Intervista: Eduardo Vitolo

In occasione della recente pubblicazione di Black Sabbath. Neon Knights. Testi commentati da parte di Mondadori in allegato alle riviste Panorama e TV Sorrisi e Canzoni, ho avuto una piacevole chiacchierata con il giornalista/scrittore Eduardo Vitolo, grande conoscitore della band di Birmingham. Nell’ora d’intervista abbiamo parlato, tra le altre cose, della sua carriera e dei libri da lui pubblicati, dei Black Sabbath “minori” e, naturalmente, del suo ottimo e interessante libro. Buona lettura!

Edu

Raccontami la tua storia di scrittore.

Ricordo il primo articolo che ho scritto, era di musica e parlava della scena locale del mio paese, con i gruppi che esistevano all’epoca, per un giornale della zona che veniva distribuito gratuitamente, quindi già a quel tempo non si guadagnava una lira… Era il 1994. Ho sempre collaborato con giornali locali fin da ragazzo, ma non ho mai avuto quell’input per farlo diventare un vero e proprio lavoro, perché studiavo giurisprudenza… Ero già capellone e ascoltavo i dischi su cassetta. Insomma era un’epoca preistorica! Avrei potuto fare il salto di qualità chiedendo di collaborare con riviste come Metal Shock, HM o Metal Hammer, ma il problema principale era che chiedevano se tu avessi un fax in casa perché era l’unico modo per inviarti celermente alcune comunicazioni e proposte, non come ora che con due email si risolve subito il problema. Mi proposi a Metal Shock e mi chiesero determinate cose tipo il fax e altro che ora non ricordo. Mi sono scoraggiato perché avrei dovuto affrontare una spesa non indifferente per fare questo “lavoro” ed ero ancora un ragazzo. Leggevo tanti libri ma non mi è mai passato per la mente di scriverne uno su un argomento a me caro come la musica, la letteratura, l’horror e il fantasy, così ho messo in stand-by i libri fino al 2009, mentre ho sempre collaborato come freelance con periodici e quotidiani, passando dalla cronaca nera alla cultura, dalle presentazioni alla moda, di tutto e di più. Ho sempre fatto il giornalista, ma lo scrittore vero e proprio ho iniziato a farlo nel 2009 prima con una pubblicazione indipendente di un racconto horror che ha lasciato il tempo che ha trovato e poi finalmente con i saggi musicali che sono quelli che mi hanno dato maggiore visibilità.

Come ti è venuta l’idea di scrivere il primo libro?

Horror Rock – La musica delle tenebre nasce da una mia antica ossessione: da vecchio lettore di Dylan Dog, forse ricorderai che c’era una rubrica di Stefano Marzorati sull’horror rock, che poi era quasi tutto metal. Tre-quattro-cinque pagine di death e thrash metal con tematiche horror. Ho anche comprato il suo libro che ancora custodisco gelosamente, e mi piaceva questo tema dell’horror rock, che poi da metallaro qual ero, mostrava una sorta di aggancio naturale. Si può dire che tutto l’horror che esiste, dal cinema alla letteratura, ai fumetti, è stato saccheggiato in buona parte dall’heavy metal. Mi sono ispirato a quelle cose che leggevo da ragazzo, ma volevo fare qualcosa di diverso. Partendo da questo io e Alessio Lazzati (al quale proposi il progetto) decidemmo di utilizzare dei temi precisi, evitando di fare delle semplici schede di tutti i gruppi presenti nel saggio. Ad esempio scegliemmo capitoli tematici dedicati a Lovecraft, vampiri, John Carpenter (famoso regista, nda), serial killer, cronaca nera etc. Un libro nato più per passione che altro, ma ancora apprezzato dai cultori del genere.

Dopo Horror Rock come hai deciso di andare avanti?

Horror Rock, La musica delle tenebre l’ho proposto a quattro/cinque editori: stranamente mi dissero tutti sì. Alla fine scelsi Arcana Edizioni perché era ed è un marchio storico dell’editoria musicale. Intanto ero in contatto con Tsunami Edizioni un editore più recente che mi piaceva molto. Studiando il loro catalogo proposi subito un lavoro che potesse essere nelle loro corde in quanto Eugenio e Max (i boss della casa editrice, nda) pubblicano principalmente libri sul metal. La mia proposta si chiamava Sub Terra. Rock estremo e Cultura Underground in Italia (1977 – 1998). Da vecchio collezionista e appassionato di underground, spiegai che “avevo un sacco di materiale, flyer, fanzine e dischi e che volevo parlare della scena estrema italiana perché nessuno l’aveva mai fatto prima”. Un libro che raccontasse la “scena” estrema in Italia, così come si era evoluta negli anni; uno studio personale che ancora oggi potrebbe piacere sia ai vecchi nostalgici sia a chi vuole scoprire il nostro passato musicale. Figurati che originariamente volevo pubblicare il tutto online, sul mio blog (http://ilmondodiedu.blogspot.it). Tsunami alla fine mi ha detto di sì e mi hanno pubblicato nel 2012.

Dopo Sub Terra è il turno dei Black Sabbath, giusto?

Il libro dei Black Sabbath mi è stato proposto da Arcana Edizioni subito dopo Horror Rock ed è stato pubblicato nel 2012, dopo diversi mesi di ricerca e scrittura. Mi sono divertito a commentare quasi tutti i testi dei Black Sabbath, dico “quasi” perché abbiamo deciso (io e l’editore) di dare maggiore importanza a certi dischi, come ad esempio quelli dell’era Ozzy Osbourne piuttosto che a quelli della Tony Martin era. Purtroppo non lo dico io ma le vendite dei suddetti dischi. Sad but True!

Dopo il libro sui Black Sabbath sei tornato a Tsunami con Magister Dixit.

Questo progetto ha avuto una gestazione molto particolare perché Bartoccetti all’inizio doveva essere in Sub Terra in quanto volevo partire da Jacula fino ad arrivare al 1998. Però mi sono accorto che avevo messo talmente tanta carne al fuoco che non bastava il tempo per scrivere di tutto e di tutti, quindi ho preso la decisione di partire dai Death SS tagliando Jacula e Antonius Rex perché altrimenti avrei dovuto addentrarmi anche nel progressive più oscuro e nascosto, facendo un discorso ancora più ampio. Una mattina mi è arrivata un’email di Bartoccetti nella quale mi chiedeva di scrivere la sua biografia e ho detto subito di sì perché sono un grande fan della sua musica. Abbiamo creato il progetto insieme e abbiamo poi proposto la biografia a Eugenio e Max di Tsunami che si sono resi subito disponibili per la pubblicazione.

Come ti sei avvicinato alla musica e perché i Black Sabbath ti hanno colpito?

Da ragazzo c’era il passaparola dei nomi fondamentali. Quando inizi ad ascoltare rock/metal i nomi sono sempre quelli: Led Zeppelin, Black Sabbath, Iron Maiden, Saxon, Judas Priest ecc. Avevo amici e parenti più grandi che avevano in casa dischi come Paranoid, che è stato uno dei miei primi ascolti: non a caso mi era stato consigliato per capire cosa fosse davvero il metal. Crescendo poi ho approfondito altri gruppi come i Black Sabbath senza Ozzy, quindi con Ronnie James Dio e Tony Martin. In particolar modo sono un fan accanito di un disco che non è piaciuto a nessuno e ancora oggi suscita pareri discordi: Born Again.

Born Again è fantastico e Ian Gillian è meraviglioso, è stato il secondo disco dei Black Sabbath che ho comprato proprio perché c’era lui alla voce: essendo cresciuto con i Deep Purple, appena saputo dell’esistenza di questo lavoro me lo sono subito comprato, come si faceva all’epoca.

Io ne sono rimasto attratto perché è un disco realmente oscuro. Lo paragono al primo disco dei Black Sabbath. Secondo me con Born Again volevano tornare a pubblicare qualcosa col cosiddetto “dark sound sabbathiano”, insomma tornare al passato. Magari Gillian non voleva, è stato messo in mezzo senza volerlo, magari aveva altre idee, però quel disco mi piace molto perché è davvero oscuro sia come temi che come musiche e, non a caso, piace a un sacco di gente che pubblica album death metal, come Chris Barnes (cantante dei Six Feet Under ed ex Cannibal Corpse, nda) che lo considera il suo disco preferito. Ci sarà un collegamento in un certo senso, no? Born Again è un disco che può piacere a chi apprezza il lato oscuro della band, e a me piace proprio per quello.

L’altro giorno ascoltavo Forbidden… Tony Martin mi piace, fa anche simpatia perché è visto un po’ come lo “sfortunato” della situazione per via dei dischi prodotti e perché arrivava dopo che i vari R.J.Dio se ne andavano… ma alcuni dischi con lui alla voce sono proprio belli, come The Eternal Idol e Headless Cross

L’incarnazione con Tony Martin è quella epic/doom dei Black Sabbath, ed è un genere che, ahimè, non piace a tutti. Se vai a vedere il fan medio dei Sabbath ama maggiormente Ozzy e canzoni come Paranoid, Planet Caravan o Iron Man cioè quei brani che non sono realmente doom o metal, ma votati a un certo tipo di rock a tinte crepuscolari. Martin, con il suo timbro più acuto, poteva rivolgersi solamente a un target preciso di ascoltatori e i dischi con lui dietro al microfono sono indirizzati, a mio avviso, agli amanti dell’heavy metal tout court.

13 ti è piaciuto?

Sul mio blog ho fatto un track by track (lo si può leggere QUI, nda ): sì e no. Certe cose sono scopiazzature dei vecchi lavori con Ozzy, altre no… Quando pubblicarono il primo brano, God Is Dead, a me piacque molto, è Black Sabbath 100%, ma il disco è anche molto prevedibile.

Come è venuta fuori questa cosa di Mondadori di pubblicare il tuo libro con Panorama e TV Sorrisi e Canzoni? C’era qualcosa nell’aria?

Non c’era nulla nell’aria. Semplicemente in quel periodo stavano già pubblicando i primi dischi dei Black Sabbath e Arcana Edizioni ha giustamente proposto il mio lavoro a Mondadori dicendo: “voi state pubblicando la discografia con Ozzy, qui c’è il libro del tale autore che ha commentato tutti i testi dell’era Ozzy in maniera precisa e con uno stile particolare” – questa credo sia stata la loro presentazione. Inoltre Arcana aveva già fatto uscire in passato altri libri con TV Sorrisi e Canzoni, i Queen se non erro, così con il mio libro si andava a colmare una carenza da edicola, chiamiamola così. So che Mondadori l’ha letto prima di accettare e ne sono anche abbastanza fiero anche perché arrivare a Mondadori non è facile, soprattutto quando si scrive di metal. Mi fa piacere che sia stato presentato così come avevo scritto io, utilizzando la frase riferita ai Black Sabbath come “gli alfieri dell’heavy metal”, perché è come se avessero accettato che i Sabbath sono in primis un gruppo heavy metal e poi un gruppo rock. Tra l’altro mi sarebbe piaciuto commentare anche l’ultimo disco, ma non è stato possibile perché tra la proposta e la pubblicazione del libro sono passate meno di due settimane, ma se potessi tornare indietro mi piacerebbe mettere qualche altro testo con Tony Martin e l’ultimo album.

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Perché Neon Knigths come titolo?

Perché sono un appassionato di medioevo e mi piacciono i cavalieri. Mi piace il brano, le due parole, l’interpretazione del testo ecc. e così l’ho scelto. Neon Knigths è 100 % Black Sabbath.

Come mai non hai trattato tutti i testi della discografia, e con quale criterio hai scelto le canzoni da prendere in considerazione?

Mi sono consultato con Arcana e abbiamo deciso che la discografia con Ozzy Osbourne e Ronnie James Dio andava approfondita maggiormente rispetto agli altri lavori. Per i cd con Gillian, Hughes e Martin ho scelto quei testi che avevano maggiori legami con la letteratura, col folclore e con la mitologia. Sfatiamo un tabù: non tutti i testi dei Black Sabbath hanno temi precisi che si possono sviscerare facilmente. Molti testi sono ricchi di nonsense; non hanno questa grande profondità o temi complessi da essere spiegati al lettore. Quando ho fatto la selezione, ho fatto una scelta tra i testi che andavano raccontati, spiegati e interpretati, e altri che purtroppo non è che dicessero granché. Quando pubblichi un libro devi dare un input al lettore, dirgli qualcosa che non sa. Ho ragionato con la mente di un curioso e mi sono detto: “devo commentare quei testi che vanno oltre la traduzione, dove posso interpretare quei temi che l’ascoltatore medio dei Black Sabbath, per distrazione o per non interesse, tende ad ignorare”. Dai riscontri che ho avuto e sto avendo penso di aver dato qualcosa in più (o magari di diverso) rispetto ai tanti libri pubblicati sulla band.

Quali sono, secondo te, i tre testi più rappresentativi dei Black Sabbath, quelli che delineano al meglio l’anima della band?

Il primo in assoluto è Black Sabbath, l’apice della band, e tutto il metal inizia da lì. C’è il brodo primordiale del metal in tutte le sue forme. Dalle atmosfere orrorifiche, ai riff di chitarra, al testo che parla di questa presenza malvagia che si aggira minacciosa… Un pezzo fondamentale non solo dei Black Sabbath, ma del metal tutto. Mi piace molto Iron Man, perché è come leggere un Urania (storica collana editoriale italiana di fantascienza con la quale hanno pubblicato, tra gli altri, Philip K. Dick e Isaac Isemov, nda), o meglio ancora è come leggere un libro di fantascienza secondo Geezer Butler. All’inizio pensavo si fosse ispirato al fumetto Iron Man della Marvel, invece il testo è tutta farina del suo sacco. Mi piace il fatto che ci sia questo personaggio che viene dal futuro per avvertire la popolazione che sta per arrivare l’apocalisse: le persone invece lo prendono in giro e diventa lui stesso il mezzo dell’apocalisse che aveva predetto. Va oltre la qualità media dei testi dei Black Sabbath. Come terzo testo metto Born Again perché (come già detto) mi piace moltissimo. Sono i Black Sabbath nella loro purezza: oscuri, sotterranei, violenti, “satanici” (tra virgolette perché in realtà non lo erano).

Uno dei punti forti del tuo libro è che durante la spiegazione del testo racconti aneddoti, illustri determinate situazioni, non ti limiti alla semplice traduzione.

Attraverso i testi ho voluto tracciare un percorso che parte da un punto e arriva a un altro e in mezzo ci sono tutte le varie evoluzioni e traversie. Volevo comunque che fosse un percorso “letterario”, con un inizio, una continuazione e una fine, e non i testi tradotti messi lì, freddi. Volevo scrivere qualcosa in più del solito “il disco è stato registrato lì”, “il testo parla di…”. Desideravo mettere qualcosa in più, che spiegasse com’è nato e come si è evoluto un brano, che suggestioni ha, cosa racconta, se Butler ha letto un determinato libro in quel momento ecc. Ti dico subito che molte sono mie interpretazioni personali e che magari qualche lettore potrebbe anche non accettare. Io interpreto dei testi e do una mia visione. E in passato ho ricevuto una recensione dove mi si diceva che sì, il libro era fatto bene, ma per i testi davo la mia interpretazione che non per forza era verità assoluta…

Ed è giusto così, da esperto dei Black Sabbath dai la tua interpretazione, così come un’altra persona, anche al pari della tua conoscenza, potrebbe darne una diversa, ma non per questo ce n’è una più giusta o sbagliata di altre.

A me sta bene, perché in questo modo ho dato una mia impronta al libro, così come ho fatto per altri che ho scritto. Mi piace utilizzare metafore e similitudini, mi piace scriverli col mio stile . Se dovessi fare una biografia con i fatti nudi e crudi e poco altro, forse non scriverei libri.

Hai dei progetti futuri?

Non vorrei scrivere saggi musicali per sempre.

Conoscendo la tua passione per l’horror mi viene da pensare che vorresti scrivere romanzi horror…

Sì, mi piacerebbe scrivere di altro, non vorrei fossilizzarmi a scrivere di musica, fermo restando che il metal è la mia ossessione. Se mi propongono di scriverne un altro sul metal dico subito di sì, sia chiaro, però mi piacerebbe allargare i miei orizzonti. Semplicemente i miei interessi partono dal metal e vanno verso altro, ma non sempre è facile.

Se hai pubblicato con i massimi editori in Italia, sei arrivato in edicola con Mondadori, vuol dire che la penna c’è, ti auguro di poter allargare i tuoi orizzonti…

Grazie! Lo spero… A volte sembra di sì, ma quando ti vai a scontrare con un “no” rimani deluso e allora pensi: “tutto quello che ho fatto finora dov’è andato?”.

(Segue una lunga e interessante discussione sullo stile della scrittura…)

Ci sono autori che hanno sviluppato uno stile di scrittura che piace a loro in primis, ma non alla gente. Se tu scrivi e lo vuoi fare a lungo, a un certo punto devi decidere: lo faccio per me stesso o lo faccio per gli altri? Perché se scrivi una frase che è lunga cinque righe, devi mettere in preventivo che ai lettori, un polpettone del genere, può anche non piacere. Sono convinto – ma è anche l’esperienza che te lo fa capire – che determinati concetti li devi saper spiegare al lettore, ma se lo fai in due righe invece di cinque, è anche meglio.

Concordo con te, sono sempre per le cose lineari… la frase ad effetto sta bene ogni tanto, perché spezza “la monotonia della semplicità”, pur con lo stile e tutto il resto, mentre è faticoso seguire un discorso costruito da frasi intricate.

Noi pubblichiamo libri, vogliamo essere letti e apprezzati. Alla fine si scrive per gli altri. Mi fa ridere la gente che dice “io scrivo per me stesso”: no, tu non scrivi per te stesso, perché se hai deciso di pubblicare un libro non stai più scrivendo per te stesso, ma lo stai facendo per i tuoi futuri lettori. Se lo fai solo ed esclusivamente per te stesso, assembla un e-book e regalalo al mondo, affermando: “io sono così: prendere o lasciare”. Nel momento in cui invece hai deciso di pubblicarlo, la frase di cui sopra ha poco senso, e quando un libro costa venti-venticinque euro, Pincopallino ha tutto il diritto di dire la sua, bene o male che sia. Devi fare in modo di accontentare il lettore, ovviamente mantenendo il tuo stile, con le tue frasi, però ti devi sempre confrontare con il lettore.

Siamo arrivati alla fine…

Leggetevi Black Sabbath. Neon Knights, testi commentati sotto l’ombrellone visto che è estate e si legge di più – almeno così si dice… –. Fiondatevi in edicola e, tra un bagno e l’altro, godetevi le pagine dedicate ai mitici Sabbath!

Bloodshed Walhalla – Mather

Bloodshed Walhalla – Mather

2015 – EP – Fog Foudation

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Drakhen: voce, tutti gli strumenti.

Scaletta: 1. Cond’ de jund a l’are – 2. L’urtlen – 3. U suldet – 4. U vaccher – 5. La cupa cupa bloodshed_walhalla-mather

Dopo due dischi di puro viking metal bathoriano, per i lucani Bloodshed Walhalla arriva il momento di un EP che fin dall’annuncio della pubblicazione ha ricevuto non poco interesse: Mather, questo il titolo del cd, è un cinque pezzi cantato nel dialetto di Matera, l’affascinante città dei Sassi, patrimonio mondiale UNESCO.

Il lavoro svolto da Drakhen, mente e corpo del progetto, è di grande qualità: presi dei canti popolari, li ha arrangiati con personalità e gusto, realizzando un lavoro unico e intrigante, ma soprattutto che denota l’amore sincero del musicista nei confronti della sua terra. Mather si presenta con un semplice ed elegante digipack dalla bella copertina e le informazioni di rito scritte nel pannello interno. La produzione è ottima: suoni nitidi e potenti, volumi azzeccati, tutto suona bene e nella maniera corretta.

Cond’ de jund a l’are è un canto popolare con in sottofondo fulmini e vento che dopo due minuti lascia spazio a L’urten, primo vero brano di Mather. La traccia è un mid-tempo toccante, con la chitarra a realizzare la melodia principale prima della strofa sorretta da chitarre acustiche e l’ottima interpretazione vocale di Drakhen. I quasi nove minuti di U suldet iniziano con il vento che soffia gelido mentre la chitarra acustica scalda l’anima. Si tratta di un pezzo “lento”, molto toccante e con la chitarra elettrica in secondo piano rispetto al resto degli strumenti. Si cambia completamente registro con U vaccher, una canzone estrema e feroce, black metal nell’anima pur non disdegnando l’elemento melodia. La batteria incalzante si scontra con la tastiera liturgica e l’ottimo scream di Drakhen; questo brano di appena tre minuti è un vero cazzotto in faccia! Introdotta da cavalli al galoppo e fuoco che scoppietta, La cupa cupa è l’ultima canzone di Mather. Anche in questo caso è presente, almeno inizialmente, la chitarra acustica prima che l’elettrica si prenda la scena. I tempi sono lenti e il cantato a cantilena evoca tempi lontani dettati dal sorgere e tramontare del sole. Le melodie e le linee vocali sono malinconiche, caratteristica che si può notare anche nelle altre composizioni dell’EP.

Mather si stacca dall’epic sound che ha caratterizzato The Legends Of A Viking e The Battle Will Never End, ma in alcuni momenti è possibile trovare il filo conduttore che unisce tutti i lavori confezionati da Drakhen. Quando si parla di folk/viking metal troppo spesso ci si dimentica delle ottime realtà del sud Italia: Bloodshed Walhalla è una di queste e con Mather ha realizzato un gran bel tributo a Matera e all’Italia intera.

Intervista: IronFolks

IronFolks è un sito che negli anni ha saputo evolversi, migliorarsi e diventare un punto di riferimento per gli amanti del folk metal e non solo. Il merito è di Davide Truzzi, la mente dietro al progetto: con lui ho parlato del sito e del Fosch Fest 2015, ma anche di letteratura e dei suoi gusti musicali, un’intervista a 360° che è anche la migliore risposta a chi malignamente vede competizione e rivalità tra siti colleghi. Mister Folk e IronFolks si sostengono a vicenda, come sempre dovrebbe essere nel mondo hard&heavy.

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Come ti è venuta l’idea di creare IronFolks?

Tutto nacque dalla fortuita coincidenza di due fattori, il Fosch Fest e Facebook: Nel 2010 ero uno studente universitario e quindi, come spesso accade, piuttosto squattrinato. Riuscii a comprare la mia prima reflex digitale (una Nikon D3000) grazie a uno sconto in un grande magazzino, con cui iniziai a studiare fotografia da dilettante. Nel 2011 pensai di portarmi la suddetta reflex al mio primo Fosch Fest, e scattai foto in giro per il festival per i due giorni successivi. In quell’occasione conobbi alcune delle persone con cui sono amico ancora oggi, e scoprii con una certa sorpresa mista a sospetto che le mie foto, per quanto imperfette, piacevano. Mi decisi a tentare questa strada e cominciai prendere la cosa più sul serio. Il problema, a quel punto, fu Facebook e la sua innata capacità di affossare ogni genere di contenuto nell’odioso paradigma del “condividi e dimentica”. Complice la mia professione, allora, decisi di aprire un sito mio. IronFolks nacque sul finire del 2011 come un semplice sito personale piuttosto scarsino, fatto in economia di tempo e denaro, in cui condividere le foto che scattavo ai concerti a cui partecipavo. Non avevo grandi ambizioni in verità, solo l’intento di lasciare le mie foto in un posto in cui non fossero alla mercé di un social network. Per il resto, da cosa nasce cosa e dopo diverse vicissitudini siamo qui a parlarne.

Da poco è online la nuova versione del sito: quali sono le differenze con la vecchia e quali i miglioramenti?

IronFolks mi è letteralmente esploso in mano nel corso dell’ultimo anno. Era partito come un sitarello personale senza pretese e, qualche mese dopo, si era evoluto per ospitare un piccolo team di tre o quattro persone. Mai mi sarei aspettato, però, di superare la decina in meno di un anno. Il sito era diventato impossibile da gestire così com’era, oltre al fatto che la rapida diffusione dei dispositivi mobile ha rivoluzionato le necessità grafiche e di navigazione di un sito in tempi rapidissimi (ti ricordi com’erano i siti che visitavi solo tre anni fa?). C’era bisogno di un cambiamento, e questa volta doveva essere qualcosa di serio, anche per rendere giustizia all’altissima qualità dei lavori che mi consegnavano fotografi e recensori, non supportati da un sito all’altezza. Così a inizio di quest’anno mi misi a creare questa terza versione in modo completamente diverso. Rispetto alla versione precedente è praticamente un altro sito, sia dal punto di vista tecnologico che dei contenuti. Naturalmente, quelli che più giovano di tutto questo sono i visitatori; ho cercato di rendere l’esperienza dell’utente più piacevole possibile, anche grazie alle cose che ho imparato in questi anni di lavoro. Il sito è molto più chiaro da consultare per gli utenti anche da dispositivi mobili, e più “social” grazie ai commenti e alla possibilità di condividere gli articoli su ogni social network. Abbiamo più strumenti e sezioni molto migliorate per gli articolisti, che velocizzano la pubblicazione, e i nostri fotografi hanno gallerie degne di un sito di fotografia. Inoltre, è tutto più curato dal punto di vista della promozione.

IronFolks è passato da essere un sito prevalentemente dedicato alla fotografia a essere un sito dove non mancano recensioni e altro. Come mai questa evoluzione?

È stata un’evoluzione progressiva iniziata quando, a un certo punto, mi sono reso conto che IronFolks aveva le potenzialità per diventare qualcosa più di un sito dedicato soltanto alla fotografia live. Ho cominciato con qualche video intervista e con le prime recensioni scritte da una mia amica, Chiara, che attualmente scrive per realtà ben più quotate. Poi, mano a mano che il nome del sito si diffondeva (pur restando la realtà piccola che è ancora oggi), sono arrivati altri recensori e contemporaneamente sono aumentate le richieste da parte delle band e dei discografici per avere una recensione sul sito. Nei mesi si è giunti all’attuale situazione, in cui fotografia e articolistica sono due settori con pari dignità. È stato un passaggio molto importante e anche benvenuto, che ci ha permesso di creare un team affiatato di cui vado molto fiero, e oggi sono contento di poter offrire agli utenti un sito in cui possono trovare foto di altissima qualità e recensioni curate da persone molto competenti (e con un buon italiano). Penso che anche le band siano felici di farsi immortalare e recensire da “quelli di IronFolks”, anche se bisognerebbe chiederlo direttamente a loro.

Qual è il tuo obiettivo per quel che riguarda IronFolks?

Continuare sulla strada che siamo percorrendo: abbiamo creato un team che, per talento e affiatamento, è una realtà unica tra le webzine, e ora finalmente abbiamo un sito che tiene testa al gruppo. Ora vorrei che IronFolks diventasse una realtà più grande e conosciuta, capace magari di uscire dall’ambiente strettamente underground. La vedrei come un’evoluzione in positivo, così come in senso positivo siamo usciti dall’essere un sito dedicato alla fotografia: i fotografi beneficiano degli articolisti e viceversa, e allo stesso modo vorrei che si fosse in grado di dare spazio tanto a gruppi internazionali quanto al demo dell’ultimo e promettente gruppetto di provincia, trattandoli con pari dignità. Cosa che abbiamo sempre fatto e che faremo sempre.

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Davide Truzzi

Iron Folks è stato il partner ufficiale del Fosch Fest: come sono stati quei due giorni e c’è un aneddoto che vuoi raccontare?

Penso di poter parlare a nome di tutto il team quando dico che la partnership con il Fosch Fest è stata una delle più grandi soddisfazioni che ci siano capitate. Di fatto è il festival che ci ha fatto nascere e a cui sono personalmente molto legato (non perdo un’edizione dal 2011). Ammetto che è stato un impegno più pesante del previsto, dato che personalmente mi sono trovato a gestire un team di sei persone che dovevano adattarsi sul momento alla variabilità dell’organizzazione e ai “capricci” delle band da intervistare. Fortunatamente, però, pur tra mille difficoltà siamo riusciti a fare un lavoro che ritengo ottimo. Davide Ederle ha fatto un lavoro splendido in photopit, mentre dal lato report abbiamo ancora tantissimo materiale in via di pubblicazione. Ne vedrete delle belle. Di aneddoti ce ne sarebbero tanti, ma uno dei più belli riguarda il mio ormai famoso liquore al peperoncino. Antefatto: nel 2013 la bottiglia mi fu “rubata” il primo giorno e non ne seppi più nulla per almeno due settimane, fino a quando sul gruppo Facebook del Fosch comparvero le foto della bottiglietta vuota. Si vociferò di un tedesco che l’aveva fatta fuori soffrendo le pene dell’inferno. Quest’anno, l’ultima sera mi aggiravo per il campeggio intento a “iniziare” chi ancora non l’aveva provato, quando ho incrociato un tedesco ubriaco che, ho scoperto, era lo stesso che due anni prima si era suicidato con la famosa bottiglietta. Mi ha detto era talmente ubriaco da ricordare vagamente di aver bevuto una cosa del genere. A quel punto mi sono sentito in obbligo di “rinfrescargli la memoria” e glielo ho fatto riprovare. Ha cominciato a vagare in giro piegato ripetendo “Now I remember! Now I remember!” con le lacrime agli occhi. Comunque abbiamo raccolto anche diversi video divertenti a proposito del peperoncino maledetto: non mancherete di ridere.

Cosa ne pensi di quello che è accaduto nel camping del Fosch Fest e dei vari comportamenti che rovinano uno dei pochi festival buoni in circolazione?

Ammetto che quest’anno il Fosch non ha brillato per la raccolta dei rifiuti, anch’io ho dovuto girare un po’ per trovare un sacco dove gettare bottigliette e bicchieri usati. Sarà da rivedere per l’anno prossimo, ma del resto il Fosch è organizzato da volontari che, per loro natura, vanno capiti e aiutati nel loro lavoro. Però la scarsità di sacchi per l’immondizia non giustifica niente e nessuno: “non buttare rifiuti in giro” dovrebbe essere una questione di senso civico, e se non si trova subito un cestino bisognerebbe cercarlo. Questo mi pare il dovere base di una persona civile. Un piazzale e un campo pieno di spazzatura sono cose che non vorrei mai vedere e che mi lasciano con un certo sconforto, soprattutto quando sono lasciati da sedicenti amanti del folk metal che, dal messaggio delle band che ascoltano e dei posti che frequentano, dovrebbero avere innato il rispetto per l’ambiente e la tradizione. Evidente delle rune che portano hanno capito molto meno di quanto pensano. Ma quello dei rifiuti è stato un problema anche minore rispetto a quelli più gravi, che però suppongo siano opera di pochi: bagni rotti, staccionate divelte e altri danni sparsi, evidentemente qualcuno ha scambiato un festival per un rave party. Ma non è il primo anno che qualche idiota s’inventa cose così stupide: quest’anno ha avuto la peggio il tennis club ma nel 2011, se non ricordo male, cretini rimasti ignoti rubarono l’aquila degli alpini dal monumento di fronte al bar. Senza considerare lo stato dei bagni chimici con gli assorbenti usati appiccicati alle pareti, sempre a una scorsa edizione. Del resto aveva ragione Totò quando diceva che “signori si nasce”. Personalmente auspico l’obbligo di una cauzione di almeno 10€ per il campeggio da restituire se si porta la spazzatura, bicchieri con vuoto a rendere e cose del genere per le prossime edizioni. Tra l’altro rivolgo un invito agli onesti: quello di cazziare i cretini. Questo per la regola empirica che per colpa di qualcuno ci rimettono tutti, e a volte l’inazione è colpevole quanto l’azione.

Come ti sei avvicinato alla musica e in particolare al folk metal?

Alla musica metal direi verso i 14 o 15 anni, con l’uscita di Panic dei Death SS che è e resta l’album della mia vita, non solo il primo che io abbia mai ascoltato. Per il resto ampliai le mie conoscenze grazie al defunto e quasi dimenticato Napster, dato che non avevo né amici appassionati di metal né soldi. Fu il web 1.0 ciò che mi permise di procurarmi musica che non avrei mai potuto avere in altro modo. Giusto per la cronaca comunque, da quando posso permettermelo, ho sostituito gli mp3 con dischi veri… dei Death SS per esempio ho accumulato una discreta collezione di CD e LP, anche di pezzi piuttosto rari. Da allora, pur mantenendo radici ben piantate nell’horror e nell’industrial metal, sono passato attraverso diverse correnti. Il folk per me è stata una scoperta piuttosto tardiva: in quel periodo ero ancora legato al symphonic metal di Epica, dei primi Nightwish e cose del genere, poi uscì su Youtube il video di Anime Dannate dei Folkstone (che il chitarrone un po’ industrial ce l’ha, diciamocelo) e da lì è partito tutto quanto.

Quali sono i tuoi ascolti del momento e quali sono i dischi che ami particolarmente?

I Death SS sono una costante nella mia vita da anni e anni nonché il mio gruppo preferito di sempre, è inutile che mi metta a citare ogni loro lavoro. A proposito dei Death SS, di semi-nuovo ascolto spesso Resurrection (avrei belle storie anche su questo argomento) più altri album in ordine sparso. Per il resto al momento sono un po’ fissato su Rob Zombie, Rammstein e Kråke (gruppo semi sconosciuto ma che consiglio), mentre nei momenti di raccoglimento prediligo progetti strani come i Die Verbannten Kinder Evas, Summoning, In Death It Ends e cose del genere. In macchina stresso costantemente la mia ragazza coi WASP, mentre i vinili che girano più spesso sono quelli di Alice Cooper, Paul Chain, i WASP degli ’80 e giusto ieri un Eliminator degli ZZ Top comprato di fresco… ogni tanto anche a me piace qualcosa di leggero.

Sei un appassionato di letteratura: quale volume ti senti di consigliare ai lettori di Mister Folk, e perché?

Bella domanda. Parlando di letteratura in senso stretto, leggo tantissimi romanzi gotici, classici dell’orrore e decadenti. Senza tirar fuori nomi scontati (Poe e Lovecraft per intenderci) dei generi succitati darei uno sguardo ai I segugi di Tindalos di F.P. Long e alle saghe di Robert Howard (quello di Conan e Solomon Kane). Per cambiare invece, direi che a un lettore di Mister Folk potrebbe piacere la saga de I figli della Terra (Jean M. Auel): saga storica con una punta di fantastico che racconta le vicende di una donna del neolitico cresciuta da una tribù di Neanderthal, oppure qualcosa della micro editoria nazionale: tutti i libri di Giuseppe Pasquali, mio grande amico nonché uno dei più talentuosi e preparati scrittori italiani di cui io abbia notizia. Sulla saggistica, oltre al tuo (un vero must per gli appassionati di folk metal), ho recentemente apprezzato Fantasmi d’amore. Il gotico italiano tra cinema, letteratura e tv di Roberto Curti. Questo lo consiglio perché è un argomento che piace a me.

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La copertina di In Nomine Patris

Hai pubblicato un romanzo dal titolo In Nomine Patris, ti va di parlarne? Hai altro materiale che bolle in pentola?

In Nomine Patris è il mio romanzo d’esordio, uscito per Linee Infinite Edizioni nel 2012. Narra di una guerra indetta dal Dio dell’universo, suo malgrado, che coinvolge otto mondi diversissimi per razza, cultura e tecnologia. Teatro dello scontro è un complesso aldilà, in cui s’incrociano i destini di otto guerrieri scelti dalle dee dei loro rispettivi pianeti, e alla cui sorte è legato il destino ultimo della loro intera razza. È un romanzo intriso di simbolismi, allegorie e metafore, in cui sono presenti omaggi tanto alla letteratura italiana (Ungaretti e D’Annunzio in primis) quanto alla filosofia di Nietzsche e alle atmosfere di Edgar Allan Poe. A questo proposito, colgo l’occasione per togliermi un sassolino dalla scarpa: dalla quasi totalità degli autori del mondo editoriale attuale, a qualsiasi livello, si sente dire che non vogliono “fare politica” e il loro solo scopo è quello di “scrivere belle storie”, con l’evidente intento di non inimicarsi nessuno per paura di vedere qualche libro di meno. Ebbene, In Nomine Patris è un libro che ho scritto per dire quel che penso nel modo che più mi piace, e proprio a causa dal registro narrativo volutamente demodé e dei contenuti piuttosto estremi, ferocemente critici verso la società, ho ricevuto scarsi consensi da parte del mondo editoriale “canonico”: un mondo falsissimo, ipocrita e clientelare che ho ripudiato da almeno un paio d’anni. La possibilità che qualcuno si senta offeso da quel che scrivo non mi è mai importata, e dei sorrisi finti alle fiere ne faccio volentieri a meno. Sarà per questo che ho riscosso parecchie soddisfazioni soprattutto nell’ambiente che ruota attorno al metal, e al folk metal in particolare, quindi dato che magari tra i tuoi visitatori c’è anche qualcuno che ha letto il mio libro, mi sento di ringraziare un po’ tutti i miei “lettori metallari”. In pentola bolle un seguito che spero di completare per l’anno prossimo, più una raccolta di racconti gotici e horror che non so quando finirò. Comunque, per chi volesse seguire la mia attività di scrittore, c’è il mio blog personale: www.davidetruzzi.it in cui pubblico articoli e racconti inediti.

Grazie per la disponibilità, hai carta bianca per la conclusione!

Innanzitutto ringrazio te per l’ospitalità e ti auguro ogni bene per MisterFolk, è davvero un ottimo blog che visito sempre con piacere. Ringrazio poi i lettori che hanno avuto la pazienza di leggere questa intervista (sono prolisso, lo so), e tutti quelli che si impegnano a mantenere viva la scena Underground, pur tra le mille difficoltà che si devono affrontare. Ci si vede al prossimo concerto!

Skyforger – Kurbads

Skyforger – Kurbads

2010 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Pēteris ”Peter”: voce, chitarraMārtiņš: chitarraEdgars “Zirgs”: bassoEdgars “Mazais”: batteriaKaspars Bârbals: vari strumenti folk, cori

Tracklist: 1. Raganas Lāsts – 2. Ķēvel Dēls3. Deviŋgalvis – 4. Noburtais Mežs5. Tēva Dēa Pagalmā6. Velnukāvēja7. Akmens Sargs8. Pazemē9. Melnais Jātnieks10. Pēdējā Kauja – 11. Kurbads

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Ci sono voluti ben sette anni per vedere pubblicato Kurbads, quinta fatica dei pagan metallers provenienti da Riga. Nell’ormai lontano 2003 diedero alle stampe ben due dischi: il buon Perkonkalve (trad. Thunderforge), e il fantastico Zobena Dziesma (trad. Swordsong), album autoprodotto che si avvaleva della collaborazione della Culture Capital Foundation Of Latvia poiché sponsorizzato dal governo locale. Si tratta di una raccolta di canzoni del folclore lettone, tra canti tradizionali della loro terra e severi ritmi dal sapore sovietico.

Musicalmente parlando gli Skyforger sono partiti da un violento pagan che si sorreggeva su una base di metal estremo, fortemente influenzato dal black, per poi evolvere – nel prima citato Perkonkalve – in un pagan meno aggressivo e più vicino all’heavy metal europeo. Questo Kurbads prosegue il discorso del precedente disco, perdendo parte del senso di pagano che permeava le vecchie release, sostituito con una venatura folk più accentuata (facendo però attenzione a non esagerare in tal senso). Inoltre l’accordatura di chitarre e basso è notevolmente bassa, creando un vero e proprio muro contro il quale l’ascoltatore non potrà far altro che sbatterci violentemente il muso.

Detto del sound, c’è una novità davvero importante in casa Skyforger: per la prima volta i nostri possono contare su un’etichetta potente e organizzata come la Metal Blade Records, dopo anni di Mascot Records (i primi due dischi), Folter Records (Perkonkalve) e addirittura autoproduzioni (Zobena Dziesma).

Il nuovo Kurbads si apre con Raganas Lāsts, una cavalcata dai tempi sostenuti, con riff al limite del thrash e nessuna traccia – se non a inizio brano – di elementi folk. Con Ķēvel Dēls le cose vanno cambiano in meglio, essendo un bel mid-tempo arricchito in vari punti da flauti e cornamusa, in special modo nella parte conclusiva della canzone, dove i vari strumenti creano una melodia poi armonizzata dalle chitarre, per un risultato finale molto piacevole. Di mid-tempo si parla anche con Deviŋgalvis, che grazie all’intervento della cornamusa prende letteralmente vita, prima del (semplice) assolo di chitarra e seguente intreccio di asce alla Iron Maiden. La quarta traccia s’intitola Noburtais Mežs, canzone ben arrangiata che nelle strofe si fa molto “ariosa”, prima dei coretti “oh oh oh” – decisamente anni ’80 e kitch, quindi assai graditi – nel ritornello. I quaranta secondi di Tēva Dēla Pagalmā sono un canto a cappella che ben introduce la successiva Velnukāvējs, in cui i ritmi si fanno (finalmente!) sostenuti e le chitarre s’intrecciano come nei primi due album creando un sound maestoso e pagano al tempo stesso. Molto bello il break centrale con la “marcia” e gli strumenti folk seguiti dalle chitarre che intessono melodie sovietiche prima di tornare aggressive come a inizio carriera: sicuramente la canzone migliore di Kurbads! Le sonorità si fanno oscure e inquietanti con Akmens Sargs, traccia massiccia ma parzialmente rovinata da un vocione growl fuori luogo: migliorano la situazione le belle armonizzazioni di flauto e cornamusa prima del finale simil death metal. Dopo un inizio stranamente melodico, Pazemē, ottava composizione dell’album, conquista l’ascoltatore con dei granitici riff di chitarra, prima del chorus che vede unite voce clean e battlescream del buon Peter, sostenute da accordi aperti di chitarra e melodia di flauto. Molto bella la parte strumentale con la cornamusa del bravissimo Kaspars Bârbals a farla da padrone: Pazemē risulta essere una delle canzoni più riuscite dell’album. Melnais Jātnieks, tolta una piccola parte di cornamusa, ha invece poco a che spartite col folk/pagan, pur mettendo in mostra una bella energia. Carina Pēdējā Kauja, brano che alterna momenti di quiete ad altri più vivaci, spesso conditi da un sottofondo folk mai troppo ingombrante: davvero bello il finale che vede il flauto protagonista. Chiude il disco come bonus la title-track: il suo riffing tedesco sul tappeto di doppia cassa rimanda agli Accept dei primi anni ’80. Si tratta, in realtà, di una cover degli Opus Pro, formazione lituana in attività dal 1986.

La produzione, opera di Kaspars Bârbals, è potente e pulita, con un certo tocco moderno che però non rovina i suoni pieni e decisamente live degli strumenti, chitarre in primis. La performance dei singoli musicisti è nella media: la sezione ritmica offre una prova essenziale e potente, con il basso di Zirgs a rimarcare il robusto drumming di Mazais. La voce di Peter è sporca ma perfettamente comprensibile e, fin dal primo ascolto, si può capire che Tom Angelripper (Sodom) e Lemmy dei Motorhead sono le sue principali influenze. Buono anche l’atteggiamento delle due chitarre, anche se con il passare degli anni i riff si sono fatti meno violenti fino ad arrivare a questo Kurbads dove le influenze anni ’80 (Accept, UDO, Running Wild) del nuovo chitarrista Mārtiņš si sentono parecchio. Infine c’è da elogiare il pregevole lavoro di Kaspars Bârbals, bravissimo a trovare gli spazi giusti per gli strumenti folk, dosandone sapientemente la presenza nei brani.

Distante dai fasti del passato, Kurbads è un (buon) passo avanti per gli Skyforger verso un sound più roccioso e tipicamente metal, allontanandosi dall’estremismo che ne contraddistingueva l’inizio carriera. Kurbads merita comunque più di un ascolto, anche se i (bei) tempi di Kauja Pie Saules e Latvieδu Strςlnieki sono decisamente lontani.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Intervista: Dyrnwyn

La prima intervista ai Dyrnwyn risale a un anno e mezzo fa, in occasione del Romaobscura II con Primordial headliner. In quell’occasione intervistai anche i toscani Wolfingar, due belle chiacchierate nate per caso e anche per questo molto interessanti. La tecnologia, però, mi abbandonò poco tempo più tardi, perdendo in questo modo i file audio delle interviste. Per i Wolfingar non ho potuto recuperare poiché la band si è sciolta, ma dai romani Dyrnwyn mi sono fatto perdonare con una lunga chiacchierata pomeridiana in quel di San Lorenzo, novanta minuti che potete leggere qui sotto. Tra patatine e soft drink, la sezione ritmica (Ivan Coppola alla batteria e Ivan Cenerini al basso) ha risposto con sincerità e simpatia alle mie domande. 

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Iniziamo parlando della storia del gruppo e ditemi qualcosa sul nome…

Ivan Coppola: Partiamo dalla pronuncia, visto che tutti dicono i “Dirnuin”, “Darwin”, “Dauinin” e “grazie a quelli che hanno suonato prima e i Korrigans!” (risate generali, nda). Si pronuncia “Durnuin”. Per il nome abbiamo fatto un sondaggio, a un certo punto – quando ancora non sapevamo bene la direzione da prendere – erano usciti nomi in inglese, in italiano no perché non ci convincevano, poi lui (l’altro Ivan, nda) ha tirato fuori Dyrnwyn che in gaelico è il nome della spada Excalibur.

Ivan Cenerini: Uno dei tredici tesori di Britannia che si pensa sia Excalibur.

Ivan Coppola: Avevamo pensato di fare il primo demo sui tesori di Britannia, ma poi sono cambiate le cose, vabbè.

Ivan Cenerini: Se guardi il nuovo logo vedi la scritta Dyrnwyn con la spada incastonata nella roccia.

Ivan Coppola: E insomma il nome ci è piaciuto, ci piace il fatto che la gente s’impanica e non ricorda il nome… (altre risate, nda)

Ivan Cenerini: La scelta del nome stava diventando una cosa talmente tanto lunga che c’impediva di fate tutto… anche i live… “ragà non c’avemo il nome”… il nome ci piaceva, il richiamo al folk c’era, quindi va bene così.

La storia del gruppo?

Ivan Cenerini: L’idea è stata di noi due, suonavamo in un altro gruppo, eravamo appassionati al genere da un bel po’ di anni, a me la passione è venuta anni fa quando ascoltai per la prima volta Falkenbach, il secondo cd, ho detto “cavolo, questo genere non l’ho mai ascoltato, mi piacerebbe avere un gruppo per fare queste cose”, ma suonavo in un’altra band di tutt’altro genere, così ho detto a Ivan “perché non proviamo a fare un gruppo?”. Ci siamo presto accorti che a Roma non c’era nessuno che suonava questo genere, c’abbiamo messo un anno a trovare il primo musicista, Rick il chitarrista ritmico, da lì abbiamo iniziato in tre a fare le prime canzoni. La svolta l’abbiamo avuto quando abbiamo preso la flautista, Michela, lo strumento folk che cercavamo.

Ivan Coppola: Rick veniva dal thrash, diceva “voglio provare cose nuove” e noi gli abbiamo dato un sacco di nomi da ascoltare. Ovviamente lui si è fermato agli Ensiferum, per il resto era “questi sono troppo lunghi, troppo lenti ecc”. Poi è invecchiato, o ha sbattuto la testa e siamo riusciti a fare la prima canzone, ma senza flauto stava prendendo una piega Amon Amarth e non lo volevamo perché era una cosa trita e ritrita…

Ivan Cenerini: Nel 2015 non puoi fare musica innovativa, ma volevamo dare un’impronta nostra senza copiare troppo gli altri gruppi.

Ivan Coppola: Folk senza cadere nei cliché, che comunque ci stanno, ma non abusarne fino al punto che l’ascoltare fa “oh ma questo è il riff tipo”, “oh, mi sembra il giro di”. Diciamo che l’evoluzione è stata flautista più Fabio…

Ivan Cenerini: il cantante, scrivi Thanatos sennò quando legge l’intervista dice “perché non m’avete chiamato Thanatos!”.

Ivan Coppola: “Con il mio war name, perché io sono true kult!”. Vabbè, Thanatos cantava già nei Korrigans, ma stando a Roma aveva il tempo da dedicare a un’altra band.

Ivan Cenerini: L’ultimo a entrare è stato il tastierista, che ha dato quello che serviva per riempire meglio il suono. Appena ultima la line-up abbiamo realizzato il demo.

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Come mai, a Roma, non ci sono i musicisti folk metal, o se ci sono si nascondono? Alla fine qui ci siete solo voi… nel 2010 ho recensito il demo degli Oak Roots, ma non si sa che fine abbiano fatto, e poco tempo fa è uscito un gruppetto nuovo, se non sbaglio.

Ivan Cenerini: I Blodiga Skald, ci abbiamo suonato insieme qualche tempo fa al Closer.

Perché in una città come Roma il folk metal non va? Anzi, quando suonano i Folkstone i locali sono pieni, quando suona un qualsiasi altro gruppo si arriva a cento paganti se va bene?

Ivan Coppola: Molti musicisti vogliono trovare il progetto già avviato, con una propria identità, vogliono inserirsi. Non proprio trovare la pappa fatta, ma prima di trovare Rick c’hanno chiamati in pochi. Non so se è un periodo dove la gente preferisce altri generi, forse semplicemente il musicista preferisce entrare in un contesto formato, dove tempo due-tre mesi sei sul palcoscenico.

Forse è un discorso che va bene in Lombardia dove ci sono venti gruppi, ma a Roma c’è un gruppo e devi aspettare che muore il chitarrista per entrare. Tu musicista non suoni mai?

Ivan Cenerini: La cosa strana è che Roma ha una grande storia millenaria, ma il folk metal non è proprio arrivato. Il folk metal è nel nord Italia, ci sono un sacco di gruppi tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, ma se scendi un po’ non ne trovi, non solo nel Lazio. A Roma vedo un sacco di annunci di gruppi che fanno doom, death e black, qualcuno prova a fare thrash, altro no. Quando io cercavo sugli annunci trovavo sempre “chitarrista cerca gruppo death”, nessuno che parlava di folk metal.

E tutte quelle persone che vanno a vedere i concerti?

Ivan Cenerini: Vanno vedere i Folkstone perché li conoscono tutti, ma quando hanno suonato i Windir, che sono un gruppo storico, in quanti eravamo, ottanta? Una spiegazione logica non c’è, si possono fare solo supposizioni. Roma ha una storia bellissima, la gente c’è, possibile che non ci sono venti persone che suonano folk?

Ivan Coppola: C’è molta gente che gli piace fare folk, ma non metal. Oppure c’è bisogno che qualcuno inizi a dire “a Roma c’è il folk metal. Roma c’è”.

Ivan Cenerini: Al nord ci sono molti eventi, già solo col Fosch Fest, il Malpaga, tante serate che organizzano i gruppi stessi.

Ivan Coppola: La vicinanza dei gruppi è importante, ci si organizza tra di loro.

Come sapete, un anno fa ho provato a organizzare qualcosa qui a Roma, ma non è facile perché gruppi non ce ne sono, quelli di fuori vogliono giustamente dei soldi, poi il pubblico non c’è e se non c’è il pubblico non c’è l’incasso e gli eventi non si organizzano più in futuro. Un cane che si morde la coda.

Ivan Coppola: É più facile per noi spostarci verso il nord che la gente del nord scenda a Roma.

Ivan Cenerini: A Roma c’è bisogno del nome.

Ivan Coppola: La risposta te l’aggiusti tu! La risposta è “vaffanculo Mister Folk”! (risate, nda)

Scrivo che avete blaterato venti minuti senza saper dare una risposta sensata, piove…

Ivan Coppola: La risposta è “vaffanculo Mister Folk”! (risate, nda)

Ivan Cenerini: Cambia domanda!

Ivan Coppola: Per me è la cipolla.

Sono passati più di due anni dal demo Fatherland: ascoltandolo ora, cosa provate? Di solito a una domanda del genere la risposta è sempre “nostalgia”.

Ivan Cenerini: No, no!

Ivan Coppola: Da batterista ti dico che quando sono uscite le recensioni, tra quelle meno benevole, ce n’era una che diceva “il batterista amorfo”… fuck you! (risate, nda). Magari non considerando che il batterista ha molta voce in capitolo nella composizione, perché a noi piace comporre le canzoni tutti insieme… magari c’era un pezzo bloccato che riusciva ad andare avanti con un’idea del batterista o della flautista. Le cose ora sono molto cambiate, ma all’epoca erano parti di batteria molto semplici, il che non vuol dire che fanno schifo. Quando ho fatto il demo ho dato il mio 110%, ma anche 200%, e ho pensato alla batteria funzionale al folk… non sono il tipo che ama fare mega rullate o mega blast beat – all’epoca perché non ci arrivava la tecnica – però io sono nato con un batterista jazz che mi ha insegnato che devi suonare per la musica, fare quello che la musica richiede per valorizzarla. In un genere come il folk metal, dove il batterista spesso non vede l’ora di andare a 2000 e mettere il doppio pedale, invece arriva il batterista che viene dal metal classico e magari al recensore la cosa non va giù, anche se i pezzi filano bene.

Ivan Cenerini: Il problema è che si parla di un cd fatto di fretta. Più che nostalgia io direi rimpianto, perché è un cd che sarebbe potuto venire molto meglio, ma per la fretta di farlo subito e avere “qualcosa” tra le mani… sono pezzi che a risentirli adesso ci diciamo “ma siamo davvero noi a suonare ‘sta roba?”. Poteva essere fatto tutto molto meglio.

Allora passiamo all’EP: ditemi tutto quello che potete! (Il titolo del cd, notizia recente, è Ad Memoriam, nda)

Ivan Cenerini: Dopo il demo abbiamo deciso di fare tutti i pezzi in italiano, parleranno di Roma antica e pagana, in vari episodi. Cronologicamente partono dalla nascita della città e arrivano fino a Teutoburgo, brano di chiusura dell’EP. Quattro canzoni più due composizioni strumentali.

Ivan Coppola: I quattro episodi parlano di una Roma nata giovane e divenuta guerriera e militare, fino a pagare il prezzo dell’arroganza.

Musicalmente cosa mi potete dire?

Ivan Cenerini: I brani sono più complessi rispetto a quelli del demo, come musicisti abbiamo fatto tutti quanti dei passi in avanti, in particolare i pezzi sono diversi l’uno dagli altri. Si passa dal malinconico all’allegrotto spinto con variazioni lento/veloce, qualche influenza black, un batterista meno amorfo… continuiamo ad avere la nostra impronta malinconica con inserti folk molto importanti.

Ivan Coppola: La tastiera e il flauto sono molto presenti, a differenza del demo dove erano meno d’impatto. Il nostro sforzo è quello di fare ascoltare il nostro lavoro più maturo e consapevole dove il flauto ha la stessa importanza della chitarra.

Ivan Cenerini: Ed è per questo che ci stiamo impiegando molto tempo. Magari c’è un pezzo che portiamo avanti per settimane, poi ci rendiamo conto che qualcosa non va e lo smontiamo completamente…

Quando uscirà?

Ivan Cenerini: Entro l’anno sicuramente, salvo complicazioni!

Cosa è secondo voi il folk metal?

Ivan Cenerini: Per essere precisi noi ci definiamo pagan/folk metal…

E cos’è il pagan metal? (risate, nda)

Ivan Cenerini: Il pagan metal, per me, è sinonimo di viking metal, ovvero quella specie di black metal che black non è che parla di tematiche pagane, per me il pagan metal sono i Moonsorrow, che però ci mettono il folk. I Kawir della Grecia sono pagan metal. Noi partiamo da quello… no aspetta, torniamo indietro, sennò non si finisce più. Il folk metal è il metal suonato con gli strumenti folk che parla del folklore del popolo che si vuol trattare.

Ivan Coppola: Io la vedo in maniera più romantica: sono stato al Fosch Fest e lì si respirava il folk metal, quei temi trattati, di leggende popolari… è parlare e valorizzare le proprie radici, nel mio caso dell’antica Roma. Noi abbiamo una storia che il mondo ci invidia e anche se oggi siamo derisi e presi in giro una volta eravamo un popolo importante, è bene parlare non solo dei vichinghi, di Thor e di Odino, ma anche di Marte e Giove. Il folk metal è il modo di esprimere la mia passione verso la mia terra, così come i Furor Gallico ci fanno conoscere le loro storie, così io spero di far conoscere la nostra.

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Ivan Coppola durante la registrazione di Ad Memoriam.

Cosa pensate del marketing nel folk metal e del pay to play?

Ivan Coppola: Per me il pay to play è una cazzata! Il discorso di suonare con il nome grosso per farmi pubblicità ti dico di no, al massimo suono gratis, ma a pagare…

Ivan Cenerini: Sono cose che rovinano l’ambiente live…

Ivan Coppola: Sono cose che segnano, tipo “oh, ma chi, i Drago Rosso? Hanno suonato con i Pitone Viola…” magari te lo porti appresso. Che poi se il gruppo merita il resto è fuffa. Il cd parla per te, quello che esce dalla casse. Il discorso folk metal e marketing… boh, non ho mai avuto contatti di questo genere, per me la musica è passione, non ho mai avuto un diavolo tentatore che a tavolino dice cosa si dovrebbe fare. Perché suono? Perché deve diventare il mio lavoro allora non è scendere a compromessi, ma prendere decisioni e accettare il carico di conseguenze che inevitabilmente arriva. Se si vuole restare fedeli al proprio pensiero allora è “che facciamo, mandiamo via Fabio Thanatos e mettiamo la bionda strafiga? Fottiti!”. Ad esempio, io se fossi stato nei Krampus avrei fatto un progetto parallelo cambiando nome, vista la svolta metalcore.

Ma così perdi tutto quello che hai fatto prima, il nome è fondamentale!

Ivan Coppola: Il vero fan sa! Se sei un artista che vale… quello che fa il gruppo non è il nome. I Draugr si potevano chiamare Abruzzo Pagano e spignevano, erano a rullo! Molte persone hanno fatto “ah i Selvans, ah gli Atavicus” dopo lo split dei Draugr, ma questo perché quello che conta è quello che hai composto e lasciato alla gente. Comunque nell’ambiente folk ho visto molta tranquillità e sciallezza

Ivan Cenerini: Che potrebbe essere rovinata dal marketing…

(Inizia un lungo discorso su marketing ed etichette, nda)

Ivan Coppola: Al discorso etichetta non ci abbiamo mai pensato, anche per possibili problemi con i nostri lavori, mentre rimanendo così, liberi, non abbiamo magari il supporto e la diffusione che altri gruppi hanno grazie a professionisti che sanno cosa fanno, però noi magari facciamo “regà, famo sto live? Sì, no, vabbè”, mentre magari sotto un’etichetta potrebbe essere “devi farmi il live” e noi non possiamo perché c’è il “devo studiare” ecc.

Magari questo è un discorso che può farti la Napalm Records che ti dice “c’è questo festival in Germania, vai a suonare”, altrimenti si parla di realtà piccole che organizzano poche date o mini festival con quattro-cinque gruppi.

Ivan Cenerini: Il vantaggio di collaborare con un’etichetta sta nel suonare di più rispetto all’indipendenza…

Ivan Coppola: Noi ci stiamo “sciogliendo” sul palco con questi ultimi concerti che abbiamo fatto, diamo più attenzione agli intro o alle presentazioni delle canzoni, o al coinvolgimento del pubblico. Sono cose che vengono con l’esperienza… l’etichetta la vedo come un impegno in più, ma per il momento voliamo bassi.

In pratica nel Lazio ci sono due gruppi folk, un unico cantante, la domanda è: come lo avete contattato? Veramente non ci sono cantanti per il genere in tutta la regione? Attenzione però, stimo Fabio sia sul palco che su cd (leggi QUI la recensione dei Korrigans), la mia è semplice curiosità!

Ivan Cenerini: Noi abbiamo messo un annuncio su Truemetal e Mercatino Musicale, ci ha contattato lui! Mi rispose “ho altri due progetti, canto growl e scream, mi piacerebbe fare una prova con voi”. Provò due canzoni e capimmo immediatamente che faceva per noi. Poi ha la capacità di improvvisare le linee vocali appena ascolta un pezzo. La scomodità, diciamo così, è che quando ci sono i festival spesso suoniamo sia noi che i Korrigans, e Fabio muore! (risate, nda)

Molti gruppi utilizzano melodie della musica tradizionale che poi inseriscono nei propri brani, in questo modo è facile capire se si stratta di una band scandinava piuttosto che irlandese. Scendendo in Italia la situazione è diversa, perché ci sono (quasi) sempre richiami a gruppi e melodie prese da altre zone. Come mai la nostra musica tradizionale e la storia del paese attira così poco i nuovi gruppi?

Ivan Coppola: Nell’EP noi stiamo cercando di riprodurre un’atmosfera militare e marziale, mentre nella musica romana c’è poco ritmo con l’utilizzo di arpe e cetre, con melodie adatte a balli rituali, magari posso vedere bene un pezzo così come intermezzo, ma a metterci il metal non ci ho mai pensato. A volte, invece, con il chitarrista Vidharr, per prendere in giro il resto del gruppo, ci mettiamo a suonare la tarantella, che il tupatupa pagano, come lo chiama Alen Foglia (mente del progetto Demoterion che ha pubblicato il solo EP Prometheus prima di cessare l’attività nda), nostro grande sostenitore, un po’ lo chiama, e fare un piccolo pezzo tributo allo stornello romano a me non dispiacerebbe, mentre lui già fa i versi (si riferisce all’altro Ivan, nda)

Ivan Cenerini: Il problema è che noi parliamo di Roma ai tempi antichi, mica avevano la tarantella!

In De Ferro Italico dei Draugr c’è l’organetto abruzzese che è uno strumento non presente nell’antichità, ma inserito come lo hanno fatto loro suona alla grande!

Ivan Cenerini: Non stravolge la canzone e anzi la rende migliore…

Ivan Coppola: Il terrore di molti gruppi, forse anche il nostro, è la linea che divide “figo” e “pacchiano”.

Segue una lunga discussione sull’influenza della musica popolare vista in Italia e in diversi paesi esteri…

Ivan Coppola: Spesso è che la musica popolare è ascoltata dai genitori o dai nonni, quindi l’adolescente la disprezza a prescindere… sarebbe da far ascoltare i veri stornelli romani, chiaramente non mi riferisco a “Osteria numero 7”. Se si scava nell’ascolto, sicuramente si nota qualche bella melodia mentre il cantante parla del Lungotevere, però la melodia è figa!

Ivan Cenerini: Però ti devi riallacciare a quello che canti nei testi.

Ivan Coppola: A noi piace l’aspetto marziale…

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Ivan Cenerini durante la registrazione di Ad Memoriam.

Parliamo di voi due: come vi siete avvicinati alla musica, perché avete scelto lo strumento che suonate e il disco che avete a casa ma vi vergognate a dirlo.

Ivan Cenerini: Iniziai con i Litfiba degli anni ’90 per poi passare al classico Metallica/Slayer e arrivare al black metal. Non sopportavo il pop che girava tipo 883, ero un bimbo che voleva subito musica dura. Il basso l’ho scelto perché la chitarra la suonavano tutti, la batteria faceva troppo casino e allora ho scelto il basso! Ma la devi scrivere questa cosa? (risate, nda)

Il disco che non dici di avere?

Ivan Cenerini: Troppi! Ti dico solo che ho… no mi vergogno troppo! Ho il Black Album e Reload dei Metallica.

Il Black Album è un capolavoro!

Ivan Cenerini: Io adesso mi vergogno ad averlo…

Ivan Coppola: Di Reload sta ancora cercando lo scontrino, dice che magari glielo cambiano!

Ivan Cenerini: Ho il best of dei Megadeth e qualcosa degli Slipknot, ma non conta perché me li hanno regalati.

Ivan Coppola: Si parla di terza media… “dai facciamo una band, c’è una cosa che si chiama musica!”. Per me la musica era Radio Globo quando andavo in macchina con i miei genitori e mi addormentavo sul sedile posteriore. Il posto libero era alla batteria e mi ci sono messo io. Abbiamo iniziato per scherzo ma il caso ha voluto che durante le superiori il comune di Roma lanciasse il progetto Roma Rock Roma Pop, con l’obiettivo di sensibilizzare i ragazzi alla musica. C’erano lezioni con maestri, stage con gente importante e alla fine uno stage presso il college di Mogol. Ho iniziato quindi a prendere lezioni di batteria anche se avrei preferito uno strumento melodico, e ogni tanto soffro perché sono un tipo creativo e quando c’ho un’idea posso fare solo tupatupa!

Ivan Cenerini: Anche io ho lo stesso problema: bumbumbum!

Ivan Coppola: Con i ragazzi del laboratorio avevamo fatto un gruppo e ci mandavano in giro a fare concerti anche importanti: ho suonato a Piazza Venezia il giorno della liberazione, all’Auditorium. Facevamo pezzi nostri (del cazzo) pop/rock, mentre con un amico mio, a casa, facevamo punk tipo NOFX e Offspring. L’aneddoto che mi piace raccontare è che una volta stavamo suonando a una scuola e a fine concerto ci è stato detto che i bambini ci avrebbero fatto delle domande. Una bambina si è alzata e m’ha chiesto “perché suoni la batteria se prima hai detto che avresti voluto imparare la tastiera?” e io le ho risposto che “l’amore vero non è quello desiderato ma quello scoperto”.

Ivan Cenerini: Ohoh! Questa frase la devi mettere nell’intervista!

Me la tatuo sul braccio!

Ivan Coppola: Se non suono la batteria vado in crisi d’astinenza, con i ragazzi del gruppo mi trovo alla grande e le idee con i Dyrnwyn riesco a farle diventare musica. La batteria è facile da approcciare, ma continuando lo studio capisci che non è importante quello che suoni ma è importante come lo suoni.

Ivan Cenerini: Lui è un poeta!

Ora mi sento una persona migliore! Si divaga tanto, ma non hai detto il disco peggiore che hai…

Ivan Coppola: The Marshall Mathers LP di Eminem. All’epoca mi piaceva, ero ragazzetto.

Abbiamo registrato un’ora e mezzo d’intervista…

Ivan Coppola: Se te perdi pure questa te menamo!

Live Report: Counting Crows a Roma

4 luglio 2015, Auditorium Parco della Musica, RomaCCroma 

Gli americani Counting Crows fanno tappa in Italia con due date (Pistoia e Roma) in occasione del tour promozionale del nuovo album Somewhere Under Wonderland, lavoro che conferma la grandezza di un gruppo capace di imporsi sul mercato senza snaturare il proprio sound, continuando con personalità il discorso musicale iniziato nel 1993 con August And Everything After, disco che, giusto per ricordare i dati, ha venduto nei soli USA oltre sette milioni di copie.

L’Auditorium di Roma è un luogo magico per assistere a un concerto: si tratta di una struttura pensata esclusivamente per la musica live, quindi l’audio è ottimo in qualunque posizione ci si trovi, con il palco sempre vicino alle tribune per non perdere nemmeno un’espressione del musicista di turno. Con queste premesse non poteva che essere un grande concerto quello dei Counting Crows, e così è stato. Alle 21.10 la band di San Francisco era già on stage per attaccare con Sullivan Street, canzone tratta dal debut cd. L’atmosfera è strana, per la prima volta assisto a un concerto stando seduto: in verità non durerà molto poiché, a inizio della terza canzone, il singolone Mr. Jones, la platea si alza in piedi e si accalca sotto al palcoscenico, come dovrebbe essere per un qualunque concerto rock. Il cantante Adam Duritz non nasconde la soddisfazione e canta sorridendo nonostante la security cerchi in ogni modo – ma sempre delicatamente e con educazione, è giusto dirlo – di far tornare le persone a sedere sulle sedie. Questo è un tira-molla che va avanti per oltre una canzone, ogni tanto qualcuno torna sotto al palco a cantare e ballare, fino a quando non si giunge a un compromesso: si possono lasciare le sedie e andare sotto al palco a patto di stare seduti. A me, abituato da venti anni di concerti alla completa libertà, sembra tutto molto strano, la sensazione è quella di trovarsi dentro a un film tanto è assurda la situazione. La band, che nel frattempo ha suonato John Appleseed’s Lament e la stupenda Colorblind, stenta a capire le strane regole dell’Auditorium, Duritz ci scherza sopra e con la magnifica voce che si ritrova continua lo show con Mercy, Omaha e Cover Up The Sun. Ben tre le cover proposte dai Counting Crows, si tratta di Like Teenage Gravity di Kasey Anderson, Friend Of The Devil (The Grateful Dead) e Big Yellow Taxi di Joni Mitchell, tutte suonate con personalità. Il pubblico canta i ritornelli delle canzoni, la band è in grande forma, i musicisti si confermano tutti di altissimo livello, precisi e dotati di gran gusto, la sensazione che si ha è quella di assistere a un concerto di amici per amici, quasi d’intimità nonostante il pubblico presente. Rain King è la canzone scelta per chiudere il concerto, il gruppo esce di scena tra gli applausi prima di tornare per eseguire ben tre pezzi: Palisades Park, Hanginaround e Holiday In Spain. Questa volta il concerto è terminato davvero (quasi due ore di grande musica), Duritz saluta calorosamente il pubblico e promette che i Counting Crows tornaranno a Roma in primavera, battendosi la mano sul cuore. Noi, chiaramente, ci saremo.

Scaletta: 1. Sullivan Street – 2. Mrs. Potter’s Lullaby – 3. Mr. Jones – 4. John Appleseed’s Lament – 5. Colorblind – 6. Mercy – 7. Omaha – 8. Cover Up The Sun – 9. Hard Candy – 10. Like Teenage Gravity – 11. When I Dream of Michelangelo – 12. Friend Of The Devil – 13. Big Yellow Taxi – 14. Earthquake Driver – 15. A Long December – 16. Rain King – 17. Palisades Park – 18. Hanginaround – 19. Holiday in Spain