Intervista: Stilema

Il debutto Utopia sta riscuotendo pareri positivi un po’ ovunque. Chi conosce gli Stilema non ne sarà rimasto troppo stupito: il precedente EP Ithaka era un ottimo assaggio delle capacità della band laziale. Del nuovo arrivato, della scena folk metal e dei testi che – nel vero senso della parola – arricchiscono le canzoni, ne abbiamo parlato col cantante Gianni Izzo e col chitarrista Federico Mari.

Bentornati sulle pagine di Mister Folk! Iniziamo parlando del nuovo arrivato Utopia: come ci si sente dopo aver pubblicato il primo disco?

Gianni: Ciao Fabrizio, speravamo di riuscire a fare questa chiacchierata almeno un annetto fa. Ma il destino ci è stato avverso, tra cambi di line-up, tempo risicato, pandemie, i mesi son volati. Utòpia ha inoltre richiesto più lavoro di quello che in realtà ottimisticamente pensavamo. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta, il disco sta ricevendo delle ottime recensioni ed un feedback molto positivo da parte del pubblico. Quindi, nonostante le molte problematiche affrontate, siamo molto felici di come stanno andando le cose.  

Federico: Ci si sente come all’uscita di un lungo tunnel! Nel caso specifico di Utòpia, l’inizio delle registrazioni si perdono nella notte dei tempi, poi il lockdown ha ulteriormente allungato le fasi di rifinitura. Una liberazione insomma! Ma siamo molto soddisfatti del nostro primo full-length.

Cosa vi portate dall’esperienza di Ithaka? Avete ritrovato utile l’esperienza fatta in sala prove e in studio per il precedente EP?

Gianni: Ithaka è stata un’autoproduzione, fatta nello studio del nostro Frenk, e abbiamo cercato di cavarcela, nonostante poi proprio Frenk abbia coadiuvato tutti i lavori, in quanto è sicuramente l’unico esperto tra noi, per quel che riguarda la registrazione di un brano, siamo forse stati un po’ disordinati. Con Utòpia l’approccio è stato più sistematico, abbiamo cercato di ovviare agli errori fatti nel precedente EP. Il tutto poi è passato nelle mani e all’esperienza del fonico Gianmarco Bellumori, e da questo punto di vista ci siamo sentiti anche più sicuri sulla strada che stavamo percorrendo.

Il cd suona potente e al passo coi tempi. Come sono andate le cose in studio?

Federico: Per questo dobbiamo ringraziare Gianmarco del Wolf Recording Studio che ha puntato parecchio su tale aspetto. Teneva molto al fatto che il sound fosse il più possibile moderno (nei limiti imposti dall’aspetto folkeggiante, si intende!) e potente. Il lavoro fatto sulle chitarre e sulla batteria lo trovo meraviglioso.

Gianni: Il Wolf Recording Studio è diventato per molto tempo la nostra seconda casa. Abbiamo imparato molto grazie alla professionalità e la grande accuratezza che Gianmarco ci ha messo nel proprio lavoro. Rispetto ad Ithaka abbiamo curato ancora di più gli arrangiamenti e li abbiamo ampliati. Avevamo molte tracce per ogni canzone, quindi è stato un lavoro lungo per tutti. Il fine era trovare proprio un sound che risultasse a passo con i tempi, che non desse una sensazione di esser vecchio ancor prima di compiere qualche mese di vita. Insieme a Gianmarco abbiamo sperimentato molto, finché non siamo rimasti tutti soddisfatti.

La prima cosa che balza all’orecchio è l’indurimento del sound, ora “più metal”. C’è però da dire che questo fatto non ha modificato eccessivamente la vostra anima e il tutto suona sempre molto naturale e spontaneo. Vorrei sapere se mentre stavate scrivendo le canzoni vi siete accorti che stavate andando in questa direzione e se magari in futuro ci sarà spazio anche per altri piccoli cambiamenti.

Federico: Era nostro desiderio da tempo “indurirci” un po’, ma avevamo bisogno della giusta formazione per farlo. O meglio, per far sì che ciò avvenisse nel modo più naturale possibile. Siamo già al lavoro per del nuovo materiale e la direzione è quella di un sound più pesante, coadiuvato anche dall’uso della chitarra accordata in drop c, già presente nel brano Da Qui Non Si Passerà, e ormai irrinunciabile per molte nuove idee. Questa accordatura, oltre che rendere il sound più pesante, tende ad equilibrarne l’economia generale, andando a contrapporsi al violino, aggiungendo frequenze più basse.

Gianni: Dopo aver registrato Ithaka, l’idea era quella di inserire nel nostro sound tutto ciò che ci piaceva del metal. Fondere il nostro folk, con i sottogeneri più classici del metal, fino a quelli più estremi. Adoro la varietà nei dischi e le contaminazioni tra generi, quindi sì, anche in futuro continueremo in questa direzione, cercando sempre di non snaturare le nostre radici. Insomma non credo ci sia pericolo che ascoltiate una cosa tipo Renegades degli Equilibrium da parte nostra, ma cercheremo di sperimentare sempre soluzioni nuove.

Alcuni testi sembrano riflettere la situazione internazionale che stiamo vivendo, quindi si può dire che le parole che canti siano lo specchio di una (triste) realtà. Come sono nati i testi e cosa ti porta a prendere carta e penna e iniziare a buttar giù le idee?

Gianni: Scrivo perché nessun’altro mi riesce a raccontare le cose come vorrei che me le raccontasse eheheh. Basta una lettura interessante, l’ascolto, il cercare di capire ciò che ci sta accadendo attorno. Come ascoltatore adoro i concept fantasy o storici, come musicista mi piace rimanere in mezzo a questi due mondi, creare musica per intrattenere ma anche per riflettere, fare una fotografia del mio punto di vista sulla società. Un pezzo come Mondi Paralleli ad esempio, mette il punto sull’uso delle fake news, la voglia di apparire, la necessità di arrivare a utilizzare la religione per incutere timore e controllare il “gregge”. Da Qui Non Si Passerà è nata dopo la lettura di Kobane Calling di Zerocalcare. All’inizio era proprio la musica di Utòpia ad essere designata per mettere a fuoco la questione dei Curdi, poi ho pensato che invece di un brano lungo e descrittivo, sarebbe stato più appropriato una sorta di combat song. E quindi la lunga title-track, dopo l’inno di ribellione di “Da Qui…”, è stata designata per descrivere una società che dovrebbe essere normalissima, dove non ci sono discriminazioni sessuali, razziali etc., ma che in realtà rimane a tutti gli effetti ancora una chimera. Uno sguardo amaro sulla triste realtà appunto.

Dovendo scegliere una canzone per rappresentare l’album, quale indicheresti e perché?

Federico: Sono tutte così diverse! Meglio ascoltarle tutte e lasciar scegliere agli altri!

Gianni: È vero, Utòpia ha tutta una serie di mood e di approcci musicali diversi. Abbiamo parti più epiche, altre più smaccatamente folk, le atmosfere gotiche di Ophelia, parti black, aperture a momenti più sinfonici e articolati, andando poi a finire ad un brano come Armonie che è retto solo da piano, violino e voce. È difficile scegliere, forse ti direi Il Volo Eterno, ha un ritornello epico, c’è il growling, la parte acustica, un buon riassunto del nostro sound, la giusta via di mezzo tra brani più diretti come Tra Leggende E Realtà, e pezzi più articolati e lunghi come la title-track.

La scelta di cantare in italiano: è il desiderio di far capire i testi al vostro pubblico? Il lato negativo è che al di fuori dei nostri confini i vostri testi saranno incomprensibili.

Gianni: È più la consapevolezza che è più facile esprimersi nella propria lingua, giocare con le proprie espressioni, interpretarle e pronunciare bene le parole. Molte volte sento delle pronunce tremende in inglese e leggo dei testi che si limitano alla banalità di frasi molto elementari. Mi viene in mente anche Frutto Del Buio dei Blind Guardian e la pronuncia di Hansi in italiano (per chi ha meno di quarant’anni e non conosce questa perla: andatevi a sentire il brano, ndMF), e penso che deve essere dura per uno di madre lingua inglese sopportare molte delle metal band non inglesi, se il risultato è simile a quello, o giù di li. Con questo non metto alcun veto, durante il lockdown ho scritto anche io un paio di brani in inglese, che probabilmente faranno parte del prossimo disco, ma l’italiano per quel che mi riguarda, sarà la lingua portante delle nostre produzioni. Siamo comunque in buona compagnia: Arkona, Korpiklaani, Mago De Oz, Rammstein, alla fine cantano tutti nella propria lingua. In ogni caso, siamo interessati a rendere comprensibili i testi anche per chi non conosce la nostra lingua, infatti i nostri video hanno sottotitoli in inglese.

Cosa speri per gli Stilema? C’è un qualcosa che ti farebbe dire “ora sì che sono soddisfatto”?

Gianni: Ovviamente la più grande speranza per ogni musicista non mainstream, è che un giorno riesca ad arrivare a vivere della propria musica per poter dedicare ad essa maggior tempo ed energie e creare cose sempre migliori. Come band underground non possiamo farlo liberamente, dobbiamo relegare gli Stilema ad un tempo risicato, in cui cerchiamo di fare più cose possibili. Ma un passo alla volta, ora come ora, la prima soddisfazione vera è girare, Covid-19 permettendo, più locali possibili per farci conoscere sempre di più, in modo da migliorare sempre più anche le nostre esibizioni e la nostra immagine live.

Federico: Io spero che si riesca presto a tornare a suonare in giro senza limitazioni e spero che gli Stilema possano far conoscere la propria musica a spasso per l’Europa.

Quali sono i vostri ascolti in questo periodo?

Gianni: Tra le ultime uscite, ho apprezzato molto quello che sembra essere l’ultimo disco dei Falconer, una band che ho sempre amato e non ha quasi mai sbagliato niente nella propria discografia. Anche i serbi Alogia hanno fatto un buonissimo album, anche se mi è piaciuto più il precedente Elegia Balcanica. Ho apprezzato molto anche il nuovo dei My Dying Bride. Andando un po’ indietro nel tempo ti citerei l’ultimo ottimo album dei Furor Gallico, ma quelli che sicuramente mi hanno colpito maggiormente sono i Lou Quinse e il loro ultimo lavoro che ormai risale ad un paio di anni fa Lo Sabbat, geniali.

Una domanda che faccio in tutte le interviste: vi sentite parte di una scena (romana, italiana)? Come sono i rapporti tra gruppi, sinceri o “paraculi”?

Federico: Purtroppo di questi tempi non saprei dirti se l’ambito musicale di cui facciamo parte sia catalogabile come scena. Essendo stati adolescenti ormai anni fa, abbiamo la memoria di maggior spirito di collaborazione tra varie band. Ora questa cosa viene un po’ meno. Detto questo, ci siamo sempre trovati bene con tutti i gruppi con cui abbiamo suddiviso il palco ed è sempre una bella esperienza ascoltare gli altri, se lo si fa senza invidie o complessi!

Gianni: In questi anni siamo stati invitati ed abbiamo suonato con band totalmente diverse, non solo quindi in ambito metal, ma anche rock, punk, dark wave, grunge. Insomma serate di ogni tipo, in ogni caso ci troviamo bene anche di fronte a persone lontane dal metal ed ancor di più dal folk metal. Abbiamo stretto amicizie un po’ con tutti, personalmente cerco di essere sincero con gli altri e sono sicuro che le band con cui abbiamo suonato sono state sincere con noi, non è stato tutto un complimento di circostanza, ma sempre un vero e proprio dialogo nel quale ci consigliavamo gli uni con gli altri sul come muoversi. Pensiamo quindi di far parte di una scena più amplia, una scena musicale, sicuramente di un mondo underground, e la cosa migliore in questi casi è appunto un “mutuo soccorso”. La guerra tra poveri è deprecabile, solo tutti insieme potremmo scavalcare quel muro che ci tiene in una sorta di sottoscala quando invece ho sentito gruppi che hanno tutto il necessario per essere considerati molto di più. Sono sicuro che ci sono anche i “paraculi”, ma per fortuna non ne abbiamo incontrati ancora.

A settembre suonerete al Traffic Club di Roma per la presentazione ufficiale di Utopia: cosa si devono aspettare le persone che verranno e ci saranno sorprese? (la serata è stata poi spostata al 6 ottobre, ndMF)

Gianni: L’ultima serata che abbiamo fatto prima del lockdown è stata proprio al Traffic. È un po’ ricominciare da dove abbiamo lasciato e siamo molto felici di questo. Ovviamente proporremo qualche brano dal precedente EP, ma il 90% dell’esibizione sarà concentrata su Utòpia. Ci sono alcuni pezzi che suoneremo in maniera leggermente diversa rispetto al disco, niente di che, ma chi lo ha ascoltato si accorgerà della differenza. Speravamo addirittura di riuscire a portare un brano inedito, ma è ancora presto per questo. Forse per la data di Napoli il 24 ottobre riusciremo a portarlo.

Siamo alla fine, volete aggiungere qualcosa?

Gianni: Un grazie a te Fabrizio per lo spazio che ci concedi, alla Hellbones Records che ci ha adottato, ma soprattutto a tutte le persone che in questi anni ci hanno incitato a continuare. Ragazzi, se non ci conoscete ancora, potete seguirci sia su Instagram che su Facebook, per tutte le notizie: @stilemaofficial. L’appello finale va oltre a noi Stilema. In Italia abbiamo tantissime ottime band, l’unico modo che avete per farle crescere è andare ai loro concerti, trovate quelle che vi piacciono, ascoltatele e supportatele come potete. È ovvio che siamo tutti più interessati ai grandi nomi storici della musica, ma l’unico modo per non far morire sul nascere delle piccole realtà che potrebbero fare molto se fosse loro data una possibilità, è riservare un po’ di quel interesse che avete per i Metallica o gli Iron Maiden, anche per le band “minori”. Horns up! Ci vediamo in giro.

Short Folk #2

Shot Folk, ovvero recensioni senza troppi giri di parole. Nove dischi/EP/singoli raccontati in poche righe con la semplicità e la sincerità di Mister Folk. Piccole sorprese e cocenti delusioni dal mondo folk/viking, dritti al punto senza perdere tempo. Il primo capitolo di questa nuova serie di articoli è stato ben accolto, quindi benvenuti nel secondo e buona lettura!

Leggi Short Folk #1

Leggi Short Folk #3

Leggi Short Folk #4

Leggi Short Folk #5

Dryad – Panta Rhei

2018 – EP – autoprodotto

4 tks – 24 mins – VOTO: 6,5

I tedeschi Dryad cambiano pelle e due anni dopo il full-length di debutto The Whispering Hills Of The Hill pubblicano un EP contenente quattro pezzi che trattano nei testi il tema della morte. Se il primo album sorprendeva per la massiccia presenza della tromba – che caratterizzava non poco il sound – Panta Rhei vede l’utilizzo dei più classici violini e violoncello. Il risultato è un suono più tradizionale e di facile ascolto rispetto al primo cd, inoltre le canzoni sono maggiormente curate e la registrazione, pur imperfetta, migliore di quanto fatto in passato. Panta Rhei è quindi un piccolo ma deciso passo in avanti per la formazione guidata dal cantante Sebastian Manstetten.

Helsott – The Healer

2017 – EP – M-Theory

5 tks – 22 mins – VOTO: 6

La cover di The Healer è stata realizzata da Felipe Machado Franco (Iced Earth, Blind Guardian e Rhapsody tra gli altri) ed è forse la cosa migliore del disco. Le cinque tracce dell’EP sono gradevoli, ma certificano ulteriormente la difficoltà della band californiana di fare quel salto di qualità che dopo un certo tempo ci si aspetta da una formazione dedita al lavoro in sala prove quanto in sede live. I cinque pezzi di The Healer sono discreti, a volte piacevoli, ma non colpiscono e svaniscono velocemente senza lasciare traccia.

Kaatarakt – Echoes Of The Past

2018 – EP – autoprodotto

5 tks – 22 mins – VOTO: 7

La copertina troppo digitale non è il miglior biglietto da visita per il secondo EP in carriera degli svizzeri Kaatarakt, ma come dice il saggio “mai giudicare un libro dalla copertina”! Infatti le quattro canzoni (più intro) che compongono il cd sono decisamente valide e a fine ascolto è forte il desiderio di ascoltare da capo l’intero lavoro. Extreme folk metal battagliero e con i suoni potenti, Echoes Of The Past è un dischetto che merita attenzione e che si spera possa essere il passo che precede il full-length di debutto.

Jonne – Kallohonka

2017 – full-length – Playground Music

12 tks – 55 mins – VOTO: 6,5

Il cantante dei Korpiklaani ci prova ancora con un nuovo disco solista, e anche questa volta esce fuori un lavoro gradevole come sottofondo ma che se ascoltato con attenzione lascia piuttosto perplessi. Folk acustico intimo e riservato nelle intenzioni, quel che emerge è però un senso di noia che neanche la cover dei Sepultura Refuse/Resist riesce a spazzar via. Tanta energia e buona volontà non sarebbero meglio utilizzarle per cercare di realizzare un grande disco dei Korpiklaani degno dei primi ottimi cd?

Lex Talion – Nightwing

2017 – EP – autoprodotto

4 tks – 18 mins – VOTO: 6,5

Due brani nuovi, una cover dei Manowar e un pezzo acustico: è chiaro che Nightwing sia prevalentemente un’uscita (solo digitale) buona per far sapere in giro che la band argentina è ancora in attività nonostante il precedente disco risalga a cinque anni prima. I due inediti presentano il sound dei Lex Talion più robusto e incalzante rispetto al passato, con la cover di Battle Hymn – personale anche se non fa gridare al miracolo – che è un giusto tributo ai grandi del passato, e la versione acustica di Nightwing che mostra come la formazione sud americana se la sappia cavare anche senza il distorsore. Dopo anni di attesa, Nightwing è il segnale che c’è vita in casa Lex Talion e che ci si deve aspettare nuova musica a breve.

Storm Kvlt – Demo 2018

2018 – demo – autoprodotto

4 tks – 22 mins – VOTO: 7

Raw pagan black metal nel senso più puro della definizione: registrazione, scream vocals, chitarre stridule e un approccio sincero e diretto rappresentano il lato migliore di questo dischetto pubblicato sia in formato digitale che fisico. Tra sfuriate black metal, riff heavy oriented e giri chitarristici rock’n’roll nell’anima (Der Gott Der Stadt), il mastermind Draugr dimostra di saperci fare sul serio e che non si vuole limitare al “solito” pagan black tirato magari interrotto di tanto in tanto da arpeggi di chitarra acustica. Demo 2018 è un lavoro grezzo ma curato, adatto a chi cerca qualcosa che suoni fresco e personale pur rimanendo all’interno di un genere preciso. 

Sverdkamp – Hallgrimskvadi

2017 – full-length – autoprodotto

10 tks – 50 mins – VOTO: 7,5

Puro viking/black come se ne sente sempre meno. Questo dovrebbe bastare per incuriosire gli amanti delle fredde sonorità nordiche, ma si può anche dire che gli Sverdkamp sanno suonare e a scuola hanno sicuramente studiato quanto insegnato dai maestri Enslaved, Isengard e Hades: ottime le parti cantante con voce pulita e i giri melodici di chitarra, così come sono convincenti le parti più truci e tirate. Hallgrimskvadi ricorda a tutti che il viking metal non è (solo) vichinghi con spadoni e barbe imbrattate d’idromele, ma che sa puzzare di sangue e far paura. Purtroppo il power duo si è sciolto poco dopo questa release, la prima su lunga distanza. Consigliati ai nostalgici e a chi vuole scoprire il caro vecchio viking metal.

Thamnos – Night Of The Raven (EP)

2017 – EP – autoprodotto

3 tks – 12 mins – VOTO: 6

One man band del polacco Mikołaj Krzaczek, Thamnos è un progetto extreme folk metal che molto deve ai primi Eluveitie, quelli più crudi di Spirit e Vên. La sua voce, in particolare, ricorda davvero tanto quella di Chrigel Granzmann e la musica, tolti pochi momenti in cui si concede blast-beat o aperture tastieristiche, è poco personale. L’EP è un concept basato sulla fuga del demone Raven con l’intento di distruggere la terra e della lotta col fratello Thamnos, dio della terra, della vita e della luce, che vuole salvare il mondo. Dodici minuti di durata: troppo poco per un’idea precisa, ma abbastanza per rimandare Thamnos alla prossima uscita, sperando in una maggiore personalità.

Wolfhorde – The Great Old Ones

2017 – EP – autoprodotto

3 tks – 17 mins – VOTO: 6,5

The Great Old Ones è il Tributo che la band di Hukkapätkä, voce e batteria della band, decide di pagare ai maestri del genere. Il sottotitolo del disco, non a caso, è “A Tribute To The Roots Of Finnish Folk Metal” e la scelta ricade su Finntroll, Moonsorrow e Amorphis, ognuna di queste formazioni omaggiata con una canzone. Apre le danze Jaktens Tid, si prosegue con Kylän Päässä e alla fine troviamo l’ottima Sign From The North Side, probabilmente la migliore del lotto per reinterpretazione, tratta dal fondamentale The Karelian Isthmus del 1992. Un EP che ha come unico scopo quello di intrattenere con una manciata di cover in attesa del full-length.

Žrec – Klíč k Pokladům

Žrec – Klíč k Pokladům

2017 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Styrbjorn: voce – Torham: chitarra – Horn: basso – Sarapis: batteria – Isica: tastiera, flauto – Thar: violino

Tracklist: 1. Uvedení – 2. Klíč k Pokladům – 3. Řeka Domova – 4. Vozka

I cechi Žrec sono in attività dal 2004, ma non si può certo dire che siano particolarmente proficui: difatti, fino a questo momento, hanno pubblicato solamente un demo, due full-length e il nuovo EP Klíč k Pokladům. L’ultima uscita della band di Vysočina, il disco Paměti, risale al 2012 e mostra un gruppo assai diverso da quello che è possibile ascoltare in Klíč k Pokladům: partiti oltre un decennio fa come pagan metal band piuttosto cruda e diretta, hanno con gli anni ampliato i propri confini musicali, incorporando in particolare influenze folk. Ma i recenti cambi di formazione hanno mescolato le carte e il sound degli Žrec è nuovamente mutato: le bordate metal sono state ridotte e si è fatta spazio la voce pulita a discapito di quella scream e una certa vena rock ha iniziato a prendere piede all’interno delle composizioni.

Klíč k Pokladům è un quattro pezzi per un totale di ventidue minuti di durata limitato a duecentocinquanta copie. Uvedení è l’intro che porta all’opener Klíč k Pokladům, canzone che mette immediatamente in mostra la nuova direzione musicale della band. Tempi tranquilli e un certo feeling rock sono grandi novità per gli Žrec, eppure dopo l’iniziale disorientamento c’è da dire che la composizione convince nonostante qualche momento meno ispirato. Colpa e merito di ciò sta alla produzione, molto scarna e diretta, come quelle che si potevano ascoltare venti anni fa, assai differente dai suoni iper compressi che infestano gli impianti stereo al giorno d’oggi. Dopo il bel finale di Klíč k Pokladům con tanto di assolo di chitarra e la preziosa presenza dell’hammond, Řeka Domova spiazza l’ascoltatore: in un EP di tre brani, uno è strumentale. La musica è altamente evocativa, in lontananza si odono echi dei Negura Bunget più intimi e toccanti, e i cinque minuti di durata scorrono tra visioni di antichi luoghi pagani e oscure presenze nell’ombra. La lunga Vozka prosegue il mood della precedente canzone, le sonorità sono cupe ma anche soft, il cantato è finalmente perfetto e gli strumenti folk un utile alleato per la riuscita del brano. La bravura non manca ai musicisti, la voglia di esplorare neanche, e quando riescono a esprimere al meglio le proprie potenzialità gli Žrec tirano fuori delle belle canzoni.

L’artwork è semplice ma adatto a un’uscita del genere. Il booklet a colori di sei pagine è impreziosito da immagini di natura con i testi ben leggibili (ma non tradotti in inglese), più le classiche informazioni su line-up, registrazioni e altri dati.

Nuovo stile per gli Žrec, ma neanche troppo lontano da quanto fatto in passato. Klíč k Pokladům va visto come un nuovo biglietto da visita ma anche come un passaggio necessario per approdare verso qualcosa di più concreto e sicuro nel prossimo lavoro.

Merkfolk – The Folk Bringer

Merkfolk – The Folk Bringer

2015 – full-length – Art Of The Night Productions

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Maria “Mery” Wometaźniak: voce – Irmina Frackiewicz: chitarra – Lukasz Hawryluk: basso – Rafax “Baton” Frackiewicz: batterita – Katarzyna Nowosadzka: violino – Kacper Pawxowicz: fisarmonica

Tracklist: 1. Intro – 2. Nananana – 3. Wiła – 4. Topielica -5. The Song Of The Possessed – 6. Instrumental – 7. Weselisko – 8. Meadows And Fields – 9. Trust – 10. Merkfolk – 11. Śwagry – 12. Wingstone – 13. Postrzyżyny – 14. Outro

Prosegue il viaggio di Mister Folk all’interno dell’interessante scena folk metal della Polonia: dopo Time Of Tales, Black Velvet Band, Radogost e Valkenrag tocca oggi ai Merkfolk, band attiva dal 2012 che prima del debutto The Folk Bringer risalente al 2015 ha pubblicato solamente un singolo di due brani. La formazione è composta da sei musicisti e all’epoca di questa release ricopriva il ruolo di cantante Maria “Mery” Wometaźniak, vera mattatrice del disco con la sua voce aggressiva e sporca in forte contrasto con la sua figura esile. Il folk metal dei Merkfolk è personale e alterna momenti di grande leggerezza ad altri decisamente più violenti e crudi, trovando un buon equilibrio tra le due anime della band e tirando fuori alcuni brani davvero degni di nota. The Folk Bringer ha un solo problema, ed è la lunghezza. Non che cinquantuno minuti siano troppi, ma quattordici tracce, soprattutto se al debutto su lunga distanza, non sono facili da gestire e può succedere, come in questo caso, di inserire due/tre brani non all’altezza della situazione, rischiando di compromettere in parte quanto di buono fatto in precedenza.

Le migliori tracce del disco sono The Song Of The Possessed (una delle quattro canzoni cantate in inglese, le altre sono in polacco) e Instrumental: il primo è un bel sali-scendi di emozioni con i pregevoli inserti di un violino quasi timido e le roboanti accelerazioni di doppia cassa. Instrumental è invece il classico pezzo delicato da metà tracklist, ottimo per far riprendere fiato all’ascoltatore prima di lanciarsi all’ascolto della seconda parte del cd. Un’altra composizione che spicca sulle altre è Topielica: diretta e orecchiabile grazie alle melodie folk, graffiante e breve, non a caso è stata scelta come singolo e videoclip. C’è poi Weselisko, up-tempo delizioso e simpatico però troppo vicino a due pezzi da novanta come Vodka e Beer Beer dei Korpiklaani.

L’aspetto grafico di The Folk Bringer non teme rivali: il digipak è di ottima qualità e curato nei minimi particolari, così com’è ben fatto il booklet da sedici pagine con tutti i testi e le foto dei musicisti. Molto buono anche il sound del cd, potente il giusto ed equilibrato nel missaggio. La chitarra potrebbe suonare più definita, ma nel complesso tutti gli strumenti sono ben ripresi e il risultato finale è più che soddisfacente.

Questo dei Merkfolk è un discreto debutto che mostra una band capace e motivata a fare bene. Ci sono alcune piccole sbavature dettate probabilmente dall’inesperienza, ma il risultato finale non è intaccato: The Folk Bringer è un esordio musicalmente convincente e molto bello a livello estetico.

Intervista: Druantia

Continuano le interviste di MisterFolk nell’underground centro europeo. Questa volta ci siamo occupati dei Druantia, giovane e promettente band olandese. Nick e Lotte hanno risposto alle domande.

Druantia-Band

Siete un gruppo molto giovane e praticamente sconosciuto in Italia: raccontaci come sono nati i Druantia e quali sono i traguardi che volete raggiungere.

Nick: I Druantia sono stati fondati quasi due anni fa. Lotte (flauti, chitarra e voce) e io (chitarra) ci conoscevamo da alcuni anni e un giorno lei se ne è uscita con l’idea di formare una metal band, chiedendomi di farne parte. Essendo entrambi grandi fan del genere, è stato normale provare a fare musica nostra.

Lotte: In realtà la mia è stata un’azione impulsiva, ma è stata una buona idea, così abbiamo deciso di continuare, anche se abbiamo avuto dei momenti di difficoltà. È stato molto difficile trovare i musicisti giusti perché il folk metal era un genere poco noto nell’area nella nostra zona.

Nick: Per fortuna dopo molti cambi di line-up abbiamo trovato Rik (voce), Mitchell (batteria) e Hans (basso) che si sono adattati perfettamente al gruppo, pronti e motivati a suonare nei Druantia. Non posso dire che abbiamo un obiettivo comune. Chiaramente, dire che vogliamo suonare al Wacken sarebbe un po’ troppo, vero? 😉 Il mio grande sogno è suonare il più possibile, vedere posti differenti e incontrare persone fantastiche. Mi piacerebbe suonare nei piccoli festival tedeschi come Hörnerfest o il Dark Troll Festival. È solo una cosa personale, ma ho la sensazione che anche gli altri membri del gruppo condividano questo desiderio!

Lotte: Beh, sì, potrebbe essere giusto. Per me l’obiettivo potrebbe essere “come diventare una band migliore” e un musicista completo. Ma penso che tutti amiamo suonare dal vivo e non avendo mai suonato in un festival, il prossimo obiettivo potrebbe proprio suonarci!

Musicalmente come definite la vostra proposta musicale? Quali sono i gruppi che apprezzate maggiormente e che vi danno ispirazione? 

Nick: La nostra musica più essere facilmente descritta come folk metal. Per definirla meglio, devi pensare a un misto tra folk e melodic death metal, una sorta di Eluveitie meets Amon Amarth, per dire. La nostra musica spazia dalle allegre drinking songs al melodico e pungente death metal reso intenso dal flauto.

Lotte: Onestamente trovo difficile descrivere il nostro stile musicale e la mia ispirazione proviene da molte band differenti mentre compongo. Se ascolti Vakyries Cry puoi renderti conto di quanto ascoltassi Finsterforst e Garleben in quel momento.

Avete pubblicato sul vostro canale youtube tre canzoni, rendendole scaricabili gratuitamente sul bandcamp, ma non avete realizzato un cd fisico nonostante la buona qualità audio e musicale, come mai?

Nick: Non abbiamo fatto la versione fisica del cd perché pensiamo che il demo sia buono, ma non abbastanza per farne una versione fisica da acquistare. Le registrazioni sono un ottimo modo per dimostrare che i Druantia ci sono e fanno questo tipo di musica. Tuttavia, se dobbiamo fare un dischetto fisico vogliamo un qualcosa che valga la pena di comprare, una sorta di EP con più canzoni, un migliore artwork e così via.

Lotte: Yeah, vedi, le registrazioni sono state un last-minute, non eravamo del tutto preparati. Un nostro amico ha uno studio d’incisione e ci ha offerto qualcosa che non potevamo rifiutare, ma non eravamo ancora pronti per lo studio. Inoltre mi stavo riprendendo da una brutta infezione alla gola, che ha reso la mia voce strana. Tutto sommato abbiamo imparato molto dalla nostra prima esperienza in studio, ma il lavoro non era abbastanza buono per farci un cd.

Lotte Vermeulen

Lotte Vermeulen

Mi fareste un track by track analizzando le differenze tra le varie canzoni?

Nick: Certo! Ti posso dire qualcosa a riguardo dei testi dei brani, mentre Lotte lo farà più che altro sulla musica.

Death of a God: Questa canzone parla di Baldr, uno degli dei nordici. Una notte un sogno profetico ha predetto la morte di Baldr. Sua madre, Frigg, non voleva che accadesse e ha chiesto un giuramento a tutto e tutti nel mondo di non nuocere a Baldr. Tuttavia, Mistletoe (vischio, nda), era troppo giovane per prender parte al giuramento: Loki, il traditore degli dei, crea una lancia di vischio, la dà al fratello cieco di Baldr, Höðr, il quale la tira a Baldr, uccidendolo.

Ragnarok: Ragnarok descrive gli eventi che accadono quando il mondo finirà. È come l’apocalisse, ma secondo i racconti e i miti del nord. Il mondo finirà, gli dei si scontreranno con i Giganti in un’epica battaglia che terminerà in un grande massacro. Il mondo sarà completamente distrutto, ma presto ricreato, e inizierà una nuova era.

Valkyries Cry: Si parla, ovviamente, delle Valchirie, le vergini che risiedono nel Valhalla. Durante le battaglie loro osservano dal cielo, scegliendo i guerrieri fieri e coraggiosi da far entrare nel Valhalla dopo che saranno morti.

Lotte: Death of a God è la prima canzone che ho terminato per i Druantia, ma è anche una delle preferite della nostra audience. È semplice ed molto ispirata dai danesi Svartsot, ma penso che sia orecchiabile e divertente da suonare. Il flauto è molto importante, come in verità lo è in tutte le nostre canzoni. Ragnarok è una composizione molto complicata e mi ha preso parecchio tempo per completarla. Ci sono molte variazioni e assoli, è più di una semplice canzone da ascoltare. Credo che sia una delle nostre canzoni che preferiamo suonare perché ci sono tanti piccole divertenti parti che ti danno un feeling da “hell-yeah” mentre le suoni. L’ultima canzone, Valkyries Cry è la più oscura e metal, un qualcosa che stavo decisamente puntando. Ha dei potenti riff death metal all’inizio e ottime parti di doppia cassa davvero cool che rendono il brano molto pesante. Però è presente un intermezzo acustico con voci pulite e acute, un gran contrasto con il resto della canzone, per me molto valido.

Nei testi trattate i temi classici del folk metal nord europeo. Pensate di continuare così o avete in mente qualcosa di più personale? Continuerete a cantare in inglese oppure state pensando ad utilizzare la vostra lingua madre?

Nick: Non sono sicuro della direzione che prenderanno I testi. C’è ancora molto da prendere dalla mitologia norrena, ma penso che sarebbe interessante scrivere di qualche argomento diverso. Abbiamo già scritto di altri temi come la mitologia celtica (Druantia è una dea celtica), o perfino di pirati! Vedremo, dipende dalla direzione musicale, alcuni argomenti sono migliori se accompagnati da un certo tipo di musica. I testi sono in inglese, almeno per ora, chissà cosa porterà il futuro? Ma è facile esprimermi in inglese. Voglio trasmettere una storia alla gente, racconti di dei nordici, battaglie epiche e grandi feste, penso che funzioni meglio in inglese che in olandese.

I flauti sono molto importanti e ben si mescolano con le ritmiche aggressive e il growl possente di Rik, in alcuni frangenti mi ricordate gli Svartsot. Cosa pensate della band danese e quale pensate sia la possibile evoluzione sonora dei Druantia?

Nick: Ahah, divertente questo che mi dici! Abbiamo sempre lavorato con i working-titles per le canzoni non complete, e Death of a God era chiamata “Svartsot-song” prima che fosse finita, quindi capisco il perché ti facciamo pensare agli Svartsot! Mi piacciono molto come band, anche se non li ascolto spesso. Parlando dell’evoluzione del sound dei Druantia, penso che ci muoveremo verso un sound nostro. Stiamo ancora cercando un posto nostro nella scena, ma credo che siamo sulla buona strada per definire il sound dei Druantia.

Lotte: Ascolto molto gli Svartsot, quindi yeah, è proprio quello che senti! Io scrivo la musica e Nick pensa ai testi, le influenze musicali provengono dai gruppi che ascolto di più. Io e Nick ascoltiamo spesso le stesse band.

La voce di Lotte è presente in più punti, senza però ammorbidire troppo le canzoni, trovo il tutto molto ben equilibrato e maturo!

Nick: Grazie per il complimento! Abbiamo aggiunto la voce di Lotte appositamente, perché non usarla quando si può? D’altra parte, non molte band folk metal usano la voce femminile accanto a quella maschile growl o harsh, penso sia solo una variazione in più alle canzoni!

Lotte: Penso sia un bel compito quello di fare uscire bene le voci femminili nel folk metal, altrimenti si rischia di farle suonare gothic. Onestamente non sono molto felice di come la voce suona nella registrazione. Live e nelle prove canto più potente, quindi dobbiamo lavorarci su. Non era stato programmato di cantare pulito all’inizio, ma quando non abbiamo trovato un cantante adatto ho iniziato a farlo io in alcuni pezzi e ai fans è piaciuto, quindi abbiamo continuato così. Io canto abitualmente, ma in maniera completamente differente. Solitamente canto in uno stile da cantautore, ma a quanto pare alla gente piace molto il mio cantato pulito nei Druantia, quindi: grazie 🙂

Nick Roovers

Nick Roovers

Come nasce una canzone dei Druantia?

Prima di tutto scriviamo la musica. Solitamente Lotte ci fa ascoltare la canzone quando è quasi finita, durante le prove completiamo i dettagli e la concludiamo. Già al primo ascolto della musica mi faccio un’idea di che tipo di testo ci starebbe bene. Inizio a scriverlo e durante le prove forgiamo musica e testo in un’unica canzone.

Nick, quali sono i chitarristi che ammiri di più, e perché?

Nick: Ci sono parecchi chitarristi che ammiro. I primi sono Andre Olbrich e Marcus Siepen dei Blind Guardian. Il loro stile di suonare è melodico e fluente, e tutte le canzoni dei Blind Guardian hanno dei grandi assoli! Inoltre amo Neige degli Alcest per il suo semplicistico e malinconico stile. Non è difficile suonare le canzoni degli Alcest, ma sono così belle! Amo anche suonare nello stile della maggior parte delle canzoni degli Amon Amarth: melodiche ma brutali parti di chitarra sono una grande ispirazione e lo stile è utilizzato in alcune canzoni dei Druantia (ascolta l’intro di Valkyries Cry, per esempio!)

Lotte, i tuoi gruppi preferiti?

Lotte: mi piacciono molte band ed è difficile nominarle tutte, ma ecco alcune che mi piacciono e mi ispirano: Finsterforst, Garlaben, Gernotshagen, Grailknights, Svartsot e Vogelfrey. I musicisti che ammiro? Altra domanda difficile, ma ho molto rispetto per i musicisti dei Vogelfrey, sono una band tedesca davvero cool e insieme suoneremo questa estate in Olanda. Raccomando alle persone di dargli un ascolto perché sono dei grandi musicisti. Ho anche visto i Månegarm dal vivo, recentemente, ammiro molto il cantante, la sua voce è incredibilmente buona e flessibile, davvero grandi!

Cosa mi dite della scena folk metal in Olanda?

Nick: la scena folk in Olanda è piccola, ma molto attiva. Ognuno cerca di aiutare l’altro ed è una bella cosa. Ci sono diversi concerti folk metal, non solo i grandi tour come l’Heidenfest o il Paganfest, ma anche di piccole e locali band. Chiaramente abbiamo gli Heidevolk, nostro orgoglio nazionale, ma anche altre grandi band olandesi. Prova per esempio Encorion, Myrkvar, Rhovanion, Amorgen, Thalanos e Baldrs Draumar!

Quali sono i prossimi passi dei Druantia? Per quando è prevista la nuova release?

Nick: non siamo sicuri di quando ci sarà la nuova release. Prima dobbiamo scrivere un po’ di materiale, cosa che stiamo facendo già ora. Il nostro prossimo passo sarà quello di suonare più concerti possibile. Abbiamo già programmato alcuni show con Adorned Brood, Black Messiah, Skiltron e Vogelfrey!

Lotte: Penso che suoneremo un sacco questa estate, e poi ci concentreremo sulla nostra musica e sulle nuove canzoni. Comunque, tenete d’occhio la nostra pagina facebook perché posteremo un po’ di materiale di inizio carriera 😉

Vi ringrazio per la disponibilità, a voi le ultime parole!

Nick & Lotte: Grazie per l’intervista, l’abbiamo apprezzata molto! Seguiteci su facebook (www.facebook.com/druantiafolkmetal) e su youtube (www.youtube.com/druantiafolkmetal). Grazie per il supporto, speriamo di suonare in Italia un giorno!

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