Live Report: Furor Gallico a Roma

FUROR GALLICO + KORRIGANS + DYRNWYN

20 marzo 2015, Traffic Live Club, Roma

LocandinaFG

Serata di folk metal tricolore al Traffic di Roma, dove si sono esibiti i Furor Gallico, freschi autori dell’eccellente Songs From The Earth, ben supportati da Korrigans e Dyrnwyn.

I primi a salire sul palco i romani Dyrnwyn, già noti sulle pagine di Mister Folk grazie al demo del 2013 Fatherland. Purtroppo non sono riuscito a seguire completamente lo show della band capitolina, ma si può tranquillamente affermare che i Dyrnwyn hanno tutte le capacità per tenere palcoscenici importanti vista la bontà della proposta musicale, confermando – e migliorando – il parere più che positivo dato in occasione del Latium Folk Fest. La mezz’ora a loro disposizione passa velocemente e i pontini Korrigans portano on stage tutta la furia dei Volsci: tutte le canzoni sono tratte dal buonissimo debutto Ferocior Ad Rebellandum, uscito sul finire del 2014 su Nemeton Records. L’iniziale Latium Vetus non rende al massimo per colpa di un sound sporco e non definito, ma con lo scorrere dello show le cose andranno decisamente meglio. Il pubblico si scalda e inizia a pogare e a fare wall of death, Thanatos, cantante anche dei Dyrnwyn e bravo a reggere due mini concerti di seguito, incita gli spettatori che si gasano con Il Baluardo e proseguono a fare headbanging con la ritmata Corbium Capta Est. La title track del disco e L’animo Degli Eroi si confermano ottime canzoni anche dal vivo, l’ultima in particolare risulta essere perfetta per la chiusura dello show.

Breve cambio di strumentazione e i Furor Gallico s’impossessano del palco, scaldando immediatamente gli spettatori. L’apertura è affidata alle nuove Song Of The Earth e Wild Jig Of Beltaine: entrambe funzionano molto bene in sede live e il pubblico apprezza non poco la scelta. Il debutto Furor Gallico è giustamente rappresentato da diverse canzoni – in particolare Curmisagios e Banshee riscuotono tanti applausi -, ma com’è normale che sia, il recente Songs From The Earth la fa da padrone. Ospite gradito per Medhelan è Cristiano Borchi degli Stormlord, mentre il folletto Squass disturba la band durante la canzone a lui dedicata. Non mancano le discusse Diluvio (bellissima su disco come in concerto) e Steam Over The Mountain massiccia e buona per staccare dal “solito” folk metal. La brutale Cathubova non fa prigionieri ed Eremita chiude il concerto alla grande, prima dei bis Ancient Rites e La Caccia Morta, brano divenuto negli anni un vero e proprio inno.

I Furor Gallico sono un gruppo particolare: nonostante il secondo disco si sia fatto attendere quasi cinque anni, la notorietà della band non ha mai subito flessioni, con i ragazzi perennemente in tour nonostante i cambi di formazione. Line-up che a Roma si è dimostrata affiatata e compatta, in grado di proporre un grande show (anche grazie all’ottimo lavoro alla consolle del fonico Michele Boccalone, al seguito anche di Lacuna Coil e Marta Sui Tubi), per la felicità degli spettatori – un buon numero, finalmente – che non hanno smesso un attimo di cantare e saltare a ritmo di musica. I musicisti hanno suonato con precisione, ma un paio di nomi devono essere fatti: il primo è quello del frontman Davide Cicalese, il quale alla note scream e growl vocals ha affiancato un pregevole stile clean che ora utilizza con grande sicurezza; altra nota di merito va al giovane batterista Mirko Fustinoni, una piovra al drum kit.

Una deliziosa serata quindi, con tre ottime formazioni di folk metal, ognuna delle quali ha proposto musica personale e accattivante, specchio di una scena tricolore più viva che mai, ancora con molto da dire.

Scaletta Korrigans: 1. Proemio (intro) – 2. Latium Vetus – 3. Il Baluardo – 4. Corbium Capta Est – 5. Ferocior Ad Rebellandum – 6. L’animo Degli Eroi

Scaletta Furor Gallico: 1. Song Of The Earth – 2. Wild Jig Of Beltaine – 3. Banshee – 4. Venti Di Imbolc – 5. Curmisagios – 6. Nemain’s Breath – 7. Medhelan – 8. La Notte Dei Cento Fuochi – 9. Diluvio – 10. Squass – 11. Steam Over The Mountain – 12. Cathubova – 13. Eremita – 14. La Caccia Morta – 15. Ancient Rites

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Ensiferum – Unsung Heroes

Ensiferum – Unsung Heroes

2012 – full-length – Spinefarm Records

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Petri Lindroos: voce, chitarra – Markus Toivonen: chitarra – Sami Hinkka: basso – Janne Parviainen: batteria – Emmi Silvennoinen: tastiera

Tracklist: 1. Symbols – 2. In My Sword I Trust – 3. Unsung Heroes – 4. Burning Leaves – 5. Celestial Bond – 6. Retribution Shall Be Mine – 7. Star Queen (Celestial Bond part II) – 8. Pohjola – 9. Last Breath – 10. Passion, Proof, Power – 11. Bamboleo (bonus track)

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A seguito degli assalti subiti tra il 2011 e il 2012 da orde di guerrieri d’ogni razza (olandesi, tedeschi e svedesi per citarne alcuni), gli Ensiferum provano a difendere il trono del folk metal con la quinta raccolta di inni guerrieri dal titolo Unsung Heroes. L’album arriva a tre anni dal precedente From Afar, del quale riprende alcune sonorità ormai “classiche”, apportando delle novità non sempre interessanti alla proposta dei finlandesi.

Le dieci tracce che compongono il quinto full-length della band di Helsinki sono piuttosto varie e solamente a tratti convincenti: mid tempo dai ritornelli da urlare al cielo, sfuriate vicine al thrash e alcuni richiami al viking più solenne sono solo alcuni degli elementi che compongono il nuovo disco degli Ensiferum. L’incedere power che caratterizzava Victory Songs e From Afar è, purtroppo, quasi del tutto scomparso, rimpiazzato da qualche riferimento bathoriano.

A termine dell’intro atmosferico Symbols parte il singolo In My Sword I Trust, brano convincente ed epico, dove i “portatori di spada” tornano sull’argomento caro alla band – vedi anche Heathen Throne del precedente From Afar – religione/libertà:

Many men have crossed my way
Promising peace or my soul to save
But I already heard you
I have seen what they made with their freedom
But I, I have no need for your god
The shallow truth of your poisonous tongue
Brothers it’s time to make a stand
To reclaim our lives
Because all this steel can set us free

La semplicità è la vera forza della composizione, e non si può fare a meno di cantare il ritornello a squarciagola. Bella la parte più veloce cantata in growl dal bassista Sami Hinkaa, mai così in forma sia fisicamente che musicalmente. Segue la title track, in verità non molto differente dalla precedente canzone. Il testo tratta una tematica molto intensa, la memoria di chi non c’è più. Gli Ensiferum chiaramente lo fanno alla loro maniera, cioè ricordando i guerrieri morti in combattimento, sepolti velocemente quando non lasciati direttamente a marcire sul campo di battaglia, valorosi e intrepidi nel sacrificarsi per la vittoria finale, così come gli irlandesi Primordial lo avevano fatto secondo i propri canoni con il magnifico To The Nameless Dead.

Forgotten tomb hill
Unnamed graves
No light can reach there
Memories fade away
Unsung heroes
Forgotten valour
Unknown soldiers
Entombed in time

Anche in questo caso la composizione è basata su di un mid tempo dove, allo scream comprensibile di Petri Lindroos, si alternano, come da tradizione, bei cori maschili. Burning Leaves ricorda vagamente le atmosfere di Stone Cold Metal, prendendo però un’altra direzione musicale dopo poco, sempre a metà strada da atmosfere folk e situazioni maggiormente catchy. Si cambia registro per Celestial Bond: voce femminile e arpeggi di chitarra acustica sono i protagonisti di questa delicata traccia. Con Retribution Shall Be Mine tornano – finalmente! – gli Ensiferum più aggressivi: ritmiche thrash, voci furiose e il batterista Janne Parviainen che può sfogarsi dopo tanto autocontrollo. Questa canzone è probabilmente la più “cattiva” mai scritta dalla band capitanata da Markus Toivonen, e sicuramente una delle meglio riuscite di Unsung Heroes. Star Queen (Celestial Bond part II) è la migliore tra le canzoni melodiche cantante in clean vocals, in questo caso dalla bravissima Laura Dziadulewicz, ma che di fatto smorza tutta la carica creatasi con Retribution Shall Be Mine. Molto sentito il testo, dove i nostri riversano tutte le proprie capacità poetiche:

It’s better for a man to die by the sword
Than wither away with undying love
I wish that the wind will play with her hair
Touch her lips, tell I’ll be there
Longing for the moment for eternity
Light of a thousand stars will always come for me

Puhjola è interamente cantata in finlandese, e tornano a farsi sentire le tipiche sonorità folk della band, così come i ritmi si fanno maggiormente movimentati, arricchiti da cori in crescendo prima della parte più epica della canzone. Ci si avvicina alla conclusione di Unsung Heroes con l’ennesimo momento atmosferico, Last Breath, dove la malinconia e l’immagine di un tramonto rosso sono gli innegabili punti di riferimento. Un lungo, lunghissimo brano chiude il disco: Passion, Proof, Power è, con i suoi diciassette minuti di durata, la canzone più lunga mai scritta dalla band finlandese. Ottime linee vocali e le melodie delle sei corde caratterizzano i primi istanti della traccia, per poi lasciare spazio ad una “follia” compositiva del tutto inedita e a primo impatto spiazzante. Le cose migliorano con gli ascolti, ma di sicuro non è facile abituarsi a improvvise svisate chitarristiche, scatti di rabbia e imprevedibili ammorbidimenti sonori, lunghi momenti medievaleggianti e assoli di moog. Sicuramente interessante quanto “pericoloso”, Passion, Proof, Power è un esperimento destinato a dividere i fan della band, ma di sicuro va riconosciuto al gruppo il coraggio di non tirarsi indietro quando c’è da rischiare. Le ultime note di Unsung Heroes sono affidate alle parole ripetute all’infinito in un lento ed elegante fadeout:

I am, you are, no one’s slave
No man or god they have made

La bonus track Bamboleo è una divertente cover dei Gipsy Kings rivisitata con attenzione e personalità. Difficile però non sorridere quando, dopo la brutalità della strofe, si “apre” il ritornello dal gusto latino americano.

Il lato poetico degli Ensiferum prende il sopravvento, sia dal punta di vista lirico che musicale: Unsung Heroes può essere visto più come un disco composto da canzoni dopo-battaglia, quando si vuole solo tornare al proprio accampamento e ripulirsi dal sangue dei nemici, piuttosto che da inni di natura aggressiva atti a caricare il “portatore di spada” prima dello scontro. Qualche sfuriata di tanto in tanto non manca, ma sono drasticamente in misura minore rispetto ai precedenti full-length e la cosa, a lungo andare, si fa sentire.

La bellissima copertina è opera della mano fatata di Kristian Wåhlin, già responsabile di tutte le precedenti front cover della band di Helsinki e autore di autentici capolavori, tra gli altri, per conto di Bathory, Dissection, Emperor, At The Gates e Amorphis.

I suoni sono asciutti e taglienti, un bel passo avanti rispetto a quelli insoddisfacenti di From Afar: le chitarre sono autentiche lame in cerca di sangue, il basso è sempre udibile (cosa importante, vista la qualità del lavoro del poco considerato Sami Hinkka) e le orchestrazioni di Emmi Silvennoinen hanno sempre il volume giusto, mentre è chiaro fin da subito che Unsung Heroes sia un disco incentrato sulle voci, e il volume di queste non fa che confermare l’impressione iniziale. L’unico strumento a soffrire è la batteria di Janne Parviainen, in particolare le casse e i tom suonano nel risultato finale un po’ troppo secchi e privi di spessore. Nel complesso il produttore Hiili Hiilesma (Amorphis, Moonspell, HIM ecc.) ha fatto un discreto lavoro, sicuramente migliorabile, ma nel complesso accettabile.

Numerosi i musicisti ospiti in Unsung Heroes: tra gli altri sono da menzionare i tedeschi Fuchs, Ady e Volk-Man, rispettivamente cantante, chitarrista e bassista dei Die Apokalyptischen Reiter oltre a Kasper Mårtenson al moog (Barren Earth ed ex Amorphis).

Unsung Heroes purtroppo soffre anche a causa di una tracklist mal congeniata: la prima parte del disco è ricca di mid tempo e brani d’atmosfera, mentre nella seconda parte tornano in parte gli Ensiferum più agguerriti ma al tempo stesso sperimentatori. All’iniziale stupore dovuto alla non presenza di un brano veloce posto in apertura (a differenza dei vecchi lavori dove si partiva sparati con Hero In A Dream, Iron, Blood Is The Price For Glory e From Afar) con In My Sword I Trust, si aggiunge la costatazione che le seguenti tre tracce si adagiano su di un tempo simile, appesantendo l’ascolto e affievolendo l’interesse verso il resto del cd. Altra cosa non facile da digerire è la quantità – ben tre – di canzoni “tranquille” cantante in clean vocals: per fortuna la qualità delle stesse è più che soddisfacente, ma di sicuro tre brani su nove sono troppi.

Nonostante non tutto fili liscio lungo i sessantacinque minuti di Unsung Heroes, si può tranquillamente dire che gli Ensiferum hanno confezionato l’ennesimo disco di pregiata fattura, sicuramente il meno appariscente e anche qualitativamente inferiore rispetto ai quattro fratelli maggiori, ma è innegabile l’intenzione della band di non accomodarsi sui cadaveri nemici per godersi le conseguenze delle vecchie vittorie, continuando ad avanzare verso nuovi e potenzialmente pericolosi avversari.

Unsung Heroes è una vittoria, molto faticosa e costata parecchio sangue, ma costruita con coraggio e saggezza. Verrebbe da dire che “Blood Is The Price For The Glory”…

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Intervista: Niburta

Gli ungheresi Niburta tornano a farsi sentire con l’EP ReSet a tre anni dal full-length di debutto Scream From The East. Occasione buona, quindi, per scambiare due chiacchiere con la band, tra annunci inaspettati e chitarre sature: la parola passa a Milán e Balázs… 

 – SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Luca Taglianetti per la traduzione dell’intervista.

N

Nonostante il recente EP e il debutto Scream From The East siete praticamente sconosciuti in Italia, tanto è vero che la prima recensione in italiano è stata la mia. Raccontate ai lettori la vostra storia e come siete arrivati a ReSet.

Milán: È stata una lunga strada. Cinque anni, molti spettacoli e ore di lavoro, molti membri che non sono più con noi. Non è mai stato facile, ma siamo andati avanti, vorrei solo che fossimo più produttivi. Comunque, ci siamo divertiti insieme ai nostri fans.

L’EP è un ottimo modo per far circolare il nome della band a distanza di anni dal debutto e anche per far ascoltare il nuovo stile dei Niburta…

Milán: Non necessariamente scoprire, più preparare il pubblico a qualcosa di nuovo, che sarà più lontano da Scream From The East di questo EP, Reset. Speravamo di risaltare nel flusso sanguigno della scena metal e folk-metal europea, e trasmettere il messaggio che siamo vivi e al lavoro.

Lo stile tra Screams From The East e ReSet è cambiato, ora siete meno derivativi e avete trovato un sound tutto vostro. Come pensate di essere evoluti in questi anni?

Balázs: Beh, nei cinque anni di vita della band abbiamo avuto un sacco di membri. Così abbiamo avuto una vasta gamma di influenze, ma le basi sono state sempre le stesse: mescolare metal moderno e folk music. Anche il nostro gusto musicale è cambiato nel corso degli anni, così pure la nostra musica è cambiata. Non vogliamo fare le cose ‘da manuale’ solo perché è un sentiero battuto; ci piace mettere alla prova i nostri limiti

In Two Faced il violino riporta alla musica orientale, concordate con me?

Milán: No 🙂 Per gli italiani, l’Ungheria può essere un po’ esotica, ‘orientale’, ma quel brano è originariamente ungherese, cioè dalla nostra stessa cultura. Questo è uno dei nostri obiettivi: condividere la nostra cultura con gli altri.

Ho notato anche una certa voglia di sperimentare, tra suoni e piccole parti che io definisco “moderne” e che ben si amalgamano con il resto della musica. Proseguirete su questa via?

Milán: Sicuramente, questo è il nostro modo d’essere. Sperimentare. Quando “provare e sbagliare” viene sostituito da “provare e riuscire”, abbiamo realizzato qualcosa e registriamo le canzoni. Ci sono influenze elettroniche minori, melodie popolari provenienti da altre regioni, nuove prospettive sulla musica metal, quindi sì, mescolare è ciò che facciamo.

Il sound della chitarra è molto saturo e compatto: quali sono le influenze di János Krieser?

Milán: Lui ascolta un sacco di roba moderna, Periphery, August Burns Red, Animals As Leaders, cose del genere. Non riesco a immaginarlo seduto a casa a bere il suo tè preferito e ad ascoltare antiche melodie balcaniche 🙂

Una delle vostre caratteristiche migliori è sicuramente l’uso della doppia voce. C’è sempre un buon equilibrio e la notizia che la cantante Martina Veronika Horváth ha lasciato la band dispiace non poco. Chi prenderà il suo posto?

Milán: La nostra nuova cantante sarà annunciata in un paio di giorni, restate in contatto, lei sarà una perfetta aggiunta alla squadra e saremo in grado di raggiungere con lei quello che non abbiamo potuto prima.

Avete recentemente comunicato che la band proseguirà l’attività live con soli cinque musicisti, utilizzando i sampler per le parti folk. Non pensate che questo sia un controsenso per una band folk metal?

Milán: Non ci definiamo un gruppo folk metal classico. Quindi, no. Questo cambiamento è da un lato una necessità pura, dall’altro, una possibilità di migliorare la performance sul palco e la qualità del suono.

ReSet si può considerare come un’anticipazione del prossimo full-length Dive Into Ascension? Si può avere qualche notizia in più su questo disco?

Balázs: È piuttosto la ‘zona grigia’, o un finale adatto a un breve periodo, che è stato l’inizio. Il nostro nuovo album sarà più pulito, più profondo, e vi faremo viaggiare per le terre mitiche d’Oriente e ci ‘tufferemo’ nella filosofia d’Oriente.

Grazie per l’intervista, vi auguro buona fortuna e non vedo l’ora di ascoltare il vostro prossimo disco. A voi la conclusione.

Vi ringraziamo per l’opportunità e salutiamo tutti i nostri fans italiani, la sperando di suonare per voi in futuro!

Nib

ENGLISH VERSION:

Despite your recent EP and debut Scream From The East you are practically unknown in Italy, to the point that the first review in Italian was mine. Tell the readers your story and how you got to ReSet.

Milán: It was a long way to go. Five years, many shows and hours of work, many members who are not with us now. It was never easy, but we kept going, I only wish we could be more productive. Still, we had our share of fun with the fans together.

The EP is a great way to spin the name of the band around many years after your debut, and also to uncover the new style of Niburta …

Milán: Not necessarily uncover, more like preparing the audience for something new, which will be farther from Scream From The East than this EP, ReSet. We hoped to jump back into the bloodstream of the European metal and folk-metal scene, and convey the message that we are alive and working.

The style between Screams From The East and ReSet has changed, now you are less derivative and you have found a sound all of your own. How do you think you evolved over the years?

Balázs: Well, in the band’s five years we had a lot of members. So we had a wide range of influences, but the basics were always the same: mixing modern metal and folk music. Our own musical taste changed over the course of years too, so our music changed as well. We don’t want to do things ‘by the book’ just because it’s a beaten path; we like to test our limits.

In Two Faced the violin hints to oriental music, do you agree with me?

Milán: No 🙂 To Italians, Hungary may be a bit exotic, ‘oriental’, but that tune is originally Hungarian, that is from our very heritage. This is one of our goals: to share our culture with others.

I also noticed a certain wish to experiment, between sounds and small parts that I call “modern” and that blend well with the rest of the music. Will you continue on this path?

Milán: Definitely, that is our way. Experimenting. When try and error is replaced by try and success, we achieved something and we record those songs. There are minor electronic influences, folk tunes from other regions, new perspectives on metal music, so yes, blending is what we do.

The sound of the guitar is very saturated and compact: what are the influences of János Krieser?

Milán: He digests a lot of modern stuff, Periphery, August Burns Red, Animals as Leaders, things like that. I can’t picture him sitting at home drinking his favourite tea and listening to ancient balkanic tunes 🙂

One of your best features is definitely the use of double voice. There is always a good balance and the news that the singer Martina Veronika Horváth left the band is a little bit of a letdown. Who will replace her?

Milán: Our new female singer will be announced in a few days, stay tuned, she’ll be a perfect addition to the team and we’ll be able to achieve with her what we couldn’t before.

You have recently announced that the band will continue its live activity with only five musicians, using the sampler for folk parts. Don’t you think this is a contradiction for a folk metal band?

Milán: We don’t refer to ourselves as a classic folk metal band. So, no. This change is on one hand a pure necessity, on the other, a chance to improve our stage performance and quality of sound.

Can ReSet be considered as an anticipation of the next full-length Dive Into Ascension? Can you tell us more on this record?

Balázs: It’s rather the ‘gray area’, or a fitting ending to a short era, which was the beginning. Our new album will be cleaner, deeper, and we’ll let you travel to the mythical lands of the Orient and we’ll ‘dive into’ the philosophy of the East.

Thanks for the interview, I wish you good luck and cannot wait to listen to your next album. Up to you the conclusion.

We thank you for the opportunity and cheers to all our Italian fans, hope to play for you guys in the future!

NiburtaScream

Free Download parte VI

La rubrica FREE DOWNLOAD arriva alla sesta puntata, e mai come oggi tanti gruppi e tanta musica da scaricare gratuitamente e legalmente. Ce n’è per tutti i gusti, quindi mettetevi comodi, seguite le istruzioni e alzate il volume, buon ascolto! \m/

ILLDÅD

Gli svedesi Illdåd hanno pubblicato nel 2014 l’EP Gröttlefar, potete scaricare il loro folk metal tramite SoundCloud.

THEUDHO

I Theudho fanno un bellissimo regalo: con un solo click vi assicurate ben due EP: The Silence (2009) e War Into The World del 2011 (recensito qualche tempo fa). Per scaricare del puro heathen metal basta andare QUI!

NORTHERN OAK

Gli inglesi Northern Oak sono una delle sorprese del 2014: il disco Of Roots And Flesh è un piccolo capolavoro di folk metal serio, elegante e personale (la recensione, 9/10). La band mette a disposizione i due demo che hanno segnato l’inizio della propria carriera musicale, Into The Attic, 29th July 2009 e Northern Oak. Li trovate QUI e QUI.

ATLAS PAIN

I lombardi Atlas Pain si stanno affermando nell’underground italico grazie ai riusciti live show e all’interessante demo QUI scaricabile. Il demo è stato recensito su queste pagine con un bel 7/10.

NORTHERN MASS

La giovane band toscana ha pubblicato Opera Omnia sul proprio Bandcamp, ben ventidue canzone di folk/viking metal. Due i lavori inclusi: il concept album Northern Mass e il concept acustico Acoustic Tales From A Foreign Land, comprendete alcune cover dei Wolfingar, ex band dei due musicisti fondatori dei Northern Mass.

DELIRIUM

I tedeschi Delirium hanno reso disponibile gratuitamente la loro ultima fatica discografica, l’EP Wolfshenker, quattro tracce di pagan metal crudo e diretto. Lo trovate sul loro Bandcamp.

STORMTIDE

La band australiana Stormtide vuole diffondere più possibile la propria musica, ragion per cui su Bandcamp trovate tutta la loro (breve) discografia da scaricare gratuitamente, basta mettere “0” (zero) sulla cifra da pagare. Ci sono l’EP A Skalds Tale e il singolo As Two Worlds Collide.

SECHEM

Gli spagnoli Sechem sono stati ospiti di queste pagine grazie al demo Ren del 2013 (la recensione); la band, dopo il cambio di vocalist ha deciso di pubblicare la nuova versione del demo ri-registrandolo e modificando leggermente la tracklist. Potete scaricare (Ren)Loaded QUI.

PAGANVS INFO – CHILE FOLK METAL COMPILATION

Interessante compilation dedicata al folk metal cileno: 15 gruppi praticamente sconosciuti in Italia – tolti i talentuosi Folkheim – da scoprire supportare! Clicca QUI per scaricare.

Northern Oak – Of Roots And Flesh

Northern Oak – Of Roots And Flesh

2014 – full-length – autoprodotto

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Martin: voce – Chris: chitarra – Rich: basso – Wib: batteria – Digby: tastiera, violino – Catie: flauto

Tracklist: 1. The Dark Of Midsummer – 2. Marston Moor – 3. Gaia – 4. Nerthus – 5. Isle Of Mists – 6. Taken – 7. Requiescant In Pace – 8. The Gallows Tree – 9. Bloom – 10. Of Roots And Flesh – 11. Only Our Name Will Remail – 12. Outro

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Gli inglesi Northern Oak hanno un grande merito: fanno vivere il folk metal con passione e sincerità. Una cosa che anche in tanti altri tentano di fare, ma la band di Sheffield ha dalla sua una competenza musicale e una capacità di scrittura che veramente in pochi si possono permettere. In poche parole, i Nothern Oak hanno personalità da vendere. Qualcosa si poteva intuire dal debutto Tales From Rivelin (2008) e dal discreto Monuments (2010), ma nulla lasciava presagire un full-length di classe e bontà come Of Roots And Flesh.

Of Roots And Flesh è nato in seguito all’ormai sempre più utilizzato crowdfunding: se da una parte c’è la gioia nel constatare il desiderio dei Northern Oak di realizzare il cd, dall’altra c’è la profonda amarezza in relazione al fatto che un gruppo così talentuoso e personale non abbia il sostegno di una casa discografica. Con il mercato pieno di dischi fotocopia e formazioni all’esordio dopo appena qualche mese di esperienza, possibile che nessuno abbia notato la bontà delle dodici canzoni qui presenti?

Of Roots And Flash inizia in maniera non canonica: The Dark Of Midsummer è una traccia di quasi nove minuti, cadenzata e massiccia, durante la quale il flauto di Catie è di primaria importanza. Il vocione growl di Martin spiazza al primo ascolto, ma ci si rende facilmente conto che lo stile utilizzato dal frontman è perfetto per il sound dei Northern Oak. Diversi cambi di tempo rendono il brano coinvolgente e il finale, inquietante prima e dinamico poi, è un piccolo capolavoro. La seguente Marston Moor inizia con un incedere tipicamente Primordial, ma il vero protagonista è il flauto che disegna melodie ora delicate, ora aspre. Belli gli inserti di violino e ottime le chitarre nel creare un muro corposo ma non grasso; nel testo sono inserite parti di una poesia di Alfred Noyes, poeta inglese amante di temi fiabeschi e marinari. Gaia è un altro gran bel pezzo di Of Roots And Flash: il basso è particolarmente vibrante e in vista, le atmosfere nebbiose, i cori colpiscono fin dal primo ascolto…

Return to the primal
Fierceness of life
Inside each sapling
Seeking to the pierce the sky

Il pianoforte di Digby introduce Nerthus, canzone dalla struttura non lineare, dove parti soft e folkeggianti si scontrano con piccole accelerazioni e momenti tipicamente metal, ma è con la strumentale Isle Of Mists che l’ascoltatore rischia di uscire di testa: si tratta di una fantastica composizione acustica di quattro minuti che si accompagna alla pagina del booklet riservata a lei. Si cambia registro per Taken, dall’inizio che può ricordare i grandiosi Novembre per malinconia e bravura. Il violino crea melodie macabre prima di “impennarsi” e prendere la situazione in mano, facendo letteralmente quello che vuole. Il break centrale è più arioso e atmosferico, ma improvvisamente le chitarre si fanno aspre e minacciose prima di tornare all’arpeggio di inizio canzone: un piccolo capolavoro! Requiescant In Pace è un brevissimo intermezzo che conduce a The Gallows Tree, dal testo cupo e il violino “impazzito”, dove melodie intense e il growl di Martin s’intrecciano con grande gusto. Bloom ha l’impatto di una tipica canzone folk metal, dalle ritmiche forsennate e i riff di chitarra pungenti quanto la batteria è devastante. I Northern Oak non conoscono pause qualitative e con la title track sfornano un altro brano magnifico, in grado di rappresentare perfettamente la band inglese in quanto, al suo interno, sono presenti tutti gli elementi che caratterizzano in positivo Of Roots And Flesh; non a caso la canzone è stata scelta come traccia d’apertura di Mister Folk compilation II. Il disco volge al termine con l’elaborata Only Our Name Will Remail: parti ritmate si avvicendano a momenti brutali, gli strumenti a fiato ricoprono un ruolo fondamentale nel creare visioni notturne, arpeggi di chitarra acustica e assoli creano una canzone di grande dinamicità e forza che porta a Outro, dove voce e violino si perdono nel vento e nel rumore delle onde che s’infrangono sugli scogli.

What use in glory when
Only names will remain?

Il disco si presenta in maniera squisita: bel digipak elegante, booklet ricco di foto, testi, informazioni e citazioni di Aristotele. La carta utilizzata è di buona qualità, le immagini scelte – la “classica” affascinante campagna inglese – sono bellissime ed emozionanti.

Ottima anche la produzione (la registrazione è avvenuta presso gli Skyhammer Studios), pulita e potente, leggermente sporca e forzuta nelle frequenze basse, perfetta per le sonorità dei Northern Oak. Eccellente la prova dei musicisti, ma per una volta un plauso particolare va rivolto al bassista Rich: il suo strumento, anche grazie alla produzione, gode di grande visibilità ed è possibile gustare ogni stacco e passaggio del quattro corde.

La band inglese ha quindi realizzato un lavoro di grande qualità, ottimo sotto tutti i punti di vista, realizzato con personalità e gusto, interessante per gli interi cinquantotto minuti di dura. Si può dire, in un certo senso, che i Northern Oak rappresentino il lato (o l’evoluzione) “filosofica” e colta del folk metal. Ma non solo: Of Roots And Flesh è prima di tutto una grande sorpresa. Eccellente musica, una spiccata personalità e un futuro, si spera, in discesa. Finché ci saranno gruppi come i Northern Oak a suonare, il folk metal continuerà a vivere in ottima salute.

Finsterforst – Mach Dich Frei

Finsterforst – Mach Dich Frei

2015 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Oliver Berlin: voce – Simon Schillinger: chitarra – David Schuldius: chitarra – Tobias Weinreich: basso – Cornelius “Wombo” Heck: batteria – Johannes Joseph: fisarmonica, voce – Sebastian “AlleyJazz” Scherrer: tastiera

Tracklist: 1. Abfahrt – 2. Schicksals End’ – 3. Zeit Fur Hass – 4. Im Auge Des Sturms – 5. Mach Dich Frei! – 6. Mann Gegen Mensch – 7. Reise Zum… – 8. Finsterforst

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A distanza di poco più di due anni dal precedente Rastlos, i Finsterforst tornano sul mercato con una nuova opera, la più ambiziosa e rischiosa della propria carriera. Il quarto full-length della band tedesca, intitolato Mach Dich Frei ed edito dall’austriaca Napalm Records, è composto da otto tracce, sei delle quali sono vere e proprie canzoni. Il minutaggio dei singoli brani, come al loro solito, è molto elevato, con il picco raggiunto dall’ultima Finsterforst, ben ventitré minuti.

Musicalmente, rispetto ai precedenti lavori, qualcosa è cambiato. Sempre di “forest black metal” si tratta, per dirla con parole loro, ma l’esperienza accumulata e un songwriting ancora più maturo ha portato i Finsterforst ad allontanarsi quasi del tutto da quanto fatto dai Moonsorrow, gruppo che negli anni scorsi era chiamato in causa molto spesso.

Non è semplice raccontare le canzoni di Mach Dich Frei. Forse si può dire che le composizioni sono viaggi musicali attraverso le sensazioni e i colori che la natura e i boschi in particolare sanno donare. Dopo il consueto intro di sessanta secondi si inizia a fare sul serio con Schicksals End’, mid-tempo elegante e potente, dalle sporadiche orchestrazioni e un senso della melodia piuttosto spiccato, ma con lo scorrere dei minuti (alla fine saranno quasi quindici) la vena folk esce prepotentemente allo scoperto. Zeit Fur Hass suona cupa e soffocante, con un tocco di dinamicità che fa sperare in una possibilità di salvezza. Le chitarre creano riff solidi e il graffiante cantato di Oliver Berlin – veramente belle le linee vocali – è perfetto, con le clean vocals di Johannes Joseph che si inseriscono in un momento intricato, dando respiro all’intera composizione. Il finale è condito dall’ingombrante tastiera di Sebastian Scherrer che prende il sopravvento su tutti gli altri strumenti, arricchendo gli ultimi minuti con grande gusto. L’intermezzo Im Auge Des Sturms porta velocemente alla title track, canzone dalla breve durata (quasi otto minuti) considerando il modo di comporre della band tedesca: all’aspro incedere fa da contraltare la ricerca della melodia che porta i Finsterforst a comporre una canzone orecchiabile e delicata, con tanto di voce pulita e dalla lunga parte strumentale. Il batterista Cornelius Heck si sveglia dal torpore ed è libero di sbizzarrirsi, quel che ne esce è veramente bello e intenso, per quel che è, molto probabilmente, il miglior pezzo riuscito del cd. Per alcuni versi Mann Gegen Mensch ripercorre i passi della precedente canzone, giocando però con tonalità differenti e ottenendo il medesimo – ottimo – risultato. La seconda parte della composizione è molto “cinematografica”: estremizzando alcuni aspetti del proprio sound i Finsterforst ottengono un risultato spettacolare. Ci si avvicina alla conclusione del full-length con l’atmosferica Reise Zum…, durante la quale i tedeschi si travestono da Negură Bunget e confezionano un lungo intermezzo ambient grazioso e utile per rilassarsi prima degli ultimi ventitré minuti di Finsterforst. Questa può essere vista come la canzone-manifesto della band, all’interno della quale è permesso quasi tutto e lo sviluppo è lento ma inesorabile, dall’ottimo cantato scream/clean al ricco riffing delle due asce, ispirate in questo disco come mai in passato. La realtà dei fatti è che i Finsterforst sono diventati degli ottimi compositori e con il tempo hanno capito come meglio esprimere le proprie abilità, arrivando appunto a realizzare un brano lunghissimo privo di cali di tensione, sempre particolarmente coinvolgente e ispiratissimo.

Mach Dich Frei suona potente e moderno, fortunatamente naturale. Il disco è stato registrato e curato in Germania presso l’Iguana Studios: lavoro eseguito con precisione e buon gusto, il risultato è convincente e adatto al sound ella band. La copertina – opera dello svedese Pär Olofsson (Exodus, Immortal, Unleashed ecc.) – è visivamente accattivante, ma un po’ fredda e non del tutto convincente: sta al gusto di chi la guarda decidere o meno il gradimento.

I Finsterforst hanno confezionato un cd denso e avvincente, piuttosto vario e finalmente libero da scomodi paragoni. Minutaggi importanti richiedono attenzione e caparbietà da parte dell’ascoltatore; fortunatamente i sette tedeschi hanno idee e bravura da vendere, Mach Dich Frei ne è la piacevolissima conferma.