Intervista: Zrec

Partiti nel 2004 con sonorità estreme, sono arrivati oggi alla pubblicazione di un EP dal sound completamente diverso e molto melodico. Cosa ha spinto la band della Repubblica Ceca a cambiare stile e approccio dopo le buone prove di Žertva e Paměti? Ne ho parlato con il batterista Sarapis e il chitarrista Torham, musicisti che hanno mostrato anche nel breve Klíč k Pokladům tutta la loro bravura e che fortunatamente non sono stati avari di parole e spiegazioni in questa intervista.

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Un ringraziamento a Chiara “Piske” Coppola per la traduzione dell’intervista.

Probabilmente questa è la prima intervista che fate per un sito italiano, partirei quindi con la classica presentazione della band.

Sarapis: Hail all’Italia! Noi siamo gli Žrec dalla Repubblica Ceca e siamo vecchi 🙂 Ci siamo formati nel 2004, eravamo ragazzi giovani e appassionati senza alcuna abilità nel suonare strumenti. Lentamente abbiamo iniziato a incrementare le nostre abilità e dopo quasi due anni di allenamento, composizione e bevute di birra abbiamo registrato un demo chiamato Nový Věk Pohanský” (Nuova età del paganesimo). Erano incluse tre canzoni. Nel 2008 le abbiamo ri-registrate per il nostro album di debutto chiamato Žertva (Sacrificio pagano) e abbiamo aggiunto alcune canzoni. Se vi piacciono band come Arkona (Russia), Alkonost o Nokturnal Mortum, potreste essere interessati all’album. Abbiamo usato più strumenti folk acustici che nel demo e il materiale è più veloce e.. ehm suonato meglio 🙂 Nel 2012 abbiamo registrato il secondo album Paměti (Memoirs) dove abbiamo iniziato ad abbandonare le strutture classiche del folk metal e Paměti può essere etichettato come old school metal con forti influenze del folklore. Non volevamo essere una delle migliaia folk metal band, Paměti è stato il primo passo. Il secondo passo è arrivato cinque anni dopo e spero che non vorrete sentire di tutti i cambi di line-up… Sarebbe una storia lunga (e noiosa) storia. Potete ascoltare i nostri due album sul nostro profilo Bandcamp, e anche il nostro ultimo EP Klíč K Pokladům (Chiave per i tesori).

La vostra precedente release risale a cinque anni fa. Vuoi raccontare ai lettori cosa è successo in questo lasso di tempo?

Sarapis: Abbiamo fatto molti concerti dopo la release di Paměti. Nel periodo tra il 2012 e il 2014 abbiamo fatto circa 30 concerti (sono davvero tanti? Non lo so 🙂 ) ma più tardi abbiamo smesso a causa dei continui cambi di line-up e della ricerca dei nuovi membri. Ha richiesto molto tempo (due anni è TANTO), ma ora siamo ok. Eravamo pronti per solo sei mesi (l’inverno e parte della primavera del 2015), poi abbiamo iniziato a lavorare su del nuovo materiale e a provare con la nuova line-up.

Avete da poco pubblicato l’EP Klíč k Pokladům: può essere considerato come un nuovo inizio per la band con sound e formazione rivoluzionati?

Torham: Può sembrare, ma penso non sia esatto. Stiamo componendo del nuovo materiale e ha un sound diverso. Negli Žrec cerchiamo sempre di andare un po’ più avanti.

Sarapis: Come ha detto Torham, noi non la percepiamo come una nuova era. Gli Žrec non hanno mai registrato due album simili. Io rispetto le band che registrano album simili e che non vanno avanti, ma solo se sono veramente bravi in ciò che fanno e se sono devoti a una sola forma per esprimere la loro visione. D’altra parte, non ci siamo mai incontrati nella sala prove ponendoci il “facciamo qualcosa di diverso” come scopo. Non è un programma, è solo un flusso, noi lo seguiamo e sentiamo totale libertà. Esempio: niente violino nella canzone? Perché no? Niente growl nella canzone o niente voce? Perché no… Solo una cosa cerchiamo di avere sempre e dovunque ed è uno spirito pagano e qualcosa sotto la superficie, non solo buoni riff, ma anche suoni, atmosfere o pensieri che risvegliano la mente.

Il nuovo lavoro suona molto diverso rispetto ai due full-length del 2008 e 2012. Ora c’è una forte componente rock e il cantato clean ha un ruolo fondamentale nelle nuove canzoni. Da dove arrivano queste nuove influenze e pensate che ci sia la possibilità di un’ulteriore evoluzione per gli Zrec?

Torham: Siamo influenzati da molti generi diversi. Dal rock/heavy metal classico degli anni 70/80 passando per la musica folk arrivando all’extreme metal lercio, bestiale, adoratore del diavolo! Deve essere riflesso da qualche parte nella nostra creazione musicale. E questo disco è stato posseduto dallo spirito degli anni ‘70 probabilmente. Quindi è più che possibile che faremo qualcosa di totalmente diverso per ogni altro disco e avrà ancora il marchio caratteristico del pagan.

Sarapis: All’infuori dell’ispirazione, noi ci siamo ispirati anche ai momenti critici di una band. L’ho realizzato più tardi. Dopo un anno di silenzio siamo tornati, Torham aveva preparato del materiale e abbiamo iniziato a lavorare intensamente su quello. Ma non avevamo la voce a quel tempo e le altre cose erano completate. Penso che questo tempo variabile e strano abbia influenzato le canzoni che abbiamo scritto per l’EP e questa è la ragione per cui Klíč K Pokladům è più cupo rispetto a tutto ciò che abbiamo fatto prima.

In un cd di tre canzoni più un intro fa strano trovare una composizione strumentale, Řeka Domova. Ci vuoi raccontare perché avete preso questa decisione e cosa volete trasmettere attraverso questi cinque minuti che a me hanno ricordato i Negură Bunget più intimi e delicati?

Torham: Oh, grazie per averci paragonato ai Negură Bunget. Loro sono l’essenza musicale della spiritualità dell’Europa antica. Comunque la nostra canzone Řeka Domova celebra il fiume Oslava che scorre attraverso la nostra regione natale. Effettivamente il nome della canzone può essere tradotto con “Un fiume di casa”. L’Oslava ha dei bei paesaggi in tutte le stagioni. Ci sono valli rocciose, località antiche, rovine di castelli medioevali etc. alla gente piace, quindi ci sono molti campeggi. Durante la realizzazione della canzone eravamo veramente ispirati da questo forte genius loci e dal suono unico del flusso del fiume.

Vozka è a parere mio la migliore canzone del lotto. Tutto è perfetto e si capisce che la band ha davvero un gran potenziale. Spero di poter ascoltare presto delle nuove canzoni con la stessa qualità!

Torham: Grazie ancora! Facciamo del nostro meglio. Da qualche parte nell’aria degli uccellini cantano della ri-registrazione di Vozka con un sound strepitoso e un arrangiamento migliore. Ma non fidatevi di loro. 🙂

I testi delle canzoni sono nella tua lingua madre, ti chiedo quindi di raccontare il loro significato e se ci sono dei collegamenti con il folklore della tua zona.

Torham: I testi di questo EP sono più universali o forse contengono elementi comuni per tutto il mondo indoeuropeo. Per esempio il titolo della title track Klíč K Pokladům si riferisce a pratiche magiche con i fulmini che possono essere considerati come la “chiave per i tesori” (sì, è questa la traduzione del titolo dell’EP) in alcune leggende ceche. Ma potete trovare robe simili in tutta Europa (e anche in Africa e in America!) perché si basa tutto sul ritrovamento casuale di reperti di antiche punte di frecce di selce e di asce. Esse erano parte dei miti tradizionali locali e interpretati per esempio come frecce del dio del tuono dalla gente del posto. La canzone Vozka, invece, parla dell’iniziazione di una persona che si unisce con il dio sole. Egli viene accompagnato da un cocchiere (“Vozka” in ceco) che si scopre non essere un vecchio uomo comune, ma il dio sole in persona (cavalcando il carro solare) e che si prende cura del suo rituale di iniziazione. In questa semplice storia ci sono molti significati mitologici e metafore, sta a te decidere cosa vuoi vedere in esse. Per esempio la morte di questo mondo e la rinascita di uno nuovo. E vicino al monte Jeseníky giace una roccia chiamata Vozka, quindi siamo costantemente ispirati dal nostro paese, dal paesaggio e dai miti ad esso legati.

Cosa puoi dirci della scena folk metal della tua nazione? C’è collaborazione tra i gruppi e quali ci consigli di ascoltare?

Torham: Davvero non seguo la scena, quindi non so. 🙂 Siamo in contatto con i membri dell’ormai defunta band folk metal slovacca Hromovlad. E prova gli Algor! È un black metal veramente bello, che trae ispirazione dalla mitologia slava.

Sarapis: Onestamente, la scena, per me, vuol dire persone che conosco o che rispetto per la loro musica e delle loro band che cerco di supportare. Il resto delle band stanno andando fuori dal mio interesse. La sola esistenza di esse non è una ragione per collaborare. Gli Žrec sono sempre stati fuori dal mainstream del folk metal e ci piace questo status. Non dico che vogliamo essere in quarantena, ma non ci siamo mai sentiti una parte della grande famiglia del folk metal, quindi non è facile dirti qualcosa sulla scena. 🙂

Avete in programma un tour o una serie di date, magari anche al di fuori del vostro paese?

Sarapis: Non siamo una band così attiva con i concerti come lo eravamo prima. Alcuni di noi hanno famiglia ed è più difficile di prima trovare abbastanza tempo o pause per il tour. Nel 2018 suoneremo i classici concerti nella nostra solita area (intendo perlopiù in Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia) e se i promoter di altri paesi sono interessati a invitarci siamo aperti a collaborazioni. Ci piace l’atmosfera nei club ed essere a contatto con le persone, prendere una birra con i fan. Non abbiamo in mente un tour per l’anno prossimo, ma vedremo cosa ci riserva il futuro. Sarebbe bello farlo in occasione della release del nuovo full.length…

Klíč k Pokladům può essere considerato come un momento di passaggio dai vecchi Žrec a quelli nuovi? State lavorando a un nuovo full-length?

Torham: Sì, è definitivamente un passaggio, ma ancora non sappiamo se questo passaggio è cieco o no per noi. E sì, stiamo lavorando ad un nuovo full-length.

Sarapis: Stiamo lavorando a un nuovo album e stando al materiale che abbiamo completato fino a questo momento, sarà diverso da tutto ciò che abbiamo fatto. Non sono sicuro che sia questo che i nostri fan vogliono veramente ascoltare da noi, ma spero capiscano tutti i capitoli del nostro sviluppo musicale. Klíč K Pokladům non è solo il disco con la più recente data di pubblicazione, è anche un album vivo con un senso segreto e credo che gli ascoltatori lo capiranno chiaramente un po’ più in là. Klíč K Pokladům non è facile da ascoltare e da capire tutto il nostro pensiero. E forse il nuovo album potrebbe mostrare loro come trovare la via per trovare la strada per Klíč K Pokladům meglio. Ovviamente non verte tutto solo sugli ascoltatori. Anche noi siamo cambiati e siamo migliorati nell’esprimere ciò che vogliamo dire. Cosa vedi sulla copertina di Klíč K Pokladům? Sì, questa è la strada…

Grazie per la disponibilità, hai tutto lo spazio che vuoi per concludere questa intervista.

Torham: Grazie per l’interessante intervista. Iniziate di nuovo a danzare sulle tombe dei nostri antenati e stay pagan!

Sarapis: Grazie per le domande! Bud’ Zdráv (stammi bene)!

ENGLISH VERSION:

Probably this is your first interview for italian site. I would start with the presentation of the band.

Sarapis: Hails to Italy! We are Žrec from Czech republic and we are old:) We were founded in Summer 2004, we were young and passionate guys with no skills of playing the instruments. Slowly we started to improve our skills and after nearly two years of training, composing and drinking beer we recorded demo cd called Nový věk Pohanský (New Age Of Paganism). 3 songs were included there. In 2008, we re-recorded them for our debut called Žertva (Pagan Sacrifice) and added few more songs. If you like bands like Arkona (from Russia), Alkonost or Nokturnal Mortum, you can be interested in that. We used there much more acoustic and folk instruments than on demo and material was faster and …ehm, better played:) In 2012, we recorded second album Paměti (Memoirs) where we were started to leave classical folk metal structures and Paměti could be marked as old school metal with strong folk lore influences. We didn’t want to be one of thousands of typical folk metal bands. Paměti was the first step. Second step came five years later and I hope you don’t want to hear about all the changes of line-up…. it would be very long (and boring story). You can listen both albums through our Bandcamp profile, latest EP Klíč K Pokladům (Key To Treasures) as well.

Your previous release go back 5 years ago. Do you want to tell to the readers what appened in this period?

Sarapis: We have had a lot of gigs after release of Paměti. In period 2012-2014 we played about 30 gigs (is it really “a lot”? – i don’t know:) ) but later it ended up because of changing of line-up and searching for new members. It took a lot of time (2 years IS “a lot”) but now we are ok. We were absolutely done for only about half year (winter and part of spring 2015), then we started to work on new material and rehearse in new line-up.

You have recently published the EP Klíč k Pokladům: can it be considered as a new beginning for the band with a renovated sound and line-up?

Torham: It seems but I think it’s not exact. We are composing a new material and it sounds different. In Žrec we are always trying to move little bit forward.

Sarapis: As Torham said, we don’t feel it as a new era. Žrec never recorded two similar albums. I respect bands who record similar albums and don’t go further but only in case they are very good in what they do and they are devoted to only one form how to express their visions. On the other hand, we never meet in rehearsal room with goal “let’s do something different”. It is not a plan, it is only stream, we follow it and feel total freedom. Example: No violin in song? Why not? No harsh vocal? Or no vocal at all? Why not… Only one thing we try to have everywhere is a pagan spirit and something under surface. Not only good riffs but also sounds, atmosphere or thoughts which awake minds.

The new work sounds so much differently from the 2008 and 2012 full-lengths. Now there is a strong rock component and the clean vocals has an essential role in the new songs. Where did this new influences come from and do you think that there will be the possibility of a further evolution for Zrec?

Torham: We are influenced by many musical genres. From 70’s/80’s classic rock and heavy metal through folk music to filthy extreme bestial devil worship! It must be reflected somehow in our music creation. And this record was probably possessed by the spirit of the 70’s. So it’s more than possible that we will made something totaly different with every other record and it will still has the pagan hallmark.

Sarapis: Except musical inspiration we were influented by situation in a band as well. I realized it later. After a half year of silence we came back, Torham had prepared some material and we started to work on that very intensively. But we didn’t have voice at that time and other things were insured. I think that this strange variable time influented songs we made for EP and this is the reason why Klíč K Pokladům is darker than everything we made before.

In a cd of three songs and an intro it’s strange to find an instrumental composition, Řeka Domova. Would you tell us the reason of this decision and what do you want to convey with five minute song that reminds me the deepest and most delicate Negură Bunget?

Torham: Oh, thank you for comparing us with Negură Bunget. They are musical essence of ancient european spirituality. Anyway, our song Řeka Domova celebrates the river Oslava which flows through our home region. Actually the songname can be translated as “A river of home”. Oslava has beatiful surroundings in every season. There are rocky valleys, ancient sites, ruins of medieval castles etc. Local people like it, so there are also many campfires. So during making of this song we we were truly inspired by this strong genius loci and the unique sound of river stream.

Vozka is in my opinion the best song in the EP. All is perfect and we clearly understand that the band has a great potential. I hope to be able to listen some new songs with the same quality as soon as possible!

Torham: Thank you again! We are trying our best 🙂 Somewhere in the air, birds singing about re-recorded Vozka with huge sound and better arrangement. But don’t trust them 🙂

The lyrics of the songs are in your language. So I ask you to tell us the meaning and if there are some connections with your local folklore.

Torham: Lyrics on this EP are more universal or maybe contains elements common for whole indoeuropean world. For example title song Klíč K Pokladům refers to magical practices with thunderstones which can be considered as “The key to the treasures” (yes, this is the translation of EP’s title) in some Czech legends. But you can find similar stuff in whole Europe (and America, Africa too!) because it’s all about random findings of ancient flint arrowheads and axes. They were involved into local traditional myths and interpreted for example as bolts of thunder god by local folks.

Instead of this, song Vozka is about initiation of person who become united with sun god. He is accompanied with charioteer (Vozka in czech) which turns to be not a mortal old man but the sun god himself (riding the sun chariot) who take care about his initiation ritual. In this simple story lies many mythological meanings and metaphores and it’s up to you what do you want to see inside this. For example death of this world and reborn of a new one. And beside this in “Jeseníky mountains” lies a rock formation called Vozka, so we are always inspired by our country, landscape and myths tied to them.

What you can tell us about the folk metal scene in your country? Is there some kind of collaboration between bands and which do you suggest to listen?

Torham: I really don’t follow the scene so I don’t know 🙂 We are in touch with members of now defunct slovakian folk metal band Hromovlad. And try Algor! It’s really great black metal drawing inspiration from slavic mythology.

Sarapis: Honestly, the scene for me means people who I know or respect because of their music, and their bands I try to support. The rest of bands is going out of my interest. Only existence of them is not the reason to cooperate. Žrec was always a little bit out of main stream of folk metal bands and we like this status. I don’t say we want to be in quarantine but we have never felt like a part of huge folk metal family, so it is not simple to tell you something about the scene:)

Do you have a tour or some gigs in program, maybe out of your country as well?

Sarapis: We are not as active concert band as we used to be. Few of us have families and it is harder to find enough time or vacation for tour than before. In 2018 we will have classic club gigs in our usual area (I mean mainly Czech Republic, Slovakia and Poland) and if promoters from other countries are interested to invite us, we are open for cooperation. We like atmosphere in clubs and to be close to people, have a beer and talk with fans. We don’t have any tour on mind in next year but we will see what future brings. It would be nice to do it in occasion of the release new full-length…

Klíč K Pokladům can be considered as a passage from the old Zrec and the new one? Are you working on the new full-length?

Torham: Yes, it’s definitely a passage but we still don’t know if this passage is blind for us or not. And yes, we are working on new full-length.

Sarapis: We are working on new album and according to material we have finished to this time, it will be different from everything we ever did. I’m not sure if this is what our fans really want to hear from us but I hope they will understand all chapters of our musical development. Klíč K Pokladům is not only the record with the newest date of release, it is also living album with secret sense and i believe that listeners would understand more clearly a little bit later. Klíč K Pokladům is not simple to listen and catch all our thought. And maybe new album could show them to find the way back to Klíč K Pokladům better. Of course it is not only about listeners. We are changing too, and improving in expression what we want to tell. What do you see on cover of Klíč…? Yes, it is the way… 🙂

Thank you for your time. You have all the space you want to finish this interview!

Torham: Thank you for interesting interview! Start to dance again on graves of our ancestors and stay pagan!

Sarapis: Thanks for your questions! Buď zdráv!

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Black Messiah – Walls Of Vanaheim

Black Messiah – Walls Of Vanaheim

2017 – full-length – Trollzorn Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Zagan: voce, chitarra, violino – Donar: chitarra – Pete: chitarra – Garm: basso – Surtr: batteria – Ask: tastiera

Tracklist: 1. Prologue: A New Threat – 2. Mimir’s Head – 3. Father’s Magic – 4. Mime’s Tod – 5. Call To Battle – 6. Die Bürde Des Njörd – 7. Satistaction And Revenge – 8. The March – 9. The Walls Of Vanaheim – 10. Decisions – 11. Mit Blitz Und Donner – 12. The Ritual – 13. Kvasir – 14. A Feast Of Unity – 15. Epilogue: Farewell

I Black Messiah sono una di quelle realtà che per vari motivi non sono mai riuscite a fare il passo decisivo verso la notorietà che meriterebbero, ma sono una delle poche certezze del mondo folk/viking metal. Passano gli anni, nascono e si sciolgono gruppi, il folk metal arriva a conquistare posizioni di prestigio nei grandi festival europei e i Black Messiah continuano per la propria strada a suon di dischi sempre all’altezza e una concretezza che la maggior parte della band non avranno mai. Il problema è solo nel non riuscire a raggiungere il grande pubblico, un peccato perché l’intera discografia della formazione tedesca è di assoluto valore e il nuovo Walls Of Vanaheim conferma quanto appena detto. Il loro è sempre stato un discorso musicale sincero e chiaro nelle intenzioni: produrre fuori il miglior heathen metal possibile. Eppure in oltre venti anni di carriera il gruppo di Gelsenkirchen ha cambiato pelle più volte, partendo da sonorità più crude e dirette fino ad arrivare a una sorta di melodic viking metal, per poi realizzare, un po’ a sorpresa, il diretto e oscuro Heimweh nel 2013. Con il settimo full-length Walls Of Vanaheim i Black Messiah tornano a un sound più ricco e arioso, pur non rinunciando ad accelerazioni brutali e riff black/death quando ce n’è bisogno.

Walls Of Vanaheim è un concept album a tema mitologia norrena ed è suddiviso in quindici tracce per una durata totale di ben settantadue minuti. Non sono tutte canzoni “vere”, difatti sono presenti sei intro narrati dall’ottimo Tom Zahner – voice-over di professione –, indispensabili per collegare meglio i fatti narrati all’interno dei brani e un lungo outro (quasi sette minuti) musicale e parlato. In questo modo le canzoni “classiche” si riducono a otto e dopo un paio di ascolti completi si è tentati di saltare tutto quello che non è musica. È il rischio dei dischi realizzati in maniera simile: Nightfall In Middle Earth dei Blind Guardian e Ragnarok dei Tyr, pur essendo dei capolavori nei rispetti generi musicali, vedono costantemente skippati gli intro e i pezzi narrati, che siano in formato digitale o fisico.

Walls Of Vanaheim si apre con l’intro Prologue: A New Threat, la narrazione tra versi di corvi (Huginn e Muninn) e suoni della natura serve per portare l’ascoltatore all’interno del concept che parte con Mimir’s Head, canzone diretta e ricca di cori che danno epicità alla composizione. Mime’s Tod mostra subito una delle migliori armi dei Black Messiah, ovvero il violino di Zagan, uno strumento mai invadente ma sempre in grado di cambiare in meglio la canzone quando presente. Mid-tempo con accelerazioni non troppo estreme e ampio spazio per melodie chi chitarra, violino e tastiera, questa è una composizione tipica della band che fotografa al meglio le capacità del sestetto tedesco. Lo scontro incombe (Call To Battle) e l’ascolto prosegue con la cruda Die Bürde Des Njörd, canzone dalle tinte scure ma con brevi e brillanti momenti ariosi. Satistaction And Revenge è maggiormente melodica e le ritmiche power metal (con tanto di cantato pulito che duetta con il growl nel ritornello) rende il brano molto orecchiabile. Il break presente dopo metà canzone vale da solo l’acquisto del cd: il violino incanta mentre tutta la band lavora al suo servizio. La title-track arriva dopo l’intermezzo The March e si capisce immediatamente perché questa sia la canzone più importante dell’intero lavoro. Fin dalle prime note è percepibile tutta la drammaticità della situazione, i riff viking/black sono brutali e la sezione ritmica scatena il caos per i primi tre minuti, prima cioè che le note del violino mutino i connotati del brano, con deliziose melodie piene di vita e speranza. Ma non c’è scampo, prima della conclusione tornano violenza e paura, tutto è arido e privo di luce. Decisions è un importante interludio che lascia spazio a Mit Blitz Und Donner, brano quadrato e lineare, piacevole e tedesco nell’anima. Il basso di Garm introduce Kvasir, un inizio insolito e atmosferico che si trasforma presto in una corrazzata fatta di riff simil Judas Priest con qualche accenno di heathen metal. Il disco volge al termine e l’ultima canzone “vera” è A Feast Of Unity, otto minuti durante i quali i Black Messiah raggruppano tutti gli elementi del proprio sound, canzone manifesto dall’alta qualità che da sempre contraddistingue la band tedesca. Epilogue: Farewell, è un outro di sette minuti narrato e musicato, per forma vicino alla colonna sonora. Arpeggi di chitarra e suoni di cavalli e acqua fanno da sottofondo alla parte parlata prima che anche la chitarra elettrica e la sezione ritmica entrino in gioco: solenne e malinconica è la giusta conclusione di un album non semplice da ascoltare ma veramente emozionante e ben realizzato.

Un concept interessante e un ritorno a sonorità tipiche sono le basi per un grande album, ma nulla conta se mancano le canzoni di qualità: Walls Of Vanaheim ha tutto ciò e certifica una volta in più la bravura dei Black Messiah, una formazione davvero tosta in grado di partorire cd qualitativamente elevati senza però riuscire a sfondare al di fuori dalla Germania. Che sia Walls Of Vanaheim l’ariete giusto per fracassare i portoni dei castelli d’Europa?

Intervista: Dusius

Il debutto dei Dusius Memory Of A Man è arrivato a ciel sereno e ha colpito piacevolmente per il taglio professionale e il concept originale e anche piuttosto intricato. Ad aggiungere curiosità nei confronti della band emiliana, un mini tour in Inghilterra lo scorso autunno; insomma, di buoni motivi per intervistare questo “nuovo” gruppo folk metal ce ne sono in abbondanza, quindi spazio alle risposte dei ragazzi, buona lettura!

Per prima cosa direi di raccontare la vostra storia ai lettori di Mister Folk.

Ciao lettori di Mister Folk! La nostra band nasce nel 2010 come un gruppo di quattro amici (Rocco alla chitarra, Manuel alla voce, Erik al basso e Alessandro alle tastiere) accomunati dalla passione per la musica e con una grande voglia di scrivere canzoni proprie. Già dopo poco tempo la formazione ha avuto modo di allargarsi con l’entrata di altri due membri (Fabien alla batteria e Manuele come seconda chitarra) e il debutto col primo show in assoluto per Amnesty International a Parma. Nel 2013 siamo riusciti a produrre il nostro primo EP Slainte. Dopo qualche anno passato sotto una prima etichetta si è aggiunto il nostro settimo membro (Davide a flauti e cornamusa) giungendo alla formazione definitiva ad oggi della nostra band. Come ben sapete, a marzo scorso abbiamo pubblicato il nostro primo album Memory Of A Man sotto Extreme Metal Music.

Memory Of A Man è il vostro debutto. Vi chiedo come ci siete arrivati e come vi siete preparati a un evento e traguardo così importante.

In questi anni in realtà abbiamo scritto e composto il nostro album in modo molto “rilassato”, ovvero non ci siamo posti né delle scadenze né degli obiettivi, ma semplicemente abbiamo provato ad esprimere noi stessi attraverso le nostre competenze e i nostri gusti personali cercando di fonderli al meglio, in modo che il tipo di suono ricercato potesse rappresentare quello che c’è alla base del nostro gruppo: un profondo legame di amicizia. A questo proposito teniamo a sottolineare che in questo album abbiamo inserito tutte le canzoni che, anche quando il gruppo stesso era in forma “embrionale”, avevamo composto assieme, non scartando nulla nel tempo ma comunque rielaborandole e perfezionandole, tenendo sempre conto della “traccia”, dell’intenzione originale che le ha fatte nascere. Questo perché per noi esse rappresentavano non solo un semplice album ma un’opera con un valore intrinseco, l’espressione dei nostri diversi stili e delle nostre storie, nella sua evoluzione. Essi sono stati i nostri primi lavori, e ci sembrava giusto portare alla luce i nostri “figli”.

Quali sono stati i feedback finora ricevuti? Siete soddisfatti del risultato finale sia in termini di suono che di composizione?

I pareri ricevuti sono stati un 50 e 50: come ci aspettavamo alcuni hanno apprezzato il nostro sound, definendolo particolare ed interessante, altri invece hanno espresso pareri negativi. Noi abbiamo accettato qualsiasi opinione e siamo davvero contenti di tutti i feedback ricevuti nel bene e nel male. I gusti sono personali e chiaramente i giudizi negativi sono all’ordine del giorno, soprattutto quando ci si mette in gioco con un debut album che è stato volutamente un azzardo. In realtà siamo abbastanza convinti che alla fine dei conti siano questo tipo di opinioni ad essere più importanti. Le critiche possono aiutare a migliorare e magari prendere in considerazione aspetti che inconsciamente o distrattamente avevamo sottovalutato, per inesperienza o avventatezza. Non siamo pentiti della nostra opera, che riteniamo sincera e che, come detto, abbiamo deciso di pubblicare per intero dalla sua forma embrionale, con i suoi pregi e i suoi difetti. Siamo generalmente soddisfatti del risultato ottenuto. Ma ci consideriamo anche una band in itinere, la strada davanti a noi è davvero lunga: non abbiamo nessuna fretta, ma la voglia di migliorare è tanta.

Il disco è stato pubblicato con la tedesca Extreme Metal Music, per la quale la vostra rappresenta la prima uscita. In quale modo siete entrati in contatto con un’etichetta con zero dischi pubblicati? Come stanno procedendo le cose con loro?

Con il nuovo album già pronto nel 2016 abbiamo deciso di contattare diverse etichette e valutare eventuali proposte, accettando alla fine l’offerta di Extreme Metal Music: nella seconda metà del 2016, dopo aver incontrato Roberto e Valerio dell’etichetta, abbiamo firmato ed eccoci qua. Ci troviamo molto bene, c’è una grande professionalità, tanta comunicazione e voglia da entrambe le parti di mettersi in gioco. In sintesi si sta creando un rapporto sempre più stretto e siamo molto soddisfatti! Speriamo lo siano anche loro!

Memory Of A Man è un concept album. Nella recensione ho evitato di entrare nel dettaglio perché non avevo i testi, ma da quel che ho capito non sembra essere il “tipico” concept folk/pagan metal, ma anzi piuttosto articolato e originale. Avete tutto lo spazio per raccontare nei dettagli questa interessante storia.

Difficile dire cosa sia tipico o meno, abbiamo cercato di creare una storia che fosse il più possibile “nostra” sia a livello creativo che di messaggio. Il vissuto di ognuno di noi, inoltre, ha aiutato nella stesura della trama di base. Il nostro interesse era quello di raccontare qualcosa che potesse invogliare l’ascoltatore a godersi ogni traccia per scoprire come la vicenda si evolve e si conclude, stimolando la sua aspettativa.

Come da titolo si tratta della storia di un uomo, volutamente senza nome ma nonostante ciò, come tutti, con una sua identità e un suo personale vissuto. Esso vive un dramma, una sottile via costellata di perdite, di vendetta e redenzione, di patti e di inganni, sempre sull’orlo della follia. Il protagonista, uomo d’onore, assiste alla perdita di suo padre e, lacerato nell’anima, perde momentaneamente la ragione e cade preda di un irrazionale desiderio di vendetta. Questo si compie con la profanazione di un tempio durante un “baccanale”, che sfocia in crimini che suscitano (ovviamente) l’inevitabile ira degli dei. Viene messo dunque davanti ad una scelta: passare l’eternità tra i tormenti o lavorare come loro schiavo fino ad espiazione compiuta, con la falsa speranza che questo sacrificio basti per escludere la famiglia “dal loro furiosissimo sdegno”. Optando senza esitazione per la seconda alternativa, viene rinchiuso in una “spelonca” dove, giorno e notte accanto ad una forgia, sarà costretto a faticare come un novello Efesto. Il lavoro estenuante e una costante inquietudine per la sorte dei suoi cari lo logorano a tal punto da costringerlo a trovare una via d’uscita comunque inconcepibile. Dopo anni di espiazione il nostro fabbro accetta il suo fato con animo ormai spezzato, e sempre con il costante senso di colpa nei confronti di chi ama. Gli sovvengono dunque alcune visioni del presente nelle quali i suoi figli cadono sotto i colpi inferti da armi da lui stesso forgiate. Tutto ciò suscita in lui un nuovo moto di rivalsa nei confronti delle divinità, alimentato dalla volontà di poter salvare almeno la sua donna, l’unica persona amata rimastagli. Da qui un “patto col diavolo”, con l’antitesi divina che unica potrebbe spezzare il vincolo sacro a cui è stato sottoposto. Il demone gli commissiona due anelli e una spada, senza fornire ulteriori chiarimenti o direttive se non quella di lasciare il luogo del suo calvario a lavoro terminato. Compiuta l’ultima fatica, il nostro fabbro si dirige subito verso casa, dove però lo attende l’ultimo degli inganni. La sua donna, circondata dagli dei, accetta di unirsi in matrimonio col demone, mossa dal rancore verso il marito per aver rovinato la sua vita. Gli anelli sanciscono dunque il nuovo legame e la spada, brandita dal demone, squarcia letteralmente le vesti della donna in un ultimo atto di suprema carnale possessione. Il destino del nostro eroe si chiude così tragicamente. Addentrandosi solitario in un bosco e soppesando le sue azioni, guarda dentro di sé e comprende l’unica soluzione rimastagli. Cala dunque il sipario su un tentativo ancora non realizzato di ultima e definitiva liberazione, accompagnato dalla ricerca dei leggendari e benevoli spiriti del bosco (i “dusius”), gli unici che gli possano fornire conforto nel momento del trapasso.

Una storia molto simile a quella del Faust, insomma, ma con elementi più “paganeggianti”, per quanto questa parola ci faccia sorridere. Abbiamo volutamente lasciato vaghi tutti i riferimenti a mitologie esistenti proprio per far cadere l’attenzione su ciò che accade e come esso viene vissuto dal protagonista, sul contenuto stesso della nostra storia, non senza poter far viaggiare la fantasia.

Dusius live @ Northampton, UK

Musicalmente unite elementi folk con metal estremo e il risultato è piuttosto personale. Quali sono i vostri gruppi di riferimento e come nasce una canzone dei Dusius?

Possiamo affermare che non abbiamo propriamente dei gruppi di riferimento, ma ognuno di noi ha i propri gusti personali, a volte molto diversi: si spazia da cantautori come Guccini, a band sperimentali come Ayreon. Esiste comunque una matrice comune, che forse può essere accostata a Ensiferum, Finntroll, Troldhaugen e Trollfest. Solitamente le nostre canzoni nascono dalla proposta di uno dei nostri membri e quindi da un’idea fortemente influenzata dal suo personale stile, poi rielaborata anche dagli altri, e così via. Tenendo conto che ogni volta dobbiamo mettere d’accordo ben sette persone, immaginate la confusione. Ma dove starebbe il divertimento sennò?

Nel finale di Dear Elle c’è una parte con cantato pulito che mi ricorda i tedeschi Powerwolf. Lo avete notato anche voi e che opinione avete della band di Attila Dorn?

Sinceramente conosciamo ben poco i Powerwolf. Se quella parte li ricorda non è stato voluto, ma ci sentiamo comunque onorati del parallelismo. Ps: li abbiamo appena ascoltati, grazie a te, e ci sono piaciuti non poco.

La copertina è molto bella ed evocativa. Ha qualcosa a che vedere con il concept? Perché la scelta del soggetto è ricaduta su un cervo?

Per quanto riguarda il collegamento con il concept, possiamo dire che l’ambientazione della copertina cerca di rievocare quello che viene scritto nei testi, per dare a livello visivo l’idea dello scenario in cui si svolge la maggior parte delle vicende. La pallida luna piena che campeggia alle spalle del cervo viene non solo citata nei testi, ma ha di per sé un certo peso simbolico: rappresenta una “sorta di maestoso bellissimo e terrificante ammasso di eventi che paiono prendere il possesso di tutto lo spettro visivo ed emozionale di chi si presta a guardare, quasi a volerlo schiacciare”. Sembra la citazione di qualche poeta romantico o di un filosofo esteta dedito alla descrizione del sublime, ma no, è solo l’estro creativo del nostro cantante. Il cervo, inoltre, è stato scelto da noi come rappresentazione dello “spirito del bosco” da cui prendiamo il nome: “Dusius”, in un dialetto volgare medievale, significa appunto questo. Altro significato del cervo è quello del “buon auspicio” (dalla mitologia islandese): il fatto che questo animale cambi il palco ogni anno, maturando, rappresenta il rinnovarsi ciclicamente della sua vita, facendo nel contempo tesoro della propria esperienza. Esso è l’emblema dell’invecchiare con saggezza e quindi un buon auspicio per il raggiungimento di una vita piena.

Dopo l’uscita del disco vi siete concentrati sull’attività live? Com’è un vostro concerto? Ci sono brani (cover incluse) che suonate regolarmente ma non avete inciso?

Ovviamente si, stiamo cercando di trovare sempre date interessanti e di suonare con costanza. Abbiamo anche in programma un tour in Regno Unito per questo autunno, ulteriori informazioni sono state pubblicate sulla nostra pagina ufficiale (come avrete capito l’intervista risale allo scorso ottobre, ndMF). I nostri concerti rispecchiano noi stessi: “pane e salame” per così dire, molta spontaneità, un pizzico di teatralità, soprattutto dal nostro frontman e cantante Manuel, che sul palco dà sempre il meglio di sé. Crediamo che per chi ci guarda suonare sia fin da subito evidente il legame forte che ci affiata anche sul palco. Abbiamo invece abbandonato le cover da tempo, anche se a volte ne suoniamo alcune ri-arrangiate, spesso brani che non fanno parte del panorama folk metal, per eventi eccezionali. Suoniamo invece regolarmente alcuni brani in anteprima del prossimo album.

State lavorando a un nuovo disco? Se sì, potete dare qualche anticipazione?

Stiamo lavorando al secondo album, ancora sotto forma di bozza. Le idee ci sono ma sono in costante evoluzione, sia a livello compositivo che di contenuti. Il nostro obiettivo è quello di rendere più omogeneo e riconoscibile il nostro sound, levigare le imperfezioni a cui siamo andati incontro nei nostri lavori passati, come detto, cercando comunque di non snaturarci.

Rinnovo i complimenti per il lavoro svolto, siamo a fine chiacchierata. Lo spazio è tutto vostro!

Ti ringraziamo per la tua recensione e per averci concesso l’opportunità di questa intervista. Ringraziamo anche tutte le persone che ci hanno aiutato ad arrivare fino a qui, che ci supportano e che ci supporteranno.

Nota del cantante: “correte la vostra vita fino in fondo perché non saprete quando cadrete”.

Grazie mille, Dusius

Under Siege – Under Siege

Under Siege – Under Siege

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Paolo Giuliani: voce, cornamusa – Daniele Mosca: chitarra – Gianluca Fiorentini: chitarra – Livio Calabresi: basso – Marzio Monticelli: batteria

Tracklist: 1. Blàr Allt Nam Bànag – 2. Warrior I Am – 3. Time For Revenge – 4. Beyond The Mountains – 5. Invaders – 6. Sotto Assedio – 7. One To Us – 8. Bright Star Of Midnight

Un nuovo nome va ad arricchire la scena italiana: Under Siege. La band di Palestrina, Roma, muovendosi nell’ombra e con una manciata di show alle spalle, arriva a pubblicare il full-length di debutto dopo poco più di due anni di attività. La musica del gruppo prende a piene mani dal meglio del settore, ma la bravura di Giuliani e soci sta nel non copiare ma utilizzare le influenze musicali a proprio favore, sviluppando cioè un sound personale pur non nascondendo l’ammirazione per certe realtà: quindi non è un mistero che Falkenbach o gli Amon Amarth rientrino negli ascolti degli Under Siege, ma non c’è mai traccia di plagio all’interno dei quaranta minuti del disco, un dato non da poco per un esordio non preceduto da demo o EP.

Le prime note di Under Siege sono di cornamusa, strumento usato con parsimonia all’interno del cd, ma che quando fa il suo ingresso non lascia mai indifferenti. Blàr Allt Nam Bànag è un buon pezzo che unisce il death metal melodico delle chitarre con graziose melodie folk, il tutto valorizzato dall’ottimo ritornello cantato a due voci (clean/growl) e il pregevole stacco a tre quarti di canzone che fa tanto Suidakra dei tempi d’oro. La seconda traccia è la ritmata Warrior I Am, lineare quanto bellicosa e dal gustoso assolo di chitarra anticipato da note celtiche. Il titolo della canzone successiva la dice lunga sulle intenzioni degli Under Siege: Time For Revenge è infatti il brano più crudo del platter e l’influenza della band di Johan Hegg sono piuttosto chiare. Beyond The Mountains è una signora composizione dalle radici ancorate nel viking metal più massiccio ed epico, non avrebbe sfigurato nella tracklist di …Magni Blandinn Ok Megintíri. L’ascolto di Under Siege prosegue con Invaders, oscura e minacciosa nella quale si mette in mostra la compatta sezione ritmica, vero motore trainante della band; prima della fine della canzone troviamo un coro maestoso ed elegante, una vera chicca che mostra il potenziale del gruppo laziale. Arriva con Sotto Assedio la sorpresa dell’album: cantata in italiano è senz’altro l’highlight di Under Siege grazie alle ritmiche incalzanti e al ritornello da cantare dal secondo ascolto può diventare la Legio Linteata degli Under Siege. One To Us è un po’ anonima nonostante l’importante contributo della tastiera e il finale di cornamusa, ma forse paga lo scotto di stare in mezzo a Sotto Assedio e Bright Star Of Midnight, probabilmente le canzoni migliori del lotto. Quest’ultima parte soft e acustica per poi accendersi e diventare una sorta di malinconica power ballad che ricorda i migliori Ensiferum dei primi lavori qui rivisti in chiave personale: essendo Bright Star Of Midnight l’ultima traccia del cd non poteva esserci finale migliore di questo.

Il disco è curato nei minimi dettagli, l’artwork è ricco e accattivante e insieme al disco è possibile ricevere il booklet in formato libro ricco di illustrazioni, testi e tutte le info tecniche. La produzione è molto potente ma perfettibile: alzando il volume si ha l’impressione che la produzione e i “livelli” siano stati tirati al limite e il suono tende un po’ a distorcere.

Il debutto degli Under Siege è assolutamente positivo e “giusto” in tutto, dall’artwork al minutaggio finale passando, ovviamente, per la qualità delle canzoni. La band è agguerrita e determinata a portare la loro musica epica sui campi di battaglia dove sicuramente mieterà un gran numero di vittime.

Morhana – When The Earth Was Forged

Morhana – When The Earth Was Forged

2015 – full-length – Art Of The Night Productions

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Maciej “Dzidek” Dzido: voce, chitarra – Patryk “Blady” Marczak: chitarra – Grzegorz “Zombeck” Lewandowski: basso – Igor Pisarek: batteria – Karina “Kari” Duczynska: flauto, voce – Laura Gantner: violino

Tracklist: 1. Intro – 2. When The Earth Was Forged – 3. Morhana – 4. Mgła – 5. The Traveller – 6. Trolls On The Sea – 7. Dreamland – 8. WTF – 9. Plinn – 10. Strzyga – 11. Sleeping Knight – 12. Giants Of Ice (bonus track)

Varsavia, capitale della Polonia, ha una buona scena folk metal composta da un discreto numero di band. Morhana è una realtà esistente dal 2006 che ha pubblicato nel corso degli anni un paio di demo, un EP e una raccolta con i migliori pezzi dei demo. Nel 2015, grazie all’etichetta Art Of The Night Productions – che in Polonia fa la voce grossa avendo in roster una gran quantità di gruppi locali –, esce il primo full-length dal titolo When The Earth Was Forged, nel quale sono raccolti sette brani tratti dalle precedenti uscite (chiaramente con un arrangiamento rivisto e una nuova registrazione) più tre composizioni nuove e un intro dalla breve durata.

L’extreme folk metal dei Morhana è piuttosto diretto e molto del merito della buona qualità la si deve al violino di Laura Gantner e al flauto di Karina Duczynska, strumenti fondamentali per la riuscita delle canzoni. I riff di chitarra sono potenti ma raramente dalla forte personalità, così come la sezione ritmica si mette a disposizione dei brani non cercando gloria fine a se stessa: la title track è l’esempio migliore di quanto appena detto. Le composizioni sono per la maggior parte dei mid-tempo studiati per lasciare grande spazio e libertà agli strumenti folk, ma non mancano momenti acustici (Morhana) o altri più melodici senza rinunciare a delle robuste chitarre (vagamente debitrici a Zakk Wylde) come in Mgła. The Traveller è uno dei pezzi più interessanti dell’album grazie a un convincente insieme di voce femminile durante le strofe, gutturale maschile (bridge e ritornello) e accelerazioni/rallentamenti mai banali e sempre funzionali alla riuscita della canzone. Capitolo a parte per WTF, up-tempo in levare dalla forte ilarità che porta a saltellare e lasciarsi andare per i quattro minuti di durata:

Why I’m walking so fuckin’ straight?
Have I drank something today?
Why my mind is so clear?
Where the fuck is my beer?”

Da menzionare anche lo strumentale Plinn e la conclusione affidata all’accoppiata Strzyga / Sleeping Knight, canzoni un po’ differenti da tutte le altre per stile, molto intense e con il cantato maschile clean, elemento inedito nelle prime nove tracce. Come bonus track è presente Giants Of Ice, cruda e grezza, forse la più estrema del lotto nonostante le deliziose note del flauto.

Il debutto dei Morhana è un mix di canzoni scritte anni fa e nuove composizioni, i cinquantuno minuti di When The Earth Was Forged, anche grazie all’efficace lavoro alla consolle di Romuald Vorbrodt, sono un buon punto di partenza per i giovani polacchi. La seconda parte del cd mette in mostra tutte le capacità dei musicisti che sono ora chiamati a realizzare un disco ancora migliore e più vario.

Best Album 2017: Scuorn!

BEST ALBUM 2017

Il 2017 è stato un anno ricco di album belli. Non sono mancate le sorprese, le delusioni e le mezze delusioni, ma oggi si parla solo di bella musica e per fortuna non è stata poca. La selezione dei dischi più meritevoli è stata difficile, sono rimasti fuori lavori meritevoli e nomi importanti, ma una lista di venti o più dischi avrebbe avuto poco senso.

Il 2016 ha visto vincere Runaljod – Ragnarok dei Wardura il titolo di Miglior Disco dell’anno, chi si siederà per dodici mesi sul trono del folk/viking metal?

1°: Scuorn, 130 voti: Parthenope è stato senza ombra di dubbio il disco rivelazione del 2017, e non solo in ambito pagan folk. Il debutto della one-man band campana ha lasciato tutti a bocca aperta, un lavoro trasversale che oltrepassa i confini del genere e che ammalia per la sua romantica bellezza.

2°: Helheim, 84 voti: il primo disco di un certo peso uscito nel 2017 è stato landawarijaR degli Helheim, esiste modo migliore di iniziare l’anno? Il sound dei norvegesi è affilato e stordente, ricco di sfumature e imprevedibili momenti emozionanti. Inoltre, la citazione di Impressioni Di Settembre non poteva assolutamente passare inosservata.

3°: Bloodshed Walhalla, 51 voti: Drakhen, mente e corpo dei Bloodshed Walhalla, è motivo d’orgoglio per noi italiani. Il suo terzo disco Thor, il più ostico per via dei settanta minuti spalmati in appena otto tracce, è una gemma preziosa purtroppo sconosciuta ai più. Viking metal ma non solo.

4°: Nokturnal Mortum: 39 voti: si fanno sentire poco i Nokturnal Mortum, ma quando lo fanno tirano fuori un discone come Істина/Verity e allora non si può che stare alle loro regole e aspettare tanti anni tra un cd e l’altro. Il furore dell’est colpisce ancora!

5°: Ereb Altor, 38 voti: puro viking metal, il sogno di ogni Quorthon adepto. L’ultimo lavoro Ulfven è un concentrato di tutto quello che un lavoro viking deve avere con un tocco prettamente nordico che completa alla grande un quadro veramente bello.

Gli altri: Vintersorg e King Of Asgard mancano la top 5 per appena un voto: Till Fjälls del II fa urlare di gioia ancora oggi a un anno dalla sua pubblicazione, mentre :taudr: dei vichinghi svedesi bada alla sostanza nei 33 minuti del disco a suon di riff ruvidi e canzoni potenti. Un grande ritorno è quello di Crom grazie all’ottimo When Northmen Die, con le classiche sonorità che da sempre contraddistinguono il progetto tedesco, ovvero l’unione del viking e del power più melodico. In campo piratesco non si può non citare i pazzi Alestorm con il loro No Grave But The Sea (il bonus cd cantato dai cani è da pelle d’oca…), mentre è da fare un discorso a parte per i toscani Wind Rose, freschi di mini tour in Giappone: Stonehymn è un signor disco di cazzuto power/folk legato in parte all’immaginario tolkieniano, ma la band sembra riscuotere più successo nel resto del mondo che in casa propria. Una manciata di voti sono andati ai fantastici The Flight Of Sleipnir, autori di Skadi, cd dalle sempre sorprendenti sonorità viking/stoner, così come pochi ne hanno presi anche i cupi Havukruunu: Kelle Surut Soi è un bellissimo disco ed è un peccato che in Italia quasi nessuno se ne sia accorto. Una menzione, infine, va agli inglesi Skyclad, tornati con un nuovo disco, il buon Forward Into The Past, dopo otto anni di silenzio.

E il 2018? In pochi giorni saranno sul mercato due nomi come Arkona ed Heidevolk, ma non dimentichiamo l’underground, sempre ricco e interessante, con Dalriada, Hordak, Adavant e Grimner per citare alcuni nomi. Il meglio, ne sono certo, deve ancora arrivare.

Infine vi ricordo che è stata pubblicata da poco la nuova compilation di Mister Folk, la numero 5! Potete scaricare gratis e legalmente 22 gruppi underground e l’artwork di Elisa Urbinati Illustration per scoprire e ascoltare tanta buona musica! MISTER FOLK COMPILATION Vol. V