Intervista: Kampfar

Un ottimo disco come Ofidians Manifest, ben venticinque anni di carriera alle spalle e mai un full-length sottotono: i Kampfar sono una grande band e i musicisti sono sempre cordiali e disponibili con pubblico e addetti ai lavori. Nasce così questa chiacchierata telematica con il chitarrista Ole Hartvigsen con al centro dell’interesse alcuni aspetti “minori” del nuovo disco, ma non solo… buona lettura!

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Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Siete tornati dopo tre anni e mezzo dalla pubblicazione di Profan: oltre a tour e festival, come avete passato questo tempo?

Gli ultimi due anni sono stati un tempo per guarire, veramente. Tutti noi avevamo dei problemi personali da affrontare e ci siamo dovuti prendere un lungo break. Ad un certo punto abbiamo pensato che questo era tutto – siamo finiti. Ma dopo un po’ l’urgenza di creare qualcosa di nuovo è tornata.

Quali sono le “tempistiche” dei Kampfar? Dopo il tour promozionale avete bisogno di un lungo periodo per ricaricare le batterie o siete dei musicisti instancabili sempre alla ricerca del riff perfetto? Cosa fate quando non siete impegnati con la band?

Tutti noi conduciamo vite normali al di fuori della musica. Penso sia una buona cosa, perché a volte ti stanchi di fare musica e vuoi fare qualcos’altro, ma alla fine noi abbiamo la passione – è qualcosa che è in noi. Personalmente, non mi stanco di fare tour e probabilmente starei in tour tutto il tempo, ma sarebbe una vita noiosa, credo. Non puoi crescere ed evolverti come persona se stai su un bus tutta la vita.

In un paio di brani ci sono delle piccole ma importanti parti di pianoforte: credo che gli interventi di questo strumento siano molto interessanti e riescano a dare quel qualcosa in più (e di inaspettato) al brano. Come è venuta l’idea di inserire il pianoforte nei brani dei Kampfar?

È interessante che tu dica questo, perché il piano è un buon strumento per il tipo di musica che vogliamo creare, ma cerchiamo di tenerlo molto discreto. Lo usiamo solo quando ha uno scopo preciso. Amo il piano perché ha un tono veramente contrastante paragonato ad una chitarra e un basso estenuati, e ancora ha un’atmosfera dolce e oscura che si riflette bene nella nostra musica. Il piano è presente nei Kampfar da un lungo periodo e ci sembra naturale utilizzarlo.

I vostri dischi sono sempre composti da un numero limitato di canzoni (solo in Heimgang siete arrivati a dieci brani) e la durata è sempre sotto i cinquanta minuti. Questa cosa l’apprezzo molto perché inserite nel full-length solo le canzoni più belle e l’ascolto non si disperde mai a causa dell’elevato minutaggio o dei fillers. Quando siete in fase compositiva scartate molto materiale perché non all’altezza del vostro elevato standard qualitativo oppure componete un certo numero di canzoni già sapendo che oltre a una certa cifra (o minutaggio) non volete andare?

Penso che la ragione per cui noi di solito finiamo gli album intorno ai 40-45 minuti è ciò che noi amiamo di più, veramente. Gli album che sono più lunghi di così di solito sono noiosi secondo me. Inoltre, penso che un album dovrebbe stare in un LP. Abbiamo dovuto eliminare un sacco di materiale durante il processo di scrittura delle canzoni, ma è normale per noi. Di solito, noi possiamo notare quali lavori nella fase di pre-produzione e poi modellare l’album intorno a ciò che noi vogliamo veramente. In aggiunta a ciò, scartiamo molto materiale che pensiamo sia davvero “molto buono”. Può sembrare strano scartare delle buone canzoni, ma noi vogliamo che quest’album abbia certe atmosfere ed emozioni, quindi qualunque cosa non vada bene deve essere eliminato.

Come è nata la collaborazione con Agnete Kjolsrud? Le avete dato delle indicazioni precise oppure è stata libera nell’esecuzione di Dominans?

Le voci su Dominans sono state una collaborazione creativa tra Dolk e Agnete, davvero. Penso che abbiano trovato molta ispirazione l’uno nell’altra. Non c’erano istruzioni, solo un processo creativo.

Dominansè una traccia atipica per i Kampfar, con parti estremamente “ariose” e una struttura non convenzionale. Qual è la genesi della canzone e chi è che ne ha scritto la musica?

Io scrivo tutta la musica nei Kampfar, ma il processo di evoluzione delle canzoni è uno sforzo collettivo, per così dire. Quando ho scritto Dominans non ero sicuro di dove andare con questo brano, ma Dolk ha subito avuto delle grandi idee con la parte vocale, quindi abbiamo mantenuto la struttura vocale e la strumentale molto semplici in modo da avere tanto spazio per le voci, specialmente da quando abbiamo deciso di avere anche Agnete in quella canzone. Le voci sono al centro dell’attenzione di quella canzone.

Skamlos ha un’inizio old school e sembra dire “ragazzi, così si suona pagan black metal!”. Suonando in tour e festival avete modo di incontrare e conoscere un gran numero di musicisti e gruppi: trovate differenze musicalmente parlando tra le band degli anni ’90 e quelle più giovani pur suonando lo stesso genere?

Penso che i ragazzi più giovani in questo genere siano generalmente grandi lavoratori e musicisti qualificati. Molte delle band che incontriamo durante i tour e i festival sono ragazzi molto bravi, altrimenti sarebbe difficile sopravvivere in questo business. Le band più giovani sono generalmente più desiderose di impressionare, che è comprensibile quando non hai molta storia, mentre noi non potevamo realmente preoccuparci di provare ad impressionare le persone. Sappiamo chi siamo, in cosa siamo bravi e in cosa no, ma più importante noi sappiamo esattamente che tipo di musica e che tipo di musica e di show vogliamo presentare al nostro pubblico.

Siete in attività dal lontano 1994. Cosa porta una band a continuare a lavorare e sfornare ottimi album dopo così tanto tempo?

È la personalità di noi quattro nella band, davvero. Quando rilasciamo un nuovo album o andiamo in tour è perché lo vogliamo fare. Se non vogliamo fare qualcosa, diciamo semplicemente no. Ecco perché diciamo sempre che un album dei Kampfar potrebbe sempre essere l’ultimo, perché se non abbiamo più nulla da dire non vogliamo “forzarci” a fare un nuovo album perché è quello che dovremmo fare. Tutto ciò che facciamo è veramente onesto, e sembra veramente bello da dire che nel 2019, dopo 25 anni, abbiamo rilasciato il migliore album della nostra carriera.

In concerto suonate anche brani dei primissimi lavori, il che vuol dire che ancora oggi riconoscete l’importanza e la bellezza di quelle canzoni. Cosa rappresentano per voi le vecchie canzoni: le origini della band, il percorso fatto, il legame con i vecchi fans o altro?

In realtà, non abbiamo nessuna regola che dice che dobbiamo avere tutte queste “vecchie canzoni” nei nostri live o qualcosa di simile, ma suoniamo quelle canzoni che sappiamo ci faranno fare un buono show. È così semplice. Ci sono alcune delle canzoni più vecchie che vanno bene per il 2019 dei Kampfar ed altre no. Una vecchia canzone che è stata con noi per molto tempo è Troll, Død og Trolldom e penso che sia una grande canzone con un’atmosfera forte che mi ha formato come songwriter, sicuramente.

Sempre parlando delle vecchie canzoni, c’è da dire che suonano come se fossero state composte per l’ultimo album. I Kampfar di venti anni fa suonano come i Kampfar di oggi: stessa attitudine, stesso feeling, stesso grande risultato. Per alcuni sarebbe “immobilità stilistica”, io dico “coerenza” e passione per quel che si fa. Quali sono i vostri pensieri a riguardo?

Non sono sicuro che di essere d’accordo con te sul fatto che le vecchie e le nuove canzoni siano qualcosa del genere, ma abbiamo cercato di mantenere lo stesso spirito e la stessa atmosfera per far che tutto suoni Kampfar, anche se le canzoni sono molto diverse. Su questo nuovo album ci sono molte più variazioni di tempo e ritmo, e le canzoni sono molto più precise, ma c’è un filo rosso che attraversa gli album che è più astratto, credo.

Ho avuto modo di assistere a un vostro show qualche anno fa e devo dire che raramente ho assistito a un concerto tanto “fisico” quanto il vostro. Quanto è importante per i Kampfar l’aspetto concertistico e come vi preparate prima di un concerto o di un tour?

Credo sia molto importante il modo in cui presentiamo i nostri show è solamente il modo in cui dimostriamo che siamo appassionati da ciò che facciamo. Lo trovo veramente strano quando vedo band sul palco che sembrano annoiate o stanche o addirittura spaventate. Non è così che vogliamo fare le cose. Vogliamo dare tutto al pubblico e penso che tutti coloro che ci abbiano visto suonare lo abbia apprezzato.

Quanto è importante Hemsedal per i Kampfar? E i Kampfar sarebbero il gruppo che conosciamo se fossero stati, che so, di Oslo o Bergen?

È molto importante, non solo per la storia di come i Kampfar sono iniziati, ma anche oggi guardiamo ad Hemseld come ad un posto in cui rifugiarci quando vogliamo scappare da tutto quanto. Quando abbiamo scritto questo nuovo album potevamo stare lì per settimane e vedere come tutta la natura cambiava la tavolozza dei colori dal verde dell’estate al rosso autunnale e al cupo inverno. Era bellissimo e ci ha aiutato veramente tanto ad ispirare il nostro album.

Grazie per l’intervista e complimenti per Ofidians Manifest, non vedo l’ora di assistere nuovamente a un vostro concerto! Volete salutare i vostri fan italiani che stanno leggendo l’intervista?

Grazie a te, e grazie per le parole gentili! Speriamo di vedervi presto (quando saremo) in tour in Italia, ma fino a quando non avremo un tour pronto potrete vedere i Kampfar live a Parma al Black Winter Fest a Novembre!

ENGLISH VERSION:

You are come back after three and a half years from the publication of Profan: beyond tours and festivals, how did you spend this time?

The last couple of years have been a time to heal, really. All of us have had personal issues to deal with and we had to take a really long break. At some point we thought that this is it – we’re finished. But after a while the urge to create something new came back.

What are Kampfar’s “timing”? After the promotional tour did you need of a long period to recharge your batteries or are you tireless musicians that are continually searching for the perfect riff? What do you do when you aren’t busy with the band?

All of us lead pretty normal lives outside of the music. I think it’s a good thing, because sometimes you get sick of music and want to do something else, but in the end we all have this passion – it’s something inside us. Personally, I don’t get tired from touring and I could probably stay on the road all the time, but it would be a boring life, I think. You cannot grow and evolve as a person if you stay on a tour bus all your life.

In a couple of tracks there are some little but important piano part: I believe that the participations of this instrument are very interesting and they can give you something more (and unexpected) to the song. How did the idea to include the piano section in Kampfar’s songs?

It’s interesting that you say that, because the piano is a very good instrument for the type of music we want to create, but we always try to keep it very subtle. We only use it when it has a specific purpose. I love the piano because it has a very contrasting tone compared to overdriven guitar and bass, and yet it has a kind of mellow and dark ambience that reflects well on our music. The piano has been in Kampfar for a long time and it feels natural to us.

Your album are always made up of a limited number of songs (only in Heimgangyou reached ten songs) and the length is always under fifty minutes. I appreciate this so much because in the full-length only the most beautiful songs are included and the listening didn’t disperse itself because of the high timing or by the fillers. When you are in the composition phase did you reject a lot of material because of your high-quality standard or you compose a certain number of songs already knowing that you won’t go beyond a certain number (or timing)?

I think the reason why we usually end up with albums around 40-45 minutes is that it’s what we like best, really. Albums that are longer than that usually sound boring to me. Also, I think an album should fit within one LP. We did have to throw away a lot of material during the song writing process, but that’s normal for us. Usually, we can see what works in the pre-production phase and then shape the album around what we really want. In addition to that, we threw away a lot of stuff that we thought was actually “too good”. It may sound crazy to throw away good songs, but we wanted this album to have a certain feeling and atmosphere, so anything that didn’t fit into that idea had to go.

How is the collaboration with Agnete Kjolsrud born? Did you give her some clear indications or was she free in the execution of Dominans?

The vocals on Dominanswas a creative collaboration between Dolk and Agnete, really. I think they found a lot of inspiration between eachother. There were no instructions, just a creative process.

Dominansis an atypical track for Kampfar, with some parts that are extremely “airy” and non-conventional structure. What is the origin of the song and who wrote the music?

I write all the music in Kampfar, but the process of evolving the songs is a team effort, so to speak. When I wrote Dominans I wasn’t really sure where to go with it, but Dolk had some great ideas for vocals right away, so we kept the structure and instrumental stuff really simple in order to have a lot of space for the vocals, especially since we decided to have Agnete on that song as well. The vocals are the main focus of that song.

Skamlos has an old-style intro and it seems to say “here is how pagan black metal must be played, guys!”. Playing in tours and festivals you have the opportunity of meeting a lot of musicians and groups: did you find differences, musically speaking, between the nineties groups and the youngest groups even if you play the same genre?

I think the younger guys in this genre are generally very hard working and skilled musicians. Most of the bands we meet on tours and festivals are very good guys, otherwise I think it would be hard to survive in this business. Younger bands are generally eager to impress, which is understandable when you don’t have a lot of history, whereas we couldn’t really be bothered to try to impress people. We know who we are, what we’re good at and what we’re not so good at, but most importantly we know exactly what kind of music and show we want to present to our audience.

You are in activity since 1994. What makes a band keep on working and to produce excellent albums after such a long time?

It’s the personality of all four of us in the band, really. When we release an album or go on tour it’s because we want to do it. If we don’t want to do something, we simply say no. That’s why we’ve always said that a Kampfar album could always be the last one, because if we don’t have anything to say anymore we won’t “force” ourselves to make another album because it’s what we’re supposed to do. Everything we do is very honest, and it feels very good to say that in 2019, after 25 years, we have released the best album in our carreer.

In concert you also play songs from the earliest works, that means you still recognize the importance and the beauty of that songs nowadays. What did the old songs represent for you: the origin of the band, the path that you’ve done, the relationship with the old fans or something else?

Actually, we don’t have any rules saying that we should have this many “old songs” in our live show or anything like that, but we play the songs that we feel will make a good show. It’s as simple as that. There are some of the older songs that fit really well into Kampfar anno 2019 and some that don’t. One old song that has stayed with us for a long time is TrollDød og Trolldom, and I think it’s a great song with strong atmosphere which has inspired me as a song-writer, definitely.

Speaking of the oldest songs, we can say that they sound like they were composed for the last album. Kampfar of 20 years ago sounds like nowadays’ Kampfar: same attitude, same feeling, same great result. For someone that would be “static immobility”, I say “coherence” and passion for what you’re doing. What are your thoughts about that?

I’m not sure I agree with you that the old and new songs are anything like the same, but we have managed to keep the same spirit and atmosphere to make everything sound like Kampfar, even though the songs are very different. On this newest albums there’s a lot more variation in tempo and rhythm, and the songs are more precise, but there is a red line going through the albums which is more abstract, I think.

I had the chance to see one of your concerts some years ago and I must say that rarely I see such a “physical” concert as you was. How much is important for Kampfar the live aspect and how did you prepare yourself before a live or a tour?

I think it’s very important, the way we present our shows, it’s just the way that we show that we are passionate about what we do. I find it very strange when I see bands on stage who look bored or tired or scared, even. That’s not how we want to do things. We want to give the audience everything and I think everyone who has seen us playing live appreciate that.

How much is important Hemsedal for Kampfar? And would Kampfar be the same group we know if they’d been, I don’t know, from Oslo or Bergen?

It’s very important, not just for the history and how Kampfar started, but even today we have Hemsedal as a place we can go to to escape everything else. When we wrote this new album we could stay there for weeks and see how the whole nature turned from green summer to red autumn and into a bleak winter pallette. It was beautiful and really helped inspire our album.

Thanks for the interview and congratulations for Ofidians Manifest, I can’t wait to attend to one of your gigs again! Would you say hallo to your Italian fans that are reading this interview?

Thank you, and thanks for the kind words! We hope to see you soon on tour in Italy, but until we have a tour ready at least there’s a chance to see Kampfar live in Parma at Black Winter Fest in November!

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Kampfar – Ofidians Manifest

Kampfar – Ofidians Manifest

2019 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Dolk: voce – Ole Hartvigsen: chitarra – Jon Bakker: basso – Ask Ty: batteria

Tracklist: 1. Syndefall – 2. Ophidian – 3. Dominans – 4. Natt – 5. Eremitt – 6. Skamløs! – 7. Det Sorte

Una storia che va avanti da ben venticinque anni. Venticinque anni che in questo periodo “moderno” e tecnologico sembrano essere almeno il doppio. Quando i Kampfar si formarono nel lontano 1994, difficilmente avrebbero anche solo sperato di essere un quarto di secolo più tardi ancora in giro per il mondo a portare la propria musica sui palcoscenici più importanti dei festival e nei locali che hanno fatto la storia dell’heavy metal. Ma i Kampfar, in realtà, non solo continuano a pubblicare dischi di grande bellezza, ma sembrano aver intrapreso una via ben precisa che unisce la staticità stilistica di chi ha trovato la propria dimensione e la necessità di apportare ad ogni lavoro delle piccole novità per poter continuare a suonare grande musica. Il nuovo Ofidians Manifest, ottavo sigillo della splendida carriera di Dolk e soci, arriva a tre anni e mezzo dell’ispirato Profan e, come detto poche righe fa, non si discosta poi molto dal predecessore, pur presentando qualcosa di fresco e inedito (o quasi) all’interno delle canzoni. Probabilmente la carriera dei Kampfar si può dividere in due parti, ovvero prima e dopo Mare, lavoro del 2011 che ha fatto da spartiacque tra il vecchio pagan black e quello “nuovo”. Molto si deve alla produzione più pulita e “orecchiabile”, ma è anche vero che qualcosa è cambiato nella fase compositiva dei brani (per forza, verrebbe da dire: è cambiato il chitarrista con l’ingresso di Ole Hartvigsen al posto di Thomas Andreassen), con una maggiore attenzione verso il “classico” ritornello e la ricerca della melodia che prima non era così intensa.

Sette canzoni per quaranta minuti di musica: breve e diretto, senza riempitivi o cali di qualità, Ofidians Manifest è un signor album che prosegue il discorso stilistico dei precedenti lavori senza per questo risultare “già sentito” o scontato. L’opener Syndefall macina riff senza tregua, con l’interpretazione stellare di Dolk che rappresenta la classica marcia in più. Il biondo cantante ha smesso di stupire ormai da tempo in quanto le sue vocals sono sempre state eccellenti, piuttosto quel che sorprende è la ancora più intensa capacità di essere un tutt’uno con la musica, una creatura notturna spaventosa e arcana che vaga nella foresta più fitta. Ophidian è una delle canzoni più belle del lotto, tra strofe sporche di terra e fango e l’inaspettato ritornello con voce pulita che spezza la furia dei Kampfar: pura classe cristallina. La voce di Agnete Kjølsrud, già in studio con Dimmu Borgir e Solefald, introduce la terza traccia Dominans, per struttura diversa dal classico stile della band norvegese, ricca com’è di parti ariose – pur sporcate da suoni quasi noise –, momenti di solo basso e riprese elettriche che non portano alle tipiche e attese sfuriate black metal. Velocità che torna parzialmente con Natt, canzone che non disdegna rallentamenti e mostra l’ottima chimica tra il basso di Jon Bakker e la batteria di Ask Ty. La bella Eremitt gioca sull’atmosfera, un mid-tempo accattivante con brevi istanti di pianoforte (che proseguono anche in sottofondo nella successiva accelerazione) e una potenza incredibile quando la band decide di suonare pesante e aggressivo. L’inizio old school di Skamlømette subito in chiaro come suonerà la canzone: i “vecchi” Kampfar, quelli più diretti e grezzi, ma sempre incredibilmente efficaci, si riaffacciano nel 2019 per portare a scuola la maggior parte dei gruppi che si sono recentemente incamminati su questo percorso musicale. Ragazzi, i professori son qui per spiegarvi come si suona pagan black metal! Gli otto minuti e mezzo di Det Sorte, ultima e più lunga traccia del disco, sono introdotti da un bell’arpeggio di chitarra acustica, un cappello quasi elegante in forte contrasto con il tipico brano dei Kampfar, un massiccio crescendo che porta allo stacco di pianoforte (strumento che se utilizzato in particolari casi come questo diventa preziosissimo) a metà canzone prima di avviarsi verso un finale ispirato e concreto.

Influenzato dalle foreste e le montagne che circondano la base dei Kampfar, Hemsedal, così come dai colori che la natura cambia a seconda delle stagioni, Ofidians Manifest è l’ennesimo centro di un gruppo che non ha mai sbagliato un colpo, una sicurezza in studio quanto in concerto, capace come pochi di riproporre la furia del disco sul palco. Otto dischi in venticinque anni e mai una volta a quota cinquanta minuti: i Kampfar hanno sempre preferito la sostanza e la qualità alla quantità.

Wolcensmen – Songs From The Fyrgen

Wolcensmen Songs From The Fyrgen

2018 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Dan Capp: voce, chitarra, percussioni

Tracklist: 1. Withershins
 – 2. The Fyre-Bough
 – 3. Sunne
 – 4. Hoofes Upon The Shymmeringe Path – 5. ‘Neath A Wreath Of Firs
 – 6. The Mon o’ Micht
 – 7. Snowfall
 – 8. The Bekens Are Aliht
 – 9. Yerninge

Dietro al nome Wolcensmen si cela Dan Capp, musicista inglese noto nella scena in quanto membro dei Winterfylleth, oltre che per aver realizzato artwork e copertine per Venom e Burzum. L’idea di realizzare musica acustica con radici nel folklore e un legame con l’aspetto più oscuro della stessa ronza nella testa di Capp da fine anni ’90, ma è solamente nel 2013 che decide di dare forma all’ispirazione e il demo autoprodotto che ne consegue porta alla firma con la Deivlforst Records e alla pubblicazione di Songs From The Fyrgen il 30 novembre 2016. Il disco, pubblicato in 500 copie, va sold out in poco tempo ed è recente la firma di Capp con la Indie Recordings, label che ristampa e pubblica il medesimo lavoro esattamente due anni più tardi con l’aggiunta di un bonus cd con canzoni nuove e la cover di Man Of Iron dei Bathory.

La musica dei Wolcensmen è acustica, dalla tempra nordica e resa ancor più affascinante delle tinte oscure che caratterizzano la maggior parte delle composizioni. I ritmi sono lenti e avvolgenti, ma c’è spazio per (rare) orchestrazioni che quando presenti danno quella marcia in più; la voce di Cabb è delicata ma comunque robusta, perfetta per questa musica. Ascoltando le tracce di Songs From The Fyrgen si avverte la sensazione di essere circondati da imponenti foreste e di avere i piedi che affondano nella neve. Ci si muove nella natura con gioia e rispetto, e l’alone dark delle canzoni non è mai minaccioso, ma anzi permette all’ascoltatore di aver coscienza di ciò che si sta facendo nella natura e di comportarsi con riguardo nei confronti degli elementi che ci circondano. Quello di Wolcensmen è un viaggio sì nella natura, ma anche nelle antiche tradizioni e nei luoghi rurali che sempre più difficilmente riusciamo non solo a vivere, ma anche ad immaginare. Le canzoni che compongono il disco sono tutte incantevoli e ognuna ha un colore proprio, anche se l’ipnotica Sunne e la conclusiva Yerninge, per motivi diversi, rimangono più facilmente impresse nella memoria. E forse proprio sulla memoria va a lavorare Songs From The Fyrgen, cercando di risvegliare in noi un sentimento ormai sopito, provando a far riemergere delle necessità ancestrali che nell’era moderna sono andate perdute.

Nel disco sono presenti diversi ospiti: Mark Capp ha inciso parte delle percussioni e il bodhran che compare in un paio di brani (incluso il “traditional” The Mon o’ Micht), Jack Rogers il flauto, Dries Gaerdelen il pianoforte, Raphael Weinroth-Browne il violoncello e Grimrik (Grimrik, Arath, Nazgul, Sviatibor ecc.) ha registrato tutte le parti di sintetizzatore.

Il promo ricevuto dalla Indie Recordings è purtroppo privo del bonus cd e dispiace perché la curiosità a proposito delle nuove canzoni è molta; di sicuro il progetto Wolcensmen grazie alla firma con la storica etichetta norvegese gode di nuova e meritata luce, non resta quindi che attendere il prossimo lavoro (dato che le canzoni di questo disco sono state scritte tra il 2010 e il 2015) e continuare, nel frattempo, a immergersi in un mondo a noi lontano ma che in realtà è più vicino di quanto possiamo immaginare.

Kampfar – Profan

Kampfar – Profan

2015 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Dolk: voce – Ole: chitarra – Jon: basso – Ask Ty: batteria

Tracklist: 1. Gloria Ablaze – 2. Profanum – 3. Icons – 4. Skavank – 5. Daimon – 6. Pole In The Ground – 7. Tornekratt

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Una discografia come quella dei Kampfar è cosa rara al giorno d’oggi: sette full-length e una manciata di EP/singoli sempre di grande qualità, senza perdere mai l’ispirazione ma anzi sviluppando un sound personale ormai diventato vero marchio di fabbrica. Oltre venti anni di attività, ma la bontà musicale di Dolk e soci è rimasta invariata nel corso del tempo.

Profan, naturale successore di Djevelmakt, è il manifesto sonoro di una band affiatata e sicura, che in carriera non ha mai sbagliato una pubblicazione e che a ogni album guadagna – meritatamente – sempre nuovi fan. Heimgang e Kvass suonano chiaramente diversi da quello che la band di Bergen propone oggi, ma il trademark è sempre lo stesso, i Kampfar sono diventati dei porta bandiera del pagan black metal più intransigente senza perdere nulla dell’aspetto melodico che li ha sempre contraddistinti.

L’ascolto di Profan porta la mente sempre e solo in un luogo: al centro della più oscura, sinistra e infestata foresta norvegese. La selvatica Gloria Ablaze è l’opener perfetta, dall’incedere minaccioso con le sfuriate black metal e il riffing che si dilata per permettere al cantato (scream e clean) di doppiarsi in un ritornello che sembra al tempo stesso l’urlo di una strega e della sua disperata vittima:

I claim fire
Behind the shade of shadows
There in fire
At the gates, beyond
Beyond the fires of the highest horns
There in fire
Behind the shades of shadows

L’inizio di Profanum è feroce, uno spietato up-tempo dai giri di chitarra affilati, talmente furioso che stupisce (in positivo!) il lungo stacco strumentale con i tipici riff melodici che contraddistinguono i Kampfar dai tempi dell’esordio. Ancora impeto pagano con Icons, brano arricchito dagli immancabili cambi di tempo con Dolk che ripete più volte che noi siamo “icons of filth”. Nella difficile scelta del “brano migliore” del cd, potrebbero starci i sette minuti di Skavank: tutto gira alla perfezione, dalle bordate estreme alle parti più groove e oscure durante le quali sembra di poter vedere le creature della notte aggirarsi tra gli alberi. La capacità della band di assemblare canzoni di elevata qualità, varie musicalmente e soprattutto in grado di scatenare nell’ascoltatore reazioni importanti, sono il segreto che accompagna i Kampfar dal giorno della fondazione in quel lontano 1994. Il Didgeridoo suonato dall’ospite Geir Torgersen viene presto avvicinato dal pianoforte per un inizio canzone diverso dal solito: Daimon è una composizione particolare che non vuole rispettare le regole che tutte le band conoscono, con un finale nel quale le stesse frasi vengono ripetute più volte da un Dolk quasi sciamano per un risultato ipnotico. Pole In The Ground è puro black metal, violento e oscuro, spaventoso e inquietante quanto il testo:

Night terror
The sun has been blocked,
Crippled by darkness
Burning despair
From the shadow keeper

Dopo il viaggio nell’oscurità offerto da Pole In The Ground, la “semplice” Tornekratt è quasi un ritorno alla luce. Una luce però smorzata dalle nuvole scure che circondano la canzone: dopo i primi minuti di buona qualità arriva la sorpresa situata al centro della composizione, ovvero un signor chorus in pulito da parte del frontman che stupisce e risveglia tutti quanti, anche coloro che sono ipnotizzati dai boscosi riff di chitarra opera dell’ex Mistur (ma nella band dal 2011) Ole Hartvigsen.

Profan è ottimo sotto tutti i punti di vista. I musicisti sono di prima categoria e quando si ascoltano dei fraseggi in grado di emozionare l’ascoltatore allora vuol dire che si è dinanzi a un lavoro sicuramente degno di nota. La produzione aiuta senz’altro: suoni e volumi sono potentissimi e cristallini, ma il retrogusto di sporco – sicuramente un collegamento voluto con il proprio passato musicale – che pervade l’intero cd è il valore aggiunto all’intero lavoro svolto in studio da parte di Hartvigsen.

Profan è l’ennesimo disco convincente dei Kampfar, che rafforza lo status raggiunto dalla band a suon di lavori ineccepibili, fedele alla tradizione ma che non disprezza piccole novità che rendono il sound attuale. Dopo oltre venti anni di carriera una band di metal estremo, forse, non può chiedere di più.

Einherjer – Av Oss, For Oss

Einherjer – Av Oss, For Oss

2014 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Frode Glesnes: voce, chitarra, basso – Aksel Herløe: chitarra solista, basso – Gerhard Storesund: batteria

Tracklist: 1. Fremad – 2. Hammer i Kors – 3. Nidstong – 4. Hedensk Oppstandelse – 5. Nord og Ner – 6. Nornene – 7. Trelldom – 8. Av Oss, For Oss

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La domanda, fondamentalmente, è una: cosa ci si aspetta da un disco viking di una formazione che ha sfornato quasi venti anni fa, con il debutto, il proprio capolavoro? Sicuramente non innovazione, ma certamente delle buone canzoni in grado di allietare l’animo degli amanti di queste fredde sonorità. Già il precedente Norrøn, ritorno sulle scene dopo anni di inattività, per quanto piacevole, non faceva gridare al miracolo, quindi era lecito aspettarsi da questo Av Oss, For Oss buone canzoni, qualche picco dovuto alla bravura e all’esperienza dei musicisti, e qualche passaggio meno convincente. Così è stato.

Il lungo intro Fremad fa intuire il sound retrò che aspetta gli ascoltatori: Hammer i Kors puzza di anni ’90 e ricorda, per certi versi, le origini della band. Si tratta di un pezzo di buona fattura, dal cantato truculento e sgraziato, dalle atmosfere oscure e magiche: puro viking metal! Nidstong segue la strada della precedente canzone, la struttura e i cambi sono tipici dei musicisti che si avvicinano ai venti anni di carriera, i quali, grazie all’esperienza accumulata, riescono a far suonare affascinante anche una composizione non troppo ispirata come questa. Meglio riuscito, Hedensk Oppstandelse è un mid tempo dove la voce di Frode Glesnes è protagonista insieme alle chitarre, in grado di sfornare melodie e riff convincenti con poche e semplici note, mentre il rallentamento e i cori verso il termine della canzone sono veri lampi di classe. Di Nord og Ner rimane impresso il chorus e il modo di concepire il senso di epicità degli Einherjer: i musicisti usano pochi semplici “trucchi” che funzionano sempre, quindi dispiace perché è evidente che la band ci sa fare dannatamente tanto, vedi la parte strumentale e quel basso pulsante semplicemente meraviglioso; peccato che spesso il gruppo norvegese non si esprime al meglio. La lunga Nornene (quasi otto minuti di durata) si rivela essere discreta e nulla più, con riff che si ripetono come in una maledizione millenaria, senza però riuscire nell’intento di ipnotizzare l’ascoltatore. Le cose vanno meglio quando il gruppo cerca di spezzare la ripetitività con piccoli stacchi e le chitarre che si fanno più dinamiche.. Dal piglio heavy metal, Trelldom si rivela essere accattivante per i diversi cambi di tempo e la sezione ritmica particolarmente compatta. Ultima composizione in scaletta è la title track da quasi undici minuti: tempi medi e momenti atmosferici dal timbro cupo sono un buon inizio, ma è l’assolo di chitarra a stupire maggiormente, fatto assai raro nella discografia degli Einherjer. Chitarra che prosegue per diversi minuti la propria leadership, creando melodie soavi e malinconiche in contrasto con la voce di Glades: un ottimo modo, epico e personale, di concludere il disco.

Av Oss, For Oss è un full length di una band che potrebbe e dovrebbe fare di più, ma che non riesce ormai da anni a sfornare un lavoro destinato a rimanere nella storia. Sicuramente continuano ad insegnare musica ai tanti gruppi nati negli ultimi anni, ma ad ascolto ultimano rimane un piccolo senso di delusione. Il cd è ben più che gradevole ma non esaltante, fatto che ferisce il cuore di chi ama Dragons Of The North e il fantastico EP Far Far North. Gli Einherjer sono una garanzia di qualità, questo disco, però, è destinato unicamente agli appassionati del caro vecchio viking metal.

Wardruna – Runaljod – Gap Var Ginnunga

Wardruna – Runaljod – Gap Var Ginnunga

2009 – full-length – Indie Recordings

VOTO: CAPOLAVORO – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Kvitrafn: voce, tutti gli strumenti e suoni – Gaahl: voce – Lindy Fay Hella: voce – Hallvard Kleiveland: hardingfele

Tracklist: 1. Ár var alda – 2. Hagal – 3. Bjarkan – 4. Løyndomsriss – 5. Heimta Thurs – 6. Thurs – 7. Jara – 8. Laukr – 9. Kauna – 10. Algir – Stien klarnar – 11. Algir – Tognatale – 12. Dagr wardruna-runaljod-gap_var_ginnenungagapCi sono gruppi e progetti che vanno oltre la musica, dischi che non ci si può (e deve) limitare al semplice ascolto, ma bisogna viverli in maniera completa per capirne l’essenza e lo spirito che ha mosso i musicisti alla loro creazione. Sono pochi in realtà, e ancor di meno quelli che riescono a ipnotizzare l’ascoltatore a distanza di anni dalla pubblicazione del cd. Runaljod – Gap Var Ginnunga, debutto del 2009 dei norvegesi Wardruna, è uno di questi.

I Wardruna sono una band in attività dal 2003 nota anche tra gli ascoltatori di heavy metal innanzitutto per la grande qualità della proposta musicale, ma anche per la partecipazione di Kristian Eivind Espedal, famoso come Ghaal, musicista di God Seed ed ex Gorgoroth. In realtà la band “appartiene” a Kvitrafn, vero e proprio genio musicale, artista dalla grande abilità compositiva, anche lui dai trascorsi metallici: drummer per il disco Twilight Of The Idols – In Conspiracy With Satan dei Gorgoroth e soprattutto membro dei Bak De Syv Fjell, band che ha pubblicato un demo e un EP – ’96 e ’97 – di grande qualità.

Runaljod – Gap Var Ginnunga, primo disco della trilogia Runaljod, viene riproposto dall’etichetta Indie Recordings oltre cinque anni dopo l’originale pubblicazione per due motivi: la prima è per la messa in vendita della versione vinile dell’album (bianco in cento copie, nero in quattrocento), la seconda per celebrare il successo della nota serie televisiva Vikings, nella quale i Wardruna vantano la collaborazione di Einar Kvitrafn Selvik con Trevor Morris, autore della colonna sonora, dove la band trova spazio all’interno delle puntate.

Il concept che muove la trilogia è quello del Fuþark antico, prima forma di alfabeto runico utilizzato dalle popolazioni germaniche. Il Futhark antico consta di ventiquattro rune e ogni capitolo della saga Runaljod ne prende in esame otto, interpretandole musicalmente; i testi sono in norvegese, antico norreno e proto norreno.

Tutto è studiato nel minimo dettaglio, nulla è lasciato al caso. Eppure non c’è un solo secondo che risulti freddo o non genuino. La musica di Runaljod – Gap Var Ginnunga è calda e avvolgente, intima e delicata. Musica creata per “viaggiare”, lasciare questi pesanti corpi e lasciarsi cullare dalle note della band norvegese. Non può esserci altro ascolto, non si tratta dell’ennesimo gruppo folk oriented o black/viking che può essere piacevole anche come sottofondo mentre si fanno le faccende di casa, i Wardruna vanno vissuti con la mente sgombra da pensieri, rilassati e concentrati solo su quello che esce dalle casse dell’impianto stereo. Non c’è altro modo per ascoltare Runaljod – Gap Var Ginnunga. Gli scenari che si schiudono sono maestosi e inquietanti, le note delle varie Hagal o Jara sono le indicazioni per compiere il viaggio nella maniera corretta. Possono essere incantevoli fiordi norvegesi, tumultuose discese di fiume o movimentati viaggi in nave diretti verso chissà quale sconosciuta terra, con le onde che definiscono il respiro e il movimento del corpo. Le pareti che ci circondano svaniscono lasciando spazio alle immagini, reali e fisiche, che gli strumenti e le melodie ci suggeriscono.

La musica dei Wardruna, come detto, è intensa. Note pregne di sangue e sentimento. Lo si può definire folk/ambient o “musical constellation set out to explore and evoke the depths of Norse wisdom and spirituality” per dirlo con le parole dei musicisti stessi. Tra voci sussurrate, antichi strumenti ormai quasi dimenticati, cori impetuosi e suoni della natura, i Wardruna rapiscono l’ascoltatore, ipnotizzandolo con l’elegante e già citata Jara (dove è presente Hallvard Kleiveland all’hardanger fiddle, il violino norvegese utilizzato nella musica popolare), con la cadenzata e ripetitiva Kauna e Algir – Stien klarnar Laukr, musica tribale per celebrare le funzioni religiose. Sulle altre, per quanto possibile data l’alta qualità di tutte le composizioni, spiccano la breve (due minuti appena) Kauna, ritmata e cantata in una maniera praticamente inedita per questo disco e la ieratica Dagr, traccia conclusiva di Runaljod – Gap Var Ginnunga.

La ricerca dei Wardruna non si ferma allo studio delle rune: sono stati utilizzati per la registrazione del disco (spesso all’aria aperta) strumenti arcaici e non usuali per i nostri tempi quali il corno di capra e lo strumento a fiato chiamato lur, kraviklyre e tagelharpe a corda. In un contesto del genere sono perfetti anche i suoni “naturali” di alberi, rocce e acqua che Kvitrafn ha catturato nel corso degli anni.

Runaljod – Gap Var Ginnunga è un capolavoro del genere. Tutto è perfetto, in qualunque modo si voglia ascoltare/interpretare l’album. C’è solo da premere play e lasciarsi trasportare dalle immortali note dei Wardruna.