Intervista: Bloodshed Walhalla

La one man band Bloodshed Walhalla sta raccogliendo sempre più consensi, in Italia e all’estero. Il motivo? Ottimo viking metal di chiara ispirazione bathoriana, ma è con l’EP Mather che le coordinate musicali, almeno momentaneamente, sono cambiate. Questa che segue è la lunga e piacevole chiacchierata tra me e Drakhen, il Quorthon italiano.

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Come ti sei avvicinato alla musica, e successivamente alla chitarra e a Bathory?

Avevo undici anni quando ascoltai Icarus Dream di Yngwye J. Malmsteen, da li nacque la passione per la chitarra, volevo emulare Malmsteen (ride, nda). Con la mia prima chitarra classica facevo l’assoletto e poi ascoltando le altre canzoni del disco mi resi conto della bravura del cantante Jeff Scott Soto e allora volli capire come riusciva a cantare così alto, e mi impegnavo a suonare come Malmsteen e cantare come in quel modo, senza riuscirci ahah! Poi tramite famigliari che ascoltavano metal inizia a conoscere gli Iron Maiden, a suonare qualche cover dei Metallica come facevano tutti i giovani dell’epoca. Ho fatto parte di alcune band locali, ma un giorno un mio amico mi venne a trovare portando due dischi che lasciò a casa mia, Twilight Of The Gods e Hammerheart dei Bathory. Ascoltando quella musica scoccò una scintilla e dissi “ma da dove se ne esce, questo è un genio!”. In seguito approfondii la conoscenza di Quorthon e dei Bathory, scoprii la storia eccetera. Nel 2005, non avendo più una band decisi di comprare un po’ di attrezzatura e fare una sorta di cover band dei Bathory, così è nato il progetto Bloodshed Walhalla.

Mi fa sempre piacere parlare con le persone della mia età perché si finisce sempre a parlare della grande musica degli anni ’80…

Il mio primo disco fu Blizzard Of Oz di Ozzy Osbourne, seguito da License To Kill dei Malice… poi sono diventato un fan sfegatato degli Helloween, conosco tutto su di loro, e infine mi sono spostato sul metal scandinavo.

Come sono nati i primi dischi dei Bloodshed Walhalla? I primi due sono molto bathoriani, Mather ha un forte legame con quanto fatto in precedenza, ma mostra passaggi diversi dal solito, aggressivi, quasi black metal in alcuni momenti. Quindi, sei partito come tributo e ti stai evolvendo verso qualcosa di più personale, oppure Mather è un discorso a sé e in seguito tornerai a omaggiare Quorthon?

Con la morte di Quorthon è scattato qualcosa nella mia testa, pensavo “cavolo, possibile che non potrò più ascoltare un inedito dei Bathory, qualcosa che mi possa far rivivere quelle sensazioni?”, così ho pensato “e se me le faccio io?” (ride, nda). Ho studiato il suo repertorio e il suo modo di suonare, compreso il mettermi in camera al buio ad ascoltare le canzoni cercando di capire le sensazioni provate dal chitarrista mentre le suonava, o sul perché il cantante ha scritto quel testo in quel modo… parecchie volte mi sono ritrovato in stanza a pensare cosa poteva aver provato Quorthon nei momenti in cui scriveva le canzoni. Proprio grazie a questo sono riuscito a scrivere dei pezzi non copiando, ma emulando il suo modo di pensare e di suonare viking metal. Se la mia band si fosse potuta chiamare Bathory 2 sarei stato felicissimo ahahah! Non me ne frega nulla se la gente dice che ho copiato quanto fatto da Quorthon, io ho voluto proseguire quanto fatto da lui.

Come hai scelto il nome?

Il primo nome era Walhalla, ma siccome ci sono altre band con lo stesso nome, ho aggiunto Bloodshed per dare un senso di unicità.

La curiosità che mi porto dietro da tempo riguarda il primo disco The Legend Of A Viking: è vero che è stato registrato nello scantinato dei vigili del fuoco?

Sìsìsì, è vero! Erano da poco nati i miei figli, quindi di tempo a casa per suonare non ne avevo, l’unico modo per farlo era di portare tutta l’attrezzatura per registrare in caserma. La domanda che ti starai facendo è “ma voi vigili del fuoco non fate un cacchio?” ahah! All’epoca lavoravo in un distaccamento di Taranto, una costruzione enorme con tante stanze e cantine dove mettere la roba mia e non dare fastidio a nessuno. Nelle ore di pausa o di non interventi in corso andavo lì e suonavo, urlavo e registravo. In questo modo ho registrato i primi due dischi, The Legend Of A Viking e The Battle Will Never End.

Questa storia è fantastica!

Quando sei da solo puoi registrare veramente ovunque: a casa, in cantina, sul pulman, in un bosco, basta avere un registratore! Quando sei in una band invece si è sempre vincolati agli impegni degli altri.

Quel è stato il feedback di riviste, siti e pubblico dei primi due album?

Sono sinceramente rimasto sorpreso da come i media abbiano accolto i miei album: non sono un chitarrista, non sono un bassista, non sono un batterista e non sono un cantante, sono solamente uno che ha qualche idea in testa e credo che sia riuscito a realizzarle abbastanza bene, questo forse le persone lo hanno capito e apprezzato. Molti mi chiedono come faccio a fare tutto da solo, i cori e le canzoni da dieci minuti… lo faccio con tanta passione e voglia di fare. Effettivamente ho ricevuto email dove mi riconoscevano come il figlio di Quorthon, il Quorthon italiano o il Quorthon della Basilicata. Se tu mi chiedi quale band suona viking metal come quello creato dai Bathory al massimo ti posso rispondere gli Ereb Altor, anche se ultimamente hanno variato qualcosa. Penso di essere proprio l’unico che faccia spudoratamente la musica che faceva Quorthon.

Lo penso anche io…

Non sono mai riuscito, nemmeno tramite i social network, ad ascoltare una canzone da poterla collegare alla musica dei Bathory. Tutte queste band strapagate, con iperproduzioni, si dice facciano viking metal, ma io non ci credo, fanno una sorta di death metal melodico molto tecnico, ma gruppi che suonano la musica stonata e confusionaria che faceva Quorthon io non li ho mai visti (ride, nda).

Hai perfettamente ragione, i più vicini al sound dei Bathory sono gli Ereb Altor, ma con gli ultimi dischi – bellissimi – Fire Meets Ice e Nattramn hanno unito il sound dei primi due full-length, dei veri tributi a Quorthon, alle sonorità estreme di Gastrike. Il risultato è un sound personale che ha chiare radici bathoriane.

Ma questo è giusto, perché un gruppo deve avere una propria identità, se vuole crescere ed emergere non può fare diversamente. Nel mio caso, che non voglio diventare famoso, posso dire che è nato tutto per caso, ho voluto mettermi alla prova ed evidentemente a qualcuno è piaciuto. La Fog Foundation mi ha contattato dopo aver ascoltato il primo disco The Legends Of A Viking e hanno creduto nel progetto, fino a scritturare i successivi lavori.

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Demo 2014, perché l’hai fatto prima di un EP?

Boh! Non ho date, non ho traguardi, registro quello che ho in testa, se ho voglia di fare una cover dei Bathory la faccio. Come dicevo prima, sono solo, non devo dare conto a nessuno, non ho grilli per la testa, non voglio diventare una rockstar, sono libero di suonare e registrare quello che voglio. Quel demo doveva essere un album, le sonorità però non erano come avrei voluto, la Fog Foundation mi ha consigliato di metterlo in rete per farlo scaricare e ri-registrare le canzoni in maniera più dettagliata com’è effettivamente successo… a breve finirò il quarto capitolo dei Bloodshed Walhalla.

Ottima notizia!

Faccio il fonico, il tecnico audio, il musicista, faccio tutto io ahahah!

E per questo ti faccio i complimenti, sembra impensabile che una sola persona possa aver fatto tutta questa mole di lavoro, e fatta bene.

A me non piace registrare con i monitor e i computer, ho un macchinario multitraccia che ti fa rincoglionire… ore e ore ad assemblare le varie parti. Non c’è niente di professionale, non ho mai studiato musica, grazie a Dio ho un buon orecchio e alla fine è uscito qualcosa di accettabile.

Come nasce l’idea di Mather?

Tu suoni musica nordica, svedese, ma hai tanta storia in Italia, musica tradizionale dalla quale potresti attingere per comporre… in effetti, pensandoci, c’era del materiale che poteva essere elaborato, se tu senti le versioni popolari in origine hanno una tristezza che secondo me è simile a quella degli scandinavi, così ho preso i brani popolari d’origine materana e li ho rifatti in sonorità viking metal, cercando comunque di lavorare con sonorità simili a quelle dei Bloodshed Walhalla. Qualcosa è cambiato rispetto ai miei dischi precedenti, nell’EP suono più vicino a Falkenbach, con quelle sonorità tipiche del folk.

Parliamo dei testi: sul web c’è solo quello dell’Urtlain e non c’è la traduzione in italiano. Ci puoi dire di cosa trattano?

L’ortolano! I testi sono banalissimi! Il folk dalle parti nostre riguarda storie di vita vissuta, della guerra e di quello che si faceva e si pensava ai tempi dei nonni. Ad esempio L’uartlain non è altro che una filastrocca che parla di una ragazza e della madre che non riusciva a capire cosa volesse la figlia, allora le chiede “vuoi mangiare questo?”, “vuoi quello?”, e alla fine cosa voleva? Voleva solo fare sesso con l’ortolano! Ahahah! Non vedere il testo come qualcosa che debba per forza andare di pari passo con il viking metal, il testo è un pezzo della nostra cultura, come U Suldet (il soldato, nda), lì si parla di questo ragazzo che va in guerra e i suoi genitori piangono e lo vorrebbero vedere di ritorno a casa, oppure U Vaccher (il vaccaro,nda), che parla di questa figura che deve stare attento al gregge. La Cupa cupa è uno strumento musicale delle nostre parti, si suona quando si fa l’amore, quando si mangiano le salsicce, non c’è nulla di mitologico o storico, è semplicemente la nostra cultura.

Parli di Matera, canti nel tuo dialetto, ma il titolo sembra in inglese, Mather…

Il nome in origine era scritto così, Mather. Ci sono tanti nomi attribuiti a Matera…

Mi dai qualche anticipazione del nuovo disco?

Siamo tornati ai Bathory, alla musica che amo da sempre. Sono ottanta minuti di musica, una composizione in particolare dura ben diciassette minuti, per questa canzone mi sono voluto ispirare ai Moonsorrow. Non so esattamente quando uscirà, spero il prima possibile!

Hai mai pensato di fare un disco/EP di sole cover dei Bathory?

Sarebbe bellissimo, sei hai visto sul web ci sono molte cover che ho fatto, saranno tredici o quattordici. L’idea è bella, ma ormai l’hanno fatto gli Ereb Altor…

Apprezzi tutto il materiale realizzato da Quorthon?

Ho approfondito anche i suoi primi album black metal, pieni d’occulto, ma non li ho trovati mai all’altezza del periodo viking, durante il quale ha mostrato tutta la sua genialità.

Hai ascoltato i suoi dischi da solista?

Sì li ho ascoltati, ho apprezzato in particolare il primo, Quorthon.

Secondo te Quorthon era un musicista rock’n’roll nello spirito oppure un furbacchione che sapeva bene quello che stava facendo, bravo a fingersi diverso da quel che era?

Secondo me Quorthon era un fottuto genio. È vissuto in un periodo nel quale c’era tutto da inventare, ok che c’erano i Venom, ma lui voleva mettere brutalità nella musica. Il personaggio andava di pari passo, ma col tempo è riuscito a creare quell’icona che è successivamente diventato. Ricordiamo sempre che è stato il creatore del viking metal, il primo a parlare della mitologia scandinava. Un mito, un genio che ha lasciato il segno.

Il tuo disco preferito dei Bathory, e perché?

È una domanda… forse trovo qualcosa in più in Hammerheart, secondo me è il più completo per quel che riguarda il viking metal.

C’è un disco dei Bathory che ti da meno sensazioni positive rispetto ai vari Hammerheart e Twilight Of The Gods?

Sì, Destroyer Of World è quello che più mi ha deluso.

Octagon?

Octagon e Requiem sono due lavori che si assomigliano moltissimo. Forse dopo questi due dischi Quorthon si è accorto di aver fatto una grande cazzata ed ha pubblicato l’anno dopo Blood On Ice, che in realtà è un disco scritto a fine anni ’80 e che successivamente ha registrato.

Hai mai provato a contattare la Black Mark per i tuoi dischi?

Sì! Ho mandato loro un sacco di volte i miei dischi, ma non mi hanno mai risposto! Oltre ai dischi ho mandato anche email, ma Boss non m’ha mai risposto in alcun modo.

Sei mai stato in Svezia o in Scandinavia?

No, magari! Mio fratello è stato in Svezia ed è andato a trovare Quorthon al cimitero, vorrei andarci anche io. Ho uno zio in Finlandia, sono stato spesso sul punto di andare a trovarlo, ma poi non si è mai fatto nulla…

Grazie per il tempo e la disponibilità!

Grazie a te Fabrizio!

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Arcana Opera – De Noir

Arcana Opera – De Noir

2015 – full-length – Nemeton Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Alexander Wyrd: voce – Mirko Fabris: chitarra – Stefano Masin: chitarra – Bjorn Hodestli: basso – Marco Sanguanini: batteria – Paolo Nox: tastiera – Martina Facco: violino

Tracklst: 1. Cave Canem – 2. Il Letto Rosso – 3. Ambasciata Noir – 4. Caffè Marco Polo – 5. Quetzacoatl – 6. La Tesi Di Empedocle – 7. Il Lamento Di Marsia – 8. La Danza Della Forca – 9. Sul Pasubio Prima Dell’Alba

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De Noir, secondo disco degli Arcana Opera, è uno di quei lavori difficili da analizzare, probabilmente perché troppo ricco di sfaccettature e input. La musica della band veneta è quanto mai variegata, ricca di stili e ottimamente assemblata con personalità dai musicisti. De Noir è un lavoro che cresce moltissimo con il ripetersi degli ascolti, e non è impossibile che l’album risulti essere ostico al primo approccio, vuoi per i testi molto ricercati in lingua italiana che per la musica originale e fuori dagli schemi. Ci vuole pazienza e attenzione per poi riuscire a comprendere (e apprezzare) le nove tracce che compongono l’opus targato Nemeton Records.

La musica degli Arcana Opera è multiforme e imprevedibile, libera da etichette e paletti mentali; una volta superato lo scoglio di un sound diverso da tutto quello che si è soliti ascoltare al giorno d’oggi, De Noir è in grado di regalare grandi emozioni, emozioni in contrasto tra di loro che provengono dallo stomaco che si impossessano del resto del corpo. Musicalmente e liricamente gli Arcana Opera presentano un disco differente dal resto della scena e unico per approccio e risultato, criptico e oscuro per certi versi, sicuramente affascinante e penetrante.

Non c’è un brano “tipo” degli Arcana Opera, le canzoni sono diverse tra di loro e le sfaccettature del sound molteplici e a volte disorientanti. A ritmiche power seguono ritornelli orecchiabili o break inaspettati: inizialmente stupito da quel che ho ascoltato, ho interiorizzato le nove tracce di De Noir con il susseguirsi degli ascolti, per poi esserne conquistato.

Cave Canem è il brano di apertura, ritmato e melodico riesce, con l’aiuto delle orchestrazioni e delle linee vocali azzeccate, a stamparsi immediatamente nella mente dell’ascoltatore. Il Letto Rosso è il brano scelto per la realizzazione del videoclip: l’inizio potente e vicino al power metal porta a un ritornello difficile da dimenticare, ma meritano una menzione anche le melodie che contraddistinguono immediatamente il brano. Ambasciata Noir è un pezzo più cadenzato che non disdegna accelerazioni di doppia cassa e voci harsh a dare una spinta aggressiva quando ce n’è bisogno. Poetica malinconia per Caffè Marco Polo, composizione più lunga di De Noir con quasi otto giri di lancette, e quanto mai varia e intensa:

fendenti di prua squarcia l’onda
il leone tocca il sole
che nasce dall’impero del Kahan.
ambasciatore fedele, la strada della seta,
l’odor delle spezie i segreti del Catai

Sonorità folk metal per Quetzacoatl, dove non a caso è presente l’ospite Herian Da Re dei Kanseil: la canzone è, parole di Alexander Wurdis, “un viaggio nella mitologia e nella cosmogonia”. All’iniziale verve folkstoniana, si aggiunge presto il classico stile personale della band, fermo restando i preziosi intermezzi folk che donano alla composizione, ruffiana e gagliarda nel chorus, una sonorità a dir poco incantevole. L’atmosfera si fa più delicata e introspettiva per La Tesi Di Empedocle, nella quale non manca, però, una bella accelerazione dal sapore sinfonico – e sempre in chiave romantica – che la rende dinamica quanto incisiva. Il Lamento Di Marsia narra la vicenda del satiro Marsia, sventurato nel trovare l’aulòs (flauto a doppia canna) maledetto da Atena. Il satiro divenne bravissimo nel suonarlo, fino al punto di sfidare il dio della musica Apollo. Il dio vinse con l’astuzia la competizione e punì Marsia per la superbia, scorticandolo vivo una volta legato a un albero.

Un altro si rammenta di quel satiro
cui il figlio di Latona affisse una pena
dopo averlo vinto col flauto Tritoniaco
“Perché mi scortichi?” chiese;
“Ahimè! mi pento!” gridava “un flauto non vale tanto!”
Ma mentre egli disperava gli fu strappata la pelle dalle membra
Nient’altro era che una ferita; ovunque proava il sangue,
si scoprono i muscoli liberi e, rilasciate, senza pelle,
pulsano le vene, potresti cantare
le viscere zampillanti e le fibre sanguigne.

La Danza Della Forca è un elegante brano dall’importante lavoro di tastiera e violino che porta al ritornello facilmente memorizzabile, seguito da un bel break musicale semplice e oscuro, di grande effetto, dove è presente anche un assolo di chitarra. De Noir termina con Sul Pasubio Prima Dell’Alba, canzone che presenta nelle strofe delle tonalità allegre nonostante la tematica trattata: i ragazzi caduti in trincea non torneranno mai più, se non in una bara, alla loro terra:

ritorneranno i prati 
ritornano i ragazzi
ritornano dal fronte in una notte splendida. 

Il cane abbaia, rompete le righe
Il cane abbaia, tornate a dormire

L’artwork è perfetto per la musica e i testi del gruppo: semplice e lineare, permetta una buona lettura delle liriche di Alexander Wyrd, così come è azzeccata la scelta di utilizzare principalmente due colori per tutta la grafica. La produzione è veramente di grande qualità: potentissima e pulita, dai suoni grassi ma nitidi. Tutti gli strumenti sono perfettamente bilanciati e udibili: non si può far altro che complimentarsi con Christian Zecchin per l’ottimo lavoro svolto.

Il songwriting è di alto livello, la chitarra varia stili ed è ricca d’idee, la sezione ritmica è brava a dare potenza con fantasia e, infine, la voce di Alexander Wyrd, intensa e sicura, è la classica ciliegina sulla torta. De Noir è un lavoro che svela a ogni ascolto un nuovo particolare: lasciatevi avvolgere dalle note degli Arcana Opera, non tornerete più indietro.

Intervista: Negură Bunget

Il tour di Tău, ultimo lavoro dei Negură Bunget, ha toccato diverse città italiane, compresa la capitale Roma: quale migliore occasione per scambiare due chiacchiere con il sempre sorridente Negru, batterista della band? Nel pre concerto (QUI il live report), seduti sui gradini del locale, abbiamo parlato, tra le altre cose, del lungo tour, della Trilogia Transilvana, della scena romena.

Un ringraziamento a Rick Deckard dei Dyrnwyn per l’aiuto durante l’intervista. 

Negru

Siete alla fine del tour europeo di supporto al bellissimo disco Tău, cosa puoi dirmi a riguardo di queste tantissime date?

È stato il tour più lungo che abbiamo mai fatto, tre mesi e settantacinque concerti, è stato pazzesco e una grande esperienza, ci sono stati alcuni problemi ma sono cose che succedono, ma è stato veramente bello e siamo fortunati ad aver avuto questa grande possibilità.

Siete stanchi?

Fisicamente lo siamo, ma mentalmente stiamo bene, abbiamo già voglia di tornare a suonare presto e di ripartire per un altro tour di tre mesi. Dopo l’estate saremo negli USA e in Canada per oltre quaranta concerti, sarà grande.

Ci sono differenze tra le varie audience che avete incontrato in questo tour?

Ci sono posti e posti, anche nella stessa nazione. In alcuni concerti la gente era partecipe ed entusiasta, in altri erano molto attenti alla musica, ma sicuramente abbiamo sempre avuto una buona risposta da parte dell’audience.

Preferisci il piccolo club o il grande festival?

Preferisco le piccole audience in modo che il pubblico può vedere bene il concerto e perché la gente è lì per noi, pure il festival è bello, anche se è un altro tipo di esperienza, ti posso dire che mi piacciono entrambi perché amo suonare sempre. Parteciperemo ad alcuni festival questa estate in Romania, di ritorno da alcune date a Malta, è pazzesco e divertente!

Continuando a parlare di concerti e festival, ci siamo incontrati per la prima volta al Fosch Fest del 2012, cosa ricordi di quel giorno?

Penso che sia stata una bella esperienza, è stato il primo grande festival in Italia per noi, mentre prima avevamo sempre suonato nei locali, ci siamo trovati bene e ci piacerebbe poter tornare.

Parliamo delle versioni limitate dei vostri dischi, non semplici digipak con qualche extra, ma vere opere d’arte come la wooden box di Vîrstele Pămîntului e l’artbook per Tău. Passate molto tempo a studiare queste belle soluzioni e cosa rappresentano per voi?

Passiamo molto tempo a lavorare sui nostri album, cerchiamo sempre di dare il massimo e di rendere ogni lavoro unico e interessante, dando la nostra visione della musica. Le persone hanno la possibilità di poter scegliere diversi formati, ma ascoltare un mp3 nel tempo libero è diverso dallo sfogliare un artbook di settanta pagine con foto, o dal wooden box con terra e foglie della nostra terra. Sono sensazioni differenti.

È un approccio fisico alla musica.

Sì, puoi “toccare” la nostra musica, è più facile capire il nostro approccio alla musica e ai testi. Qualcuno può pensare che non ci sia una connessione tra la wooden box e la musica, ma c’è sempre una connessione tra quello che suoniamo e le foglie che puoi odorare e toccare, è un’estensione della musica.

Un approccio con i cinque sensi…

Yeah, cerchiamo di dare un’esperienza totale non limitandoci solamente alla musica. Lo stesso vale per i videoclip, ci passiamo molto tempo, soprattutto per questa trilogia…

La prima cosa che ho fatto appena ricevuto a casa il pacco con la wooden box di Vîrstele Pămîntului è stata quella di prendere la terra contenuta nella confezione, annusarla e dire “oh, la terra della Transilvania!”.

Esatto, è quello che vogliamo dare a chi vuole immergersi nel nostro mondo, anche se ognuno ha un approccio differente. Ti dico questa cosa, che può far ridere… ci sono tornate indietro alcune scatole perché nella terra c’erano anche delle cose organiche…!

NBcd

Mi viene da pensare che potresti essere un collezionista di vinili o dischi rari…

Sì, cerco di fare il possibile, non sono un grande collezionista ma mi piace avere qualcosa di insolito.

Cosa ascolti quando sei a casa?

Sinceramente… a casa cerco di rilassarmi, vivo nel metal e quindi quando ritorno da un tour ascolto “calm stuff” come Dead Can Dance, Enya o qualcosa di meditativo, sicuramente mi piace il silenzio ahah! Sono un batterista e faccio un gran rumore per tutto il tempo, quando posso mi piace il silenzio! Per il metal continuo ad ascoltare il black metal di Enslaved, Emperor, Satyricon e band del genere.

Come ti sei avvicinato alla batteria?

Avevo degli amici che suonavano la chitarra e mancava la batteria, è stato naturale diventare un drummer, anche se ero molto giovane. Poi ho scoperto il metal e ho cercato d’imparare a suonare quello stile.

Tău è il primo disco di una trilogia… come è venuta questa idea?

La gente ci dice spesso che veniamo dalla terra del vampiro, chiedono cose su Vlad Tepes, ma la Transilvania è una terra piena di natura e spiritualità. Noi cerchiamo di presentare la nostra visione della Transilvania, così come la vediamo. Cerchiamo di creare una connessione con nostra storia, con la natura, con una spiritualità molto forte. Per farlo non ci sarebbe bastato un solo album, così abbiamo deciso di fare una trilogia: la prima parte è sugli elementi naturali, sulla storia e i suoi significati, la seconda sulle tradizioni e credenze, la terza sarà sulla spiritualità. Attraverso la musica e i video cerchiamo di trasmettere la nostra visione, dopo i tre cd sarà pubblicato un full-dvd con la musica e i video a complemento della trilogia.

Quando dici che il terzo disco della trilogia sarà sulla spiritualità transilvana, mi viene da pensare a un lavoro ambient, tanto più che i vostri lavori non mancano di questi momenti.

Sì, è una possibilità, se dovessimo fare ora il terzo disco probabilmente sarebbe un cd ambient, sicuramente molto calmo e profondo. Come sai non abbiamo problemi a cercare un buon bilanciamento tra aggressività e momenti atmosferici e ambient. Potremmo bilanciare le due cose o fare un qualcos’altro, vedremo…

C’è qualcosa di pronto per il secondo disco della trilogia, o bisognerà attendere altri quattro anni per poter ascoltare il nuovo lavoro dei Negură Bunget?

Ci sono alcune idee e melodie, abbiamo il concept e stiamo lavorando sui testi, sviluppiamo quello che abbiamo e continuiamo a lavorare…

Cosa pensi della scena folk/pagan della Romania? Gruppi come Bucovina, Dordeduh, Bucium e altri si stanno mettendo in mostra…

Abbiamo diversi gruppi interessanti e la scena è buona. Il vero problema è che non ci sono abbastanza etichette per lavorare bene ed è difficile lavorare bene se non si ha una label che ti supporta prima e dopo l’uscita del disco.

Hai ragione… ad esempio ho dovuto contattare direttamente i Bucovina per poter comprare i dischi della band, proprio perché non hanno un’etichetta e una vera distribuzione, e per far arrivare i cd ci sono voluti quarantacinque giorni… un incubo!

Esatto, la difficoltà è per il gruppo e per l’ascoltatore, senza distribuzione ed etichetta non è semplice vendere e comprare dischi e magliette. I Bucovina stanno avendo un discreto successo, ma tanti gruppi non riescono a emergere, devono credere in quello che fanno e aspettare il proprio momento.

Una domanda delicata…

No problem…

Hai ascoltato l’album dei Dordeduh?

Sì… (fa un gran sorriso, pura diplomazia! nda)

Sei tu il songwriter del gruppo?

Facciamo le cose in team, solitamente porto il concept e la maggior parte dei testi, la musica è una cosa a parte.

Avete pubblicato molti album, gli ultimi semplicemente strepitosi, ma le persone continuano a citare Om come il vostro miglior lavoro. Cosa ne pensi?

È strano ma anche figo che la gente piaccia così tanto Om, ma subito dopo la pubblicazione di Om non c’è stata una grande risposta, mentre con gli anni è stato rivalutato e definito cult. Per esempio il feedback ricevuto per Vîrstele Pămîntului è stato molto migliore rispetto a quello di Om… non puoi mai sapere quello che la gente penserà del tuo cd, noi pensiamo sempre di aver fatto il miglior disco. Non abbiamo pressione e non cerchiamo di fare un altro Om, facciamo quello che ci sentiamo al momento.

Cosa farai appena tornato a casa da questo lungo tour?

Relax! Sicuramente riposo e poi lavorerò sul nuovo disco e alle prossime date negli USA. A volte è pesante stare tanti mesi lontano da casa, ma in realtà sono fortunato a fare questo lavoro e ho davvero tante cose da fare, sarà un autunno molto impegnativo!

Avete avuto tempo di visitare Roma?

Sì, questa volta siamo stati alla Cappella Sistina, quando ci è possibile cerchiamo di visitare la città dove suoniamo, non vogliamo solo suonare e riposare!

Lo si può notare dalle bellissime foto che postate su Facebook relative ai posti che riuscite a visitare prima dei concerti… Gabriel, ti ringrazio per l’intervista, è stato davvero un piacere parlare con te.

Il piacere è mio, grazie per l’intervista!

Live Report: Cradle Of Filth a Roma

CRADLE OF FILTH + NE OBLIVISCARIS

6 novembre 2015, Orion Live Club, Ciampino (RM)

CoF

Il tour promozionale di Hammer Of The Witches, nuovo sigillo degli inglesi Cradle Of Filth pubblicato pochi mesi fa dalla Nuclear Blast Records, fa tappa in Italia per tre date: Treviso, Roma e Milano. Gli australiani Ne Obliviscaris sono la band di supporto con i nostrani Cadaveria nel ruolo di opener. Gli orari della serata sono piuttosto strani: apertura porte alle 19, inizio concerti alle 20 con le luci che si riaccendono definitivamente alle 23.30. Non ho potuto assistere all’esibizione dei Cadaveria (e molte persone come me) per via dell’orario poco comodo per chi deve lavorare fino all’ora di cena, difatti io e Alice “Persephone” arriviamo giusto in tempo per l’inizio del primo brano dei Ne Obliviscaris, Devour Me, Colossus (Part I): Blackholes. La band suona compatta e il pubblico inneggia più volte ai musicisti australiani, convincenti sul palco tanto quanto su disco. Riproporre con perizia e “fisicità” le infinite note fluenti di Portal Of I e Citadel tenendo perennemente elevata l’attenzione dell’audience non è cosa da tutti, e per la durata delle tre canzoni proposte Tim Charles, voce pulita e violino, ha incitato più volte la già calda platea, con ottimi risultati. La band termina il proprio show (trentacinque minuti in tutto) tra i meritati applausi, il commento che ho ascoltato più volte durante la serata è stato “speriamo tornino presto come headliner”… lo meriterebbero!

Scaletta Ne Obliviscaris: Devour Me, Colossus (Part I): Blackholes – Pyrrhic – And Plague Flower The Kaleidoscope

Il cambio palco non porta via molto tempo, la scenografia non prevedere molte cose, ma quella grande croce con uno scheletro appeso davanti al telone che fa da sfondo mette subito le cose in chiaro, i Cradle Of Filth stanno per salire sullo stage. L’attacco, dopo il canonico intro, è affidato a Heaven Torn Asunder, tratta dall’ultimo – e ben riuscito – studio album Hammer Of The Witches: Dani Filth, il quale indossa un bel paio di corna, sembra essere in buona forma, saltella in continuazione e le sue tipiche urla distruggi udito ne sono la prova, anche se successivamente accuserà un calo di voce da metà show in poi. Il concerto è un continuo avanti-indietro nel tempo, pescando principalmente dai lavori che hanno permesso alla band di diventare un nome di spicco dell’intera scena metal, come Cruelty And The Beast e Midian, rispettivamente del 1998 e 2000. Continuando a parlare del passato, avevo visto dal vivo i Cradle Of Filth in occasione del Tattoo The Planet, festival svoltosi a Milano nel 2001 che prevedeva le esibizioni anche di Slayer (headliner), Moonspell, Children Of Bodom, Necrodeath, Extrema e Underbred: esperienza molto spettacolare da vedere (donne avvolte in pelle aderente su trampoli, Dani Filth con una sega a motore che colpiva il corpetto in metallo di una corista…) e non perfetta a livello di sound. Quella dell’Orion, invece, è stata una prova impeccabile per i musicisti inglesi, puliti con gli strumenti quanto scenici e cordiali nei confronti del pubblico. In particolare, ha suscitato subito simpatia la tastierista/cantante Lindsay Schoolcraft, molto teatrale e dall’ottima voce. Due gli estratti dal debutto The Principle Of Evil Made Flash del 1994 e quattro quelli dell’ultimo cd, tutto sommato una scaletta equilibrata che ha fortunatamente messo da parte lavori poco riusciti come Godspeed On The Devil’s Thunder e The Manticore And Other Horrors a favore dei vari Nimphetamine (Nimphetamine Fix) e l’EP del 1996 V Empire Or Dark Faerytales (Queen Of Winter, Throned); lo show volge al termine e i due classici Her Ghost In The Fog e The Forest Whispers My Name sono le ultime canzoni della serata. Dani Filth abbandona il palco rapidamente, gli altri musicisti, invece, si fermano per stringere mani e ricevere il calore dei propri fan.

Nonostante l’orario atipico e la concomitanza di ben due concerti nella stessa serata (Deep Purple al Palalottomatica e Grim Reaper al Traffic), si può parlare di buona affluenza di pubblico, con lo “strano caso” di persone che hanno pagato trenta euro di biglietto unicamente per vedere i Ne Obliviscaris e poi tornarsene a casa prima dell’entrata in scena dei Cradle Of Filth. Quella del 6 novembre è stata una bella serata di metallo estremo, non c’è che dire.

Scaletta Cradle Of Filth: Humana Inspired To Nightmare (intro) – Heaven Torn Asunder – Cruelty Brought Three Orchids – Blackest Magick In Practice – Lord Abortion – Right Wing Of The Garden Triptych – Malice Through The Looking Glass – Deflowering The Maidenhead, Displeasuring The Goddess – Queen Of Winter, Throned – Walpurgis Eve (intro) – Yours Immortally – Nymphetamine (Fix) – The Twisted Nails Of Faith – Her Ghost In The Fog – The Forest Whispers My Name – Blooding The Hounds Of Hell (outro)

 Foto a cura di Alice “Persephone”.

Ne Obliviscaris – Portal Of I

Ne Obliviscaris – Portal Of I

2012 – full-length – Code666 Records

VOTO: 9 – Recensore: Persephone

Formazione: Xenoyr: voce – Tim Charles: voce, violino – Matt Klavins: chitarra – Benjamin Baret: chitarra solista – Brendan “Cygnus” Brown: basso – Nelson Barnes: batteria

Tracklist: 1. Tapestry Of The Starless Abstract – 2. Xenoflux3. Of The Leper Butterflies4. Forget Not5. And Plague Flowers The Kaleidoscope6. As Icicles Fall7. Of Petrichor Weaves Black Noise

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Per non dimenticare. Per non lasciare che un sussulto – reale o sognato che sia – si spenga nell’amara vanità dei giorni. Nessun oblio, nessuna anelata damnatio memoriae, solo la greve consapevolezza degli istanti vissuti, quel delizioso languore che, insopprimibile, si accompagna all’antica arte della rimembranza. Così recita il monito dei Ne Obliviscaris, così ebbi a leggere un tempo in un volume di Borges: “un simbolo, una rosa può ferirti, un accordo di chitarra straziarti”.

E quale dolce strazio furono per me le note di Forget Not la sera in cui per la prima volta la mia anima – se una me ne è stata concessa – ne fu letteralmente travolta: dal sublime rapimento alla catartica estasi, la musica dei Ne Obliviscaris, sin dal 2007, anno di uscita del sorprendente The Aurora Veil, si erge su vette inarrivabili, le stesse che hanno valso alla band di Melbourne la palpitante aspettativa creatasi intorno all’atteso Portal Of I, debut album del sestetto australiano e nuova, fantasmagorica perla del più estremo tra gli esperimenti finora noti in fatto di metal underground. Un sound intenso e complesso che, ricco di influenze tra le più disparate – dal prog al black, dal thrash al death, dal jazz al flamenco –, non esita a ridisegnare il confine esistente tra i generi e, supportato da un magistrale uso della tecnica, si libra inafferrabile tra i seducenti incanti di una chimerica terra di nessuno, laddove, alla frontiera della consuetudine, spirito, passione e utopia musicale s’incontrano in un’unica, straordinaria miscela di – cito testualmente dalla Code666progressive/extreme/melodic/violin-laden metal.

Presenza non secondaria, infatti, il violino dei Ne Obliviscaris, tale Tim Charles, ha un ruolo di primo piano nei voli struggenti che le linee melodiche dei nostri compiono con raffinata naturalezza. E che dire dell’intreccio delle vocals? Potenza e malinconia che, tra il growling (più rari gli accenni di scream) di Xenoyr e il cantato pulito del già nominato Charles, donano profondità e vigore a un songwriting intessuto sui fili di una tanto visionaria quanto armonica difformità. Su tutto, poi, le calde note della chitarra flamenco, quella suonata in taluni pregevoli interludi dal solista della band, il francese Benjamin Baret, per la cui presenza in questo disco non ci si è certo risparmiati: prova ne sia il prolungamento del visto australiano del suddetto, per l’ottenimento del quale, opinione pubblica e industria musicale si sono variamente adoperate – parla chiaro in tal senso la raccolta di tremila firme che, in giro per il mondo, hanno contribuito nel loro piccolo a promuovere la causa perorata dalla band presso il Dipartimento Australiano d’Immigrazione.

Album pensato in tutto e per tutto, dunque, Portal Of I, si apre con la versione ri-registrata di Tapestry Of The Starless Abstract che, insieme con Forget Not ed As Icicles Fall, è qui riproposta in una veste più definita e brillante rispetto a quella presentata nel già vincente demo d’esordio The Aurora Veil. Dodici minuti di “deliranza” sonora che, tra tripudi di doppia cassa, infinite progressioni e improbabili pause atmosferiche, strutturano la sostanza di un elegante arabesco di accordi abilmente impreziosito da un commovente climax finale, in cui splendida si tratteggia la levità della sezione ritmica – in primis il tocco del basso – a sostegno di un toccante canto elevato dai nostri alle vestigia di un novello paradiso fortunosamente ritrovato. Xenoflux prosegue nella sovrapposizione di suoni e colori, vortici cosmici in perpetuo movimento: qui a prevalere è la furia e il folle vaneggiamento delle lyrics in growl… poi, d’un tratto la quiete, l’ora dei violini e delle chitarre arpeggiate, il tutto appena un attimo prima del ritorno alla distorsione e al più disperato dei ruggiti. L’intro jazzata di Of The Leper Butterflies mostra ancora una volta la classe di un brano dagli insospettabili esiti, tra languidi gorgheggi di cantato pulito e un sottofondo d’inaudita violenza sonora, salvo poi sfociare in brillanti evoluzioni chitarristiche, penultima tappa prima della geniale chiosa a inquadramento di uno stupefacente crescendo di violino, il cui rinnovato tappeto d’impensabile devastazione alternativamente stupisce e disorienta. Una cascata di arpeggi, armonici e archi da brividi: questa l’apertura del capolavoro Forget Not, pezzo la cui intensità stringe il cuore in una morsa di ricordi dal sapore acre. Semplicemente perfette le linee di basso, specchio di una base ritmica sempre pulita e ben cadenzata, magnifico il connubio delle voci, avvincente l’equilibrio delle partiture, un ibrido composito dalle innumerevoli sfaccettature. Amo questa canzone, mi perdo tra le sue note e ho solo voglia di ascoltarla e ancora una volta riascoltarla. Ne Obliviscaris. Forget Not. Per non dimenticare. Crea e disfa melodie la seguente And Plague Flowers The Kaleidoscope: un inizio estremamente scandito all’insegna di violino e chitarra flamenco in voluttuosa danza, poi l’irruente ingresso del riffing più feroce e la magia vorticante di arzigogoli in assolo…sfumature sonore che aprono la pista al trionfo delle pelli, il cui piglio incalzante non fa che stravolgere e guidare sino all’ultima, dilaniante conclusione:

… And plague colours
A masterpiece of pain
The portrait of what we are…

Vecchia conoscenza anche As Icicles Fall con i suoi tempi delicati e fluttuanti, sulla cui inconsistenza duro si abbatte poi l’impeto della tempesta: parole sconnesse nei testi, un flusso di coscienza che si spegne e rifiorisce all’unisono con la proteiforme evoluzione dell’essenza strumentale; due anime – acustica ed elettrica – sapientemente unite in un’unica ammaliante osmosi. Chiude Of Petrichor Weaves Black Noise, ultimo florilegio di magnificenza targato Ne Obliviscaris. La sensazione è quella di una pioggia battente, un disperato sguardo che si eleva verso l’inconoscibilità del cielo… è musica per folli questa, per bastardi sognatori, il cui unico limite resta sempre e solo questa fottuta, stramaledetta, avvilente realtà di superficie:

dreamer, I
dream o dream
dream, follow me afar
weep, come kingdom come
(ohh) hope…

libera me…

L’epilogo sacrale resta sospeso a mezz’aria, tra i lamenti di un violino tremante e l’eterea fiaba di un impalpabile coro di straordinaria pregnanza: nessun confine, nessuna regola, una mano tesa a lenire lo spettro del vuoto imperante. Sic est. Questa è la verità di Portal Of I, impresa sublime, prodotta dal violinista e cantante Tim Charles con la collaborazione di Troy McCosker presso i Pony Music Studio di Melbourne. Ultimo tocco quello del missaggio/masterizzazione made in Sweden (Fascination Street Studios) ad opera di Jens Bogren (Amon Amarth, Opeth, Thyrfing, Ihsahn, Katatonia, Eluveitie ecc.).

Come, alfine, concludere? Cinque gli anni di attesa. La visione – oscura e superba gemma di un’inafferrabile divenire – si mostra ora a noi finalmente compiuta. Da più parti si è detto della difficoltà d’ascolto di una proposta del genere, dei tecnicismi, dell’assenza di schemi a tratti di faticoso inquadramento. Io vi dico: li ho amati sin da subito. Alcuni affermeranno che c’è del già sentito, altri che mancano di uno spirito chiaramente identificabile, altri ancora che si fa un gran parlare di un’accozzaglia di noie virtuosistiche. E, nonostante questo, fidatevi, io continuo a dirvi: questi ragazzi volano e fanno volare, chiudete gli occhi, abbandonate i sensi e, miseriaccia, vi prego, non dimenticateli. Forget Not.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Negura Bunget – Tău

Negură Bunget – Tău

2015 – full-length – Lupus Lounge

VOTO: 9Recensore: Mr. Folk

Formazione: Tibor Kati: voce, chitarra, tastiera – Adrian Neagoe: chitarra, tastiera – Ovidiu Corodan: basso – Negru: batteria, percussioni – Petrică Ionuţescu: strumenti tradizionali

Tracklist: 1. Nămetenie – 2. Izbucul Galbenei – 3. La Hotaru Cu Cinci Culmi – 4. Curgerea Muntelui – 5. Tărîm Vîlhovnicesc – 6. împodobeala Timpului – 7. Picur Viu Foc – 8. Schimnicește

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Quello che ci offrono i Negură Bunget con Tău non sono solamente cinquanta minuti di grande musica, ma un vero e proprio viaggio nella terra della band, la Transilvania. Primo di una trilogia chiamata Transilvanian Trilogy, il settimo sigillo dei romeni è un concept sugli elementi naturali, come ben illustrato nel booklet e dalle pagine dell’imponente artbook.

Pubblicato a cinque anni di distanza dall’ottimo Vîrstele Pămîntului, Tău vede oltre a una nuova line-up (rodata grazie all’EP Gînd a-prins del 2013), una formula musicale sì marchiata a fuoco Negură Bunget, ma che rappresenta un’evoluzione, com’è normale che sia, di quanto prodotto in venti anni di carriera. Il nuovo lavoro della band capitanata dal batterista Gabriel Mafa “Negru” presenta canzoni dalla forte connotazione ambient, ben bilanciate da parti al limite del black metal e grandiosi momenti folk/etnici in grado di far accapponare la pelle. Musicalmente Tău estremizza quanto proposto in Vîrstele Pămîntului, ampliando le parti atmosferiche-ambient – sempre più importanti – che ben contrastano con i momenti extreme metal e i numerosi arpeggi di chitarra. I testi sono degli inni alla grandiosità della Natura, alla bellezza delle montagne Făgăraș, brulle e imponenti, alla potenza del fiore che resiste solitario e fiero tra le rocce delle catene montuose, alla primordiale importanza dell’acqua e alla pace che trasmette il lago Stănișoara, un vero invito alla meditazione; infine non mancano le leggende del folklore, come gli arcaici giganti di Tărîm Vîlhovnicesc.

I Negură Bunget non hanno paura di sperimentare e spostare un passo più avanti i propri limiti, proponendo un disco veramente difficile da assimilare, ricco di spunti e idee a dir poco interessanti, ma assolutamente non immediato e che a un ascolto poco attento rischia di essere etichettato come poco omogeneo. Grazie alle continue ripetizioni della tracklist – e un’attenta lettura dei testi – si capisce che è vero il contrario: Tău è un signor disco guidato da un filo conduttore facilmente riconoscibile, che sviluppa tutta la propria espressività lungo i cinquanta minuti di durata e che non mostra cali qualitativi o d’ispirazione. Gli strumenti utilizzati per creare questo concept sono numerosi, ma spicca sicuramente il theremin, uno strumento elettrico che non prevede il contatto fisico per suonare, invenzione del fisico sovietico Leve Sergeevič Termen, qui suonato dall’ospite Gabriel Almași e presente nella traccia d’apertura Nămetenie. Nell’album sono presenti anche altri guest: la voce di Alexandrina Hristov e la chitarra di Rune Eriksen “Blasphemer” (Aura Noir, Twilight Of The Gods del mediocre Fire On The Mountain ed ex Mayhem) compaiono in împodobeala Timpului, mentre Sakis Tolis, voce/chitarra dei Rotting Christ, lo troviamo in Tărîm Vîlhovnicesc.

Difficile, sinceramente difficile, per me, descrivere le canzoni che compongono Tău: nonostante le centinaia di recensioni e i libri pubblicati, a volte capita di trovarsi senza parole, o, per meglio dire, senza le parole adatte. Scrivere della maestria dei musicisti in fase di composizione, o dei “livelli” d’ascolto dell’opener Nămetenie, piuttosto dei ritmi di împodobeala Timpului risulta essere piuttosto banale e prevedibile. Tău va ascoltato tutto d’un fiato, senza distrazioni o pause, solo in questo modo sarà possibile comprendere e apprezzare il grande lavoro svolto dai Negură Bunget.

L’aspetto visivo, come al solito, è di primaria importanza. Oltre ai “classici” cd e vinili, sono sul mercato due edizioni limitate molto interessanti, ovvero wooden box e artbook. Il primo segue le orme di quanto fatto con Vîrstele Pămîntului (salvo il contenuto), quindi la confezione di legno è decorata in stile romeno e all’interno sono presenti foglie d’acero e frutti di bosco, mentre l’artbook è un elegante volume di grandi dimensioni (28×28, con bonus disc e dvd) con 72 pagine ricche di testi (in romeno e traduzione in inglese, più le spiegazioni) e meravigliose fotografie della selvaggia natura transilvana scattate da Negru, perfette per entrare immediatamente in sintonia con i testi e lo spirito del gruppo.

Terminare l’ascolto di Tău (pubblicato da Lupus Longe/Prophecy Production, già label d’interessanti realtà come Farsot, Helrunar, Durdeduh e Secrets Of The Moon) senza aver la voglia di ricominciare l’ascolto del disco è praticamente impossibile, così come è assai probabile il desiderio di saperne di più di una terra spesso troppo generalmente indicata come “quella di Dracula”. Il viaggio con i Negură Bunget è appena iniziato, e per il momento è stato entusiasmante, non resta che aspettare gli altri due capitoli della Trilogia Transilvana continuando ad ascoltare (e a sfogliare, per chi possiede l’artbook) il nuovo capolavoro di Negru e soci.