Khors – Beyond The Bestial

Khors – Beyond The Bestial

2018 – EP – Ashen Dominion

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Jurgis: voce, chitarra, tastiera – Helg: chitarra – Khorus: basso – Khaoth: batteria

Tracklist: 1. Beyond The Bestial – 2. Through The Realm Of Unborn Stars – 3. Frigit Obscurity Of Soul – 4. Winterfall – 5. In The Cold Embrace Of Mist – 6. Red Mirrors

Classe e oscurità, in una sola parola Khors. La band ucraina torna sul mercato con un EP di trentacinque minuti dai contenuti interessanti: Beyond The Bestial contiene, infatti, sei brani, compreso un lungo strumentale di sei minuti e due canzoni risalenti al periodo 2007-2008. Dopo sei album di qualità sempre crescente di pagan/black metal, si possono permettere scelte di questo tipo, così come possono decidere di pubblicare un EP meno black e più tendente all’atmosferico come questo Beyond The Bestial. Non mancano certo le tipiche ritmiche che hanno contraddistinto il drummer e fondatore Khaoth negli ultimi due dischi in particolare, ma ampio spazio viene concesso a momenti quasi intimi con grande rilevanza della tastiera. Fin dall’opener title-track è possibile rendersi conto che i Khors, questa volta, hanno deciso di fare un passo in avanti e cambiare qualcosa. Come detto, ambient e black metal sono mescolati sapientemente e la stessa cosa accade con la seguente Through The Realm Of Unborn Stars (i titoli delle canzoni rivelano l’anima poetica del cantante/chitarrista Jurgis), con lunghe ma non violente parti estreme per cantato e ritmiche, ma pervase da un alone oscuro, drammatico e sognante accentuato dal saggio uso della tastiera. La terza traccia è la già menzionata strumentale Frigit Obscurity Of Soul: la canzone ha un suo perché in questa forma, l’ascolto è piacevole e se i Khors avessero inserito della parole il risultato sarebbe stato sicuramente diverso e meno interessante. Con Winterfall si torna a un certo black metal sinfonico ed elegante nel classico stile Khors, nel quale non mancano chitarre pulite, arpeggi e in generale momenti soft e quasi sognanti. Il brano è stato scritto nel 2007 e fa parte del secondo disco Mysticism, ma in questa occasione è stato ripulito e reso più armonioso senza però perdere lo spirito iniziale. La musica si fa più diretta e cruda nella seguente In The Cold Embrace Of Mist: c’è meno spazio per stacchi al limite del post rock, ma il black metal degli ucraini rimane comunque molto melodico e “orecchiabile”. L’ultima traccia di Beyond The Bestial è Red Mirrors, anche questa contenuta originariamente in Mysticism. Jurgis e soci hanno lavorato per rendere la canzone ancora più malinconica dell’originale, togliendo le poche parti con distorsori e lavorando di gusto al fine di farla nascere a nuova vita. Una canzone completamente acustica e con il cantato clean, ma soprattutto così delicata, non è cosa per tutti: in questo i Khors si dimostrano una volta di più coraggiosi e consapevoli dei propri mezzi.

Beyond The Bestial è un EP della giusta durata, con un gustoso mix di brani nuovi e rivisitazioni del passato. Ad arricchire il tutto c’è l’elegante artwork curato da Mayhem Project (Zgard, Paganland, Scuorn di Parthenope) e la produzione pulita ed equilibrata che rende giustizia alle composizioni. L’etichetta ha rilasciato l’EP anche in versione limitata con il wooden box contenente alcuni oggetti che il collezionista saprà apprezzare ma, al di là del merchandise, quel che conta di più è la musica e quella di Beyond The Bestial è in grado di soddisfare i fan che attendono da quasi quattro anni il seguito di Night Falls Onto The Fronts Of Ours.

Evendim – From Dusk Till Dawn

Evendim – From Dusk Till Dawn

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lorenzo Del Conte: voce – Petr Lukac: chitarra – Simone Lo Biundo: chitarra – Danilo Firenzani: basso – Alessio Turini: batteria – Matteo Adesso: tastiera – Nicola Corsinovi: fisarmonica

Tracklist: 1. From Dusk Till Dawn – 2. Evendim – 3. Seven Hearts – 4. Stand Up And Drink – 5. Ode To The Setting Sun – 6. Hard To Remember – 7. Masquerade – 8. Whiskey On Fire – 9. Long Time Ago – 10. Twilight Of The Bard

Una delle cose che danno più gioia in questo hobby è il seguire la carriera di un gruppo fin dai primi passi e constatare lavoro dopo lavoro i miglioramenti dei musicisti e, di conseguenza, della musica. Gli Evendim sono uno di quei gruppi che di cd in cd ha migliorato la propria proposta ed ha maturato una consapevolezza nei propri mezzi che solo il duro lavoro può dare. Se la prima pubblicazione dei toscani era un po’ zoppicante, già con il seguente EP Old Boozer’s Tales Lorenzo Del Conte e soci hanno iniziato a mettere le cose a posto ed è con questo full-length di debutto gli Evendim tirano fuori, per la prima volta e in maniera prepotente, la propria voce. In realtà non ci sono stravolgimenti di sound tra i vari dischi, ma sono state limate quelle cose che a volte rendevano l’ascolto poco fluido e sicuramente l’esperienza live li ha compattati. Il risultato è un disco folk metal nel senso più classico del genere, i richiami ai maestri Skyclad non mancano, ma l’anima della band è finalmente chiara e netta.

From Dusk Till Dawn è stato registrato presso i Wanna Rock Studio di Livorno da Federico Corazzi e Michele Gasparri, i quali si sono occupati anche del mix e del mastering: il risultato è buono, i suoni sono puliti e graffianti il giusto, lontani dalle iper produzioni innaturali che tanto vanno di moda in questi anni, il che è un bene per il risultato finale dell’album. Il cd si presenta con un booklet di otto pagine a colori con una grafica non particolarmente accattivante, ma non mancano testi e informazioni essenziali.

Dopo l’intro parte Evendim, un pezzo muscoloso che mostra come i musicisti si siano appropriati di alcune parti ritmiche classiche del genere al fine di rendere la canzone più massiccia: risultato riuscito e composizione brillante. La seguente Seven Hearts prosegue a macinare riff convincenti e ritmiche robuste ma mai estreme, con il cantato pulito di Del Conte particolarmente ispirato. Le schitarrate in levare e i chorus gagliardi di Stand Up And Drink fanno venire voglia di ballare, mentre Ode To The Setting Sun (già presente in Old Boozer’s Tales) ricorda gli Elvenking più melodici vuoi per i cori che per le atmosfere create, e con Hard To Remember gli Evendim propongono un brano particolarmente “happy metal” (termine che ricorderanno gli over 30) nella prima parte, ma che poi prosegue in maniera meno lineare e più coraggiosa: nel finale i ritornelli – particolarmente efficaci – tornano per stamparsi nella mente dell’ascoltatore. Masquerade è la classica composizione degli Evendim tra melodie sempre piacevoli e cori immediati; c’è spazio anche per il bel guitar work della coppia Lutak / Lo Biundo, musicisti bravi a non invadere lo spazio ma capaci di salire alla ribalta quanto ce n’è la possibilità. Si ritorna alle origini della band con Whiskey On Fire, title-track dell’EP di debutto risalente al 2011: sono passati sette anni da quella pubblicazione e di strada gli Evendim ne hanno fatta, il risultato finale è fresco e decisamente più accattivante dell’originale. Con Long Time Ago ci si avvia alla fine di questo disco: sei minuti di canzone durante i quali ci si trova un po’ di tutto tra assoli di chitarra, i sempre efficaci cori e giri di fisarmonica. La chiusura è affidata a Twilight Of The Bard, traccia più lunga del lotto e costruita quasi come una breve colonna sonora. Un brano che ci mette un po’ a carburare, ma estremamente bello e raffinato, impreziosito dalla voce dell’ospite Fabiana Lo Savio. In questo coraggioso pezzo gli Evendim mettono tutte le proprie abilità e il risultato è di qualità.

From Dusk Till Dawn è la conferma dei progressi degli Evendim, una band troppo spesso lasciata fuori “dall’underground noto” del folk metal italiano, ma che hanno tutte le carte in regola per farne parte e dire la loro con personalità e gusto.

Wolcensmen – Songs From The Fyrgen

Wolcensmen Songs From The Fyrgen

2018 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Dan Capp: voce, chitarra, percussioni

Tracklist: 1. Withershins
 – 2. The Fyre-Bough
 – 3. Sunne
 – 4. Hoofes Upon The Shymmeringe Path – 5. ‘Neath A Wreath Of Firs
 – 6. The Mon o’ Micht
 – 7. Snowfall
 – 8. The Bekens Are Aliht
 – 9. Yerninge

Dietro al nome Wolcensmen si cela Dan Capp, musicista inglese noto nella scena in quanto membro dei Winterfylleth, oltre che per aver realizzato artwork e copertine per Venom e Burzum. L’idea di realizzare musica acustica con radici nel folklore e un legame con l’aspetto più oscuro della stessa ronza nella testa di Capp da fine anni ’90, ma è solamente nel 2013 che decide di dare forma all’ispirazione e il demo autoprodotto che ne consegue porta alla firma con la Deivlforst Records e alla pubblicazione di Songs From The Fyrgen il 30 novembre 2016. Il disco, pubblicato in 500 copie, va sold out in poco tempo ed è recente la firma di Capp con la Indie Recordings, label che ristampa e pubblica il medesimo lavoro esattamente due anni più tardi con l’aggiunta di un bonus cd con canzoni nuove e la cover di Man Of Iron dei Bathory.

La musica dei Wolcensmen è acustica, dalla tempra nordica e resa ancor più affascinante delle tinte oscure che caratterizzano la maggior parte delle composizioni. I ritmi sono lenti e avvolgenti, ma c’è spazio per (rare) orchestrazioni che quando presenti danno quella marcia in più; la voce di Cabb è delicata ma comunque robusta, perfetta per questa musica. Ascoltando le tracce di Songs From The Fyrgen si avverte la sensazione di essere circondati da imponenti foreste e di avere i piedi che affondano nella neve. Ci si muove nella natura con gioia e rispetto, e l’alone dark delle canzoni non è mai minaccioso, ma anzi permette all’ascoltatore di aver coscienza di ciò che si sta facendo nella natura e di comportarsi con riguardo nei confronti degli elementi che ci circondano. Quello di Wolcensmen è un viaggio sì nella natura, ma anche nelle antiche tradizioni e nei luoghi rurali che sempre più difficilmente riusciamo non solo a vivere, ma anche ad immaginare. Le canzoni che compongono il disco sono tutte incantevoli e ognuna ha un colore proprio, anche se l’ipnotica Sunne e la conclusiva Yerninge, per motivi diversi, rimangono più facilmente impresse nella memoria. E forse proprio sulla memoria va a lavorare Songs From The Fyrgen, cercando di risvegliare in noi un sentimento ormai sopito, provando a far riemergere delle necessità ancestrali che nell’era moderna sono andate perdute.

Nel disco sono presenti diversi ospiti: Mark Capp ha inciso parte delle percussioni e il bodhran che compare in un paio di brani (incluso il “traditional” The Mon o’ Micht), Jack Rogers il flauto, Dries Gaerdelen il pianoforte, Raphael Weinroth-Browne il violoncello e Grimrik (Grimrik, Arath, Nazgul, Sviatibor ecc.) ha registrato tutte le parti di sintetizzatore.

Il promo ricevuto dalla Indie Recordings è purtroppo privo del bonus cd e dispiace perché la curiosità a proposito delle nuove canzoni è molta; di sicuro il progetto Wolcensmen grazie alla firma con la storica etichetta norvegese gode di nuova e meritata luce, non resta quindi che attendere il prossimo lavoro (dato che le canzoni di questo disco sono state scritte tra il 2010 e il 2015) e continuare, nel frattempo, a immergersi in un mondo a noi lontano ma che in realtà è più vicino di quanto possiamo immaginare.

Ixia – Katherine

Ixia – Katherine

2018 – EP – Maqueta Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Pamela Ceccarelli: voce

Tracklist: 1. The Story Begins – 2. The Contract – 3. White Lady – 4. Katherine – 5. The New Age – 6. Shadows

Delicata e romantica: se si devono trovare delle parole per descrivere la musica di Katherine, queste sono quelle che rispecchiano le sei tracce del disco. Pamela Ceccarelli, in arte Ixia (nome nato da un personaggio di un gioco di ruolo), inizia a lavorare su questi brani nel 2013 di ritorno dal famoso festival tedesco Wave Gotik Treffen dove è stata ospite sul palco dei Cantus Lunaris. Cinque anni più tardi arriva la pubblicazione di Katherine per Maqueta Records (la stessa etichetta del disco Native Spirit di Ida Elena), primo EP dal sound dolce ma deciso.

Nelle sei tracce che compongono il disco è raccontata una storia d’amore che finisce in tragedia, ma che alla fine (Shadows) porta una luce di speranza. Musicalmente i brani sono leggeri e melodici, quasi pop, con tocchi folk a dir poco deliziosi e mai invadenti, tra pianoforti e archi, con rari ma gustosi interventi della sezione ritmica. I riflettori, come è normale che sia, è sulla voce di Pamela Ceccarelli: soave ed espressiva, la cantante sembra spesso recitare tanto è convincente la sua prova.

Le canzoni sono unite dal filo conduttore dei testi ed è difficile “tirar fuori” una canzone dall’insieme: anche se le tracce sono staccate si ha l’impressione di ascoltare un’unica composizione che non ha momenti di stanca o inutili ripetizioni. Ascoltando Katherine tutto d’un fiato sembra di essere catapultati in un film e di far parte della colonna sonora. La title-track, però, ha un qualcosa in più e non a caso è stata scelta per la realizzazione del bel videoclip che è stato pubblicato poche settimane fa. Nel brano dal vago sapore progressivo sono presenti tra gli altri pianoforte e chitarra, con quest’ultima che si destreggia in brevi assoli dal sapore neoclassico, un elemento che non si ripete nelle altre canzoni e che dona a Katherine un elemento d’interesse in più.

Al termine dell’ultima traccia si ha la voglia di cominciare da capo l’ascolto di Katherine e dispiace che la durata dell’EP sia di soli venti minuti. Questo è un buon punto di partenza per Pamela Ceccarelli: in questo disco ha dimostrato di avere tante idee (testi e musica) e quindi non resta altro che aspettare il prossimo lavoro di Ixia, sperando che sia un full-length.

Wardruna – Skald

Wardruna – Skald

2018 – full-length – ByNorse

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Einar Selvik: voce, taglharpa, corno, kravik lyre

Tracklist: 1. Vardlokk – 2. Skald – 3. Ein Sat Hon Uti – 4. Voluspá (skaldic version) – 5. Fehu (skaldic version) – 6. Vindavla – 7. Ormagardskvedi – 8. Gravbakkien – 9. Sonatorrek – 10. Helvegen (skaldic version)

C’era molta curiosità riguardo al futuro dei Wardruna: una volta esaurita la trilogia sulle rune, cosa avrebbero fatto Einar Selvik e soci? Tanto si è parlato e tanto si è discusso, alla fine quasi a sorpresa esce il quarto disco Skald e il rischio di rimanere a bocca aperta è più che concreto. Skald non è il classico lavoro dei Wardruna: la musica non è cambiata molto in verità, ma dell’approccio “ritualistico” dei tre Runaljod rimane ben poco nei cinquanta minuti del cd. Questo è un disco estremo, difficile da ascoltare e da digerire, in un certo senso anticommerciale anche se, data la notorietà della band e la visibilità che si è meritatamente guadagnata in questi anni, tale definizione può far sorridere. Perché ora i Wardruna sono una macchina da soldi per chiunque abbia a che fare con loro e qui si spiega il perché Skald sia stato pubblicato con il nome Wardruna invece di Einar Selvik, come invece sarebbe stato più logico: troppi soldi in ballo per rinunciare al nome che ha dato vita a un compatto esercito di discepoli per il mondo. Il problema di Skald è tutto qui: il disco sarebbe dovuto uscire con il nome del mastermind norvegese e tutto sarebbe filato liscio come l’olio. D’altra parte si parla di un vero e proprio disco solista, in quanto nelle dieci tracce del lavoro non ci sono i musicisti che sono soliti accompagnare Selvik, tanto meno la talentuosa e imprescindibile Lindy Fay Hella. Chi cercherà i Wardruna in queste tracce troverà Selvik in veste di scaldo (come da titolo), naturale seguito di quanto fatto nell’EP Snake Pit Poetry: tutto è molto minimale, voce e uno strumento.

Minimale e difficile, queste sono le parole che riassumono l’intero Skald. Superato lo shock iniziale (anche positivo) l’ascolto del disco si rivela essere ostico perché non c’è spazio per cambi di ritmo o melodie tetre e avvolgenti. Voce e uno strumento alla volta, tutto molto spartano e controcorrente in un mercato dove il pubblico sembra scegliere l’aspetto alla sostanza. La scelta di Einar Selvik ricorda quella di Eddie Vedder, voce dei Pearl Jam che, dopo il successo della colonna sonora del film Into The Wild ha pubblicato un album solista anticommerciale (ma bellissimo) come Ukulele Songs, ovvero un disco nel quale c’è spazio solo per la sua voce e l’ukulele, strumento che ama profondamente. Pur in termini di notorietà e vendite assai differenti, le due storie si assomigliano e se Vedder ha giustamente pubblicato Ukulele Songs in veste solista, lo stesso avrebbe dovuto fare Selvik per Skald. Perché in questo album, tolte due rivisitazione di Helvegen e Fehu, c’è ben poco dei Wardruna.

Sapendo a cosa si va incontro, nell’ambiente giusto e con la necessaria curiosità, Skald sa regalare intense emozioni. L’ascolto migliore è forse quello delle piccole dosi, un paio di canzoni alla volta. Tutto d’un fiato è un disco quasi noioso e con la pecca dei sedici interminabili minuti di Sonatorrek, per fortuna posta quasi in chiusura. Le canzoni, tolta l’appena citata, sono interessanti e riescono a creare un alone magico e mistico, quasi uno scheletro che poi potrebbe essere rielaborato e portato a nuova vita dai musicisti dei Wardruna. Prese singolarmente le canzoni sono piccole gemme, Selvik canta con il cuore e più di una volta si hanno i brividi dall’emozione e anche le versioni “skaldic” dei tre brani dei Wardruna suonano convincenti nella nuova veste.

Bello se preso per il verso giusto, noioso se ci si aspetta il classico lavoro dei Wardruna. Sicuramente Selvik è riuscito anche con Skald a far parlare della sua band, ma da un nome del genere ci si aspetta di più: di dieci canzoni tre sono rielaborazioni tratte dai vecchi lavori, Ormagardskvedi è una nuova versione di Snake Pit Poetry e solamente sei sono i pezzi nuovi. Pur con dei momenti meno brillanti e un po’ raffazzonato, Skald non riesce a non piacere anche se i fasti dei tre Runaljod sono molto distanti.

Live Report: Alestorm e Skálmöld a Roma

ALESTORM + SKÁLMÖLD

1 dicembre 2018, Orion Club, Ciampino, Roma

Due tra i gruppi folk/viking metal più amati dal pubblico folk/viking metal sbarcano in Italia per ben quattro concerti e la seconda tappa nello stivale è all’Orion di Ciampino, Roma. Alestorm e Skálmöld sono band che in questi anni hanno raccolto sempre più consensi a suon di dischi ben fatti e convincenti (e coinvolgenti) show. Inoltre l’accoppiata pirati/vichinghi, con buona pace di Chris Bowes che spesso ha giocato su questo dualismo, si rivela sempre vincente e il buon numero di spettatori in una piazza non particolarmente calda per questo genere lo dimostra.

Ad aprire la serata ci sono i romani Sailing To Nowhere, ma l’arrivo al locale è giusto in tempo per l’intro degli Skálmöld, che si lanciano senza freni con la fragorosa Árás, canzone tratta dall’eccellente debutto Baldur. La band suona compatta, i suoni in posizione centrale sono buoni e il pubblico risponde con crescente calore alle incitazioni di Björgvin Sigurðsson e soci. L’ora a disposizione degli islandesi passa velocemente con le canzoni tratte da tutti gli album finora pubblicati: le tipiche tre chitarre s’intrecciano con eleganza e i cori a più voci (con la novità di Helga Ragnarsdóttir alle tastiere in sostituzione di Gunnar Ben per questo tour) che sono da sempre marchio di fabbrica del gruppo di Reykjavík, vengono esaltati nelle varie Narfi, Að Vetri e Niðavellir. Dal nuovo disco vengono suonate Sverðið e Móri, ma è un peccato non aver potuto ascoltare Mara, forse la traccia migliore di Sorgir. Con la classica (ed epica!) Kvaðning gli Skálmöld lasciano il palco tra i meritati applausi prima del consueto bagno di folla per foto e autografi al banchetto del merchandise.

Scaletta Skálmöld: 1. Árás – 2. Gleipnir – 3. Sverðið – 4. Múspell – 5. Niflheimur – 6. Narfi – 7. Móri – 8. Niðavellir – 9. Að Vetri – 10- Kvaðning

L’intro trash dà inizio al concerto degli Alestorm, al ritorno a Roma dopo molti anni di assenza. Il pubblico è partecipe fin dai primi istanti anche perché iniziare lo show con Keelhauled vuol dire fare le cose seriamente fin dai minuti iniziali. Il mattatore della serata è chiaramente il frontman Christopher Bowes, leader indiscusso della band e autore di un’infinita quantità di scenette sul palco e con gli spettatori delle prime file. Versi assurdi, smorfie da terza elementare, furti di birre e improbabili posizioni sono solo alcune delle armi a disposizione di Bowes, autore comunque di una prova vocale più che discreta; il resto della band svolge il lavoro in maniera precisa e senza particolari eccessi. La scaletta è un party greatest hits e così vengono riproposti i singoli di successo degli scozzesi come Mexico e Nancy The Tavern Wench, Drink e Shipwrecked, con la cover Hangover che vede al microfono un ospite australiano che si presenta scolando due birre Ceres in contemporanea: tutto molto Alestorm! Il concerto è lungo il giusto, 80 minuti per diciotto brani – senza momenti morti o noiosi – è quel che ci si aspetta da una band come gli Alestorm e difficilmente qualcuno potrà lamentarsi per una canzone mancante. Il finale è riservato a due pezzi da novanta come Wolves Of The Sea e Fucked With An Anchor, canzone arricchita da un’infinità di diti medi alzati tra band e pubblico. Grandi sorrisi a fine concerto, le luci si accendono e scatta la caccia all’autografo con i musicisti, Bowes in particolare, ma è il cantante/tastierista in primis a uscire tra il pubblico per continuare i siparietti iniziati sul palcoscenico.

Scaletta Alestorm: 1. Keelhauled – 2. Alestorm – 3. Magnetic North – 4. Mexico – 5. Over The Seas – 6. The Sunk’n Norwegian – 7. No Grave But The Sea – 8. Nancy The Tavern Wench – 9. Rumpelkombo – 10. 1741 (The Battle Of Cartagena) – 11. Hangover (Taio Cruz cover) – 12. Pegled Potion – 13. Bar Und Imbiss – 14. Captain Morgan’s Revenge – 15. Shipwrecked – 16. Drink – 17. Wolves Of The Sea (Pirates Of The Sea cover) – 18. Fucked With An Anchor

Note di colore: la prima è sicuramente la grande papera gialla che troneggia a centro palco, regina indiscussa della serata e negli ultimi anni eletta a immagine degli Alestorm, anche se poi i bonus disc li fanno con i cani. Christipher Bowes ha una mise alquanto improbabile ed è anche per questo che gli si vuole tanto bene. L’ultima volta che vidi gli Alestorm (Bologna 2011) aveva degli accecanti pantaloni color giallo fluo, questa volta ha una graziosa cannottiera con un delfino gay, il kilt marchiato Alestorm – da vero scozzese! – e una sorta di sandali color blu. A proposito di piedi, Baldur Ragnarsson degli Skálmöld ha sempre suonato a piedi scalzi, ma ultimamente la cosa ha preso piede (scusate il gioco di parole!) tra gli altri membri del gruppo e così anche il bassista Snæbjörn Ragnarsson e la tastierista Helga Ragnarsdóttir hanno suonato l’intero concerto scalzi. Tra l’altro, i tre musicisti sono fratelli, sarà una coincidenza l’aver suonato tutti a piedi nudi? Infine, meritano una citazione tutti i pirati che hanno arricchito la serata con cappelli da filibustieri, bandane con teschi e sosia più o meno credibili di Jack Sparrow.

Quella dell’Orion è stata una serata intensa e divertente, con i gruppi che si sono espressi ai massimi livelli e la buona risposta di pubblico che, ci auguriamo, possa indurre i promoter a organizzare nuovi e validi concerti folk metal nella capitale.