Intervista: Hand Of Kalliach

Abbiamo incontrato gli Hand Of Kalliach lo scorso anno grazie all’EP di debutto Shade Beyond e qualche tempo fuori è venuta fuori un’intervista bella e interessante (la potete leggere QUI). Ora la coppia scozzese torna a raccontarsi e a raccontare della splendida Scozia grazie all’album Samhainn, rilasciando un’intervista dove non solo ci svelano musica e testi del disco, ma anche i piani futuri della band e si lasciano andare a consigli turistici da appuntarsi assolutamente.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara “Piske” Coppola per la traduzione dell’intervista.

Ci troviamo di nuovo a parlare a un anno di distanza dalla precedente volta. L’EP è passato e ora avete pubblicato il disco di debutto: come siete arrivati a Samhainn?

Sophie: Sì infatti, e grazie mille per averci fatto tornare per un’altra chiacchierata! È giusto dire che è stato un anno abbastanza folle per noi. L’EP Shade Beyond non era qualcosa dal quale ci saremmo mai aspettati di ottenere molto interesse, ma in realtà ha catturato l’attenzione di alcune persone e siamo stati naturalmente soddisfatti da ciò, e ci ha incoraggiato a scrivere il full-length.

John: Sì, penso che potremmo averlo detto l’ultima volta che abbiamo parlato l’EP era davvero un progetto passionale dal quale sicuramente non ci aspettavamo di ottenere molta attenzione – abbiamo fatto noi stessi molto della produzione, ed eravamo molto sperimentali nel nostro approccio. Mentre siamo ancora soddisfatti di Shade Beyond per quello che è, con Samhainn abbiamo voluto ottenere una produzione di qualità superiore e fare davvero un tentativo ‘serio’ di fare un album completo, e siamo stati molto onorati dalla reazione ad esso.

Per il disco fisico vi siete affidati a Trepanation Recordings: come siete giunti all’accordo e come vi state trovando?

Sophie: Ci siamo originariamente approcciati alla Trepanation Recordings per vedere se fossero interessati nel produrre alcune copie dell’EP Shade Beyond. Dan è stato davvero di supporto al nostro sound e ci ha gentilmente preso per i CD, e abbiamo avuto una così bella esperienza con lui che è stato un gioco da ragazzi quando si è offerto di fare anche i CD per Samhainn.

John: Sì, Dan alla Trepanation è stato assolutamente brillante. Supporta un sacco di progetti strani, oscuri e inusuali come il nostro che altrimenti potrebbero non avere molta esposizione mediatica. Lui è molto ragionevole con i contratti, ed è generalmente una gran brava persona. Attualmente suona il basso nei Mastiff (un’eccellente band sludge/death inglese) che ha suonato ad Edimburgo recentemente, quindi l’ho conosciuto di persona al concerto che è stato fantastico.

Potete dirci qualcosa sulle copertine dell’EP e del disco di debutto e cosa rappresentano? Chi è l’autore?

Sophie: per quei tuoi lettori che potrebbero non conoscerci, il nome “Hand of Kalliach” è un gioco di parole sul nome di un’antica dea-strega dell’inverno della mitologia scozzese “Cailleach”. Lei è spesso rappresentata come una vecchia strega, ma a volte prende la forma di una donna bellissima, e si manifesta dalle profondità per dare inizio all’inverno. Molta della nostra musica è centrata intorno al tema contorto di benevolenza e malevolenza che lei rappresenta nella mitologia, e volevamo che questo venisse fuori nell’artwork. In realtà abbiamo realizzato l’artwork dell’EP da soli con uno degli amici di John, in realtà è una fotografia di inchiostro bianco in un grande serbatoio d’acqua con le luci spente!

John: per entrambi gli EP e per l’album volevamo davvero catturare l’atmosfera pesante, con riferimenti al mare, alle stagioni e al tempo, con il tema centrale di un’interpretazione astratta di una dea dalle sembianze di Cailleach. Con Samhainn abbiamo avuto un artista professionista che sui social si chiama VHummel per fare l’artwork, che amiamo assolutamente. Di nuovo, rappresenta una figura femminile simile a Cailleach, questa volta con molti più riferimenti alla mitologia dietro di lei -in questo caso, è ritratta come giovanile, che abbiamo ritenuto opportuno per l’inizio del suo regno stagionale durante l’inverno che Samhainn celebra. Sta portando le cose che usa per portare il freddo dove cammina, e un martello con il quale da forma all’orizzonte e alle montagne. Di nuovo, crediti a VHummel -gli abbiamo dato un sacco di opzioni da includere ed è riuscito ad includerle tutte!

Il disco suona compatto e credo che abbiate raggiunto uno stile tutto vostro che vi caratterizza e vi rende subito riconoscibili. Siete d’accordo con me?

Sophie: È bello da sentire, grazie! Sì, volevamo davvero che questo fosse focalizzato su uno stile principale, piuttosto che sul nostro EP molto più vario.

John: Sono d’accordo, grazie! Benché ci siano ancora molte influenze nel nostro sound, questo è moto più condensato ed è molto positivo sapere il fatto che hai trovato il sound immediatamente riconoscibile. Lo prendiamo come un complimento quando giornalisti e recensori hanno detto che hanno difficoltà a categorizzarci, che se tutto va bene suggerisce che è qualcosa di diverso.

Quali sono a vostro avviso i brani migliori del disco?

Sophie: Bella domanda, visto che ci dividiamo sulle nostre preferite- la mia è Solach Neònach seguita da vicino da The Lull of Loch Uigedail, ma quelle di Jon sono Roil e Return to Stone. Detto questo, siamo stati piacevolmente sorpresi del fatto che non ci sia reale consenso tra gli ascoltatori su quali siano le migliori –Each Uisge possibilmente è appena avanti nella popolarità nello streaming, ma è una cosa vicina.

John: Quando tentiamo di decidere quale traccia rilasciare per il lancio dell’album continuiamo a discutere le opzioni. Quindi, come in tutti i matrimoni sani, giungiamo ad un “compromesso” e scegliamo le preferite di Sophie…!

Mi è piaciuta molto The Lull Of Loch Uigeadail: di cosa parla e cosa potete raccontarci a proposito della sua creazione?

John: È veramente bello da sentire -mettere una traccia lenta nel mezzo di un disco heavy è un azzardo, ma abbiamo avuto una risposta positiva a essa. Questa è una traccia veramente diversa per noi, e fu inizialmente scritta come prima parte di una traccia più grande che consisteva in questa traccia e nella successiva, Ascendant. Potresti notare che la melodia che la chitarra inizia a suonare circa a metà di Lull… è quasi identica al riff alto di Ascendant, con l’outro di batteria di questo che raddoppia il ritmo nel successivo. Abbiamo però deciso di dividerle, a volte si può desiderare di ascoltare uno e non l’altro a seconda dell’umore, in quanto è un grande cambio da tutto questo.

Sophie: Loch Uigeadail è un lago sull’isola di Islay al largo della costa ovest della Scozia, da dove viene la famiglia di John. Il nome viene tradotto più o meno con “il laghetto misterioso” e questa traccia è come un’interpretazione di come ha guadagnato quel nome. Come per molte delle nostre tracce, i testi sono abbastanza astratti ma sono dalla prospettiva del fondo del lago, in un posto di relativa calma. Volevamo costruire un’impressione di echi vorticosi di rabbia e calore residuo dalla fine improvvisa di “Cinders” e catturare quel fondo emotivo che può seguire un periodo prolungato di angoscia, rabbia o sforzo, e trovare un livello di pace in mezzo al dolore, chiamandoti a riposare nel profondo. Tutto ciò precede il riprendersi di Ascendent, che sale metaforicamente dalle profondità oscure, traboccante di determinazione.

Ho trovato le ultime due tracce del cd un po’ diverse dalle altre e ho pensato che per le prossime release il vostro sound si potrebbe arricchire di qualche nuova sfumatura. Volete parlarci di Trail Of The Beithir-Nomh e Return To Stone?

John: Certo, insieme a Each Uisge, Trial of the Beithir-Nimh è una traccia basata sulla creatura omonima dalla mitologia scozzese. “Beithir-Nimh” (pronunciato “beh-hir niv”) tradotto come “serpente velenoso”, che è un drago con dodici zampe e senz’ali nascosto nelle caverne e nei burroni sotto le montagne delle Highlands. Proprio come il folklore dei draghi più tradizionale, hanno giocato a giochi contorti con viaggiatori disattenti, e le storie dicono che punge le sue vittime prima di farle precipitare verso lo specchio d’acqua più vicino. Se le vittime vincono vivono, se perdono muoiono. Si credeva si formassero durante le tempeste di fulmini dai cadaveri dei serpenti che sono stati tagliati in due dagli umani, e alcune storie raccontano che una volta Cailleach stessa prese la forma di un Beithir-Nimh essendo stata uccisa dai cacciatori mentre era nella sua forma umana. Il riff in 12/8 è stato scritto per emulare le dodici zampe che si muovono velocemente giù per le scogliere, in una sorta di corsa disperata e malferma.

Sophie: Return to Stone è un altro riferimento alla mitologia di Cailleach. Essendo tornata in vita a Samhainn in tempo per regnare sui mesi invernali, alla fine della stagione si trasforma in pietra a Beltltainn, al di sotto delle profondità del vortice di Corrywreckan. Volevamo creare un’atmosfera da atto finale guardando l’abisso, come se il Cailleach e/o il protagonista riflette su tutti gli orrori della loro esistenza invernale e si prepara alla fine. I laboriosi colpi di martello che riecheggiano sullo sfondo all’inizio, insieme al ritmo “doom-esque”, dovevano creare una sorta di aria cupa, fredda e determinata.

Cosa ci dite di Òran na Tein’ éigin?

John: “Òran na Tein’-éigin” (pronunciato “oran na chehneh ey-gyn”) tradotto come “Canzone del bisogno di fuoco”, un vecchio rituale nel quale si spegnevano tutti i fuochi in un villaggio e poi si riaccendevano con le torce di un unico falò. I paesani usavano le corde per girare un enorme tronco eretto per usare l’attrito per accendere il fuoco, ed era un rituale usato per bandire le pestilenze, gli spiriti maligni, o qualsiasi altra forza maligna fosse percepita come in grado di colpire i cittadini.

Sophie: Questa è probabilmente la nostra traccia più “esterna” musicalmente, poiché fonde molti elementi black metal con una forma di musica scozzese chiamata “puirt-a-beul”. È un canto molto rapido, melodico, con molto del ritmo e della ripetizione. Accettiamo pienamente che sia molto particolare, ma sembra che abbia interessato gli ascoltatori. È stato anche un dannato incubo registrare la voce!

Avete mai pensato di utilizzare qualche strumento tradizionale nella vostra musica? Potrebbe essere una buona idea?

John: mentre usiamo un po’ di arpe nell’album, particolarmente dove vogliamo aggiungere un elemento di atmosfera, il punto centrale del nostro processo di scrittura è prendere melodie, scale e ritmi che sono tipicamente usati nel folk scozzese e trasporli per le chitarre distorte.

Sophie: Nonostante non siamo in nessuna maniera contrari all’uso di strumenti tradizionali, o lasciarli fuori da lavori futuri, il modo in cui arriviamo al nostro sound ci guida largamente lontano da loro, dato che le parti che scriveremmo per loro sono perlopiù suonate sulle chitarre invece. Per esempio la melodia all’inizio di Return To Stone si basa molto sulle cornamuse -ma pensiamo che usare veramente le cornamuse si scontrerebbe con l’atmosfera che tentiamo di creare. Ma, mai dire mai, ed è qualcosa che potremmo esplorare di più nelle future release.

Vivete nella bellissima Scozia e mi piace pensare che anche una semplice passeggiata possa ispirarvi qualcosa che poi finisce su disco. Succede anche questo?

Sophie: Grazie, amiamo vivere qui! E sì, c’è sicuramente molto in cui trovare ispirazione una volta che si arriva in campagna, che si tratti di coste, montagne, foreste o valli. Gran parte della nostra ispirazione deriva dal fatto di aver trascorso molto tempo sull’Isola di Islay, grazie alla famiglia di John.

John: Assolutamente, penso che a volte sia fin troppo facile scrivere canzoni sulle stagioni qui perché possono essere così drammatiche! E quando hai un contesto come quello della mitologia, questo aggiunge una grande quantità di varietà.

Sperando che la situazione sanitaria migliori sempre di più, avete mai pensato di aggiungere session man per suonare live e continuare come duo in studio?

John: Sicuramente – è un obiettivo per il 2022 ottenere almeno uno show in live, e abbiamo avuto alcune prime conversazioni con i musicisti locali che sono interessati a suonare con noi. Non vogliamo fissare aspettative troppo alte, in quanto abbiamo tre bambini piccoli tra cui un bambino che attualmente prende la maggior parte del nostro tempo libero, ma una volta che saranno un po’ più grandi speriamo sicuramente di avere un po’ più di tempo per provare e suonare dal vivo.

Sophie: Non ho mai suonato live in realtà, quindi prenderà senz’altro del tempo per abituarmi! Ma sì, abbiamo avuto un sacco di richieste per spettacoli dal vivo, quindi pensiamo che ci pentiremmo di non aver fatto del nostro meglio per indossarne un po’.

John: Sì, ad essere onesti, ho sempre suonato solo la batteria dal vivo, mai chitarra/voce, quindi ho un po’ di lavoro da fare anche per me per prepararmi al palco! Ma siamo entusiasti e stiamo facendo progressi lenti ma sicuri.

Ci suggerite alcune leggende scozzesi o celtiche poco note?

John: Beh, in realtà ci sono un sacco di bestie oscure e leggende dalle quale scegliere una volta che vai a cercarle! Molte delle quali le abbiamo scoperte per caso mentre scrivevamo i nostri testi. Ne abbiamo alcune che salveremo per le nostre prossime release, ma uno con cui la gente potrebbe non avere familiarità e che ha effettivamente influenzato molti altri scritti sono i “redcaps” o “powries” dei confini scozzesi (il sud della Scozia, al confine con l’Inghilterra). Si tratta di una razza di creature assassine goblin che abitano in castelli abbandonati e siti in cui si sono verificate azioni malvagie (luoghi di esecuzione, ex sedi di tiranni, ecc.). Si nascondono in agguato per i viaggiatori, che tendono agguati con massi e rocce. Dopo un’uccisione riuscita, inzuppano i loro cappelli nel sangue delle loro vittime, dando loro una tonalità cremisi – da qui, ‘redcap’.

Farete mai un EP o un album cantato interamente in gaelico?

Sophie: Ci piacerebbe fare un full-length in gaelico, o almeno un EP come suggerisci -l’unica sfida è che è una lingua abbastanza difficile, e specialmente per un ascoltatore con poca familiarità può essere estremamente difficile capire cosa succede!

John: In realtà abbiamo considerato di farlo per Samhainn, ma dopo una discussione abbiamo deciso che volevamo fare un album più “accessibile”, nonostante abbiamo incluso molti elementi in gaelico, titoli e versi come un’introduzione alla cultura gaelica. Ma una volta che saremo un po’ più avviati sarà qualcosa che ci piacerebbe fare.

Sophie: Il gaelico è in tale declino in Scozia che rischia di non avere madrelingua nel giro di poche generazioni, quindi siamo davvero desiderosi di fare la nostra piccola parte per tenerlo in vita.

Ci consigliate qualche band scozzese underground da ascoltare assolutamente?

Sophie: Abbiamo un numero sorprendentemente alto di compagni di label scozzesi alla Trepanation Recordings e tutti facciamo cose interessanti e inusuali: Tommy Concrete, A Sea of Dead Trees e Order of the Wolf sono tutti meritevoli di ascolti.

John: Nello spazio del folk metal, i Ruadh fanno un bel mix di black/folk, sicuramente anche loro meritano un ascolto.

La prossima estate verrò per la prima volta in Scozia e vi chiedo di suggerirmi un posto fuori dai classici giri turistici che però secondo voi vale assolutamente la pena di visitare.

John: Questo è bello da sentire! Sono pesantemente di parte ovviamente, ma potresti visitare qualche isola della costa ovest e trovare alcune delle più belle ed ancora largamente inesplorate aree inesplorate che ci siano. Ti potrebbe aiutare se ti piace il whisky, ed è essenziale che non ti importi del tempo molto variabile, ma puoi trovare dei paesaggi e delle scogliere davvero surreali lì. Una delle opzioni più fuori dai sentieri battuti è l’isola di Oronsay: puoi raggiungerla solo guidando o camminando su un fondale marino esposto alla bassa marea dalla vicina isola di Colonsay. Se ci invii un messaggio con il tuo itinerario approssimativo sono sicuro che potremmo dare alcuni suggerimenti più personalizzati!

Sophie: In alternativa ci sono le Highlands che hanno una vibe e una bellezza differente, ci sono molti itinerari di trekking e di scalata che puoi prendere che sono abbastanza tranquilli tutto l’anno. Solamente, stai attento al Beithir-nihms…!

Siamo alla fine della chiacchierata, volete aggiungere qualcosa e salutare i lettori italiani?

Sophie: Secondo le nostre statistiche di Spotify e iTunes, l’Italia è costantemente nella top 5 dei paesi degli ascoltatori da quando è uscito Shade Beyond l’anno scorso, quindi un grande grazie ai nostri fan italiani- siamo contentissimi che vi sia piaciuto tanto il nostro sound strano!

John: Mi associo assolutamente a questo, siamo estremamente onorati di vedere che la nostra musica è piaciuta a persone di tutto il mondo, la risposta a Samhainn è stata strabiliante, e avere avuto una tale popolarità in Italia è stato semplicemente fantastico – e siamo sicuri che questo blog è almeno in parte responsabile di questo, quindi grazie Mister Folk per il continuo supporto!

ENGLISH VERSION:

We meet up talking again a year after the previous time. The EP is over and now you have released your debut album: how did you get to Samhainn?

Sophie: Yes indeed, and thanks very much for having us back for another chat! It’s fair to say it’s been a pretty crazy year for us. The Shade Beyond EP wasn’t something we ever expected to get much interest from, but it really caught some people’s attention which we were of course delighted with, and encouraged us to write the full-length.

John: Yes, I think we may have mentioned last time we spoke the EP was really a passion project that we definitely didn’t expect to get much attention – we did a lot of the production ourselves, and were very experimental in our approach. Whilst we’re still happy with Shade Beyond for what it is, with Samhainn we wanted to get some higher quality production and really make a ‘serious’ attempt at making a full album, and we’ve been very humbled by the reaction to it.

For the physical record you relied on Trepanation Recordings: how did you come to an agreement and how are you getting along with them?

Sophie: We approached Trepanation Recordings originally to see if they were interested in producing some copies of the Shade Beyond EP. Dan there was really supportive of our sound and kindly took us on for the CDs, and we had such a good experience with him that it was a no-brainer when he offered to do the CDs for Samhainn as well.

John: Yeah, Dan at Trepanation has been absolutely brilliant. He supports a lot of weird, dark and unusual projects like ours that otherwise might not get as much exposure. He is very reasonable with the contracts, and is just generally a very good guy. He actually plays bass in Mastiff (some excellent sludge/death from England) who played in Edinburgh recently, so I got to meet him in person at the gig which was fantastic.

Can you tell us what the cover art of both your EP and your debut album represent? Who made them?

Sophie: For any of your readers that might not know us, the name ‘Hand of Kalliach’ is a play on the name of an ancient witch-god of winter from Scottish mythology called the ‘Cailleach’. She is most frequently depicted as an old hag, but sometimes she takes the form of a beautiful woman, and arises from the depths to usher in winter. A lot of our music is centred around the twinned themes of benevolence and malevolence she represents in mythology, and we really wanted that to come across in the artwork. We actually made the EP artwork ourselves with one of John’s friends, it’s actually a photograph of white ink in a big tank of water with the lights off!

John: For both the EP and the album we really wanted to capture the heavy atmosphere, with reference to seas, seasons and time, and of course the central focus of an abstract interpretation of a Cailleach-like female deity. With Samhainn, we got a professional artist who goes by VHummel on social media to make the artwork, which we absolutely love. It again depicts a female Cailleach-like figure, this time with more influences from the mythology behind her – in this case, she is portrayed as youthful, which we felt would be appropriate for the beginning of her seasonal reign over winter that Samhainn celebrates. She’s carrying her staff which she uses to bring the frosts where she walks, and a hammer with which she shapes mountains and the skylines. Again, credit to VHummel – we gave him a whole bunch of options to include and he managed to elegantly include them all!

The record sounds compact and I think you’ve reached a style that characterizes you and makes you immediately recognizable. Do you agree with me?

Sophie: That’s great to hear, thank you! Yes, we really wanted this to be focussed down to one core style, rather than our much more varied EP.

John: Agreed, thanks! Whilst there are still a lot of influences in our sound, this is much more condensed and it’s very positive to hear you find the sound immediately recognisable. We’ve taken it as a compliment when writers and reviewers have said they find it difficult to categorise us, which hopefully suggests that it’s something a little different.

What are the best songs on the album in your opinion?

Sophie: Good question, as we’re split on our favourites – mine is Solas Neònach closely followed by The Lull of Loch Uigeadail, but John’s are Roil and Return To Stone. That said, we’ve been pleasantly surprised that there’s no real consensus amongst listeners as to what the best ones are – Each Uisge is possibly just ahead in streaming popularity, but it’s a close thing.

John: When we were trying to decide which track to release as a single for the album launch, we kept debating the options. So, as in all healthy marriages, we ‘compromised’ and went for Sophie’s favourite…!

I liked The Lull of Loch Uigeadail very much: what is this song about and what can you tell us about its creation?

John: Really great to hear – putting a slow, atmospheric track in the middle of a heavy album is always a gamble, but we’ve had a positive response to it. This was a very different track for us, and was originally written as the first half of a bigger track which consisted of this and the following track, Ascendant. You might notice that the melody the guitar starts playing about halfway through Lull… is nearly identical to the high riff in Ascendant, with the drum outro from this one doubling pace into the next. We decided to split them though, as sometimes you may wish to listen to one and not the other depending on mood, as it’s a big swing from this one.

Sophie: Loch Uigeadail is a loch on the Isle of Islay off the west coast of Scotland, where John’s family come from. It’s name roughly translates to ‘the mysterious pool’ and this track is kind of an interpretation of how it gained that name. As with most of our tracks, the lyrics are pretty abstract but are from the perspective of the bottom of the loch, in a place of relative calm. We wanted to build an impression of swirling echoes of rage and residual heat from the abrupt end of “Cinders,” and capture that emotive nadir that can follow a prolonged period of anguish, rage or exertion, and find a level of peace amidst the sorrow, calling you to rest in the deep. All of this precedes the rally of Ascendant, metaphorically rising from the dark depths, brimming with resolve.

I found the last two tracks of the album a bit different from the other ones and I thought that for the next releases your sound might have some new shades. Do you want to tell us about Trial of the Beithir-Nimh and Return to Stone?

John: Of course, so along with Each Uisge, Trial of the Beithir-Nimh is a track based on it’s namesake creature from Scottish mythology. ‘Beithir-Nimh’ (pronounced beh-hir niv) translates to ‘venomous serpent,’ which is a 12-legged wingless dragon lurking in caves and burrows under the mountains in the highlands. Much like more regular dragon folklore, they played twisted games with careless travelers, and the tales go that it stings it’s victims before racing them to the nearest body of water. If the victim wins, they live, and if not they die. They were believed to be formed under lightning storms from the corpses of a snakes that had been severed in two by humans, and some tales held that the Cailleach once took the form of a Beithir-Nimh herself having been killed by hunters whilst in her human form. The riff in 12/8 was written to emulate the 12 legs moving rapidly down the cliffsides, in a sort of desperate, stumbling race.

Sophie: With Return To Stone, this is another nod to Cailleach mythology. Having come alive on Samhainn in time to rule over the winter months, at the end of the season she turns to stone on Bealltainn, beneath the depths of the Corryvreckan whirlpool. We wanted to create an atmosphere of finality and gazing at the abyss, as the Cailleach and/or protagonist reflects on all the horrors of their wintry existence and prepares for the end. The laborious hammer strikes echoing in the background at the start, along with the doom-esque pacing, were to create a sort of grim, cold and determined air.

What is “Òran na Tein’ éigin” about?

John: Òran na Tein’-éigin (pronounced oran na chehneh ey-gin) translates to ‘song of the need-fire,’ an old ritual where all the fires in a village would be extinguished and then re-lit with torches from a single bonfire. Villagers uses ropes to turn a huge upright log to use the friction to ignite the fire, and it was a ritual used to variously banish plagues, evil spirits, or whatever malign forces were perceived to be affecting the townsfolk.

Sophie: This is probably our most ‘out-there’ track musically, as it melds a lot of black metal elements with a form of Scottish mouth music, called ‘puirt-a-beul.’ It’s a very rapid, melodic singing, with a lot of rhythm and repetition. We fully accept it’s very peculiar, but it seems to have been of interest to listeners. It was also a bloody nightmare to record the vocals for!

Have you ever thought about using some traditional instruments in your music? Could it be a good idea?

John: While we do make some light use of harps in the album, particularly where we want to add an element of atmosphere, the core part of our writing process is taking melodies, scales and rhythms that are typically used in Scottish folk and transpose these for distorted guitars.

Sophie: Whilst we are in no way against using traditional instruments, or ruling them out for future work, the way we get to our sound largely steers us away from them, as the parts we would write for them are mostly played on guitars instead. For example, the melody at the start of Return to Stone is very much based on bagpipes – but we think that actually using bagpipes there would clash with the atmosphere we try to create. But, never say never, and it’s definitely something we could explore more on future releases.

You live in the beautiful Scotland and I like to think that a simple walk can inspire you something that goes in the album. Is this happening?

Sophie: Thank you, we do love it here! And yes, there is certainly a lot to inspire once you get out into the country, whether that be the coasts, mountains, forests or glens. A lot of our inspiration is from spending a lot of time on the Isle of Islay, due to John’s family there.

John: Absolutely, I think sometimes it’s almost too easy writing songs about the seasons here because they can be so dramatic! And when you have the context of the mythology it just adds a huge amount of flavour.

Hoping that the health situation will improve more and more, have you ever thought about adding session men to play live and continue as a duo in the studio?

John: Definitely – it’s a goal for 2022 to get at least one show in, and we’ve been having some early conversations with local musicans who are interested in playing with us. We don’t want to set expectations too high, as we have three young children including a baby which takes the majority of our spare time currently, but once they’re a little older we definitely hope to have some more time to practice and play live.

Sophie: I’ve never actually played live before so it’s definitely going to take some getting used to! But yes, we’ve had a lot of requests for live shows, so we feel we’d regret not giving it our best attempts to put some on.

John: Yeah to be fair I’ve only ever drummed live before, never guitar/vocals, so I’ve got a bit of work cut out for me too to get stage ready! But we are keen, and we are making slow but sure progress there.

Can you suggest us some less popular Scottish or Celtic legends?

John: Well, there’s actually a huge range of obscure beasts and legends to choose from once you go digging for them! Many of which we only stumbled upon when writing our tracks. We’ve got a few we’ll save for a future release, but one that people might not be familiar with that has actually influenced a lot of other writing is the ‘redcaps’ or ‘powries’ of the Scottish borders (the south of Scotland, bordering England). These are a race of murderous goblin-esque creatures that inhabit abandoned castles and sites where evil deeds had taken place (execution grounds, former seats of tyrants, etc). They lurk in wait for travellers, who they ambush with boulders and rocks. Upon a successful kill, they soak their hats in the blood of their victims, giving them a crimson hue – hence, ‘redcap’.

Will there ever be an EP or a full-length entirely in Gaelic or something with a theme?

Sophie: We’d love to do a full-length in Gaelic, or at least an EP as you suggest – the only challenge is that it is quite a difficult language, and particularly for a non-familiar listener it might be extremely hard to fathom what’s going on!

John: We actually considered doing it for all of Samhainn, but after discussion we decided we wanted to make the album more accessible, whilst still including a lot of Gaelic elements, titles and verses as an introduction to Gaelic culture. But once we’re a bit more established it would be something we’d love to look at doing.

Sophie: Gaelic is in such decline in Scotland it’s in danger of having no native speakers within a few generations, so we are really keen to do our small part to keep it alive.

Can you suggest us some underground Scottish band that we must absolutely listen to?

Sophie: We have a surprisingly high number of Scottish label-mates on Trepanation Recordings all doing some really interesting and unusual stuff – Tommy Concrete, A Sea of Dead Trees, and Order of the Wolf are all worth checking out.

John: On the folk metal space, Ruadh do a great mix of black/folk, definitely worth checking them out too.

Next year I’ll come to Scotland for the first time and I ask you to suggest me a place that is off the beaten track but, in your opinion, it is absolutely worth a visit.

John: That is great to hear! I’m heavily biased of course, but you could visit any of the west coast islands and find some of the most beautiful yet largely unspoiled wilderness there is. It helps if you like your whisky, and it’s essential that you don’t mind very variable weather, but you can really get some unreal landscapes and coastlines there. One of the more off the beaten track options is the isle of Oronsay – you can only reach it by driving or walking across a seabed that is exposed at low tide from the neighbouring isle of Colonsay. If you message us with your rough itinerary I’m sure we could make some more tailored suggestions!

Sophie: Alternatively there’s the highlands which have a very different vibe and beauty, there are plenty hiking and mountaineering routes you can take that are really pretty quiet all year round. Just watch out for the Beithir-nimhs…!

We’re at the end of the chat, would you add something more and say hello to the italian readers?

Sophie: According to our Spotify and iTunes stats, Italy has consistently been in the top 5 countries for listeners ever since launching Shade Beyond last year, so a massive thank you to our Italian fans – we are delighted you have enjoyed our weird sound so much!

John: I would absolutely echo that, we are extremely humbled seeing our music enjoyed by people across the world, the response to Samhainn has been mind-blowing, and to have had such popularity in Italy was just fantastic – and we’re sure this blog is at least partly responsible for that, so thank you Mister Folk for the continued support!

Finntroll – Vredesvävd

Finntroll – Vredesvävd

2020 – full-length – Century Media Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Vreth: voce – Skrymer: chitarra – Routa: chitarra – Tundra: basso – MörkÖ: batteria – Virta: tastiera – Trollhorn: tastiera, banjo, voce

Tracklist: 1. Väktaren – 2. Att Döda Med En Sten – 3. Ormfolk – 4. Grenars Väg – 5. Forsen – 6. Vid Häxans Härd – 7. Myren – 8. Stjärnors Mjöd – 9. Mask – 10. Ylaren – 11. Outro

Dove eravamo rimasti? Ah, sì. 2013, esce Blodsvept, sesto disco dei Finntroll. Buona qualità, belle canzoni, non un capolavoro ma decisamente godibile, così come il precedente Nifelvind. Poi, all’improvviso, la band stacca la spina. Qualche tour, passano gli anni e i concerti diventano sporadici, ma del nuovo disco non si hanno notizie. Trascorrono così sette anni e, finalmente, arriva l’annuncio del tanto atteso nuovo lavoro. Il risultato? Vredesvävd, trentotto minuti per nove canzoni più intro e outro.

Com’è il disco? Anonimo, purtroppo. Brutto? Assolutamente no, ma le canzoni non ripagano i sette anni di attesa e speranze che i fan riponevano nella band. Ascoltando il cd è palese la volontà di Vreth e soci di tornare, in un certo senso, alle origini, realizzando un album crudo e diretto, a tratti feroce ma con quel classico stile che da sempre contraddistingue i musicisti finlandesi. Se la si vuole dire in maniera brutale: sembra di ascoltare una raccolta di outtake dei vecchi dischi, per l’occasione ri-registrate al fine di dare omogeneità e un suono compatto e uguale. L’inizio, in realtà non è male: Att Döda Med En Sten è la classica opener dei Finntroll, buona per i concerti e anche su cd rende bene, con quegli stop and go che si alternano alle accelerazioni feroci e le sempre presenti tastiere che cambiano l’umore al brano a seconda dei tasti pigiati. Ormfolk sembra uscire direttamente da quello spettacolo di Jaktens Tid e se da una parte c’è il fascino del 2001, dall’altra ci si chiede se una cosa del genere sia davvero necessaria. Il bell’inizio acustico di Grenars Väg sembra preannunciare un pezzo alla Visor Om Slutet, ma presto la distorsione si impossessa della canzone e quel che ne viene fuori è il classico mid-tempo dei Finntroll. Il primo pezzo deludente è Forsen, anche se quel break con il violino (di Olli Vänskä dei Turisas e ospite fisso negli ultimi tre lavori dei Finntroll) è davvero delizioso. Vid Häxans Härd picchia dall’inizio alla fine, ma tolti i muscoli rimane davvero poco; le cose vanno meglio con la scheggia impazzita Myren (2:49), la quale ha il pregio di far battere il piede fin dai primi secondi e, senza cercare niente di più, fa egregiamente il suo lavoro. Stjärnors Mjöd è un’altra composizione che sembra più un filler che un brano portante di Vredesvävd, e nella sua “normalità” scorre senza colpo ferire. In conclusione di disco la qualità si rialza un po’ grazie a Mask e Ylaren: anche qui non possiamo certo parlare di canzoni che resteranno per anni nelle scalette dei concerti, ma in questo contesto fanno bene il proprio lavoro, la prima con una bella dose di grinta e la seconda lasciando maggiore spazio alle melodie (sinistre) e a tempi lenti. Ylaren in particolare mostra che quando lo vogliono i Finntroll sanno ancora creare canzoni belle, nel loro classico stile ma con qualcosa di diverso dal solito.

Presentato da una copertina tutto sommato trascurabile e da una manciata di singoli digitali, Vredesvävd è l’album meno interessante della discografia dei troll finlandesi, un passo indietro rispetto alle ultime prove in studio e una delusione per chi ha atteso tutti questi anni per ascoltarlo. Non è un disco brutto e per qualche tempo girerà nei lettori cd, ma poi lascerà spazio alle perle che i Finntroll hanno saputo creare nel corso della loro carriera.

NB: il voto è frutto della delusione, ma cercando di essere oggettivi si può tranquillamente aggiungere un mezzo voto. Non di più.

Short Folk #4

Shot Folk, ovvero recensioni senza troppi giri di parole. Ben dodici dischi/EP/singoli raccontati in poche righe con la semplicità e la sincerità di Mister Folk. Piccole sorprese e piacevoli conferme dal mondo folk/viking, dritti al punto senza perdere tempo. Buona lettura e folk on!

Leggi Short Folk #1

Leggi Short Folk #2

Leggi Short Folk #3

Leggi Short Folk #5

Aephanemer – Prokopton

2019 – full-length – Primeval Records/Napalm Records

8 tks – 44 mins – VOTO: 8

Partiamo dalla fine, ovvero: se un’etichetta grande e potente come la Napalm Records decide di ristampare (con tanto di bonus cd) un disco uscito pochi mesi prima per conto di una label a dir poco underground, allora vuol dire che in quel disco c’è della musica che vale la pena di conoscere. È il caso di Prokopton, secondo full-length dei francesi Aephanemer, una bomba di death metal melodico (un po’ Suidakra più cattivi, un po’ Wintersun meno prolissi) con fondamentali parti di tastiera che rendono la proposta meno aspra e più accattivante. La cantante/chitarrista Marion Bascoul ha un bel growl graffiante e il gruppo gira alla perfezione: la title-track e The Sovereign sono forse le canzoni più rappresentative, ma il cd non presenta cali qualitativi. La scoperta del 2019.

Cernunnos – The Svmmoner

2019 – EP – autoprodotto

4 tks – 14 mins – VOTO: 7

Gli argentini Cernunnos (da non confondere con quelli italiani!) tornano con un nuovo EP dopo aver dato alle stampe il disco Leaves Of Blood nel 2016 e l’EP Mother Earth di tre anni prima. The Svmmoner contiene tre brani e un intro per un totale di quasi tredici minuti: il sound si fa ogni pubblicazione più personale e vario, con due canzoni molto distanti tra loro come la title-track (voce pulita e ghironda a iosa) e la conclusiva The Arcane Below, vicina al death metal per voce e ritmiche, ma gustosa nei break folk dalle tinte celtiche. Nel loro piccolo i Cernunnos sono una sicurezza e al giorno d’oggi non è poco.

Equilibrium – Renegades

2019 – full-length – Nuclear Blast

10 tks – 47 mins – VOTO: 4

Ricordate gli Equilibrium di Sagas e Rekreatur, per non parlare di quelli del debutto Turis Fratyr? Bene, gli Equilibrium del 2019 in comune con quelli che hanno pubblicato i dischi prima citati hanno solamente il nome e il chitarrista René Berthiaume. Cambi di formazione, nuove influenze e la volontà di variare la propria proposta (o la classica mancanza d’ispirazione) hanno portato il gruppo tedesco a incidere Renegades, lavoro che prende le distanze da tutto quello proposto negli anni precedenti. Di folk metal non c’è traccia e non è il “cambio di genere” il problema, ma l’inconsistenza dei brani. Il lavoro delle tastiere (sempre molto presenti) è come al solito accattivante, ma sono le canzoni a non funzionare: soluzioni fin troppo piatte e deboli per convincere l’ascoltare a premere nuovamente play, figurarsi a comprare il cd.

Havamal – Tales From Yggdrasil

2019 – full-length – Art Gates Records

9 tks – 49 mins – VOTO: 7,5

Dopo il promettente EP del 2017 Call Of The North, tornano con il disco di debutto gli Havamal svedesi, da non confondere con gli Hávamál tedeschi che fanno folk metal. Tales From Yggdrasil è composto da otto tracce (più un intro) di buonissimo death metal melodico con spruzzate di folk metal alla Ensiferum soprattutto per quel che riguarda le orchestrazioni e le melodie di chitarra. Nei testi si parla di divinità scandinave e guerrieri senza paura, temi che ben si addicono a una proposta così potente e bellicosa ma che dà molta importanza alle aperture melodiche, ai dettagli delle sei corde e agli interventi di tastiera. Tales From Yggdrasil è in grado di fare la gioia di chi cerca metal estremo, cultura vichinga e sonorità scandinave in un unico disco.

Nifrost – Blykrone

2019 – full-length – Dusktone

10 tks – 42 mins – VOTO: 7

Il secondo disco dei Nifrost conferma i pareri sulla band: bravi, autori di buone canzoni e che conoscono bene il genere che suonano. Il viking metal è il loro pane quotidiano e se in alcuni momenti possono ricordare gli ultimi Windir, in altri danno l’impressione di trovarsi bene anche con quelle venature progressive (ma solo venature!) di Helheim ed Enslaved. Hanno personalità i ragazzi e Blykrone è un lavoro che piacerà non poco ai cultori del genere; se non conoscete la band questo è un ottimo modo per farlo a patto che poi andiate ad ascoltare anche i precedenti Motvind e Myrket Er Kome.

Pagan Throne – Dark Soldier

2019 – EP – Eternal Hatred Records

5 tks – 18 mins – VOTO: 7

I brasiliani Pagan Throne confermano con questo EP Dark Soldier quanto di buono fatto ascoltare in passato, in particolare sul secondo disco Swords Of Blood. Il pagan black metal dei cinque musicisti è piuttosto diretto, ma non disdegna le orchestrazioni e le melodie quando ben si incastrano con il resto della musica. Piccoli dettagli (i suoni vagamente orientali di Empty And Cold, alla fine la migliore composizione del cd e il testo in lingua madre di Ascensão Ao Poder Do Sol), rendono l’ascolto sempre interessante anche se i Pagan Throne non inventano nulla. Bravi nel fare bene quello che sanno fare, e tanto basta per farseli piacere.

Teshaleh – Born Of Fire

2019 – EP – autoprodotto

5 tks – 20 mins – VOTO: 7,5

Da Baltimora, USA, una piacevole scoperta in ambito folk metal da una terra che si sta facendo lentamente conquistare dalle orde europee costantemente in tour. Born Of Fire è un EP di cinque brani ben costruiti, dal doppio cantato femminile e ricco di strumenti violino, cornamusa, flauto e ciaramella. I Teshaleh suonano insieme dal 2017, ma ascoltando il cd sembra di avere a che fare con una formazione molto più esperta e dotata. Il sound è personale e accattivante, qualche influenza ogni tanto esce fuori (Huldre su tutti), ma per essere un EP di debutto difficilmente si può sperare in qualcosa di meglio. In trepidante attesa del full-length.

Varg – Wolfszeit II

2019 – full-length – Napalm Records

10 tks – 45 mins – VOTO: 6

Ri-registrare un proprio disco ha senso se l’originale suona male a causa del budget o dell’inesperienza, oppure se il lavoro è “vecchio” di venti anni e si ha il desiderio di poter ascoltare le vecchie canzoni con il potente sound attuale. Il debutto Wolfszeit risale al 2007 e, detto francamente, non suona male: è la classica produzione sporca ma giusta per il genere per una band tedesca di pagan metal. Quindi perché questo inutile dischetto nel 2019? La risposta può essere solamente legata alla volontà di far circolare nuovamente quelle canzoni dato che l’album originale è praticamente introvabile: all’epoca furono stampate solamente 2000 copie. Detto ciò, la speranza è che i Varg, dopo aver suonato nuovamente in studio queste canzoni, prendano spunto dal proprio passato per evitare la pubblicazione di lavori pessimi come Guten Tage Das End e Aller Lügen.

Vosegus – Terre Ancestrale

2019 – full-length – autoprodotto

5 tks – 42 mins – VOTO: 7,5

I francesi Vosegus si formano nel 2018 e un anno dopo danno alle stampe il disco di debutto Terre Ancestrale. Solitamente in così poco tempo non c’è modo di creare un lavoro realmente maturo, invece la band di Nantes tira fuori cinque canzoni di ottimo pagan/black metal dalle tinte oscure che rapisce l’ascoltatore fin dal primo ascolto. I brani durano tutti sette minuti, con la conclusiva title-track che invece raggiunge i dodici minuti; la produzione è buona per il genere e le canzoni scorrono bene senza momenti di stanca. Un peccato, quindi, che il disco sia al momento solo digitale: chi non vorrebbe supportare un gruppo del genere acquistando il cd?

Huldre: la creatura torna nella foresta

2009-2019. La carriera dei danesi Huldre è durata esattamente dieci anni, il tempo di incidere due dischi, suonare in alcuni festival europei, ringraziare i fan e salutare tutti per tornare alla vita di tutti i giorni.

Il nome è preso dalla figura della Hulder (Huldra), una creatura del bosco di sesso femminile e di aspetto bellissimo, con una coda di vacca nella tradizione norvegese. Lo studioso e autore Luca Taglianetti che ha curato la traduzione del libro “Theodor Kittelsen. Troll”, definisce la huldar “la “fata” silvestre delle leggende norvegesi […], come da tradizione, ha in mano un lavoro a maglia ed è vestita da ragazza della malga”. Adesca gli uomini, li porta nella foresta e giace con loro prima di ucciderli o portarli all’inferno, a seconda della storia, della tradizione e della nazione; le huldre sono difatti presenti anche in Svezia (con una coda di volpe anziché di vacca) e i racconti su questa creatura sono numerosi e diversi tra loro.

La storia inizia nel 2009 e l’anno successivo viene dato alle stampe il demo omonimo contenente cinque brani, registrato in casa a costo zero e distribuito gratuitamente ai concerti che la band tiene in Danimarca: fin dal primo ascolto è facile capire che gli Huldre possono realizzare un gran debutto. Due anni più tardi, difatti, arriva Intet Manneskebarn, lavoro che così definisco nel libro Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök: “un disco qualitativamente impressionante, vario e ben congeniato, in grado di emozionare e far fare headbanging al tempo stesso”. A mio parere si tratta del debutto dell’anno e sicuramente una delle migliori uscite del 2012: quando si dice che nell’underground ci sono perle di sincera bellezza, da conoscere e supportare invece di comprare l’ennesimo cd della band già affermata che realizza album per doveri contrattuali! Sotto la supervisione di Lasse Lammert (Alestorm, Warrel Wane, Svartsot, Wind Rose) prende forma un folk metal sì influenzato da Otyg, Lumsk e Storm, ma anche ricco di spunti personali che rendono il sound subito riconoscibile. Il secondo full-length giunge a fine 2016 sotto la Gateway Music, sempre con Lammert a dirigere il lavoro in studio. La formula non cambia molto rispetto al debutto, ma le piccole novità del sound riescono a far suonare Tusmørke fresco e diverso da tutto il resto presente sul mercato. La voce di Nanna Barslev è versatile e fortunatamente lontana dal cliché che vuole la voce femminile lirica e un po’ lamentosa a farla da padrone. Con una vocalist del genere e con una sezione folk (violino, flauto, ghironda e bombarda) composta da due musicisti sempre ispirati è difficile mancare il bersaglio, tanto più che tutti gli altri strumenti portano i mattoni necessari per alzare quel wall of sound che con gli Huldre ha ragione di esistere. Miglior canzone del lotto è forse Hindeham, ma non è semplice scegliere (QUI potete leggere l’intervista con la band fatta lo scorso anno). Nonostante due ottimi dischi il gruppo non riscuote il successo che meriterebbe e, pur non mancando occasioni live e festival internazionali, la sensazione che si ha è che tutto questo abbia forse fiaccato i sei musicisti. In data 16 gennaio 2019 sul profilo Facebook degli Huldre appare il comunicato dal titolo “The Huldre returns to the forest”, senza aggiungere notizie o dettagli sul motivo dello scioglimento; prima di concludere la carriera, però, c’è tempo per una piccola serie di date che porta al farewell show, dove davanti a una sala concerti colma di gente, gli Huldre si congedano dalla scena folk metal e, come vuole la tradizione folkloristica, la pericolosa creatura che leggende e racconti hanno reso nota anche ai più piccini, se n’è tornata della foresta, esattamente da dove era arrivata.

Intet Manneskebarn e Tusmørke sono due lavori di grande spessore, ancora belli da ascoltare a distanza di diversi anni. La huldar, anche se non si mostra più in giro, è sempre lì, in agguato nella foresta che ascolta e attende, pronta ad agire.

Ph: Jacob Dinesen

Chur – Four-Faced

Chur – Four-Faced

2019 – full-length – autoproduzione

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Yevhen Kucherov: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Goddess – 2. Four Faced – 3. Дике поле (Wild Steppe) – 4. Paradise – 5. Tyra – 6. Dancer – 7. Битва під Конотопом (Battle Of Konotop) – 8. River – 9. Freedom Or Death – 10. Outro – Степова спека (Steppe Hot) – 11. Фломастерні брови (Marker Eyebrows)(bonus track)

Una decade fa la carriera dei Chur sembrava ormai lanciata, almeno per gli standard underground, poi il nulla. Dieci anni di silenzio interrotto sola da uscite minori (tipo la raccolta di brani tratti da split) prima del ritorno della one man band ucraina con il presente disco Four-Faced. Il progetto nasce nel 2005 e nel giro di pochi anni vengono dati alle stampe una serie di dischi che possono senz’altro essere considerati interessanti e che mettono in risalto lo stile di Kucherov, cantante/musicista che con pazienza e dedizione scrive e pubblica album e split degni di nota. In particolare nel 2012 vede la luce l’ottimo split cd con Oprich e Piarevaracien sotto la supervisione della Casus Belli Musica. Poi, all’improvviso, il nulla. Almeno fino a Four-Faced.

Four-Faced è un album equilibrato, realizzato con passione e che non presenta cali qualitativi o picchi mostruosi. Si tratta di un bel disco di folk metal sovietico, molto piacevole da ascoltare e che nonostante la durata importante – sessantuno minuti – non stanca o annoia. Le canzoni sono quasi tutte strutturate nella maniera classica e un buon esempio è rappresentato dall’opener Goddess, brano che racchiude le caratteristiche sonore del progetto Chur. Le dieci tracce di Four-Faced sono tutti mid-tempo con poche accelerazioni o improvvisi cambi di ritmo, ma nonostante l’andatura costante non si avverte stanchezza nell’ascolto, forse grazie ai tanti strumenti folk utilizzati nelle varie canzoni. L’aspetto folk è sempre molto presente senza però togliere spazio alle chitarre e agli altri strumenti, un equilibrio sul quale Yevhen Kucherov si è dedicato con attenzione negli anni scorsi; un’altra particolarità più che positiva è rappresentata dai cori e dalle parti dove la voce si moltiplica “a strati”, creando un effetto profondo ed epico, dando alla canzone quella piccola imprevedibilità che aiuta sempre quando le canzoni hanno una durata media di cinque o sei minuti. La title-track, Дике поле e Dancer sono tre modi diversi per Kucherov di esprimere la propria vena artistica e la passione per la mitologia pagana che arricchisce i brani del disco di una componente “magica”, mentre una piccola menzione la merita Tyra, dallo splendido finale di ghironda e l’oscura River, con delle pregevoli melodie di flauto.

Il ritorno dei Chur è senz’altro positivo ed è un peccato che al momento sia disponibile solamente in formato digitale. Four-Faced è un lavoro solido e qualitativamente buono: la lunga pausa ha eclissato il nome della band, ma la bontà dei brani potrebbe far tornare a galla i Chur e il buon folk metal che dal 2005, anno di pubblicazione del demo Брате вітре, Kucherov crea con tanta passione.

Montelago Celtic Festival 2019

MONTELAGO CELTIC FESTIVAL – XVII EDIZIONE

3 AGOSTO 2019, ALTOPIANO DI COLFIORITO (MC)

Testo di Mister Folk, foto di Persephone.

Parlare di Montelago a chi non ci è mai stato non è semplice: qualcuno di famoso diceva che “parlare di musica è come danzare di architettura” e in un certo senso raccontare quel che si vive e prova a far parte del popolo del Montelago Celtic Festival è tutto tranne che semplice. Si potrebbe dire che si fa parte di una famiglia, una famiglia allargata composta soprattutto da sconosciuti, ma tra sconosciuti basta un sorriso per diventare amici e “fratelli di folk”.

Montelago è un festival dove la musica, la buona musica, è al centro dell’intera manifestazione, ma anno dopo anno sono aumentate le attività extra musicali, arrivando a questa edizione, la diciassettesima, a rappresentare una bella fetta dell’interesse potenziale del festival. Veramente tanti, infatti, sono stati i workshop e i corsi che si sono alternati nelle varie tende predisposte, senza dimenticare l’accampamento storico e la “classica” battaglia delle 19.00, il torneo seven di rugby e il mercatino che conta decine di bancarelle/stand con artigianato e altre interessanti mercanzie.

I vostri Mister Folk e Persephone, per motivi lavorativi, hanno potuto partecipare alla terza e ultima giornata del festival, quella del 3 agosto, data che è anche l’anniversario del nostro matrimonio celtico, svolto proprio a Montelago nel 2013, e che quindi risulta essere un giorno speciale e magico al tempo stesso.

 

Felicemente spostati dal 2013

Una volta oltrepassato l’ingresso si entra in un mondo magico, dove i problemi di tutti i giorni sono messi da parte e non c’è tempo nemmeno d’iniziare a orientarsi che già si viene assorbiti dal Flowers Of Montelago, ovvero il torneo seven di rugby: grinta e mete spettacolari sono la norma dello sport più bello che ci sia. Si prosegue con i giochi celtici (lancio del tronco, lancio della pietra e tiro della fune), ma la musica che proviene dal Mortimer Pub è troppo accattivante per non seguirla: sul palco ci sono i The Led Farmers, band irlandese che fa saltare tutti i numerosi presenti davanti al palco. Simpatici e con una buona presenza scenica, tornano per il bis richiesto a gran voce dalla platea con il cantante Brendan Walsh che annuncia l’esecuzione della “canzone più bella mai scritta” e attacca col banjo il riff iniziale di Smells Like Teen Spiritsdei Nirvana: seguono scene apocalittiche di pogo e danze sfrenate, per la felicità di tutti quanti, spettatori e musicisti. Dopo l’abbuffata di folk rock e polvere è il momento di (continuare) a bere e cosa di meglio se non la deliziosa birra al Varnelli? E così, dopo birre, shot e cose varie offerte da amici, conoscenti e sconosciuti, arriva il momento dell’epica battaglia che ha visto coinvolto l’intero accampamento storico, ma nel frattempo il festival offre tante altre alternative: corsi sulla lavorazione dell’argilla e sulla creazione degli incensi mentre i Folkamiseria suonano al Mortimer Pub, con i workshop degli strumenti folk che si svolgono senza sosta e sempre con un gran seguito. Ci sono anche presentazioni di libri, danze scozzesi e i matrimoni celtici (sempre emozionanti!) celebrati dalla sacerdotessa Alessandra McAjvar ed è un peccato non potersi dividere in tanti Mister Folk per poter assistere a tutti gli eventi in programma.

Per quel che mi riguarda, i cani sono i vincitori morali del Montelago Celtic Festival, qui una piccolissima carrellata di amici a quattro zampe fotografati tra una coccola e l’altra:

Il sole si nasconde dietro le bellissime montagne dell’altopiano e la temperatura cala bruscamente (da 27 gradi a 14 in un attimo, alle 4 di mattina i gradi saranno soltanto 8!), ma per fortuna alle 21 iniziano i concerti sul main stage. Poco prima c’è anche tempo per una breve esibizione dei Corte Di Lunas, con gli stand alimentari che vanno a gonfie vele e il mercatino che s’illumina di magia. I polacchi Beltaine sono molto bravi e il loro set è un buon modo per “scaldare” i motori del pubblico che grida e applaude con forza quando alle 23 sale sul palco Hevia, il musicista asturiano con il merito di aver portato la cornamusa e il folk a un livello di popolarità che va ben oltre il confine degli appassionati di questa musica. José Ángel Hevia Velasco dialoga spesso e volentieri con il pubblico in un ottimo italiano e spiega la storia delle canzoni; soprattutto, incanta quando suona e la band che lo accompagna (ne fa parte anche la sorella Maria, percussionista) sfodera una tecnica e una precisione invidiabile. Come prevedibile il concerto si chiude con Busindre Reel, la canzone che lo ha reso famoso nel mondo (in Italia, all’epoca della pubblicazione, fu il singolo più trasmesso dalle radio, facendo mangiar polvere a Lunapop, Ligabue, Jovanotti ed Enrique Iglesias), accolta da un boato dalle migliaia di persone accalcate sotto al palco.

Torniamo in zona palco per il concerto dei Folkstone, la temperatura fa battere i denti, ma il buon alcool e il folk metal dei bergamaschi scaldano a dovere e si balla e canta i classici di Lore e soci. La formazione è cambiata con il recente Diario Di Un Ultimo, ma la band è affiatata e incita a più riprese il pubblico a gridare; la scaletta presenta molti brani tratti dagli ultimi lavori con forse poco spazio riservato ai primi dischi, ma è una scelta in linea con l’evoluzione musicale (e non solo) che i Folkstone hanno intrapreso da Il Confine in poi. Il pubblico è dalla loro, i cori sono urlati al cielo e sorprende piacevolmente notare come tante persone ben oltre i cinquanta anni sappiano i testi a memoria delle varie Escludimi e I Miei Giorni: l’arte dei Folkstone raggiunge tutti ed è difficile rimanere indifferenti.

La stanchezza vince sul desiderio di godere fino all’ultimo secondo di Montelago e verso le quattro ci si ritira per una breve ma fondamentale dormita prima di ripartire alla volta della capitale. Montelago Celtic Festival è un evento che rimane nel cuore e non se ne ha mai abbastanza. L’organizzazione è sempre impeccabile, le persone che partecipano sono adorabili e il programma diventa anno dopo anno sempre più ricco e vario. Si inizia quindi il conto alla rovescia: – 364 giorni a MCF 2020!