Intervista: Knight Errant

Si discute spesso sull’utilizzo sbagliato e “ignorante” dei social, ma questi possono e dovrebbero essere un mezzo per facilitare le cose. In ambito musicale, per esempio, potrebbero mettere in contatto utenti a migliaia di chilometri, o far conoscere musica nuova a persone di tutto il mondo. Quello che leggete qui sotto è “frutto” di Linkedin: la violinista Ilgin Ayik mi ha contattato chiedendomi se fossi interessato ad ascoltare la musica del suo gruppo, i Knight Errant. Da lì la recensione che potete leggere QUI, i passaggi su Mister Folk Radio e l’interessante intervista che riporto per intero: oltre a Ilgin sono intervenuti il batterista Murat Arslanoğlu e il chitarrista Ali Ulupinar.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara “Piske” Coppola per la traduzione dell’intervista.

Ho cercato sul web e penso che questa sia la vostra prima intervista italiana, inizierei quindi presentando la band ai lettori del sito raccontando un po’ la vostra storia.

Murat Arslanoğlu: Sì, esattamente, questa è la prima volta, perciò siamo molto entusiasti e felici. Ciao Italia ☺. Prima di tutto vorremmo ringraziarti per questa opportunità. Comunque, i nostri 27 anni di storia nascono nel giugno del 1993. Fino al 1996 abbiamo fatto dei lavori di composizione per la maggior parte, e ci sono stati dei cambi nello staff. Ilgin e il suo violino si sono uniti alla band nel 1995 e ogni singola cosa è cambiata. Ci siamo concentrati intensamente nei concerti dal 1996 e ci siamo fatti conoscere dal pubblico con degli emozionanti live. Nel 1999 abbiamo rilasciato il nostro album di debutto che ha suscitato un interesse internazionale. Ahahahah ☺. A quel tempo abbiamo addirittura negoziato con una label italiana – si chiama Underground Symphony – per un accordo su un nuovo album (etichetta ancora attiva che ha pubblicato tanti dischi validi, soprattutto in campo power metal. Qui su Mister Folk sono presenti gli Æxylium e i Calico Jack, pubblicati proprio da Underground Symphony, ndMF). Comunque, quando le interviste, le recensioni e alcuni articoli vennero pubblicati su Rock Hard Magazine, che è uno dei più popolari magazine metal nel mondo, la nostra popolarità in Germania è aumentata, e quindi abbiamo orgogliosamente ricevuto quella fottuta proposta dal Wacken Open Air nel 2001. Eravamo la band di apertura sul palco più grande, il Main Stage 1, puoi immaginarlo? Fu certamente un’esperienza magnifica per noi. Dopo il Wacken abbiamo sperimentato dei cambi di line-up ed è stato un po’ doloroso. Di conseguenza ci siamo concentrati solamente sulle nuove composizioni con alcuni nuovi e talentuosi componenti. Dopo quel periodo abbiamo rilasciato il nostro secondo album Divan nel dicembre del 2005. Anche questo album del ritorno ha ricevuto parecchia attenzione in Turchia e in Germania. Abbiamo fatto numerosi concerti in Turchia dopo la nuova release. Nel 2007 siamo stati invitati all’Headbangers Open Air, un festival più piccolo, ma cult, che si tiene ad Amburgo e abbiamo fatto uno show davvero piacevole lì. Grazie a questo abbiamo mantenuto vivo l’interesse per noi in questo paese e in molti altri. Come saprai bene, anche molti altri paesi europei sono influenzati dalla Germania nell’area dell’heavy metal. Nel 2008 abbiamo iniziato a comporre il terzo album e abbiamo cominciato a registrarlo nel 2012 e siamo finalmente riusciti a rilasciarlo nel giugno del 2020, si chiama The Grand Migration Of Souls. Devo dire che abbiamo fatto pochi concerti tra il 2008 e il 2020 ed eravamo interessati solamente a questo nuovo album. Spero di aver raccontato brevemente la nostra storia.

Avete pubblicato tre dischi in oltre venti anni di carriera. Come mai così tanto tempo per così pochi dischi?

Ali: Ci sono molte ragioni per questo: prima di tutto non c’è un mercato dell’heavy metal nel nostro paese. Forse c’è una scena heavy metal, ma non è un mercato. Abbiamo tutti il nostro lavoro per sopravvivere, il che ci porta alla seconda ragione: i membri della nostra band sono frustrati dal compromesso che fanno per essere in grado di continuare a fare musica, ma ad un certo punto molti dei membri hanno lasciato la band a causa della frustrazione; il che significa molti cambi di line-up durante gli anni. La terza ragione è che noi ci produciamo i nostri dischi (tranne il primo) il che significa spendere molto tempo e soldi per arrangiamenti, registrazione, mix e mastering. L’ultimo album è stato registrato, mixato e masterizzato dal nostro chitarrista e cantante Barbaros Bensoy. Durante il processo si è trasferito in un’altra città, poi in un altro paese: questo ha rallentato il nostro programma di lavoro.

The Grand Migration Of Souls: perché questo titolo? Hai tutto lo spazio per approfondire testi e musica per farci avvicinale al vostro disco.

Murat: Ovviamente ci sono molte persone nei nostri 27 anni di storia. È un lunghissimo viaggio. Quindi, la storia di alcune canzoni in questo album è partita dai vecchi tempi veramente. Per esempio Anafor abbiamo iniziato a scriverla nel 2002. Gilgamesh (Authentinc) è origine o radice della canzone chiamata Gilgamesh nell’album di debutto. Per Vital Reality è lo stesso, arriva dal 2000. Se fai attenzione, realizzerai che anche queste canzoni non sono incluse nell’album Divan. Mentre ciò accadeva, i Knight Errant hanno cambiato 14 membri, quindi sarà possibile capire che loro hanno aggiunto molte cose a questo album. Nonostante la trama di questa canzone non sia legata a questa situazione, abbiamo stabilito tra la storia principale e questa canzone quando abbiamo finito completamente il progetto. In realtà la canzone è più su materiale individuale e include i pareri personali… Devo dire che il sound di questa canzone è diverso da ogni altra canzone dei Knight Errant.

Nella recensione faccio un accenno agli HIM per la canzone Ruhlarin Buyuk Gocu: qualcuno di voi li ascolta e credi che in qualche modo ci sia traccia di Ville Valo in quella canzone?

Murat: Hmmmm 😊 non penso abbiamo dei membri che ascoltano attentamente gli HIM. Ma è figo il fatto che ti ricordiamo una band importante. Amo molto alcune delle loro copertine.

Credo che Ruzgar sia la canzone più particolare e interessante del cd, con quelle melodie e atmosfere che rimandano direttamente alla vostra terra. Pensate di muovervi in questa direzione per la prossima pubblicazione, oppure continuerete sulla via di The Grand Migration Of Souls, ovvero non ponendovi limiti?

Murat: Per me tutto dovrebbe continuare a svilupparsi con la forza del cambiamento. Ma non penso che cambieremo nel modo che tu dici.

Ali: Non penso che decideremo di muoverci verso quella direzione. Rüzgar è una canzone speciale, dovrebbe rimanere tale.

Ilgin: Sì, sono d’accordo con Ali e Murat. È davvero eccezionale avere una canzone “diversa” in ogni album, ma dall’inizio non abbiamo puntato ad essere una band “oriental metal”. Siamo per lo più definiti dalle nostre canzoni molto energiche, sì, potremmo rifarlo in futuro, ma penso che il nostro obiettivo principale sia mantenere la nostra energia unica per tutto il tempo.

L’ultima traccia del disco è l’outro strumentale Gilgamesh, stesso titolo di una canzone “vera” che fa parte del primo disco Knight Errant. C’è un legame tra le due composizioni?

Ali: sì, se ascolti quella canzone sul primo disco, capirai quella connessione. La strumentale è stata il punto di partenza della canzone. Abbiamo pensato che chiudere l’album con una versione strumentale sarebbe stato significativo.

Come nascono le canzoni dei Knight Errant?

Murat: Facciamo tutto insieme e lo faremo sempre. Per me è il nostro tratto distintivo. E nemmeno rinunceremo a questo approccio. Qualcuno crea un riff, un testo oppure un’idea e tutti partiamo da questo a creare.

Ilgin: Sì, stiamo creando le canzoni insieme, è molto divertente aggiungere le melodie e alcuni dettagli armonici su un riff e a volte modifichiamo anche le parti degli altri e le facciamo suonare meglio. Penso che questi dettagli facciano suonare le canzoni come quelle di una “band”.

Era il 2001 e siete saliti sul palco del Wacken Open Air, prima band turca a farlo. Tu che hai vissuto quell’esperienza, cosa puoi raccontarci a riguardo? Come “siete arrivati” a suonare al Wacken e a quali altri grandi eventi avete partecipato?

Murat: Come ho accennato prima, è stata un’esperienza incredibile per me e l’intera band. Abbiamo sentito una grande crescita lì. Ci hanno conosciuto grazie alle recensioni dei magazine e soprattutto dagli articoli influenti di Goetz Kuhnemund. E lui stesso ci ha consigliato direttamente a loro. Quindi loro ci hanno chiamato per aprire il festival. È stato un grande sogno per noi e lo abbiamo realizzato davanti a 33 mila metallari. Nel 2007 abbiamo partecipato all’Headbangers Open Air nella stessa città (Amburgo, Germania). È un festival più piccolo di Wacken. Ci siamo adoperati per partecipare e abbiamo ricevuto subito l’invito a suonare, ma è stata un’organizzazione molto veloce. Ricordo, onestamente, che eravamo veramente sorpresi 😊. Nonostante ciò tremila metallari hanno partecipato, gli europei erano molto interessati di nuovo. Oooh 😊 la prima volta è stata al Wacken. Abbiamo incontrato di nuovo Sandro Buti, che è un importante autore di musica italiano. La prima volta è stata al Wacken. Di conseguenza vorremmo suonare di nuovo ai festival come quelli più di ogni altra cosa. Forse in Italia? Perché no?

Com’è avere una heavy metal band in Turchia? Ci sono locali per suonare in maniera professionale? Vi sentite parte di una scena?

Ali: Come dicevo prima, questo non è un mercato, ma solo una scena, quindi è veramente difficile continuare ad essere una band heavy metal. Ma è divertente, ci sono fan dell’hardcore e condividere con loro la nostra energia ci fa sentire bene. Visto che la scena nel nostro paese è piccola ma eccitante, i sottogeneri non contano molto. Ci sono pochi club per dei concerti professionali, alcuni di questi sono carini, ma di solito noi non suoniamo nei club. Durante la nostra carriera da band, di solito abbiamo suonato su grandi palchi dove hanno luogo i festival, abbiamo suonato a concerti universitari e festival internazionali. Possiamo dire che siamo una band fortunata nella scena, grazie ai nostri fan che ci hanno supportato in tutti questi anni…

Ilgin, come ti sei avvicinata alla musica metal e quando ti sei innamorata del violino? Quali sono i tuoi musicisti preferiti (anche extra metal)?

Ilgin: per prima cosa, io volevo studiare il piano, poi ho studiato violino completamente a caso in conservatorio. Suonandolo di continuo, mi sono appassionata, è uno strumento difficile da suonare, e io lo adoro. Dalla mia infanzia ho ascoltato musica rock, quindi ho iniziato a suonare le intro, melodie di chitarra e assoli con il violino ed è diventata la mia passione. In effetti mi considero ancora un ascoltatrice del rock ma mi piacciono molto le band metal e anche di altri generi. Non posso fare i nomi ora, ma posso dire che sono una fanatica del dinamismo, può essere una melodia, un’armonia o un andamento ritmico, non importa. Amo ogni tipo di variazione.

Sveliamo una retroscena ai lettori: mi hai contattato tramite Linkedin chiedendo se ero interessato ad ascoltare e recensire la tua band. Quanto sono importanti i social al giorno d’oggi per far conoscere la propria musica? E quanto sono dannosi visto il crollo delle vendite e tutte le conseguenze che conosciamo? A tal proposito, il nuovo disco uscirà anche in formato cd?

Ilgin: Sì, l’ho fatto 😊. Finora non lo abbiamo fatto per i primi due album, sono stati rilasciati dalla label locale ed erano in formato cd. Onestamente non ho avuto un grande vantaggio da quelli, se lavori con una major la situazione ovviamente potrebbe cambiare. Ammettiamolo, i nostri ascolti abituali sono cambiati negli anni a causa di internet. Penso che i mezzi di internet siano ormai le arterie principali della musica e ovviamente dei concerti. Se hai un buon manager/promoter potresti non avere affatto bisogno di una label, a meno che non sia una label veramente grande. Quindi, in futuro, penso che il nostro interesse non sarà trovare una label o rilasciare album in formato cd, ma dopo un po’, se penseremo che sarà il caso, lo faremo, vedremo.

Dovremo aspettare altri quindici anni per ascoltare il nuovo disco?

Ali: probabilmente non dovrai aspettare così a lungo per un nuovo disco perché abbiamo già del materiale per un nuovo disco, e abbiamo avuto un grande feedback sul nostro ultimo album e questo è un grande stimolo per farne uno nuovo.

Ilgin: Sì, abbiamo già iniziato a pensare al quarto album. Dopo questo lungo periodo di attesa siamo ancora più eccitati per il prossimo.

Ti ringrazio per il tempo concesso a questa intervista. Hai tutto lo spazio che vuoi per aggiungere quello che ti va.

Murat: Grazie a voi e saluti da Istanbul. Spero di incontrare il pubblico europeo ai concerti 😊

Ali: Grazie! 😊

Ilgin: Grazie e ci vediamo ai concerti! 😊

ENGLISH VERSION:

I searched online and I think this is your first Italian interview, so I would start by introducing the band to the readers of this site by telling your story a little.

Murat Arslanoğlu: Yes exactly, this is the first time, therefore we’re so excited and very glad. Ciao İtalia ☺  First of all we would like to thank you for this opportunity. Anyway, our 27 year story  began in June 1993. Until 1996, we mostly did composition works for the first album and there have been some staff changes. Ilgın and her violin joined the band in 1995 and every single thing has changed. We focused intensively on concerts since 1996 and created awareness in the audience by the exciting live shows. In 1999, we released our debut album as a well known and rising band in Turkish heavy metal market. The momentum has increased more after the release and it caused an international attention. Hahhh ☺  At that time, we even negotiated with an İtalian label- it’s called ‘Underground Symphony’- for a new album deal. Anyway, when the interviews, reviews and some articles published in RockHard Magazine which is one of the most popular metal magazine of the world, our popularity increased in Germany, so we got that fucking proud suggestion from Wacken Open Air in 2001. We were the opening band on the biggest stage, Main Stage-1. Can you imagine that? It was certainly an amazing experience for us.  After Wacken we experienced staff changes again and it was a little bit painful. Therefore, we focused on only the new compositions again with some new talented members. After that period, we released our second album ‘Divan’ in December, 2005. This comeback album also attracted a lot of attention in Turkey and Germany. We did numerous concerts in Turkey after the new release. In 2007, we were invited to Headbangers Open Air, it is a smaller but cult festival which was held in Hamburg and we had a very enjoyable show there. Thanks to this, we kept the interest in us alive in this country and many others. As you know well that, many other European countries are also affected by Germany in Heavy Metal area. In 2008, we started composing the 3rd album and we started recording in 2012. And we finally managed to release it in June of 2020, it’s called The Grand Migration of Souls. I must say that we did very few concerts between 2008 and 2020 and we were only interested in this new album.  I hope I could told our story briefly ☺

You published 3 records in more than 20 years of career. Why so long for so few records?

Ali: There are lots of reasons for that: First of all there’s not a heavy metal market in our country. Maybe there’s a heavy metal scene but it is not a market. We all have to do our daily jobs to survive; which leads us to the second reason: Our band members usually get frustrated by the compromise they make to be able to continue making music but at some point most members quit because of the frustration; which means lots of line up changes during the years. The third reason is us producing our own records (except the first one) which means spending  a lot of time and money for arrangements, recording, mixing and mastering. The last album was recorded, mixed and mastered by our former guitar player and singer Barbaros Bensoy. During the process, he moved to another city, then another country; that slowed down our working schedule.

The Grand Migration Of Souls: why this title? You have all the space to analyze lyrics and music to get us closer to your record.

Murat: Of course there are a lot of people in our 27 year story. It is a very long time journey. So, the creation stories of some songs in this album started from very old times. For example Anafor was started to write in 2002. Gilgamesh (Authentic) is origin or root of the the song called that Gilgamesh in the debut album. Virtual Reality is the same, it was coming from 2000. If you pay attention, you will realize that these songs are not included in the Divan album also. While all this was happening, Knight Errant has changed 14 band members, so it will be possible to understand that they added a lot of thing to this album. Although the plot of this song is very unrelated with this situation, we did make a relationship between the main story and this song when we finished the project completely. Actually the song is more about individual matters and includes personal points of view..  I must say that this song’s sound is very different  than the other Knight Errant songs.

In the review I make an allusion to HIM for the song Ruhlarin Buyuk Gocu. Someone of you listen to them and do you think there is somehow a trace of Ville Valo in that song?

Murat: Hmmm ☺  I don’t think we have any member who listens to HIM in detail. But this is very nice that we remind you an important band. I love some of their covers very much.

I think that Ruzgar is the most particular and interesting song of the cd, with that melodies and atmosphere that refer directly to your land. Do you think of moving in this direction for the next release, or will you continue on the way of The Grand Migration Of Souls, that is not setting limits?

Murat: For me, everything should continue to develop with the power of change. But I don’t think it wouldn’t change as you pointed.

Ali: I don’t think that we will decide to move towards that direction. Rüzgar is a special song, it should stay that way.

Ilgin: Yes I agree with Ali and Murat. It is really nice to have an exceptional song in every album but from the beginning, we didn’t aim to be an ‘oriental metal’ band. We are mostly defined by our high energy songs, yes we might use modes in the future but I think that our main focus is maintaining our unique energy all the way through.

The last track of the records is the instrumental outro Gilgamesh, the same title of a “real” song that is part of the first record Knight Errant. Is there a connection between the two compositions?

Ali: Yes, if you listen to that song on the first record, you will realize that connection. The instrumental one was the starting point of the song. We thought that closing the album with that instrumental version would be meaningful.

How are Knight Errant’s songs born?

Murat: We did everything together and we will. For me, this is our trademark. We will not give up from this approach also. Someone gets a riff, words or ideas, everyone starts to build on them.

Ilgin: Yes, we are building the songs together it’s so much fun to add melodies, contra melodies and some harmonic details on a riff and also we sometimes modify each other’s parts and make them sound together better. I think these details make the songs sound like a ‘band’.

It was 2001 and you were on Wacken Open Air’s stage, the first Turkish band to do it. You who lived that experience, what can you tell us about it? How did you “come” to play at the Wacken and what other great events did you participate in?

Murat: I mentioned before it was amazing experience for me and the whole band. We felt a big development there. They heard us from the magazine reviews and especially Goetz Kuhnemund’s influential articles. And he did directly advice to them also. Then they called us to opening the festival. It was a big dream for us and we did it with 32K metal maniacs. In 2007, we joined Headbangers Open Air festival at the same city (Hamburg, Germany). It was a smaller festival than the Wacken. We applied to participate and received an invitation immediately. But it was a very expressive organization. I remember, honestly, we were very surprised ☺  Although about 3K metal heads participated, European was interested high again. Oooh ☺  We met again Sandro Buti at there who is a very famous İtalian music author. The first one was in WOA. Consequently we would like to play at the festivals like those again more than everything. Maybe Italia? Why not?

What’s it like to have a heavy metal band in Turkey? Are there some clubs for professional gigs? Do you feel as part of a scene?

Ali: As I mentioned above, this is not a market, this is only a scene, so it is very difficult to continue being a heavy metal band. But it is fun, there are hardcore fans for example, sharing our energy with them makes us feel great. Since the scene in our country is small but exciting, the subgenres don’t matter that much. There are few clubs for professional gigs, some of them are nice but we don’t regularly play in clubs. Throughout our career as a band, we usually played on big stages where festivals take part, we played on university concerts and international festivals. We can say we are a lucky band in the scene, thanks to our fans who support us all these years…

Ilgin, how did you get into metal music and when did you fall in love with the violin? What are your favorite musicians (even extra metal)?

Ilgin: At first, I wanted to study the piano, then I studied the violin completely by chance in conservatory. By playing and playing it, I became addicted to it, it is a difficult instrument to play and Iove that. Since my childhood I was listening to rock music, then I started to play intros, guitar melodies and solos with the violin and that became my passion. Actually I consider myself as a rock listener still but I really enjoy the metal bands  and other genres as well. I can not select the names now but I can say that I am a dynamism addict, it can be a melody, harmony or rhythmic pattern, doesn’t matter, I love every kind of variation.

Let’s reveal some background fact to the readers: you’ve got in touch with me on Linkedin asking me if I was interested in listening and reviewing your band. How important are social networks nowadays for sponsoring your music? And how harmful are they given the collapse in sales and all the consequences we know? In this regard, will the new album also be released in cd format?

Ilgin: Yes, I did it.☺ By now, we haven’t done that for the frst and second albums, they were released by the local labels and they were in cd format. Honestly, I didn’t see a big benefit of those, if you are working with a major label, the situation might change of course. Let’s admit it, our listening habits have changed through the years cause of the internet. I think that the internet tools are the main veins of music today and also of course the gigs. If you have a good manager/promoter you might not need a label at all, unless it is a very major one. So, in the future, I think that our main concern will not be on finding a label or releasing the album in the cd format, but after some time, if we think that we need to do that, we can do it of course, we’ll see.

Will we have to wait another fifteen years to hear the new record? 🙂

Ali: Probably you won’t have to wait that long for a new record because we already have material for a new record, and we get great feedback about our latest record which is a huge motivation for making a new one.

Ilgin: Yes we have already started to think about the fourth album. After this long waiting period we are much more excited for the next one.

Thank you for the time you give to this interview. You have all the space you want to add whatever you want.

Murat: Thank you and sending greetings from İstanbul. I wish to meet with European audience at concerts! ☺

Ali:  Thank you! ☺

Ilgin: Thank you and see you at the gigs! ☺

Intervista: Ūkanose

Non è la prima volta che un’intervista la “inseguo” per anni, tra incomprensioni, email mai lette o finite nello spam, e soprattutto per via di musicisti che si scordano di rispondere dopo aver pressato per avere le domande. Al secondo tentativo – e anche questa volta si è rischiato che saltasse il tutto! – gli Ūkanose riescono ad apparire sulle pagine di Mister Folk con una chiacchierata interessante che passa dalla musica alla storia della Lituania al… turismo! Il chitarrista Linas Petrauskas ci apre le porte della sua band che ha da pochi mesi pubblicato l’EP …Kai Griaudėjo Miškai…: buona lettura!

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Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Se non sbaglio questa è la vostra prima intervista italiana, quindi vorrei iniziare chiedendoti quando e perché avete deciso di fondare la band, il significato legato al vostro nome e quali obiettivi vi eravate preposti nel momento in cui avete iniziato la vostra attività.

Sì, questa è la nostra prima intervista italiana. Gli Ūkanose nascono nel 2012, e il concept legato alla band è nato parlando di storia, mitologia e folklore lituano, il tutto bevendo birra. Sentivamo che ci fosse, in qualche misura, il bisogno di promuovere la nostra cultura, e volevamo inoltre realizzare qualcosa che non fosse mai stato sperimentato prima nella scena metal lituana. Così, poco dopo, abbiamo scelto alcune canzoni popolari lituane che amiamo, e abbiamo iniziato ad arrangiarle in chiave metal.

Se doveste descrivere la vostra musica a qualcuno che non vi ha mai ascoltati, che cosa direste?

Immagina se uno gnomo ubriaco e una bellissima strega si incontrassero e avessero un bambino; questa piccola, bizzarra (ma felice) famiglia rappresenterebbe una sorta di panoramica della nostra musica =D parlando più seriamente, i nostri brani sono fortemente influenzati dalla musica arcaica. Le melodie pagane e le canzoni popolari lituane si uniscono a chitarre elettriche e batteria metal: ecco gli Ūkanose.

L’EP si compone di quattro tracce: da cosa è nata la vostra decisione di realizzare un lavoro così breve, anziché un classico full–length?

Beh, per cominciare, bisogna dire che un paio di anni fa i membri della band sono quasi interamente cambiati. Non è stato un cambiamento improvviso, è avvenuto gradualmente per ciascuno, ma a un certo punto ci siamo resi conto che la maggior parte dei membri attuali non aveva fatto parte della band neanche per metà della sua esistenza totale. I quattro brani dell’EP sono stati concepiti dai membri precedenti: ne abbiamo tenuto conto, e abbiamo deciso di interrompere in questo modo il tema portante. Abbiamo dato gli ultimi ritocchi alle canzoni con i membri attuali, e dato che sono state apprezzate dai fan e da noi stessi, abbiamo avuto la conferma di doverle registrare. All’epoca non avevamo intenzione di andare oltre e realizzare un full-length, dunque la scelta più logica è stata l’EP.

Parlando di questa uscita nella mia recensione, ho utilizzato la parola “celebrazione”. Credo che per voi sia stata una vera festa: l’anniversario dell’indipendenza lituana, e poi la pubblicazione del vostro nuovo materiale…

Sì e no. Anche se il tema dei combattenti per la libertà è molto sentito da noi lituani nella nostra unità nazionale, bisogna ricordare che hanno avuto un enorme impatto nel sottolineare il nostro difficile percorso verso questo obiettivo. I testi di questi brani sono piuttosto intensi, a tratti anche tristi. Le canzoni non sono state scritte espressamente per questa occasione, ma… quale momento migliore per renderle note al pubblico, se non il 30° anniversario della nostra indipendenza? Questo è stato il nostro modo di celebrarlo. Sfortunatamente, non abbiamo avuto occasione di realizzare un vero release party, a causa della pandemia di Coronavirus: abbiamo pubblicato l’EP durante il periodo di quarantena.

Le tracce sono molto variegate a livello musicale, alternando grande delicatezza a momenti gioiosi o aggressivi. La musica e i testi si adattano perfettamente gli uni all’altra?

I testi di questo EP (eccezion fatta per Sena Patranka) sono vere poesie scritte dai partigiani che hanno combattuto per la libertà, e hanno cercato di mettere in forma scritta ciò che hanno visto e vissuto in prima persona. Abbiamo fatto del nostro meglio per realizzare una musica che creasse la giusta atmosfera e si adattasse alle loro parole.

Sono rimasto molto sorpreso dall’ultimo brano, Sena Patranka, con il riff black metal che sembra voler spazzare via ogni cosa… e invece, d’un tratto, arrivano al suo posto melodie e canti gioiosi.

Suppongo che potresti considerare questa canzone come un brano folk, di questi tempi. Parla di uccidere l’ultimo traditore, o “istreibel” (“истребитель”, “combattente” in russo), e guardare avanti, verso tempi migliori. D’altra parte, il testo è satirico, per questo abbiamo scelto di inserire un riff black e subito dopo delle melodie piene di gioia. La canzone recita pressappoco così:

un cannone arrugginito non è una buona arma,
Una vecchia donna rugosa non è un miracolo
Perciò, andiamo a bere qualcosa e festeggiamo un po’
E poi uccidiamo l’ultimo “istreibel”

Ti chiedo scusa per non aver seguito le rime e tutto il resto, ma spero che tu possa cogliere le allusioni e il tono ironico della canzone da questo piccolo assaggio.

I titoli e i testi sono in lituano, perciò vi chiederei di parlarci delle motivazioni dietro a questa scelta, e del significato dei testi delle quattro canzoni.

Il titolo dell’EP significa “Quando le foreste tuonarono”; come ho già accennato, parla dei partigiani lituani e delle loro lotte per la libertà e l’indipendenza dall’occupazione sovietica. Questa guerra ebbe luogo tra il 1944 e il 1953 ed è stata caratterizzata da un vero e proprio assetto da guerriglia, dato che la maggior parte degli scontri avvenne nelle foreste, dove i partigiani si nascondevano, vivevano e combattevano. Da qui, il titolo dell’EP. Il primo brano, intitolato Kas Mes? (“Chi siamo noi?”) è un poema sulla nostra patria, che fu bagnata dal nostro stesso sangue. È dedicata alla terra da cui proveniamo, colei che ci ha cresciuti e resi forti… una canzone sulla forza che viene dal dolore. Il secondo brano si intitola Vadui (“Per il comandante”). Questa poesia/canzone parla di un valoroso condottiero che guidò il suo esercito e, contro ogni previsione, visse la propria vita attraverso le sue battaglie. E anche nei momenti in cui giaceva nel proprio sangue, e stava per togliere il proprio anello affinché non arrivasse nelle mani del nemico… continuava a vivere, e ci portava verso un’altra battaglia. La canzone celebra i condottieri mossi dall’altruismo e determinati a raggiungere i propri obiettivi, e tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita per la libertà. Il terzo brano, Mūsų Kova (“La nostra battaglia”) deve il suo titolo a un poema, il cui titolo originale è “Šernui ir Jurginui” (“Per il cinghiale e la dalia”). Il brano è un’espressione di gratitudine verso le foreste, che durante la guerra sono state sia casa, sia luogo di morte per i partigiani. È anche un omaggio verso due partigiani in particolare, soprannominati Šernui (cinghiale) e Jurginas (dalia), e verso il loro modo di vivere e combattere.  Il loro spirito patriottico è stato, e continua a essere, un esempio per molti di noi. L’ultimo pezzo, Sena Patranka (“Vecchio cannone”) differisce molto dai brani precedenti, per la sua natura gioiosa e celebrativa. Abbiamo menzionato precedentemente il tema, ma vale la pena aggiungere che anche se le celebrazioni erano molto rare tra le comunità partigiane, abbiamo comunque alcune canzoni popolari “allegre” di quel periodo.

Che cosa rappresenta la copertina?

Rappresenta l’albero della vita. Il cuore e il sangue nel terreno simboleggiano tutti coloro che hanno donato la propria vita, l’albero è la nostra patria che cresce forte, grazie al loro sacrificio; gli uccelli che volano via dall’albero rappresentano i cittadini ora indipendenti, i cosiddetti “figli della Lituania”.

Com’è la scena metal in Lituania? Esiste una connessione tra le band folk/pagan metal? Vorreste suggerirci qualche buona band?

La nostra scena metal è piccola. Quasi tutti i musicisti al suo interno si conoscono a vicenda, e molti sono coinvolti in più progetti. Ciò non ci impedisce di avere band davvero fantastiche. In passato c’è stato un forte movimento pagan metal, strettamente connesso al black metal. Oggi ci sono solo poche band che suonano questo genere di musica. Il pagan e il folk metal sono diversi tra loro, in un certo senso. I gruppi che suonano pagan metal qui, tendono a sfruttare temi mitologici nei loro testi, e molti simboli nei loro artwork, ma ciò non si ritrova nell’arrangiamento musicale in sé. In quanto band folk metal, utilizziamo la musica popolare come colonna portante delle nostre canzoni, e creiamo il sound e l’artwork attorno ad essa. Tra le band lituane che apprezziamo e vorrei suggerirvi (anche non esclusivamente pagan/folk) includerei Juodvarnis, Obtest, Kielwater, Improbity, Sullen Guest, Phrenetix, Ossastorium, Nahash, Orb, Amžius, Andaja, Erdve… e così via 🙂 decisamente puoi farti un’idea della nostra scena ascoltandole.

Per gli italiani, la Lituania è una piccola terra lontana. Vorreste farci da tour operator, e indicarci città e monumenti da visitare e conoscere?

Non sarebbe la prima volta che vestiamo i panni di guide turistiche. Alcuni anni fa due di noi hanno avuto ospiti dall’Olanda che stavano realizzando un film sulla scena metal in diversi paesi europei, e li abbiamo aiutati per la sezione lituana. Dai un’occhiata, si intitola “Same Music, Different People”. Ad ogni modo, se verrai in Lituania, visita la nostra capitale Vilnius, e luoghi storici come Trakai e Kernavė. In questo modo, potrai dare uno sguardo su ciò che riguarda la nostra storia. Oh, e la Collina delle Croci a Šiauliai è una grande attrazione per chi ascolta metal.

Conoscete e ascoltate band italiane, folk metal e non?

Oh sì, conosciamo e ascoltiamo alcune band italiane, avete una scena fantastica! Per dire, abbiamo suonato con i Folkstone nel 2013 e tra i nostri preferiti abbiamo Fleshgod Apocalypse, Rhapsody of Fire, Lacuna Coil, Atlas Pain, Windrose, Elvenking, Folk Metal Jacket…

Sono davvero felice di essere di avervi avuti come ospiti, e spero che questa intervista vi possa essere d’aiuto per aumentare la vostra notorietà in Italia. Vi lascio spazio per concludere con qualsiasi cosa vogliate dirci.

Se promoter, organizzatori o band stanno leggendo, e sono interessati a farci suonare in Italia, contattateci! Ci farebbe molto piacere… anche perché la vostra pizza è di alta qualità, e sapete, qui sulla pizza mettono tonnellate di ketchup 🙂

ENGLISH VERSION:

If I’m not mistaken this is your first Italian interview, so I’d like to start off by asking when and why you created the band, the reason behind your name and what objectives you set when you started out.

Yes, this is our first Italian interview. Ūkanose was created in 2012 and the concept of the band was born while drinking beer and discussing Lithuanian history, mythology and folklore. We felt that there was some sort of a need for nurturing of our culture, and also we wanted to do something that was not done before in Lithuanian metal scene. So shortly after, we took some of Lithuanian folk songs that we like and started to arrange them in metal genre.

If you had to describe your band’s music to someone who never listened to it, what would you say?

Imagine if a drunk gnome and a beautiful witch came together and had a baby, then take this weird little happy family and you would have a sort of a visual of our music =D More seriously though our songs are very much affected by old archaic music. Pagan melodies, Lithuanian folk songs come together with electric guitars and metal drums and you get Ūkanose.

The EP is made up of four tracks: how were the decision of a short work born instead of a full-length classic?

Well we probably have to begin by saying that a couple of years ago the band’s members changed almost completely. It was not an instant changeup it happened gradually one by one but we realized at one point that most of current members have not been there for even half of the band’s existence.  So keeping that in mind – the four songs about partisans were created by the older members and that theme stopped there. We put the finishing touches on these songs with the current members and since both we and our fans liked them, we knew that they must be recorded. At the time we did not want to go further and make it into full length. So logically we chose the EP format.

In the review I use the word “celebrate” speaking of this release. I believe that for you this was a real party the anniversary of the independence and the publication of the new material.

Well yes and no. Even though the theme of freedom fighters (partisans) is pretty sensitive to us Lithuanians as a nation, they had a huge impact on our difficult way to freedom. And the lyrics in these tracks are quite heavy and even sad too. The songs were not written especially for this occasion but is there a better time to release them than the 30th anniversary of our independence? So that was our way of celebration. Although we did not have a chance to have a real party because corona happened and we released the E.P. during the quarantine.

The tracks are musically varied, with delicate moments that alternate with other moments that are aggressive or festive. Did the music fits with the lyrics you sing?

Lyrics in this EP (except from Sena Patranka) are actual poems written by the partisans who experienced the fights for freedom and did their best to write down what they saw and what they lived through. And we did our best to make the music that would create the atmosphere suited to these words.

I was surprised a lot by the last track Sena Patranka, with that black riff that seems to want to sweep everything away and instead melodies and festive songs arrive.

I guess you could call this song a folk song of these recent times. It speaks about killing the last traitor, or “istrebitel” (“истребитель” rus. – “fighter”) and moving on to better times. And yet the lyrics are satirical, making fun of them. Hence the black riff and happy melodies afterwards. The song goes something like this:

An old rusty cannon is not a good gun,
An old wrinkly woman is not a miracle,
Therefore let’s go have a drink and party a little
And then kill the last “istrebitel”

Pardon for not making it rhyme and stuff, but I hope you can see the allusions and the satirical nature of the song from this excerpt.

The titles and the lyrics are in Lithuanian, I therefore ask you to tell us the choice of the title and to explain the meaning of the lyrics of the four songs.

The name of the EP means “When The Forests Thundered” and as mentioned before it talks about the Lithuanian partisans and their fights for freedom and independence from Soviet occupation. This war took place in 1944 – 1953. It was by definition a guerilla warfare meaning that most fights took place in the forests where they hid and lived and fought. Hence the EP name. First song Kas Mes? – “Who Are We?” a poem / a song about our lands and soils that were showered in our own blood. The lands where we came from, that hardened us and raised us into strong people. It is a song about strength that derives from anguish. Second song is called Vadui or “For The Commander”. This poem / song speaks about a brave commander who led his troops into battles and against all odds, has lived through those battles. And even when there were moments where he laid in a pool of his own blood and was already taking the ring of his finger so it would not go to the enemy, he lives and he leads us yet into another battle. This song praises those commanders that were so selfless and determined to reach their goals and so many of whom gave their lives for freedom. Third song Mūsų Kova – “Our Fight” (original poem was named “Šernui ir Jurginui” or “For Bore and Dahlia), this one is about thanking the forests that were both home and death for many partisans during the war. It is also about two particular partisans who died in battle. They were nicknamed Šernas (lith – bore) and Jurginas (lith. – dahlia) and the way they lived and fought, their patriotism was and still is an example for many people.The last song Sena Patranka or “Old Cannon” is different in its nature from the ones before, as it is fun and happy and celebrative. We’ve mentioned what it is about before in the interview, but what is worth adding is that even though celebrations were very rear within the partisan communities yet we still have some happy “folk” songs from that time period.

What did the cover represent?

It depicts the tree of life. The heart and blood in the ground stands for the people that gave their lives, the tree is our country that grows strong because of those sacrifices and the birds coming out of that tree is the current independent citizens, the Lithuanian children so to say.

How is the metal scene in Lithuania? Is there a connection between pagan/folk metal bands? Would you like to recommend us some good bands? (also, not folk metal)

Our metal scene is small. Almost all of the musicians within the scene know each other and many play in more than one project. And yet that does not prevent us from having really great bands. In the past there was a strong movement of pagan metal which was very intertwined with black metal. Nowadays there are only a few that play this kind of music. Pagan and Folk metal are different too in a sense. The bands that play Pagan metal here, tend to use the mythological themes in their lyrics and symbols in their artworks, but not so much in music. We as a Folk metal band use Folklore music as the backbone in our songs and create both the sound and the artworks around it. Some of Lithuanian bands that we enjoy ourselves would be (and not just Pagan/Folk) Juodvarnis, Obtest, Kielwater, Improbity, Sullen Guest, Phrenetix, Ossastorium, Nahash, Orb, Amžius, Andaja, Erdve… and so on 😀 Yeah you can definitely form an opinion about our scene if you listen to these ones.

Lithuania for Italians is a far, little land. Do you want to be a tour operator and recommend cities and monuments to visit and get to know?

You know it would not be the first time as guides for us, a few years ago a couple of us had guests from Netherlands who were filming a movie about different European metal scenes, and we helped them with the Lithuanian segment. Check it out is called “Same Music Different People”. If you ever come to Lithuania though make sure to visit our capital Vilnius, as well as historical sites of Trakai and Kernavė. That should give you a glimpse to what our history is about. Oh and the Hill Of Crosses in Šiauliai is a big object of attraction among metalheads.

Do you know and listen to any Italian bands, folk metal or not?

Oh yes we know and listen to quite a few Italian bands, we must say that you have a great scene there! Just from the tops of our heads we played with Folkstone in 2013, and amongst of our favorites are Fleshgod Apocalypse, Rhapsody of Fire, Lacuna Coil, Atlas Pain, Windrose Elvenking, Folk Metal Jacket…

I’m very happy for having you as guests and I hope this interview helps making you more known in Italy. I’m leaving you some space to end the interview with anything you’d like.

If any promoters, organizers or bands that would be interested to have us play in Italy are reading this – well hit us up! We would very much like to come to play as well as have some quality pizzas, because you know, all the pizzas here are with tons of ketchup 🙂

Intervista: Stilema

Il debutto Utopia sta riscuotendo pareri positivi un po’ ovunque. Chi conosce gli Stilema non ne sarà rimasto troppo stupito: il precedente EP Ithaka era un ottimo assaggio delle capacità della band laziale. Del nuovo arrivato, della scena folk metal e dei testi che – nel vero senso della parola – arricchiscono le canzoni, ne abbiamo parlato col cantante Gianni Izzo e col chitarrista Federico Mari.

Bentornati sulle pagine di Mister Folk! Iniziamo parlando del nuovo arrivato Utopia: come ci si sente dopo aver pubblicato il primo disco?

Gianni: Ciao Fabrizio, speravamo di riuscire a fare questa chiacchierata almeno un annetto fa. Ma il destino ci è stato avverso, tra cambi di line-up, tempo risicato, pandemie, i mesi son volati. Utòpia ha inoltre richiesto più lavoro di quello che in realtà ottimisticamente pensavamo. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta, il disco sta ricevendo delle ottime recensioni ed un feedback molto positivo da parte del pubblico. Quindi, nonostante le molte problematiche affrontate, siamo molto felici di come stanno andando le cose.  

Federico: Ci si sente come all’uscita di un lungo tunnel! Nel caso specifico di Utòpia, l’inizio delle registrazioni si perdono nella notte dei tempi, poi il lockdown ha ulteriormente allungato le fasi di rifinitura. Una liberazione insomma! Ma siamo molto soddisfatti del nostro primo full-length.

Cosa vi portate dall’esperienza di Ithaka? Avete ritrovato utile l’esperienza fatta in sala prove e in studio per il precedente EP?

Gianni: Ithaka è stata un’autoproduzione, fatta nello studio del nostro Frenk, e abbiamo cercato di cavarcela, nonostante poi proprio Frenk abbia coadiuvato tutti i lavori, in quanto è sicuramente l’unico esperto tra noi, per quel che riguarda la registrazione di un brano, siamo forse stati un po’ disordinati. Con Utòpia l’approccio è stato più sistematico, abbiamo cercato di ovviare agli errori fatti nel precedente EP. Il tutto poi è passato nelle mani e all’esperienza del fonico Gianmarco Bellumori, e da questo punto di vista ci siamo sentiti anche più sicuri sulla strada che stavamo percorrendo.

Il cd suona potente e al passo coi tempi. Come sono andate le cose in studio?

Federico: Per questo dobbiamo ringraziare Gianmarco del Wolf Recording Studio che ha puntato parecchio su tale aspetto. Teneva molto al fatto che il sound fosse il più possibile moderno (nei limiti imposti dall’aspetto folkeggiante, si intende!) e potente. Il lavoro fatto sulle chitarre e sulla batteria lo trovo meraviglioso.

Gianni: Il Wolf Recording Studio è diventato per molto tempo la nostra seconda casa. Abbiamo imparato molto grazie alla professionalità e la grande accuratezza che Gianmarco ci ha messo nel proprio lavoro. Rispetto ad Ithaka abbiamo curato ancora di più gli arrangiamenti e li abbiamo ampliati. Avevamo molte tracce per ogni canzone, quindi è stato un lavoro lungo per tutti. Il fine era trovare proprio un sound che risultasse a passo con i tempi, che non desse una sensazione di esser vecchio ancor prima di compiere qualche mese di vita. Insieme a Gianmarco abbiamo sperimentato molto, finché non siamo rimasti tutti soddisfatti.

La prima cosa che balza all’orecchio è l’indurimento del sound, ora “più metal”. C’è però da dire che questo fatto non ha modificato eccessivamente la vostra anima e il tutto suona sempre molto naturale e spontaneo. Vorrei sapere se mentre stavate scrivendo le canzoni vi siete accorti che stavate andando in questa direzione e se magari in futuro ci sarà spazio anche per altri piccoli cambiamenti.

Federico: Era nostro desiderio da tempo “indurirci” un po’, ma avevamo bisogno della giusta formazione per farlo. O meglio, per far sì che ciò avvenisse nel modo più naturale possibile. Siamo già al lavoro per del nuovo materiale e la direzione è quella di un sound più pesante, coadiuvato anche dall’uso della chitarra accordata in drop c, già presente nel brano Da Qui Non Si Passerà, e ormai irrinunciabile per molte nuove idee. Questa accordatura, oltre che rendere il sound più pesante, tende ad equilibrarne l’economia generale, andando a contrapporsi al violino, aggiungendo frequenze più basse.

Gianni: Dopo aver registrato Ithaka, l’idea era quella di inserire nel nostro sound tutto ciò che ci piaceva del metal. Fondere il nostro folk, con i sottogeneri più classici del metal, fino a quelli più estremi. Adoro la varietà nei dischi e le contaminazioni tra generi, quindi sì, anche in futuro continueremo in questa direzione, cercando sempre di non snaturare le nostre radici. Insomma non credo ci sia pericolo che ascoltiate una cosa tipo Renegades degli Equilibrium da parte nostra, ma cercheremo di sperimentare sempre soluzioni nuove.

Alcuni testi sembrano riflettere la situazione internazionale che stiamo vivendo, quindi si può dire che le parole che canti siano lo specchio di una (triste) realtà. Come sono nati i testi e cosa ti porta a prendere carta e penna e iniziare a buttar giù le idee?

Gianni: Scrivo perché nessun’altro mi riesce a raccontare le cose come vorrei che me le raccontasse eheheh. Basta una lettura interessante, l’ascolto, il cercare di capire ciò che ci sta accadendo attorno. Come ascoltatore adoro i concept fantasy o storici, come musicista mi piace rimanere in mezzo a questi due mondi, creare musica per intrattenere ma anche per riflettere, fare una fotografia del mio punto di vista sulla società. Un pezzo come Mondi Paralleli ad esempio, mette il punto sull’uso delle fake news, la voglia di apparire, la necessità di arrivare a utilizzare la religione per incutere timore e controllare il “gregge”. Da Qui Non Si Passerà è nata dopo la lettura di Kobane Calling di Zerocalcare. All’inizio era proprio la musica di Utòpia ad essere designata per mettere a fuoco la questione dei Curdi, poi ho pensato che invece di un brano lungo e descrittivo, sarebbe stato più appropriato una sorta di combat song. E quindi la lunga title-track, dopo l’inno di ribellione di “Da Qui…”, è stata designata per descrivere una società che dovrebbe essere normalissima, dove non ci sono discriminazioni sessuali, razziali etc., ma che in realtà rimane a tutti gli effetti ancora una chimera. Uno sguardo amaro sulla triste realtà appunto.

Dovendo scegliere una canzone per rappresentare l’album, quale indicheresti e perché?

Federico: Sono tutte così diverse! Meglio ascoltarle tutte e lasciar scegliere agli altri!

Gianni: È vero, Utòpia ha tutta una serie di mood e di approcci musicali diversi. Abbiamo parti più epiche, altre più smaccatamente folk, le atmosfere gotiche di Ophelia, parti black, aperture a momenti più sinfonici e articolati, andando poi a finire ad un brano come Armonie che è retto solo da piano, violino e voce. È difficile scegliere, forse ti direi Il Volo Eterno, ha un ritornello epico, c’è il growling, la parte acustica, un buon riassunto del nostro sound, la giusta via di mezzo tra brani più diretti come Tra Leggende E Realtà, e pezzi più articolati e lunghi come la title-track.

La scelta di cantare in italiano: è il desiderio di far capire i testi al vostro pubblico? Il lato negativo è che al di fuori dei nostri confini i vostri testi saranno incomprensibili.

Gianni: È più la consapevolezza che è più facile esprimersi nella propria lingua, giocare con le proprie espressioni, interpretarle e pronunciare bene le parole. Molte volte sento delle pronunce tremende in inglese e leggo dei testi che si limitano alla banalità di frasi molto elementari. Mi viene in mente anche Frutto Del Buio dei Blind Guardian e la pronuncia di Hansi in italiano (per chi ha meno di quarant’anni e non conosce questa perla: andatevi a sentire il brano, ndMF), e penso che deve essere dura per uno di madre lingua inglese sopportare molte delle metal band non inglesi, se il risultato è simile a quello, o giù di li. Con questo non metto alcun veto, durante il lockdown ho scritto anche io un paio di brani in inglese, che probabilmente faranno parte del prossimo disco, ma l’italiano per quel che mi riguarda, sarà la lingua portante delle nostre produzioni. Siamo comunque in buona compagnia: Arkona, Korpiklaani, Mago De Oz, Rammstein, alla fine cantano tutti nella propria lingua. In ogni caso, siamo interessati a rendere comprensibili i testi anche per chi non conosce la nostra lingua, infatti i nostri video hanno sottotitoli in inglese.

Cosa speri per gli Stilema? C’è un qualcosa che ti farebbe dire “ora sì che sono soddisfatto”?

Gianni: Ovviamente la più grande speranza per ogni musicista non mainstream, è che un giorno riesca ad arrivare a vivere della propria musica per poter dedicare ad essa maggior tempo ed energie e creare cose sempre migliori. Come band underground non possiamo farlo liberamente, dobbiamo relegare gli Stilema ad un tempo risicato, in cui cerchiamo di fare più cose possibili. Ma un passo alla volta, ora come ora, la prima soddisfazione vera è girare, Covid-19 permettendo, più locali possibili per farci conoscere sempre di più, in modo da migliorare sempre più anche le nostre esibizioni e la nostra immagine live.

Federico: Io spero che si riesca presto a tornare a suonare in giro senza limitazioni e spero che gli Stilema possano far conoscere la propria musica a spasso per l’Europa.

Quali sono i vostri ascolti in questo periodo?

Gianni: Tra le ultime uscite, ho apprezzato molto quello che sembra essere l’ultimo disco dei Falconer, una band che ho sempre amato e non ha quasi mai sbagliato niente nella propria discografia. Anche i serbi Alogia hanno fatto un buonissimo album, anche se mi è piaciuto più il precedente Elegia Balcanica. Ho apprezzato molto anche il nuovo dei My Dying Bride. Andando un po’ indietro nel tempo ti citerei l’ultimo ottimo album dei Furor Gallico, ma quelli che sicuramente mi hanno colpito maggiormente sono i Lou Quinse e il loro ultimo lavoro che ormai risale ad un paio di anni fa Lo Sabbat, geniali.

Una domanda che faccio in tutte le interviste: vi sentite parte di una scena (romana, italiana)? Come sono i rapporti tra gruppi, sinceri o “paraculi”?

Federico: Purtroppo di questi tempi non saprei dirti se l’ambito musicale di cui facciamo parte sia catalogabile come scena. Essendo stati adolescenti ormai anni fa, abbiamo la memoria di maggior spirito di collaborazione tra varie band. Ora questa cosa viene un po’ meno. Detto questo, ci siamo sempre trovati bene con tutti i gruppi con cui abbiamo suddiviso il palco ed è sempre una bella esperienza ascoltare gli altri, se lo si fa senza invidie o complessi!

Gianni: In questi anni siamo stati invitati ed abbiamo suonato con band totalmente diverse, non solo quindi in ambito metal, ma anche rock, punk, dark wave, grunge. Insomma serate di ogni tipo, in ogni caso ci troviamo bene anche di fronte a persone lontane dal metal ed ancor di più dal folk metal. Abbiamo stretto amicizie un po’ con tutti, personalmente cerco di essere sincero con gli altri e sono sicuro che le band con cui abbiamo suonato sono state sincere con noi, non è stato tutto un complimento di circostanza, ma sempre un vero e proprio dialogo nel quale ci consigliavamo gli uni con gli altri sul come muoversi. Pensiamo quindi di far parte di una scena più amplia, una scena musicale, sicuramente di un mondo underground, e la cosa migliore in questi casi è appunto un “mutuo soccorso”. La guerra tra poveri è deprecabile, solo tutti insieme potremmo scavalcare quel muro che ci tiene in una sorta di sottoscala quando invece ho sentito gruppi che hanno tutto il necessario per essere considerati molto di più. Sono sicuro che ci sono anche i “paraculi”, ma per fortuna non ne abbiamo incontrati ancora.

A settembre suonerete al Traffic Club di Roma per la presentazione ufficiale di Utopia: cosa si devono aspettare le persone che verranno e ci saranno sorprese? (la serata è stata poi spostata al 6 ottobre, ndMF)

Gianni: L’ultima serata che abbiamo fatto prima del lockdown è stata proprio al Traffic. È un po’ ricominciare da dove abbiamo lasciato e siamo molto felici di questo. Ovviamente proporremo qualche brano dal precedente EP, ma il 90% dell’esibizione sarà concentrata su Utòpia. Ci sono alcuni pezzi che suoneremo in maniera leggermente diversa rispetto al disco, niente di che, ma chi lo ha ascoltato si accorgerà della differenza. Speravamo addirittura di riuscire a portare un brano inedito, ma è ancora presto per questo. Forse per la data di Napoli il 24 ottobre riusciremo a portarlo.

Siamo alla fine, volete aggiungere qualcosa?

Gianni: Un grazie a te Fabrizio per lo spazio che ci concedi, alla Hellbones Records che ci ha adottato, ma soprattutto a tutte le persone che in questi anni ci hanno incitato a continuare. Ragazzi, se non ci conoscete ancora, potete seguirci sia su Instagram che su Facebook, per tutte le notizie: @stilemaofficial. L’appello finale va oltre a noi Stilema. In Italia abbiamo tantissime ottime band, l’unico modo che avete per farle crescere è andare ai loro concerti, trovate quelle che vi piacciono, ascoltatele e supportatele come potete. È ovvio che siamo tutti più interessati ai grandi nomi storici della musica, ma l’unico modo per non far morire sul nascere delle piccole realtà che potrebbero fare molto se fosse loro data una possibilità, è riservare un po’ di quel interesse che avete per i Metallica o gli Iron Maiden, anche per le band “minori”. Horns up! Ci vediamo in giro.

Short Folk #2

Shot Folk, ovvero recensioni senza troppi giri di parole. Nove dischi/EP/singoli raccontati in poche righe con la semplicità e la sincerità di Mister Folk. Piccole sorprese e cocenti delusioni dal mondo folk/viking, dritti al punto senza perdere tempo. Il primo capitolo di questa nuova serie di articoli è stato ben accolto, quindi benvenuti nel secondo e buona lettura!

Leggi Short Folk #1

Leggi Short Folk #3

Leggi Short Folk #4

Leggi Short Folk #5

Dryad – Panta Rhei

2018 – EP – autoprodotto

4 tks – 24 mins – VOTO: 6,5

I tedeschi Dryad cambiano pelle e due anni dopo il full-length di debutto The Whispering Hills Of The Hill pubblicano un EP contenente quattro pezzi che trattano nei testi il tema della morte. Se il primo album sorprendeva per la massiccia presenza della tromba – che caratterizzava non poco il sound – Panta Rhei vede l’utilizzo dei più classici violini e violoncello. Il risultato è un suono più tradizionale e di facile ascolto rispetto al primo cd, inoltre le canzoni sono maggiormente curate e la registrazione, pur imperfetta, migliore di quanto fatto in passato. Panta Rhei è quindi un piccolo ma deciso passo in avanti per la formazione guidata dal cantante Sebastian Manstetten.

Helsott – The Healer

2017 – EP – M-Theory

5 tks – 22 mins – VOTO: 6

La cover di The Healer è stata realizzata da Felipe Machado Franco (Iced Earth, Blind Guardian e Rhapsody tra gli altri) ed è forse la cosa migliore del disco. Le cinque tracce dell’EP sono gradevoli, ma certificano ulteriormente la difficoltà della band californiana di fare quel salto di qualità che dopo un certo tempo ci si aspetta da una formazione dedita al lavoro in sala prove quanto in sede live. I cinque pezzi di The Healer sono discreti, a volte piacevoli, ma non colpiscono e svaniscono velocemente senza lasciare traccia.

Kaatarakt – Echoes Of The Past

2018 – EP – autoprodotto

5 tks – 22 mins – VOTO: 7

La copertina troppo digitale non è il miglior biglietto da visita per il secondo EP in carriera degli svizzeri Kaatarakt, ma come dice il saggio “mai giudicare un libro dalla copertina”! Infatti le quattro canzoni (più intro) che compongono il cd sono decisamente valide e a fine ascolto è forte il desiderio di ascoltare da capo l’intero lavoro. Extreme folk metal battagliero e con i suoni potenti, Echoes Of The Past è un dischetto che merita attenzione e che si spera possa essere il passo che precede il full-length di debutto.

Jonne – Kallohonka

2017 – full-length – Playground Music

12 tks – 55 mins – VOTO: 6,5

Il cantante dei Korpiklaani ci prova ancora con un nuovo disco solista, e anche questa volta esce fuori un lavoro gradevole come sottofondo ma che se ascoltato con attenzione lascia piuttosto perplessi. Folk acustico intimo e riservato nelle intenzioni, quel che emerge è però un senso di noia che neanche la cover dei Sepultura Refuse/Resist riesce a spazzar via. Tanta energia e buona volontà non sarebbero meglio utilizzarle per cercare di realizzare un grande disco dei Korpiklaani degno dei primi ottimi cd?

Lex Talion – Nightwing

2017 – EP – autoprodotto

4 tks – 18 mins – VOTO: 6,5

Due brani nuovi, una cover dei Manowar e un pezzo acustico: è chiaro che Nightwing sia prevalentemente un’uscita (solo digitale) buona per far sapere in giro che la band argentina è ancora in attività nonostante il precedente disco risalga a cinque anni prima. I due inediti presentano il sound dei Lex Talion più robusto e incalzante rispetto al passato, con la cover di Battle Hymn – personale anche se non fa gridare al miracolo – che è un giusto tributo ai grandi del passato, e la versione acustica di Nightwing che mostra come la formazione sud americana se la sappia cavare anche senza il distorsore. Dopo anni di attesa, Nightwing è il segnale che c’è vita in casa Lex Talion e che ci si deve aspettare nuova musica a breve.

Storm Kvlt – Demo 2018

2018 – demo – autoprodotto

4 tks – 22 mins – VOTO: 7

Raw pagan black metal nel senso più puro della definizione: registrazione, scream vocals, chitarre stridule e un approccio sincero e diretto rappresentano il lato migliore di questo dischetto pubblicato sia in formato digitale che fisico. Tra sfuriate black metal, riff heavy oriented e giri chitarristici rock’n’roll nell’anima (Der Gott Der Stadt), il mastermind Draugr dimostra di saperci fare sul serio e che non si vuole limitare al “solito” pagan black tirato magari interrotto di tanto in tanto da arpeggi di chitarra acustica. Demo 2018 è un lavoro grezzo ma curato, adatto a chi cerca qualcosa che suoni fresco e personale pur rimanendo all’interno di un genere preciso. 

Sverdkamp – Hallgrimskvadi

2017 – full-length – autoprodotto

10 tks – 50 mins – VOTO: 7,5

Puro viking/black come se ne sente sempre meno. Questo dovrebbe bastare per incuriosire gli amanti delle fredde sonorità nordiche, ma si può anche dire che gli Sverdkamp sanno suonare e a scuola hanno sicuramente studiato quanto insegnato dai maestri Enslaved, Isengard e Hades: ottime le parti cantante con voce pulita e i giri melodici di chitarra, così come sono convincenti le parti più truci e tirate. Hallgrimskvadi ricorda a tutti che il viking metal non è (solo) vichinghi con spadoni e barbe imbrattate d’idromele, ma che sa puzzare di sangue e far paura. Purtroppo il power duo si è sciolto poco dopo questa release, la prima su lunga distanza. Consigliati ai nostalgici e a chi vuole scoprire il caro vecchio viking metal.

Thamnos – Night Of The Raven (EP)

2017 – EP – autoprodotto

3 tks – 12 mins – VOTO: 6

One man band del polacco Mikołaj Krzaczek, Thamnos è un progetto extreme folk metal che molto deve ai primi Eluveitie, quelli più crudi di Spirit e Vên. La sua voce, in particolare, ricorda davvero tanto quella di Chrigel Granzmann e la musica, tolti pochi momenti in cui si concede blast-beat o aperture tastieristiche, è poco personale. L’EP è un concept basato sulla fuga del demone Raven con l’intento di distruggere la terra e della lotta col fratello Thamnos, dio della terra, della vita e della luce, che vuole salvare il mondo. Dodici minuti di durata: troppo poco per un’idea precisa, ma abbastanza per rimandare Thamnos alla prossima uscita, sperando in una maggiore personalità.

Wolfhorde – The Great Old Ones

2017 – EP – autoprodotto

3 tks – 17 mins – VOTO: 6,5

The Great Old Ones è il Tributo che la band di Hukkapätkä, voce e batteria della band, decide di pagare ai maestri del genere. Il sottotitolo del disco, non a caso, è “A Tribute To The Roots Of Finnish Folk Metal” e la scelta ricade su Finntroll, Moonsorrow e Amorphis, ognuna di queste formazioni omaggiata con una canzone. Apre le danze Jaktens Tid, si prosegue con Kylän Päässä e alla fine troviamo l’ottima Sign From The North Side, probabilmente la migliore del lotto per reinterpretazione, tratta dal fondamentale The Karelian Isthmus del 1992. Un EP che ha come unico scopo quello di intrattenere con una manciata di cover in attesa del full-length.

Žrec – Klíč k Pokladům

Žrec – Klíč k Pokladům

2017 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Styrbjorn: voce – Torham: chitarra – Horn: basso – Sarapis: batteria – Isica: tastiera, flauto – Thar: violino

Tracklist: 1. Uvedení – 2. Klíč k Pokladům – 3. Řeka Domova – 4. Vozka

I cechi Žrec sono in attività dal 2004, ma non si può certo dire che siano particolarmente proficui: difatti, fino a questo momento, hanno pubblicato solamente un demo, due full-length e il nuovo EP Klíč k Pokladům. L’ultima uscita della band di Vysočina, il disco Paměti, risale al 2012 e mostra un gruppo assai diverso da quello che è possibile ascoltare in Klíč k Pokladům: partiti oltre un decennio fa come pagan metal band piuttosto cruda e diretta, hanno con gli anni ampliato i propri confini musicali, incorporando in particolare influenze folk. Ma i recenti cambi di formazione hanno mescolato le carte e il sound degli Žrec è nuovamente mutato: le bordate metal sono state ridotte e si è fatta spazio la voce pulita a discapito di quella scream e una certa vena rock ha iniziato a prendere piede all’interno delle composizioni.

Klíč k Pokladům è un quattro pezzi per un totale di ventidue minuti di durata limitato a duecentocinquanta copie. Uvedení è l’intro che porta all’opener Klíč k Pokladům, canzone che mette immediatamente in mostra la nuova direzione musicale della band. Tempi tranquilli e un certo feeling rock sono grandi novità per gli Žrec, eppure dopo l’iniziale disorientamento c’è da dire che la composizione convince nonostante qualche momento meno ispirato. Colpa e merito di ciò sta alla produzione, molto scarna e diretta, come quelle che si potevano ascoltare venti anni fa, assai differente dai suoni iper compressi che infestano gli impianti stereo al giorno d’oggi. Dopo il bel finale di Klíč k Pokladům con tanto di assolo di chitarra e la preziosa presenza dell’hammond, Řeka Domova spiazza l’ascoltatore: in un EP di tre brani, uno è strumentale. La musica è altamente evocativa, in lontananza si odono echi dei Negura Bunget più intimi e toccanti, e i cinque minuti di durata scorrono tra visioni di antichi luoghi pagani e oscure presenze nell’ombra. La lunga Vozka prosegue il mood della precedente canzone, le sonorità sono cupe ma anche soft, il cantato è finalmente perfetto e gli strumenti folk un utile alleato per la riuscita del brano. La bravura non manca ai musicisti, la voglia di esplorare neanche, e quando riescono a esprimere al meglio le proprie potenzialità gli Žrec tirano fuori delle belle canzoni.

L’artwork è semplice ma adatto a un’uscita del genere. Il booklet a colori di sei pagine è impreziosito da immagini di natura con i testi ben leggibili (ma non tradotti in inglese), più le classiche informazioni su line-up, registrazioni e altri dati.

Nuovo stile per gli Žrec, ma neanche troppo lontano da quanto fatto in passato. Klíč k Pokladům va visto come un nuovo biglietto da visita ma anche come un passaggio necessario per approdare verso qualcosa di più concreto e sicuro nel prossimo lavoro.

Merkfolk – The Folk Bringer

Merkfolk – The Folk Bringer

2015 – full-length – Art Of The Night Productions

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Maria “Mery” Wometaźniak: voce – Irmina Frackiewicz: chitarra – Lukasz Hawryluk: basso – Rafax “Baton” Frackiewicz: batterita – Katarzyna Nowosadzka: violino – Kacper Pawxowicz: fisarmonica

Tracklist: 1. Intro – 2. Nananana – 3. Wiła – 4. Topielica -5. The Song Of The Possessed – 6. Instrumental – 7. Weselisko – 8. Meadows And Fields – 9. Trust – 10. Merkfolk – 11. Śwagry – 12. Wingstone – 13. Postrzyżyny – 14. Outro

Prosegue il viaggio di Mister Folk all’interno dell’interessante scena folk metal della Polonia: dopo Time Of Tales, Black Velvet Band, Radogost e Valkenrag tocca oggi ai Merkfolk, band attiva dal 2012 che prima del debutto The Folk Bringer risalente al 2015 ha pubblicato solamente un singolo di due brani. La formazione è composta da sei musicisti e all’epoca di questa release ricopriva il ruolo di cantante Maria “Mery” Wometaźniak, vera mattatrice del disco con la sua voce aggressiva e sporca in forte contrasto con la sua figura esile. Il folk metal dei Merkfolk è personale e alterna momenti di grande leggerezza ad altri decisamente più violenti e crudi, trovando un buon equilibrio tra le due anime della band e tirando fuori alcuni brani davvero degni di nota. The Folk Bringer ha un solo problema, ed è la lunghezza. Non che cinquantuno minuti siano troppi, ma quattordici tracce, soprattutto se al debutto su lunga distanza, non sono facili da gestire e può succedere, come in questo caso, di inserire due/tre brani non all’altezza della situazione, rischiando di compromettere in parte quanto di buono fatto in precedenza.

Le migliori tracce del disco sono The Song Of The Possessed (una delle quattro canzoni cantate in inglese, le altre sono in polacco) e Instrumental: il primo è un bel sali-scendi di emozioni con i pregevoli inserti di un violino quasi timido e le roboanti accelerazioni di doppia cassa. Instrumental è invece il classico pezzo delicato da metà tracklist, ottimo per far riprendere fiato all’ascoltatore prima di lanciarsi all’ascolto della seconda parte del cd. Un’altra composizione che spicca sulle altre è Topielica: diretta e orecchiabile grazie alle melodie folk, graffiante e breve, non a caso è stata scelta come singolo e videoclip. C’è poi Weselisko, up-tempo delizioso e simpatico però troppo vicino a due pezzi da novanta come Vodka e Beer Beer dei Korpiklaani.

L’aspetto grafico di The Folk Bringer non teme rivali: il digipak è di ottima qualità e curato nei minimi particolari, così com’è ben fatto il booklet da sedici pagine con tutti i testi e le foto dei musicisti. Molto buono anche il sound del cd, potente il giusto ed equilibrato nel missaggio. La chitarra potrebbe suonare più definita, ma nel complesso tutti gli strumenti sono ben ripresi e il risultato finale è più che soddisfacente.

Questo dei Merkfolk è un discreto debutto che mostra una band capace e motivata a fare bene. Ci sono alcune piccole sbavature dettate probabilmente dall’inesperienza, ma il risultato finale non è intaccato: The Folk Bringer è un esordio musicalmente convincente e molto bello a livello estetico.