Live report: Enslaved a Roma

ENSLAVED + NE OBLIVISCARIS + OCEANS OF SLUMBER

27 ottobre, Traffic Live Club, Roma

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La notizia è principalmente una: gli Enslaved, dopo quasi venti anni, tornano a suonare a Roma. La cosa viene ricordata anche dalla band norvegese durante il concerto, con il frontman Grutle Kjellson che va a stringere la mano al vissuto metallaro accanto a me, unico superstite di quella storica data. Ma andiamo con ordine.

Primi a salire sul palco sono i texani Oceans Of Slumber, band capeggiata dalla brava cantante Cammie Gilbert: i brani del recente Winter (Century Media Records) sono gli ovvi protagonisti, un mix moderno di vari stili di metal – ottimo il drumming di Dobber Beverly – che tanto interesse sembra riscuotere tra i giovanissimi. Non a caso, le file dinanzi al palco sono in parte occupate da giovani sbarbati ragazzi ai primi concerti. La breve performance del combo di Houston, definito da molti come progressive metal (?!), convince gli scettici e avvicina i curiosi, un buon modo per iniziare la serata.

A meno di un anno dallo scorso show capitolino di spalla ai Cradle Of Filth, i Ne Obliviscaris tornano ancora più forti e con un numero di fan sempre maggiore. I cinque brani in scaletta confermano quel che si dice di loro: formazione potente e precisa, ricca d’influenze e in grado di reggere benissimo il palcoscenico. Se il goticone Marc Campbell, in arte Xenoir, non apre bocca se non per urlare al microfono, ci pensa il cantante/violinista Tim Charles (autore anche di un bel tuffo sul pubblico!), a sorridere e interagire con la platea, letteralmente rapita dalle note delle varie Of Petrichor Weaves Black Noise e And Plague Flowers The Kaleidoscope (entrambe estrapolate dal debutto Portal Of I risalente al 2012). Quel che è certo è che Ne Obliviscaris meritano un minutaggio più ampio e almeno un tour da co-headliner, magari dopo la pubblicazione del terzo album: i ragazzi australiani sono tra le migliori realtà del metal estremo, con un sound personale e con un’innata capacità di reggere il palco, cosa non da tutti.

Scaletta Ne Obliviscaris: 1. Devour Me, Colossus (Part I): Blackholes – 2. Of Petrichor Weaves Black Noise – 3. Painters Of The Tempest (Part II): Triptych Lux – 4. Pyrrhic – 5. And Plague Flowers The Kaleidoscope

Era il 17 dicembre 1997, il locale si chiamava “Frontiera”: da allora gli Enslaved non sono più scesi a Roma, ma grazie agli sforzi degli organizzatori la band norvegese torna finalmente a calcare un palcoscenico della capitale dopo ben diciannove interminabili anni. L’album da promuovere è l’ottimo In Times, ma ad aprire lo show ci pensa Roots Of The Mountain, brano tratto dal fenomenale RIITIIR. Atteggiamento e presenza sono quelli classici delle band scandinave vecchia scuola, anche se Grutle sorprende tutti con una grande loquacità (compresi un paio di “Forza Roma!”) e diversi siparietti con l’amico di una vita Ivar Bjørnson (“la prossima canzone è una cover del Banco Del Mutuo Soccorso, ah no, a Ivar non piacciono!”), un orso nei modi e nella presenza. La scaletta varia dal demo Yggdrasill del 1992 con la feroce Fenris all’ultimo cd con Building The Fire e la notevole One Thousand Years Of Rain dal riffing ipnotico, passando per le release di metà carriera (The Crossing, per esempio), accontentando davvero tutti. Tutti tranne me, “colpevole” di amare alla follia Eld, lavoro per l’occasione completamente ignorato nonostante le diverse richieste di suonare l’impegnativa – sedici minuti – 793 (Slaget om Lindisfarne) da parte di diversi intenditori presenti in sala. Tornando seri, sorprende in positivo la chiusura del bis affidata ad Allfáðr Oðinn, puro black/viking risalente al primissimo demo Nema del 1991, ma è chiara l’intenzione degli Enslaved di dare tutto al pubblico, non limitandosi solamente alla fase più recente della propria carriera.

Si accendono le luci e sono presi d’assalto gli stand del merchandise (o il bar, a seconda dei gusti), con le band al completo felici di parlare con il proprio pubblico, farsi immortalare in fotografie e autografare i dischi (molti vinili in giro, che bella cosa!). Gli Enslaved, invece, si sono a mala pena visti, ma come detto prima, la loro attitudine è diversa e sono persone estremamente riservate. Speriamo solamente non ci vogliano altri diciannove anni per ammirarli nuovamente in concerto a Roma. Come dicono gli ultimi versi della canzone Eld: “Vår lekam skal brennast ved Ragnarok – Våre sjeler bindast i Frost og Eld”, ovvero “La nostra carne brucerà al Ragnarok, le nostre anime si unireanno nel Gelo e nel Fuoco”.

Scaletta Enslaved: 1. Roots Of The Mountain – 2. Ruun – 3. The Watcher – 4. Building With Fire – 5. Ethica Odini – 6. Fenris – 7. The Crossing – 8. Ground – 9. One Thousand Years Of Rain – 10. Allfadr Odinn

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Mistur – In Memoriam

Mistur – In Memoriam

2016 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Oliver Øien: voce – Stian Bakketeig: chitarra – André Raunehaug: chitarra – Bjarte Brellid: basso – Tomas Myklebust: batteria – Espen Bakketeig: tastiera, voce

Tracklist: 1. Downfall – 2. Distant Peaks – 3. Firstborn Son – 4. Matriarch’s Lament – 5. The Sight – 6. Tears Of Remembrance

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Attende, disco d’esordio dei norvegesi Mistur, è stato un vero colpo al cuore, in grado di risvegliare dallo stato di torpore gli amanti del sognametal ad anni di distanza dalla tragica scomparsa del mai abbastanza compianto Valfar, mente dei Windir. Ci sono voluti ben sette anni per poter ascoltare la seconda opera della formazione proveniente da Kaupanger, In Memoriam, un lavoro lungo cinquantacinque minuti diviso in appena sei capitoli.

La curiosità è tanta e la domanda è solo una: come suonano i Mustur del 2016? Da Attende di tempo ne è passato e la band, com’è normale che sia, ha un approccio diverso come In Memoriam testimonia. Si può azzardare dicendo che questo sia un lavoro migliore del debutto, pur suonando differente? Difficile da stabilire, ma si può tranquillamente dire che In Memoriam è un cd di grande qualità tanto quanto lo è Attende, solo che l’effetto che ne scaturisce l’ascolto è certamente ampliato dagli anni dell’attesa. Questo è un disco di puro sognametal, sotto-genere sconosciuto ai più, suonato da pochissime band tutte provenienti dalla stessa zona della Norvegia, Sogndal.

Downfall è l’apertura perfetta: la tensione sale filo a sfociare nell’urlo liberatorio di Oliver Øien, mentre la band sfida l’inferno con riff gelidi e ritmiche furiose… il ritorno dei Mistur non poteva essere migliore! Sette minuti di melodie sognanti, malinconiche ed epiche al tempo spesso, impreziosite dal drumming chirurgico di Tomas Myklebust e dalla presenza delle clean vocals nei momenti migliori. La violenza di Distant Peaks è quasi spaventosa; ci pensano le tastiere a donare quel tocco symphonic black metal di tre lustri fa che, unito alla melodia di fondo, rendono il tutto accattivante fino allo stacco a metà canzone, soft e raffinato, dal retrogusto progressive. La ripresa delle ostilità mostra i Mistur molto vicini ai maestri Opeth del periodo Blackwater Park: un sound inaspettato, che la formazione norvegese riesce a gestire e rendere proprio. Le ritmiche assassine proseguono in Firstborn Son, up-tempo che non disprezza rallentamenti e momenti meno estremi. La parte strumentale a metà brano suona fresca e diversa da tutto quello che si sente nel genere viking/black per riff di chitarra e approccio alla composizione. Le urla animalesche di Oliver Øien ci fanno sprofondare nell’abisso del terrore mentre il pulito di Espen Bakketeig riporta alla mente alcune sonorità di Vintersorg e Borknagar. L’intro di tastiera spiana la strada alla furia di Matriarch’s Lament, black metal melodico che vede un ottimo alternarsi di partiture violente ad altre maggiormente orecchiabili e vagamente progressive, in sintonia con il concept che muove In Memoriam, ovvero con il ragazzo che attende paziente la propria vendetta, ricordando la distruzione della propria fattoria e l’uccisione di tutti i cari. La prova dei musicisti è eccellente e la lunga parte strumentale è la ciliegina sulla torta per una canzone che mostra i Mistur più sperimentali e senza paura. Il cd si conclude con due brani da oltre undici minuti l’uno: The Sight e Tears Of Remembrance. Il primo è pezzo quadrato con dei giri di chitarra che oltrepassano i limiti del black per approdare verso fraseggi freschi e poco noti a queste altitudini, dove la tastiera di Bakketeig dona un sapore seventies con brevi e mirati interventi. La conclusiva e “quasi” strumentale Tears Of Remembrance sfoggia una malinconia che trafigge il cuore, eco lontano di un tempo che non tornerà, tempo che porta via i nostri cari senza preavviso. I numerosi riff spaziano fra tristi melodie e accattivanti muri sonori dettati dalla possente sezione ritmica, i blast beat e le poche grida di Øien lasciano il palcoscenico a una sorta di ritornello con Bakketeig che sfodera un’interpretazione e una linea vocale da urlo.

Alla musica sopraffina si aggiungono l’ottimo artwork opera dell’artista Bjarne Egge, autore anche del dipinto utilizzato come copertina, e la produzione di Espen Bakketeig e Ole Hartvigsen (ex Mistur, dal 2010 con i Kampfar), nitida e aggressiva, ideale per questo tipo di sonorità. Il missaggio è stato affidato a Bjørnar Erevik Nilsen (Helheim di raunijar, Galar di De Gjenlevende ma anche Taake, Ov Hell, Skuggjsá ecc.) e il risultato è impeccabile.

Ci sono voluti ben sette anni, ma il ritorno di Espen Bakketeig (eccezionali i suoi interventi di voce pulita) e soci è di quelli che non passa inosservato. Tutto suona perfetto, la musica avvolge e incatena l’ascoltatore, i cinquantacinque minuti del cd sono colmi di sensazioni fortissime e quando si arriva alle ultime note di Tears Of Remembrance si ha la necessità di premere nuovamente play e immergersi un’altra volta in questo capolavoro sognametal. L’unica cosa che a questo punto ci si può augurare, è di non dover attendere altri sette anni per ascoltare un nuovo disco dei Mistur. In Memoriam è un cd che sfiora la perfezione, da ascoltare e amare.

Wardruna – Runaljod – Ragnarok

Wardruna – Runaljod – Ragnarok

2016 – full-length – ByNorse

VOTO: CAPOLAVORO – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Einar Selvik: voce, tutti gli strumenti – Lindy-Fay Hella: voce

Tracklist: 1. Tyr – 2. UruR – 3. Isa – 4. MannaR – Drivande – 5. MannaR – Liv – 6. Raido – 7. Pertho – 8. Odal – 9. Wunjo – 10. Runaljod

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Quando i Wardruna mossero i primi passi, si parla del 2009 (l’idea della band risale al 2002, la prima registrazione amatoriale all’anno successivo), in pochi se ne accorsero. Ricordo lo stupore di molti, così come i sorrisi beffardi di alcuni, e i commenti secchi di altri ancora. “Non è musica, solo rumori e qualche coro”, si diceva. Moda e trend erano parole che ricorrevano non di rado quando si cercava di spiegare come fosse possibile, nel 2009, pubblicare un disco come Runaljod – gap var Ginnunga, con “l’aggravante” dell’etichetta, la Indie Recordings, universalmente riconosciuta come valida nonostante i pochi anni di attività (all’epoca avevano pubblicato, tra gli altri, Enslaved, Satyricon, Keep Of Kalessin, Iskald e Vreid).

Tardo 2016, i Wardruna sono una delle realtà più acclamate delle scena metal europea. Loro che di metal non hanno assolutamente nulla. Certo, il mastermind Einar Selvik ha suonato nella cult viking metal band Bak De Syv Fjell e soprattutto nei Gorgoroth dal 2000 al 2004, e per i primi due dischi ha fatto parte della line-up anche Ghaal (ex Gorgoroth e God Seed), ma la musica del duo norvegese non include strumenti elettrici né tanto meno sonorità rock o aggressive. Una parte del merito lo si deve alla serie tv Vikings con la quale Selvik collabora, programma che ha dato visibilità al musicista e di conseguenza ai Wardruna, essendo incluse delle parti di canzoni all’interno della colonna sonora. La verità, però, è che se la band è divenuta così famosa e seguita lo si deve esclusivamente alla qualità eccezionale della proposta, stupefacente e unica al mondo.

La musica dei Wardruna è fuori da ogni schema e logica commerciale, eppur funziona meravigliosamente. Ma è il concept che ne è alle spalle a essere il vero capolavoro di Einar Selvik. Troppo spesso ignorato o appena riportato così come scritto nelle informazioni che mandano le case discografiche, la trasposizione musicale delle rune (otto a disco seguendo un ordine preciso, probabilmente un giorno realizzerò un articolo su queste pagine dedicate solo a questo argomento) a opera di Selvik è quanto di più preciso, intelligente e approfondito ci possa essere. Nulla è lasciato al caso, a partire dalla scelta dell’ordine delle rune (fin dal primo disco), per arrivare alle immagini che accompagnano i booklet dei cd (Berkana ha i frassini, Jera le spighe di grano, Hagalaz la grandine ecc.), che hanno un preciso significato e riferimento alla runa. Per le registrazioni sono stati scelti vari luoghi all’aperto che avessero un significato rilevante per le diverse rune; gli strumenti costruiti a mano sono stati immortalati sui nastri insieme ai suoni della natura come le fronde degli alberi mosse dal vento del nord, lo scrosciare dell’acqua dei fiumi e delle cascate, il crepitio del fuoco e il rumore di ossa e pietre. Il lavoro di Selvik è genuino e colmo di elementi della natura. Ed è proprio alla (e nella) natura che il polistrumentista norvegese cerca di tornare attraverso la musica. I Wardruna utilizzano le rune per capire ed evocare le profondità delle antiche credenze pagane norrene. Natura e riscoperta di un antico vivere intriso di spiritualità ormai perduta ed echi di Tradizioni sempre più difficili da vivere sono gli obiettivi che il musicista scandinavo si era prefissato nel momento in cui ha fondato la band.

Runaljod – Ragnarok suona sciamanico, in grado di mandare in trance l’ascoltatore attento, concentrato sulla musica. Le canzoni tendono ad assomigliarsi, non per le note musicali, quanto per l’atmosfera rarefatta e quasi sognante che rende saporito l’intero lavoro. Durante i primi ascolti può accadere di rimanere quasi delusi dal pesante proliferare di ritmi tribali e incantatori, soprattutto se si pensa ai cambi di ritmo e intensità – sempre tenendo in mente che stiamo parlando del mondo Wardruna – dei primi due capitoli della trilogia. L’ascolto perfetto è quello che vede i tre Runaljod susseguirsi in ordine e senza pause, cosa assai complicata da fare con i tempi che viviamo, ma è il modo migliore che sento di consigliare a chi vuole immergersi nel mondo dei Wardruna e delle ventiquattro rune.

L’inizio (Tyr e UruR) è particolarmente atmosferico, i lunghi brani, se ascoltati nel migliore dei modi, ovvero rilassati, con gli occhi chiusi e la mente sgombra, sono capaci di spedire il fortunato in una sorta di dimensione parallela. Molto più movimentata e dinamica (dopo un inizio ambient) è Isa, canzone che vede la presenza massiccia di Lindy Fay-Hella, mentre tra i pezzi più interessanti troviamo l’altamente evocativo MannaR – Liv, composizione che conduce a Raido, uno dei momenti più suggestivi e “folk” dell’intero Runaljod – Ragnarok. La vena folkeggiante prosegue con l’ottima Pertho, canzone ricca di strumenti, voci, cori e tutti gli elementi che i Wardruna ci hanno insegnato ad amare nel corso degli anni. Wunjo consta di un robusto coro di bambini e di un favoloso lavoro di percussioni che porta direttamente a Runaljod, ultima – eccellente – traccia del disco.

Runaljod – Ragnarok è terminato. Del suo ascolto rimane tanto, difficile spiegarlo con le parole. La trilogia è arrivata a conclusione, è stato un lungo percorso e chi ha sentito la necessità si è avvicinato allo studio delle rune. Einar Selvik in seguito a ciò ha formato i Wardruna e oggi, tardo 2016, siamo tutti concordi nell’esaltare un lavoro sempre di grande qualità, guidato sicuramente da un fuoco di conoscenza che lo ha portato a studiare con passione l’antico futhark e il profondo significato delle rune.

Ore 2:44 di venerdì notte, tra cinque ore suonerà la sveglia e sto per spegnere il computer. Prima però, devo estrarre una runa dal sacchetto. La mano destra tira fuori la Runa Bianca, quella priva di simboli, detta “di Odino”. Una runa non riconosciuta da molti poiché non facente parte del futhark (la forma più antica dell’alfabeto runico): sembra sia stata un’invenzione di Ralph Blum, autore del libro The Book Of Runes, anche se esistono teorie secondo le quali la Runa Bianca fosse usata per la divinazione già nel XVI secolo. Il suo significato è, in parole povere (anzi, poverissime) e semplificate, morte e rinascita. Forse quello che sarà dei Wardruna dopo questo disco: si scioglieranno avendo esaurito il concept che li ha portati in vita nel 2002 per poi tornare in una veste nuova? Time will tell, dicono gli anglofoni; noi non possiamo quindi che aspettare, ma fortunatamente i Warduna ci hanno lasciato tre meravigliosi dischi che, qualunque cosa accadrà, rimarranno nella storia.

Feroce latra Garmr 
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà. 
Molte scienze ella conosce:
da lontano scorgo
il destino degli dèi 
possenti divinità di vittoria.
I fratelli si scontreranno e si uccideranno,
I cugini spezzeranno i legami di parentela,
Il mondo è crudo, il tradimento è grande,
Tempo d’asce, tempo di spade, gli scudi dividono, 
Tempo di venti, tempo di lupi, prima che il mondo finisca
Nessun uomo risparmierà chiunque altro.

(Völuspá – La profezia della veggente)

Atavicus – L’Ardire Degli Avi

Atavicus – L’Ardire Degli Avi

2016 – singolo – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Lupus Nemesis: voce, chitarra – Triumphator: chitarra, basso

Tracklist: 1. L’Ardire Degli Avi – 2. L’Aquila E Il Falco (Pooh cover)

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Pubblicazione in forma limitatissima per gli abruzzesi Atavicus, realtà attiva dal 2013 e autrice dell’EP di debutto Ad Maiora ben accolto da critica e pubblico. Il nuovo – e breve, quasi dieci minuti di durata – L’Ardire Degli Avi può essere inteso come una sfiziosa anteprima per i due ex Draugr Lupis Nemesis e Triumphator, in quanto viene qui presentata una nuova composizione e la già nota cover dei Pooh L’Aquila E Il Falco. Se della cover si è parlato in abbondanza in varie occasioni, è giusto rimarcarne l’ottima scelta – e il coraggio – del duo, capace di realizzare una versione personale del brano contenuto nel disco Dove Comincia Il Sole del 2010. Il sound degli Atavicus incontra le belle parole di Valerio Negrini, storico paroliere della band emiliana: il risultato è veramente buono. Di uguale qualità l’opener L’Ardire Degli Avi (Promo Edit), composizione che farà parte del prossimo lavoro in studio della band. Si tratta di un pagan/black dal doppio animo, epico e brutale, caratteristica ormai nota della formazione italiana e che sicuramente verrà riproposta e ampliata nel disco che verrà. L’affilato inizio lascia spazio alla velocità di metà brano: chaos, cambi di tempo e sfuriate d’altri tempi ci conducono in un’orgia di sangue e lame che farà la felicità degli amanti di queste sonorità.

Il singolo L’Ardire Degli Avi (prodotto in sole cinquanta copie) è una piacevole anteprima in attesa del prossimo lavoro dei guerrieri abruzzesi, sempre fedeli al motto “acciaio e morte”.

Intervista: M.A.I.M.

Tornano sulle pagine di Mister Folk i M.A.I.M. di Belluno: la band veneta ha pubblicato un nuovo disco sul finire del 2015 ed ha molte cose da raccontare: folk metal, decespugliatori e buon vin brulé sono alcuni degli argomenti trattati nell’interessante intervista che segue, buona lettura!

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Sul set del videoclip “Freedom Tank”

Vi ho lasciato con l’EP Hostëria fresco di stampa, vi ritrovo ora con il disco Manere Ombre Briscole uscito da un anno: cosa è successo tra le due pubblicazioni?

Abbiamo provato a rendere il Veneto di nuovo grande assemblando carri armati nel capanno degli attrezzi. Purtroppo però metà delle nostre giornate è stata dedicata alla ricerca dell’ultima osteria aperta portando via tempo al progetto, inoltre il brulé tossico che abbiamo ingerito in quantità industriali tra novembre e gennaio ci ha rallentati. Alla fine abbiamo messo insieme solo un’ape e un decespugliatore, che non funzionano nemmeno troppo bene. Ma almeno avevamo il prato sfalciato e nuove storie da raccontare, così è nato Manere Ombre Briscole.

Mi piacerebbe avere un vostro parere sui dischi che avete inciso e sulla maturazione artistica partendo dagli inizi per arrivare a oggi.

Considerato che la nostra storia musicale inizia nel 2008, ci sarebbe molto da raccontare, ma fondamentalmente siamo sempre stati un gruppo di amanti del metal che ha fatto quello che gli passava per la testa senza cercare complicazioni. Il nostro primo demo, The Frozen Pass, è un coacervo di influenze dei gruppi che maggiormente abbiamo ascoltato nel nostro avvicinarci al metal: Rage, Motorhead, Helloween e Judas Priest conditi con un po’ di Elvenking e Skyclad. Poco dopo le registrazioni del demo il nostro batterista Nicola ha influenzato parecchio il nostro songwriting: Nik è cresciuto a pane e power metal, insomma uno potente, compatto e veloce, tanto veloce. Il suo stile ha cambiato moltissimo la band e ha messo l’epicità nell’epic casera metal, permettendoci di avvicinarci al sound di gruppi come Ensiferum, Finntroll e Impaled Nazarene. Hostëria è stato il concretizzarsi di un sound più compatto e pesante e al contempo la maturazione di uno stile più personale e “veneto” nei contenuti. Il passo successivo è stato Manere Ombre Briscole, una sorta di manifesto di tutto ciò che siamo e che abbiamo fatto dal 2008 a oggi, nonostante i cambi di formazione, le difficoltà varie ed eventuali e gli amici persi per strada.

Descrivete le canzoni di Manere Ombre Briscole con aggettivi, sensazioni e colori.

Il colore è uno solo: vinaccia. Gli aggettivi potrebbero essere: veloci, martellanti, intense, serrate e pesanti. Infine le sensazioni si collegano a quel misto di euforia e malessere al tempo stesso che si prova tipicamente giunti a quel punto della serata in cui il tasso alcolico supera i livelli di guardia e sai che da lì in avanti ogni idea sembrerà fantastica.

Bruledì è uno dei pezzi meglio riusciti del cd, volete spiegare ai lettori di Mister Folk qual è la bevanda al centro della canzone e cosa rappresenta per voi?

Il Brulè è vino rosso cotto con zucchero e spezie da bere caldo. Stando a Wikipedia è diffuso in tutta l’Europa centro-Orientale e per noi montanari rappresenta un rito dei mesi invernali (confermo! ndMF), soprattutto in prossimità delle feste. Praticamente tra novembre e gennaio sostituisce caffè, tè, chinotto, aranciata, coca cola, a volte l’acqua stessa, da qui la considerazione che in inverno ogni giorno è bruledì. In tutte le località sopra i 300 metri di altitudine compaiono frotte di baracchini che lo vendono davanti ai quali si accalcano folle oceaniche che al confronto i concerti di Vasco sembrano serate per pochi intimi. Andare a bere il brulè in piazza è qualcosa di irrinunciabile per il bellunese, nonostante la legge imponga a tali baracchini di vendere osceni preparati anziché vero brulè per non meglio specificati motivi igienico-sanitari. In sintesi per noi Bruledì è una canzone che narra di buona compagnia, allegria e brulè: una vera e propria parte di noi. Come potevamo non raccontare tutto ciò in un cd che narra delle tradizioni e usanze delle nostre valli?

Quattro canzoni del cd sono prese Hostëria: sono brani che secondo voi meritavano una nuova veste e una nuova visibilità?

Più che altro sono pezzi fondamentali del nostro concetto di Epic Casera Metal e della nostra storia di band. Non potevano restare fuori dall’album, non potevano non essere riarrangiate dopo i cambi di formazione avvenuti tra Hostëria e Manere Ombre Briscole.

Nei brani completamente nuovi si nota la volontà di cambiare qualcosa, di rendere il sound più vario. É così?

Sì e no allo stesso tempo. Siamo un gruppo che suona epic casera metal e così probabilmente moriremo, però è anche vero che le nostre plurime influenze musicali non potevano non incidere sul song-writing.

Quanto è importante ciò che vi circonda (natura, cultura ecc.) per la stesura di musica e testi?

Molto, moltissimo, praticamente tutto. Che senso avrebbe definirsi folk metal altrimenti? In Italia ogni sasso ha una storia, siamo talmente pieni di storie, di tradizioni, di aspetti unici del nostro vivere che non basta una vita per esplorarli. In questo contesto fa un po’ tristezza sentire band italiane parlare di Odino e Thor nei loro testi. Noi dal canto nostro cerchiamo di dare voce alla forma mentis veneta e bellunese in particolare, con l’accento su tutte quelle sue idiosincrasie, incoerenze e contraddizioni che la rendono unica e, appunto folkloristica. Tutto ciò rende la musica anche più allegra e spensierata e proprio per questo ci riflette molto.

Manere Ombre Briscole è uscito per Nadir Music: come vi trovate con l’etichetta e proseguirete la collaborazione nelle prossime uscite?

L’esperienza con i ragazzi della Nadir è stata molto positiva e cogliamo l’occasione per fare un saluto speciale a Tommy, Federico e Trevor che non solo ci hanno seguiti, ma ci hanno anche dato degli input importanti nella realizzazione del disco e di tutto ciò che ci è stato intorno. Sono persone che amano la musica e il metal in particolare, per loro dare una personalità ad ogni lavoro è fondamentale, ci hanno incitati a dare il massimo e a lavorare sui nostri limiti. Per noi è stata anche una bella emozione registrare nello stesso studio in cui è nato Hyena, l’ultimo lavoro dei Sadist. Il futuro però è ancora tutto da scrivere, difficilmente torneremo a Genova per le registrazioni nel breve periodo perché abbiamo intenzione di mobilitare molti musicisti locali per il prossimo lavoro e organizzare una spedizione del genere sarebbe complicato. Per quanto riguarda la distribuzione, però, tutto è possibile.

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Com’è la scena heavy metal nella vostra zona? Riuscite ad allontanarvi e suonare in altre regioni? Com’è un concerto dei M.A.I.M.?

Direi che il metal in Veneto gode di ottima salute, con gruppi storici come Burning Black, Arthemis, White Skull e Raising Fear ancora in attività e tante nuove leve. Certo, abbiamo il cronico problema di trovare locali disposti a far suonare band un tantino rumorose (cioè che si sentono anche nel comune a fianco) come quelle metal, però è un male comune con il resto d’Italia e forse del mondo. Nonostante ciò abbiamo una buona scena live di cui siamo soddisfatti. Il nostro obiettivo è quello di suonare sempredi più e diffondere maggiormente l’ Epic Casera Metal. Per quanto riguarda la scena metal veneta le band ci sono ed il pubblico anche quindi si riesce ad organizzare dei begli eventi e a questo proposito vorrei segnalarvi BLmetalSaturday, un’organizzazione no-profit con cui collaboriamo regolarmente che da un anno organizza concerti nell’alto Veneto. Chiaro, i numeri che macinano altri generi sono ben lontani, ma quando uno suona metal sa a cosa sta andando incontro…

Per quale gruppo italiano o straniero vi piacerebbe aprire un concerto, o seguire in tour?

Richard Benson, senza dubbi. Scherzi a parte, abbiamo già date in calendario con qualche formazione straniera: il prossimo 15 novembre apriremo il concerto dei Negură Bunget a Padova e poco più tardi inviteremo gli Zaria, una formazione slovena, a suonare nel Triveneto per due o tre date e che molto probabilmente seguiremo in tour in Slovenia. Sul piano nazionale siamo stati finora un po’ sfortunati tra occasioni sfumate e imprevisti di natura tecnica, ma chissà che la tendenza non cambi.

Per la canzone Freedom Tank avete realizzato un videoclip. Come è nata l’idea e come giudicate l’esperienza? Ci sono aneddoti meritevoli di essere raccontati?

Mentre registravamo Freedom Tank abbiamo avuto la sensazione che fosse la traccia dell’album che “spingeva” di più e anche i ragazzi della Nadir ascoltandola hanno avuto la stessa sensazione, quindi abbiamo deciso che avremo girato un video per promuoverla. Abbiamo avuto la fortuna di entrare in contatto con la scuderia TNT corse che gareggia nel campionato di velocità Apecar che ci ha messo a disposizione la sua officina per una giornata intera e soprattutto alcuni mezzi del suo parco che abbiamo ripreso in azione. Non ringrazieremo mai abbastanza Mattia e gli altri ragazzi della scuderia per il supporto che ci hanno dato e l’esperienza a tratti surreale. Le riprese sono state caratterizzate da tempi strettissimi e imprevisti continui: gli esterni, ad esempio, sono stati girati poche ore prima di un nostro live a circa 50km dal set, l’ape originariamente messaci a disposizione, dotata di un imponente motore Alfa Romeo, era stata manomessa da ignoti nottetempo (se ben ricordo era stata “zuccherata” la benzina con conseguente grippaggio del motore) e Mattia di TNT corse è riuscito a reperire a tempo di record un altro mezzo dotato di un non meno sorprendente motore Honda proveniente da una CBR 1000 (una moto, ndMF). Gli interni sono stati girati in una freddissima giornata di Dicembre presso l’officina della squadra: la mattina è stata dedicata all’allestimento del set, il pomeriggio abbiamo fatto le riprese e verso le 18 abbiamo “ripulito” l’officina. Praticamente abbiamo passato il pomeriggio a fare finta di suonare con davanti a noi la scuderia TNT corse che ci osservava incuriosita, la nostra fotoreporter/cineoperatrice Anna ed un bruciatore industriale che assicurava temperature prossime ai 70° gradi nelle sue immediate vicinanze e il gelo più totale nel resto del set. Una curiosità: gli occhiali indossati dal nostro tastierista Manu mentre nel video armeggia con una fiamma ossidrica sono in realtà scenici e le “lenti” sono due pezzi di plastica nera opaca, quindi non aveva idea di dove stesse puntando la fiamma. Il fatto che nessuno sia tornato a casa con la bronchite cronica, mutilato o gravemente menomato è la prova che lassù qualcuno ci vuole bene.

A cosa state lavorando? Cosa ci riserverà la vostra prossima pubblicazione?

Abbiamo in cantiere un concept album incentrato sulla leggenda di Re Laurino e i Monti Pallidi, praticamente il mito fondante di tutta l’area dolomitica. Abbiamo già proposto dal vivo diversi pezzi che compariranno nel nuovo album e la risposta del pubblico è stata molto positiva. Sarà un lavoro più ”serio” rispetto a Manere Ombre Briscole, ma sempre nel segno dell’Epic Casera Metal.

Un saluto e un ringraziamento per l’intervista, concludete la chiacchierata nella maniera a voi più congeniale.

Un grazie infinito a Mister Folk per l’intervista. Vi aspettiamo con news e molto altro dal vivo. Approfittiamo per linkare la nostra pagina Facebook così potrete rimanere aggiornati su eventi, merchandising, news ecc.

Grimtotem – Invunche

Grimtotem – Invunche

2016 – singolo – autoprodotto

VOTO: 7,5recensore: Mr. Folk

Formazione: Carolina: voce, chitarra – Cristian: chitarra – Rodrigo: basso – DS: batteria, strumenti folk – Nicolás: tastiera

Tracklist: 1. Kütral – 2. Invunche

grimtotem-invunche

Il folk/pagan/viking metal non è solo un affare europeo, sia chiaro. Ci sono tante band nate negli angoli più impensabili della terra in grado di fare cose a dir poco eccellenti, basti pensare a quanto prodotto da Skiltron e Tengger Cavalry, provenienti rispettivamente da Argentina e Mongolia. Mister Folk oggi vi racconta dei Grimtotem, band nata in Cile e più precisamente nella cittadina di Arauco, nella regione di Bío Bío. Il gruppo ha esordito nel 2014 con il discreto singolo Wengan (presente QUI), ma il nuovo Invunche (due brani per una durata totale di tredici minuti) mostra una band matura e consapevole delle proprie capacità.

Le canzoni suonano personali seppure alcune influenze siano riconoscibili. La struttura dei pezzi è curata, tanto che i brani scorrono molto bene per tutti gli oltre sei minuti di lunghezza. L’opener Kütral alterna riff chitarristici e pattern di batteria tirati ad altri più melodici duranti i quali si mette in mostra la tastiera, mai invasiva ma anzi utile a sottolineare determinati passaggi. Il secondo brano è la title-track che si fa notare subito grazie all’inizio feroce ed epico. Il riffing è mai banale o ripetitivo, il basso pulsa ed esegue brevi fraseggi che spiccano nel missaggio finale, il pianoforte è una sorpresa nel sound chiassoso dei Grimtotem. La seconda parte della composizione è più orecchiabile, tra assoli di chitarra, di tastiera e l’improvviso – quanto “simpatico” – finale di canzone.

I Grimtotem sono forti della volontà di esplorare le possibilità musicali a loro disposizione, il pagan metal ipervitaminico proposto è impreziosito dalla prova della cantante/chitarrista Carolina Rebellado: il suo growl profondo è in grado di far impallidire i suoi colleghi uomini. A questo punto la curiosità di ascoltare cosa riesce a fare la band cilena in un EP di quattro-cinque brani è veramente tanta…