Infinitas – Skylla

Infinitas – Skylla

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea Böll: voce, percussioni – Selv Martone: chitarra – Piri Betschart: batteria, clarinetto – Irina Melnikova: violino

Tracklist: 1. Skylla – 2. Conclusio – 3. Samael (acoustic) – 4. Leprechaun

A un anno esatto dalla pubblicazione di Civitas Interitus, gli svizzeri Infinitas tornano sul mercato con un nuovo prodotto: questa volta si tratta di un EP di quattro pezzi per tredici minuti di durata intitolato Skylla e disponibile unicamente in formato digitale. Il disco è un’appendice del precedente cd, ma anche l’occasione per presentare la nuova formazione (fuori il bassista Pauli, non rimpiazzato, e la violinista Laura Kalchofner sostituita da Irina Melnikova) al lavoro. Nonostante non sia prevista la versione fisica, Skylla ha lo stesso il booklet con i testi e le informazioni tecniche su registrazioni e musicisti, nonché una mappa utilissima per orientarsi nel mondo creato dagli Infinitas.

La prima traccia è la title-track, canzone già nota in quanto contenuta in Civitas Interitus: stessa identica versione ma tagliata nella coda, ovvero due minuti acustici tra note e rumori; chitarre maideniane, ritornello orecchiabile e le melodie seducenti di violino sono gli ingredienti di questa canzone. Segue Conclusio: pianoforte/violino riprendono le melodie di Skylla e le impregnano di malinconia, uno strumentale breve quanto intenso. Anche il brano Samael fa parte del full-length del 2017, ma la versione di questo EP è acustica. Alcune parti sono state leggermente ri-arrangiate e il risultato è molto gradevole sia per l’ottimo lavoro di squadra che per l’interpretazione potente della cantante Andrea Böll. L’ultima traccia del dischetto è Lepechaun, un pezzo irish folk strumentale (è presente anche il clarinetto, strumento inusuale nel folk metal) dal ritmo gioviale che invita a ballare e divertirsi. Un bel contrasto (voluto) con il testo di Skylla (nome preso da un mostro della mitologia greca), nel quale si tratta l’argomento dell’elaborazione della morte e della possibile conseguente depressione.

Skylla è un EP digitale che non presenta novità o anticipazioni degli Infinitas che saranno, ma è comunque buono per chi già apprezza la band e per chi, magari sedotto dal ritornello catchy della title-track, si avvicina alle sonorità della band di Muotathal.

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Intervista: Davide Truzzi (IronFolks)

Il 2 giugno è una data da segnare sul calendario. No, non perché è la festa della Repubblica, ma perché al Circolo Colony di Brescia si svolgerà l’atteso IronFest – Shiny and Chrome degli amici di IronFolks. Il classico festival del nord Italia con una manciata di gruppi e qualche banchetto del merchandise? Sbagliato. L’IronFest sarà un evento diverso da tutti gli altri: alla musica squisitamente originale si aggiungono una gran quantità di muscle car americane come non se ne vedono nemmeno nei più coatti film d’oltreoceano. Due ottimi motivi per parlarne con l’organizzatore Davide Truzzi, leader di IronFolks e grande conoscitore di letteratura gotica. 

La prima cosa che ti chiedo è: ma chi te lo ha fatto fare di tirar fuori dal nulla un festival/raduno come quello che hai organizzato?

Ogni tanto me lo chiedo anch’io, specialmente in un periodo come questo in cui i festival hanno una mortalità abbastanza alta. Quando sono diventato un membro degli Sharks, poi, una delle prime cose che ho detto suonava più o meno così: “Va bene, almeno qui voglio essere l’ultima ruota del carro: raduni da partecipante e basta, i problemi li lascio agli altri.”

Mentivo.

La cosa singolare, poi, è che le maggiori resistenze non le ho incontrate all’interno del club, da cui mi sarei aspettato qualche mugugno a sentir parlare di death metal, ma dai locali live: quasi tutti i locali che ho contattato, preoccupati dall’idea di fare qualcosa di diverso dal solito, hanno insistito per organizzare un banale raduno di auto con cover band di sottofondo, quindi un qualcosa di ben lontano dalla filosofia della webzine: siamo IronFolks, e quindi pretendiamo solo musica originale e pestata quanto basta. Solo Roby del Circolo Colony ci ha dato il suo appoggio, per il quale non lo ringrazierò mai abbastanza comunque vada.

Conosco la tua passione per i bolidi a quattro ruote, ma l’idea di unire musica heavy metal e auto coatte è per creare un evento diverso da tutti gli altri “tipici” festival musicali?

Esattamente. Caso ha voluto che fossero ormai anni che accarezzavo l’idea di organizzare un festival targato IronFolks, ma per un motivo o per l’altro mi è sempre mancata l’occasione o l’idea per fare qualcosa di davvero “unico”. Frequentando i raduni di auto americane, però, mi sono accorto che molti dei partecipanti hanno un’anima Rock semi addormentata che deve accontentarsi, quando va bene, di una cover band Motorhead o ZZ Top. C’era del potenziale nascosto su cui scommettere, e quindi mi sono rimboccato le maniche. L’idea dell’IronFest è quella di unire due tipi di appassionati, metalhead e petrolhead, che difficilmente hanno occasione di trovarsi assieme. I primi potranno conoscere il mondo degli appassionati di muscle car e vedere auto per le quali normalmente si deve pagare il biglietto di una fiera, i secondi trovare qualcosa di più energico e divertente del solito raduno statico in cui, dopo qualche ora, si finisce immancabilmente a tagliare salame e giocare a briscola.

Secondo quali criteri hai scelto le band che si esibiranno la sera del 2 giugno? Cosa ti aspetti dal festival? Cosa ti ha fatto dire “sì, voglio loro”?

Volevo dare al festival un’identità ben precisa, qualcosa che non si fosse mai visto o quasi, con un climax che spero sarà apprezzato da tutti i partecipanti. Si partirà con l’hard rock motoristico dei Rain (band bolognese dalla storia pluridecennale) e si finirà col death metal degli Ulvedharr, passando per l’heavy metal degli Atavicus. Sono tre gruppi dalle doti live eccezionali che, sono convinto, faranno molto bene insieme. Inoltre, fino al 15 maggio il pubblico potrà scegliere la band di apertura tra Norsemen, DUIR e SuperNaugthy tramite il sondaggio pubblico sulla pagina ufficiale dell’evento. (i bergamaschi NorsemeN hanno vinto e quindi suoneranno sul palco del Colony, ndMF)

I classici tre buoni motivi per non perdere l’Iron Fest!

Presto detto:

  1. Sul palco avremo tre gruppi ormai storici del panorama nazionale, oltre a un’apertura di tutto rispetto (comunque vada il contest). Gli Atavicus, in particolare, non suonano nel nord italia dai tempi del compianto Fosch Fest e so per certo che mancano a molti, specialmente in coppia con gli Ulvedharr. I Rain, poi, sono quanto di meglio possa dare il nostro panorama hard rock. Inoltre l’ingresso sarà gratuito.
  2. Riempiremo il piazzale del Colony con una sfilata di auto a cui io stesso stento a credere, veri pezzi di storia dell’automobilismo americano. Quanto ai mezzi moderni poi, abbiamo alcuni esemplari unici che meritano di essere visti e sentiti.
  3. Sarà l’ultima data del Circolo Colony, che chiuderà definitivamente almeno nella sede attuale. È l’occasione perfetta per dare un addio degno di questo nome ai divanetti color pisello, al soffitto a scacchi e alla fontanella che non ha mai funzionato, e di farlo come tutto era iniziato: con gli Ulvedharr e la musica underground italiana.

Guardandoti indietro, sei soddisfatto di dove è arrivato Iron Folks ad anni di distanza dalla fondazione?

Sono soddisfatto di quel che abbiamo fatto contando i limiti che ci siamo sempre dati (no al metal-gossip, no al clickbait, mai colpi bassi con nessuno), che di fatto ci tagliano un po’ fuori dai “giri che contano”. Sono anche orgoglioso di aver aiutato diversi redattori-wannabe a diventare un po’ meno “wannabe”, e di avere nella squadra gente davvero preparata. Mi dispiace di non essere riuscito ad ottenere più visibilità per esprimere meglio il potenziale della redazione, questo sì, ed è un mio personale punto debole (sono completamente negato lato promozione) su cui conto di impegnarmi per il futuro… per adesso, però, penso solo a far andare bene il festival!

Oltre che un appassionato di musica e di automobili, sei anche un amante della letteratura e hai pubblicato nel 2012 il libro In Nomine Patris: ci parli di questo libro? Stai scrivendo qualcosa di nuovo?

In Nomine Patris è il mio primo romanzo fantastico/horror, uscito per Linee Infinite Edizioni qualche secolo fa e ormai disponibile soltanto in ebook e in un paio di copie cartacee su Amazon e Ebay. Purtroppo, nonostante io mi sia ripromesso di finire di anno in anno il suo seguito, per un motivo o per l’altro non sono mai riuscito nel mio intento… negli ultimi anni gli impegni della vita mi hanno assorbito troppe energie. In compenso il seguito continua ad andare avanti, anche se a ritmo scandalosamente lento, e prima o poi uscirà. Probabilmente in contemporanea col nuovo album dei Tool.

Parlando di horror gotico, la tua grande passione, quali sono a parer tuo i libri e i film che ogni amante o curioso del genere dovrebbe conoscere? Inoltre ti chiedo un libro e un film “poco famosi” che meriterebbero maggiore considerazione.

Sono uno scontato amante di Poe, che per quanto riguarda il Gotico è un’istituzione. Ma consiglierei anche il suo quasi-contemporaneo Ambrose Bierce, (Dovrebbe essere stata ripubblicata di recente una sua raccolta, I Racconti dell’oltretomba), che per qualche motivo sento citare raramente quando si parla di Gotico, forse perché è un autore più famoso per i suoi racconti di guerra. Tra i classici assoluti invece spicca certamente “Il Monaco” di Matthew Gregory Lewis, sia per i temi trattati (ricordando che è un libro scritto prima del 1800) che per la quantità di idee che sarebbero diventate, poi, capisaldi del genere (cripte, sortilegi, fantasmi, follia e corruzione dell’animo).

Quanto ai film, mi sento di consigliare tutto il Gotico Italiano a partire da La maschera del Demonio di Mario Bava, fino ai meno famosi Danza Macabra di Antonio Margheriti (con le superbe Barbara Steele e Margarete Robsahm) e Il castello dei morti vivi di Luciano Ricci e Lorenzo Sabatini. Menzione d’onore per La casa delle finestre che ridono di Pupi Avati, inventore de facto del Gotico Rurale.

Chi avesse voglia di farsi del male, poi, potrebbe tentare La Chute de la Maison Usher, muto del 1928 diretto da Jean Epstein, che considero la miglior trasposizione cinematografica mai fatta delle opere e delle atmosfere di Poe.

Concludiamo parlando dell’Iron Fest. L’idea è quella di far diventare il festival una presenza fissa nell’estate concertistica del nord Italia? Cosa troveranno le persone che verranno al tuo festival?

Se quest’anno tutto andrà come si spera (e in questo la partecipazione del pubblico sarà ovviamente fondamentale) nulla impedirà di organizzare l’IronFest anche il prossimo anno, staremo a vedere ed è presto per fare promesse. Di certo per quest’anno avremo il Circolo Colony, quattro ottime band, auto esotiche e qualche stand con attrazioni assortite, il tutto gratis. Di più non possiamo fare!

Nota a margine: un ringraziamento speciale a Fabrizio per questo spazio e per il continuo supporto. Tornare sulle pagine di Mister Folk è sempre un piacere.

In Nomine Patris, il libro di Davide Truzzi

Nine Treasures – Nine Treasures

Nine Treasures – Nine Treasures

2013 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Askhan: voce, chitarra – Orgil: basso – DingKai: batteria – Wiils: balalaika – Tsog: morin khuur

Tracklist: 1. Intro – 2. 黑心 / Black Heart – 3. 特斯河之赞 / Tes River’s Hymn – 4. Sonsii – 5. 满古斯寓言 / Fable Of Mangas – 6. 骏马赞 / Praise For Fine Horse – 7. 映山红满山坡 / Azalea – 8. 城南游幻 / The Dream About Ancient City – 9. 三岁神童 / Three Years Old Warrior

Dopo un esordio con i botti come Arvan Ald Guulin Hunshoor era difficile ripetersi per i Nine Treasures. La storia musicale è piena di grandi dischi di debutto che non hanno avuto dei successori di pari livello. E invece la band di Pechino non solo tira fuori un gran bel cd, ma lo fa continuando il discorso musicale intrapreso un anno prima con il debutto incorporando, però, delle piccole ma significate novità per il sound finale.

Il disco è marchiato Einheit Produktionen, etichetta tedesca che ha ristampato nel 2017 Nine Treasures rendendolo facilmente reperibile in Europa; il formato è un semplice ma elegante digipak con il libretto di otto pagine con i testi in mongolo (non tradotti in inglese) e tutte le info tecniche su formazione, crediti e contatti.

Dopo i due minuti di Intro, le note di 黑心Black Heart ci sommergono subito con il folk metal tipico dei Nine Treasures fatto di up-tempo, melodie travolgenti e un’orecchiabilità fuori dal comune nonostante una lingua che nel mondo del metal è praticamente sconosciuta. La sei corde di Ashkan è più presente rispetto al passato, ci sono spazi dedicati ai riff di chitarra che quindi non si limita più a creare un tappeto per strumenti folk e melodie, tornando in alcuni frangenti a essere lo strumento principale. Questa novità la troviamo anche nelle successive tracce e dona un po’ di freschezza al sound del gruppo e un’arma in più da potersi giocare quando se ne presenta il bisogno. L’accoppiata che segue è senza dubbio la più famosa della discografia di Ashkan e soci: 特斯河之赞 / Tes River’s Hymn e Sonsii sono i due pezzi più famosi dei Nine Treasures, immancabili in ogni loro live. Si tratta semplicemente di due canzoni a dir poco accattivanti, facilmente memorizzabili e dal grande impatto live anche grazie ai ritornelli e cori, in poche parole i singoli perfetti. 满古斯寓言 / Fable Of Mangas si distingue principalmente per il break strumentale a metà canzone dove è presente un assolo di chitarra piuttosto lungo, cosa molto rara nel mondo del folk metal. I musicisti in questo album provano anche a fare qualcosa di diverso a livello di struttura e 骏马赞 / Praise For Fine Horse è un buon esempio in tal senso. Piccoli stop’n’go e il crescendo che si registra verso la fine della composizione denotano la volontà di non ripetere all’infinito sempre la stessa canzone. Ritmo rock’n’roll e riff diretti sono alla base di Azalea, pezzo che non disdegna rallentamenti e melodie oscure, sicuramente un brano singolare nella discografia dei Nine Treasures. 映山红满山坡 / The Dream About Ancient City è una traccia strumentale, ma pur suonando bene sembra che ci si sia stato un errore nel missaggio finale con l’esclusione delle parti vocali. I brani strumentali sono quasi sempre particolari e diversi da tutti gli altri, con una struttura originale. I musicisti sono maggiormente liberi di creare e osare e infatti la costruzione del ritornello solitamente non è contemplata. The Dream About Ancient City, invece, è costruita con la classica sequenza strofa-bridge-ritornello che si ripete più volte e proprio per questo l’effetto finale non è dei migliori. Il disco è concluso alla grande con 三岁神童 / Three Years Old Warrior, un bel riassunto delle qualità dei Nine Treasures: riff ispirati, goduriose melodie mongole suonate dalla balalaika e dal morin khuur (strumento a corde tipico cinese suonato con l’archetto) e quell’imprevedibilità che rende Nine Treasures un lavoro fresco.

Invece di ripetersi o snaturare il proprio sound i Nine Treasures decidono saggiamente di andare avanti sul sentiero segnato da Arvan Ald Guulin Hunshoor con delle piccole ma gustose novità che permettono loro di realizzare un cd davvero bello e originale pur avendo ben impresso il marchio tipico della band. Sinceramente da un secondo disco non si può chiedere di meglio e per questo motivo Nine Treasures dovrebbe essere nella collezione di dischi di ogni appassionato di folk metal.

Intervista: Myrkgrav

Un’intervista a lungo attesa. Ma nulla rispetto all’attesa vissuta per il successore dell’eccellente debutto Trollskau, Skrømt Og Kølabrenning, arrivato dopo ben dieci anni.  Una chiacchierata sincera e aperta col mastermind Lars Jensen sul nuovo cd Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen, a partire dai testi per arrivare alla ricca grafica, ma anche sul tempo passato tra i due full-length, i suoi problemi di depressione e la (ri)scoperta di una passione: produrre scarpe di qualità. 

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Stefano Zocchi per la traduzione delle domande e risposte.

Ti sarai stancato di parlarne, ma te lo chiedo per tutti i lettori che si sono persi le tue dichiarazioni: quali sono i motivi che ti hanno spinto a concludere il progetto Myrkgrav?

È semplice. Sono passato ad altre cose nella vita – ad essere onesto, è successo ormai da parecchi anni. Non me la sentivo più, cercare di comporre musica era ormai solo una frustrazione e un peso invece di essere qualcosa di divertente e che avesse un significato. Sono uno di quelli che passano da un interesse all’altro nello spazio di qualche anno, e sapevo già molto tempo fa che con Myrkgrav era finita, anche molto prima di concludere Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen. Che alla fine è il motivo per cui ci sono voluti nove anni. Per ora con la musica ho chiuso, anche se spero di tornarci in un modo o nell’altro quando sento il bisogno che chiama. Proprio come mio zio, che si è ritirato all’apice della carriera e ha ripreso sui quaranta e cinquant’anni, e ora va più forte che mai.

Il titolo del tuo ultimo disco è esplicito: quali sono le sensazioni che hai provato mentre lo realizzavi e come ti senti ora che è passato più di un anno dalla sua pubblicazione?

Una parola: Frustrazione con la F maiuscola. La maggior parte della musica era già scritta e registrata nel 2009, ma non riuscivo assolutamente ad arrangiare le parti di voce per la maggior parte delle tracce. Ho ricevuto aiuto da molti amici e colleghi, ma non riuscivo a essere contento di come veniva il cantato. Alla fine mi son detto “chi se ne fotte” e ho rilasciato l’album con un sacco di tracce strumentali che non erano affatto nate con l’intenzione di esserlo. L’album inconcluso era rimasto aggrappato a me come un fantasma del passato per così tanti anni, che è stato un sollievo incredibile rilasciarlo alla fine – anche se non nella forma (e nemmeno col titolo) che avevo in mente all’inizio.

Mi sento ancora abbastanza soddisfatto. Molte canzoni reggono il confronto, che siano le strumentali o le altre. Inoltre amo ancora com’è venuto fuori l’artwork, che anima ogni singolo testo con illustrazioni disegnate a mano. Sì, è un album che non verrà neppure notato da molte persone, ma non mi interessa. Quelli che lo scoprono e a cui piace fan parte di un piccolo club esclusivo, ahah.

Una cosa in particolare mi ha stupito: dalla pubblicazione digitale a quella fisica di Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen è passato un anno: come mai tutto questo tempo se il disco già esisteva?

Ci sono due motivi per questo. Il principale è che nel momento in cui l’album digitale è uscito, avevo pronta solo la copertina di fronte e non avevo ancora nessun piano per una edizione stampata. La versione fisica (e il download digitale di Bandcamp) sono “complete” nel senso che ottieni il pacchetto completo con tutte le illustrazioni e ogni altra cosa. In quel modo si può facilmente ascoltare in streaming per comodità mentre si sfoglia il booklet e le altre cose nel digipak o nella versione di Bandcamp. L’altro motivo è che ci è voluto parecchio tempo prima che le versioni digipak e limited edition fossero stampate. Ci sono stati molti ritardi con la fabbrica, che hanno causato rallentamenti nell’uscita.

Per Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen non credo che siano mancate le proposte discografiche, eppure la versione fisica del disco è uscita per cinese Pest Productions, il che ha sorpreso un po’ tutti. Come mai la scelta è ricaduta su di loro?

Non ho lavorato molto di marketing per l’album e non ho chiesto a nessuna etichetta più grande (tranne una, che però mi richiedeva fin troppo impegno) se volevano rilasciarlo. Quando Pest Productions mi ha contattato era il partner perfetto. Sono completamente no profit, quindi le loro vendite fisiche finanziano nuove stampe e uscite. I Myrkgrav erano relativamente conosciuti nella loro nicchia, quindi è stato un’ottima aggiunta al loro roster e gli ha permesso di continuare a rilasciare magnifici lavori in formati interessanti. Inoltre, l’album è solo “su licenza”, quindi mi spettano le royalty di streaming e download digitale, mentre Pest si prende le entrate che restano dalle vendite fisiche. Ed è tutto esattamente come lo avrei voluto. In un certo senso ci aiutiamo l’un l’altro. In realtà speriamo che il digipak possa aiutare a finanziare una versione in vinile, anche se le vendite non sono state entusiasmanti e non son sicuro che succederà. E se stai leggendo questa intervista e ancora non possiedi il digipak… sai cosa fare. Sospetto anche che parecchia gente pensi che il progetto Myrkgrav sia più conosciuto di quanto in realtà sia. Non ci sono molte etichette che vogliano rischiare rilasciando l’album di un progetto che è rimasto in silenzio radio fin da un debutto che, per quanto successo abbia avuto, è stato più di dieci anni fa. È una mossa molto rischiosa dal punto di vista finanziario.

L’aspetto visivo del disco è molto importante per te, lo si capisce dal corposo booklet: 20 pagine piene di bellissime illustrazioni, i testi tradotti in inglese e tutto quello che c’è da sapere sulle canzoni. Le illustrazioni, in particolare, mi hanno colpito profondamente: alcune sembrano riprendere lo spirito di Kittelsen per poi ri-adattarlo nelle tue storie, sei d’accordo?

Sono felice che apprezzi il sangue, sudore e lacrime che sono stati versati nelle illustrazioni! La persona che ha fatto l’illustrazione di Vonde Auer (singolo digitale pubblicato nel 2014, ndMF) e che mi ha ritratto in realtà avrebbe dovuto illustrare anche il resto dei testi, ma è scomparsa nel nulla e ho dovuto assumere Eremitt per farle. Non ho rimpianti però, ha fatto un lavoro perfetto. È una specie di punto d’incontro tra lo stile di Kittelsen e quello di Kjell Aukrust, era esattamente quello che cercavo. Aukrust ha illustrato uno dei libri di storia locale che ho usato come fonte d’ispirazione per i testi, ed è (era) anche uno dei più amati illustratori norvegesi, quindi ho cercato di fare quello che potevo per onorare la sua memoria e il suo stile. La copertina (e l’immagine dietro al CD) è un po’ diversa, visto che è vagamente basata su scene reali / dipinti, e mostra le abilità del terzo artista che ho diretto per realizzare l’artwork – che sarebbe Fanny, mia moglie.

Puoi raccontarci la nascita e il lavoro che hai svolto sui testi? Ce ne sono alcuni ai quali sei più legato e dei quali sei particolarmente soddisfatto?

A parte Skjøn Jomfru, che è una ballata medievale, tutti i testi sono basati sulla storia locale e sul folklore della regione norvegese da cui provengo. Selezionare una storia che sia perfetta per l’atmosfera di una certa canzone è sempre stato un elemento essenziale. Personalmente ho un debole per Vonde Auer e Soterudsvarten, per quell’elemento di umorismo vagamente macabro che le distingue. La maggior parte dei testi parlano delle difficoltà della vita di ogni giorno mischiate ad alcuni elementi sovrannaturali. Riflette molto bene il periodo in cui sono basate, una cosa che è sempre stata il mio obiettivo principale. Niente battaglie epiche tra guerrieri leggendari, piuttosto risse tra giovani. Nessun mostro della mitologia, piuttosto persone pronte a mettersi nei guai. È una cosa molto più terra-terra e qualcosa con cui ci si può identificare rispetto a quello che trovi di solito nel genere. È il tipo di contributo che voglio dare a qualcosa che di solito è più “epico”. Un senso di realismo (magico e curioso), invece di farsi le seghe sulle fiabe. [NdR: non è una licenza poetica, ho tradotto letteralmente quello che ha detto]

Sono uno dei 50 possessori del box limitato, ti chiedo perché la scatola è stata fatta in cartone (con un adesivo attaccato sopra) invece di una più bella in legno (sicuramente più costosa, ma di ben altro effetto estetico). Ho molto apprezzato, invece, le due foto nella confezione, mi hanno dato una sensazione di serenità e libertà: è così che ti senti?

Come ho detto prima, Pest Productions è un’etichetta no profit, quindi ci sono limiti riguardo a cosa si può produrre. In realtà sono molto orgoglioso di quello che sono riusciti a fare con la limited edition lavorando con un budget così basso. Certo, i colori delle foto potevano essere più accesi, il box avrebbe potuto avere il logo dei Myrkgrav stampato invece che incollato. Ma alla fine, per me sono riusciti a realizzare un piccolo gioiello. Non ero nemmeno sicuro all’inizio se volevo fare un’edizione limitata così, ma sono riusciti loro a convincermi – loro hanno ascoltato le mie idee e io ho ascoltato le loro; e il prodotto finale è sia un lavoro di compromesso che di amore. Proprio come avrebbe dovuto essere.

Ascoltando la tua musica penso sempre una cosa: i Myrkgrav non hanno raccolto quanto seminato. Parliamoci chiaramente, il debutto Trollskau, Skrømt Og Kølabrenning (2006) è considerato da molti un capolavoro, ma dopo la release per tanti anni non sono usciti dischi o EP e forse questo ha “ucciso” il nome che eri riuscito a costruirti. Hai forse qualche rimpianto di quel che poteva essere e non è stato?

Non è esattamente corretto che non ci sono stati EP, li ho solo rilasciati indipendentemente visto che non mi interessava tirar dentro etichette e contratti dopo l’esperienza non proprio ottima col primo contratto per il disco. L’eccezione è lo split in vinile Sjuguttmyra/Ferden Går Videre da 7 pollici che ho condiviso coi Voluspaa, che ovviamente è sul mercato solamente in formato fisico. Credo che la differenza principale sia che quando stavo facendo Trollskau, Skrømt Og Kølabrenning ero giovane e con molta ispirazione e avevo tutto il tempo che volevo per concentrarmi sui Myrkgrav. Ho fatto un sacco di promozione prima di rilasciare l’album, ma tutti gli EP, singoli e qualunque altra cosa che ho prodotto dopo di quello sono stati rilasciati “in silenzio” e senza mettersi a promuoverli molto.

In realtà, quello che ha causato il mio crollo come artista è stata la malattia mentale. Ho sempre combattuto e combatto ancora con ansia e depressione, che nel mio caso uccidono l’ispirazione invece di dargli una spinta. La musica per me ha un’origine molto positiva, ma quando non ho avuto più emozioni positive, non sono più nemmeno stato in grado di fare musica. Uno dei periodi più orribili della mia vita ha coinciso con il periodo dopo il rilascio del primo album, e mi ha reso impossibile continuare con lo stesso entusiasmo e la stessa energia di prima – è questo il motivo del lungo silenzio prima di riuscire a piazzare Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen farvel sugli scaffali.

Ho dei rimorsi? Ovviamente. Ma sono felice di dove mi trovo ora con la mia vita, indipendentemente dai Myrkgrav, e non cambierei per niente al mondo. Non mi sono mai considerato un grande artista, solo un tizio qualunque a cui è capitata tra le mani una formula che funzionava bene. Quindi non mi ha mai causato molto dispiacere che non sono rimasto “famoso”, se proprio vogliamo metterla così. Ho sempre scritto musica per il gusto di farlo. Se poi piaceva anche ad altri, è solo una cosa in più. Myrkgrav non è mai stata una band che aveva intenzione di avere successo, o di avere un grande seguito. È solo l’umile creazione di un singolo individuo a cui piaceva giocare coi generi e comporre musica senza nessuna conoscenza di teoria. Solo un sacco di passione.

Pur essendo i Myrkgrav una band underground, non sono mai mancati attestati di stima e complimenti di ogni genere. Però deve essere stata una gran sorpresa scoprire che una persona in Belgio ha chiamato il proprio figlio Lars in onore della tua musica. Cosa provi quando pensi a situazioni come questa?

L’amore e l’apprezzamento che ho ricevuto dal piccolo ma carico gruppo di seguaci che ho avuto è stato incredibile. Anche se ormai molti sono scesi dal treno dei Myrkgrav, un manipolo di gente entusiasta rimane. Sospetto che sarà soprattutto per loro che Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen avrà un certo peso. Non credo che conquisterò nuovi fan con un album rilasciato così tanti anni dopo il primo.

Per quel che riguarda avere un bambino con il mio nome che non è mio, è stata una cosa che mi ha davvero scaldato il cuore. Non intendo avere figli, visto che io e mia moglie ci siamo dedicati a una vita senza figli. Ma un frammento del mio nome e della mia eredità vivrà in qualcun altro. Pensando che un giorno questo Lars il Belga racconterà la – probabilmente un po’ imbarazzante – storia di come il suo nome gli è stato dato in onore di un oscuro musicista folk metal è insieme sia davvero divertente che un grande, grandissimo onore.

Hai recentemente collaborato con la band Norrsintt, come è nata la cosa e cosa puoi dirci riguardo questo lavoro?

Che sarà un inno folk metal assolutamente epico come non ce ne sono quasi stai finora, questa è la prima cosa che ti posso dire. Non grazie al mio contributo, ma perché la musica è semplicemente incredibile in se stessa. Non avrei partecipato se non ci avessi creduto. Per approfondire, io e Mathias degli Utmarken e dei Norrsinnt siamo in contatto da molto tempo, chiacchieriamo un po’ di tutto. È un tipo fantastico, un mio buon amico, e siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Ho menzionato tempo fa che se mai avesse voluto un cantante ospite su qualunque suo progetto a me avrebbe fatto piacere partecipare. La prima volta che mi ha contattato per parlare di una canzone aveva in mano solo qualche riff, ma ho capito subito che sarebbe stato qualcosa di incredibile. Normalmente avrei rifiutato, perché ormai oggi non ho più nemmeno uno spazio per registrare. Viviamo in un minuscolo appartamento in un condominio pieno di vicini, e ho deciso allora di andare dai miei suoceri e tirar su uno studio di registrazione improvvisato nel vecchio ufficio del padre di mia moglie, e ho registrato la voce in un fine settimana la scorsa estate. È stato davvero divertente lavorare a un progetto in cui non sono il capo e dovevo solo fare la mia parte. Molto meno stressante di essere il responsabile di tutto quello che succede, che è quello che è sempre stata la situazione con i Myrkgrav.

Segui ancora la scena folk metal e le nuove band oppure hai perso interesse verso queste sonorità? Cosa ascolti ultimamente e ti va di consigliare un disco (di qualunque genere) che ami particolarmente?

No, non seguo più nessun genere ormai. Suppongo che sia un po’ strano che un musicista non ascolti molta musica, ma per me è più piacevole ascoltare il silenzio e mantenere un po’ di quiete attorno a me. Ovviamente ci sono gruppi che ascolto regolarmente, anche se non seguo la loro carriera con attenzione. Gente come Leprous, Dunderbeist, Horisont e The Tallest Man On Earth. Band e artisti molto diversi tra loro. Il comune denominatore è che secondo me la loro musica è molto onesta e viene dritta dal cuore, senza tanti trucchi. Ho un debole per queste cose.

Ho letto con grande curiosità e interesse di come ti sei appassionato alla produzione delle scarpe. Ti va di raccontarlo ai lettori di Mister Folk?

Assolutamente. Per molto tempo mi sono chiesto come sarebbe stato farsi un paio di scarpe da solo. Il mio bis-bisnonno era un ciabattino e calzolaio nel villaggio da cui provengo, il suo nome era Karl Johan Østmo. Qualche estate fa, mentre ero a casa in vacanza, ho trovato un po’ di suoi vecchi attrezzi in quello che era stato il suo laboratorio. È stata la scintilla che ha acceso la fiamma della produzione di scarpe e scarponi tradizionali. Ho imparato da autodidatta, nello stesso modo in cui ho imparato a far musica, ma ora che lo sto facendo da qualche anno sono riuscito a imparare un sacco e ho una certa reputazione nella piccola nicchia delle scarpe di alta qualità. Come con tutto quello che faccio, seguire le tradizioni e i costumi locali è una cosa che mi porta molta soddisfazione. Ovviamente, quindi, ho chiamato la mia compagnia Østmo Bootmaker in onore del mio bis-bisnonno e ho creato scarpe e stivali che si basano su pezzi vintage scandinavi. A differenza della musica, però, fare scarpe mi dà da vivere con un ritmo e un dispendio di energie che non mi stressa troppo. Presto io e mia moglie torneremo in Norvegia, e potrò avere un laboratorio ancora più grande della camera da letto del nostro appartamento, ahah! Il futuro è eccitante! Se qualcuno fosse interessato a seguire il mio viaggio nel mondo del calzolame può seguirmi su Instagram.

Cosa fa Lars Jensen ora che ha messo da parte gli strumenti musicali (oltre a produrre scarpe)? Che tipo di musica ti piace ascoltare?

A essere onesto, quasi nulla. Sono un’amante della calma e del silenzio e prendo le cose col ritmo che preferisco. Ho studiato folklore ed etnologia all’università Åbo Akademi di Turku, in Finlandia, negli scorsi quattro anni. Però il carico di lavoro era davvero troppo e stava iniziando a causarmi problemi di salute, quindi ho deciso di interrompere gli studi finché non mi sentirò meglio. L’unica cosa che mi manca è scrivere la tesi e finire qualche esame, e poi ho concluso. Ma probabilmente ci vorranno altri nove anni – proprio nello stesso modo in cui è finita coi Myrkgrav. 😉

Lars, ti ringrazio per la disponibilità e per la bellissima musica che lasci alla storia. Vuoi salutare i tuoi fan italiani?

Grazie per avermi ospitato, è sempre un piacere partecipare a un’intervista con qualcuno che sa il fatto suo e fa domande rilevanti! Non credo che sia giunto il momento di un addio, però. Solo un… arrivederci! Che sia coi Myrkgrav o con qualcosa di completamente nuovo, il futuro è una porta aperta.

ENGLISH VERSION:

You’re probably tired of talking about it, but this is for all our readers that missed your statements: what are the reasons that pushed you to end Myrkgrav?

It’s pretty simple. I have just moved on in life – in all fairness that happened many years ago already. I’m just not feeling it anymore and trying to compose music just became frustrating and a burden rather than something enjoyable and meaningful. I’m one of those people who tend to jump from interest to interest with a few years in-between, and I actually knew a long time ago that Myrkgrav was done way before the Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen album was ever finished. Which is also why it took nine years to finish it. For now I am done with music, although I hope to return in some form or another when I feel that calling. Just like my uncle, who quit at the height of his career and then took it back up in his late 40s and 50s and is going stronger than ever now.

The title of your latest album is pretty explicit: what were the feelings you had while recording it and how do you feel now, one year after its release?

One word: Frustration with a capital F. Most of the music was already composed and recorded by 2009, but I could not for the life of me get vocals arranged for most of the tracks. I had help from several friends and colleagues, but was still not happy with how the vocal arrangements turned out. So I decided to say “fuck it” and release the album with several instrumentals that were never intended to be instrumentals. The unfinished album hung over me like some ghost of the past for so many years, and it was such a relief to finally release it – even if it wasn’t in the form (or even with the title) I had planned.

I still feel pretty good about it. Many of the songs hold their own, whether it be the instrumentals or the other songs. I also love how the artwork turned out, which each and every lyric illustrated with hand-drawn illustrations. It’s an album that will fly under the radar of a lot of people, but I don’t care. Those who find it and like it are part of a small special club, haha.

I’ve noticed a particular detail: the digital and physical release of Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen are separated by about one year. Why so long, since the album was already there?

There are two reasons for this. The main one being that I only had the front cover artwork ready by the time the album was released digitally and no real plans to have it pressed at that point. The physical (and Bandcamp digital download) versions are “complete” in the sense that you get the full package with all the artwork, bells and whistles. That way people can easily stream the album for pure convenience while they still look through the booklet and such from the digipak or Bandcamp versions while they listen. The second reason is that it took a long time to have the digipak and limited box edition printed. There were several delays from the factory, which lead to it being out later than expected.

I don’t suppose there was a lack of interest by labels for Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen, and yet you decided to publish it with the Chinese Pest Productions, something that came as a surprise to almost everyone. Why did you go with them?

I didn’t market the new album much and didn’t ask any bigger labels (except one that wanted way too much of me) if they wanted to release it. When Pest Productions contacted me it was a perfect match. They operate completely non-profit, so all their physical sales fund new releases and pressings. Myrkgrav being relatively well-known in its small niche was a nice addition to their roster so they could continue to do great releases in interesting formats. The Myrkgrav release is also only “licensed”, so I get the royalties from streaming and digital downloads for myself, while Pest gets the remaining cash from physical sales. I wouldn’t have it any other way. We both help each other in a way. Actually we hope the digipak release will help fund a vinyl version of the album, although sales haven’t been that great and I’m not sure if it’ll happen. If you’re reading this and not yet own the digipak… you know what to do.

I also suspect many people think Myrkgrav is more famous than it actually is. Not a lot of labels want to risk releasing the album of a project that has maintained relative radio silence since a successful debut more than 10 years ago. It’s a risky business move.

It’s evident that the aesthetic side of the album is very relevant to you, as we can tell from the hefty booklet: 20 pages full of wonderful artworks, lyrics translated to English and everything one needs to know about the songs. The artworks in particular are particularly striking: some take Kittelsen’s spirit and re-adapt it to your stories, would you agree?

I am happy you appreciate the blood, sweat and tears put into the artwork! The person who did the Vonde Auer illustration as well as the drawing of me was actually supposed to illustrate the other lyrics as well, but he dropped off the face of the earth and I had to hire Eremitt to do them instead. No regrets though, they nailed it. It’s sort of a fusion between Kittelsen and Kjell Aukrust’s styles, which is exactly what I was going for. Aukrust illustrated one of the local history books I’ve used for inspiration for many lyrics and he is (was) also one of the more loved and cherished Norwegian illustrators, so I wanted to do what I could to honor his memory and style. The front cover (and the panel behind the CD) is a little different as it is loosely based on real scenes/paintings, and features the third artist I used to create the artwork – namely my wife Fanny.

Can you tell us about your work on the lyrics and how they were born? Do you feel a stronger bond with any of them, or is there anything you feel particularly proud of?

The lyrics are all (except Skjøn Jomfru which is a medieval ballad) based on local history and folklore from my home region in Norway. Selecting a story that fits the atmosphere of a particular song has always been a key element. I am partial to Vonde Auer and Soterudsvarten myself, as they have that slightly morbid humor working for them. Most of the lyrics deal with everyday hardship mixed with some supernatural elements. This reflects the time period they stem from pretty well, which has always been my main goal. No epic battles between warriors – rather quarrels between youngsters. No mythical monsters – rather people who are up to no good. It’s more down to earth and relatable than what you typically find in this genre. That is my contribution to a genre that is usually more “epic”. A sense of (curious and mystical) realism rather than pure fairy tale wanking.

I’m one of the 50 owners of the limited edition boxes, so I’m compelled to ask: why is the box made of cardboard rather than wood, which is more expensive but undeniably more aesthetically attractive? I appreciated a lot the two pictures included, they gave a feeling of calmness and freedom; is this how you feel?

Like I mentioned earlier, Pest Productions is a non-profit label, and so there are limits as to what is possible to release. I’m actually very proud of what they managed to make of he limited edition box on a low budget. Sure, the colors on the post cards could have been more vivid, the box could have had the Myrkgrav shield printed on it instead of using a sticker. But all in all, it’s a very cool little package they managed to put together. I wasn’t even sure at first if I wanted to do a limited release like that, but they talked me into it – they listened to my ideas and I listened to theirs: and the end product is a work of both compromise and love. Just the way it’s supposed to be.

The main thing I think about when I listen to your music is that Myrkgrav didn’t reap what they sowed. Let’s be frank: Trollskau, Skrømt Og Kølabrenning, your debut, is considered by many to be a masterpiece, but after that release there weren’t any more albums or EPs, and perhaps that “killed” the fame you managed to attain. Do you have any regret for what it could have all been?

While it isn’t completely true that there were no more EPs, they were released independently since I wasn’t interested in involving labels and contracts anymore after the suboptimal experience with my first record deal. The exception is the Sjuguttmyra/Ferden Går Videre 7” vinyl split with Voluspaa, which obviously made its way to the market in physical format. I think the main difference is that while I was making Trollskau, Skrømt og Kølabrenning, I was young and inspired and had all the time in the world to focus on Myrkgrav. I did a lot of promotion before the album was released, but the following EPs, singles and such have been “silent” releases that haven’t been heavily promoted.

What really triggered my downfall as an artist was mental illness. I have always had and continue to struggle with anxiety and depression, which for me blocks inspiration rather than breeds it. Music comes from a good place for me, but when there’s not a lot of good feelings, I can’t make any music either. One of the worst periods in my life coincided with the period after the debut album was released, and made it impossible to go on with the same enthusiasm and tempo as before – hence the long silence before Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen finally hit the shelves.

Do I have regrets? Sure. But I am happy with where I am in life now, Myrkgrav or no Myrkgrav, and I ultimately wouldn’t have it any other way. I have never considered myself much of an artist. Just a regular bloke who happened to stumble upon a formula that worked. So it hasn’t caused me all that much grief that I didn’t stay “famous”, so to speak. I’ve always written music for my own pleasure. If others happen to like it as well, that’s just a bonus. Myrkgrav was never a band that was meant to have a big following or become successful. It’s just the humble creations of a single individual who liked to fiddle around with genres and compose music without any theoretical knowledge of anything. Just a lot of love.

Even though Myrkgrav are considered to be an underground band, there’s been a lot of love and appreciation – but it surely must have come as a surprise to hear that someone in Belgium named their son Lars, in honor of your music. How do you feel about this kind of situations?

The love and appreciation from the small, dedicated fanbase has been incredible. When many have forgotten and fallen off the Myrkgrav train, a few enthusiasts have remained. It is mainly for them I suspect the Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen album will carry any weight. I don’t think I will conquer any new ground with the album since it was released so many years after the debut.

In regards to having a child named after me that is not my own, that brought a great deal of warmth to my heart. I will not have children myself, as me and my wife have committed ourselves to a childfree life. Yet a small part of my name and heritage will live on in someone else. Thinking of the fact that this Belgian Lars will someday tell – what is for him the probably slightly embarrassing – story of how he was named after an obscure folk metal musician, is just too funny and at the same time a great honor.

Recently you collaborated with Norrsintt, how did that come to happen and what can you tell us about it?

It is going to be an absolutely epic folk metal anthem the likes of which has rarely been heard before, that is the first thing I can tell you about that. Not because of my contribution, but because the tune is just incredible in itself. I wouldn’t have participated had I not believed in it. To explain further, Mathias of Utmarken and Norrsinnt and I had been talking for a while about everything and anything. He’s just a great dude, a good friend and we are on the same wavelength. I had mentioned a while back that if he ever wanted some guest vocals on any project he might be working on, I’d be happy to take part. When he first approached me about the song it was just a few riffs, but I heard right away that it was going to be amazing. Normally I would decline because I don’t have a recording space these days. We live in a tiny apartment in an apartment complex with neighbors all around, but I travelled up to the inlaws and set up an improvised vocal recording studio in my fiancé’s dad’s old office and got the vocals recorded over a weekend last summer. It was great fun to be working with something where I am not the boss of everything and I could just play my part. Much less stressful than being in charge of absolutely everything, which is what the Myrkgrav situation has always been.

Do you keep up with the folk metal scene and all the new bands, or are you over this kind of sound by now? What do you usually listen to, do you have any recommendation (from any genre)?

No, I don’t really keep up with music in any genre anymore. I suppose it’s a little weird that a musician doesn’t listen to a lot of music at all, but I just find more pleasure in listening to the silence and keeping my surroundings calm. There are of course some bands that I listen to regularly even if I don’t religiously keep track of their new releases. A few examples are Leprous, Dunderbeist, Horisont and The Tallest Man on Earth. All very different types of bands and artists. The common denominator is that I feel like their music is very honest and comes straight from the heart without a lot of gimmicks. I’m a sucker for that type of thing.

I read with great curiosity how you got into shoemaking. Can you tell our readers about that?

Yes indeed. For the longest time I had wondered what it would be like to make a pair of shoes for myself. My great-great-grandfather was a cobbler and shoemaker in my home village, his name was Karl Johan Østmo. A few summers ago when I was home on vacation, I found a bunch of his old tools in what used to be his workshop. That was the spark that lit the flame for me to being getting into traditional, handmade boots and shoes. I am completely self-taught in the same way I am with music, but now that I’ve been doing it for a couple of years I have managed to learn a lot and make a name for myself in the small niche that is high quality footwear. As it is with all things I do, I take great pleasure in following local tradition and heritage. So of course I had to name my company Østmo Bootmaker to honor my great-great-grandfather as well as do shoe and boot patterns that are based on vintage pieces from Scandinavia. Unlike music, I can actually make a living off of shoemaking while keeping it at a tempo and level that doesn’t stress me out too much. Soon my wife and me are moving back to Norway and I will be able to set up a bigger workshop than what there is space for in the bedroom of our apartment, haha. The future holds much excitement! Anyone interested can follow my bootmaking journey on my Instagram account.

What’s Lars Jensen up to now that he’s put music aside – except for shoes? What kind of music does he listen to?

To be honest: not all that much. I am a lover of peace and quiet and take things at my own pace. I studied folklore and ethnology at Åbo Akademi University in Turku, Finland for the past four years. However, the workload was too heavy and it took its toll on my health, so I decided to put the studies on hold indefinitely until I am doing better. All that remains is writing my bachelor’s thesis as well as taking a few missing courses and I’ll be done. But it probably won’t happen in another nine years – exactly the same way Myrkgrav ended 😉

Lars, thank you so much for your availability and for the wonderful music you gave us. Want to say goodbye to your Italian fans?

Thank you for having me, always a pleasure answering an interview from someone who has obviously done their research and asks relevant questions! I don’t think it’s time to say goodbye. Just…see you later! Whether it be with Myrkgrav or something else entirely, the future is always wide open.

Odroerir – Das Erbe Unserer Ahnen

Odroerir – Das Erbe Unserer Ahnen

2017 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Fix: voce, basso, strumenti folk, percussioni

Tracklist: 1. Abecedarium Nord – 2. Das Erbe Unserer Ahnen – 3. Thule – 4. Idisi – 5. Wanderer – 6. Phol Ende Uuodan – 7. Hyperborea

Una cosa è certa: agli Odroerir di pubblicare dischi in rapida successione non interessa minimamente. La band della Thuringia si è formata nel 1998 e con il presente Das Erbe Unserer Ahnen arriva appena al quarto disco, pubblicato a ben sette anni di distanza dell’ottimo tterlieder II. Il cd si presenta con un booklet di dodici pagine dove in ogni facciata è presente una foto della natura con sopra scritti i testi delle canzoni. Le canzoni sono in antico alto tedesco e le parole sono tratte dall’Abecedarium Nord e dal Merseburger Zaubersprüche (Gli Incantesimi di Merseburg, si tratta delle canzoni IdisiPhol Ende Uuodan), un volume unico nel suo genere con all’interno delle poesie magico-sacrali di stampo pagano (per saperne di più cliccate QUI); purtroppo l’intero booklet è privo di traduzioni in lingua inglese, il che penalizza non poco l’acquirente. Molto bello e di grande effetto, invece, la grafica della parte superiore del cd che rappresenta il Disco di Nebra, una piastra metallica dell’Età del Bronzo raffigurante le fasi lunari e le Pleiadi.

Il titolo del disco è traducibile con “l’eredità dei nostri antenati” e proprio di un ritorno al passato si può parlare ascoltando le sette lunghe tracce (quasi un’ora di durata complessiva) che compongono l’album: le canzoni sono acustiche e intime, molto delicate anche quando ritmate. La sensazione che si prova ascoltando Das Erbe Unserer Ahnen tenendo gli occhi chiusi è quella di essere con gli Odroerir in una foresta, i musicisti intorno al fuoco scoppiettante a cantare in armonia con la natura che li circonda. La musica di Das Erbe Unserer Ahnen è vero folk, senza intromissioni di altri generi o influenze esterne: musica del folklore, suonata col cuore e riproposta senza trucchetti. Fix, mente e unico membro per questo lavoro, si è circondato di ospiti di qualità e a sorpresa ha deciso di tornare alle radici della musica invece di proseguire con l’atteso Götterlieder III.

I nove minuti dell’apertura Abecedarium Nord sono semplicemente magnifici. Percussioni e scacciapensieri creano un muro ipnotico infranto dalle deliziose note del violino e dalle sporadiche parole di Fix; l’ingresso del duo Waldträne dona uno sprint inaspettato quanto gradito che ricorda nella sua brevità i grandi Otyg. La title-track si presenta in maniera soave, dal ritmo scandito dalla sei corde acustica e caratterizzata da un lungo assolo di chitarra suonato con buon gusto da Stephan Gauger dei Fimbulvet. Thule va ascoltata ad occhi chiusi: ha un qualcosa di magico in grado di portare l’ascoltatore in mondo lontano e fantastico, ovvero come immaginiamo sia stata Thule. La prima parte di Idisi il testo è è malinconica e quasi spettrale, ma con l’ingresso delle percussioni e del flauto la canzone cambia radicalmente fino a diventare una straripante composizione briosa che trova poi una via di mezzo tra i lamentosi canti degli elfi di tolkieniana memoria e la musica delle alte montagne. Le sonorità della successiva Wanderer sono più dirette e immediate, con poche parti cantate a favore degli strumenti a corda, l’opposto di quanto accade in Phol Ende Uuodan, pacata nell’incedere con ancora una volta presenti i Waldträne: la voce della leggiadra Knoepfchen è incantevole e rende la canzone quasi sublime quando è presente la sua voce. La conclusione di questo bel cd è affidata a Hyperborea, canzone dove sono presenti come ospiti i Gernotshagen, formazione pagan metal tedesca in amicizia con Fix, il quale ha partecipato come guest nel loro Wintermythen del 2005. Hyperborea è in un certo senso la summa di questo lavoro, tra cori delicati, melodie intriganti e ondeggianti percussioni.

Das Erbe Unserer Ahnen è un gran bel disco di musica folk. Gli Odroerir rinviano Götterlieder III per dare spazio al richiamo del passato e il risultato è, come al loro solito, di grande qualità. L’unica pecca di questo disco risiede nel booklet che può esser visto come l’emblema di quello che sono Fix e il suo gruppo: schivo e di nicchia, (purtroppo) poco conosciuto al di fuori della Thuringia e dei festival nord europei a tema folk, ma d’altra parte sembra che la volontà del gruppo sia proprio quella di rimanere nell’ombra. Non sarà certo Das Erbe Unserer Ahnen a dare la grande notorietà agli Odroerir, ma la speranza (e l’augurio) è che quanta più gente si possa avvicinare a questa piccola gemma di musica folk dagli interessanti contenuti storici/pagani.

Mister Folk festeggia i 5 anni di attività!

Questo è un giorno speciale: MISTERFOLK.COM spegne le prime 5 candeline! A pensarci ora il 2013 sembra così lontano, eppure questi anni sono letteralmente volati e il sito, pur tra le difficoltà tipiche della vita, è sempre andato avanti cercando di fare tutto al meglio per il bene della scena folk/viking metal.

Di conseguenza dopo un po’ di tempo le “classiche” recensioni e interviste non sono più bastate e sono arrivate due novità che sono state ben recepite da voi lettori e appassionati: una piccola ma volenterosa distro per cd underground e il festival del sito, che ha portato a Roma nomi come Skyforger, Heidra, Selvans, Atavicus e Vinterblot, dando anche visibilità alla scena locale con i concerti di Blodiga Skald, Dyrnywn e Under Siege.

MISTER FOLK DISTRO

MISTER FOLK FESTIVAL

A oggi l’archivio del sito conta 222 recensioni, 93 interviste, 27 live report e 40 articoli di vario tipo. La mole di dischi immessi mensilmente sul mercato da label e band è impressionante e non è possibile recensirli tutti quanti, quindi spesso sono state fatte delle scelte dettate dal cuore, quasi sempre a scapito dei click facili, tipo recensire e dare la precedenza a band underground e autoprodotte invece dei nomi storici proposti dalle etichette “pesanti”, recensioni che potete trovare su qualunque rivista o sito. Con questo spirito sono state pubblicate ben 5 compilation gratuite e piene di buona musica con il plus dell’artwork professionale realizzato dall’illustratrice Elisa Urbinati (autrice anche del nuovo logo!). Tutto questo, però, non sarebbe stato possibile senza l’aiuto e il supporto dei collaboratori/traduttori presenti e passati (Stefano Zocchi, Chiara Coppola, Flavia Di Luzio, Luca Taglianetti e Claudia Ithil), grazie per la pazienza e il duro lavoro. Infine, il mese scorso è stata ufficializzata la collaborazione con la Hellbones Records, giovane e volenterosa etichetta romana che seguirà con interesse la scena folk metal tricolore: il primo “frutto” della collaborazione è il disco Ragnarok della viking metal band Bloodshed Walhalla, in uscita a giugno.

Una curiosità. Qual è l’articolo più letto in questi 5 anni di misterfolk.com? Con 1800 letture uniche è l’intervista del 2015 a Matteo Sisti, polistrumentista di Krampus ed Eluveitie incontrato proprio in occasione dell’ultima data a Roma della band elvetica (QUI il live report). In occasione del prossimo disco “metal” della formazione svizzera non mancherà occasione per scambiare due parole con il sempre schietto Matteo.

Infine vi ricordo che sulla pagina Facebook c’è il link di questo articolo da condividere in modalità pubblica per avere l’opportunità di vincere il libro Folk metal. Dalle origini al Ragnarök pubblicato da Crac Edizioni, un libro unico nel suo genere, il vincitore sarà estratto tra 7 giorni.

Grazie per il supporto e le belle parole che mi riservate quando c’incontriamo ai concerti o per i messaggi che mi inviate tramite posta, le vostre parole sono fuoco per me! Folk on!

il libro che potete vincere!