Skiltron – Legacy Of Blood

Skiltron – Legacy Of Blood

2016 – full-length – Trollzorn Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Martin McManus: voce – Emilio Souto: chitarra, mandolino, bouzouki – Ignacio Lopez: basso – Matias Pena: batteria – Pereg Ar Bagol: cornamusa, tin whistle

Tracklist: 1. Highland Blood – 2. Hate Of My Life – 3. Commited To The Call – 4. Sailing Under False Flags – 
5. The Taste Of Victory – 6. Rise From Any Grave 
- 7. Sawney Bean Clan 
- 8. All Men Die – 9. I ́m Coming Home (bonus track)

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Gli argentini Skiltron arrivano al traguardo del quinto disco con il nuovo Legacy Of Blood e lo fanno nella migliore maniera possibile, realizzando un cd tosto e accattivante, privo di filler e in grado di sfidare a testa alta le potenze del folk metal europeo. Per fare questo, però, Emilio Souto, chitarrista e leader della formazione originaria di Buenos Aires, doveva innanzi tutto sistemare il tassello cantante. Dopo un paio di anni come session per i concerti, l’ingresso del bravo Martin McManus ha dato stabilità e sicurezza all’intera band, che non a caso ha poi prodotto un disco veramente ispirato e valido sotto tutti gli aspetti.

Legacy Of Blood è il degno successore di Into The Battleground (2013), full-length nato dopo lo split con ben quattro elementi della line-up (che in seguito hanno dato vito ai Triddana) realizzato con l’aiuto di ben quattro cantanti differenti. Musicalmente si parla sempre di un folk/power metal diretto e potente, caratterizzato dalla bella voce clean di McManus (che ha partecipato nel 2013 a Back To Hell degli storici Blitzkrieg) e dalla fondamentale cornamusa del francese Pereg Ar Bagol, in passato visto con i Boisson Divine. É proprio la cornamusa a scandire i momenti migliori dell’album, finalmente sovrana delle canzoni e strumento primario per melodie e stacchi strumentali mai banali o ripetitivi.

La massiccia opener Highland Blood è un buon biglietto da visita: ritmiche serrate, ritornelli da cantare a squarciagola e la bagpipe in prima linea insieme alla tagliente chitarra di Souto. Tra i momenti migliori di Legacy Of Blood va inserito sicuramente il brano Commited To The Call, ben introdotto dal basso di Ignacio Lopez – che lascia poi spazio alla sempre presente cornamusa -, dal un ritornello che colpisce e il bell’assolo di chitarra che completa così la classica struttura della canzone heavy metal, con l’ormai classico tocco folk che da sempre contraddistingue gli Skiltron. Sailing Under False Flags vanta la bella linea vocale per le strofe e un’atmosfera vicina ai vecchi lavori dei Falconer, mentre Taste Of Victory può essere considerata come un futuro classico della band poiché ha tutto quello che serve a una canzone per rimanere nel cuore degli ascoltatori: linee vocali eccellenti, melodie d’impatto e dei cori dinanzi ai quali non si può fare a meno di impararli a memoria e urlarli al cielo. Fieramente scottish, Sawney Bean Clan è un mid-tempo robusto che ben si bilancia con la easy Rise From Any Grave, ma è l’inno I’m Coming Home a strappare le lacrime, brani così, un po’ come In Union We Stand degli Overkill, fanno solo che bene alla scena musicale.

La produzione è veramente ben fatta: gli strumenti suonano potenti e puliti, ben bilanciati tra di loro, con la piacevole sensazione del poco uso della tecnologia in studio a favore di un approccio più diretto e live. Nota di colore, chitarra e batteria sono state registrate in Argentina, mentre la voce e la cornamusa in Francia.

Gli Skiltron in dodici anni di attività non hanno mai sbagliato un album, neanche dopo lo split che ha messo a dura prova la tenacia di Souto che ha risposto con la pubblicazione di Into The Battleground. Questo Legacy Of Blood è forse il miglior cd che la band argentina ha realizzato in carriera: tutto suona bene e l’ascolto è sempre piacevole, la prestazione di Martin McManus è di alto livello e la cura nella composizione delle canzoni è stato tale che quarantadue minuti di durata sembrano essere addirittura pochi. Il perfetto mix tra Scozia e Argentina è servito, il sound degli Skiltron unisce il folk e i temi scozzesi con un’innegabile passione latina che viene prepotentemente a galla a più riprese. In ambito folk metal, sicuramente uno dei migliori lavori del 2016.

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Ensiferum – Drangoheads

Ensiferum – Dragonheads

EP – 2006 – Spinefarm Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Petri Lindroos: voce, chitarra – Markus Toivonen: chitarra, voce – Sami Hinkka: basso –  Janne Parviainen: batteria – Meiju Enho: tastiera

Scaletta: 1. Dragonheads – 2. Warrior´s Quest – 3. Kalevala Melody – 4. White Storm – 5. Into Hiding – 6. Finnish Medley ensiferum-drangoheads

Dragonheads segna la rinascita per gli Ensiferum, formazione che dopo l’abbandono dell’intera sezione ritmica e del cantante-chitarrista Jari Mäenpää ha rischiato di sciogliersi come neve al sole. Il caparbio Markus Toivonen, axeman e membro fondatore della band, non si è dato per vinto e ha reclutato in breve tempo i bravissimi Janne Parviainen (batteria) e Sami Hinkka (basso), oltre a Petri Lindroos, proveniente dai Norther, in sostituzione di Jari, impegnato all’epoca in sala d’incisione per il debutto del suo progetto Wintersun.

Il contenuto di Dragonheads è quello classico che ci si aspetta da un EP, ovvero un mix di brani nuovi e vecchi, oltre a cover e pezzi live; nei ventisei minuti di questo dischetto troviamo in apertura una nuova canzone, due brani ri-registrati risalenti al periodo demo del 1999, una cover degli Amorphis e due composizioni folk finlandesi personalizzate e rese in parte “metalliche”. Dragonheads è inoltre l’occasione per presentare ai fan la nuova formazione, oltre che un gustoso antipasto in attesa del disco successivo, utile anche a non far passare troppo tempo dal precedente lavoro Iron, secondo e ultimo dell’era Mäenpää.

La prima traccia, Dragonheads, è per lo più un epico mid-tempo granitico, che rende per cinque minuti gli Ensiferum una band viking, sia dal punto di vista musicale sia lirico:

Sails up! We’re leaving today
Distant lands are calling
Cowards stay at home; this is a quest of true men
Farewell, should we never see again

Il testo narra di un gruppo di vichinghi che, senza paura e con desiderio di osare, salpano dalla propria terra verso l’ignoto, sfidando la Natura e il fato:

Weeping women waiving at the pier
When the sky starts cry
But neither rain, nor wind can make us turn around
What’s decided, has to be done

Musicalmente Dragonheads si differenzia molto dal debutto Ensiferum e dal successivo Iron: riff pieni e grassi, fieri cori maschili e un Petri quasi arrogante tanto è sicuro dietro al microfono. Non manca, ovviamente, la componente “destino”, fondamentale tassello della vita di ogni impavido uomo nordico:

If we die the sun will shine again beyond mortal time
we’ll meet again in Valhalla…

Warrior’s Quest e White Storm, entrambe risalenti all’autoproduzione Demo II del 1999, sono per l’occasione ri-registrate e abbreviate di circa trenta secondi l’una. La voce di Petri fa un figurone, adattandosi alla perfezione alle linee vocali che vedevano Jari in difficoltà, aiutata anche da vigorosi cori e una sezione ritmica, Janne Parviainen in particolar modo, a dir poco straripante. La melodica Warrior’s Quest alterna momenti di raffinatezza chitarristica a screams che non lasciano scampo, mentre White Storm, dopo il breve intermezzo Kalevala Melody – buono solamente per spezzare un po’ il ritmo – suona aggressiva e brutale fin dai primi secondi; la traccia, con riff velocissimi di chitarra e tempi di batteria al fulmicotone, crea, prima dello stacco evocativo di tastiera, un muro sonoro sporco di sangue nemico. Rispetto alla versione demo, il brano, oltre – ovviamente – a una produzione spettacolare, si avvale di una parte cantata in pulito di grande effetto particolarmente riuscita. Segue Into Hiding, cover dei connazionali Amorphis: la canzone è maestosa e possente già nella versione originale, presente nel capolavoro Tales From The Thounsand Lakes del 1994, eppure gli Ensiferum riescono a donarle ancora maggiore epicità, facendo, tra l’altro, risaltare l’orientaleggiante riff iniziale, ormai entrato di diritto nella storia del death metal europeo. Petri si dimostra un gran cantante, in possesso di una voce abbastanza versatile, in grado di passare con disinvoltura dallo scream urlato ad un gran growl, profondo e sicuro. Ultima traccia dell’EP è Finnish Medley, cinque minuti che vedono miscelati i seguenti brani folk finlandesi: Karjalan Kunnailla, Myrskyluodon Maija e Metsämiehen Laulu. La prima parte è affidata alla voce soave di Kaisa Saari e i giri di chitarra molto semplici e sognanti, mentre per la conclusiva Metsämiehen Laulu (la seconda parte, Myrskyluodon Maija, è breve e strumentale) i riff si fanno più ritmati e le parti vocali sono affidate a Markus Toivonen e Sami Hinkka.

Registrato e mixato nel novembre 2005 presso i Sonic Pump Studios e masterizzato nei gloriosi Finnvox Studios, Dragonheads suona fresco e originale, pur essendo solamente un intermezzo tra due dischi, esperimento perfettamente riuscito per la band di Helsinki; la bellissima copertina rappresente la classica ciliegina sulla torta su di un dischetto che centra in pieno il bersaglio, sfamando i fan desiderosi di nuovo materiale (Iron è del 2004) e presentando in pompa magna il nuovo frontman Petri Lindroos.

Interessante per i seguaci del gruppo, utile per chi non conosce la band e vuole avvicinarsi al loro extreme folk metal.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Helheim – raunijaR

Helheim – raunijaR

2015 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Vgandr: voce, basso – H’grimnir: chitarra, voce – Noralf: chitarra – Hrymr: batteria

Tracklist: 1. Helheim 9 – 2. raunijar – 3. Åsgards Fall III – 4. Åsgards Fall IV – 5. Oðr

helheim-raunijar Quattro anni dopo la pubblicazione del quadrato Heiðindómr ok mótgangr, gli scandinavi Helheim tornano sul mercato con un lavoro che può essere definito senza alcun timore come sperimentale. raunijaR è il prodotto di anni di ricerca sonora e volontà di andare avanti, cosa che stupisce dato che i quattro norvegesi non si sono mai distinti per sperimentazioni e proposte innovative. Anzi, sono sempre stati visti come delle colonne viking/black testardamente legate alla tradizione, volenterose di non distaccarsi dalle origini più estreme del genere. Ascoltando il debutto Jormundgand e i successivi album in studio é possibile notare la maturazione della band, sempre più padrona degli strumenti e capace di rendere concrete le idee con grande precisione, ma mai prima di oggi gli Helheim si erano spinti tanto in avanti come con il presente raunijaR. Senza tanti giri di parole, se non ci fosse il nome sulla confezione del cd, in più di un’occasione sarebbe difficile riconoscere in questi quarantuno minuti il sound degli Helheim.

Cosa è successo in quattro anni e cosa contiene di tanto “strano” raunijaR? In verità non si tratta di nulla di eclatante se lo avessero fatto gli Enslaved, una band che nel corso degli anni ha abituato il pubblico a cambi di stile e influenze progressive, ma il disco è marchiato Helheim e non può non fare piacere constatare come una formazione storica e importante non abbia paura di apportare novità nel proprio sound. Al classico viking di matrice black è possibile scorgere intensi momenti soft, voci clean, sonorità insospettabili e una voglia di non accettare il classico concetto di canzone strofa-bridge-ritornello.

C’è subito da dire che il sound di raunijaR è di tutto rispetto. Bjørnar Erevik Nilsen (Taake, Skuggsjá, Mistur, Galar ecc.) si è occupato delle fasi di registrazione presso i Conclave & Earshot Studio, mentre il mastering è toccato a Herbrand Larsen, tastierista degli Enslaved e al lavoro anche con Gorgoroth, Demonaz, Taake e Wardruna.

La prima delle cinque tracce che compongono raunijaR è Helheim 9, brano che inizialmente vede protagoniste chitarre acustiche, scacciapensieri e voci pulite molto belle. La seconda parte della canzone è ritmata grazie all’ingresso della batteria e del basso, con l’aggiunta del violino e alcune contro-voci che danno profondità alla composizione. La titletrack è un up-tempo devastante, dal classico andare viking/black caro agli Helheim, a sorprendere positivamente è il potente stacco a metà canzone, tanto semplice quanto efficace per creare tensione prima che l’orda nordica riparta a gran velocità tra urla lancinanti e il drumming scatenato di Hrymr. La lunghissima (12:25 di durata) Åsgards Fall III (seguito delle tracce presenti nell’EP Åsgards Fall) è introdotta da un arpeggio di chitarra acustica che lascia il passo a un riff pachidermico e semi distorto che cresce lentamente e introduce la voce – anche in questo caso pulita – per un sound assolutamente epico. Con il passare dei minuti la musica cresce d’intensità, la voce clean lascia spazio allo scream e i riff di chitarra si fanno affilati come asce bipenne in grado di staccare la testa del nemico in un solo colpo. La violenza sembra la via da percorrere, ma Åsgards Fall III torna presto al semi-distorto, con l’aggiunta di chitarre vagamente post rock nel finale, che mai nessuno avrebbe mai potuto immaginare in un disco degli Helheim. Åsgards Fall IV è la naturale conclusione musicale-lirica di quanto iniziato nell’EP del 2010 precedentemente menzionato: anche in questo caso la band di Bergen preferisce il mid-tempo abbinato a voci pulite (sempre molto efficaci ed evocative), prima dello stacco acustico di metà canzone e conseguente ripartenza sempre all’insegna del mid-tempo, anche se le chitarre cambiano i giri rispetto alla prima parte e il basso pulsa in maniera strepitosa, come un vero cuore norvegese. Oðr è l’ultimo pezzo in scaletta, una creatura da oltre dieci minuti di lunghezza, epica e sporca al tempo stesso, ricca di phatos e intuizioni degne di nota come le melodie delle chitarre – una per lato – e il violino nella parte conclusiva.

Tra i Bathory più solenni e gli Enslaved meno intricati, gli Helheim hanno messo in questo raunijaR tutto quello che avevano dentro, e il risultato è sorprendente: un ottimo disco a dir poco epico, forse dal sapore nostalgico del tempo che fu, ma in grado di guardare avanti senza timore o incertezze.

Månegarm – Månegarm

Månegarm Månegarm

2015 – Napalm Records – full-length

VOTO: 6,5 – Recensore: Mister Folk

Formazione: Erik Grawsiö: voce, basso – Jonas Almquist: chitarra – Markus Andé: chitarra – Jacob Hallegren: batteria

Tracklist: 1. Blodörn – 2. Tagen Av Daga – 3. Odin Owns Ye All – 4. Blot – 5. Vigverk – Del II – 6. Call Of The Runes – 7. Kraft – 8. Bärsärkarna Från Svitjod – 9. Nattramn – 10. Allfader – 11. Månljus (bonus track) – 12. Mother Earth Father Thunder (Bathory cover, bonus track)

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Cosa ci si può aspettare da una band in attività da venti anni e all’ottavo disco, quando il meglio, purtroppo, sembra averlo già dato in passato? Sicuramente un discreto lavoro in grado di dare soddisfazione al fan, non facendogli rimpiangere i soldi spesi per l’acquisto: di questi tempi non è poco. Un discorso del genere più sembrare crudo e ingiusto per una formazione che ha saputo pubblicare grandi LP come Vredens Tid e Nattväsen, e che non ha mai toppato un’uscita che sia una. Però, dai Månegarm, ci si aspetta sempre quel guizzo, quel colpo di genio che altre formazioni di serie B (come notorietà, non per qualità), vedi Helheim e Thyrfing per fare dei nomi a caso, hanno di serie, mentre al combo svedese sembra mancare da un paio di uscite. Forse un semplice momento d’ispirazione non eccelsa, o più probabilmente il famoso cambio di line-up avvenuto ormai anni or sono, fatto sta che anche il nuovo Månegarm fa parte di quei dischi che sono piacevoli da ascoltare, ben suonati e prodotti, in grado anche di fomentare in più punti l’ascoltatore, ma incapace di lasciare il segno nel lungo andare. Parte della “colpa” è probabilmente degli album del passato, sempre sopra la media delle altre release, il paragone, per quanto ingiusto, non può non essere fatto, e ci vuole poco tempo per capire che i Månegarm di dieci anni fa era di un livello superiore rispetto agli attuali, per quanto bravi.

Un inizio di cd da oltre otto minuti non è cosa da tutti i giorni: introdotto da arpeggi, violini e scacciapensieri, Blodörn è un brano nel classico stile della band, accattivante e con un fondo di melodia che è impossibile allontanare. In questo mid-tempo l’aspetto folk è di primaria importanza e le melodie vocali sono ben studiate; l’unica pecca è forse rappresentata dal minutaggio leggermente eccessivo. Tagen Av Daga (con ospite l’ex Skyforger Kaspars Bārbals alla cornamusa e al cockle) e Odin Owns Ye All (non una cover degli Einherjer) sono le canzoni migliori del lotto: ritmiche sempre vincenti, melodie accattivanti e musicisti ispirati rendono le due tracce semplicemente micidiali. La scaletta (e l’ascolto) subisce una brusca frenata con una scelta assai bizzarra, ovvero l’inserimento di due canzoni acustiche una dietro l’altra, Blot e Vigverk. Malinconica la prima e più medievaleggiante/nordica la seconda, sicuramente entrambe suggestive, hanno la sola colpa di trovarsi in una posizione sbagliata all’interno della tracklist. Il ritornello ruffiano è il punto di forza di Call Of The Runes, altra canzone nella quale i Månegarm propongono la solita, buona, formula che ormai tutti noi conosciamo. Da questo momento, però, il disco si blocca tra brani appena sufficienti (Kraft e Nattramn) e acustici (Bärsärkarna Från Svitjod e Allfader), sicuramente non il miglior modo di concludere un cd per una band con il blasone meritatamente conquistato a suon di dischi belli. Le bonus track sono invece molto interessanti: Månljus è un black metal melodico con sfuriate veramente meritevoli, mentre Mother Earth Father Thunder è una cover dei Bathory (originariamente registrata per il disco Nordland I) che vede impegnati come ospiti niente meno che Jenny Tebler, la sorella di Quorthon, Alan Nemtheanga dei Primordial e Mats e Ragnar degli Ereb Altor.

L’ottavo disco dei Månegarm è, alla fine dei conti, un’altalena di emozioni e sentimenti contrastanti. Pura energia e delusione vanno di pari passo, alternandosi. La band di Norrtälje ha svolto un lavoro preciso e pulito, purtroppo privo di continuità e spunti realmente esaltanti. Paragoni col passato sono ingiusti per una serie di fattori di non poco conto, in primis una line-up diversa, e forse con questo punto di vista si sposa la decisione del gruppo di intitolare il disco con il proprio nome, come a indicare la volontà di iniziare una nuova vita. Forse il punto più basso della discografia dei lupi svedesi? Sembra proprio di sì: Månegarm non è certo un cd brutto, ma da Almquist e soci ci si aspetta di più e hanno sempre dimostrato di saperlo tirare fuori dagli strumenti. Auguriamoci (e auguriamogli) che questo momento non particolarmente brillante passi presto e che tornino sul mercato quanto prima purché ci siano delle valide canzoni a giustificarlo.

Live Report: Kampfar a Roma

KAMPFAR + NEGURĂ BUNGET + SELVANS + KYTERION + OSSIFIC

10 novembre, Traffic Live Club, Roma

locandina

Profan, Zi e Lupercalia, tre bellissimi album al centro della serata che ha visto infuocare il Traffic Live Club di Roma grazie alle note di Kampfar, Negură Bunget e Selvans. Ad aprire il concerto sono stati i giovani canadesi Ossific, band che ha proposto nei pochi minuti a disposizione un black metal atmosferico con qualche elemento disturbante presente nel recente debutto …As Roots Burn. Il pubblico si fa più numeroso e interessato con lo show dei bolognesi Kyterion: il loro black metal diretto e senza fronzoli tratto dall’esordio Inferno I ha suscitato interesse sia per la parte musicale, soprattutto nei momenti più cadenzati, che per l’aspetto lirico, in quanto il quartetto si esprime in italiano del XIII secolo.

Il Traffic però cambia atmosfera e con una gran bella cornice di pubblico salgono sul palco gli abruzzesi Selvans, una delle migliori nuove realtà in ambito estremo. Clangores Plenilunio e Lupercalia sono ottimi dischi che hanno reso molto popolare la band guidata dal carismatico frontman Selvans Haruspex. Brani come Lupercale e Hirpi Sorani sono stupefacenti dal vivo per potenza e pathos, mentre O Clitumne! mostra l’aspetto meno violento della band, ma non per questo meno interessante. Preceduto dai cori “Selvans, Selvans!” da parte del pubblico, lo show si chiude con la canzone Pater Surgens, durante la quale il frontman suona un grande tamburo con delle ossa al posto delle bacchette: un momento carico di energia e passione, degna conclusione di un concerto spettacolare. Lo show dei Selvans colpisce – oltre per l’aspetto musicale – per la presenza scenica e in particolare per la sacralità dei movimenti del cantante, al punto di avere la sensazione di assistere a un rito pagano invece di un semplice live show. Musica, face painting, attitudine, tutto riporta al “vero” black metal (anche se i Selvans hanno molte sfaccettature e non possono di certo essere etichettati semplicemente come black metal), tanto che a fine concerto si ha la certezza di aver assistito a un intenso evento di rara bellezza.

Scaletta Selvans: 1. Lupercale – 2. Hirpi Sorani – 3. O Clitumne! – 4. Pater Surgens

La serata prosegue alla grande con il ritorno a Roma dei Negură Bunget a un solo anno dallo show del Closer Club in occasione del tour di Tău. Questa volta al centro dell’attenzione è il nuovo full-length Zi, secondo cd della trilogia transilvana che la formazione di Timișoara ha deciso di realizzare per esprimere in musica i vari aspetti della propria terra. La band è molto compatta e presenta uno show assolutamente degno di nota; alla chitarra e flauti, però, si registra la novità di Olivian Mihalcea al posto di Adrian Neagoe, noto come “OQ”. I suoni sono potenti e lo spettacolo offerto dai romeni è di grande qualità, complice anche una scaletta perfetta per una serata come questa. La setlist è incentrata sugli ultimi tre lavori e gli immancabili brani tratti da Om, l’album del 2006 ritenuto da molti come il capolavoro dei Negură Bunget. Tra Gradina Stelelor posta in apertura e l’accoppiata finale da mozzare il fiato Dacia Hiperboreana/Tara De Dincolo De Negura ce n’è veramente per tutti i gusti, ma in particolare spicca la strumentale Norinor (video), tre minuti di puro folclore con il chitarrista/cantante Tibor Kati impegnato alle percussioni ben supportato da Negru e Mihalcea con batteria e tamburi. A fine concerto sono solo applausi e corna al cielo sia da chi preferisce le canzoni più feroci che da chi ama il lato più folk del combo romeno, autore di una prova veramente ispirata.

Scaletta Negură Bunget: 1. Gradina Stelelor – 2. Cunoaserea Tacuta – 3. Norilor – 4. Nametenie – 5. Brazda Da Foc – 6. Dacia Hiperboreana – 7. Tara De Dincolo De Negura

L’ora è tarda ma il pubblico di certo non lascia il locale per assistere ai norvegesi Kampfar, e fa bene: i quattro musicisti hanno dato prova di bravura e capacità di tenere il palco incitando continuamente il pubblico e sputando (nel vero senso della parola!) ogni goccia di sangue del proprio corpo per rendere il concerto un grande concerto. La chitarra grezza di Ole Hartvigsen non è la classica lama affilata, piuttosto una mazza ferrata assetata di sangue, e il basso iper distorto di Jon Bakker è il suo fedele alleato. La terremotante batteria di Ask apre le porte dell’inferno e l’indiscusso signore dell’oscurità è ovviamente Dolk, carismatico frontman pieno di energia che non ha mai smesso di muoversi e dialogare con la platea. L’inizio è affidato a Gloria Ablaze, opener dell’ultimo disco Profan, ma è il classico Ravenheart (dal fantastico Kvass) a far urlare l’intera platea. Nella scaletta trovano spazio composizioni tratte da tutti i dischi: le datate Troll, Død Og Trolldom e Hymne ripescate rispettivamente da Fra Underverdenen e dal lontanissimo EP di debutto Kampfar del 1996, si trovano fianco a fianco con quelle dell’era di mezzo come Vettekult (da Heimgang, 2008) e Altergang (dal cd Mare del 2011), fino alle due tracce del bis, l’eccitante Mylder (“vi insegno una parolaccia, ripetete con me: Helvete!”) e la conclusiva Our Hounds, Our Legion provenienti da Djevelmakt: il senso è uno solo, ovvero che tutti i dischi dei Kampfar sono belli e meritano di essere rappresentati in concerto almeno da una canzone. Nulla di più vero: Dolk e co. sono delle vere macchine da guerra e i brani proposti suonano tutti potenti e spaventosi allo stesso modo. Lo show scorre senza tregua e pause, giusto il tempo di introdurre le canzoni (“un tempo non c’era internet e il fottuto Facebook, ma c’erano le streghe!”) e per ricambiare l’affetto che i fan mostrano in continuazione verso i musicisti norvegesi.

Si giunge così al termine della lunga serata, stanchi ma decisamente soddisfatti per aver assistito al concerto di tre grandi gruppi e scoperto due giovani realtà che potranno fare bene in futuro.

Scaletta Kampfar: 1. Gloria Ablaze – 2. Ravenheart – 3. Troll, Død Og Trolldom – 4. Swarm Norvegicus – 5. Hymne – 6. Lyktemenn / Til Siste Mann – 7. Vettekult – 8. Altergang – 9. Tornekratt – 10. Mylder – 11. Our Hounds, Our Legion

NB – Per gli scatti ai Kampfar si ringrazia Martina Santoro del Traffic.

Intervista: Elisa Urbinati

Come molti di voi sapranno, Elisa Urbinati è la talentuosa illustratrice che da anni collabora con Mister Folk, avendo realizzato gli artwork delle compilation gratuite pubblicate ogni dicembre (la quarta arriverà tra un mesetto!). Questa intervista è utile per conoscerla meglio, scoprire i suoi gusti musicali e gli artisti preferiti. Buona lettura!

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Come ti sei avvicinata al mondo del disegno e dell’illustrazione? Hai effettuato studi specifici?

Diciamo che ho sempre disegnato e dipinto, dopo il liceo artistico ho proseguito la strada iscrivendomi prima a una scuola privata di illustrazione, poi ho terminato con i cinque anni di accademia di belle arti, con una tesi proprio sull’illustrazione all’interno delle folktales e della musica.

Dovendo descrivere il tuo stile e il tuo lavoro a chi non lo conosce, cosa diresti?

Credo di avere uno stile abbastanza versatile e personale che vacilla dal fiabesco al realistico, tra temi sognanti e altri più melanconici ed oppressivi.

Ci sono illustratori che apprezzi particolarmente?

Certo! Prima di tutti citerei Kris Verwimp, che ho anche intervistato per la mia tesi, persona straordinaria e talentuosa! Poi Fursy Teyssier e Gerald Brom, Brian Froud… Amo particolarmente poi gli illustratori dell’epoca vittoriana, come Artur Rachkam, Jhon Bauer e Kittelsen per le tematiche legate ai troll ed al folklore e per il potere con cui traducevano le fiabe e interpretavano il mondo della natura, tra folletti, troll e boschi.

anteprima dell’artwork di Mister Folk compilation vol.IV

Quali sono i tuoi gusti musicali? Cosa ti piace ascoltare in questo momento?

Principalmente la mia passione nasce dalla musica classica e dai Jethro Tull, poi durante il liceo ho iniziato ad ascoltare power metal, tra i miei primi grandi amori ci sono Rhapsody e Blind Guardian. La storia è proseguita sfociando nel folk e nel folk metal, amo particolarmente il sound alla Otyg! Negli ultimi anni mi sono innamorata del post black, l’atmospheric e tutto questo filone melanconico, amo particolarmente gli Agalloch.

Quali sono le copertine che più ti hanno impressionato?

Sicuramente quelle di Kris Verwimp, per il suo tocco atmosferico ed evocativo, le adoro tutte! Poi l’artwork per i Les Discrets di Fursy -septembre et ses dernières pensées- per la stilizzazione dei personaggi e il potere emotivo che ha! Diciamo che sono due artisti totalmente differenti, ma rispecchiano anche i miei gusti contrastanti.

Puoi raccontare i tuoi lavori più recenti nel mondo della musica?

Ho recentemente creato dei nuovi loghi e svariate copertine, ma non posso ancora anticipare nulla per questioni di segretezza. Posso dirti intanto che ho collaborato con un musicista prog, Carabus. Per il suo cd di debutto ho realizzato l’intera copertina avanti-retro e svariate illustrazioni interne, completamente a china. Per il resto, ho avuto belle commissioni che spero di poter svelare a breve, sono molto orgogliosa di aver potuto apporre una mia illustrazione su alcuni dischi, lavorare per persone di cui apprezzi il lavoro è la soddisfazione più grande.

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work in progress

Mentre sei al lavoro cosa ami ascoltare? Hai dei brani/canzoni/gruppi che ascolti mentre dipingi, oppure ti lasci ispirare dalla musica di chi ti ha commissionato il lavoro?

Solitamente metto i dischi dei miei committenti per poter rendere il mio lavoro più inerente alla loro poetica, quando possibile. Quando lavoro alle mie tavole personali, invece, scelgo qualcosa che possa abbinarsi al mood di quel momento, e di quel dato soggetto.

Sei molto legata alla cultura e alla mitologia del nord Europa, soprattutto ami i troll: c’è un motivo specifico?

Io direi che questa passione risale ai primissimi anni della mia infanzia, mi è sempre piaciuto ascoltare storie, sia fiabe tradizionali che racconti di mitologia, questa passione è cresciuta con me e si è estesa sino alla scoperta dei troll. Mi affascinano queste figure ancestrali, sopratutto nelle rappresentazioni di Kittelsen, in cui sembrano veri e propri guardiani dei boschi, una reminescenza di un mondo antico andato perduto.

Ci sono autori (o libri) che apprezzi particolarmente e con i quali ti piacerebbe collaborare?

Sì, certamente! Come ben saprai ho una passione maniacale per Neil Gaiman! La mia primissima collaborazione artistica fu proprio legata a un sito italiano (neilgaimania.it) per il quale curavo delle rubriche illustrate a lui dedicate. Anni fa gli ho anche spedito del materiale…

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Troll

Con il passare degli anni il mondo sembra essersi riempito di artisti troppo spesso improvvisati, fotografi, illustratori e scrittori in particolar modo. Pensi che questo fenomeno tolga spazio a chi ha studiato anni per quel mestiere, oppure pensi che il pubblico riesca a vedere la differenza tra un buon lavoro e uno discreto se non mediocre?

Devo dire di aver notato che no, spesso un buon lavoro non viene differenziato da uno mediocre, ho conosciuto musicisti che si sono ritrovati con impaginazioni grafiche bruttissime, scansioni minuscole, sporche ed elementi grafici stiracchiati. Vuoi che sia perché si rivolgono a qualche amico che più o meno sa fare quella cosa, o perché non c’è una vera selezione o scrematura in questo calderone che è la rete. Con le nuove tecnologie è possibile mandar in giro qualsiasi tipo di opera, autopubblicare un libro o un disco! Ma voglio comunque credere che alla fine il talento dell’artista che sia scrittore, illustratore, musicista ecc. venga poi alla luce e riconosciuto, a discapito di chi si improvvisa.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

Potermi finalmente affermare nel campo degli artwork musicali, e magari trovare un editore per dare spazio ai miei libri illustrati!

Come ti possono contattare i lettori di Mister Folk?

Possono collegarsi al mio sito ufficiale elisaurbinati.it, o sulla mia pagina Facebook Elisa Urbinati Illustration.

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