Intervista: Stilema

Dopo un periodo di pausa, i laziali Stilema sono tornati in attività con una nuova voglia di fare e un sound fresco che unisce varie influenze sotto lo stendardo del folk metal. Tra poeti greci, deliziose melodie e interessanti anticipazioni, il cantante Gianni Izzo racconta con passione della sua creatura e del nuovo lavoro Ithaka, buona lettura!

ph. Elena Bugliazzini

Iniziamo presentando gli Stilema ai lettori di Mister Folk.

Ciao Fabrizio, gli Stilema sono nati parecchi anni fa come una folk band acustica, che univa la musica cantautorale italiana alla musica etnica, soprattutto di matrice irlandese, un qualcosa di molto vicino ai primi Modena City Ramblers per intenderci. Negli anni il sound è cambiato, abbiamo introdotto dapprima le chitarre elettriche, ora abbiamo decisamente virato verso un suono più metal. L’EP Ithaka è il nostro terzo lavoro in studio.

La band si è riformata nel 2015 dopo un periodo d’inattività. Cosa ti ha spinto a riformare il gruppo e a “cambiare” genere musicale?

Crediamo di avere qualcosa d’interessante da proporre, e ora abbiamo più possibilità ed esperienza per portare avanti il progetto in modo continuativo, quindi abbiamo deciso di riprovarci. Nonostante sia affascinato da strumenti quali flauto e violino e ami la musica folk, la realtà è che il 95% del tempo che passo ad ascoltare musica, è caratterizzato esclusivamente da heavy metal e rock. Per quanto all’inizio m’intrigasse l’idea di scrivere e interpretare i miei brani con un sound diverso, dopo un po’ ho avuto “nostalgia di casa”. Quindi era ovvio che l’unico modo per poter rimettere in piedi il progetto, era potermi esprimere in un contesto in cui mi sento più a mio agio, da qui il “cambio” di genere, senza ovviamente abbandonare le radici folk della band.

Nella recensione parlo di “folk metal adulto” e di venature progressive. Quali sono i gruppi che senti abbiano influenzato maggiormente gli Stilema?

Per quel che mi riguarda gli Iron Maiden e i Mägo De Oz sono le band per eccellenza che porto nel cuore, e penso che il mio modo di comporre sia stato influenzato dai loro rispettivi sound. Alcuni dei duetti delle chitarre, certe ritmiche e riff degli Irons mi avevano già suggerito quanto il metal potesse essere arricchito anche dalla tradizione folk, pensa al riff di Transylvania o all’andazzo di Quest For Fire, o ancora al sublime finale di The Prophecy. I Mägo De Oz hanno poi confermato questa mia idea, e insieme ai nostrani Rhapsody (e le loro varie incarnazioni) mi hanno insegnato che anche il metal può essere cantato nella propria lingua, e non necessariamente in inglese. Inoltre ti citerei i Jethro Tull e gli Orphaned Land… Probabilmente è grazie a loro, ma fuori dal metal anche grazie alla famosa collaborazione tra la PFM e De Andrè, che hai sentito quelle venature progressive nel nostro sound. Ognuno di noi ha ovviamente le proprie influenze stilistiche, ad esempio il nostro chitarrista Federico Mari è molto più vicino al metal estremo e al doom, credo che questo si sentirà maggiormente nel nostro prossimo lavoro, poiché anche lui ora sta dando il suo contributo come autore di alcuni brani che vi compariranno.

La title track è un omaggio al poeta greco Konstantinos Kavafis. Da dove nasce la passione per la poesia e perché Kavafis?

Le poesie sanno essere musicali anche senza strumenti, e la musica sa essere poetica anche senza parole. Se ci pensi, il loro è un matrimonio perfetto, non hanno necessariamente bisogno l’una dell’altra, perché sanno sorreggersi da sole, ma se si uniscono possono creare un forte legame chimico. Questo è ciò che cerchiamo di fare, la poesia è sempre stata parte integrante della nostra musica. Nel nostro primissimo lavoro, c’era uno strumentale ispirato a “L’addormentato Nella Valle” di Rimbaud. E nel prossimo disco ci sarà “Ninna Nanna Della Guerra” di Trilussa. È stata Alessia, la nostra flautista, a propormi “Ithaka” per scriverne un eventuale brano. Di questa mi ha intrigato il tema della vita come viaggio. Di Kavafis in generale mi piace la denuncia ad una società che non sentiva sua, e la ricerca introspettiva di una felicità che il poeta ritrovava nelle proprie radici pagane e nella cultura ellenica. Ma il nostro omaggio all’uomo o all’artista è solo secondario, se non fosse così, rimarrebbe un esperimento fine a se stesso. Quando prendiamo in prestito una poesia, lo facciamo principalmente per l’interesse verso il tema che questa porta avanti.

La canzone Girone Dei Vinti ha una tonalità quasi cantautorale. Mi domando quindi se apprezzi quel tipo di musica e cosa ne pensi di Branduardi, musicista menestrello per antonomasia.

Come ti dicevo, siamo nati proprio unendo musica cantautorale e folk. La prima è una dimensione che adesso abbiamo un po’ messo da parte, a favore di chitarre elettriche e doppio pedale, ma da ciò che mi dici, mi fa davvero piacere notare che riesce comunque ad emergere. Sebbene mi venga in mente sempre per primo De Andrè tra i cantautori a cui mi ispiro, considero Branduardi un ottimo musicista. Da Confessioni Di Un Malandrino, passando per Ballata In Fa Diesis Minore o Il Sultano Di Babilonia, ho apprezzato molti dei suoi lavori originali, o comunque le melodie che ha sapientemente reinterpretato. La cura e la ricchezza degli arrangiamenti nei brani di Branduardi poi è superlativa, e per questo rara, soprattutto se pensi al minimalismo che caratterizza certa musica italiana.

Ph. Elena Bugliazzini

Il violino e il flauto sono strumenti molto presenti nelle tre canzoni e le loro melodie sono spesso di primaria importanza. Come nascono i brani degli Stilema e cosa pensi che possano dare quei due strumenti alla musica heavy metal?

L’heavy metal è un genere in continua mutazione, sa rinnovarsi e si adatta perfettamente ad ogni tipo di contaminazione senza snaturarsi mai, o quasi… Insomma, ogni tanto escono fuori anche gruppi come le Babymetal, o i Sonic Syndicate, ma a parte questi refusi, si vola alti. Quindi anche strumenti che potrebbero sembrare lontani da questo genere, possono arricchirne invece il sound. Personalmente ho una predilezione per il timbro del violino e del flauto, ma in linea di massima penso che non esista strumento che non possa contribuire ad alimentare positivamente il nostro genere musicale. In linea generale ognuno compone brani o parti di un brano per conto proprio, poi li finiamo di arrangiare insieme in studio. In particolare, i miei pezzi nascono sempre da singole melodie che ho in testa, a cui cerco di dare un ruolo. Alcune di queste poi faranno parte della linea della voce, altre del violino, altre ancora del flauto. Intorno a queste melodie primarie, poi costruisco la base del brano e aggiungo il testo.

La copertina è di forte impatto e inizialmente sembra stonare con la musica proposta dal gruppo. In realtà, a un’analisi più attenta, si capisce che è la giusta immagine per il contenuto del cd. Vuoi spiegare ai lettori il significato dell’intera grafica?

L’artwork è stato disegnato dalla nostra amica Elena Bugliazzini, che ha egregiamente saputo dare forma alle nostre idee. Abbiamo deciso di rappresentare il tema principale di Ithaka, nello specifico, la fine di questo lungo viaggio, alle porte della città. Nella poesia di Kavafis, il viaggio verso Ithaka è la metafora della vita stessa, dove la città verso cui siamo inevitabilmente diretti, può rappresentare la stessa morte, la destinazione finale, che può far paura, e che nell’immaginario può essere letta come un posto buio, malinconico, ma che per nostra natura, ci rende inevitabile cominciare il nostro cammino. È proprio questo viaggio, che ci permetterà di trasformarla da un posto desolato, ad un posto simbolicamente ricco, lì dove la ricchezza è rappresentata da tutto ciò che abbiamo appreso nella vita. La Ithaka dell’artwork vuole essere il riflesso di questo arricchimento interiore del viaggiatore, che ha saputo vivere a pieno le proprie esperienze, accrescendosi attraverso queste. Il mare in tempesta rappresenta gli ostacoli che ognuno di noi incontra durante la propria esistenza, e che deve affrontare per evitare di affondare. Ci siamo divertiti poi a rappresentare la ricchezza interiore, attraverso tanti piccoli dettagli appartenenti all’arte, alla storia e alla mitologia classica. Oltre ai templi, ai due colossi, avrai notato anche gli strumenti musicali tipici, il famoso labirinto che si vede dalla finestra sul retro della copertina, e il piccolo mosaico del minotauro.

L’EP Ithaka è un’anticipazione di qualcosa di più corposo? State lavorando a nuove canzoni?

Sì, già mentre registravamo questi brani, eravamo in fase di scrittura del nuovo materiale. Abbiamo voluto rilasciare questo breve EP per vedere come sarebbe stata percepita la nostra proposta, dal momento che abbiamo, non solo cambiato il nostro sound, ma anche introdotto elementi nuovi negli arrangiamenti, come le tastiere, che non avevamo mai usato prima. Ti posso anticipare che il nuovo disco avrà uno spettro musicale più ampio, non solo attingeremo soluzioni da più tradizioni etniche, ma andremo a toccare anche parti del metal più estremo che abbiamo introdotto ultimamente qui e lì nel nostro sound.

Mi fa davvero piacere che nella scena romana-laziale ci sia una “nuova” e valida realtà! A te la parola per chiudere l’intervista.

Fabrizio, grazie mille per lo spazio che ci hai concesso, per le tue parole e la tua disponibilità. Un saluto a tutti i lettori di Mister Folk, che invitiamo, qualora fossero stati stuzzicati dalla nostra proposta, a seguirci sulla nostra pagina Facebook e su Soundcloud, dove potranno ascoltare in streaming il brano “Girone Dei Vinti”. Speriamo di vedervi ai nostri live. Raise Your Horns Metalfolkers \m/

Vanaheim – The House Spirit

Vanaheim – The House Spirit

2017 – EP – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Zino Van Leerdam: voce – Nick Roovers: chitarra – James Chancé: chitarra – Mike Seidel: basso – Bram Trommelen: batteria

Tracklist: 1. The Dwarven Chant – 2. Domovoi – 3. Forefather’s Awakening – 4. Daughter Of The Dawn

Un concept EP come debutto non è cosa per tutti. Soprattutto se fatto veramente bene. É il caso dei Vanaheim, formazione olandese in attività dal 2015 che dopo due anni di lavoro arriva alla prima pubblicazione con l’autoproduzione The House Spirit, un quattro tracce che narra la storia del Domovoj, pelosa creatura maschile della mitologia slava che protegge l’ambiente famigliare.

La prima cosa che emerge ascoltando il disco è la grande abilità della band, che non sembra assolutamente ai primi passi, ma che anzi dimostra una compattezza propria di chi ne ha viste tante. Invece i musicisti sono tutti giovani e tra questi incontriamo il chitarrista Nick Roovers, già sulle pagine di Mister Folk qualche anno addietro con il suo ex gruppo Druantia. La musica dei Vanahiem è un pagan/folk metal robusto e dinamico, dal forte piglio nordico e dotato di buona personalità. Le influenze in alcuni momenti sono palesi (l’opener deve molto agli Ensiferum e la title track ai Finntroll, per portare degli esempi), ma queste sono ben amalgamate con il gusti dei musicisti e grazie al songwriting sopra la media rispetto agli altri debutti le quattro canzoni suonano fresche e accattivanti.

L’iniziale The Dwarven Chant è bella diretta e alterna momenti più orchestrali ad altri decisamente più estremi e brutali. Le orchestrazioni finntrolliane di Domovoi ci trasportano in un mondo oscuro e pericoloso, come il cuore di una foresta ostile che ha deciso di punire il visitatore indesiderato. Spiazza e stupisce positivamente lo strumentale Forefather’s Awakening, oltre sette minuti folk/ambient che accompagna l’ascoltare all’ultima traccia Daughter Of The Dawn, ben dieci giri di lancetta del miglior pagan/folk underground con richiami ai grandi del genere (Moonsorrow) in una composizione che ad ogni ascolto si fa più interessante e ricca di sfumature.

I Vanaheim hanno da poco iniziato il proprio percorso musicale, ma già si può dire che sono pronti al grande passo del full-length, possibilmente supportati da una etichetta discografica di qualità. Ventotto minuti di buon pagan metal al debutto non è cosa per tutti, sorprendenti!

Stilema – Ithaka

Stilema – Ithaka

2017 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Gianni Izzo: voce, chitarra acustica – Federico Mari: chitarra – Francesco Pastore: basso, tastiera – Domenico Pastore: batteria – Alessia Oliva: flauto – Fulvia Farcomeni: violino

Tracklist: 1. Ithaka – 
2. Sole D’inverno – 3. Girone Dei Vinti

Gli Stilema sono una realtà laziale in attività da qualche anno che ha pubblicato un paio di lavori prima di prendersi una pausa. Tuttavia la band è tornata nel 2015 con line-up e sonorità rinnovate: dalla musica acustica degli inizi a una sorta di folk metal molto delicato e raffinato dell’EP Ithaka di recente pubblicazione. La band di Gianni Izzo, difatti, ha col tempo indurito la propria musica inserendo le chitarre elettriche pur non perdendo i riferimenti folk/etnici che li caratterizzavano a inizio carriera.

L’EP in oggetto è un tre pezzi cantato in italiano molto asciutto e diretto, indicatore delle capacità dei musicisti e della nuova direzione musicale intrapresa. L’iniziale Ithaka è una composizione ispirata all’omonima poesia del greco Konstantinos Kavifis, brevemente citata in lingua originale: ritmata e delicata, con sfumature progressive che non disprezza momenti più duri, è forse la canzone migliore del lotto. La successiva Sole D’inverno vede nella coppia bridge-ritornello il pezzo forte, merito soprattutto delle ottime linee vocali di Izzo, mattatore del disco grazie a una voce sicura e a trovate mai scontate. Terzo e ultimo brano è Girone Dei Vinti, nel quale spiccano il violino di Fulvia Farcomeni e il flauto di Alessia Oliva in un contesto quasi cantautorale.

Nei quattordici minuti di durata del dischetto tutto gira bene. La produzione è abbastanza pulita e permette di ascoltare tutte le sfumature del sound dei sei musicisti, compatti e precisi. Sono numerosi i fraseggi di qualità e le melodie vincenti all’interno dei tre pezzi e anche la copertina dal forte impatto visivo non stona nell’insieme.

Tre brani sono oggettivamente pochi per giudicare una band, ma l’operato dei laziali, in questo EP, è davvero valido. Folk metal “adulto” che potrà piacere soprattutto alle persone che preferiscono i riff heavy e la voce pulita alle influenze estreme. Ithaka è un bel biglietto da visita, aspettiamo con fiducia i prossimi passi degli Stilema, una “nuova” realtà più che valida.

Vincent & Daniel Cavanagh a Roma

VINCENTDANIEL CAVANAGH + ROME IN MONOCHROME 

12 luglio 2017, Monk Club, Roma

I fratelli Daniel e Vincent Cavanagh, ovvero il cuore e il motore degli Anathema, in versione acustica e nel bel mezzo dell’afosa estate romana è un evento da non perdere. La sorpresa è che per il concerto non è previsto il biglietto, quindi ingresso libero e un sincero ringraziamento agli organizzatori Dark Veil Productions per lo sforzo fatto. La location scelta è il Monk, luogo di ritrovo all’aperto per bivaccare, sicuramente non il classico luogo da concerti “colti”. I fratelli Cavanagh salgono sul palco alle 21 circa dopo l’esibizione dei Rome In Monochrome, e inizialmente i due scherzano tra di loro e col pubblico. L’esibizione è delicata e intima, i musicisti suonano con passione e si divertono, interagiscono molto con gli spettatori e raccontano aneddoti che te li fa sentire subito amici. Grandi parole sono spese per Luciano Pavarotti e sull’abilità degli italiani di cantare, tra serietà e sorrisi. La scaletta è straordinaria, sono eseguiti pezzi da Alternative 4 del 1996 fino alle più recenti pubblicazioni, tutti con grande trasporto ed eleganza. Le due Untouchable, Are You There? e Lost Control sono tra i brani meglio riusciti, ma è la straordinaria Forgotten Hopes a far piangere di gioia ed emozione il pubblico, con un Vincent Cavanagh quasi sofferente tanto era sentita l’interpretazione. Daniel, da parte sua, si alterna tra chitarra, tastiera e canto con l’utilizzo perenne e preciso (e quando non lo è, saggiamente ci scherza sopra) della loop station, un pedale che serve per registrare delle tracce (chitarra, percussioni ecc) da mandare in loop e suonarci sopra “live”. Una manciata di belle cover hanno chiuso la serata, in particolare hanno fatto centro The End dei The Doors e Another Brick In The Wall dei Pink Floyd con l’intera platea a cantarla. Alla fine dell’esibizione ci sono solo applausi per i due inglesi che purtroppo si sono presto dileguati per la delusione di tutte quelle persone che avrebbero voluto scambiarci due parole o avere una foto ricordo con loro.

Il disturbatore a lato del palco (che ha fatto letteralmente incazzare i due fratelli di Liverpool) e il chiacchiericcio continuo dei non interessati al concerto (molte persone erano lì solo per passare il tempo in attesa della fine dello show per poi giocare a ping pong e a bigliardino) non sono riusciti a rovinare minimante l’atmosfera squisita creata dai Cavanagh, che hanno trasmesso con la propria musica grandi emozioni agli spettatori.

Scaletta: 1. Fragile Dreams – 2. Untouchable, Part 1 – 3. Untouchable, Part 2 – 4. Thin Air – 5. Inner Silence – 6. One Last Goodbye – 7. Pressure – 8. Are You There? – 9. Dreaming Light – 10. The Beginning And The End – 11. The Optimist – 12. Deep – 13. Forgotten Hopes – 14. Destiny Is Dead – 15. Lost Control – 16. High Hopes (Pink Floyd cover) – 17. The End (The Doors cover) / Sober (Tool cover) – 18. Another Brick In The Wall (Part 2) (Pink Floyd cover)NB: grazie a Francesco Salvatorelli per la scaletta.

Intervista: Bloodshed Walhalla

A due anni dalla precedente intervista, si torna a parlare con il polistrumentista Drakhen, la persona che è l’anima di uno dei progetti migliori d’Italia, Bloodshed Walhalla. Il motivo è presto detto: Thor, terzo disco di fresca pubblicazione, è un lavoro strabiliante per bellezza e qualità. Mister Folk supporta la buona musica italiana e quella di Drakhen è senz’altro tra le migliori espressioni.

Per il nuovo album ti sei concentrato sulla mitologia norrena: come mai questa scelta? Si tratta di un concept album oppure le canzoni sono slegate tra di loro?

Ciao Fabrizio e grazie per avermi concesso questa intervista sulla pagina di Mister Folk. Prima di tutto vorrei complimentarmi per il tuo gran lavoro e supporto per le band italiane che come la mia hanno bisogno di visibilità nel panorama nostrano e non. Thor non è un concept album, ma una bella testimonianza marcata e incentrata su temi a noi cari. Si parla di mitologia, si parla di leggende, eroi, guerrieri e guerre, miti del mondo norreno. Ogni traccia racconta una storia ben distinta. Parliamo del Dio Thor e del suo mitico martello, parliamo del Dio Tyr alle prese con il lupo gigante Fenrir, narro favole o racconti totalmente inventati basati su sottofondi nordici. Chi ascolta Thor dovrebbe immaginare un ragazzo di mezza età del sud Italia che parla di mitologia dei popoli scandinavi. Per loro tutto è scontato e magari banale, ma per me che scrivo i testi e musica per i Bloodshed Walhalla è un mondo tutto da scoprire. Non provo nessun imbarazzo nel mettermi in gioco anche perché scrivo questo materiale perché sono patito e mi diverte troppo farlo. Il messaggio che vogliamo dare con Thor è molto semplice: dopo tre album volevamo marcare definitivamente il nome dei Bloodshed Walhalla nella scena del viking metal mondiale. Ci siamo riusciti? Non lo so, ma con i pochissimi mezzi a disposizione siamo sicuri di aver regalato al pubblico di parte un lavoro (anche se pur sempre fatto in casa) solido e accettabile, magari non agli stessi livelli di produzione di alte realtà, ma con di idee valide e chiare.

Sono nati prima i testi o la musica? Hai un metodo di composizione che prediligi?

Il modus operandi è sempre lo stesso da quando ho iniziato a comporre musica. Creo prima la struttura del brano con una linea vocale immaginaria, a volte fischiettata, e poi scrivo il testo in base anche alla melodia del brano e alla cattiveria espressa sugli strumenti. Siccome i testi dei Bloodshed Walhalla sono in inglese mi avvalgo del supporto di una traduttrice impeccabile che lo parla come l’italiano: mia moglie. Insieme ci divertiamo a scrivere e adattare il testo alla song.

Perché Thor come titolo? Sei particolarmente legato al dio del tuono, oppure la scelta è ricaduta sulla canzone che senti più rappresentativa?

Queste tracce hanno una storia abbastanza lunga, sono anni che sono state immaginate, create, incise e re-incise. Alcune sono state inserite in principio in alcune demo che forse qualcuno conosce. Thor è presente su un demo del 2014 che si può anche ascoltare liberamente ovunque. Thor è la canzone dell’album più riuscita, per questo abbiamo deciso di intitolare così l’album, ricorda sonorità molto care a voi amanti del viking metal e a mio avviso estinte. In principio era senza tastiera, un po’ più cruda. In questa versione abbiamo aggiunto cori e sintetizzatori che si intrecciano alla perfezione.

Sul booklet e su internet non sono presenti i testi delle canzoni, puoi dirci qualcosa a riguardo?

Purtroppo, in accordo con la Fog Foundation, che ringrazio per la disponibilità e la professionalità, anche per questo terzo lavoro non è stato possibile inserire i testi sul booket. Questo per me è un grave errore anche perché la mia voce molto sofferta e gracchiante non ti permette di capire effettivamente cosa sto cantando, ma purtroppo non posso farci niente. Spero il prima possibile di poter inserire i testi sulla nostra pagina ufficiale. In Thor e in Tyr raccontiamo le gesta e la potenza delle due divinità alle prese dei loro rispettivi acerrimi nemici. Tyr come tutti sanno sacrificò una sua mano offrendola al lupo Fenrir per far si che la bestia venga catturata da Odino e zittita grazie ad un laccio rosso magico. Mentre Thor riesce a scacciare Jotunn il gigante grazie al suo martello Mjolnir ed alla sua mitica forza nel mondo più sperduto del creato. Day By Day è una favola totalmente inventata che narra di un guerriero vichingo che solitario e morente sulla riva di un lago ricorda la battaglia appena terminata e immagina le valchirie che stanno venendo a prendere la sua anima per portarla nella Valhalla dove ogni giorno potrà continuare a combattere e ubriacarsi con i suoi fratelli e divinità. In …And Then The Dark la grande foresta va a fuoco e subito dopo piomba l’oscurità e le bestie invadranno il mondo. Ma è grazie a un uomo con l’armatura d’oro e alla sua forza divina che tornerà tutto com’era prima. L’intro e l’outro sono collegate tra loro grazie alle atmosfere dei brani e al titolo. In pratica sono un addio e un ritorno a casa. L’addio degli uomini che partono alla scoperta di nuove terre da raziare o colonizzare e il ritorno tra le braccia dei loro cari carichi di vittorie e tesori. Wind Of Nord è un incubo dove mi compare un’orribile figura femminile che inzia a mostrare la mia morte. Sono sofferente e spaventato, ma quando il vento inizia a soffiare accarezzandomi dolcemente il viso, tutto lentamente svanisce. In Nine World è tempo di spade e grandi battaglie in tutti i nove mondi.

L’uso della tastiera è in questo album a dir poco fondamentale: tra eleganti tappeti e melodie ipnotiche si rivela essere uno strumento di grande impatto. Nella canzone Thor è un synth quello che si sente?

Da quando ho scoperto questo fantastico strumento musicale (premettendo che principalmente sono chitarrista e cantante), non riesco più a farne a meno, mi diverte tantissimo, si riescono a creare melodie di grande fattura forse più che con la chitarra elettrica. In questo album forse abbiamo un po’ esagerato con i volumi, data l’inesperienza con lo strumento. Come si suol dire, ci siamo fatti prendere un po’ dall’euforia e dalla novità, ma il risultato finale tutto sommato ci ha soddisfatto dato che la tastiera fin ora non era mai stata suonata nei nostri album. In studio mi diverto a creare cose pazzesche che vale la pena incidere e proporre al pubblico. In Thor i Bloodshed Walhalla hanno usato sintetizzatori Yamaha.

In …And Then The Dark la tastiera crea un effetto quasi liturgico. Ci sono dei musicisti o dei gruppi che apprezzi per l’uso delle keys?

Sì, in quel brano predominano gli organi ed effettivamente il suono proposto è proprio quello da liturgia, nel contesto suonano bene. Rispondendo alla domanda, trovo magnifiche le esecuzioni dellla tastiera dei Moonsorrow.

Day By Day dura ben diciassette minuti. Mentre la stavi componendo eri più spaventato dalla lunghezza oppure eri eccitato perché stavi portando all’estremo il fattore durata senza perdere un briciolo di qualità?

Day By Day è solo l’inizio, nel nostro prossimo lavoro (piccola anticipazione) che è stato quasi terminato e che spero veda la luce il prima possibile, ci sono brani all’incirca della stessa durata ed uno in particolare di trenta minuti. Quando ho composto questo pezzo avevo già le idee chiare, volevo creare un racconto musicale abbastanza vario e intricato, dove la classica epicità che prediligo manifestare doveva essere cadenzata per poi crescere di intensità e velocità. Il fraseggio iniziale di tastiera richiedeva almeno tre-quattro minuti di esecuzione, poi da cosa nasce cosa… ho iniziato a prenderci gusto inserendo varianti e introduzioni alla prima strofa cantata che troviamo solo passati i primi otto minuti. Dopo il racconto si ritorna alle origini del brano e a un successivo fraseggio di basso dove un po’ alla volta tutti gli strumenti entrano in gioco con parti diverse tra loro per poi sfumare lentamente tutti insieme. In questi diciassette minuti di musica non ho mai avuto paura di sbagliare qualcosa, anzi ero sempre più eccitatato ogni qual volta i pezzi del puzzle si incastravano alla perfezione. Vi assicuro che la canzone non deluderà i patiti del genere.

La musica di Bloodshed Walhalla è cambiata molto nel corso degli anni. Si parla sempre di viking metal bathoriano, ma nella tua musica ora sono presenti elementi folk e di metal estremo. Cosa o chi ti ha portato verso questo tipo di musica?

Se ti facessi leggere tutti i messaggi che ogni giorno i fan mi mandano da ogni parte della terra tu non ci crederesti. Fabrizio, in parte il mio sogno si è avverato. Quando nel 2006 ho creato questa one-man-band, il mio folle intento era quello di riprendere quelle sonorità che Quorthon aveva tristemente e tragicamente interrotto. Nordland doveva essere assolutamente completato. Sicuramente non ci sono riuscito, ma ho lasciato il segno. Quando si parla di band post-Bathory, il nome dei Bloodshed Walhalla è lì, insieme ai mostri sacri del settore viking. Quando qualcuno mi dice che ascoltando la nostra musica gli sembra di star ascoltando Quorthon, io mi riempio di orgoglio e ne sono fiero. Molti vorrebbero vedere i Bloodshed Walhalla dal vivo, ma questo tradizionalmente non potrà mai accadere. Ora, con Thor ci siamo misurati per riuscire a vedere se fossimo stati in grado di non sminuire il progetto complicando un po’ le cose a livello compositivo e di sound. Un piccolo cambiamento strutturale per iniziare a dare alla band una vera e propria identità sempre restando fedeli al progetto finale. Un po’ come se Quorthon fosse ancura vivo e rifacesse il look ai Bathory… folle vero? Gia un primo assaggio a un cambiamento lo abbiamo mostrato con l’EP Mather. Qui un misto tra folk metal di fattura scandinava si abbina ai testi della mia terra soleggiata. Data la critica abbastanza positiva abbiamo capito che quella era la strada giusta. Inoltre ho sempre dichiarato in altre interviste di essere uno spirito libero musicalmente parlando e il fattore one-man-band facilita le scelte e la strada giusta da intraprendere.

Ascoltando l’album ho l’impressione che tu abbia irrobustito le parti epiche così come quelle estreme sono ancora più violente rispetto al passato. Sei d’accordo con me?

Esattamente, ma questa è cosa naturale proprio dovuta al cambiamento che la band ha voluto affrontare in questo nuovo album. Diciamo che con i primi due lavori i ritmi seguivano andamenti cadenzati, in molte occasioni vicini al doom, mentre in Thor si può ascoltare una doppia cassa più matura e veloce e a volte “cattiva”. Anche i riff delle chitarre hanno subito questa innovazione diventanto a loro volta pesanti e ben suonati. Inseriti nel contesto epico classico dei Bloodshed Walhalla, il risultato ci ha convinto parecchio e ci ha dato quella maturità che la band forse aveva bisogno. Nell’EP Mather abbiamo cercato chiaramente di far capire agli ascoltatori che i Bloodshed Walhalla possono fare di tutto. Mather è un disco decisamente folk metal, ma chi ascolta capisce chiaramente che a suonarlo sono i Bloodshed Walhalla. In Mather si può ascoltare malinconia, gioia e rabbia, gli elementi della natura sono fondamentali. In Thor abbiamo cercato di replicare in maniera più dettagliata questo percorso intrapreso. Day By Day è la canzone che più rappresenta questo cambiamento. Per ora questo è il nostro marchio di fabbrica. Inoltre devo aggiungere o ricordare al pubblico che Thor, come i precedenti album, è stato ideato, suonato, registrato e mixato da una sola persona. Per me questo è motivo di vanto e come sempre ci tengo a sottoliniarlo in grassetto. Se tu mi dici che trovi le parti epiche più irrobustite, non posso che essere contento, perché il nostro intento era proprio quello. Altrettanto quando mi dici che trovi violente le parti estreme, è proprio quello che volevamo fare. Come dicevo prima un mix di malinconia, gioia e rabbia che pare stia funzionando alla grande. E comunque il tutto è altrettanto irrobustito da una certa dose di esperienza accumulata negli anni e messa in pratica saggiamente con le pochissime risorse a disposizione.

Un’altra cosa che si nota facilmente è la fiducia che riponi nella tua voce, con gli anni sempre più incisiva e sicura. Hai fatto qualcosa di pratico per raggiungere questo obiettivo, oppure è semplicemente frutto di anni di lavoro e confidenza con le tue capacità?

Sono molto soddisfatto dei risultati finali ottenuti con la mia voce stonata, perché non è stato per niente semplice registrare le parti soliste e soprattutto i cori. Facendo tutto da solo le difficoltà sono amplificate. Nessuno mi guida o corregge quelle imprecisioni che al primo ascolto ti sfuggono. Solo dopo parecchi ascolti riesco ad accorgermene e perfezionarle. Assemblare un coro, traccia per traccia, con una sola voce, è una impresa molto complicata e per di più senza armonizzatori. Solamente grazie all’esperienza sono riuscito ad ottenere risultati soddisfacienti. Non sono mai stato un cantante eccezionale, non ho mai studiato una sola nota del pentagramma, quindi tutto quello che ascoltate nelle song dei Bloodshed Walhalla è solo ed esclusivamente frutto di sacrificio autodidatta. Lo faccio perché la musica per me è passione, mi diverto e non voglio nessuno tra i piedi che contraddice i miei metodi e modi di fare.

Ho visto che in questo ultimo periodo ti diverti a suonare i pezzi degli Iron Maiden con una cover band. Mi domando quindi se hai mai pensato di prendere dei musicisti session per Bloodshed Walhalla e fare magari poche ma mirate esibizioni dal vivo.

Sì, faccio parte di una cover band degli iron Maiden della mia città insieme ai miei due fratelli e due amici patiti come noi della band inglese. Gli Iron sono la band che più di tutte mi ha fatto avvicinare negli anni ottanta al mondo dell’heavy metal, e a loro devo tutte le mie conoscenze musicali e strumentali della mia carriera da chitarrista. E comunque nei Sons Of Charlotte non suono la chitarra ma canto. Sono soprattutto specializzato alle timbriche di Paul Di anno, ma mi diletto e trovo divertente interpretare a modo mio le canzoni con Dickinson o Bayley. Bene, questo per far capire che mi piace tantissimo la vita on the road e in sala prove, l’ho sempre fatta amatorialmente e per il solo divertimento nel condividere con amici la vita da band. Ho pensato tante volte di portare i Bloodshed Walhalla sul palco con una vera e propria band, ma in questo caso le cose si complicherebbero parecchio. E prima di fare il passo cruciale ogni volta ho desistito e abbandonato il progetto sul nascere. Prima di fare il passo cruciale, ho desistito immaginando scenari che non avrebbero agevolato di certo la mia vita familiare e che si sarebbero messi in contrasto con il mio lavoro. Purtroppo è troppo tardi per intraprendere un percorso serio e lontano dalla mia routine quotidiana, ho 42 anni e non posso permettermi determinate situazioni. Con la cover band è tutto più semplice e non ti toglie molto tempo, un paio di ore a settimana per le prove ed un concertino ogni tanto. Invece con i Bloodshed Walhalla ho sempre sognato un discorso un po’ più serio ma che per forza di cose rimarrà tale. Anche se nella vita tutto può succedere e bisogna essere sempre pronti nell’affrontare qualsiasi cosa essa ti offre. 

Nei tuoi dischi non sono mai apparsi degli ospiti. Una scelta precisa da parte tua o non escludi la possibilità di averne in futuro?

Sono serissimo, un ospite negli album dei Bloodshed Walhalla c’è sempre stato ed è il mio maestro Quorthon. A lui devo tutto e a lui ho sempre dedicato tutti i nostri lavori in studio. Pensando a come avrebbe potuto interpretare lui una mia canzone sono riuscito a far pubblicare tre album ed un EP con il nome dei Bloodshed Walhalla.

Magari è presto per parlarne, ma so che sei un musicista che non sa stare con le mani in mano, quindi ti chiedo se stai già lavorando al prossimo capitolo di Bloodshed Walhalla, oppure se ci sono altre cose che bollono in pentola.

In questo momento, in questi giorni sto terminando le registrazioni di un concept sul Ragnarök. Nel giro di alcune settimane, salvo complicazioni, riuscirò a completare l’opera e proporla, per capire se un giorno potrà essere ascoltata. Vi anticipo anche che si tratta di oltre un’ora di musica concentrata in quattro tracce. Fatevi più o meno un’idea. Le cose da raccontare erano davvero tante. Questa è un’altra bella scommessa che voglio portare a termine e vincere.

Grazie Drakhen, è sempre un piacere parlare con te!

Grazie a te Fabrizio. A te devo molto e spero un giorno di poterti conoscere di persona. A presto.

Vintersorg – Till Fjälls del II

Vintersorg – Till Fjälls del II

2017 – full-length – Napalm Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Vintersorg: voce, chitarra, basso, tastiera – Mattias Marklund: chitarra – Simon Lundström: basso

Tracklist: CD1: 1. Jökelväktaren – 2. En Väldig Isvidds Karga Dräkt – 3. Lavin – 4. Fjällets Mäktiga Mur – 5. Obygdens Pionjär – 6. Vinterstorm – 7. Tusenåriga Stråk – 8. Allt Mellan Himmel Och Jord – 9. Vårflod – CD2: 1. Tillbaka Till Källorna – 2. Köldens Borg – 3. Portalen – 4. Svart Måne

8 dicembre 1998, data di pubblicazione di Till Fjälls, debutto dei Vintersorg. Dopo quel giorno il mondo del folk metal non sarebbe più stato lo stesso: nessuno prima di lui aveva unito con perfezione e grandiosità metal estremo e folclore. Diciannove anni più tardi Mr. V, dopo un percorso che lo ha portato a pubblicare altri otto full-length, anche molto diversi tra loro, torna alle proprie origini, donando al suo pubblico Till Fjälls del II. Diciamolo subito, l’annuncio di questa release ha portato immediatamente alla mente la bellezza del primo disco ma anche la paura di un’operazione alla Keeper Of The Seven Keys – The Legacy o Land Of The Free II, ovvero forzare una pubblicazione “storica” senza avere più la “fame” e la magia per comporre dei seguiti degni dei capolavori di inizio carriera. Mr. V però non è un musicista qualunque e se ha deciso di rilasciare un lavoro come Till Fjälls del II si può star certi che la musica contenuta nel disco è assolutamente meritevole di avere sulla front cover un titolo del genere. Il nuovo disco di Vintersorg non solo è il degno successore del debutto targato 1998, ma è anche uno dei migliori dischi che abbia mai pubblicato.

Fin dalla copertina, bellissima, opera di Marcelo Vasco (Enslaved, Slayer, Borknagar, Dimmu Borgir, Einherjer di Norrøn, Månagarm di Legions Of The North), tutto riporta al gelido mondo creato da Andreas Hedlund (vero nome di Mr. V) quasi due decenni fa, compresi i testi, fiore all’occhiello di un album che non mostra segni di cedimento nemmeno dopo ripetuti e attenti ascolti. Anzi, con il passare del tempo Till Fjälls del II migliora. Alla musica sì estrema e diretta fanno da contraltare la melodia e il ritornello accattivante (alla maniera dei Vintersorg, sia chiaro) frequentemente proposto con successo da Hedlund. La musica, alla fine, si può riassumere in poche parole: l’eleganza di Till Fjälls incontra l’apertura mentale e l’esperienza di venti anni di carriera. Tutto, però, suona veramente come un Till Fjälls parte due, senza il bisogno di copiare o citare in continuazione alcuni dei passaggi più spettacolari del debutto. Ascoltando le canzoni ci si accorge che la bravura dei musicisti è stata quella di riprendere il filo musicale interrotto nel 1998 e aggiornarlo con le tinte di colore oggi disponibili.

Non stupisce, quindi, se Fjällets Mäktiga Mur provoca i brividi a ogni ascolto (quel pianoforte iniziale…), che i passaggi di Vinterstorm suonino amichevoli quanto accattivanti e che un brano come Lavin riesca a stupire a ogni ascolto. Tutto si può sintetizzare, però, con i quasi sette minuti dell’iniziale Jökelväktaren, compendio di tutto quello fatto in carriera dai Vintersorg e canzone che riassume perfettamente Till Fjälls del II. Non contento di aver sfornato un lavoro con i controfiocchi, Mr. V ha pensato bene di aggiungere un secondo cd con le ri-registrazioni dell’EP Tillbaka Till Källorna (trad.: Back To The Sources), canzoni nate tra lo split dei Vargatron e la nascita dei Vintersorg, per l’occasione rimaneggiate da Hedlund. La qualità è inferiore a quella di Till Fjälls del II, ma si tratta comunque di composizioni brillanti e che non potranno che fare la gioia dei fan del gruppo.

Un’operazione rischiosa si trasforma in successo sotto tutti gli aspetti. Mr. V si conferma un musicista di grande talento e un cantante eclettico, maestro del pulito quanto ringhioso nello scream. La Napalm Records, etichetta che ha sempre creduto in Hedlund avendo pubblicato sia gli album degli Otyg che tutti i dischi dei Vintersorg a partire dall’EP Hedniskhjärtad del luglio ‘98, può ritenersi più che soddisfatta: ha appena immesso sul mercato uno dei dischi più belli dell’anno.