Nebelhorn – Urgewalt

Nebelhorn – Urgewalt

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Wieland: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Auf Bifrösts Rücken – 2. Urgewalt – 3. Ägirs Zorn – 4. Wilde Jagd – 5. Muspellheim – 6. Auf Neue Lande – 7. Funkenflug – 8. Freyhall

Dopo ben undici anni di silenzio torna a farsi sentire Wieland, mente del progetto Nebelhorn. La one man band tedesca – con un passato di band “vera”, in line-up c’era anche Patrick Damiani, nome noto a chi segue Falkenbach, Carach Angren, Rivendell e Secrets Of The Moon – arriva con questo Urgewalt al terzo full-length, lavoro dalle caratteristiche musicali molto simili a quando i Nebelhorn mossero i primi passi nel 2004 con l’EP Utgard. Il viking metal puro e di matrice black richiama i grandi del passato, ma Wieland è stato bravo nel corso degli anni a rendere sempre più personale il sound del proprio gruppo facendo piccoli ma significativi passi in avanti ad ogni release. In questo modo Urgewalt si traduce nella massima espressione artistica mai realizzata dall’artista tedesco: le canzoni sono dirette ma mai scontate, il minutaggio è diventato medio delle tracce è aumentato e, soprattutto, la scrittura del musicista è cresciuta in maniera tale da permettergli di comporre una manciata di ottimi brani contornati da pezzi validi e interessanti.

L’opener Auf Bifrösts Rücken, introdotta epicamente dalle tastiere, è cruda e tagliente, cantata con furia e addolcita dalle clean vocals del ritornello. Il viking metal dei Nebelhorn è quello tipico degli anni ’90, quando la musica veniva prima di tutto e si badava meno al contorno. I riff di chitarra sono brutali e la batteria dannatamente retrò, tutto porta l’ascoltatore indietro nel tempo, ma non bisogna pensare che Urgewalt sia un disco adatto solo ai nostalgici, perché le otto tracce sono tutte di altà qualità e meritano ben più di un semplice ascolto. La title-track è un mid-tempo bellicoso che nella parte centrale si fa di un cattivo inimmaginabile prima che Wieland tiri il freno rallentando il ritmo divenuto infernale, dando nuovamente spazio alla melodia. La terza traccia Ägirs Zorn, caratterizzata dal riff compatti e oscuri, suona pagana e minacciosa, un ottimo modo per arrivare alla furiosa Wilde Jagd, black metal nei modi ma con un inaspettato utilizzo melodico della tastiera che fa il suo ingresso a sorpresa donando un po’ di melodia in un assalto all’arma bianca tipico degli anni ’90. La furia dei Nebelhorn prosegue con Muspellheim, cinque minuti di violenza e chitarre squarcia pelle che si completa meravigliosamente con Auf Neue Lande, canzone epica dalle forti melodie e dai ritmi più lenti. La bravura di Wieland sta nel saper creare brani virili e veloci senza mai cadere nel cacofonico, così come nel saper comporre pezzi solenni con ottimi spunti strumentali. In Auf Neue Lande trovano spazio per una manciata di secondi anche un arpeggio di chitarra e le clean vocals, combo che spezza in due la canzone e la rende ancora più dinamica e piacevole. L’inizio di Funkenflug è caratterizzato da un riff tipicamente heavy metal, un mid-tempo roccioso ben scandito dalla voce di Wieland che a sorpresa si trasforma in un brano vicino al folk metal per via del flauto (alla sua prima e unica apparizione nel cd) che si prende la scena e porta la canzone in una direzione più soave e del tutto inaspettata. La chiusura del disco è affidata a Freyhall, strumentale da oltre sei minuti dai toni malinconici (le iniziali onde del mare in sottofondo) che porta a conclusione un lavoro maturo e di alta qualità.

Il ritorno dei Nebelhorn è una piccola chicca per gli amanti del viking metal che non disdegnano le potenti melodie nordiche e i riff black oriented: Urgewalt è un lavoro completo e ben realizzato in grado di garantire quaranta minuti di buona musica a chi non ne ha mai abbastanza dei vecchi Falkenbach ed Enslaved.

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Intervista: Luca Taglianetti

Sono passati più di due anni dalla precedente chiacchierata con lo studioso e amico Luca Taglianetti, autore di diversi libri sul folklore norvegese. La scusa per questa nuova intervista con il filologo e traduttore di letteratura scandinava è il suo ultimo libro Troll, scritto dall’illustratore e pittore Theodor Kittelsen, famoso nel mondo metal per l’utilizzo delle sue opere come copertine dai vari Burzum, Otyg, Taake e Satyricon tra gli altri. Luca Taglianatti ha tradotto (per la prima volta in italiano) e commentato il libro: i troll (ma anche altre creature fantastiche) sono i protagonisti del volume, decisamente meno cupo rispetto a Svartedauden. La Morte Nera, ma che, anzi, in alcuni punti risulta essere perfino divertente. Tra huldrer e nøkker è arrivato il momento di lasciare la parola a Luca:

Ciao Luca, bentornato sulle pagine di Mister Folk. Iniziamo subito parlando del tuo ultimo libro Troll pubblicato da Vocifuoriscena. Hai curato due libri di Theodor Kittelsen, un personaggio che hai studiato in maniera approfondita. Ti chiedo di descrivere ai lettori che tipo di persona era e se ci sono delle particolarità del carattere che ti hanno stupito/incuriosito.

Kittelsen era una persona di una sensibilità artistica unica, nonché un grande scrittore, basti vedere il lavoro di rielaborazione delle leggende sulla Morte Nera, la peste che sconvolse la Norvegia nel XIV sec., per avere un’idea del suo estro poetico. Mi ha sempre affascinato del suo carattere l’idea che egli avesse “realmente” visti i troll che poi avrebbe disegnato nelle sue innumerevoli illustrazioni per le fiabe norvegesi; questo denota, secondo me, una grande immaginazione e una comunione, per così dire, con l’ambiente naturale norvegese dei boschi e dei fiordi.

Come dici nell’introduzione del libro, grazie al lavoro di Kittelsen i troll, per la prima volta, acquistano una fisionomia ben definita e “nazionale”, è forse questa la cosa più “importante” che ha fatto Kittelsen?

Sicuramente la definizione di come doveva essere rappresentato un troll è stata davvero importante, visto i maldestri esiti degli illustratori precedenti, come ho mostrato di recente alla Sapienza. Ma è stato proprio il fatto di legare i troll alla natura norvegese la chiave di volta della sua opera. La Norvegia veniva da un periodo difficile, e riconoscere i propri monti, i propri boschi sullo sfondo delle avventure di Ceneraccio è stato fondamentale per una presa di coscienza nazionale, quei luoghi non erano più la periferia di una provincia del regno Danese, ma di una nazione ricca di tradizioni e cultura.

Nel libro non ci sono solo troll, ma anche huldrer, nøkker, e fossegrimer tra gli altri. Kittelsen, quindi, ha raccontato e disegnato anche le altre creature del folklore norvegese.

Kittelsen ha disegnato quelle che sono le creature principali del folklore norvegese, non troviamo lupi mannari, fantasmi o vampiri semplicemente perché o non fanno parte o sono presenti solo minimante nella tradizione popolare norvegese.

Tra le storie presenti nel libro, quale ti ha colpito di più e perché?

La mia preferita è “Il draug”. Non solo per l’aspetto da racconto gotico della storia, totalmente assente nelle leggende sul draug della tradizione, ma anche perché, come dicevo, qui soprattutto si mostrano le qualità di scrittore e narratore di Kittelsen.

Hai tenuto presso l’università La Sapienza di Roma una lezione sui troll di Kittelsen. Lo so che non è facile, ma ti va di riassumere in poche righe quando hai detto quel giorno per le persone che non erano presenti?

Ho parlato degli esseri soprannaturali norvegesi attraverso i disegni che Kittelsen fece per il suo libro Troldskab, ho cercato di spiegare il significato di alcuni aspetti legati ad essi, inoltre ho sottolineato l’importanza che ha Kittelsen in patria, essendo quasi misconosciuto qui in Italia.

Hai una preferenza tra il Kittelsen illustratore e il Kittelsen scrittore? Possono queste due personalità essere “divise”?

È difficile rispondere a questa domanda, apprezzo entrambi; Kittelsen non ha scritto molto, ma il poco che ci ha lasciato è di altissimo valore letterario. Credo che se avesse avuto la possibilità, avrebbe scritto di più, ma essendo spesso in difficoltà economiche dedicava tutto il suo tempo alle illustrazioni, quindi erano due aspetti della stessa personalità, solo che il secondo, quello di scrittore, per forza di cose non è stato sviluppato ulteriormente.

Oltre in libreria dove si può trovare il libro Troll?

Sui principali canali online, oltre che sul sito della casa editrice Vocifuoriscena.

Ci sono dei gruppi che hanno trattato i troll di Kittelsen nelle loro canzoni? Nella precedente intervista hai fatto i nomi di diverse band poco conosciute ma molto interessanti, hai qualche nuovo nome da consigliare?

Visto che i troll di Kittelsen fanno parte della tradizione comune nordica, direi che quasi tutti i gruppi di folk metal/rock scandinavi trattano in un modo o nell’altro di questi esseri.

Nel 2010 è uscito il film Troll Hunter, io lo trovo molto gradevole fermo restando la sua leggerezza. Lo hai visto e hai un’opinione a riguardo?

Anche io l’ho visto e sono d’accordo con te, un bel film da vedere senza pretese.

Stai lavorando a nuovi libri? Puoi dirci qualcosa a riguardo e dare alcune anticipazioni?

È in uscita questa estate per Vocifuoriscena la “Mitologia finnica” di Ganander, che ho curato in collaborazione con Marcello Ganassini. Si tratta di un dizionarietto sugli dei, sui riti e le credenze dei finni antecedente alla pubblicazione del Kalevala.

Grazie Luca per la tua disponibilità, sei sempre gentile. Puoi aggiungere qualunque cosa.

Grazie a te Fabrizio per l’interesse continuo di Misterfolk per i miei lavori, come al solito rimando alla mia pagina su Academia per tutti gli aggiornamenti sulle mie prossime uscite, conferenze e articoli (scaricabili gratuitamente).

Tengger Cavalry – Cian Bi

Tengger Cavalry – Cian Bi

2018 – full-length – Napalm Records

VOTO: 4,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Nature Ganganbaigal: voce, chitarra, morin khuur – Alex Abayev: basso – Zaki Ali: batteria – Phillip Newton: topshuur – Borjigin Chineeleg: topshuur, scacciapensieri, voce – Uljmuren: morin khuur

Tracklist: 1. And Darkness Continues – 2. Cian-Bi (Fight Your Darkness) – 3. Our Ancestors – 4. Strength – 5. Chasing My Horse – 6. Electric Shaman – 7. Ride Into Grave And Glory (War Horse III) – 8. Redefine – 9. A Drop Of The Blood, A Leap Of The Faith – 10. The Old War – 11. One Tribe, Beyond Any Nation – 12. Just Forgive – 13. One-Track Mind – 14. You And I, Under The Same Sky – 15. Sitting In Circle

Cosa succede a un musicista quando non ha più niente da dire? A volte decide di appendere la chitarra al chiodo, altre di prendersi un bel periodo di pausa per ricaricare le pile e poi, in caso, decidere cosa fare. Cosa succede, invece, se il musicista non ha più niente da dire ma gli capita tra le mani il contratto della vita? Per quanto dura e ingiusta, questa potrebbe essere la storia di Nature Ganganbaigal dei Tengger Cavalry e del contratto con l’austriaca Napalm Records, etichetta che negli ultimi anni si è affermata come una delle più grandi e importanti nel mondo heavy metal. Che poi Nature Ganganbaigal non è certo il tipo da pensare di non aver più nulla da dire, anzi, il tragicomico numero di release degli ultimi tre anni (sei full-length, tre EP, tre live album, due compilation e tredici singoli) fa pensare il contrario. Fatto sta che Cian Bi è il frutto per niente saporito che è nato dal sodalizio mongolo/austriaco, un album scialbo e noioso, banale e povero d’idee in grado di invogliare all’acquisto. Eppure i Tengger Cavalry, pochi anni fa, erano considerati innovativi e personali, rappresentavano il futuro del genere: il debutto Blood Sacrifice Shaman del 2010 è un piccolo capolavoro di folk metal e i successivi album ottimi dischi validi sotto tutti gli aspetti.

Cosa non va in questo Cian Bi? Si farebbe prima a dire cosa va bene, ovvero due-tre canzoni fatte a modo, stop. A partire dai brutti suoni digitali e troppo compressi al limite del metalcore, si prosegue con l’utilizzo del throat singing in inglese – sì, una band mongola che utilizza il tipico canto mongolo in lingua inglese… – e si finisce con l’ammasso senza capo né coda di ben quindici tracce. La colpa maggiore di Cian Bi è di essere composto da canzoni dalla durata media di tre minuti, basilari nella struttura e che non hanno la forza di una melodia che sia una per rimanere impresse nella mente. Tolte le poche meritevoli (Our Ancestors, One Tribe, Beyond Any Nation), rimangono le imbarazzanti Redefine (tra Fear Factory e nu metal del 1999), A Drop Of The Blood, A Leap Of The Faith (brutale nelle intenzioni) e You And I, Under The Same Sky, oltre alle inconcludenti Just Forgive e One Track Mind. Decisamente troppo poco per giustificare l’accordo con un colosso come Napalm Records. Inoltre le tracce di chitarra sono di uno scontato disarmante, ma nulla rispetto alla qualità della registrazione: tutto suona finto e plasticoso, a partire dalla sei corde che non graffia, fiacca nella distorsione e con suoni di rara bruttezza. Tra riff pseudo nu metal e suoni che neanche un gruppo al primo demo, Cian Bi è la pietra tombale sui Tengger Cavalry, progetto iniziato nei migliori dei modi e naufragato miseramente (forse?) sotto la troppa pressione esterna: poco dopo la pubblicazione di questo disco, infatti, la band ha annunciato lo scioglimento per ragioni contrattuali.

Quello che dispiace dei Tengger Cavalry, oltre alla triste fine intitolata Cian Bi, è che per brevi momenti riescono ancora a realizzare ottima musica e far viaggiare l’ascoltatore nelle sconfinate steppe della Mongolia cavalcando un destriero dai polmoni d’acciaio. Cian Bi è invece un disco sottotono e incerto sulla direzione da prendere: se si vuole ascoltare del vero folk metal mongolo, oltre ai primi passi di Nature Ganganbaigal, non c’è alternativa dall’avvicinarsi all’ottimo Arvan Ald Guulin Hunshoor dei Nine Treasures per poi scoprire anche i successivi dischi.

Live Report: Guns N’ Roses a Firenze

GUNS N’ ROSES + VOLBEAT + BARONESS

15 giugno 2018, Visarno Arena, Firenze

NB: nel report non ci sono foto del concerto perché ho preferito godermi lo spettacolo invece di fotografare con scarsi risultati il palco dando fastidio a chi, dietro di me, era più interessato alla musica che al mio cellulare. Provate anche voi al prossimo concerto al quale andrete: via il telefonino e godetevi la musica come si faceva 20 anni fa, non ve ne pentirete!

“Ci hanno rotto il culo per tre ore e un quarto”. Questo, in breve, quello che è successo venerdì a Firenze. Sul palco i Guns N’ Roses, un anno dopo lo show trionfante di Imola.

Nella bellissima cornice della Visarno Arena si consuma la seconda serata del Firenze Rocks: finalmente il pubblico può assistere a un evento stando comodamente sull’erba invece del solito e infuocato asfalto di circuiti, parcheggi e piazze. Tutto è organizzato molto bene e anche la modalità di deflusso dall’arena ha funzionato alla grande, a differenza di quanto accaduto a Imola. Infine, merita una citazione il personale della sicurezza, in particolare quello che era alle transenne della prima fila, sempre gentile e che per tutta la giornata ha dato centinaia di bottiglie d’acqua fresca a chi era accalcato davanti al palco per vedere al meglio il concerto.

Perso il gruppo d’apertura, i Baroness hanno cercato di fare il massimo con i pochi mezzi a disposizione (suoni altalenanti, volumi un po’ bassi, ecc.), suonando davanti a un’audience ancora sonnacchiosa e in gran parte seduta in attesa degli headliner. Molto meglio va ai Volbeat, anche perché dal vivo la band danese riesce a convincere anche chi rimane indifferente ascoltando i dischi in studio. Michael Poulsen (voce e chitarra) sa come giocare col pubblico, al resto ci pensa il loro sporco rock’n’metal dal look impeccabile e la cover di Johnny Cash Sad Man’s Tongue. Tutto bello e coinvolgente, ma alle 20.00 tocca ai Guns e non ce n’è più per nessuno.

Il concerto: un epico viaggio nel mondo del rock’n’roll, mondo nel quale i Guns N’ Roses sono in vetta insieme a un pugno di nomi immortali. Diciamolo subito, Axl e compagnia, con questo infinito tour si sono guadagnati (sempre se già non lo avessero già fatto con i capolavori Appetite For Destruction e i due Use Your Illusion) la definizione di leggendari, perché chi altro, a 56 anni, canta-balla-suona per oltre tre ore senza un attimo di tregua e senza cali qualitativi? Quale frontman riesce, dopo venti anni di semi silenzio e periodi no, ad avere per se gli occhi e i cuori di 65000 persone? Quale gruppo, a 27 anni dalla pubblicazione dell’ultimo disco della formazione “classica” riesce a stare in tour per tutto questo tempo e con questa affluenza pazzesca di pubblico? Soprattutto, i Guns N’ Roses sul palco si divertono ancora tanto e, di conseguenza, fanno divertire i propri fan.

La scaletta è una sorta di best of con qualche ripescaggio inaspettato e un paio di cover nuove. Il palco non è particolarmente grande, soprattutto le “lingue” laterali sono corte e chiuse dalla transenne che Axl Rose non è riuscito a rimuovere quando ci ha provato. L’inizio è quello che ci aspetta con It’s So Easy, Mr. Brownstone e Chinese Democracy, per proseguire con tanti classici della band americana come Rocket Queen, Civil War, Sweet Child O’ Mine e Double Talkin’ Jive. In scaletta ci sono anche pezzi che erano stati messi da parte come la divertentissima Used To Love Her e Patience (preferita a Don’t Cry), o nuovi Shadow Of Your Love (che scatena finalmente un bel po’ di movimento nel pit, ma hey, questo è rock’n’roll, mica musica da camera!), singolo della riedizione di Appetite For Destruction. Come al solito non mancano tante (troppe?) cover: Attitude cantata dal sempre in forma Duff McKagan è una piacevole sorpresa, come lo sono Wichita Lineman e Black Hole Sun. Su Wish You Were Here c’è un lungo duello di chitarra tra Slash e Richard Fortus (coppia più affiatata rispetto a un anno fa) ed è proprio la chitarra a trionfare nel concerto dei Guns N’ Roses, finalmente tornata nel ruolo che le spetta in un concerto rock, ovvero quello al centro della scena. Quanti gruppi rock (o presunto tale) utilizzano la sei corde per creare canzoni dal ritornello facile a discapito di assoli e riff? Assistere a un concerto dei Guns è un piacere per ogni amante del rock, lo strumento più importante ha tutto lo spazio che merita per assoli e improvvisazioni, proprio come quando il rock non era merchandise e foto, ma musica e sudore. Sudore che Axl Rose non risparmia correndo da una parte all’altra del palco, cantando e incitando il pubblico a seguirlo, facendo gli occhi dolci alle prime file e dando tutto quello che può e forse anche qualcosa in più. Non si può non voler bene a un uomo che ha avuto tutto dalla vita e che tutto ha buttato via, salvo cercare di redimersi con sacrificio e sofferenza, fino a tornare in vetta con l’intenzione di non abbandonarla più. La musica scorre senza tregua, il pubblico canta e piange su Estranged, si emoziona con This I Love e November Rain, salta con Nightrain. Axl saluta il pubblico e se ne va, ma nessuno gli crede, tutti si aspettano le ultime quattro canzoni e il punto esclamativo del concerto è una Paradise City iper carica tra coriandoli tricolori e fuochi d’artificio, degna chiusura di una grande festa all’insegna del rock’n’roll.

Scaletta: 1. It’s So Easy – 2. Mr. Brownstone – 3. Chinese Democracy – 4. Welcome To The Jungle – 5. Double Talkin’ Jive – 6. Better – 7. Estranged – 8. Live And Let Die (Wings cover) – 9. Shilter (Velvet Revolver cover) – 10. Rocket Queen – 11. Shadow Of Your Love – 12. You Could Be Mine – 13. Attitude (Misfits cover) – 14. This I Love – 15. Civil War – 16 – Slash guitar solo – 17. Sweet Child O’ Mine – 18. Wichita Lineman (Jimmy Webb cover) – 19. Coma – 20. Wish You Were Here (Pink Floyd cover) – 21. November Rain – 22. Black Hole Sun (Soundgarden cover) – 23. Used To Love Her – 24. Knockin’ On Heaven’s Door (Bob Dylan cover) – 25. Nightrain – 26. Patience – 27. Yesterday – 28. The Seeker (The Who cover) – 29. Paradise City

Lou Quinse – Lo Sabbat

Lou Quinse – Lo Sabbat

2018 – full-length – Sliptrick Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: IX. L’ermite: voce – XIX. Lo Solelh: chitarra – XVIII. La Luna: basso – Lo Mat: batteria – I. Lo Bagat: organetto – VII. Lo Carreton: flauto, cornamusa

Tracklist: 1. Sus La Lana – 2. Chanter Boire Et Rire Rire – 3. Diu Fa’ Ma Maire Plora – 4. La Dancarem Pus – 5. Lo Cuer Dal Diaul – 6. Dessùs La Grava De Bordeu – 7. Giga Vitona – 8. Purvari E Palli – 9. Lo Boier – 10. La Martina – 11. La Marmòta – 12. Sem Montanhòls

Una delle formazioni più snobbate e sottovalutate del panorama italiano del folk metal è quella dei Lou Quinse, band piemontese che dal 2006 sputa folk e diavoli in varie salse. Il gruppo guidato da L’Ermite si autodefinisce “alpine extreme metal folkcore” e arriva al secondo disco dopo il debutto Rondeau De La Forca del 2010: rispetto al primo album Lo Sabbat è decisamente un lavoro più maturo e personale, molto è cambiato (e migliorato) in questi anni, fermo restando l’attitudine caciarona e sfrontata che da sempre li contraddistingue.

Il disco si presenta veramente bene: digipak bello colorato e con una copertina semplicemente spettacolare sono i primi passi per avere il gradimento del pubblico, e Lo Sabbat sotto questo punto di vista non ha veramente nulla da temere. I disegni e lo stile sono volutamente vicini a quelli del pittore ceco Alfons Mucha, i Lou Quinse hanno voluto osare qualcosa di diverso dal solito artwork folk metal e il risultato è davvero eccezionale. Con una grafica del genere è lecito aspettarsi un booklet da far strabuzzare gli occhi, e in parte è così: il libricino è esteticamente perfetto e i testi in lingua occitana, oltre a una breve presentazione, sono tradotti in inglese. Solo che nel cd il booklet non c’è, in quanto il file può essere visto e scaricato dal sito ufficiale dei della band, una scelta che danneggia non poco chi acquista il disco fisico.

Le cornamuse e le chitarre di Sus La Lana accolgono l’ascoltatore in un salotto musicale che con Chanter Boire Et Rire Rire (in un certo senso il singolo del disco) si rivela tutto tranne che accogliente. Il folk metal dei Lou Quinse è veloce e spietato, maledettamente orecchiabile anche quando i tempi si fanno spinti e la musica non da un attimo di tregua. Cori e accelerazioni brutali contrastano con la melodia che dal fondo s’innalza prepotente e in questo brano la vocazione al caos raggiunge picchi epici. Il ritmo è ancora sostenuto in Diu Fa’ Ma Maire (ovvero la descrizione della dura vita del pecoraro) e il tono continua ad essere serio ma beffardo, in linea con il testo. Con La Dancarem Pus le cose si fanno diverse, i Lou Quinse si muovono in un terreno meno pesante nella prima parte e tirano fuori una composizione più articolata del solito che mostra la crescita dei musicisti. Dopo la feroce Dessùs La Grava De Bordeu, Giga Vitona porta una ventata di puro cazzeggio in up-tempo che fa tanta allegria; interessante notare come, a un certo punto, spunti fuori una melodia che il fan del folk metal italiano conosce molto bene, in quanto è quella di La Caccia Morta dei Furor Gallico. In questo caso, come fu per Oakenshield e Storm con Earl Thorfinn e Oppi Fjellet, la melodia utilizzata nelle due canzoni è la stessa in quanto entrambi i brani traggono la propria ispirazione dalla medesima fonte popolare. Domenico Straface, brigante cosentino nel XIX secolo, è il protagonista di Purvari E Palli, pezzo che vede anche una parte cantata in calabrese e che non risparmia nulla in fatto di folk e voglia di ribellione. La seguente Lo Boier è una canzone dai significati simbolici legati all’eresia dei catari (movimento che nel XII e XIII secolo ebbe un discreto seguito in Linguadoca, Occitania, Italia ed est Europa prima della violenta soppressione per mano della Chiesa) utilizzando la storia della sfortunata pastorella Joana. Lo Sabbat arriva al terzo atto, “La Martina”: dopo uno strumentale dai toni malinconici le melodie allegre di La Marmòta (con le parole tratte del poeta/politico anticlericale Angelo Brofferio) suonano spensierate a differenza del testo carico di tensione. Un canto di montagna e liberazione porta a conclusione il disco: Sem Montanhòls è forse la migliore maniera per terminare i quarantasei minuti dell’album. Pezzo acustico e ritmato, sentito dai musicisti quanto dagli ascoltatori perché i Lou Quinse nel coinvolgere il pubblico sono bravissimi.

Il disco quindi cresce con gli ascolti e la seconda parte in particolare riesce a donare ogni volta delle piccole novità che rendono Lo Sabbat sempre fresco. Quasi tutte le canzoni del disco sono prese (sia testi che musica) dalla tradizione popolare locale e in seguito elaborate fino a farle suonare Lou Quinse al 100% senza però perdere quell’alone alpino che è fondamentale per il sound del gruppo.

Detta dell’alta qualità della musica, è giusto parlare anche dall’ottima produzione, all’altezza delle canzoni e che fa suonare tutto naturale e potente senza minare minimamente la credibilità del lavoro svolto dai musicisti. Gran parte del merito va riconosciuto a Tino Paratore, nome di culto nel punk/hardcore, che ha registrato e missato Lo Sabbat, con Tom Kvalsvoll (Trollfest, Kampar, Darkthrone, Windir ecc.) che ha curato il mastering al Kvalsonic Lab di Oslo.

Anni di silenzio possono distruggere un gruppo e sgretolare il seguito che negli anni si è meritato, ma nel caso dei Lou Quinse è stato utilissimo per lavorare con impegno a un disco come Lo Sabbat, lavoro che li deve per forza far uscire dall’indifferenza del sonnacchioso pubblico e lanciarli verso palchi ed eventi di caratura internazionale.

Intervista: Richard Milella (Malpaga Folk & Metal Fest)

Malpaga Folk & Metal Fest è diventato in pochi anni un appuntamento obbligatorio per tutte quelle persone che quando sentono una cornamusa e una chitarra suonare insieme non riescono a stare fermi e immediatamente iniziano una profana quanto divertente danza scoordinata. Il folk metal può essere un “affare serio” ma anche un momento di grande divertimento e condivisione, e proprio in questa categoria si colloca il Malpaga Folk & Metal Fest: migliaia di persone davanti un palco con i migliori interpreti del genere a intrattenere persone che per qualche giorno mettono i problemi alle spalle e decidono di divertirsi, fare gruppo e godersi dell’ottima musica. Ma chi c’è dietro a tanto ben di Dio e come si organizza un evento del genere? In seguito a queste domande nasce l’intervista con Richard Milella, la mente dietro a Malpaga: senza peli sulla lingua ci racconta il viaggio di questi anni che ha portato sul prato di un piccolo comune che si chiama Cavernago, nomi del calibro di Tyr, Cruachan, Dalriada, Mael Mordha ed Evelking. Buona lettura e… ci si vede al castello di Malpaga!

EVENTO FACEBOOK

Il pubblico del festival visto dal palco dei Tyr

Ciao Richard, benvenuto su Mister Folk. Iniziamo parlando della nascita del festival di Malpaga: come e perché hai deciso di creare questo evento?

Per la verità organizzavo già da anni eventi di vario tipo. Prima in modo autonomo, poi negli ultimi tempi, come scopritore e manager dei Folkstone (ma di questo bisognerebbe aprire un capitolone a parte… mi piacerebbe raccontarti quel capitolo…) mi ero specializzato in situazioni pagan-folk che ancora non erano così diffuse. Creavo eventi per loro come la partenza del tour da Live di Trezzo, Halloween, Festa dei Minatori (per il lancio di Frerì, uno dei loro brani storici) con esposizione di lampade e attrezzi storici da miniera, Casalromano Gods of Folk, il Fosch Fest (ebbene sì, l’ho creato io come festa da regalare ai numerosi fans, una sorta di Folkstone-day gratuito ed è durato molto bene per quattro stagioni, poi qualcuno ha pensato che si potevano farci dei buoni guadagni e… ha mandato tutto a puttane… a ognuno il proprio mestiere) ed altre situazioni musicali, a volte rimettendoci di tasca mia, ma questo è un altro discorso. Interrotta forzatamente la collaborazione con il gruppo, i ragazzi del comune adiacente a Bagnatica, Malpaga appunto, mi chiesero di fare per loro una cosa anche lontanamente simile. Mi diedero carta bianca (nel senso che dovevo fare tutto io… ). Cominciò con una giornata e quattro gruppi; andò benino: poi con due e otto gruppi, molto bene.. Siamo arrivati a tre giornate, 12 gruppi, 300 tende e migliaia di meravigliosi fans scatenati.
Quindi non l’ho deciso io ma me lo sono trovato fra le mani inaspettatamente.

Malpaga è al suo sesto anno e ogni edizione è migliore di quella precedente. Quanto lavoro ed energie porta via un festival come questo? Come stabilite le priorità del festival e i miglioramenti da fare per rendere l’evento sempre più interessante?

Si comincia l’edizione seguente quasi nel corso della recente. Vieni avvicinato da ragazzi che ti lasciano il loro promo o il cd o semplicemente ti chiedono come partecipare. Il loro entusiasmo ti spiazza perché vedi che credono veramente in quello che fanno e ci tengono molto al festival. Se non sono scarsissimi ed hanno un “quid” di novità li propongo volentieri ed è così che sono arrivati gli eccezionali M.A.I.M., Haegen, ODR, Holy Shire, Ephyra, Atavicus ecc… Poi cerchiamo di dare un mix anche di band già collaudate che siano garanzia di spettacolo come i divertenti Diabula Rasa, i Vallorch (grazie…!!!) presenti sin dalla prima edizione sul palchetto di legno, i locali e acclamatissimi Ulvedharr e gli Elvenking, ragazzi stupendi. Con qualche rischio abbiamo chiamato anche band dall’estero spiegando la filosofia del festival che è ad ingresso libero e a prezzi popolari. Ai managers frega poco o nulla di questo aspetto ma le band sono più sensibili e parlando direttamente con loro, Cruachan o TYR per esempio, riusciamo ad averli a condizioni particolari, sicuramente meno di molte band italiane e questi ultimi venivano direttamente dalle Isole Fær Øer, non proprio dietro casa!!! Chi c’era lo ricorda come il “concerto della vita”. Siamo molto orgogliosi di quella serata.

Chi c’è dietro Malpaga? Immagino ci sia un team di persone fortemente motivate per far funzionare tutto quello che riguarda il festival.

Dietro al festival c’è la poderosa mano volontaria e appassionata del gruppo Giovani Cavernago-Malpaga & Cacciatori (BG) che, pur non agendo direttamente sulla parte musicale (si fidano ciecamente e visti i risultati…) fanno più di quanto sia possibile per accogliere i metallari che ormai sono un’orda da nutrire, alloggiare, lavare, gestire ecc. È un lavoro eccezionale che impegna 100 persone per quattro giorni 24 ore al giorno perché i metallari… non dormono mai !!! E ricordo che il Gruppo Cacciatori è formato anche da arzilli 70enni!

Come funziona la scelta dei gruppi? Ascoltate anche le richieste del pubblico oppure ci sono altri criteri?

Il criterio del pubblico, nei limiti del possibile, è la prima scelta. Comunque anche io durante l’anno vado a sentire molti concerti al Colony, al The One, all’Arci Tom e altri ma umanamente mi è impossibile sentire qualcosa a Roma, in Toscana o più in la e allora amici di quelle zone ci segnalano i gruppi che poi valutiamo. Quest’anno per esempio da Pisa arrivano gli splendidi Wind Rose, i Balt Huttar da Asiago (VI) e da Roma i Blodiga Skald. Tutti gruppi segnalati da amici che frequentano Malpaga. Adesso che ci penso anche i veterani Diabula Rasa mi furono segnalati anni e anni fa da un ragazzo romagnolo dicendo che erano un branco di pazzi scatenati… infatti!!!

Ogni anno viene data tantissima visibilità alle realtà italiane. Questo è un grande merito di Malpaga e vedendo il responso del pubblico alle loro esibizioni si capisce che state facendo una grande cosa per la musica italiana. Quando è iniziata l’avventura Malpaga il supporto ai gruppi italiani era un punto sul quale puntare particolarmente?

È stata una scelta quasi obbligata perché la prima edizione è nata in 20 giorni. Ho trovato disponibili i Vallorch, i Kalevala, gli Ulvedharr e un altro paio di band che sinceramente non ricordo e mi scuseranno per questo. Il pubblico ha apprezzato la novità e abbiamo deciso di proseguire su questa linea contando anche sul fatto che le band italiane ci chiedono a volte un simbolico rimborso spese. Sono trattati in maniera impeccabile come vitto, palco, strumentazione, pubblico e visibilità e sono contentissimi così. Chi non è d’accordo con questa linea non fa per noi; il nostro festival è gratuito e realizzare un incasso extra vendendo birra non è cosa semplice. Non ci crederai ma anche gli ospiti stranieri ci chiedono il solo rimborso-spese più alloggio e a loro va benissimo. Probabilmente l’eco di Malpaga è arrivato lontano!!!

Avete ricevuto richieste strane/divertenti da parte dei gruppi? Episodi buffi da ricordare ce ne sono?

Richieste particolari di back-line e/o mixer arrivano dalle band straniere e, nei limiti del possibile, cerchiamo di accontentarli perché sappiamo che rendono meglio in condizioni ottimali. Sono i loro manager che ti mandano rider impossibili e che immancabilmente le band, quando li leggono, si fanno una risata e li stracciano. Ricordo quello dei TYR per esempio dove c’era scritto una serie di cibi introvabili; il trio quando è arrivato si è seduto nel prato insieme ai ragazzi dell’organizzazione a mangiare spaghetti e cinghiale, vino italiano e fare pure il bis.

Facce da Malpaga

Malpaga è un festival gratuito. La domanda che si pongono un po’ tutti è: come fate a pagare le band e tutti i costi generati da un evento del genere?

Eh, bella domanda. L’organizzazione dei Giovani, che ricordo, tutti volontari, fa i salti mortali per cercare di fare quadrare i conti. Purtroppo ogni anno le amministrazioni comunali, oltre che a non darti un centesimo (Malpaga è conosciuta in Europa adesso anche per l’eco del festival, dovrebbero saperlo!), emanano nuove e cervellotiche disposizioni che sembrano fatte appositamente per mettere in difficoltà gli organizzatori con ingenti spese per la sicurezza, per i servizi, assicurazioni obbligatorie, limiti di capienza e tutto il resto. Quest’anno tra l’altro c’è una grossa spesa imprevista per la vigilanza obbligatoria 24h su 24.

Alcune feste hanno alzato bandiera bianca, per esempio il grande Music For Emergency di Cenate Sotto (BG) guidata dal mio amico Jack. I troppi paletti lo hanno definitivamente scoraggiato. Anche noi dal prossimo anno faremo un reset e vedremo come proseguire. Del resto vorremmo continuare a dare almeno un rimborso alle band e tenere i prezzi delle consumazioni calmierate, oggi sembra un’utopia, vedremo. Faremo un sondaggio con i nostri fans e valuteremo. Per quanto riguarda le band che chiedessero qualcosa non previsto dal nostro risicato budget, credo che le lasceremmo tranquillamente perdere; le prime-donne non servono a Malpaga (semmai, il contrario…).

Sei nella musica davvero da tanto tempo. Ti chiedo quindi come vedi la scena folk metal italiana e se pensi che sia cresciuta rispetto a qualche anno fa.

Beh, sono nell’organizzazione musicale di tutti i generi da più di 30 anni (trent’anni!!!). La scena folk-metal la seguo da dieci anni e mi sembrava che, prima dell’esplosione dei Folkstone, fosse quasi di nicchia. Avrò contribuito a dargli visibilità? Boh, non saprei, forse sì per via dei numerosi eventi, anche di un certo successo, che mi sono inventato in quegli anni. Ci sono comunque ora molte band valide e con una storia vera. Altre sono solo una rimasticatura di quanto si sente in giro, altre ancora sono inutili. Però effettivamente la scena è cresciuta in modo esponenziale.

Come ti sei avvicinato a questa musica? Organizzare eventi tipo i primi Fosch Fest e il Malpaga in che percentuale sono piacere e lavoro?

Come dicevo prima mi sono inventato diverse situazioni per aiutare i Folkstone ad emergere. Era un gruppo in cui credevo molto e per cui ho anche speso molto (tempo & soldi). Mi divertivo a creare eventi mettendo la mia precedente esperienza in un mondo e in un genere musicale ancora “vergine” per l’Italia, ed ha funzionato. Effettivamente vedere i tuoi festival pieni di ragazzi che si divertono e ti ringraziano è un grandissimo piacere e lo ribadisco ogni volta anche a Malpaga. La maggior parte dei cosiddetti metallari sono ragazzi straordinari, altruisti, educati e di ottima compagnia; ne conosco alcuni che in settimana lavorano come geometra, all’INPS o in banca (uno è anche dirigente di un grosso gruppo finanziario!). Diventa un lavoro, anzi uno stress, quando ti trovi davanti a gruppi e organizzazioni che non capiscono un cazzo e pretendono la luna. Ricordo anni fa un gruppo che pestò i piedi e fece casino perché non avevano potuto suonare a Malpaga anche se convocati. Quel giorno ci fu il diluvio universale, che dovevamo fare? Fargli rischiare la vita? Mai più invitati anche se poi ci hanno chiesto scusa. Non si fa…

A Malpaga si è creata una “famiglia” composta da tanti ragazzi provenienti da tutti Italia ma che si danno appuntamento ogni anno al festival per stare insieme e divertirsi. Pensi che la musica folk metal favorisca questo genere di aggregazione?

Sì sì certo, sottoscrivo in pieno! Durante l’anno si scrivono sul forum e si danno dritte per organizzarsi a venire. C’è gente che prende le ferie proprio in quel periodo. Ho visto nascere solide amicizie ed anche solidi amori sul verde di Malpaga. Alcuni amici si inventano anche momenti di giochi per tutti gli altri, lotte, combattimenti, insegnamenti di costruzione tende ecc. Altri costruiscono balestre, catapulte e gogne e poi le portano al “campeggio” per condividere il divertimento con tutti. Voglio ricordare al proposito Ottonello da Rapallo (sembra un nome medievale inventato ma è tutto vero…), un ragazzo che sarebbe il degno discendente di Leonardo da Vinci con le sue “invenzioni” e la coppia Angius & Riva che sono i beniamini del campus dove aiutano tutti a sistemarsi con le tende e a creare momenti ludici particolarmente divertenti. Cercateli tutti e tre su Facebook e invitateli, scoprirete un mondo nuovo.

Nelle ultime edizioni c’è anche chi fa a gara per arrivar prima di tutti e l’anno scorso fu una ragazza arrivata da sola in autostop! Pazzi…
l’anno scorso abbiamo avuto una compagnia di greci arrivati direttamente a Orio, ungheresi venuti per Dalriada, croati, svizzeri, tedeschi e due graziosissime olandesine…

Vista dall’alto…

C’è un gruppo che vorresti portare a Malpaga ma che ancora non è stato possibile per motivazioni economiche/strutturali?

No, nessuno in particolare perché i mezzi sono quelli che sono e vorremmo mantenere una dimensione “casereccia”. Le condizioni sono quelle note e se non vanno bene ai gruppi, questi non fanno per noi. Avendone le possibilità avrei dei gruppi esteri che mi chiedono insistentemente di partecipare perché hanno “sentito” il nome circolare. Ma onestamente mi rendo conto che avrebbero bisogno di ben altri mezzi che purtroppo ora (e forse mai…) avremo.

Richard, grazie per la tua disponibilità. Chiudiamo con i classici 3 motivi che rendono Malpaga un festival al quale partecipare a tutti i costi.

Uno solo: la presenza di questi meravigliosi ragazzi. Sono loro che fanno il Festival e lo tengono vivo. Io cerco di dare un degno contorno musicale e i grandi Ragazzi dell’Organizzazione fanno il possibile per farli sentire a casa loro. Una cosa vorrei però far presente a questi: il festival si regge esclusivamente sulla vostra “birra”, se la portate da casa o la comprate al discount il prossimo festival lo farete alla LIDL. Malpaga ha bisogno del vostro anche piccolo contributo per essere un festival free anche negli anni a venire. E venite da ospiti non da semplici turisti!

Il pubblico di Malpaga