Intervista: Dyrnwyn

Uno dei dischi più riusciti di questo 2021 è il nuovo lavoro Il Culto Del Fuoco dei romani Dyrnwyn. Quando lo ascoltai in rough mix un anno fa al Time Collapse Recording Studio capii immediatamente le potenzialità di un lavoro curato nei minimi dettagli e non stupisce la firma per un’etichetta di qualità come la Cult Of Parthenope. Questa chiacchierata che state per leggere è avvenuta nella stessa giornata dello studio report, mi è sembrato quindi opportuno aggiornarla con qualche domanda extra che trovate a fine articolo: sono domande fatte di recente, utili per colmare il lasso di tempo (un anno) trascorso tra la chiacchierata face to face e la pubblicazione del disco e di questo articolo.

Sono intervenuti il chitarrista Alessandro Mancini (A), il bassista Ivan Cenerini (I), il chitarrista Alberto Marinucci (AM) e il produttore Riccardo Studer (R).

Iniziamo dalle domande più classiche, ovvero come siete arrivati a questo album e la scelta del titolo.

A: Il titolo è Il Culto Del Fuoco e lo abbiamo deciso quando stavamo scegliendo gli argomenti da trattare nel disco. Abbiamo scoperto e studiato questo culto che è uno dei più arcaici della storia di Roma, il culto di Vesta nel quale il fuoco era molto importante e veniva chiamato proprio “Il Culto Del Fuoco”. Il disco si concentra sempre sulla Roma delle origini, se così si può dire, quindi stiamo parlando dei suoi quattrocento anni e anche meno, con antiche divinità e alcune battaglie cruciali come Sentinum e i fatti delle Forche Caudine. Ci sono otto pezzi per un totale di una cinquantina di minuti. Tornando indietro, dopo il primo disco Sic Transit Gloria Mundi ci siamo presi una bella pausa dopo aver suonato più che potevamo, compresi alcuni festival europei, e all’improvviso ho composto Vae Victis. Avevamo voglia di creare qualcosa di nuovo, abbiamo lavorato con continuità e man mano che uscivano gli argomenti da libri e documenti nascevano le canzoni. Solitamente partiamo dal testo, dall’argomento trattato e a seconda di quel che si parla facciamo suonare quel determinato intro e in base all’idea che ci si fa dell’atmosfera si lavora sui riff e melodie, ma sempre in funzione di quella che è un’immagine che abbiamo in testa.

Nel folk metal la chitarra non è lo strumento principale come accade negli altri generi, ma insieme agli altri strumenti fa la canzone; ma in questo genere è difficile ricordare un buon riff di chitarra (Roi, Gode, Roi degli Arkona ha un gran riff, ma è un esempio che ha pochi compagni). Su questo disco devo dire che la chitarra sale di livello per quello che fa e per come lo fa, suona con maggiore convinzione…

A: A volte basta aggiungere degli accordi aperti sotto le melodie per far suonare bene una parte, ma un po’ per dare maggiore dignità alla chitarra e anche per enfatizzare una determinata sezione della canzone, ho cercato di lavorare diversamente e di tenere alta la tensione, magari chi ascolta non si aspetta quel pezzo di riff in più o quella battuta con quel 2/4 di stacco che magari non era necessario, però riesce a dare quel qualcosa in più. Magari non la prima, e forse neanche alla seconda, ma alla terza volta che si ascolta dici “adesso arriva quella parte lì” e in questo modo la canzone non si consuma al primo ascolto. Al primo ascolto ci sono delle cose che ti devono catturare, ma poi ci sono dettagli o melodie che al terzo ascolto te ne accorgi e inizi ad apprezzare.

Le canzoni sono nate nel periodo del primo lockdown o già avevate fatto qualcosa prima?

A: le canzoni sono nate da settembre 2019 a febbraio 2020, è stato un lavoro costante e abbiamo trovato un modo che per noi funziona. Io so di essere quello più proficuo e di avere esperienza con i software e quindi riesco a creare la forma canzone; poi c’è una persona che si occupa di cercare il cuore di quello che trattiamo che è Ivan Cenerini, lui legge e studia libri e libri della Roma Repubblicana.

La registrazione è slittata per i noti problemi o era questo il periodo che avevate scelto?

A: avevamo prenotato un po’ prima ed è slittata di poco grazie a Riccardo che ha fatto i salti mortali per aiutarci.

R: ho fatto i salti mortali per rifare il calendario, la situazione dello studio era tragica per gli incastri da fare. Ho preso un nuovo posto e lo sto ristrutturando, è in zona Flaminio. Cinque stanze, potrò registrare anche la batteria. I gruppi ci sono, il lavoro non manca…

E la mano c’è…

R: questo lo dici tu…

Senza mano i gruppi non verrebbero da te…

R: se c’è continuità vuol dire, forse, che c’è la mano, ma preferisco sempre che siano gli altri a dirlo.

Come ti trovi a lavorare con i Dyrnwyn?

R: con loro mi trovo bene, c’è anche un fattore musicale perché come per il disco precedente ho messo mano alle orchestrazioni: su Sic Transit Gloria Mundi avevo fatto tutto io, per Il Culto Del Fuoco Alessandro ha portato invece una buona base sulla quale lavorare. Tendo a mettere tante cose e con loro mi devo limitare perché altrimenti si rischierebbe di perdere la matrice folk; come hai detto tu rispetto al disco precedente ci sono parti di batteria più tirate, riff più potenti, se poi si lavora troppo sulle orchestrazioni spinte si rischia di avere i Septicflesh, una tipologia di metal che a me piace ma non è quello della band. Un punto di forza di un gruppo è la personalità e si deve lavorare su questo. Infine quando si lavora a un disco conta tanto anche il fattore umano e con loro mi trovo davvero molto bene.

Hanno una loro personalità secondo te?

R: sì, non gli voglio fare i complimenti sennò si gasano (risate, nda).

Il grande passo che avete fatto è proprio sulla personalità: sul primo disco c’erano delle parti dove si poteva dire “qui sembrano i Draugr” e così via. Ora il disco suona fresco, avete trovato un’identità che già c’era ma ora è stata sviluppata ulteriormente. Forse perché la line-up è la stessa da un po’?

R: avere gli stessi musicisti per anni porta tanti vantaggi, anche quella confidenza di dire “guarda, qui forse non va bene”, ma anche l’esperienza che ti porta a lavorare su certi dettagli e perdere meno tempo su cose che hanno poca importanza.

A: basta non essere permalosi: se tu mi dici che una parte non va bene io devo essere in grado di pensare che so farne una meglio e no che questa è l’unica che va bene. Se si lavora così poi la band si scioglie, se nessuno cede.

Passiamo ai testi: Ivan hai campo libero.

I: l’idea è sempre stata quella di parlare di argomenti poco trattati di Roma. La Roma senza influenze greche, senza cristianesimo. Cerchiamo storie arcaiche tratte dai libri di archeologi e storici, da lì tiro fuori i testi che magari non sono musicali ma lavorando insieme al cantante riusciamo a farli funzionare.

T: quest’anno abbiamo scritto insieme e a più riprese abbiamo ripreso i testi modificandoli.

Thierry, mi sembra che ti trovi a tuo agio con i Dyrnwyn e in questo disco sei riuscito ad esprimerti al 100%. Hai portato qualcosa di diverso per quel che riguarda la voce, rendendo il tutto meno prevedibile e ascoltandoti ho l’impressione che ti piace molto cantare con loro.

T: effettivamente è così, è cambiato un po’ l’approccio che abbiamo tra di noi e di conseguenza qualcosa di nuovo è venuto fuori. Un po’ perché passando più tempo insieme aumenta la confidenza, un po’ perché abbiamo fatto dei passi in avanti. Abbiamo imparato gli uni dagli altri e io da loro ho preso a piene mani quando c’erano delle cose tecniche che non conoscevo. Ho smesso di fumare e la voce reagiva in maniera diversa e ho cercato di mettere tutte queste cose nel nuovo disco.

Il cantante è spesso l’emblema del gruppo mentre tu sei molto taciturno, un po’ in disparte. Di te non so nulla, quindi ti chiedo come sei entrato in contatto con i Dyrnwyn e qual è il tuo background musicale.

T: non sono una persona molto in vista nell’ambiente. Nasco come chitarrista ma dopo un problema alla mano ho iniziato a cantare con dei generi che loro detestano (risate e commenti vari, ndMF) come postharcore e il metalcore. Quando ci siamo conosciti cantavo in una band industrial/new metal grazie a un amico che ha parlato di me ad Alessandro quando cercavano un nuovo frontman: ci siamo sentiti, abbiamo fatto le prime prove e poi siamo andati avanti insieme.

Questo genere lo conoscevi già o è stata una scoperta?

T: è stata una grande scoperta perché conoscevo marginalmente il folk metal e il black metal… poi Grima tutta la vita (gruppo atmospheric black metal dalla Russia, ndMF)! Questa musica per me è completamente nuova a livello di sonorità, di tecnica e anche di concezione, quindi è stata una scoperta che mi ha coinvolto man mano sempre di più.

Nel vostro sound il flauto traverso riveste un ruolo non principale ma comunque importante. Qual è la situazione con Jenifer?

AM: anche lei è mooolto estranea al genere, quindi ha fatto l’esperienza con noi in maniera esplorativa/vacanziera che l’ha divertita e ha fatto anche piacere a noi conoscere una brava strumentista che sa quel che sta facendo, e abbiamo instaurato un’amicizia. Magari non aveva voglia di investire il suo tempo in un progetto che la divertiva ma non la coinvolgeva così tanto emotivamente. Ci diamo una mano, lei con noi si diverte e quindi le abbiamo chiesto se voleva incidere anche questo disco e ci ha detto di sì.

Alberto, visto che parli poco lo chiedo a te: qual è la tua canzone preferita?

AM: la mia preferita è Leucesie. Mi ha sempre coinvolto, la sento più unica, forse perché è diversa dalle altre. Anche per come entrano le orchestrazioni, come si accompagnano alla parte strumentale.

Avete mai pensato di ri-registrare i vecchi pezzi con l’attuale formazione?

I: è molto un fatto di produzione. Si farà, ma non sappiamo quando.

A: è nel garage, sul tavolo degli attrezzi in attesa. Di Ad Memoriam ci sono due pezzi che ancora oggi io ascolto nonostante le ingenuità dell’epoca, e sono Tubilustrium e Teutoburgo. C’è una di queste due che vorremmo rivedere sia a livello orchestrale che musicale, oltre alla nuova voce, che ora con un po’ di esperienza in più ci piacerebbe rendergli giustizia. Purtroppo la situazione mondiale non ci ha permesso di farlo perché l’idea era di mettere uno dei due pezzi che ti ho detto prima come bonus track, solo che quando è scoppiata la pandemia era proprio il momento in cui volevamo lavorare su questa cosa e non c’è invece stato il modo di farlo.

Cambiamo discorso: vi sentite parte di una scena italiana/romana?

I: scena italiana sì!

A: sicuramente esiste una scena italiana che ha anche elementi validi. Il punto è cosa uno pensa che sia il folk metal. Io credo, e parlo anche per loro, che il folk metal nasce per recuperare, riscoprire e parlare a terzi di radici proprie. Basandomi su questa descrizione io poi valuto anche i gruppi che ascolto, oltre che ovviamente la musica. Non è che se un gruppo mi parla di folletti e cavalieri magici allora non lo ascolto: magari la musica mi piace, però non lo considererò quel folk metal che mi piace perché gli manca il contenuto che io credo che debba essere una delle parti principali del folk metal. Detto questo, un gruppo che mi viene in mente sono i Kanseil, loro hanno un rapporto molto stretto con la propria terra, nelle canzoni parlano di cose che i loro compaesani hanno vissuto decenni fa e non nel lontano passato. Pensando a loro dico che sì, effettivamente l’Italia ha una storia molto ricca, non solo cristiana e non solo etrusca, romana ecc, ma anche più recente piemontese, siciliana e così via che merita di essere raccontata e conosciuta, che mi porta a dire che la scena italiana c’è e le cose che dice sono valide come quelle norrene, spagnole, greche e asiatiche. L’appartenenza a una scena italiana e romana sì di nome, meno a livello organizzativo. Penso che con maggiore comunicazione e una voglia di creare qualcosa di vero, si potrebbe creare un circuito per beneficiarne tutti. Fare una cosa del genere su una scala nazionale con band che a volte vogliono avere a che fare con te e a volte non vogliono avere a che fare con te… è difficile… Roma… io non…

Se vi ricordate un anno fa (ovvero nel 2019, ndMF) io avevo proposto una cosa solo romana con i quattro gruppi della zona che siete voi e i Blodiga Skald di Roma, gli Stilema di Ladispoli e gli Under Siege di Palestrina… poi non vedi interesse in una cosa dove solo i gruppi hanno da guadagnarci e lasci perdere.

M: Roma va molto con le mode, non solo i gruppi ma anche il pubblico. Fai il Mister Folk Festival con l’headliner figo la gente ti ci viene, fai un festival con solo i gruppi laziali la risposta del pubblico sarebbe scarsa. Poi le band secondo me non hanno tutta sta voglia di fare…

A: tutta questa fratellanza che si professa in realtà non c’è, non è così e chi ti dice così mente.

I: ci sono gruppi con i quali si collabora e si sta bene, vedi con gli Atavicus.

Volete aggiungere qualcosa alla fine di questa chiacchierata?

I: sarebbe bello che una volta ascoltato il disco la persona andasse a cercare quei riferimenti dei testi, alla scoperta di Roma.

A: oppure contattate direttamente Ivan, il nostro Cicerone!!!

DOMANDE EXTRA FATTE l’1/9/2021:

Riccardo, in questi giorni hai salutato il vecchio studio per trasferirti nel nuovo: ce ne vuoi parlare?

Proprio in questi giorni ho traslocato dal mio vecchio studio (o meglio chiamarlo BOX) dopo undici anni. Sono molto felice di essere finalmente riuscito a completare la costruzione dello studio nuovo e chiudere questo progetto iniziato da più di due anni e mezzo, con la pandemia che ha cambiato le carte in tavola e rallentato il tutto. Sono molto legato a quel box adibito a project Studio e ci ho passato veramente tantissimo tempo, salvo un periodo di due anni in cui ho lavorato all’interno dell’Overload Studio a Garbatella, il quale mi ha permesso di registrare batterie, fare reamping e crescere come produttore. Negli anni successivi, ritornato al box, ho invece stretto collaborazioni con altri colleghi e professionisti per completare gli aspetti che nel project studio non potevano essere realizzati (ad esempio quella con Giuseppe Orlando degli OuterSound per le batterie) avendo una stanza sola e garantendo comunque alle band una produzione completa. Ho molti progetti da realizzare nel nuovo spazio, che si dispone su cinque sale ed un area relax comune, fra cui quello di creare una rosa di musicisti con cui collaborare per la parte autorale e di arrangiamento del Time Collapse, ed anche quello di formare una piccola orchestra di strumentisti fidati e metterla a servizio delle band alle quali faccio da orchestratore, per le produzioni di musica cinematografica e metterla anche a servizio di compositori esterni che hanno bisogno di far suonare reali gli strumenti solisti o intere sezioni d’orchestra. Speriamo di riuscirci 🙂

DYRNWYN:

Dopo l’esperienza con la Soundage Productions siete passati alla Cult Of Parthenope. Come sono andate le cose con l’etichetta russa e come vi state trovando con la label italo-inglese? Come siete giunti all’accordo con loro?

Con la Soundage il rapporto è stato fin da subito molto chiaro e tranquillo , senza fare una grossa spesa non pretendevamo chissà cosa e ci andava bene così essendo anche il primo full-length della band uscire con un’etichetta che ha comunque un suo nome nel genere ci ha fatto piacere. Per il secondo disco però volevamo qualcosa di più per visibilità e pubblicità, un aiuto più concreto che potesse permettere a Il Culto Del Fuoco di girare meglio ed essere ascoltato da più persone rispetto al precedente disco. La Cult Of Parthenope, oltre ad esserci consigliata da te, ci è stata caldamente raccomandata anche da Riccardo Studer, che produce anche il disco di Scuorn appunto, ed è stato facilissimo trovarci in accordo con Giulian fin da subito. Sicuramente c’è un lavoro maggiore e diverso rispetto alla vecchia etichetta e ci siamo trovati benissimo: oltre a darci tutto ciò che era stabilito sul contratto, Giulian è anche stato dispensatore di ottimi consigli per la band.

Il disco è uscito da qualche mese: ascoltandolo oggi come vi sentite?

L’unico rammarico che abbiamo è quello di non averlo potuto suonare fino ad ora, e speriamo di rimediare al più presto. L’effetto che ci fa il disco riascoltandolo è lo stesso da quando è uscito, lo riteniamo un ottimo lavoro, ancora ci crea le stesse emozioni di quando lo abbiamo composto e registrato. La produzione poi è stata anche migliorata rispetto al nostro primo lavoro, quindi siamo tutti molto più che soddisfatti.

Anche se il disco è fuori da poco immagino che stiate lavorando a qualcosa di nuovo…?

Immagini bene, non c’è ancora nulla di concreto ma diciamo che già sono stati fatti passi avanti sulle tematiche e sonorità del prossimo disco, non abbandoneremo il nostro sound e lo studio della Roma antica meno conosciuta. Sicuramente non ci piace oziare troppo, anche se il nuovo disco non abbiamo mai potuto suonarlo dal vivo e forse per alcuni potrà sembrare un azzardo già pensare ad un prossimo lavoro.

Live report: Arkona a Roma

ARKONA + BLODIGA SKALD

4 giugno 2019, Traffic Live, Roma

Finalmente, dopo diciassette anni di carriera e nove album in studio, i russi Arkona fanno tappa a Roma per il loro tour estivo che comprende cinque date da headliner (due in Italia) e una serie di festival in Europa. La prima calata capitolina degli Arkona vede i Blodiga Skald in veste di band d’apertura, un’accoppiata che, come vedremo, risulterà vincente.

Gli orchi romani, ovvero i Blodiga Skald, salgono sul palco belli carichi, pronti a portare un po’ di folle folk metal alla platea che già in buon numero staziona sotto al palco. Lo spettacolo è incentrato sulle canzoni del debutto Ruhn e non vengono proposti brani nuovi del disco attualmente in lavorazione. La scaletta, quindi, è quella classica con le varie I Don’t Understand, Epica Vendemmia e Blood And Feast a spiccare per intensità e coinvolgimento, tra gustosi siparietti e “balli di gruppo”. Il cantante Anton è grande protagonista, tra flauti, fischi e incitamenti al wall of death “altrimenti non iniziamo la canzone e non vedete gli Arkona”. Un concerto, quello dei Blodiga Skald, di qualità, un ottimo inizio in attesa degli Arkona.

Scaletta Blodiga Skald: 1. Epica Vendemmia – 2. Ruhn – 3. Blood And Feast – 4. Blue (Eiffel 65 cover) – 5. Laughing With The Sands – 6. I Don’t Understand – 7. Sadness – 8. Panapiir

La band di Masha e Lazar sale sul palco dopo un breve intro e in pochi istanti scatena tutta la furia a propria disposizione: la scaletta prevede diversi pezzi dell’ultimo disco Khram, come le massicce Shtorm e V Pogonie Za Beloj Ten’yu. La mattatrice della serata, quasi inutile dirlo, è l’incredibile cantante Masha “Scream”, vera forza della natura che sul palco non smette un istante di muoversi e incitare il pubblico; capace com’è di passare in una frazione di secondo dal pulito al growl più profondo, è uno spettacolo a sé da guardare. Ma gli Arkona, chiaramente, non sono solo Masha, tutti lavorano per il risultato canzone: Lazar alla chitarra macina riff senza tregua, il potente batterista Andrey Ischenko e lo storico Rusian “Kniaz” formano una solida sezione ritmica, con Vladimir “Wolf”, polistrumentista folk, che tra un flauto e una cornamusa trova il tempo di urlare al pubblico che felice risponde. Pubblico del Traffic Live che va in visibilio durante Goi, Rode, Goi – canzone amatissima, in concerto rende alla grande – e nelle conclusive Stenka Na Stenku e Yarilo, i brani più tipicamente folk metal del repertorio della band russa. La folla chiede a gran voce un altro pezzo, Masha sembra ben intenzionata, ma purtroppo il resto degli Arkona abbandonano il palco dopo quindici canzoni e oltre un’ora e mezza di spettacolo. Durante l’outro c’è tempo per regalare plettri, bacchette e scalette ai fan delle prime file.

Data la reazione e il calore del pubblico e i sorrisi sinceri dei musicisti, vien da pensare (e sperare) che molto probabilmente ci sarà modo di vedere nuovamente gli Arkona a Roma, magari per il tour del prossimo disco. Roma questa sera ha risposto presente.

Intervista: Dyrnwyn

Gli ultimi mesi del 2018 hanno visto la pubblicazione di un disco particolarmente interessante sotto il doppio aspetto musicale e lirico: Sic Transit Gloria Mundi non è soltanto un bell’album di pagan folk metal, ma è anche un lavoro diverso da tutti gli altri della scena per via dei testi riguardanti la storia dell’antica Roma. I capitolini Dyrnwyn tornano quindi a raccontarsi sulle pagine di Mister Folk (qui trovate le precedenti chiacchierate: 2015 e 2017) e presto saranno di nuovo sui palcoscenici d’Italia – e non solo – per conquistare nuovi fan. Buona lettura!  

Foto di Giulia McCartney

Vi ho lasciati che avevate pubblicato l’EP Ad Memoriam e vi ritrovo ora con un bel full-length di debutto: cosa è successo nel mezzo e cosa avete fatto per arrivare alla pubblicazione di Sic Transit Gloria Mundi?

Uno dei nostri obbiettivi, come penso di tutti i musicisti, è sempre stato quello di produrre qualcosa che seppur diverso comunque fosse migliore del lavoro precedente. Questo nel nostro caso ha voluto dire riflettere sugli aspetti negativi e positivi dei cd passati, così come sulle nostre dinamiche interne, in modo da poter trovare una nostra voce personale. Abbiamo affinato il nostro metodo di composizione e abbiamo lavorato a lungo su ogni pezzo senza mai accontentarci fino al completamento di Sic Transit Gloria Mundi.

Il disco è stato pubblicato con Soundage Productions: come siete giunti alla label russa? Che tipo di contratto avete e come vi state trovando?

Abbiamo selezionato le label in tema con il nostro genere che ci interessavano e le abbiamo contattate, una volte viste le varie offerte e proposte abbiamo optato per la Soundage. Il nostro contratto, se così si può chiamare, riguarda soltanto la stampa dei cd, per vendite fisiche quello che vendiamo noi rimane a noi e quello che vende la Soundage rimane a lei e per le digitali abbiamo fatto autonomamente. Non è il miglior contratto del mondo in quanto a servizi, questo è vero, ma avere qualcuno là fuori che non ti chiede un occhio della testa per stamparti due cd e farti un minimo di pubblicità è molto raro oggi giorno.

Musicalmente c’è stata una certa evoluzione e ora le canzoni sono più scorrevoli e “orecchiabili” pur non rinunciando alla virilità che vi contraddistingue fin dagli esordi. Avete lavorato molto in questo senso e su cosa vi siete concentrati per realizzare un prodotto così buono?

Come accennavo sopra nella risposta alla prima domanda, tanto lavoro è stato fatto in questo senso e siamo molto contenti che si noti. A differenza dei lavori precedenti abbiamo pensato prima a ciò che le canzoni dovevano dire e poi al modo in cui dirlo meglio. Lavorando a volte per immagini a volte per concetti abbiamo tirato fuori la musica dall’idea e non il contrario, senza accontentarsi mai al punto che alcune cose sono state cambiate anche poco prima di andare a registrare. Inoltre alcune dinamiche interne sulla direzione musicale del gruppo sono state risolte e avere due pari forze che spingono nella stessa direzione invece che in direzioni opposte ha portato non solo un sound più solido ma anche una maggiore solidità di tutta la band.

Dovendo presentare tre canzoni di Sic Transit Gloria Mundi, quale scegliereste e perché?

Sicuramente la title-track Sic Transit Gloria Mundi è la nostra preferita perché rappresenta appieno il sound che vogliamo, le atmosfere, quel sentimento di malinconica nostalgia mischiata a rabbia e epicità. Per le altre davvero una vale l’altra tra le rimanenti non ce n’è nessuna che amiamo di meno in cui abbiamo messo meno di noi. Tutte hanno le loro particolarità, la loro storia: quelle più battagliere, quelle ispirate da una particolare divinità o festività etc. Onestamente noi le amiamo tutte allo stesso modo.

Nel disco fa il suo esordio il cantante Thierry: credo che abbia fatto un ottimo lavoro e con il suo timbro vocale abbia reso la musica dei Dyrnwyn ancora più personale e accattivante. Cosa mi potete dire su di lui?

Sempre nello spirito del non accontentarsi dopo che Daniele Biagiotti è uscito dalla band, abbiamo deciso che il prossimo cantante doveva essere adatto al nostro sound a costo di rimanere fermi per molto tempo. Fortunatamente, però, dopo non molto abbiamo trovato Thierry che, nonostante avessimo in mente e fossimo abituati ad una voce un po’ diversa, ci ha convinto. La sua capacità di interpretazione del testo e di recitazione, il fatto di essersi subito amalgamato bene con tutti noi e la buona dizione nel cantato growl e scream lo rendono particolarmente adatto al nostro genere.

Avete lavorato in studio con Alessio Cattaneo e Riccardo Studer. Come vi siete trovati con loro e vi va di condividere qualche storia avvenuta in studio di registrazione?

Ci siamo trovati benissimo e non esagero. Sono due persone sicuramente particolari ed eclettiche e proprio in virtù di questo hanno una visione non comune della musica e delle possibili soluzioni da adottare quando si presenta una scelta o un problema: più volte ci hanno dato degli ottimi consigli per rendere il nostro lavoro al meglio. Il tutto unito al fatto che sanno quello che stanno facendo li rendono dei produttori, fonici e arrangiatori di cui ci si può fidare e a cui ci si può affidare. Bisogna tenerli d’occhio però perché potrebbero contagiarti con le loro idee “eclettiche”, ad un certo punto eravamo più vicini a Hans Zimmer che al pagan folk ahahah!

Dopo tre lavori si può dire che l’ombra dei Draugr sia rimasta più nella filosofia alla base della band che non nella musica, avendo voi preso una strada personale. Cosa rimane, nel 2019, della band di De Ferro Italico?

I Draugr rimangono e rimarranno sempre per noi uno degli esempi di come deve essere fatto questo genere e come in passato così in futuro nel momento in cui dovremo cercare ispirazione o avremo un dubbio su un pezzo puoi stare certo che andremo a cercare lì la soluzione. Anche se abbiamo sviluppato un nostro sound, sicuramente uno degli ingredienti principali della ricetta è una dose molto cospicua di De Ferro Italico.

Come mai la storia dell’antica Roma è tanto poco “utilizzata” nel mondo heavy metal? Ci sono culture, mitologie e avvenimenti storici a dir poco inflazionati, eppure vanno per la maggiore. La storia di Roma è affascinante e ricca di eventi che meritano di essere narrati, ma sembra quasi che i gruppi abbiano paura di farlo. Qual è il vostro punto di vista su questa vicenda?

La storia di Roma è stata macchiata da avvenimenti storici che l’hanno rivendicata senza diritto e di conseguenza viene vista sotto una luce particolare, sicuramente diversa da tante altre. Noi non abbiamo paura a parlarne, anzi sarebbe sciocco da parte nostra fare FOLK metal e non parlare delle proprie radici, specialmente quando sono così gloriose e abbondanti. Noi amiamo la nostra storia, è una grande storia ed è giusto che se ne parli. Non ci vediamo altri significati e anzi invitiamo tutti a trattarla per quello che è. Inoltre c’è anche da dire che forse la maggior parte delle persone, proprio perché la storia di Roma è così universale, pensano di conoscerla quando in realtà hanno solo una conoscenza superficiale data dai media di una Roma cristiana o tardo imperiale in cui ci vedono poco di folk e pagano, ma quella è solo una parte della storia di Roma, la stessa che anche noi non preferiamo.

Parlando ancora di tematiche, di cosa parlerete nel prossimo lavoro? State lavorando a un nuovo disco?

Ancora non siamo in fase compositiva, ma già stiamo raccogliendo il materiale storico necessario, per così dire. Non ci discosteremo troppo, cronologicamente parlando, dalle storie raccontante in Sic Transit Gloria Mundi, questo è sicuro, quindi aspettatevi altre battaglie e avventure dell’antica Roma.

Dopo la pubblicazione del disco in pratica non avete mai suonato dal vivo: qual è stato il problema e tornerete presto sul palco?

Il piano originale era quello di organizzare un concerto al mese in giro per l’Italia, con l’aiuto della Nova Era Booking e aggiungere a quelle alcune serate auto organizzate, ma purtroppo il fato ci è stato avverso. Il cantate sopracitato, Thierry, ha avuto un grave infortunio che l’ha tenuto in ospedale per alcune settimane e in forzato riposo a casa fino al lascia passare dei medici. Quindi fino a guarigione avvenuta siamo in stallo forzato. Posso dire però che fortunatamente per noi e per lui si cominci a vedere la luce alla fine del tunnel e torneremo presto sul palco. (I Dyrnwyn saranno sul palco romano del Traffic Club il 24 maggio di spalla a Stormlord e Scuorn, ndMF)

Siete in giro da qualche anno, vi chiedo quindi come vedete la scena folk pagan italiana e se riscontrate in essa delle criticità. Di cosa ci sarebbe bisogno per un vero salto di qualità e notorietà?

Questa domanda richiederebbe più di una bevuta faccia a faccia per poter rispondere adeguatamente ma proviamo a fare un riassunto. 1) Non c’è una vera e propria community amante del genere e senza pubblico è difficile poter creare delle fondamenta solide per un scena folk pagan italiana. 2) Non c’è uno scambio e un dialogo organizzativo tra le band che suonano questo genere benché siano poche. 3) Questo porta a non avere tante serate a tema ben organizzate verso cui concentrare gli sforzi per poter far scoprire questo genere ai più. 4) E insieme al non avere tante serate non ci sono neanche tanti locali dove potersi esibire specialmente dalle nostre parti e i pochi festival che sembravano prendere piede sono stati cancellati. 5) Molti musicisti che conosco compresi alcuni che fanno parte di questa “scena” non vogliono più avere niente a che fare con l’Italia e preferiscono puntare tutto sull’organizzare serate all’estero in due tranche di tour, per esempio. Il che alimenta tutto il discorso fatto sopra. Come fare per cambiare la situazione? Questa è una domanda ancora più difficile. Magari con una rete di contatti tra le band, piccole e grandi, un calendario ben organizzato per concentrare gli sforzi e dei festival auto organizzati a tema, oltre all’uso del vile denaro per pubblicizzare e mettere in primo piano il genere, qualcosa si potrebbe muovere. Ma il grado di impegno che richiede è tutto tranne che indifferente. Bisognerebbe dedicarci molto tempo e riuscire a trovare degli alleati attivi e favorevoli nelle altre band che dovrebbero contribuire in egual modo. Diventerebbe quasi un secondo lavoro pro bono.

Per chiudere, perché i lettori dovrebbero acquistare il vostro disco?

Non importa che lo comprino, o lo ascoltino su Youtube, o lo scarichino illegalmente dal sito x o y, quello che ci importa è che lo sentano, che ci dicano la loro, sperando che gli piaccia quanto piace a noi e che vengano sotto al palco a scapocciare con noi per poi bere tutti insieme e festeggiare. Quindi riformuliamo la domanda. Perché dovrebbero ascoltarlo? Perché è un cd fatto da persone che credono in quello in cui cantano, che hanno messo tutti loro stessi in musica e il risultato è un cd folk pagan metal con due c*****i così. Lasciatevi trasportare nel passato glorioso della Roma repubblicana e riscoprite alcune delle gesta più epiche che la storia ha mai visto attraverso la nostra musica, faremo questo meraviglioso viaggio insieme.

Foto di Giulia McCartney

Dyrnwyn – Sic Transit Gloria Mundi

Dyrnwyn – Sic Transit Gloria Mundi

2018 – full-length – SoundAge Productions

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Thierry Vaccher: voce – Alessandro Mancini: chitarra – Alberto Marinucci: chitarra – Ivan Cenerini: basso – Ivan Coppola: batteria – Jenifer Clementi: flauto traverso – Michelangelo Iacovella: tastiera

Tracklist: 1. Sic Transit Gloria Mundi – 2. Cerus – 3. Parati Ad Impetvm – 4. Si Vis Pacem… – 5. …Para Bellum – 6. L’Addio Del Primo Re – 7. Il Sangue Dei Vinti – 8. Feralia – 
9. Assedio Di Veio CCCXCVI

Il percorso effettuato dai Dyrnwyn è quello che ogni gruppo dovrebbe fare: si parte con un demo, si arriva all’EP e poi, solo se ci si sente realmente pronti, si registra il full-length di debutto. Al giorno d’oggi, invece, è sempre più frequente arrivare al primo disco senza aver inciso qualcosa prima, e il risultato è quasi sempre lo stesso: buone idee, sviluppate male. Senza fretta e senza ansia, i romani Dyrnwyn hanno fatto un percorso di crescita a suon di prove, concerti e pubblicazioni minori per arrivare, infine, a Sic Transit Gloria Mundi, cd che mostra tutte le qualità dei capitolini in quarantasette minuti privi di cali qualitativi: ascoltare un disco privo di fastidiosi filler, vale anche per i gruppi già affermati, non è cosa di tutti i giorni.

Sic Transit Gloria Mundi arriva a tre anni dall’EP Ad Memoriam e molte cose sono cambiate, a iniziare dalla line-up: Thierry Vaccher alla voce, Alberto Marinucci alla chitarra e Jenifer Clementi al flauto traverso sono i nuovi guerrieri della macchina da guerra Dyrnwyn e svolgono in maniera pregevole il proprio lavoro. In particolare a sorprendere in positivo è il nuovo frontman, perfetto per le sonorità epic folk/pagan metal del gruppo, incisivo nel cantato, sufficientemente comprensibile anche quando la sua voce si fa rabbiosa ed espressivo quando ce n’è bisogno. Sinceramente, ascoltando Sic Transit Gloria Mundi si ha l’impressione di ascoltare un gruppo diverso da quello che ha inciso Fatherland, il demo del 2013, tante sono le differenze tra i due dischi. Giusto così, i musicisti hanno lavorato sodo, smussato gli angoli che rendevano le canzoni a volte poco scorrevoli, messo da parte le influenze degli altri gruppi e sviluppato una via personale, massiccia e a volte un po’ coatta (i cori di …Para Bellum) che comunque, viste le piccole dosi, non sta male.

Alcuni degli avvenimenti più importanti della storia dell’antica Roma sono raccontati, tra italiano e latino, senza giri di parole, con la musica che segue le vicende narrate con brutalità nei momenti più aspri e con solennità in quelli più eroici. L’iniziale title-track è una dichiarazione di guerra: furia cieca e momenti folkeggianti si alternano saggiamente, lasciando l’ago della bilancia a metà tra irruenza e melodia. Il ritmo cala in Cerus, le chitarre graffiano a ripetizione e le orchestrazioni saturano l’aria mentre il flauto delizia l’ascoltatore con note delicate. L’inizio di Parati Ad Impetvm è cupo e doomish, ma poco dopo il tempo aumenta e prende un buon brio impreziosito dal flauto (mai invadente, ma anzi sempre efficace quando interviene) e la musica si trasforma in quella che ormai è riconoscibile come la “classica” sonorità dei Dyrnwyn. Si Vis Pacem… è un intermezzo strumentale dal sapore epico che porta a …Para Bellum che, come preannuncia il titolo, ha un’attitudine bellicosa. Questo è il brano che più si avvicina ai vecchi lavori del gruppo, ma è comunque lampante la maturazione dei musicisti romani: riff di chitarra, ritmiche e struttura sono nuovi per la band. L’Addio Del Primo Re ha un tono drammatico sorretto dal drumming potente di Ivan Coppola, ma i rallentamenti, le orchestrazioni e gli interventi del flauto danno varietà alla canzone. Su coordinate simili si muove Il Sangue Dei Vinti, brano intenso reso tragico dai rumori della battaglia: prima e dopo bordate pagan/folk che sembrano proseguire con la feroce Feralia, dall’inizio marziale ma che muta inaspettatamente con l’ingresso della fisarmonica; il ritmo cala e si fa cadenzato, in un alternarsi di cambi tempo buoni per rendere dinamico il pezzo. Il finale è affidato a un pezzo di storia: Assedio Di Veio CCCXCVI racconta gli eventi che hanno portato Roma infine a dominare sull’Etruria, con un passaggio dello storico Tito Livio riportato anche all’interno del testo:

Già i Giochi e le Ferie Latine erano stati rinnovati
già l’acqua del lago Albano era stata dispersa per i campi
già il destino incombeva su Veio.

(originale: “Iam Ludi Latinaeque instaurata erant, iam ex lacu Albano acqua emissa in agros, Veiosque fata adpetebant”)

A completare un disco ineccepibile dal punto di vista musicale, va menzionato l’ottimo lavoro di Alessio Cattaneo e Riccardo Studer (tastierista degli Stormlord con esperienza in studio con Ade ed Evenoire) presso il Time Collapse Recording Studio. Il suono del cd è potente e ben calibrato tra il pulito senza risultare finto o plasticoso e il massiccio per dare maggior impatto agli strumenti. L’artwork a cura di Gianmarco Colalongo (storica voce dei Draugr) riprende il tema dei testi con un inatteso quanto piacevole verde come colore dominante.

I Dyrnwyn sono maturati e hanno trovato una via personale, con l’ombra dei Draugr che rimane più nell’approccio che nella musica. D’altra parte chiunque oggi voglia coniugare metal estremo e storia italica deve ringraziare la band autrice del capolavoro De Ferro Italico, cd che ha cambiato la concezione di folk/pagan metal in Italia. Essere accostati alla band abruzzese è un onore.

Sic Transit Gloria Mundi è un signor disco, che non teme la concorrenza estera (non a caso un’etichetta come la SoundAge Productions li ha messi sotto contratto) e gode finalmente di una line-up coesa che marcia in una sola direzione: la vittoria!

Mister Folk Festival 2018 a Roma!

MISTER FOLK FESTIVAL 2018
Skyforger + Heidra + Atavicus + Under Siege
sabato 10 marzo, h. 20:00
Traffic Club, Roma

Dopo la prima edizione dello scorso anno con quattro formazioni italiane di assoluta qualità come Selvans, Vinterblot, Dyrnwyn e Blodiga Skald, torna, con l’aiuto di No Sun Music, il Mister Folk Festival in quel del Traffic Club di Roma.

La data scelta è sabato 10 marzo, sul palco del locale capitolino si esibiranno Skyforger, Heidra, Atavicus e Under Siege.

Gli headliner Skyforger sono uno dei gruppi più importanti della scena folk/pagan: attivi dal 1995, hanno pubblicato sei full-length di assoluto valore, fortemente legati alla storia della propria terra, la Lettonia, e di indiscussa qualità. Per la band guidata dal cantante/chitarrista Pēteris “Peter” Kvetkovskis è la prima volta a Roma e il loro sarà uno show intenso e coinvolgente come pochi.

Anche i danesi Heidra suoneranno per la prima volta nella capitale: il loro extreme folk metal sembra fatto per essere proposto dal vivo, dimensione che vede Morten Bryld e soci particolarmente a proprio agio. In carriera hanno realizzato un paio di demo, un EP e un full-length, mentre è di prossima pubblicazione il nuovo lavoro registrato, indovinate un po’, a Roma.

Gli Atavicus sono una di quelle band che vorresti sempre vedere suonare in un festival: cazzuti e caciaroni il giusto, hanno l’attitudine adatta per lo show, ma soprattutto hanno delle canzoni che funzionano alla grande. La discografia degli ex Draugr Lupus Nemesis e Triumphator conta solamente un EP e un singolo, ma sul palco del Traffic non è detto che non ci possano sorprendere con qualche inedito…

Ad aprire la serata ci penseranno gli Under Siege, freschi autori di un buonissimo full-length di debutto in grado di ridimensionare lavori di band ben più blasonate. Il loro death/folk metal arricchito dalla cornamusa del cantante Paolo Giuliani conquisterà il cuore di tutti i presenti.

I dettagli della serata (orari, costi ecc.) saranno annunciati a breve, quindi tenete d’occhio l’evento Facebook per tutte le notizie, e chissà se non ci possa essere anche una sorpresa! Vi aspettiamo all’evento folk metal della capitale!

Le recensioni e le interviste delle band presenti nell’archivio del sito:

Skyforger – Senprūsija Live (dvd)
Skyforger – Kurbads
Heidra – Awaiting Down
Atavicus – Ad Maiora (EP)

Atavicus – L’Ardire Degli Avi (singolo)
Under Siege – Under Siege
Intervista: Heidra
Intervista: Atavicus 

Live Report: Furor Gallico a Roma

FUROR GALLICO + BLODIGA SKALD + CALICO JACK + ULFHEDNAR

6 ottobre, Traffic Live Club, Roma

Grande serata di folk metal al Traffic di Roma in occasione del release party di Ruhn, primo full-length dei Blodiga Skald uscito per la SoundAge Productions. E proprio di un party si è trattato: una festa a 360 gradi con numerosi stand di oggettistica, mangiafuoco, combattenti fantasy, una lotteria a premi (cd e maglie dei gruppi partecipanti) e, soprattutto, tanta buona musica. Insieme agli orchi capitolini, difatti, hanno suonato Furor Gallico in qualità di headliner, Calico Jack e Ulfhednar.

Proprio agli Ulfhednar tocca aprire la serata e la notizia positiva è che davanti al palco erano già presenti una gran quantità di persone, mentre di solito, per chi suona per primo, va di lusso se ci sono venti persone sotto al palco. La musica del gruppo è un black metal con forti influenze doom e proprio quest’ultime fanno la differenza in positivo: rallentamenti inaspettati e accordi pieni spezzano la violenza tipica del black, riuscendo quindi a far appassionare al concerto anche chi non mastica sonorità tanto estreme. Ciliegina sulla torta la micidiale Furore Pagano dei grandi Draugr, per la gioia della platea.

Scaletta Ulfhednar: 1. Mortaliter – 2. Fredda Pietra – 3. In Nomine Cuius – 4. Rulers Od Darkness – 5. Alea – 6. Furore Pagano (Draugr cover) – 7. Addicted To Tragedy

Si cambia completamente registro con i milanesi Calico Jack, band pirate metal come facilmente intuibile dal nome. I vestiti di scena e le trovate del bravo cantante Giò (tipo far salire sul palco la fotografa ufficiale del Traffic e ballarci insieme) sono in sintonia con la musica spesso goliardica ma non per questo banale, anzi: tolto l’aspetto visivo rimane un ottimo heavy metal roccioso con graziosi passaggi strumentali (benissimo il violino di Dave) e belle idee che, pur rimanendo all’interno di un genere come il pirate, suonano fresche e intelligenti. Dopo anni di silenzio sembra arrivato, finalmente, il momento del full-length per la ciurma di John Rackham (in arte Calico Jack): nel frattempo ci si può rinfrescare la memoria con Black Sails e i libri di Björn Larsson e Arthur Conan Doyle.

Scaletta Calico Jack: 1. Devil May Care – The Secret Of Cape Cod – 3. Sharkbite Johnny – 4. Death Beneath The Wave – 5. Caraibica – 6. Straits Of Chaos – 7. Where Hath Th’ Rum Gone?

I padroni di casa Blodiga Skald salgono sul palco con il boato del pubblico, presto intento a pogare e fare headbanging (e un gustoso wall of death) sulle note di Epica Vendemmia e Panapirr, ma è la cover di Madonna La Isla Bonita (mai eseguita live e suonata dopo un sondaggio su Facebook) a strappare veramente tanti applausi anche grazie alle scenette che avvengono sul palco. In particolare c’è da dire che il cantante Axuruk è un vero e proprio showman, interagisce tantissimo col pubblico e il resto della band suona con precisione e un tocco di spettacolarità che non fa mai male. La scaletta prosegue fino a giungere alla conclusiva Too Drunk To Sing!, pezzo che chiude il concerto tanto energico quanto divertente e accattivante. Il folk metal è bello perché anche il lato più scanzonato è comunque preso seriamente e gli orchi capitolini sono maestri in questo. Non poteva esserci release party meglio riuscito.

Scaletta Blodiga Skald: 1. Epica Vendemmia – 2. Ruhn – 3. Blood & Feast – 4. La Isla Bonita (Madonna cover) – 5. Laughing With The Sands – 6 – Sadness – 7. Panapirr – 8. Too Drunk To Sing!

Ogni volta che i Furor Gallico mettono piede a Roma ne esce un gran concerto con un numero di pubblico sempre crescente. Anche questa volta è andata così, con le prime file del Traffic pittate di blu in omaggio alla band lombarda che sul palco non risparmia energie e sudore. La scaletta è stranamente divisa in due: la prima parte interamente dedicata al debutto Furor Gallico, la seconda a Songs From The Earth; l’encore, invece, è tutto per al primo cd. Si nota subito la presenza della brava Laura Brancorsini al violino dopo qualche anno lontana dalla band (al momento, però, non si sa se tornerà in pianta stabile nella line-up), i Furor Gallico macinano folk metal che è una meraviglia e pezzi da novanta come Cathubodva e The Gods Have Returned fanno sempre la differenza. Anche con la formazione brianzola c’è spazio per un wall of death (La Notte Dei Cento Fuochi), ma non mancano momenti più delicati come Diluvio, brano che anche dal vivo si conferma ottimo. Davide “Cica” scherza e ringrazia a più riprese il caldo pubblico prima di lasciare il palco sulle note del classico La Caccia Morta, da sempre canzone simbolo della band. Alla fine, giustamente, sono solo applausi e sorrisi.

Scaletta Furor Gallico: 1. Venti Di Imbolc – 2. Cathubodva – 3. Ancient Rites – 4. The Gods Have Returned – 5. Curmisagios – 6. Diluvio – 7. To The End – 8. Wild Jig Of Beltaine – 9. La Notte Dei Cento Fuochi – 10. Eremita – 11. Drum Solo – 12. The Song Of The Earth – 13. Medhelan/The Glorious Dawn – 14. Banshee – 15. La Caccia Morta

Dopo i concerti c’è spazio per chiacchiere, foto e l’attesa estrazione di cd e maglie per un buon numero di vincitori. I Blodiga Skald hanno pensato veramente a tutto e la serata in onore di Ruhn è riuscita alla grande: non avevo mai assistito a un release party tanto coinvolgente quanto apprezzato dal numeroso pubblico. Non c’è da sperare, quindi, in un nuovo disco degli orchi romani per poter partecipare al prossimo – divertente – release party.

I VIDEO DELLA SERATA: