per un’interpretazione interessante.

Cosa rispondete a chi afferma che i Finsterforst dovrebbero coverizzare Falkenbach e Bathory invece di un gruppo hip-hop tedesco (è il caso dei K.I.Z.)?

Mi ripeterei gentilmente per l’ennesima volta spiegando che con questo mini album ci stiamo divertendo da matti. Volevamo qualcosa di esotico, di diverso e di inusuale, non il solito album dei Finsterforst dal materiale complesso.

Dopo la parentesi #YØLØ, tornerete al black forest metal? Se sì, state lavorando al nuovo full-length? Si può avere qualche anticipazione a riguardo?

Vedremo cosa accadrà con il nostro quinto album full-length. Non vorrei mai seguire schemi troppo rigidi, ma l’idea è quella di tornare sulla strada principale, sì. Ci sono già alcune idee in ballo e presto inizierò a lavorare sul prossimo album. Purtroppo non posso dire nulla riguardo ai dettagli e quant’altro. Dovrete essere pazienti e nel frattempo procurarvi un paio di birre.

Dopo aver visto un videoclip come Auf Die Zwölf mi risulta difficile immaginarvi alle prese con il forest black metal. Come fate a tornare “seri” dopo una sbornia di chaos e divertimento come #YØLØ?

Sul palco abbiamo sempre dimostrato di essere, di fatto, ragazzi un po’ strani che di certo non vanno molto a fondo nelle cose, né le prendono troppo sul serio. Non siamo parte del cosiddetto credo “pagano”. Mi dispiace se con le mie parole turbo qualcuno, ma ormai si tratta di una moda, almeno per la maggior parte delle persone. E va benissimo, ovviamente! Voglio semplicemente dirvi che non siamo tipi troppo seriosi, prendiamo tutto così come viene. Dal punto di vista musicale sarà per noi facile tornare a qualcosa di più “serio”, non preoccupatevi!

Potete parlarci della vostra esperienza italiana al Fosch Fest 2015? Cosa ne pensate del pubblico italiano e dell’organizzazione? Ricordate qualche momento particolare o divertente?

É stato un posto magnifico per intrattenersi ed esibirsi! Tutti erano più che entusiasti e motivati ad andare fuori di testa, hanno anche fatto una grande festa subito dopo il concerto. Non chiedeteci di ricordi particolari. Spesso non è facile ricordare le cose… ma penso che alcuni di noi si siano semplicemente addormentati seduti o in piedi…? Non ne ho idea, ahah!

Vi ringrazio per le risposte e per avermi fatto divertire con #YØLØ, avete tutto lo spazio che volete per concludere l’intervista!

Grazie mille per il supporto e la fiducia nei Finsterforst! Divertitevi con noi quanto volete! Siamo lieti di condividere i viaggi folli, e anche profondi, che ci vedono protagonisti sia sui palchi che nei dischi!

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ENGLISH VERSION: 

How and when did you decide to release an EP like #YØLØ?

Since we are a bunch of morons which simply enjoy great fun times, we wanted to present this particular crazy side of ourselves – having fun with a mixture of serious, cool and funny elements. I don’t know when exactly the idea came up, though.

I guess you want to have fun and to astound your fans, don’t you?

That is indeed what we wanted to have: fun! But beside all the crazy and “hilarious” factors, I think we delivered also quite some serious parts with that record.

The cover is very nice and easy to understand. By the way, what does the title #YØLØ mean?

“You only live once”!

The unreleased songs are very different from the music you usually make, with regard to both composition and sound. Furthermore, they are quite short for your standards. Have you conceived them this way on purpose or are these songs/ideas the result of a previous work waiting for a release like #YØLØ?

Since we wanted to do something different with this EP, it was quite certain that also the length of the tracks will be quite something shorter. After all, how else to enter the global big album charts, right??? The material wasn’t anything gathered throughout the last years. None of it is any “left garbage” that didn’t make it on a full-length album. It was freshly written for this exceptional release of #YØLØ.

In a couple of tracks, I can recognize Alestorm’s influences, especially with regard to keyboard melodies. Do you agree? Do you like the Scottish band and its crazy leader Bowes?

I’m not sure if any of us is really listening to them much. I think they’re doing a brilliant job with their stuff. Great metal combined with a certain touch of boozyness!

Let’s talk about covers: you could not make a weirder choice! Why did you decide to cover songs that are so distant from your music genre?

It was very difficult for us to decide which songs it actually will be then. I guess we had like thirty wishes to cover this and that and whatnot. The reason for the exotic and flexible range of music genres?… Well, it is simply much more interesting to also include something else besides always the same stuff, isn’t it? And since we all are not only into one particular music, we wanted to add something additional and present it to the people. I think you’d be pretty surprised, if you’d know what kind of musics we all are listening to in our private lives, haha!

In my opinion, covering Michael Jackson and Miley Cyrus is challenging and smart at the same time: people wrote a lot online about these songs and the band’s name spread quickly. How did you select the songs to cover? Were there any specific criteria or did you choose only those songs that really hit you right away?

One thing was for sure: we wanted to do a Michael Jackson song, because he was one of the biggest and most important figures in music history. Further on, I am a huge fan of him. Chosing Beat It was done pretty quick since that song already is quite a rock monster! I can’t tell you much about Miley Cyrus, though. We wanted to record one modern pop song and simply thought we’d be able to create with Wrecking Ball an interesting interpretation.

What would you answer to those who say that Finsterforst should cover Falkenbach and Bathory instead of a German hip-hop group?

I would kindly repeat myself for the hundredth time and explain that we are having a fun blast with this mini album. We wanted to do something exotic, something different, something unusual – not a typical Finsterforst album with complex material.

Will you return to black forest metal after the #YØLØ experience? If so, are you working on the new full-length? Could you give us a preview of your work?

We will see what will follow with our fifth full length album. I wouldn’t ever wanna follow totally strict lines, but the idea is to get back on a very huge path, yes. Some ideas already are present and I will soon start working on the next album. Unfortunately, I can’t tell you anything about details and whatnot. You must be patient and meanwhile grab a few beers.

After a videoclip like Auf Die Zwölf it is quite difficult to imagine you struggling with forest black metal. How can you get back “serious” after an overdose of chaos and fun like #YØLØ?

We always showed on stage that we actually ARE some weird fun guys who certainly don’t take stuff too deep or serious. We are not part of this so called “pagan” believe. Sorry if I upset anyone with this now, but this whole thing is a trend – at least for most of the people. And that is totally fine, of course! Simply wanna tell you that we anyway are not serious blokes, but we enjoy our times as it comes. Music-wise, it will be easy to get back on something more “serious”, don’t you worry!

Can you talk about your Fosch Fest 2015 experience in Italy? What about the Italian audience and the organization? Do you remember any special or funny moments from that time?

It was an amazing place to be and to perform! All the people were more than enthusiastic and motivated to go crazy and also had a great party afterwards. Don’t ask us about particular memories. It often isn’t easy to remember anything…. but I think some of us simply fell asleep sitting or standing….? Have no idea, haha!

Thank you for your answers and for having amused me with #YØLØ. Please, feel free to add any comments!

Thank you very much for all the support and believe in Finsterforst! Enjoy us as much as you want to! We’re glad to share our crazy and yet deep journeys we often have – both on stages and on the records!

Oakenshield – Legacy

Oakenshield – Legacy

2012 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Ben Corkhill: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Northreyjar – 2. Earl Thorfinn – 3. Jorvik – 4. Mannin Veen – 5. Wen Heath – 6. Clontarf – 7. Eternal As The Earth – 8. The Raven Banner

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“E adesso un po’ di musica!» disse Thorin. «Tirate fuori gli strumenti! (…) Già che ci siete, portate dentro anche il mio!». Ritornarono (…) con l’arpa di Thorin avvolta in un panno verde. Era una bella arpa d’oro, e quando Thorin la sfiorò, la musica che si sprigionò all’istante fu così improvvisa e dolce che Bilbo dimenticò qualsiasi altra cosa, e fu trascinato via in terre oscure sotto lune sconosciute, al di là dell’Acqua e assai lontano dalla sua casetta sotto la Collina.” (Lo Hobbit – J.R.R. Tolkien)

Oakenshield, ovvero scudo di quercia. Nome preso dal libro Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien, nel quale Thorin Scudodiquercia (oakenshield, appunto) è un importante nano protagonista del romanzo [A tal proposito vi ricordo il mio libro Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo]. Con questa premessa potrei si potrebbe essere tentati di promuovere il disco a priori, ma chiaramente non sarà così, anzi, Legacy verrà sezionato canzone per canzone, cercando nella musica quel qualcosa in più che è lecito aspettarsi da un artista che deve il nome al Professore. Oakenshield nasce in Inghilterra nel 2007 dalle ceneri dei Nifelhel, one man band autrice di due demo fondata da Ben Corkhill nel 2004, e arriva al secondo disco con questo Legacy dopo aver esordito nel 2008 con il promettente Gylfaginning.

Northreyar è un pregevole intro di oltre tre minuti, ottimo per permettere all’ascoltatore di addentrarsi nel mondo degli Oakenshield, un ambiente sonoro dove alla base di folk tradizionale si aggiungono robuste chitarre e uno scream secco che si alterna alla fiera voce pulita del mastermind Corkhill. Earl Thorfinn suona familiare sin dalle prime note, una melodia che ogni vero amante del folk/viking deve riconoscere in pochi secondi: si tratta di Oppi Fjellet, tratto dal capolavoro Nordavind dei norvegesi Storm. È giusto chiarire subito che non si tratta di una cover, tanto meno di una scopiazzatura: le due canzoni si assomigliano semplicemente perché alla base della musica c’è la stessa melodia tradizionale norvegese. Earl Throrfinn è un mid tempo nel classico stile Oakenshield, con tastiera, tin whistle e violino a creare atmosfere di pregiata eleganza. Lo scream e il clean di Corkhill funzionano a dovere, ben inserendosi su una base semplice e bellissima al tempo stesso. È un brano che trasmette visioni di paesaggi nordici, di sconfinati prati verdi nel silenzio più assoluto, di lontane casette color rosso che risaltano tra il verde dell’erba e il gelido blu dei fiordi. La melodia norvegese è splendida, ma va riconosciuta la bravura di Corkhill nel riuscire ad arrangiare in maniera egregia un brano non semplice, con la consapevolezza dell’inevitabile paragone con gli Storm. La seguente traccia, Jorvik, è l’unica completamente inedita, in quanto non contiene motivi tradizionali al suo interno. Il violino suonato dal bravissimo session David Denyer (presente in maniera spesso massiccia in tutti i brani) e il tin whistle aiutano a creare un’atmosfera epica, per un risultato delicato e deciso al tempo stesso. Mannin Veen è uno strumentale in grado di riportare alla mente i migliori Týr, quelli di Eric The Red e Land in particolare, per via della chitarra capace di creare una melodia malinconica e fiera come solo a nord della Danimarca è possibile ascoltare; ottimo l’intervento del violino, sostenuto dal crescere della sezione ritmica. Un brano che fa pensare all’infinito mare del nord, crudele e selvaggio, ma anche grande amico se si hanno le capacità di domarlo. La chitarra acustica introduce Wen Heath, lunga composizione – sette minuti – di virile viking metal sulla scia degli immortali Bathory di Quorthon. Le tastiere si ergono protagoniste riempiendo la traccia, il violino interviene inizialmente con brevi ma significative partiture, per rimanere successivamente sempre in prima linea. Wen Heath è la canzone che dimostra la bravura del Ben Corkhill songwriter, capace di rendere piacevole e interessante un pezzo molto semplice e lineare, che non presenta innovazioni o cambi di tempo improvvisi. Clontarf è una canzone dalla doppia anima: quella cupa e soffocante della parte cantata e quella più ariosa dovuta al violino irlandese e al tin whistle. Scorre veloce, in verità senza particolari sussulti e senza lasciare traccia nella memoria. Eternal As The Earth è una gustosa cavalcata guidata dagli accordi pieni della sei corde, un mid-tempo atmosferico dove la voce del singer è molto vicina al timbro di Quorthon (ancora lui!); in particolare le melodie degli strumenti acustici sono azzeccate e inserite nel momento giusto per creare una spaccatura naturale nella composizione. La chiusura di Legacy è affidata a The Raven Banner, lunga cavalcata da oltre nove minuti di durata. All’interno della canzone sono racchiuse le diverse anime degli Oakenshield: la parte tradizionale è ben presente con melodie folk della penisola scandinava, l’amore di Corkhill per il viking si rispecchia nel riffing diretto come i maestri Bathory e Falkenbach insegnano. Lo scream acido s’incastona divinamente all’interno delle note della chitarra, il basso dona rotondità e vigore al brano, il violino regala momenti da brividi a fine canzone.

Terminato l’ascolto delle otto tracce si torna alla realtà, dopo aver girovagato senza meta tra le Highlands scozzesi, i fiordi norvegesi e il minaccioso mare del nord. Dispiace, perché la musica degli Oakenshield permette di viaggiare con entusiasmo, facendo sognare l’ascoltatore durante tutti i quarantacinque minuti di Legacy.

Delle varie fasi in studio (registrazione, mixaggio, produzione) se ne è occupato Ben Corkhill stesso, con il solo aiuto di Greg Davis e Matt Lane: un ottimo lavoro in quanto i suoni sono decisamente buoni, reali, ben amalgamati tra di loro. La drum machine, punto dolente del precedente disco, suona come una batteria vera, contribuendo al successo dell’album. È inoltre scomparso lo “sporco” di sottofondo che penalizzava la produzione di Gylfaginning, facendo suonare Legacy in maniera eccellente.

Interessante il dualismo vocale scream-clean, Corkhill è abile nell’incastonare i pochi inserti “puliti” nei momenti appropriati, arricchendo (raramente, in verità) la proposta con alcuni cori di voci maschili dal timbro energico e saggio. Unica nota stonata di un lavoro davvero ben fatto, la copertina creata da Mike Schindler (a lavoro anche con Wolfchant, Folkearth, Thundra ecc.) di Dragon Design 666: fredda, impersonale, visivamente insulsa, semplicemente brutta.

Un sound possente e poetico, a tratti brutale e minaccioso, ma anche delicato, sognante e raffinato: gli Oakenshield sanno creare tante diverse atmosfere a seconda dei temi trattati nei testi con eleganza e saggezza; il suono del gruppo trabocca di passione, di sincero amore per quel che viene fatto, e ogni nota di Legacy lo conferma.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.