Skyforger – Senprūsija Live

Skyforger – Senprūsija Live

2015 – DVD – Thunderforge Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione tracce 1-9: Pēteris “Peter”: voce, chitarra – Alvis: chitarra – Edgars “Zirgs”: basso – Edgars “Mazais”: batteria

Tracklist: 1. Senprūsija (Old Prussia) – 2. Tagad Vai Nekad (Now Or Never) – 3. Rāmava (Romuve) – 4. Kauja Pie Saules (Battle Of Saule) – 5. Divi Brāļi (Two Brothers) – 6. Melnais Jātnieks (Black Rider) – 7. Zem Lietuvas Karogiem (Under Lithuanian Banners) – 8. Migla, Migla, Rasa, Rasa (Oh Fog, Oh Dew) – 9. Kurši (Kurshi) – 10. Jūras Dziesma (Sea Song) – 11. Tīreļa Purvā (In The Tīrelis Swamp) – 12. Kad Ūsiņš Jāj (When Ūsiņš Rides) – 13. Migla, Migla, Rasa, Rasa (Oh Fog, Oh Dew) – 14. Nāves Sala (Death Island) – 15. Čūsku Sieviete (The Woman Of Serpents) – 16. Night Of The Winter Solstice – 17. Semigalls’ Warchant – 18. Pērkoņkalve (Thunderforge) – 19. Uz Ziemeļkrastu (To The Northern Shores) – 20. Ķēves Dēls (Son Of The Mare) – 21.Tumsā Un Salā (In Darkness And Frost) – 22. Uz Kariņu Bāliņš Jāja (Brother Is Riding To War)

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Skyforger è sinonimo di grande qualità nel pagan/folk metal dal 1995, anno di fondazione. Da allora la band ha prodotto sei album in studio di buona/ottima fattura, arrivando sul finire del 2015 a realizzare il primo dvd live, un lavoro autoprodotto in grado di fare la gioia dei fan della band lettone.

La prima cosa che balza all’occhio è la semplice ed elegante confezione digipak in formato A5 contenente il dvd: la grafica essenziale ma pregevole rimanda all’area di provenienza degli Skyforger e al loro legame con il territorio. Non è presente alcun booklet, ma tutte le informazioni (tracklist, festival e line-up) sono comunque riportate; la durata del dvd è di oltre due ore, l’audio è in stereo – fortunatamente bello tosto – e le immagini calde e professionali.

Nel disco è contenuto il live registrato in Lettonia a Riga il 15 maggio 2015, in occasione del tour promozionale del full-length Senprūsija e una raccolta di ben tredici brani live che coprono il periodo 2010-2015 più il videoclip di Melnās Buras (The Black Sails). Il concerto del 2015, giocato in casa, vede gli Skyforger autori di una prova maiuscola e muscolosa, con cinque brani estratti da Senprūsija e l’aggiunta in scaletta dei classici Black Rider, Battle Of Saule e l’inno Migla, Migla, Rasa, Rasa (Oh Fog, Oh Dew) posto in chiusura di show, per il quale il leader Pēteris “Peter” Kvetkovskis lascia la chitarra all’ospite Egons Kronbergs (ascia degli Skyforger dal 2010 al 2014) per imbracciare il kokle, uno strumento tipico della zona baltica. Il pubblico canta insieme alla band, felice di ricambiare il calore della platea. Nota marginale ma curiosa, in tutto il concerto è possibile vedere solamente uno schermo di un cellulare/fotocamera alzarsi sopra le teste, mentre il resto delle persone si gode il concerto nella maniera classica, tra pogo, headbanding e corna al cielo.

La parte del dvd denominata “Various Live Songs” è molto interessante e vede alternarsi sugli stage diverse line-up della formazione est europea, in maniera cronologica dal 2010 in avanti. Tra i momenti migliori è da segnalare Sea Song, registrata in occasione del release party di Kurbads, che vede la presenza della band Auļi, ovvero tre cornamuse e percussioni insieme al kokle di Laima Jansone, In The Tirelis Swamp del 2011 con tanto di uniformi militari e filo spinato sul palco e l’esibizione al Riga City Celebration (un grande festival nel centro della città, con un pubblico che varia molto per età e gusti musicali) dell’agosto 2014 con Son Of The Mare. Da apprezzare anche la versione di Bather Is Riding To War, nella quale il gruppi veste la divisa militare in occasione dell’evento per il centenario della fondazione del battaglione dei fucilieri lettoni, realtà molto cara alla band, tanto da dedicare loro un intero disco, l’eccellente Latviešu strēlnieki / Latvian Riflemen del 2000. Infine mi piace segnalare la bellissima location del Kilkim Žaibu festival, nel verde del bosco con vista lago, soprattutto se si pensa a dove si svolgono la maggior parte dei festival e grandi concerti italiani, ovvero in squallidi parcheggi.

Senprūsija Live è un dvd molto semplice e sincero, bello anche per questo. La musica e la selezione dei brani è ottima e, pur essendo un’autoproduzione, l’audio e il video sono sempre di buona qualità; nota conclusiva, il prezzo è a dir poco basso, solo 10 euro ordinando il dvd direttamente alla band. Gli Skyforger sono un grande gruppo che fa le cose con il cuore, una delle poche realtà a realizzare del vero pagan metal in un mondo vichingocentrico. Supporto totale.

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Ida Elena – Native Spirit

Ida Elena – Native Spirit

2016 – EP – Maqueta Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Ida Elena: voce – Simone Battista: chitarra – Domenico Azzolina: basso – Matteo Di Francesco: batteria, percussioni – Luca Bellanova: piano, harpsichord – Simone Salza: sax, clarinetto – Violetta Sala: flauto traverso – Albert Dannenmann: cornamusa francese, sopranino, low whistle

Tracklist: 1. Runes In My Pocket – 2. ‘Til My Last Breath – 3. The Butterfly – 4. Native Spirit – 5. Folliapoesia

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Direttamente dai boschi fatati e dalle cascate più affascinanti, arriva l’EP di Ida Elena, talentuosa cantante dall’animo celtico. Nata in Sicilia, cresciuta a Roma e cittadina del mondo, la brava musicista vanta prestigiose apparizioni televisive, collaborazioni internazionali (Bare Infinity, Vivaldi Metal Project ecc.), show su palchi da sogno (Wave Gotik Treffen nel 2013) e svariati album e singoli come bagaglio d’esperienza.

Native Spirit è un dischetto dal sound classico eppure personale, con brani in grado di unire le varie anime dell’artista: musica folk e celtica incontrano il rock e atmosfere sognanti, un grande mix di stili e influenze che anche grazie all’aiuto di musicisti esperti (primo tra tutti Albert Dannenmann, ex Blackmore’s Night), Ida Elena DeRazza è riuscita a proporre con eleganza in appena cinque composizioni.

L’iniziale Runes In My Pocket è un bel sali-scendi di sonorità soft e d’impatto, dal ritornello accattivante e pregevoli melodie folk in primo e secondo piano a secondo dei momenti. Quel che impressiona, però, è la voce matura e potente di Ida Elena: si ha immediatamente la certezza di avere a che fare con una voce ben al di sopra della media. ‘Til My Last Breath risente in positivo della passata esperienza nel tributo ai Blackmore’s Night, un bel brano soft ma intenso nell’interpretazione vocale, tuttavia è nel singolo (con relativo videoclip) The Buttefly che Ida Elena DeRazza dà il meglio di se. La canzone è una ballata dal sapore medievale, con ritmi ballabili e l’esplosivo ritornello tra le cose più belle ascoltate in questo 2016. La title-track porta alla mente i suggestivi paesaggi della verde Irlanda, luoghi magici che entrano nel cuore di chi ha la fortuna di visitarli, ed è proprio con il cuore che la toccante Nature Spirit è cantata. L’ultima traccia dell’EP, Folliapoesia, porta subito alla mente i migliori brani dei Lingalad, creatura del musicista/scrittore Giuseppe Festa, vuoi per le sonorità che per il tipo di testo (l’unico in italiano). Una bella conclusione per un lavoro maturo che non potrà che far conoscere e apprezzare Ida Elena nei circuiti folk/celtici.

Detta della bontà del songwriting, soprattutto per la varietà di soluzioni in così pochi brani, va riconosciuto anche l’efficace lavoro in fase di produzione, perfetta per far risaltare la voce, com’è normale che sia in un cd come questo, che per l’equilibrio tra gli strumenti e i bassi rotondi e avvolgenti.

Il disco mette in mostra la bravura di Ida Elena, cantante che dà voce alle fate del bosco. Siete pronti a vivere le avventure raccolte dal grande W.B. Yeats con Nature Spirit a fare da colonna sonora?

Einherjer – Dragons Of The North XX

Einherjer – Dragons Of The North XX

2016 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 6 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Frode Glesnes: voce, basso – Ole Sønstabø: chitarra solista – Aksel Herløe – Gerhard Storesund: batteria, tastiera

Tracklist: 1. Dragons Of The North – 2. Dreamstorm – 3. Forever Empire – 4. Conquer – 5. Fimbul Winter – 6. Storms Of The Elder – 7. Slage Ved Hafrsfjord – 8. Ballad Of The Swords – 9. After The Storm

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Ri-registrare un proprio disco è diventato col tempo un piccolo classico. In molti ci si sono dedicati: ad alcuni è andata bene, realizzando un lavoro convincente, ad altri decisamente meno. Due esempi molto noti, fuori dal campo folk/viking metal, sono quelli di Exodus e Manowar. I primi hanno realizzato Let There Be Blood nel 2009, versione aggiornata del fantastico classico Bonded By Blood del 1985. I guerrieri di New York, invece, hanno rovinato il capolavoro del 1982 Battle Hymns con l’orrendo Battle Hymns MMXI. In entrambi i casi possiamo notare come le versioni originali risalissero ai primi anni ’80: sound scarno, registrazione analogica, feeling e sincerità alle stelle. I rifacimenti presentano una produzione massiccia e pulita, alcuni brani sono leggermente modificati e, al di là delle qualità finale, possono avere un senso. Il problema di questo Dragons Of The North XX sta nel fatto che suona tale e quale al Dragons Of The North del 1996, disco che lanciò gli Einherjer nell’olimpo, scusate, volevo dire nella Valhalla del folk/viking metal, che all’epoca muoveva i primi incerti passi. Di fatto, cosa ha portato lo storico combo norvegese alla pubblicazione di questo lavoro non è dato saperlo.

Quali sono le differenze tra le due versioni di Dragons Of The North? La prima differenza sta nell’inserimento a fine scaletta di un outro dal titolo After The Storm, meno di due minuti di tastiera atmosferica. La seconda e ultima risiede nell’artwork rinnovato che non presenta più i ragazzi del gruppo con delle improbabili camicie a scacchi come era di moda a metà ‘90. Per il resto cambia pochissimo: le canzoni sono identiche tra di loro se non per qualche dettaglio di poco conto (i minutaggi singoli, non a caso, sono molto simili) e i suoni sono quelli classici della band, ovvero retrò e non particolarmente potenti. Ovviamente è sempre bello ascoltare le melodie di Dreamstorm (l’iniziale arpeggio clean è stato convertito in un intro di chitarra elettrica con distorsione), i riff quasi ingenui di Conquerer e il crescendo del ritornello della title-track: le canzoni sono oggettivamente belle e varie, su questo non si discute.

Senza troppi giri di parole, Dragons Of The North XX poteva benissimo essere evitato. Non porta nulla di nuovo o interessante alla carriera degli Einherjer e se c’è da fare un acquisto, beh, questo deve essere l’originale Dragons Of The North del 1996: feeling inimitabile per un cd che ha conquistato la scena e fatto entrare la band nel cuore degli appassionati di viking metal.

Heather Wasteland – Under The Red Wolfish Moon

Heather Wasteland – Under The Red Wolfish Moon

2016 – EP – autoprodotto

VOTO: 7Recensore: Mr. Folk

Formazione: Sergey AR Pavlov: basso a 4 corde – Andrey “SLN” Anikushin: basso a 5 corde – Alexander Vetrogon: basso a 6 corde – Anatoliy Polovnikov: batteria

Tracklist: 1. Tre Sverd – 2. Under The Red Wolfish Moon – 3. Venice (Barocco Veneziano) – 4. Beltane (Intro) / Wicker Man – 5. Under The Red Wolfish Moon (single edit)

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Ci sono tre bassisti, un batterista e… no, non è una barzelletta, ma la line-up dei russi Heather Wasteland. La band, difatti, si distingue da tutte le altre in circolazione per via degli strumenti coinvolti nella creazione di questo EP di debutto dal titolo Under The Red Wolfish Moon: niente voce, chitarre o strumenti folk, solo i massicci bassi a creare tutta la musica, con l’aggiunta della batteria suonata da Polovnikov. Sicuramente un progetto originale e ambizioso, dall’alto rischio fallimento e noia, soprattutto perché ventiquattro minuti di musica strumentale non particolarmente d’impatto sono un biglietto da visita che potrebbe scoraggiare molte persone. Invece, come vedremo, l’EP si rivela essere un prodotto ben fatto, piacevole d’ascoltare e che non stufa con il passare del tempo.

La traccia d’apertura Tre Sverd porta immediatamente l’ascoltatore nel mondo degli Heather Wasteland: sonorità sognanti e vagamente medioevaleggianti incontrano riff heavy e melodie sempre piacevoli e coinvolgenti. Under The Red Wolfish Moon è la canzone di punta dell’EP, molto trascinante sia per l’aspetto melodico che per quello più strettamente metal e strumentale. Venice (Barocco Veneziano) è inizialmente “romantica” per poi proseguire con un inedito gusto molto raffinato. La traccia successiva è Beltane (Intro) / Wicker Man, canzone dal forte accento progressive dettato dalle trame dei bassi e dai ritmi mai stabili del batterista. Chiude l’EP la versione radio edit (in pratica più breve di trenta secondi) della title-track.

Un po’ di folk, un po’ di metal, ma anche avanguardia, ricerca sonora e nessuna paura di lanciarsi in un progetto unico e chiaramente non per tutti i palati. Gli Heather Wasteland riescono a convincere al primo colpo, forse aiutati anche dall’effetto novità e dal breve minutaggio complessivo. Le difficoltà potrebbero arrivare con la scrittura di un album, ma al momento abbiamo sul piatto un EP diverso da tutto il resto in grado di far discutere critica e pubblico, portando un po’ di notorietà alla band. Coraggiosi e bravi.

Intervista: Aexylium

I giovani Æxylium hanno pubblicato nel corso del 2016 l’EP di debutto The Blind Crow, lavoro interessante che convince e soprattutto fa sperare bene per il futuro. Come sempre Mister Folk vuole dare voce a quell’underground di valore ma non troppo pubblicizzato, da qui la decisione di scambiare alcune battute con il cordiale chitarrista Fabio: curiosi di entrare nel mondo degli Æxylium?

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Perché avete scelto il nome Æxylium e come è nato il gruppo?

La band è nata da un’idea di Matteo e Roberto, rispettivamente batterista e chitarrista/polistrumentista del gruppo, che volevano iniziare un nuovo progetto musicale diverso da quelli avuti in passato. Il nome invece è stato scelto mettendo insieme le varie proposte di chi si unì alla band nei mesi successivi, ovvero i primi cinque componenti. “Æxylium” prende spunto dalla parola latina “exilium” e nel nostro immaginario si riferisce a un vecchio luogo segreto nel quale venivano deportati i più malfamati prigionieri e criminali, lontani dalle loro terre senza poter farne ritorno, una sorta di esilio appunto.

Il vostro primo EP è uscito da poco tempo, quali sono i feedback finora ricevuti?

Sicuramente positivi; quest’estate abbiamo suonato anche in alcuni festival folk/celtici di una certa importanza, tra cui quelli di Malpaga e Druidia, e quindi ci sembrava doveroso arrivare con una sorta di biglietto da visita per chi ancora non ci conoscesse, ecco quindi uno dei motivi che ci hanno spinto a registrare l’EP The Blind Crow. Generalmente chi l’ha ascoltato ci ha lasciato un parere positivo sapendo che siamo una new entry in questo ambiente musicale, e quindi ci ha fatto piacere e ci ha spinto a credere nelle nostre capacità.

Trovo le canzoni interessanti e per niente scontate, soprattutto se si pensa che siete alla prima registrazione. Come si è svolto il lavoro di scrittura e quali sono i vostri obiettivi?

Black Flag (la seconda traccia) è la nostra prima composizione, scritta quando ancora non avevamo nessuno degli strumenti tradizionali. Con l’ingresso degli altri componenti è stata arricchita e migliorata; devo dire da quel momento c’è stato un salto notevole a livello compositivo perché con tanti strumenti si aprono molte possibilità e giocare con le armonie risulta un piacere. Per quanto mi riguarda adoro comporre musica e solitamente (ma non sempre) le canzoni nascono da qualche mia idea per poi essere riadattate o adeguate in sala prove tutti assieme, ed è così che sono nate le altre due tracce dell’EP.

L’EP contiene tre canzoni abbastanza varie e diverse tra di loro, una cosa di certo non frequente. Le avete “selezionate” appositamente, oppure nel vostro repertorio vi piace spaziare più possibile?

Entrambe le cose direi: le abbiamo scelte sì per la loro diversità, volevamo infatti mostrare che non amiamo focalizzarci eccessivamente su un unico filone musicale, ma anche le altre canzoni che proponiamo nei live non seguono un solo stile. Ovviamente sappiamo bene che esagerare può rischiare di etichettarti come band senza una reale identità, ma con la giusta attenzione in fase compositiva credo che possa uscirne qualcosa di sicuramente apprezzabile dalla gente; diciamo che non ci piace imporci troppi limiti in questo senso.

Nel promo digitale non erano presenti i testi delle canzoni: di cosa parlano e ci sono dei musicisti/scrittori/situazioni di vita che li ispirano?

Per quanto riguarda la canzone The Blind Crow ci siamo ispirati alla mitologia nordica, narrando una storia di un’anima intrappolata nel corpo di un corvo cieco che vaga senza riuscire a raggiungere la Valhalla. Le altre due tracce toccano temi più spensierati, in particolar modo Revive The Village, che narra della gioia delle persone in un giorno di festa al villaggio.

Quali sono le vostre influenze musicali? Vi sentite influenzati anche da fattori extramusicali come la letteratura, la natura o la società?

Veniamo tutti da esperienze musicali molto diverse alle nostre spalle; tra i vari componenti c’è chi in passato suonava metal, chi punk, e chi suona e tuttora studia musica classica. Poi man mano che il progetto prendeva forma, ci siamo lasciati ispirare dalle grandi band del nostro settore, quali Eluveitie, Alestorm e Korpiklaani. Per quanto riguarda i testi invece generalmente ci ispiriamo alla mitologia norrena e celtica.

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Nelle canzoni gli strumenti tradizionali ricoprono un ruolo veramente importante. Quali sono le influenze a tal proposito?

Sin dall’ inizio eravamo concordi ad avere almeno due strumenti tradizionali nella formazione, perché riteniamo che siano fondamentali per evidenziare il lato “folk” della nostra musica; anche ascoltando le tracce si può notare infatti che ricoprono un ruolo di primaria importanza. Dopo l’ingresso di Gabriele (flauto) e di Federico (violino) si è aggiunto anche Stefano, il nostro tastierista, e da quel momento abbiamo potuto creare ulteriori armonizzazioni con gli strumenti tradizionali, rendendoli l’anima delle nostre canzoni.

Ho letto qualche mugugno riguardo la copertina e la registrazione. Cosa potete dire a riguardo?

Al giorno d’oggi registrare un album fatto come si deve costa davvero molto, e in Italia il nostro ambiente musicale (ma anche il metal in generale) si sa che non costituisce un grande business. Per questo abbiamo scelto di autoprodurre questo EP con sole tre tracce con le nostre forze e senza troppe pretese, per presentarci a un pubblico che di fatto ancora non ci conosceva; per questi motivi credo che sia comprensibile il fatto che per una band esordiente non è facile esordire con una registrazione di eccellente qualità, ma che sia invece importante valutarne principalmente il contenuto, che poi può piacere o non piacere, ovviamente. Ora ci concentreremo al meglio delle nostre possibilità su quello che sarà il nostro futuro album completo, che è anche il nostro grande obiettivo al momento.

Avete fatto alcuni concerti nell’estate appena passata: come sono stati e cosa avete imparato in queste occasioni?

Sono state esperienze bellissime ed importanti per noi perché ci hanno insegnato a migliorare come gruppo. Ci ha inoltre fatto piacere essere definititi come “piacevoli sorprese” in certe occasioni e siamo molto contenti del fatto che a volte il pubblico ci abbia chiesto di ripetere nuovamente una delle canzoni e che alcuni di loro siano saliti con noi a cantare sul palco. Cerchiamo sempre di migliorare e suonare è il miglior modo che ha una band per crescere; speriamo che un giorno le persone che erano sotto il palco possano cantare qualcuna delle nostre canzoni!

Ho visto che sul palco proponete la sigla de Il Trono Di Spade. Siete tutti appassionati di Martin e/o della serie tv? Avete ascoltato le numerose versioni in circolazione, compresa quella degli spagnoli Incursed presente nel loro EP Beer Bloodbath?

Solo un paio di noi non seguono “Il Trono di Spade” e per questo vengono continuamente punzecchiati! Siamo legati alla serie tv e suonare la sigla all’inizio di ogni concerto fa sempre il suo bell’effetto. Sappiamo che ne sono state fatte molte versioni, noi abbiamo scelto di mantenerla abbastanza fedele all’ originale; non conoscevo quella degli Incursed, quindi ne ho approfittato per ascoltarla e devo dire che la trovo molto originale!

Dopo questo cd di tre brani cosa dobbiamo aspettarci? State lavorando a nuovi brani? In caso, ci saranno delle novità nel vostro sound?

Sì, come ti ho accennato stiamo lavorando per completare la fase di scrittura degli ultimi brani dell’album completo che abbiamo intenzione di registrare il prossimo anno. I temi saranno vari: ci saranno canzoni “heavy” più spinte alternate ad altre invece più “ballabili”, proprio perché ci piace sia scrivere canzoni belle da ascoltare, sia avere brani che spingano le persone a saltare e divertirsi durante i nostri live.

Siamo al termine dell’intervista, avete tutto lo spazio che volete per dire qualsiasi cosa!

Tutti e otto gli Æxylium vogliono ringraziare Mister Folk per il supporto e la possibilità di dar voce anche a band esordienti come la nostra e speriamo di poter incontrare qualcuno degli appassionati di questo portale ai nostri prossimi concerti!

Svartsot – Vældet

Svartsot – Vældet

2015 – full-length – Nail Records

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Thor Bager: voce – Cris Frederiksen: chitarra, mandolino – Michael Alm: chitarra, voce – James Atkin: basso – Frederik Uglebjerg: batteria – Hans-Jørgen Martinus Hansen: whistle, cornamusa

Scaletta: 1. Midsommer – 2. Urtekonen – 3. Kilden – I Marker og i Lunde – 4. Allerkæresten Min – 5. Moder Hyld – 6. Markedstid – 7. I Mørkets Skær – 8. Ved Vældets Vande

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La carriera dei danesi Svartsot è in rapido declino. Partiti anni fa con due ottimi demo (Svundne Tider e Tvende Ravne rispettivamente del 2006 e 2007), firmano un contratto con la storica Napalm Records, etichetta che li fa esordire con il buon Ravnenes Saga, seguito dall’altrettanto riuscito Mulmets Viser del 2010. Un uno-due che sembrava essere l’inizio dell’ascesa della band nell’olimpo del folk metal, ma diversi cambi di line-up e forse una pressione non facile da gestire, hanno portato la formazione di Randers a pubblicare il mezzo passo falso Maledictis Era, un lavoro cupo (per scelta, visto il tema trattato) e privo di quel brio che rendeva i primi lavori accattivanti e orecchiabili nonostante le chitarre a volte amonamarthiane e il vocione growl che conduceva le danze. Il nuovo Vældet segna un passo in avanti rispetto al fiacco disco del 2011, ma non incanta come Ravnenes Saga per la mancanza di quella melodia di tin whistle (strumento che da sempre li caratterizza) in grado di rimanere in testa per giorni dopo averla ascoltata. Le canzoni, in generale, sono prive di mordente, anche se alcune di queste suonano bene e convincenti. E se il gruppo è “retrocesso” dalla potente Napalm Records alla Nail Records (Dalriada, Niburta, Kylfingar), volenterosa ma di ben minori capacità, vuol dire che in loro non ci crede più nemmeno chi li ha scoperti.

Vældet è un cd contenente otto canzoni per un totale di quarantasei minuti. L’inizio è buono: chitarre acustiche e riff robusti, insieme agli strumenti tradizionali, sorreggono Midsommer, mid-tempo gradevole nel quale qualche breve accelerazione e l’intrecciarsi delle chitarre nella parte finale di canzone non fanno altro che stupire in positivo. Urtekonen è introdotta dalla voce poco gentile del cantante Thor Bager. Gli Svartsot mostrano la volontà di cambiare alcune cose nel proprio sound, cercando di variare le proprie composizioni senza snaturare la musica, un merito che va riconosciuto alla band. La terza traccia, Kilden, è probabilmente la migliore del lotto e vede la partecipazione di Nenna Barslev, voce dei connazionali Huldre. Melodie azzeccate, cori maschili e chitarre quadrate fanno in modo che il pezzo scorra bene e rimanga impresso in mente. Allerkæresten Min vede inizialmente la presenza della voce pulita ed è, per certi versi, la più vicina, stilisticamente parlando, a quanto fatto nei primi dischi. La ritmata Allerkæresten Min, con tanto di chitarre simil Iron Maiden, è diretta, divertente, senza tanti fronzoli ma anche un po’ ripetitiva e arrivare al sesto minuto non è cosa semplicissima. Il momento non troppo ispirato prosegue con Moder Hyld, un pezzo che vede giri di chitarra e melodie già ascoltate non si sa quante volte per un numero esagerato di volte. La sesta traccia, Markedstid, è simile alla precedente, ma più ispirata e meno ripetitiva: si parla della classica canzone degli Svartsot, con tutte le caratteristiche che hanno reso famoso il gruppo di Randers. I Mørkets Skær è uno strano brano strumentale da oltre quattro minuti e mezzo; vista la struttura viene da pensare che I Mørkets Skær sia una canzone normale alla quale è stata tolta (o mai aggiunta) la voce del cantante. La conclusione di Vældet arriva con la discreta Ved Vældets Vande. Il tin whistle e la voce della Barslev sono una sicurezza, mentre fa piacere ascoltare i fraseggi di chitarra della coppia Frederiksen/Alm.

Il problema di Vældet è la discontinuità: dopo i primi tre brani c’è un crollo qualitativo parzialmente recuperato con l’ultimo pezzo in scaletta. La scelta di utilizzare una canzone potenzialmente normale come strumentale è insensato e non può certo bastare il dato positivo della produzione di Lasse Lambart (Alestorm, Gloryhammer, Lagerstein oltre ai primi due LP degli Svartsot), assolutamente potente, per cambiare le sorti del disco.

Vældet è un discreto album di extreme folk metal, da ascoltare qualche volta prima di metterlo via a favore di qualcosa maggiormente entusiasmante. Triste dirlo, ma gli Svartsot sembrano non essere in grado di riprendersi, forse destinati all’anonimato dopo aver creduto (e fatto credere) di poter spiccare il volo qualche anno fa.