Intervista: Insubria

Tornano a trovarci i lombardi Insubria, già ospiti di queste pagine nel 2018 in occasione della release dell’EP di debutto Nemeton Dissolve (potete leggere l’intervista QUI). Il nuovo lavoro Harvest Moon è la scusa per scambiare due chiacchiere con i ragazzi bergamaschi: dal bell’approfondimento dei testi per passare alla musica, ai sogni live e a come la musica sia stata utile in questo momento di grande difficoltà. Buona lettura!

Ci ritroviamo qui due anni dopo esserci conosciuti con l’EP Nemeton Dissolve. Inizierei quindi chiedendovi cosa è successo dopo quella pubblicazione e cosa avete fatto come gruppo e come musicisti.

Dopo la pubblicazione di Nemeton Dissolve ci siamo dati da fare con l’attività live, molte persone hanno creduto nella nostra proposta musicale e abbiamo avuto modo di girare per numerosi locali, sia in veste di esecutori che di spettatori. Di ciò dobbiamo ringraziare anche i ragazzi di Bagana e gli Holy Shire: è soprattutto grazie a loro se abbiamo potuto maturare delle bellissime esperienze in questi primi anni di attività. Nel 2019 abbiamo avuto l’onore e il piacere di suonare durante l’ottava edizione del Malpaga Folk & Metal Fest, una grande festa e un momento di gioia incredibile. Purtroppo, dopo le bellissime giornate estive di Malpaga, Michele, il nostro chitarrista solista, ha dovuto lasciare il gruppo per motivi di lavoro ma, nel frattempo, è subentrato Matteo al basso elettrico. Nell’inverno dello stesso anno ci siamo recati presso il Media Factory Studio per registrare Harvest Moon. Il nuovo EP è stato registrato con un solo chitarrista: William, il quale si è dimostrato adatto anche al ruolo di chitarrista solista. Registrare presso il Media Factory è stata un’esperienza molto formativa e ci ha permesso di lavorare a contatto con Fabrizio Romani, un professionista pieno di talento e di esperienza con cui ci siamo trovati bene fin da subito, sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista umano. In ogni caso, nonostante questo ultimo anno ci abbia costretti, così come tutti i musicisti, ad interrompere le attività live, non ci siamo affatto fermati, anzi, a breve ci saranno delle novità riguardanti la formazione.

Come descrivereste gli Insubria a un lettore che non vi conosce?

Parlando dal punto di vista di “genere e sottogenere” ci troviamo spesso in difficoltà a trovare una risposta univoca. Non lo facciamo di certo per darci una parvenza di unicità, ma semplicemente i sottogeneri da elencare sono davvero troppi: siamo melodic death metal con influenze ibride come, in primis, per quanto riguarda l’atmosfera, il folk metal. Per quanto riguarda le strutture ci definiamo symphonic metal e/o power metal e, nella stesura dei brani, aggiungiamo un pizzico di prog. Che ci si voglia catalogare come “folk metal”, “melodic death metal” o “epic metal” non è importante. Siamo di matrice melodica, il resto cambia da brano a brano.

Il nuovo lavoro Harvest Moon si allontana un po’ da quanto sentito nell’altro EP: credo sia normale quando la band è a inizio carriera e i musicisti coinvolti così giovani. È anche vero che ascoltando le nuove canzoni si sente comunque il legame con il vostro passato. Come sono nate le canzoni, volevate in qualche maniera “evolvervi” o è stata una cosa del tutto naturale?

In realtà è stata un’evoluzione del tutto naturale. Il processo compositivo, come lo è da sempre, è opera di Manuel e di Matteo (Valtolina, tastiere), i quali cercano sempre di maturare nella scrittura. I brani sono stati scritti, tra l’altro, in momenti differenti e quindi sono anche nati in maniera diversa.

Ho notato una maggiore ricerca della melodia e un’attenzione molto forte verso i ritornelli. Erano dettagli che volevate curare maggiormente quando vi siete messi al lavoro per i nuovi brani?

L’attenzione verso le melodie e i ritornelli deriva fondamentalmente da ascolti personali. Perciò sì, come ogni altro aspetto presente all’interno dei nostri brani si tratta di una scelta voluta. Per far ciò abbiamo preso come riferimento On Whispering Hills, non nello stile o nella sonorità, ma nell’intenzione di valorizzare l’aspetto melodico. Questo slancio melodico, di conseguenza, ha influito anche sulla voce e sull’andamento delle parti di basso.

Mi piacerebbe saperne di più sui testi. Avete tutto lo spazio che volete per parlarne!

I testi condividono tra loro un velo di malinconia che li accomuna e che dona loro un filo conduttore. Le liriche, in ogni caso, riflettono il titolo del brano: Heritage rappresenta il lascito culturale; è una canzone che vuole mettere in luce gli aspetti che cambiano con il passare del tempo. In particolare, il pezzo parla di come un luogo a noi caro può cambiare nel corso dei decenni e perdere il significato affettivo intrinseco che custodiva. Heritage, però, non è affatto un brano polemico. Si limita a raccontare delle sensazioni che, chi più chi meno, ha sperimentato almeno una volta recandosi dopo tanto tempo in un luogo del proprio passato. Il cambiamento è inevitabile e sta a noi affrontare quella malinconia in modo positivo o negativo: il passato di per sé è una lente neutrale sulla storia. Soil è il brano, forse, meno esplicito della pubblicazione. Si tratta di un ipotetico scambio di battute tra un uccello e uno spirito delle montagne, una figura indistinta di quelle che abitano i boschi della fantasia. Come i fauni, per esempio. “The city is coming here, I can taste the smell of the concrete from this wood”: Soil parla del consumo del territorio. Affrontare nella sua totalità un argomento così complesso in una canzone di soli quattro minuti è un’impresa impossibile. La letteratura a riguardo è esponenzialmente più corposa e complessa e, di certo, si tratta di un argomento che, ormai, da cinquant’anni a questa parte ha avuto risvolti non indifferenti sulla nostra nazione. Il brano vuole essere un monito a considerare ciò che possiamo fare per stare al passo con il progresso senza perdere di vista la ricchezza più importante del mondo. Stare fermi non è mai la scelta giusta, ma dobbiamo considerare in che modo avanzare verso il futuro. Legacy, dal canto suo, è la canzone più esplicita dell’EP. Scritto ai tempi della pubblicazione di Nemeton Dissolve, il brano parla del lascito intellettuale dei nostri avi, delle generazioni precedenti alla nostra e, quindi, della società precedente alla nostra. Qui la città non è vista solamente come un luogo fisico, ma è soprattutto un agglomerato di virtù e di idee sedimentate nella nostra cultura. Mettere in dubbio il passato è un atto di rispetto nei confronti della storia e dato che il passato è costruito sulle idee degli uomini che ci hanno preceduto, è bene riflettere attentamente sulle nostre idee e sul lascito culturale sul quale oggi basiamo la nostra visione della società. Home, infine, è la canzone dove si cristallizza la nota puramente malinconica che lega tutta la pubblicazione. Home parla della natura. Una natura fumosa e distante, irraggiungibile per quanto vicina, ma per la quale noi esseri umani non potremo mai far nulla di concreto. È come un sogno, è un vento gelido che soffia da delle montagne sfuggenti, è qui, davanti a noi ma non potremo mai farne parte. Quando ascolterete questo brano pensate a cosa vi è di più caro, a cosa vi rende felici e a chi vi rende felici. L’immagine che vi si paleserà agli occhi della memoria è ciò che vuole comunicare il brano e, in quel momento, non avrete bisogno di fare altre congetture per comprendere la natura e il significato di Home.

Per l’artwork vi siete rivolti nuovamente a Elisa Urbinati, la quale aveva realizzato la grafica del precedente EP. Devo dire che il suo lavoro è superbo e vi chiedo in quale maniera avete lavorato: le avete passato la musica e lei ha disegnato seguendo l’istinto, le avete dato delle indicazioni precise o altro?

In realtà, come praticamente tutti i lavori che abbiamo commissionato a Elisa, tutto è nato da un canovaccio pensato da noi e lei. Poi con le sue competenze è riuscita a plasmare l’idea fino a giungere al risultato che possiamo apprezzare oggi. Elisa è veramente un’artista capace e di talento e troviamo che i suoi lavori collimino perfettamente con la proposta che abbiamo voluto comunicare.

Harvest Moon è stato pubblicato solo in formato digitale. Io credo che la musica “liquida” sia troppo astratta e non ha attrattiva, ma è anche vero che sono un vecchio appassionato di musica che ha 40 anni. C’è comunque la possibilità di stampare una piccola quantità di cd o la vostra è una decisione precisa e mirata?

Non lo escludiamo, la richiesta effettivamente c’è. Valuteremo in futuro.

Come state vivendo questo periodo difficile? Avete trovato conforto nella musica?

Sì. Abbiamo passato quest’anno a scrivere nuovi brani e la musica ci ha aiutato a non rimuginare troppo sulla situazione e a non farci prendere dallo sconforto. Ci mancano i live e il suonare insieme, ma abbiamo colto l’occasione per lavorare sul nuovo materiale.

Quando si tornerà a suonare dal vivo, con chi vi piacerebbe farlo?

Avremmo un elenco di nomi veramente lungo, ma considerandone solo alcuni diremmo: Moonsorrow, Dark Tranquillity, Emperor, Trivium, Lamb Of God, Gojira e Furor Gallico. Fondamentalmente ci piacerebbe suonare con tutte quelle band che apprezziamo e che ci hanno accompagnato (e che ci accompagnano tutt’oggi!) durante la nostra formazione come musicisti. Davvero, la lista sarebbe veramente lunga.

Dopo due EP ci si aspetta il disco. Avete già in mente qualcosa? Magari troveranno spazio alcune canzoni di questo e del precedente lavoro, magari ri-arrangiate per l’occasione?

È vero, il disco sarebbe il passo che ci si aspetterebbe a questo punto, ma molto probabilmente non registreremo ancora l’album di debutto. Preferiamo, infatti, concentrarci su lavori più contenuti ma ben curati e valorizzati a dovere. Certo, è un percorso che richiede pazienza, ma riteniamo che possa condurci ad una maturazione costante e progressiva. Per quanto concerne il ri-arrangiamento dei brani, per ora non abbiamo in programma nulla di tutto ciò, ma … chissà.

Vi ringrazio per la disponibilità e per l’intervista, a voi le ultime parole!

Ringraziamo Mister Folk per lo spazio dedicatoci e voi lettori per la cortese attenzione, vi invitiamo ad ascoltare il nostro nuovo EP Harvest Moon e a farci sapere cosa ne pensate! A presto!

Intervista: Barad Guldur

Il bello di gestire un sito indipendente e libero come Mister Folk sta anche nel decidere di dare spazio con un’intervista a gruppi underground che si autoproducono il disco di debutto invece del gruppo con sette dischi incisi e numerosi tour alle spalle. Si perdono una marea di visualizzazioni, ma essendo Mister Folk un sito indipendente e libero, conta solamente la bontà musicale dei gruppi e il desiderio di dar voce a chi altrove voce non ha. I Barad Guldur, oltretutto, hanno pubblicato un bel disco di debutto e come potrete leggere, di cose da dire ne hanno anche parecchie! Quindi vi lascio a questa bella chiacchierata con il cantante Ivan Nieddu, Cicerone del mondo Barad Guldur.

Una persona legge “Bergamo e baghèt” e pensa ai Folkstone e invece ci sono anche i Barad Guldur! Come nasce il gruppo e perché la scelta di questo nome?

Ciao Mister Folk e grazie, in primis, per questa intervista! I Barad Guldur (le iniziali non sono scelte a caso) nascono da un sogno che coltivavo già dall’adolescenza: poter unire le sonorità che amavo all’epoca (epic/power metal e composizioni di Simonetti) con strumenti folkloristici reali, quindi senza uso di synth. Un altro punto cardine del progetto sarebbero dovuti essere i testi. Di cosa parlare? Di ciò che amavo di più: fantasy e storie di paura. E così è stato fatto: leggende con citazioni e riferimenti tolkieniani e pagani. Il nome stesso della band richiama la torre più alta di Dol Guldur, la fortezza del Negromante (ne Lo Hobbit). E quali racconti possono giungere da lì, se non storie di creature leggendarie e spaventose? Fantasmi, mostri, morti che camminano, magie terribili e draghi. Purtroppo ero solo un ragazzino con tanti sogni e non avevo nessuno con cui condividere questo. Fino a poco tempo fa. Prima ho avuto il sostegno di Eliana (mia moglie) per le composizioni delle cornamuse e la ricerca dei racconti popolari e delle fonti per i testi. E poi, piano piano, tanti musicanti si sono uniti a questo folle viaggio. Ci sono voluti più di vent’anni… Ma eccoci qui!

Dopo qualche anno dalla fondazione arrivate al debutto Frammenti Di Oscurità. Come mai non avete voluto realizzare uno o più demo/EP prima di arrivare al full-length? Ora che il disco è uscito, come vi sentite?

Avevamo dato forma a una prima versione di Canso De Bouye (oltre a varie cover, che ci son servite per la ricerca dei componenti della band), caricata sul nostro canale YouTube, giusto per vederne un riscontro e iniziare a sperimentare la fase di produzione. A quel punto avevamo già le idee abbastanza chiare e sufficiente materiale per un album. Senza presunzione, ci siamo concentrati su esso e non abbiamo pensato a pubblicare singoli o altro. Insomma: “Dritti alla meta e conquista la preda” (cit.). C’è voluto tempo. Tanto. Ma ne è valsa la pena. Ora che Frammenti Di Oscurità ha preso forma e vita è come se avessimo superato un valico montano: fatica, impegno, determinazione, ma la vista che si gode è stupenda e apre su una nuova valle tutta da esplorare. Quante strade, quanto ancora c’è da fare… Quanti angoli da esplorare, quante cadute, quante vette da ammirare… Quanti panorami in cui perdersi e sognare… È proprio quello che vogliamo, perché la musica (come l’arte in generale) è questo: un viaggio. E vale la pena viverlo.

Tra le influenze leggo anche Blind Guardian e Iced Earth. In quale modo questi due gruppi sono stati (e sono) importanti per i Barad Guldur? Descrivete la vostra musica a chi non vi conosce, magari suggerendo una sola canzone motivandone la scelta.

Personalmente importantissimi, soprattutto per la composizione della struttura dei brani e la tecnica vocale di Hansi Kursh e Matt Barlow (parlando degli Iced Earth di Something Wicked This Way Comes e Horror Show). Gli altri musicisti della band godono anche di altre influenze: dagli Amon Amarth, agli Eluveitie, passando per tutto ciò che a ciascuno piace e ama. Comunque l’influenza di quelle band è palese, basta ascoltare Imaginations From The Other Side dei Guardian (per l’impatto epico) o Wolf degli Iced Earth (per la sua aggressività), canzoni che si accomunano rispettivamente con Frammento di Oscurità e Senza Paura.

Chi si occupa della composizione dei brani? Si tratta di un lavoro di squadra?

La composizione avviene in fasi parallele: scrivo la struttura del brano e le cornamuse scrivono almeno un motivo che andrà poi inserito nel brano stesso (nel ritornello, nell’intro o in uno stacco). Finita questa fase, lavorano chitarre, basso e batteria per dar forma all’abbozzo, trasformando la struttura in una vera e propria canzone. Ultimate tutte le parti di cornamusa lavoriamo alle armonie di ghironda e violino, così da creare un’orchestrazione fra gli strumenti folk. Infine chi di dovere lavora sul solo, mentre io scrivo testo, linee melodiche e inserisco le voci. Ogni strumento ha “carta bianca” sulle proprie parti (tranne, ovviamente, alcuni lavori di armonia, che giocano su melodie già scritte in precedenza).

Come nasce una canzone come POININOS?

POININOS è tratta dalle incisioni rupestri dei Massi della Camisana, nel territorio di Carona, in alta Valle Brembana. È un’antica invocazione al Dio Pennino, divinità delle vette e delle montagne. Ne abbiamo tratto il testo dall’incisione e, cercando sonorità ancestrali, abbiamo dato forma a questo brano, che utilizziamo anche come invocazione durante la cerimonia del fuoco votivo durante la manifestazione Orobica Lughnasadh. Non è propriamente una “storia di paura”, ma è comunque un lascito dei nostri avi, un rito antico, un patrimonio storico e culturale che abbiamo desiderato omaggiare e conservare, di cui ne va mantenuta la memoria. L’atmosfera che abbiamo desiderato dare al brano è quella dell’invocazione (considerando che le incisioni in alfabeto lepontico sono a 2000 metri d’altezza circa, impresse su enormi massi, probabilmente un tempio orobico): lo scorrere dell’acqua, il richiamo degli animali (gli stessi che rappresentiamo), sussurri e grida di sacerdoti e il canto dei clan, in marcia sulle vette.

In un brano collaborate con il coro alpino Le Due Valli. Immagino che per voi sia motivo di orgoglio e soddisfazione avere un pezzo così fortemente caratterizzato dal coro alpino. Mi piacerebbe conoscere la genesi di La Gratacornia.

La Gratacornia è stata ricostruita e armonizzata dal maestro Aurelio Monzio Compagnoni. È un brano della tradizione popolare, uno di quei racconti che i nonni narravano la sera davanti al camino, prima che i bambini andassero a letto. È un monito: “fa’ la nanna, perché la Gratacornia uccide i bambini che non vogliono dormire”. Non hanno mezzi termini queste storie: dovevano far paura e la facevano. Citata anche ne L’Albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi, questo brano ha l’atmosfera perfetta per il nostro album. Come si evince, il bambino chiama ancora la mamma, ma la creatura è già ai piedi del suo letto. L’epilogo non è a lieto fine. “So chè”: “Sono qui”. Mi sono innamorato del brano dal primo ascolto, avendo esso il ritmo simile a un “esercito di nani in marcia”. Mi ha richiamato fortemente anche l’elemento fantasy. Facendo parte della corale ho avuto il piacere di eseguirla dal vivo ed è lì che ne ho carpito il reale spirito e la potenza. Alla prima esecuzione avevo già capito che questo brano si sarebbe incastonato perfettamente in Frammenti Di Oscurità.

Nel booklet ringraziate Simone Pianetti e c’è una canzone dove, senza menzionarlo, sembra che parliate di lui. Perché siete affascinati dalla sua figura e cosa rappresenta (o può rappresentare) per le persone più giovani?

La canzone in questione è proprio Nella Notte Più Nera. Il brano (che abbiamo voluto sotto forma di ballata, per ricordare un po’ le atmosfere dei fienili, stalle, cantine e vecchie case, dove ci si incontrava a suonare, cantare e ballare) può essere interpretato e visto sotto molti punti di vista. Può essere un animale braccato, che scappa da chi desidera ucciderlo. Qui il suo patto con lo spirito della morte, perdendo se stesso, la sua vita, ma portando a compimento la sua vendetta. In parallelo la storia di Pianetti: portato al folle gesto, esasperato, divenuto figura ormai folkloristica della Val Brembana. A lui siamo legati, anche perché la band vede le sue origini proprio a Camerata Cornello, suo paese natale. Il brano parla implicitamente dell’ultima cena fra Simone e sua figlia, alla vigilia della strage. Cosa hanno provato entrambi quell’ultima sera assieme? Lui determinato, consapevole di perdere per sempre la sua vita. Lei? Ignara o perfettamente cosciente di ciò che sarebbe accaduto poche ore dopo? Ancora oggi c’è chi inneggia “un Pianetti per ogni paese”. E molti dovrebbero ricordarselo: portare all’esasperazione chi non ha più nulla da perdere, vuol dire arrivare a un gesto estremo. Se non è una storia di paura questa… “Fate i bravi, se non volete che Simù venga a prendervi col suo fucile”.

La copertina mi ha colpito: non la “classica” folk metal, anzi, piuttosto particolare per stile e impatto. Cosa rappresenta e come è venuta l’idea di quella figura?

Anche questa è una storia di paura (a modo suo). Eliana, nostra figlia Luna ed io eravamo a cenare da una nostra amica, nel suo agriturismo. E lì, la piccola Luna, a 4 anni, ha iniziato a raccontare di una creatura che si aggira per i boschi: Aionkel (l’ha chiamato così): come testa un teschio di tigre dai denti a sciabola con palchi di cervo, fra le mani i crani di chi lo incontra, al collo una collana di falangi delle sue vittime, armato di una grande spada con la quale fa a pezzi chi si comporta male con la natura. Praticamente una sorta di giustiziere naturalista, nato dalle fantasie (macabre) di una bambina di quattro anni, che voleva raccontarci una storia di terrore. Camino acceso, la notte fuori… C’è riuscita benissimo. Non potevamo non fare omaggio a questa sua fantasia. Abbiamo aggiunto alcune simbologie tipiche delle nostre valli: il serpente (presente anche in Cernunnos), la rosa camuna, la triskele e, dietro lo spirito, l’invocazione a Pennino (scritta con le rune orobiche/lepontiche). La realizzazione della foto (è uno scorcio di Camerata Cornello) e le artline di Aionkel fanno parte anche di un progetto fotografico fra me e Eliana: spiriti delle selve all’interno di semplici foto dei nostri boschi.

Parlando dei Folkstone, sono stati una vostra fonte d’ispirazione e cosa pensate della decisione di lasciare le scene con una serie di date live?

Personalmente i Folkstone hanno significato tanto per me, ma non tutto. Ho amato e amo moltissimo le loro canzoni, le atmosfere e i significati trasmessi. I Folkstone sono e saranno per sempre i Folkstone. Non desideriamo che i Barad Guldur possano divenire una copia (rischieremmo oltretutto di essere solo una brutta copia). Per ciò che concerne la loro scelta di lasciare le scene, possiamo solo dire che avranno avuto le loro motivazioni. Non vogliamo assolutamente fare polemica o scatenare flame, ma in tutta onestà questo è ciò che pensiamo. Una band (mi ripeterò, ma come ogni opera artistica) è un po’ come crescere un “figlio”. Per loro è il momento di farlo correre via. Sono scelte. Nel bene o nel male, non bisogna contestarle, ma comprenderle. Può far rabbia, far male, deludere, ma non è sicuramente una scelta presa alla leggera. Magari è uno stop temporaneo, ma questo è solo una congettura. Hanno lasciato tanto e sicuramente non se ne perderà la memoria. Anzi!

Bergamo, anche grazie al Fosch Fest, è da anni un luogo dove il folk metal trova particolare spazio. Avete partecipato come spettatori alle edizioni prettamente folk/viking metal del festival e com’è oggi la situazione gruppi/locali nella vostra zona?

“Del Fosch nulla resterà, se non risa che risuonerann” (cit. Per Chi Ela La Nocc). Una frase non messa lì a caso. Ho amato il Fosch (per chi non sapesse, in dialetto significa “buio”) e l’ho conosciuto sul nascere e seguito con passione. Le prime edizioni, poi, una vera festa con tanto spirito, allegria, mangiate e bevute in compagnia e ottima musica. Poi, purtroppo, qualcosa è cambiato. E tutto è arrivato inesorabilmente al suo declino. Bisogna accettare anche quello. In zona bergamasca, per fortuna, c’è sempre un buon movimento di band, locali e festival. La speranza è che questo sia una radice forte per far crescere sempre più la cultura della musica dal vivo, anche perché ci sono moltissime band valide e c’è bisogno di spazi, farsi conoscere, opportunità e tutto nasce sì da chi fa musica, ma soprattutto da chi ascolta.

Come siete messi a esibizioni live? Avendo voi una line-up che conta ben nove elementi credo che non sia facile organizzare trasferte e serate.

Di esibizioni live in elettrico, per ora, non ne parliamo. Abbiamo bisogno di più richiesta, un po’ più d’interesse e curiosità, poi se ne parlerà con entusiasmo e ci prepareremo a dovere. Nel frattempo ci esibiamo, quando possibile, in acustico. Non stiamo certo con le mani in mano. La differenza è che negli acustici siamo più “compagnoni e goliardici”, mentre l’atmosfera in elettrico sarà ben differente. E non vediamo l’ora di mettere piede sul palco. Hai evidenziato un altro aspetto importante: il numero di elementi. Da una parte variegato, per un sound più eterogeneo, dall’altra un vero problema logistico. Questo non vuol dire che non ci si possa comunque esibire con una line up più snella (cosa che avviene già in acustico). Vedremo un po’ cosa ci riserba il futuro.

Vi sentite parte di una scena folk metal? Qual è il vostro punto di vista sulla scena italiana e nord italiana in particolare? Ci sono band con le quali avete legato e vi trovate particolarmente bene?

Credo che ci sentiremo davvero parte della scena folk metal quando sentiremo qualcuno cantare una nostra canzone, quando saremo su un palco e quando qualcuno inizierà a saltare a ritmo della nostra musica. Allora sì, saremo parte vera di quella scena. Per ora siamo su un cd. Èun frammento di quella scena, ma non ancora l’insieme. Insomma, un fantasy non si fa con un drago e un elfo, ma con un viaggio. E non abbiamo ancora camminato abbastanza. Per il resto, la scena qui è buona. C’è interesse, ci sono band, qualcosa si muove sempre. La speranza è sempre quella: espandere il fenomeno e non vederlo morire. “Le radici profonde non gelano” (cit. Tolkien). Non avendo mai suonato in elettrico, non abbiamo ancora avuto opportunità di conoscere altre band, se non alcuni musicisti. Il mondo è piccolo. Personalmente mi trovo bene con Becky dei Furor Gallico. Dei ricordi legati a lei (fra cantate, bevute e mangiate), il più divertente è stato quello in cui beveva idromele in casa mia, al matrimonio con Eliana, spaesata, senza neppure rendersi conto di cosa ci facesse lì. Per Eliana e me era una di famiglia, come una cugina vicina/lontana.

Grazie per la disponibilità e complimenti per il vostro disco. Avete tutto lo spazio per aggiungere e dire quello che volete!

Grazie a te per tutto! Ehi, aspetta, abbiamo davvero spazio per aggiungere quel che vogliamo? Non sai che errore che hai fatto… Scherzi a parte, giusto una cosuccia: ascoltate Frammenti Di Oscurità possibilmente di notte, davanti al fuoco e con qualcosa di buono da bere. Buon ascolto.

Bloodshed Walhalla – Ragnarok

Bloodshed Walhalla – Ragnarok

2018 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 9,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Drakhen: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Ragnarok – 2. My Mother Earth – 3. Like Your Son – 4. For My God

Si dice che il terzo disco sia quello della maturità: Thor, lavoro uscito solamente diciotto mesi fa, effettivamente, rappresentava la svolta definitiva dei Bloodshed Walhalla, passati da un sound pesantemente influenzato dai Bathory a un viking metal più personale e dinamico, pur non lesinando attestati d’amore verso il lavoro di Quorthon all’interno delle canzoni. Se Thor rappresenta quindi il cd della svolta, questo Ragnarok – uscito per la romana Hellbones Records – è un coraggioso passo in avanti in direzione epicità e sfrontatezza. Drakhen, ovvero la persona dietro al progetto lucano, non ha badato alle “leggi non scritte” della musica e ha confezionato un disco composto solamente da quattro tracce, ma dalla durata complessiva di sessantasei minuti, con il brano conclusivo For My God che sfiora la mezz’ora. Non si tratta di sperimentazione o estremismo forzato, ma semplicemente della necessità del musicista per esprimere al meglio le proprie idee. E che idee. Ragnarok è un disco impressionante per il lavoro svolto e la cura dei dettagli. In pochissimo tempo Drakhen ha realizzato un macigno musicale e gli ha dato vita attraverso le sette note, riuscendo nell’impresa di far emozionare l’ascoltatore e non farlo mai sfiorare dalla noia con idee già sentite o, peggio ancora, scontate. La passione per i Bathory più fieri e nordici è sempre lì, a testimoniare quale sia l’idolo musicale che ha spinto Drakhen a imbracciare la chitarra e incidere dischi, ma sono le “nuove” influenze, unite alla personalità e al coraggio del polistrumentista di Matera, a far fare il salto di qualità all’intero progetto. Così, oltre ai Bathory, per rendere meglio l’idea a chi non ha ascoltato una sola nota del cd, si possono fare i nomi di Moonsorrow e Falkenbach, con i Turisas per quel che riguarda la componente orchestrale delle canzoni. Ma è il mettere insieme queste sfaccettature e creare il sound dei Bloodshed Walhalla che fa di Drakhen un grande musicista. Senza ombra di dubbio si può dire che i Bloodhsed Walhalla hanno sviluppato un suono proprio, virile ed epico, che non teme il confronto con le realtà straniere e che probabilmente, se la provenienza geografica fosse stata di qualche migliaio di chilometri più a nord, staremmo parlando di un progetto musicale esaltato dai magazine di tutto il mondo.

Ragnarok, come detto, è un disco composto da sole quattro canzoni, ma ascoltando il cd si riesce a viaggiare insieme alle parole dei testi, vivere le emozionanti avventure e spaventose situazioni che s’incontrano man mano che il minutaggio avanza. La musica, di conseguenza, cambia a seconda delle storie cantate da Drakhen – mai così a suo agio con clean e harsh – e si passa tranquillamente da momenti tirati e urlati ad altri più sognanti e ariosi. Fin dall’opener title-track si capisce l’importanza delle orchestrazioni per il risultato finale e qui bisogna dare merito a Drakhen per aver saputo inserire nella propria musica qualche novità e stili nuovi: se per Thor era l’hammond, per Ragnarok è il sublime lavoro delle orchestrazioni che per gusto ed enfasi rimanda ai migliori Turisas (quelli di The Varangian Way), ai Moonsorrow meno oscuri e, perché no, a certi Finntroll più black oriented. Ma non si commetta l’errore di pensare che Ragnarok sia un lavoro sinfonico e poco metallico, perché se ci sono due cose che in questi sessantasei minuti non mancano, quelle sono le chitarre tritariff e la batteria che picchia duro per l’intera durata del cd. Quel che rende Ragnarok il gran cd che è, sta proprio nell’equilibrio tra viking metal old style e tastiere, tra – se vogliamo – sacro e profano. Tutto gira alla perfezione, non ci sono intoppi o momenti di fiacca, e anche chi predilige le “classiche” canzoni da pochi minuti non può non rimanere ammaliato ascoltando l’epica My Mother Earth e l’energica Like Your Son. La solenne For My God, con i suoi ventotto minuti, chiude in maniera eccellente il disco: una marcia infinita verso la gloria della Valhalla a suon di cori, riff epici e doppia cassa che colpisce con la stessa potenza di Mjöllnir, il martello di Thor.

Ragnarok è il capolavoro dei Bloodshed Walhalla, un disco che merita di uscire dalla nicchia di ascoltatori del viking metal perché ha le potenzialità per fare breccia nel cuore degli amanti dell’heavy metal epico e di quelli che apprezzano il metal grintoso e suonato con il cuore al di là di ogni etichetta e genere. Ragnarok ha le carte in regola per sbancare all’estero e per uscire vincitore dallo scontro con i dischi di band affermate a livello internazionale. Ora sta solo al pubblico acquistare questo cd ed entrare a far parte dell’esercito dei Bloodshed Walhalla: con Drakhen alla guida si è destinati alla gloria.

Intervista: Under Siege

Debuttare con un disco a dir poco gagliardo non è cosa semplice, eppure gli Under Siege ci sono riusciti. Arrivati quasi in silenzio alla pubblicazione, hanno sorpreso per maturità e qualità delle canzoni, un mix esplosivo di death metal epico con elementi folk e influenze viking: una chiacchierata con loro, anche in virtù dell’ottima esibizione al Mister Folk Festival 2018, è più che meritata.

Ciao ragazzi, come e quando sono nati gli Under Siege? Cosa vi ha spinto a unirvi e perché avete scelto questo nome?

Ciao Fabrizio! Under Siege è un progetto nato a durante l’estate del 2015, quando quelli che sarebbero divenuti i primi brani hanno cominciato a prendere forma dalla voce di Paolo Giuliani e la chitarra di Daniele Mosca. Immediatamente abbiamo intuito il potenziale del materiale e quello che era nato come un esperimento in studio si è trasformato in una band a tutti gli effetti. Presto infatti la formazione ha visto l’ingresso di Gianluca Fiorentini (chitarra), Livio Calabresi (basso) e Marzio Monticelli (batteria). Amici di vecchia data e musicisti già attivi nella scena musicale locale. Per quanto riguarda il nome, si tratta ovviamente di un qualcosa che richiama i temi che trattiamo nelle nostre canzoni, e, come i nostri testi, vuole essere un qualcosa di metaforico che congiunga un’epoca lontana alla realtà moderna. Se da una parte siamo tutti sotto l’assedio di una società vuota e artificiale, che punta all’omologazione della persona e allo svilimento dei valori tradizionali, dall’altra parte è un invito a reagire a tutto ciò, a ribaltare la situazione, a trasformarci da assediati in assedianti.

Siete arrivati al debutto senza nemmeno pubblicare in precedenza un demo o un EP. Di solito è una mossa molto rischiosa perché la band non fa esperienza in studio, ma nel vostro caso il risultato è un signor disco. Vi chiedo quindi quanto avete lavorato sulle canzoni e se pensi che incidere un demo prima del full-length vi avrebbe portato a realizzare un cd ancora migliore.

Partiamo dal presupposto che, a nostro avviso, il concetto di demo oramai non ha più molto senso, se non per uso “interno” e in ottica di preproduzione. Abbiamo deciso di puntare subito su un full-length anziché su un EP intanto perché di materiale ne avevamo in abbondanza, inoltre, avendo registrato in home studio tutto tranne la batteria, il tempo e i costi non erano un problema. In uno studio professionale di sicuro la qualità delle registrazioni sarebbe stata superiore, ma abbiamo puntato ad una maggior cura dei dettagli, prendendoci tutto il tempo di cui avevamo bisogno, senza fretta. In effetti tutto il processo produttivo ci ha richiesto più di nove mesi, un parto insomma ahah!

Il disco Under Siege è autoprodotto: una scelta di libertà o mancanza di proposte serie e interessanti?

L’autoproduzione è stata una scelta obbligata, in quanto come band che partiva da zero abbiamo potuto contare solo su noi stessi. Dopo la release del disco ci è arrivata qualche proposta per la distribuzione e per accordi su futuri lavori, ma niente di davvero serio. Se arriverà qualcosa di concreto ne saremo ben felici, in caso contrario ripeteremo senza problemi la scelta dell’autoproduzione nell’ottica di una seconda release.

Nel disco è presente una sola canzone in italiano, Sotto Assedio, ma è anche la canzone più diretta e “orecchiabile” per via del ritornello: il risultato, secondo me, è davvero convincente. Ci saranno altre canzoni in italiano in futuro oppure Sotto Assedio è semplicemente un esperimento che volevate fare?

Il bello di Sotto Assedio è che è uscita così, naturale, quasi come un coro da stadio, il testo si sposava perfettamente alla musica e il cantato in italiano gli conferiva ancora più carattere. Crediamo che le cose migliori sono quelle che vengono fuori spontaneamente, quindi non cercheremo mai di “incastrare” dei testi in italiano sui nostri pezzi, il risultato sarebbe forzato. Inoltre non è per niente facile scrivere un buon testo nella nostra lingua, spesso si cade nella banalità, o peggio si mettono insieme delle frasi senza senso facendo finta di dare ad esse un profondo significato metaforico ahah! Quando e se verrà fuori un altro brano adatto ad essere cantato in italiano saremo felici di proporlo, ma al momento sicuramente non è qualcosa per cui perderemmo il sonno!

Il vostro cantante suona la cornamusa e questo è uno strumento molto poco utilizzato nelle vostre canzoni. Se da una parte si prova un po’ di dispiacere perché è uno strumento che si fa amare facilmente, dall’altra parte si prova un grande effetto quando la cornamusa spunta tra gli altri strumenti e la canzone sembra prendere il “turbo”. La vostra è una scelta dettata dai gusti o dal fatto che se Paolo canta non può suonare al tempo stesso?

Entrambe le cose. Intanto non solo Paolo non può ovviamente cantare e suonare allo stesso tempo, ma prima di poterla suonare deve riempirla d’aria, per cui in sede live sarebbe impossibile far partire un giro di cornamusa immediatamente dopo un pezzo cantato, ci vuole una pausa di almeno 4-5 secondi, per cui abbiamo strutturato le entrate di cornamusa anche in base a questa esigenza. Molti gruppi, per ovviare a questo, dal vivo usano cornamuse elettroniche, ma noi almeno per ora preferiamo rimanere sul tradizionale. Dall’altra parte, come giustamente dici, è uno strumento molto amato e di grande effetto. È bello sentire la gente che ti fa i complimenti per la cornamusa, ma vorremmo che rimanesse un elemento che arricchisce il nostro lavoro senza sovrastarlo. Se la mettessimo ovunque diventeremmo abbastanza monotematici, mentre, come si capisce dal disco, ci piace spaziare parecchio in quanto ad atmosfere e stili dei vari brani. Detto questo nei futuri lavori le daremo sicuramente lo spazio che merita!

Ascoltando il disco è possibile riconoscere alcune delle vostre influenze. Ci sono invece degli “ascolti segreti” che non amate spiattellare in pubblico?

Essendo il tuo blog parecchio frequentato se ci fossero ascolti che non amiamo “spiattellare” in pubblico saresti l’ultima persona a cui li confideremmo ahah! E se ci sono di sicuro non ce li confideremmo nemmeno tra di noi, siamo abbastanza integralisti a livello musicale, il rischio di mazzate in sala prove sarebbe alto ahahah!

Il disco è uscito da qualche mese e il responso di giornali e webzine sembra ottimo. C’è un qualcosa che però avreste voluto fare meglio o cambiare completamente?

Questa domanda si ricollega inevitabilmente al discorso della produzione, in quanto magari con un bel budget a disposizione avremmo lavorato qualitativamente meglio donando un sound più “professionale” al nostro lavoro. Detto questo siamo felici di come siano andate le cose e sinceramente il disco è venuto meglio di come ce lo saremmo aspettato all’inizio visti mezzi a nostra disposizione, quindi va bene così!

Ci sono degli aspetti sui quali state lavorando per migliorare? Quali, invece, i punti di forza sui quali puntare anche in futuro?

Stiamo tentando di migliorarci praticamente su tutto, ma crediamo sia una cosa normale per una band che si è formata da nemmeno tre anni. Il nostro punto di forza forse risiede nell’aspetto compositivo dei brani, e nella loro varietà. Quando si riesce a “guidare” l’ascoltatore attraverso atmosfere anche molto diverse tra loro, riuscendo però a rimanere coerenti con se stessi, è di sicuro una bella soddisfazione! Ma non è sempre facile perché se un disco poco vario e monotematico può annoiare chi lo ascolta, un disco con pezzi troppo diversi tra loro può risultare slegato e poco identitario. Speriamo in futuro di continuare a bilanciare le due cose, dando ai nostri pezzi un sound “Under Siege” senza però divenire schiavi di esso come troppo spesso accade!

State lavorando a del nuovo materiale? Potete dare delle piccole anticipazioni?

Sì, stiamo lavorando a del nuovo materiale, diciamo che al momento abbiamo un buon numero di inediti in via di perfezionamento, ma ora come ora sarebbe prematuro pensare ad una seconda release, quando sarà il momento ci rimboccheremo di nuovo le maniche volentieri!

Recentemente Gianluca ha riformato i suoi Nazgul Rising, vi chiedo quindi se avete altri progetti e di presentarli a chi vi sta leggendo.

Oltre a Gianluca che è impegnato con i Nazgul Rising abbiamo Livio, il bassista, che attualmente fa parte del progetto “Raziel, the Blacksmiler”, un duo darkwave, mentre Marzio come tutti i batteristi si divide fra innumerevoli bands di vario genere, tra le quali gli Hardrunk, progetto hard rock. Paolo e Daniele al momento si dedicano esclusivamente agli Under Siege.

Grazie per l’intervista! Avete un messaggio per i lettori di Mister Folk?

Grazie mille a te e a tutti coloro che hanno avuto voglia di leggere quest’intervista! Stay metal and keep the siege strong!!! Alla prossima!

Intervista: Insubria

Sono giovani, pieni di talento e con un sound personale. Gli Insubria si sono affacciati da poco sul mercato con l’EP Nemeton Dissolve e Mister Folk non poteva certo perdere l’occasione d’intervistare la band per saperne di più su nome, testi e musica. Per supportare il gruppo lombardo potete acquistare il loro merchandise su BigCartel. Buona lettura!

Partiamo da vostro nome, Insubria. Un modo diretto per mettere subito le cose in chiaro e far capire all’ascoltatore il legame che c’è tra voi e la vostra terra?

È stato difficile scegliere un nome che rappresentasse al meglio lo spirito del progetto. Cercavamo qualcosa che fosse evocativo ed immediato, che sottolineasse una forte connessione con una realtà storica a noi vicina e facesse da cornice alle immagini che vorremmo trasmettere con la nostra musica. L’Insubria nel suo senso più ampio è una regione che ospita una gran quantità di contesti ed ambienti diversi come fiumi, laghi, colline e montagne, portatori di altrettanti significati ed emozioni: tutti elementi che vogliamo celebrare.

Raccontateci come vi siete formati e quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati di raggiungere.

Il progetto nacque dalla mente di Manuel, il quale ebbe l’idea di mettere su carta e su pentagramma i propri pensieri riguardo natura, storia e folclore e, nel giro di qualche mese, riuscì ad assemblare il primo nucleo degli Insubria. Dopo qualche cambio di formazione giungemmo alla formazione attuale, che raggiunse la stabilità nei primi mesi del 2017, data della fondazione ufficiale della band.

Cerchiamo di fare musica nella maniera più ragionata e professionale possibile. Ci interessa relativamente la quantità, al primo posto per noi c’è la qualità. Come tutte le band che vorrebbero fare della propria arte qualcosa di più che un semplice hobby, vorremmo ritagliarci un posto nella scena folk metal italiana e, perché no, estera. Senza rimpianti: vogliamo lavorare con ciò che ci piace per creare ciò che ci piace.

Semplificando molto si potrebbe dire che la vostra musica unisce lo swedish death metal con il folk metal. Siete d’accordo con questa visione della vostra musica?

Ci piacciono molto il metal melodico ed il folk metal, possiamo quindi dire che essi siano la nostra principale fonte di ispirazione, ma non crediamo che solo questo possa definire il nostro sound, il quale è in continua espansione. Ci piace molto sperimentare e cerchiamo di non legarci ad un genere in particolare. Attingiamo da tutto ciò che ci piace: da ciascun genere e sottogenere senza pregiudizi

Avete pubblicato l’EP Nemeton Dissolve. Perché questo titolo? Per voi cosa rappresenta questo lavoro?

Volevamo un titolo concettualmente violento e contemplativo allo stesso tempo. Il Nemeton che si scioglie è la fine di qualcosa, la fine di un rito, di una magia, di un tempo. Oggi viviamo in un mondo dove il Nemeton si è dissolto. Non esiste più quella magia, che era sì ingenua, ma che colorava il mondo e la natura con colori sempre nuovi. Non c’è più meraviglia, le storie e leggende sono trattate come fiabe da raccontare per passare il tempo, quando in realtà c’è di più, molto di più dietro. Il folclore è ricerca, è pensiero. Non dobbiamo scartare a priori un valore solo perché considerato superato dalla modernità. Cerchiamo di trarre il buono e l’equilibrio da tutto, cerchiamo di far tornare un po’ di magia in questo mondo.

Di cosa parlano i testi delle tre canzoni dell’EP? I titoli sono tutt’altro che scontati, quindi sono molto curioso di saperne di più…

I testi delle canzoni sono tutti opera di Manuel. Gli piace parlare per metafore, allegorie… Vogliamo che le parole siano un tutt’uno con le canzoni, e riteniamo che ciò sia fondamentale per noi: diamo molta importanza al testo, al contenuto e alla forma. La musica è arte, e le parole stesse sono musica. Abbiamo molto a cuore la natura e la storia, sia essa passata, presente o futura. Vogliamo raccontare cosa tutto ciò significhi per noi.

Partiamo da Vitruvian, primo singolo dell’EP e opening track del terzetto. L’idea per il testo nacque durante un’escursione sulle Alpi Orobie. La canzone parla dell’effetto dell’inquinamento atmosferico sulle nostre terre. Esso è rappresentato nella canzone da una nube colossale che avanza inesorabilmente erodendo tutto ciò che incontra fino ad abbattere il mondo così come lo conosciamo.

La seconda traccia, Light Striving To Be Born, è una riflessione intimista sul concetto di “decadenza degli ideali”. Il mondo moderno sembra aver dimenticato com’era il valore della natura un tempo, quando l’Italia ed il mondo ospitavano molte popolazioni devote ad essa. La visione del mondo era meno antropocentrica, era più equilibrata e propensa all’armonia, senza tuttavia dimenticare i difetti e le limitazioni del pensiero di allora, ovviamente.

L’idea per la canzone conclusiva, On Whispering Hills, nacque durante una notte trascorsa sulle colline. Osservando dall’alto la Pianura Padana, Manuel si chiese se quel mare di luci che vedeva fosse davvero la terra che i nostri antenati avrebbero voluto lasciarci. Ovviamente la risposta è negativa, e da questo nasce il desiderio di una nuova primavera per quel mondo soffocato dall’asfalto.

La canzone On Whispering Hills mostra tutte le vostre potenzialità. Credo che in quel brano vi siete lasciati trasportare dall’ispirazione e il risultato è davvero notevole.

Grazie molte, abbiamo ricevuto un sacco di complimenti per quella canzone in particolare. Diciamo che con On Whispering Hills abbiamo voluto dare libero sfogo alla nostra creatività. Volevamo che la traccia conclusiva di Nemeton Dissolve fosse un preludio per quello che potrebbe diventare il nostro sound, ovviamente evolvendo continuamente, senza adagiarci su nessuno stilema.

Mi è piaciuto molto l’artwork del disco, elegante e raffinato, realizzato da Elisa Urbinati. C’era un’idea di base che lei ha sviluppato oppure ha avuto libertà artistica?

L’idea per l’artwork è cambiata spesso durante la produzione. Ci piacciono i soggetti eleganti ed incisivi, ed Elisa ha un talento straordinario per questo genere di opere. Volevamo una “i” inscritta in una ghirlanda di betulla e, da questo semplice canovaccio, Elisa ha fatto il resto. Il risultato ci ha convinto subito.

Quale sarà il prossimo passo degli Insubria? Un EP con più canzoni? State lavorando a qualcosa di nuovo?

Ora stiamo lavorando alla promozione dell’EP, a breve inizieremo a cercare un contratto discografico e se la sorte vorrà il prossimo lavoro degli Insubria sarà un album. Chissà. Abbiamo già ricevuto alcune offerte, ma per ora non abbiamo ancora contattato nessuna label che possa fare al caso nostro. Intanto stiamo lavorando alle nuove canzoni, le idee non mancano e la passione è tanta, veramente tanta e se dovessimo pubblicare un nuovo EP esso conterrà sicuramente più canzoni.

Com’è un concerto degli Insubria? Quante canzoni avete in repertorio e vi piace suonare qualche cover?

Durante i nostri live cerchiamo di essere coinvolgenti. Ognuno di noi cerca di attingere il meglio dalle proprie esperienze passate per donare dinamicità alla performance. Cerchiamo di mandare un messaggio al pubblico, obiettivo non sempre di facile riuscita visto che i testi delle nostre canzoni sono piuttosto intimisti e volutamente poco espliciti. La nostra scaletta contiene otto canzoni di cui sei originali: tre provenienti da Nemeton Dissolve ed altre tre inedite. Abbiamo due cover ri-arrangiate secondo il nostro gusto che proponiamo in rotazione nelle nostre scalette: Blinded By Fear degli At the Gates e Bed Of Razors dei Children Of Bodom. Le suoniamo semplicemente perché sono delle canzoni che apprezziamo moltissimo ed il pubblico ne è molto entusiasta.

Come vedete la scena folk metal italiana? Siete in contatto con altre band?

La scena folk metal italiana è viva e brulicante di band davvero meritevoli. Crediamo che essa non abbia nulla da invidiare a nessun’altra scena metal nazionale. Ha regalato perle inestimabili per lo sviluppo del genere, sia oltr’alpe sia, ovviamente, nella nostra penisola. Basti pensare a capolavori come De Ferro Italico degli abruzzesi Draugr o a Furor Gallico dell’omonima band. Anche le band emergenti hanno molto da offrire, e spesso regalano lavori incredibilmente apprezzabili. Ce n’è per tutti i gusti e speriamo di entrarne a far parte anche noi!

Purtroppo, essendoci formati da pochissimo, non abbiamo avuto ancora modo di poter suonare con altre band folk metal. Il nostro frontman, Manuel, ha avuto modo di conoscere Samuele e Fabrizio degli Atlas Pain, ragazzi simpatici e disponibili.

Avete carta bianca per dire qualunque cosa. Grazie per l’intervista!

Vogliamo ringraziare innanzitutto lo staff di Mister Folk per la piacevole intervista, i nostri fan e tutti coloro che ci sono stati vicini durante la scrittura, la produzione e la pubblicazione di Nemeton Dissolve. E ovviamente mandiamo un saluto speciale a tutti i lettori di Mister Folk! Seguiteci sui nostri profili social per tutti gli aggiornamenti e le novità future!

Intervista: Dusius

Il debutto dei Dusius Memory Of A Man è arrivato a ciel sereno e ha colpito piacevolmente per il taglio professionale e il concept originale e anche piuttosto intricato. Ad aggiungere curiosità nei confronti della band emiliana, un mini tour in Inghilterra lo scorso autunno; insomma, di buoni motivi per intervistare questo “nuovo” gruppo folk metal ce ne sono in abbondanza, quindi spazio alle risposte dei ragazzi, buona lettura!

Per prima cosa direi di raccontare la vostra storia ai lettori di Mister Folk.

Ciao lettori di Mister Folk! La nostra band nasce nel 2010 come un gruppo di quattro amici (Rocco alla chitarra, Manuel alla voce, Erik al basso e Alessandro alle tastiere) accomunati dalla passione per la musica e con una grande voglia di scrivere canzoni proprie. Già dopo poco tempo la formazione ha avuto modo di allargarsi con l’entrata di altri due membri (Fabien alla batteria e Manuele come seconda chitarra) e il debutto col primo show in assoluto per Amnesty International a Parma. Nel 2013 siamo riusciti a produrre il nostro primo EP Slainte. Dopo qualche anno passato sotto una prima etichetta si è aggiunto il nostro settimo membro (Davide a flauti e cornamusa) giungendo alla formazione definitiva ad oggi della nostra band. Come ben sapete, a marzo scorso abbiamo pubblicato il nostro primo album Memory Of A Man sotto Extreme Metal Music.

Memory Of A Man è il vostro debutto. Vi chiedo come ci siete arrivati e come vi siete preparati a un evento e traguardo così importante.

In questi anni in realtà abbiamo scritto e composto il nostro album in modo molto “rilassato”, ovvero non ci siamo posti né delle scadenze né degli obiettivi, ma semplicemente abbiamo provato ad esprimere noi stessi attraverso le nostre competenze e i nostri gusti personali cercando di fonderli al meglio, in modo che il tipo di suono ricercato potesse rappresentare quello che c’è alla base del nostro gruppo: un profondo legame di amicizia. A questo proposito teniamo a sottolineare che in questo album abbiamo inserito tutte le canzoni che, anche quando il gruppo stesso era in forma “embrionale”, avevamo composto assieme, non scartando nulla nel tempo ma comunque rielaborandole e perfezionandole, tenendo sempre conto della “traccia”, dell’intenzione originale che le ha fatte nascere. Questo perché per noi esse rappresentavano non solo un semplice album ma un’opera con un valore intrinseco, l’espressione dei nostri diversi stili e delle nostre storie, nella sua evoluzione. Essi sono stati i nostri primi lavori, e ci sembrava giusto portare alla luce i nostri “figli”.

Quali sono stati i feedback finora ricevuti? Siete soddisfatti del risultato finale sia in termini di suono che di composizione?

I pareri ricevuti sono stati un 50 e 50: come ci aspettavamo alcuni hanno apprezzato il nostro sound, definendolo particolare ed interessante, altri invece hanno espresso pareri negativi. Noi abbiamo accettato qualsiasi opinione e siamo davvero contenti di tutti i feedback ricevuti nel bene e nel male. I gusti sono personali e chiaramente i giudizi negativi sono all’ordine del giorno, soprattutto quando ci si mette in gioco con un debut album che è stato volutamente un azzardo. In realtà siamo abbastanza convinti che alla fine dei conti siano questo tipo di opinioni ad essere più importanti. Le critiche possono aiutare a migliorare e magari prendere in considerazione aspetti che inconsciamente o distrattamente avevamo sottovalutato, per inesperienza o avventatezza. Non siamo pentiti della nostra opera, che riteniamo sincera e che, come detto, abbiamo deciso di pubblicare per intero dalla sua forma embrionale, con i suoi pregi e i suoi difetti. Siamo generalmente soddisfatti del risultato ottenuto. Ma ci consideriamo anche una band in itinere, la strada davanti a noi è davvero lunga: non abbiamo nessuna fretta, ma la voglia di migliorare è tanta.

Il disco è stato pubblicato con la tedesca Extreme Metal Music, per la quale la vostra rappresenta la prima uscita. In quale modo siete entrati in contatto con un’etichetta con zero dischi pubblicati? Come stanno procedendo le cose con loro?

Con il nuovo album già pronto nel 2016 abbiamo deciso di contattare diverse etichette e valutare eventuali proposte, accettando alla fine l’offerta di Extreme Metal Music: nella seconda metà del 2016, dopo aver incontrato Roberto e Valerio dell’etichetta, abbiamo firmato ed eccoci qua. Ci troviamo molto bene, c’è una grande professionalità, tanta comunicazione e voglia da entrambe le parti di mettersi in gioco. In sintesi si sta creando un rapporto sempre più stretto e siamo molto soddisfatti! Speriamo lo siano anche loro!

Memory Of A Man è un concept album. Nella recensione ho evitato di entrare nel dettaglio perché non avevo i testi, ma da quel che ho capito non sembra essere il “tipico” concept folk/pagan metal, ma anzi piuttosto articolato e originale. Avete tutto lo spazio per raccontare nei dettagli questa interessante storia.

Difficile dire cosa sia tipico o meno, abbiamo cercato di creare una storia che fosse il più possibile “nostra” sia a livello creativo che di messaggio. Il vissuto di ognuno di noi, inoltre, ha aiutato nella stesura della trama di base. Il nostro interesse era quello di raccontare qualcosa che potesse invogliare l’ascoltatore a godersi ogni traccia per scoprire come la vicenda si evolve e si conclude, stimolando la sua aspettativa.

Come da titolo si tratta della storia di un uomo, volutamente senza nome ma nonostante ciò, come tutti, con una sua identità e un suo personale vissuto. Esso vive un dramma, una sottile via costellata di perdite, di vendetta e redenzione, di patti e di inganni, sempre sull’orlo della follia. Il protagonista, uomo d’onore, assiste alla perdita di suo padre e, lacerato nell’anima, perde momentaneamente la ragione e cade preda di un irrazionale desiderio di vendetta. Questo si compie con la profanazione di un tempio durante un “baccanale”, che sfocia in crimini che suscitano (ovviamente) l’inevitabile ira degli dei. Viene messo dunque davanti ad una scelta: passare l’eternità tra i tormenti o lavorare come loro schiavo fino ad espiazione compiuta, con la falsa speranza che questo sacrificio basti per escludere la famiglia “dal loro furiosissimo sdegno”. Optando senza esitazione per la seconda alternativa, viene rinchiuso in una “spelonca” dove, giorno e notte accanto ad una forgia, sarà costretto a faticare come un novello Efesto. Il lavoro estenuante e una costante inquietudine per la sorte dei suoi cari lo logorano a tal punto da costringerlo a trovare una via d’uscita comunque inconcepibile. Dopo anni di espiazione il nostro fabbro accetta il suo fato con animo ormai spezzato, e sempre con il costante senso di colpa nei confronti di chi ama. Gli sovvengono dunque alcune visioni del presente nelle quali i suoi figli cadono sotto i colpi inferti da armi da lui stesso forgiate. Tutto ciò suscita in lui un nuovo moto di rivalsa nei confronti delle divinità, alimentato dalla volontà di poter salvare almeno la sua donna, l’unica persona amata rimastagli. Da qui un “patto col diavolo”, con l’antitesi divina che unica potrebbe spezzare il vincolo sacro a cui è stato sottoposto. Il demone gli commissiona due anelli e una spada, senza fornire ulteriori chiarimenti o direttive se non quella di lasciare il luogo del suo calvario a lavoro terminato. Compiuta l’ultima fatica, il nostro fabbro si dirige subito verso casa, dove però lo attende l’ultimo degli inganni. La sua donna, circondata dagli dei, accetta di unirsi in matrimonio col demone, mossa dal rancore verso il marito per aver rovinato la sua vita. Gli anelli sanciscono dunque il nuovo legame e la spada, brandita dal demone, squarcia letteralmente le vesti della donna in un ultimo atto di suprema carnale possessione. Il destino del nostro eroe si chiude così tragicamente. Addentrandosi solitario in un bosco e soppesando le sue azioni, guarda dentro di sé e comprende l’unica soluzione rimastagli. Cala dunque il sipario su un tentativo ancora non realizzato di ultima e definitiva liberazione, accompagnato dalla ricerca dei leggendari e benevoli spiriti del bosco (i “dusius”), gli unici che gli possano fornire conforto nel momento del trapasso.

Una storia molto simile a quella del Faust, insomma, ma con elementi più “paganeggianti”, per quanto questa parola ci faccia sorridere. Abbiamo volutamente lasciato vaghi tutti i riferimenti a mitologie esistenti proprio per far cadere l’attenzione su ciò che accade e come esso viene vissuto dal protagonista, sul contenuto stesso della nostra storia, non senza poter far viaggiare la fantasia.

Dusius live @ Northampton, UK

Musicalmente unite elementi folk con metal estremo e il risultato è piuttosto personale. Quali sono i vostri gruppi di riferimento e come nasce una canzone dei Dusius?

Possiamo affermare che non abbiamo propriamente dei gruppi di riferimento, ma ognuno di noi ha i propri gusti personali, a volte molto diversi: si spazia da cantautori come Guccini, a band sperimentali come Ayreon. Esiste comunque una matrice comune, che forse può essere accostata a Ensiferum, Finntroll, Troldhaugen e Trollfest. Solitamente le nostre canzoni nascono dalla proposta di uno dei nostri membri e quindi da un’idea fortemente influenzata dal suo personale stile, poi rielaborata anche dagli altri, e così via. Tenendo conto che ogni volta dobbiamo mettere d’accordo ben sette persone, immaginate la confusione. Ma dove starebbe il divertimento sennò?

Nel finale di Dear Elle c’è una parte con cantato pulito che mi ricorda i tedeschi Powerwolf. Lo avete notato anche voi e che opinione avete della band di Attila Dorn?

Sinceramente conosciamo ben poco i Powerwolf. Se quella parte li ricorda non è stato voluto, ma ci sentiamo comunque onorati del parallelismo. Ps: li abbiamo appena ascoltati, grazie a te, e ci sono piaciuti non poco.

La copertina è molto bella ed evocativa. Ha qualcosa a che vedere con il concept? Perché la scelta del soggetto è ricaduta su un cervo?

Per quanto riguarda il collegamento con il concept, possiamo dire che l’ambientazione della copertina cerca di rievocare quello che viene scritto nei testi, per dare a livello visivo l’idea dello scenario in cui si svolge la maggior parte delle vicende. La pallida luna piena che campeggia alle spalle del cervo viene non solo citata nei testi, ma ha di per sé un certo peso simbolico: rappresenta una “sorta di maestoso bellissimo e terrificante ammasso di eventi che paiono prendere il possesso di tutto lo spettro visivo ed emozionale di chi si presta a guardare, quasi a volerlo schiacciare”. Sembra la citazione di qualche poeta romantico o di un filosofo esteta dedito alla descrizione del sublime, ma no, è solo l’estro creativo del nostro cantante. Il cervo, inoltre, è stato scelto da noi come rappresentazione dello “spirito del bosco” da cui prendiamo il nome: “Dusius”, in un dialetto volgare medievale, significa appunto questo. Altro significato del cervo è quello del “buon auspicio” (dalla mitologia islandese): il fatto che questo animale cambi il palco ogni anno, maturando, rappresenta il rinnovarsi ciclicamente della sua vita, facendo nel contempo tesoro della propria esperienza. Esso è l’emblema dell’invecchiare con saggezza e quindi un buon auspicio per il raggiungimento di una vita piena.

Dopo l’uscita del disco vi siete concentrati sull’attività live? Com’è un vostro concerto? Ci sono brani (cover incluse) che suonate regolarmente ma non avete inciso?

Ovviamente si, stiamo cercando di trovare sempre date interessanti e di suonare con costanza. Abbiamo anche in programma un tour in Regno Unito per questo autunno, ulteriori informazioni sono state pubblicate sulla nostra pagina ufficiale (come avrete capito l’intervista risale allo scorso ottobre, ndMF). I nostri concerti rispecchiano noi stessi: “pane e salame” per così dire, molta spontaneità, un pizzico di teatralità, soprattutto dal nostro frontman e cantante Manuel, che sul palco dà sempre il meglio di sé. Crediamo che per chi ci guarda suonare sia fin da subito evidente il legame forte che ci affiata anche sul palco. Abbiamo invece abbandonato le cover da tempo, anche se a volte ne suoniamo alcune ri-arrangiate, spesso brani che non fanno parte del panorama folk metal, per eventi eccezionali. Suoniamo invece regolarmente alcuni brani in anteprima del prossimo album.

State lavorando a un nuovo disco? Se sì, potete dare qualche anticipazione?

Stiamo lavorando al secondo album, ancora sotto forma di bozza. Le idee ci sono ma sono in costante evoluzione, sia a livello compositivo che di contenuti. Il nostro obiettivo è quello di rendere più omogeneo e riconoscibile il nostro sound, levigare le imperfezioni a cui siamo andati incontro nei nostri lavori passati, come detto, cercando comunque di non snaturarci.

Rinnovo i complimenti per il lavoro svolto, siamo a fine chiacchierata. Lo spazio è tutto vostro!

Ti ringraziamo per la tua recensione e per averci concesso l’opportunità di questa intervista. Ringraziamo anche tutte le persone che ci hanno aiutato ad arrivare fino a qui, che ci supportano e che ci supporteranno.

Nota del cantante: “correte la vostra vita fino in fondo perché non saprete quando cadrete”.

Grazie mille, Dusius