Intervista: Lex Talion

Il folk metal è un linguaggio universale, parlato in ogni continente: oggi gli argentini Lex Talion hanno la possibilità di raccontarsi e incuriosire voi lettori. Freschi autori del secondo full-length dal titolo Sons Of Chaos, ci hanno spiegato cosa hanno fatto nei sei anni successivi al debutto Funeral In The Forest, ma anche della scelta di coverizzare i Manowar e tanto altro. Come sempre, buona lettura! 

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Vi ho scoperto anni fa quando uscì il debutto Funeral In The Forest nel 2012. Ci sono voluto ben sei anni per pubblicare il successore Sons Of Chaos: cosa è successo nel mezzo?

Sono accadute molte cose e queste sarebbero molto lunghe da spiegare. Principalmente, c’è stato un lungo processo di riunione di membri della band, prove e presentazione dei nostri lavori live. Sapevamo che era un lavoro necessario per crescere come band. Quindi, il fatto che il metal in Argentina sia estremamente impopolare rende tutto estremamente difficile per gli artisti. Avevamo da svolgere diversi lavori (registrare, mix, master, definire l’artwork e la presentazione, i nostri vestiti e la nostra immagine nel complesso, la produzione fotografica, il video editing ecc.). Facciamo tutto da soli. Non è come scrivere un mucchio di canzoni, andare in studio e registrarle. Abbiamo bisogno di fare il lavoro di molte persone allo stesso tempo.

Nella seconda parte del 2017 avete pubblicato l’EP Nightwing: un modo per dire “siamo vivi e presto torneremo con il nuovo disco?”

Ovviamente, questo è quello s cui servono queste release. Vogliamo mostrare alle persone su cosa abbiamo lavorato. Il resto delle canzoni era già pronto, ma l’album completo ha preso un po’ più di tempo perché volevamo dargli il trattamento che si meritava. Non c’è bisogno di accelerare le cose perché non siamo sotto a nessun “obbligo contrattuale” per rilasciare un album.

Di Nightwing mi ha sorpreso la cover dei Manowar Battle Hymn: come mai la scelta è caduta sulla band di Joey DiMaio?

È una canzone molto forte, sostanzialmente è un riferimento diretto al fatto che il metal classico ha contribuito enormemente (a creare) questo sottogenere. Indipendentemente dalle opinioni che la gente può avere sui Manowar, loro sono un’influenza indiscutibile nel mondo del metal in generale, ma molto di più nel viking metal, che non sarebbe stato concepito senza la loro influenza. In più, l’album che stavamo concependo era molto più “bellico” del precedente, quindi questa canzone era un buon collegamento a quello che stava per uscire, e senza dubbio è un momento molto divertente da suonare ai live, per noi e per il pubblico.

Rispetto a Funeral In The Forest il nuovo Sons Of Chaos è più oscuro e privo di quei richiami scottish che ogni tanto facevano capolino nel debutto. Come mai questi cambiamenti?

La musica che scriviamo è segnata dall’esperienza che abbiamo fatto fino a quel momento, il che da solo spiega perché il secondo album sia più oscuro e aggressivo del primo. In più abbiamo percepito che fosse la progressione naturale nel sound della band, e in qualche modo il risultato dell’aggiunta dei nuovi membri della band. Inoltre, non ci piace ripeterci. Crediamo che la musica sia un viaggio in cui devi esplorare nuove strade e ci sono talmente tante cose che puoi fare che sarebbe inutile continuare a fare le stesse cose.

Musicalmente domina il mid-tempo: è la forma che prediligete per esprimervi?

Come dicevamo prima, stiamo esplorando e forgiando la nostra identità come band. Le canzoni di solito vengono fuori naturalmente, non ci pensiamo molto su quante canzoni lente, con mid-tempo o veloci abbiamo nell’album, altrimenti saremmo costretti a forzare le cose in una forma che appaia in un certo modo per il mercato e non per cosa noi vogliamo fare o sentiamo. D’altra parte, i mid-tempo ci permettono l’aggiungere dei dettagli e degli elementi ambient che altrimenti non verrebbero notati.

Ho letto che i testi trattano di mitologia scandinava, paganesimo e protesta sociale: potete entrare più nello specifico e dire qualcosa della protesta sociale?

All’inizio (prima di Funeral In The Forest) c’erano molti argomenti che non furono inclusi in quel primo album: povertà, carestia, giustizia sociale. L’idea restante era The Kingdom Of The Forgotten, che è una canzone che parla di un sovrano che tiene i suoi sudditi in povertà e invece di dargli da mangiare preferisce continuare ad investire in armi e in forze militari, che è anche un problema molto contemporaneo. Inoltre, la nostra musica è fortemente collegata alla musica folk, che è stata concepita come un metodo per esprimere la realtà delle persone. Un altro esempio è Mirrors, che non parla di schizofrenia o di magia, ma della vita sistematica, di essere super adeguati, di diventare ciechi davanti alla realtà. Il personaggio diventa consapevole che la sua vita è stata una mera proiezione degli altri, che è una malattia sociale seria molto presente oggigiorno, qualcosa che ci aliena completamente dalle nostre capacità, ci rende individualisti, egoisti e che distorce completamente il collettivismo, trasformandolo nella proiezione sociale di come “ci vogliono loro”. Considerando che tutti i membri hanno ideologie e credi diversi, questi elementi sono sempre presenti nella nostra musica, ed è qualcosa su cui siamo tutti d’accordo.

Di cosa tratta In The Haar? In sede di recensione l’ho definita “mistica”, cosa ne pensate? Come è nata la canzone?

“Mistico” potrebbe essere una buona parola per definirlo. Abbiamo una prospettiva particolare sui nostri testi, il nostro obiettivo è che il significato generale della canzone dovrebbe essere completato dall’ascoltatore. Una canzone può avere diversi significati per diverse persone e questo è fantastico, è un modo per mettere il lettore o l’ascoltatore nella condizione di pensare e analizzare e – durante tutto il processo – di fare propria quella canzone. D’altra parte, la canzone fu concepita da un riff di chitarra veramente semplice che evoca l’immagine del navigare (magari alla deriva), ma in una maniera melanconica. “Haar” è un’antica espressione che significa “foschia”. Da una prospettiva letterale, rappresenta un gruppo di guerrieri che navigano attraverso i mari in modo da combattere e conquistare, ma si ritrovano circondati da una fitta nebbia e non possono vedere dove stanno facendo rotta, questa nebbia diventa il vero “nemico” che devono sconfiggere. Da un punto di vista poetico, beh, a volte ci troviamo in certe situazioni nelle quali non possiamo vedere chiaramente una via d’uscita, che cammino scegliere, che decisione prendere in modo tale da raggiungere i nostri obiettivi, ed è qui che appaiono gli elementi “mistici”, il senso dell’errare continuamente, il bisogno di squarciare il velo… o può significare qualunque cosa tu voglia 😉.

La copertina è molto intensa e ben fatta. Ha un legame con i testi e perché ci sono delle rune?

Fortunatamente abbiamo trovato un artista in grado di tradurre l’idea che avevamo originariamente (in copertina, nda). Crediamo che sia un concetto semplice, ma pieno di significato. Il personaggio a quattro teste rappresenta l’unione di noi quattro. Le rune sono l’aspetto più interessante, se le leggi in ordine alfabetico formano la parola “CAOS”, ma ognuna di esse ha un significato unico che crea un circolo da qualcosa di veramente positivo a qualcosa di veramente negativo, che è collegato all’antico concetto nordico della vita che è in un cerchio e che tutte le cose devono morire per dare nuova vita.

La produzione è davvero buona e il fatto che tutte le fasi in studio siano state fatte “in casa” la rende ancora più sorprendente, complimenti!

Il processo di scrittura, registrazione, mixaggio e produzione è estremamente tedioso, prende innumerevoli ore di lavoro, notti insonni, cercando di trovare il suono migliore. Ma avevamo uno scopo in mente e – vista la nostra situazione attuale – pensiamo di averlo raggiunto. Le cose diventano difficili quando non hai un grande budget, ma questa è una delle ragioni per cui c’è un così lungo intervallo tra gli album. Sapevamo di voler mostrare un miglioramento e ci siamo presi il tempo necessario per decidere se eravamo a quel punto.

Il disco è uscito come autoprodotto e unicamente in formato digitale. Non ci sono state etichette interessate o che vi hanno proposto un buon contratto? Non pensate che non pubblicando il disco in formato fisico possiate “tenere lontani” i collezionisti e le persone che continuano ad amare il formato cd?

Considerando l’ammontare di cose che abbiamo fatto, non siamo ancora in contatto con nessuna label, ma vogliamo definitivamente che ci sia una copia fisica dell’album. Proprio ora stiamo analizzando a quale label consegnare il frutto dei nostri sforzi. E ci aspettiamo che questo progetto prenda vita in un futuro non molto distante.

Com’è la scena folk metal argentina? Siete in contatto e suonate insieme agli altri gruppi?

È una scena che ha degli ottimi esponenti. Non ci sono molte band così in relazione con questo sotto genere, quindi di solito finiamo per condividere il palco e andiamo d’accordo gli uni con gli altri in maniera eccellente, ci sono molte buone vibrazioni e crediamo che sia essenziale affinché questo genere cresca in maniera più solida.

State già lavorando alle nuove canzoni o bisognerà aspettare altri sei anni per il prossimo disco? ( 🙂 )

Stiamo già lavorando su del nuovo materiale e pensiamo che avendo raccolto tanta esperienza abbrevierà il processo di registrazione e mixaggio. Quindi no… Non ci vorranno altri sei anni ahahah.

Vi ringrazio per l’intervista, chiudete come preferite!

Prima di tutto, vogliamo ringraziarti per l’intervista. Siamo molto felici di aver avuto questo spazio. È molto gratificante che ci siano persone lì fuori che valutano e tengono in conto lo sforzo titanico che abbiamo fatto per raggiungere i nostri obiettivi. Siamo tutti musicisti che tentano di esprimere loro stessi e avere l’opportunità di essere ascoltati e letti è assolutamente fantastica. Grazie per il tuo interesse in noi. E speriamo che alle persone piaccia almeno quanto a noi. Salute! 

Lex Talion live 2018

ENGLISH VERSION:

I’ve discovered you when the debut Funeral In The Forest came out in 2012. It took six years to publish the successive Sons Of Chaos: what happened in the middle?

So many things have happened that it would take too long to go through all of them. Mostly, there was a long process of gathering band members, rehearsing and presenting our work live. We knew that it was a necessary step into growing as a band. Then, the fact that Metal music in Argentina is extremely unpopular makes it very difficult for artists. We have to fulfill many tasks (recording, mixing, mastering, producing, defining the artwork and visual presentation, our clothing and overall image, photographic production, video editing, etc). We do everything by ourselves. it’s not just like writing a bunch of songs, going to the studio and recording them. We need to do the work of many different people at the same time.

In the second half of 2017 you’ve published the EP Nightwing: it’s a way to say “we are alive and we’ll back soon with a new album?”

Of course, that’s what these kinds of releases are for. We wanted to show people what we had been working on. The rest of the songs were already pretty much completed but the full album took a while longer because we wanted to give it the treatment it deserved. There is no point in rushing things since we are not under any “contractual obligations” to release an album.

In Nightwing the cover of Manowar’s Battle Hymn surprised me: why you choose Joey Di Maio’s band?

It’s a very strong song, basically it’s a direct reference to the fact that classic Metal has contributed enormously to this subgenre. Beyond any opinions people may have on Manowar, they are an indisputable musical influence within the world of Metal in general, but even more so within Viking Metal, which cannot be conceived without their influence. In addition, the album we were conceiving was way more “warlike” than the previous one, so this song was a good link to what was coming, and without a doubt it was a very enjoyable moment to play it live, for us and the audience.

Compared to Funeral In The Forest the new Sons Of Chaos is more obscure and there is a lacking of scottish reference that sometimes was in the debut album. Why all this changes?

The music we write is marked with the experiences we go through in that given moment, that alone explains why the second album is more aggressive and obscure than the first. Furthermore, We felt it was the natural progression to the band’s sound, and somehow the result of the incorporation of the new band members. Besides, we did not want to repeat ourselves. We believe that music is a journey in which you need to explore new ways and there is so much you can do that it would make no sense to keep doing the same things over and over again.

Musically the mid-tempo prevails: is that the form that you prefer to express yourself?

As we mentioned before, we are exploring and forging our identity as a band. Songs usually come out naturally, we don’t give much thought on how many slow, mid-tempo or fast songs we’ll have in the album, otherwise we would be led to force things into a shape to appeal a certain market and not to what we really want to do or feel as doing. On the other hand, mid-tempo allows the addition of details and ambient elements that otherwise would go unnoticed.

I’ve read that your lyrics talks about scandinavian mythology, paganism and social protest: can you be more specific and say something about the social protest?

At first (before Funeral In The Forest), there were many topics which did not become included on that first album: poverty, famine, social justice. The remaining idea was The Kingdom Of The Forgotten, which is a song that speaks about a sovereign who keeps his people poor and instead of feeding them he prefers to continue investing in weapons and military forces, which is a very contemporary issue beyond the scenario in which it is set out. Besides, our music is strongly related to that of folk music, which was conceived as a way to express the reality of the people. Another example is Mirrors, which does not talk about schizophrenia or magic but about systematic life, following the rules of society, to be over-adapted, to become blind to reality. The character becomes aware that his life has been a mere projection of others, which is a serious social illness very present nowadays, something that alienates us completely from our capabilities, makes us individualistic, selfish and which completely distorts collectivism, transforming it into a social projection of what “they want us to be”. Considering the fact that all the band members have different ideologies or beliefs, these elements are always present in our music, and it’s something we all agree on.

What is Into The Haar about? In the review I’ve defined “mystical”, what do you think about it? How was the song born?

“Mystical” might be a good way to define it. We have a particular perspective about our lyrics, our aim is that the overall meaning of a song should be completed by the perceiver. One song can have different meanings to different people and that is great, it’s a way to put the reader or the listener into thinking and analyzing and -in the process- making that song part of themselves. On the other hand, the song was conceived from a very simple guitar riff that evoked the image of being sailing (perhaps adrift) but in a very melancholic way. “Haar” is a very old expression that means “mist”. From a literal perspective, it depicts a group of warriors sailing towards land in order to fight and conquer but they find themselves surrounded by a thick mist and they cannot see where they are heading, this fog being the main “enemy” they must defeat. From a poetical point of view, well, we sometimes find ourselves in certain situations in which we cannot see clearly a way out, what path to take, what decisions to make in order to accomplish our goals, there’s where the “mystical” element appears, the sense of wander, the need to rip the veil off… or it can mean whatever you want it to mean 😉

The cover art is very interesting and well done. Did it have a connection with the lyrics and why there are some runes?

Thankfully we found an artist who could translate the idea we had originally. We believe it’s a simple but meaningful concept. The four-headed character represents the union of the four of us. The runes are the most interesting aspect, if you read them alphabetically they form the word “CHAOS”, but each of them have a unique meaning that creates a circle from something really positive to something really negative, which is related to the old norse concept of life being a cycle and that all things must die to give way to new life.

The production is very good and the fact that all the studio phase were all homemade made it more surprising, congratulations! Tell us something about how did you work in studio.

The process of writing, recording, mixing and producing is extremely tedious, it took countless hours of work, sleepless nights, trying to find the best sound. But we had a goal in mind and -given our present situation- we think we have accomplished it. Things become very difficult when you don’t have a large budget but that’s one of the reasons why there was such a long gap between both albums. We knew we wanted to show an improvement and we took the necessary time to decide if we were at that point.

The album came out as self-published and only in digital format. Wasn’t there any interested labels or that offered a good contract to you? Don’t you think that not publishing an album in the physical copy can “keep away” the collectors and the people who still loves the physical copy?

Considering the amount of things we have done, we haven’t yet got in touch with any labels, but we definitely want there to be a physical edition of the album. Right now we are analyzing which label we would deposit the fruit of our effort to. And we expect this project comes to life in a not-too-distant future.

How is the folk metal scene in Argentina? Are you in contact and play with the other bands?

It is a scene that has excellent exponents. There aren’t many bands so far related to this subgenre, so we usually end up sharing the stage and we get along excellently with one another, there’s a lot of good vibes and we believe that is essential for this movement to keep growing healthily.

Are you already working on new songs or we have to wait for six years again? (it’s a joke 🙂 )

We are already working on new material and we think that having gathered so much experience will shorten the recording and mixing process So, no… it won’t take six years again hahaha.

I want to thank you for this interview, close it as you want!

First of all, we want to thank you very much for the interview. We are very happy to be given this space. It is very rewarding that there are people out there who value and take into account the titanic effort we have made so far to achieve our goals. We are all music workers who try to express themselves and being given the opportunity to be heard and read is absolutely fantastic. Thank you for your interest in us. And we hope people enjoy this as much as we do. Cheers!

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Lex Talion – Sons Of Chaos

Lex Talion – Sons Of Chaos

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Ramiro J. Pellizzari: voce, chitarra – Federico Vogliolo: voce, chitarra – Manuel Luna: basso – Lautaro Rueda: batteria

Tracklist: 1. Father – 2. Into The Haar – 3. Chaos Path (Overture) – 4. Sons Of Chaos – 5. Arise – 6. Nightwing – 7. Flesh Of Gods – 8. Thunders Over The Fields – 9. The Circle – 10. King Of Death – 11. The Great Divide

Gli argentini Lex Talion, dopo ben cinque anni di silenzio, sono tornati a farsi sentire nel 2017 con un EP utile soprattutto per affermare la buona salute del gruppo, prima di incidere il secondo full-length in carriera dal titolo Sons Of Chaos. Tempo a disposizione per lavorare alle nuove canzoni ce n’è stato in abbondanza e i progressi fatti dal debutto Funeral In The Forest sono piuttosto evidenti: pur continuando a suonare un folk metal con doppia voce pulito/growl ricco di numerose influenze, il sound della band capitanata da Ramiro J. Pellizzari (il quale ha fondato i Lex Talion nel 2010 come progetto personale) è ora maturo e ben bilanciato, rendendo l’album convincente anche dopo svariati ascolti.

Sons Of Chaos dura trentanove minuti ed è composto da dieci canzoni più un breve intermezzo di pochi secondi. I brani sono tutti di media-breve durata con un solo caso che scavalla i cinque giri di lancette e l’ossatura dei pezzi è lineare e diretta, con l’eccezione della “mistica” Into The Haar. L’intero lavoro di registrazione, mixaggio e mastering è avvenuto in completa autonomia e il risultato è davvero buono in quanto i suoni sono corposi e reali e l’equilibrio tra i vari strumenti è giusto: raramente una completa autoproduzione riesce a suonare in questa maniera professionale.

L’iniziale Father è una delle composizioni migliori del disco. Mid-tempo ricco di cori epici e gustosi riff di chitarra sono i punti di forza dell’intero disco assieme all’intelligente utilizzo dei due stili vocali (clean e virile quello di Federico Vogliolo, growl e feroce quello di Pellizzari). Flesh Of Gods, nella sua forse eccessiva brevità (2:27!) porta una ventata di aggressività e buona velocità in un platter che tende prepotentemente ai tempi medi, mentre con The Circle la band di La Plata confeziona un brano che unisce con gusto epic/power e soluzione più aggressive fermo restando il ruolo della chitarra, sempre in primo piano. Stesso discorso per l’ottima King Of Death, composizione nella quale tastiere e orchestrazioni (realizzate dall’ospite Daniela S. Martinez) riescono a conferire una solennità sconosciuta alle precedenti canzoni.

Con Sons Of Chaos i Lex Talion sono riusciti a dare un’impronta personale alla musica proseguendo quanto iniziato con Funeral In The Forest, puntando molto sull’impatto a scapito – purtroppo? – di quell’alone scottish che rendeva una canzone come Mirrors(ma non solo lei sola) particolarmente intrigante. Sons Of Chaos è un lavoro dalle tinte oscure che si concede poche parentesi luminose, ma quando ciò accade la musica ne beneficia non poco. I Lex Talion hanno trovato una propria strada e continuando a lavorare potranno portare la propria proposta a un livello superiore in quanto le potenzialità ci sono tutte. Nel frattempo chi ha desiderio di muscoloso extreme folk metal con richiami epic/power ha di che gioire.

Tersivel – Worship Of The Gods

Térsivel  Worship Of The Gods

2017  full-length  autoprodotto

VOTO: 8  recensore: Mr. Folk

Formazione: Lian Gerbino: voce, chitarra – Camilo Torrado: basso – Andrés Gualco: batteria – Franco Robert: tastiera, fisarmonica

Tracklist: 1. Deorum Statui Cultum – 2. Argentoratum – 3. This Day With Pride – 4. Live To Fight – 5. Hymn To King Helios – 6. Eleusinian Mysteries 354 AD – 7. Satyrs Wine – 8. Dignitas – 9. Proserpina – 10. Bacchus – 11. Walls Of Ctesiphon – 12. Vicisti Galilaee

La scena folk metal argentina è più viva e interessante che mai. Negli ultimi anni sono nati gruppi in grado di sfornare EP e dischi professionali e piacevoli, ma sicuramente i nomi più noti (anche per via dei tour nel vecchio continente) sono quelli di Skiltron e Triddana. Il terzo nome da fare è assolutamente quello dei Térsivel, act guidato dal cantante/chitarrista Lian Gerbino in attività dal 2004 e che, dopo una manciata di release minori, ha debuttato su lunga distanza nel 2011 con il cd For One Pagan Brotherhood. Cos’è successo in questi anni? La line-up della band di Buenos Aires è stata rivoluzionata, ma c’è stato anche un lungo momento che ha fatto pensare a un possibile scioglimento dei Térsivel. Ma le cose hanno ripreso a funzionare e dopo un duro lavoro in sala prove l’armata di Gerbino è tornata con un concept album ispirato a Flavio Claudio Giuliano, imperatore romano del IV secolo, detto “l’apostata” in quanto pagano in un mondo ormai colonizzato dal cristianesimo. Come nel caso degli Ex Deo, gruppi provenienti dall’altra parte del mondo s’interessano della ricchissima storia romana/italiana, mentre le formazioni tricolori, esclusi rari casi, hanno quasi paura di farlo. Un legame tra i Térsivel e il Belpaese comunque c’è: i nonni di Gerbino sono siciliani che sul finire degli anni ’40 sono emigrati in Argentina.

Si diceva del tanto tempo passato in sala prove: tra il debutto For One Pagan Brotherhood e questo Worship Of The Gods c’è un abisso di qualità. La band suona compatta e sa perfettamente cosa deve fare per rendere al meglio, le canzoni sono sempre accattivanti e non mancano dei momenti di grande epicità. Il folk metal dei Térsivel è di stampo “moderno”, potente e a metà strada tra il metal estremo e quello classico; in tutto questo la tastiera di Franco Robert ricopre un ruolo fondamentale, basta ascoltare l’iniziale Argentoratum per rendersene conto. Il cantato è solitamente pulito ma non disdegna incursioni nel growl nelle canzoni più aggressive, mentre le chitarre solitamente “accompagnano” la canzone senza particolari picchi, giocando di squadra. Il sound è maturo e personale (anche se ogni tanto compare qualche riferimento ai Turisas di The Varangian Way), e c’è da rimarcare il buon lavoro svolto in fase di registrazione e produzione: i suoni potenti e compatti, gli strumenti ben bilanciati e la resa audio è di primo livello.

Argentoratum è un brano di grande impatto e molto vario musicalmente, così come lo è Live To Fight, sette minuti durante i quali la band argentina tira fuori il meglio a propria disposizione con una naturalezza disarmante: parti power e rallentamenti vicini al death metal si alternano a una struttura “canzone” dal ritornello melodico e orecchiabile. Hymn To King Helios sorprende per la parte incredibilmente melodica delle strofe che si scontra con il growl e le chitarre sature del bridge, ma ad incantare è la linea di tastiera che sembra essere totalmente estranea alla canzone ma che in realtà l’arricchisce e la rende imprevedibile. La soft Satyrs Wine è ricca di chitarre acustiche e fisarmoniche e l’atmosfera è quasi rilassata, in completa opposizione con la successiva Dignitas, dal piglio battagliero e caratterizzata da momenti death metal. Infine va citata la bellissima Vicisti Galilaee, composizione di dodici minuti durante i quali il songwriting gei Térsivel raggiunge probabilmente l’apice per creatività ed efficacia. Tra riff iper rallentati con growl demoniaci e orchestrazioni intriganti la spunta il ritornello cantato con voce pulita, prima del toccante finale affidato al pianoforte che porta a conclusione in maniera teatrale un disco veramente bello.

Don’t cry for me, I will return
When everything’s gone, I’ll answer
When the Pagan Empire remembers my name

Worship Of The Gods è un album ben fatto in grado di fare la gioia degli amanti dell’extreme folk metal. I Térsivel, dopo un periodo difficile, non solo tornano con un nuovo lavoro, ma lo fanno con un cd di elevata qualità. A tutto questo bisogna aggiungere un concept fresco e ben sviluppato, ed ecco che Worship Of The Gods può essere considerato uno dei migliori lavori dell’anno appena passato.

Triddana – Twelve Acoustic Pieces

Triddana – Twelve Acoustic Pieces

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Juan José Fornés: voce, chitarra, tastiera – Diego Rodrigues: basso – Pablo Allen: cornamusa, whistle

Tracklist: 1. Becoming – 2. When The Enemy’s Close – 3. Spoke The Firefly – 4. Gone With The River – 5. Flames At Twilight – 6. Echo Through The Days – 7. The Wicked Wheel – 8. Born In The Dark Age – 9. Galloping Shadows – 10. Shouting Aloud – 11. Everlasting Lie – 12. Men Of Clay – 13. Who Wants To Live Forever (Queen cover)

Quella dei Triddana è storia nota per chi ascolta regolarmente folk metal, ma è bene ricordare le origini della band argentina prima di proseguire. Il gruppo nasce nei primi mesi del 2011 dopo il brutto split dagli Skiltron, quando ben quattro musicisti abbandonano il gruppo dando vita ai Triddana. Ne è seguito un duello a distanza fatto di album folk metal (due a testa) sempre belli e convincenti. Twelve Acoustic Pieces è, invece, una sorpresa: un disco acustico dopo appena due cd è un tantino rischioso, anche se la band ha deciso di rendere questa uscita disponibile solamente in versione digitale (forse proprio perché conscia del poco mercato?): peccato.

Il pericolo di lavori come questo è quello di trovarsi ad ascoltare brani acustici di canzoni metal semplicemente suonate con la chitarra acustica o elettrica senza distorsori vari. Ben altra cosa è invece quando la band si mette d’impegno e ri-arrangia, almeno in parte, le composizioni, adattandole di conseguenza alle diverse sonorità acustiche e impreziosendo determinati momenti a seconda del gusto di chi suona: Twelve Acoustic Pieces fortunatamente fa parte della seconda tipologia di lavori acustici. I Triddana sono stati molto bravi a lavorare sulle singole composizioni e a farle suonare sempre fresche e dinamiche, cosa assolutamente non scontata.

Le canzoni sono equamente prese (6 e 6) dai due dischi Ripe For Rebellion del 2012 e The Power & The Will (2015), più un’inedita cover dei Queen. Ad aprire le danze ci pensa l’ottima Becoming, semplicemente uno dei brani migliori scritti dai Triddana e che continua a convincere anche con la nuova veste acustica. Un altro pezzo davvero ben riuscito è When The Enemy’s Close: l’anima rock della band si sente anche senza distorsioni e i cori da stadio suonano bene in questo contesto più soft. Il gruppo di Buenos Aires se la cava alla grande anche con le composizioni più delicate e intime, come nel caso di Spoke The Firefly, lento che tocca il cuore di ogni ascoltatore. In Twelve Acoustic Pieces c’è spazio anche per le (forti) influenze irish folk: Flames At Twilight e Galloping Shadows sono l’esempio più lampante, ma in quasi tutte le canzoni c’è spazio per melodie e sonorità accostabili alla verde Irlanda (l’inizio di The Wicked Wheel, per fare un altro titolo). Tra momenti divertenti e spensierati (Gone With The River) ed altri più meditativi (Everlasting Lie), ma sempre con cornamuse e flauti di Pablo Allen in grande evidenza, si arriva alla conclusione del disco con Who Wants To Live Forever, grandissima canzone dei Queen e chiaramente legata al film Highlander, pellicola di culto degli anni ’80. L’interpretazione dei Triddana è assolutamente degna di nota e il singer Juan José Fornés non sfigura al cospetto di uno dei migliori cantanti della storia, sua maestà Freddy Mercury.

Necessità artistica o sfizio dei musicisti, poco cambia: Twelve Acoustic Pieces è un full-length valido e affascinante, realizzato molto bene e che merita di trovare posto nella collezione di quelle persone vicine alle sonorità folk/irish rock. In attesa del prossimo cd “folk metal” non rimane che sperare nella pubblicazione di Twelve Acoustic Pieces in versione fisica.

Skiltron – Legacy Of Blood

Skiltron – Legacy Of Blood

2016 – full-length – Trollzorn Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Martin McManus: voce – Emilio Souto: chitarra, mandolino, bouzouki – Ignacio Lopez: basso – Matias Pena: batteria – Pereg Ar Bagol: cornamusa, tin whistle

Tracklist: 1. Highland Blood – 2. Hate Of My Life – 3. Commited To The Call – 4. Sailing Under False Flags – 
5. The Taste Of Victory – 6. Rise From Any Grave 
- 7. Sawney Bean Clan 
- 8. All Men Die – 9. I ́m Coming Home (bonus track)

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Gli argentini Skiltron arrivano al traguardo del quinto disco con il nuovo Legacy Of Blood e lo fanno nella migliore maniera possibile, realizzando un cd tosto e accattivante, privo di filler e in grado di sfidare a testa alta le potenze del folk metal europeo. Per fare questo, però, Emilio Souto, chitarrista e leader della formazione originaria di Buenos Aires, doveva innanzi tutto sistemare il tassello cantante. Dopo un paio di anni come session per i concerti, l’ingresso del bravo Martin McManus ha dato stabilità e sicurezza all’intera band, che non a caso ha poi prodotto un disco veramente ispirato e valido sotto tutti gli aspetti.

Legacy Of Blood è il degno successore di Into The Battleground (2013), full-length nato dopo lo split con ben quattro elementi della line-up (che in seguito hanno dato vito ai Triddana) realizzato con l’aiuto di ben quattro cantanti differenti. Musicalmente si parla sempre di un folk/power metal diretto e potente, caratterizzato dalla bella voce clean di McManus (che ha partecipato nel 2013 a Back To Hell degli storici Blitzkrieg) e dalla fondamentale cornamusa del francese Pereg Ar Bagol, in passato visto con i Boisson Divine. É proprio la cornamusa a scandire i momenti migliori dell’album, finalmente sovrana delle canzoni e strumento primario per melodie e stacchi strumentali mai banali o ripetitivi.

La massiccia opener Highland Blood è un buon biglietto da visita: ritmiche serrate, ritornelli da cantare a squarciagola e la bagpipe in prima linea insieme alla tagliente chitarra di Souto. Tra i momenti migliori di Legacy Of Blood va inserito sicuramente il brano Commited To The Call, ben introdotto dal basso di Ignacio Lopez – che lascia poi spazio alla sempre presente cornamusa -, dal un ritornello che colpisce e il bell’assolo di chitarra che completa così la classica struttura della canzone heavy metal, con l’ormai classico tocco folk che da sempre contraddistingue gli Skiltron. Sailing Under False Flags vanta la bella linea vocale per le strofe e un’atmosfera vicina ai vecchi lavori dei Falconer, mentre Taste Of Victory può essere considerata come un futuro classico della band poiché ha tutto quello che serve a una canzone per rimanere nel cuore degli ascoltatori: linee vocali eccellenti, melodie d’impatto e dei cori dinanzi ai quali non si può fare a meno di impararli a memoria e urlarli al cielo. Fieramente scottish, Sawney Bean Clan è un mid-tempo robusto che ben si bilancia con la easy Rise From Any Grave, ma è l’inno I’m Coming Home a strappare le lacrime, brani così, un po’ come In Union We Stand degli Overkill, fanno solo che bene alla scena musicale.

La produzione è veramente ben fatta: gli strumenti suonano potenti e puliti, ben bilanciati tra di loro, con la piacevole sensazione del poco uso della tecnologia in studio a favore di un approccio più diretto e live. Nota di colore, chitarra e batteria sono state registrate in Argentina, mentre la voce e la cornamusa in Francia.

Gli Skiltron in dodici anni di attività non hanno mai sbagliato un album, neanche dopo lo split che ha messo a dura prova la tenacia di Souto che ha risposto con la pubblicazione di Into The Battleground. Questo Legacy Of Blood è forse il miglior cd che la band argentina ha realizzato in carriera: tutto suona bene e l’ascolto è sempre piacevole, la prestazione di Martin McManus è di alto livello e la cura nella composizione delle canzoni è stato tale che quarantadue minuti di durata sembrano essere addirittura pochi. Il perfetto mix tra Scozia e Argentina è servito, il sound degli Skiltron unisce il folk e i temi scozzesi con un’innegabile passione latina che viene prepotentemente a galla a più riprese. In ambito folk metal, sicuramente uno dei migliori lavori del 2016.