Heidra – The Blackening Tide

Heidra – The Blackening Tide

2018 – full-length – Time To Kill Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Morten Bryld: voce – Martin W. Jensen: chitarra – Carlos G.R.: chitarra – James Atkin: basso – Dennis Stockmarr: batteria

Tracklist: 1. Dawn – 2. The Price In Blood – 3. Rain Of Embers – 4. Lady Of The Shade – 5. A Crown Of Five Fingers – 6. The Blackening Tide – 7. Corrupted Shores – 8. Hell’s Depths

Quattro anni dopo il debutto Awaiting Dawn i danesi Heidra tornano a farsi sentire con un nuovo disco targato Time To Kill Records e la prima cosa che si nota ascoltando il cd è la “nuova” strada intrapresa dai musicisti di Copenhagen. Non che ci sia da stupirsi: se l’EP Sworn Of Vengeance (2012) risentiva dell’influenza degli Ensiferum, già con il full-length di due anni più tardi Morten Bryld e soci avevano piantato il seme del cambiamento che ha dato i propri frutti con The Blackening Tide. Sia chiaro, non si parla di una vera e propria trasformazione, ma di una sana, gagliarda e pienamente riuscita maturazione artistica che ha portato gli Heidra dall’essere una “classica” (e dotata) formazione folk metal in un gruppo dalla difficile catalogazione: i riferimenti folk non mancano, ma le orchestrazioni si sono fatte più incisive, le chitarre di Carlos G.R. e Martin W. Jensen prendono spesso il centro del palco a suon di veloci note e melodie accattivanti, ma il vero protagonista del cd è senza ombra di dubbio il cantante Morten Bryld. La sua voce potente ed espressiva è in grado di dare una marcia in più ai brani, soprattutto quando passa con estrema naturalezza dal growl al pulito suscitando ogni volta un misto di stupore e ammirazione. Il grande lavoro svolto sulle linee vocali, anche quelle meno memorizzabili che non fanno parte dei ritornelli, sono create per dar risalto alla voce del frontman e tutti questi sforzi si riflettono sul risultato finale.

Un’altra arma a favore di The Blackening Tide è l’ottima produzione opera di Marco Mastrobuono: i danesi hanno registrato il disco a Roma, presso i Kick Recording Studio e il tempo impiegato nella capitale è stato ben speso data l’elevata qualità che si può ascoltare una volta inserito il cd nel lettore. Gli strumenti sono tutti ben bilanciati, i suoni naturali e frizzanti, l’ascolto potente: l’audio non ha nulla da invidiare ai lavori rilasciati dalle potenti major internazionali. La copertina è in linea con la musica, ovvero epica e “raffinata”, che fa sognare chi la osserva e si immedesima nel personaggio che con regalità ammira il mare in tempesta.

L’iniziale Dawn è probabilmente il miglior esempio della natura camaleontica degli Heidra: muri di chitarre e melodie sognanti si sorreggono sul lavoro della possente sezione ritmica, con il cantante che spazia dal growl al melodico più volte. La seguente The Price In Blood ha un iniziale e adrenalinico tocco power che si trasforma presto in un brano dal sapore folk metal senza però ricordare qualche nome importante della scena. Proprio qui sta il cambiamento degli Heidra: qualunque tipo di canzone propongano lo fanno con personalità e una naturalezza che anni fa non gli era propria. L’ascolto prosegue con Rain Of Embers, inizialmente lenta e malinconica, cresce nella sofferenza e nella crudeltà di pari passo con il concept di The Blackening Tide che a sua volta è il seguito di quanto raccontato nel debutto Awaiting Down. Il re deposto vuole tornare sul trono che è suo di diritto e per farlo scende in battaglia contro il nemico: lo scontro è cruento e sembra vederlo vincitore fino a quando, poco prima di poter gridare alla vittoria, succede qualcosa che scaraventa il re e il suo esercito in un reame infernale. Il break centrale di Lady Of The Shade dà il via a un susseguirsi di cambio tempo, riff inusuali, note di pianoforte e altri dettagli che stupiscono per coraggio e che si incastrano alla perfezione con il resto della canzone. La quinta traccia è A Crown Of Five Fingers, in un certo senso semplice e lineare, caratterizzata dal bellissimo cantato pulito del ritornello, mentre la title-track è forse il brano migliore dell’intera discografia degli Heidra, completa sotto ogni aspetto e abbastanza varia da non far pesare i sei minuti e mezzo di durata. Il cantato è intenso, le chitarre libere di creare e la batteria di Dennis Stockmarr macina pattern potenti e dinamici, con la brutale accelerazione finale che pone fine a una signora canzone. L’arpeggio di chitarra apre Corrupted Shores, traccia che si snoda tra ritmiche up-tempo e ritornelli diretti che portano a Hell’s Depths, ultimo pezzo del cd. Le sonorità sono inizialmente struggenti, sanno di un triste addio, e il bridge, tra intrecci di chitarre e il crescendo vocale, è un inno all’epicità scandinava che si poteva ascoltare in dischi di quindici anni fa. La seconda parte della composizione è più robusta e vede aumentare progressivamente la “cattiveria” fino al break che riporta, infine, alle sonorità struggenti dei primi minuti, come una sorta di cerchio che si chiude avendo detto tutto quello che c’era da dire. Hell’s Depths è forse il miglior modo per chiudere un disco come The Blackening Tide, un emozionante viaggio nel concept portato avanti dalla band, ma anche un viaggio musicale iniziato anni fa e ancora non arrivato a destinazione. Di sicuro, quello che aspetta gli Heidra non è possibile immaginarlo, ma siamo tutti eccitati e curiosi di sapere dove porterà i cinque musicisti.

Il secondo disco di Bryld e soci è quello della consacrazione, ora gli Heidra camminano con le proprie gambe senza essere seguiti dall’ombra di altre band ad ogni nota suonata, ma cosa ancora più importante, The Blackening Tide è un lavoro completo e bello, senza cali di qualità e con numerosi spunti vincenti disseminati tra le varie tracce: quasi cinquanta minuti di musica senza una sbavatura, anzi, interessante fino all’ultimo secondo dell’ultima canzone. Gli Heidra hanno fatto un importante passo in avanti e il responso che riceveranno sarà la giusta ricompensa per il duro lavoro fatto per arrivare fino a questo punto.

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Duir – Obsidio

Duir – Obsidio

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Giovanni De Francesco: voce – Mirko Albanese: chitarra – Pietro Deviscenzi: basso – Matteo Polinari: batteria – Thomas Zonato: cornamusa

Tracklist: 1. Inconscio – 2. Destarsi – 3. Rise Your Fear – 4. Dies Alliensis – 5. Insomnia Seeds – 6. Obsidio

Nuovo EP per i Duir, formazione che abbiamo già incontrato qualche anno fa in occasione del loro primo e acerbo Tribe. Tra i due lavori è passato molto tempo e la band veneta ha avuto modo di lavorare con calma alla realizzazione di questo Obsidio, dischetto composto da sei tracce per una durata complessiva di trentuno minuti.

Pur rimanendo in ambito extreme folk metal, la nuova via musicale intrapresa dai Duir convince maggiormente rispetto alla vecchia: forse i cambiamenti di line-up (per un periodo ha fatto parte della formazione anche l’ex Dyrnwyn Mauro Ricotta alla chitarra), probabilmente per la maggiore esperienza, fatto sta che le nuove canzoni – tutte composte dall’axeman Mirko Albanese – suonano fresche e in grado di competere con il mercato odierno.

Obsidio è introdotto dall’ambient Inconscio fino a quando la feroce Destarsi si fa spazio a suon di doppia cassa e riff tritacarne. I suoni sono un po’ confusionari ma non disturbano l’ascolto e rendono l’EP particolarmente grezzo. In questo contesto tendente all’estremo la cornamusa di Thomas Zonato spicca per eleganza e gusto, ma è il ritornello il pezzo forte della canzone, per melodia e impatto. Rise Your Fear è un mid-tempo in lingua inglese che nella parte finale accelera in potenza e velocità con la cornamusa sempre in bella vista. Dies Alliensis è un pezzo dal mood oscuro, ricco di riff aggressivi e cupi che ben contrastano con le melodie di Zonato. Più “classica” per struttura e linearità, Insomnia Seeds è una composizione matura di extreme folk metal, ma il meglio arriva con la title-track: epica secondo la migliore tradizione Draugr, personale nello stile e italiana nell’anima. I cinque minuti e mezzo di Obsidio sono la migliore prova possibile delle abilità dei Duir, passati da essere il classico gruppo di belle speranze a una piccola realtà arrivata a un passo dal salto di qualità definitivo.

Con questo lavoro la band veneta mostra quanto sia importante lavorare sodo per realizzare un lavoro di qualità. Le canzoni scorrono senza ostacoli, l’ispirazione è più che concreta e anche la produzione, sicuramente migliore di Tribe, ma ancora da migliorare per il prossimo lavoro, fa un passo avanti. L’artwork di Chiara Bruscaggin è volutamente scarno e le illustrazioni crude ben rendono l’idea del contenuto sonoro di Obsidio. Infine, la lingua italiana, quando utilizzata dal cantante Giovanni De Francesco, è stimolante e motivo di interesse, tanto più che è utilizzata in sole due occasioni, fatto che la rende sempre affascinante quando la si sente. I Duir hanno prodotto questo buon cd che può rappresentare per loro un nuovo punto di partenza.

Ensiferum – Drangoheads

Ensiferum – Dragonheads

EP – 2006 – Spinefarm Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Petri Lindroos: voce, chitarra – Markus Toivonen: chitarra, voce – Sami Hinkka: basso –  Janne Parviainen: batteria – Meiju Enho: tastiera

Scaletta: 1. Dragonheads – 2. Warrior´s Quest – 3. Kalevala Melody – 4. White Storm – 5. Into Hiding – 6. Finnish Medley ensiferum-drangoheads

Dragonheads segna la rinascita per gli Ensiferum, formazione che dopo l’abbandono dell’intera sezione ritmica e del cantante-chitarrista Jari Mäenpää ha rischiato di sciogliersi come neve al sole. Il caparbio Markus Toivonen, axeman e membro fondatore della band, non si è dato per vinto e ha reclutato in breve tempo i bravissimi Janne Parviainen (batteria) e Sami Hinkka (basso), oltre a Petri Lindroos, proveniente dai Norther, in sostituzione di Jari, impegnato all’epoca in sala d’incisione per il debutto del suo progetto Wintersun.

Il contenuto di Dragonheads è quello classico che ci si aspetta da un EP, ovvero un mix di brani nuovi e vecchi, oltre a cover e pezzi live; nei ventisei minuti di questo dischetto troviamo in apertura una nuova canzone, due brani ri-registrati risalenti al periodo demo del 1999, una cover degli Amorphis e due composizioni folk finlandesi personalizzate e rese in parte “metalliche”. Dragonheads è inoltre l’occasione per presentare ai fan la nuova formazione, oltre che un gustoso antipasto in attesa del disco successivo, utile anche a non far passare troppo tempo dal precedente lavoro Iron, secondo e ultimo dell’era Mäenpää.

La prima traccia, Dragonheads, è per lo più un epico mid-tempo granitico, che rende per cinque minuti gli Ensiferum una band viking, sia dal punto di vista musicale sia lirico:

Sails up! We’re leaving today
Distant lands are calling
Cowards stay at home; this is a quest of true men
Farewell, should we never see again

Il testo narra di un gruppo di vichinghi che, senza paura e con desiderio di osare, salpano dalla propria terra verso l’ignoto, sfidando la Natura e il fato:

Weeping women waiving at the pier
When the sky starts cry
But neither rain, nor wind can make us turn around
What’s decided, has to be done

Musicalmente Dragonheads si differenzia molto dal debutto Ensiferum e dal successivo Iron: riff pieni e grassi, fieri cori maschili e un Petri quasi arrogante tanto è sicuro dietro al microfono. Non manca, ovviamente, la componente “destino”, fondamentale tassello della vita di ogni impavido uomo nordico:

If we die the sun will shine again beyond mortal time
we’ll meet again in Valhalla…

Warrior’s Quest e White Storm, entrambe risalenti all’autoproduzione Demo II del 1999, sono per l’occasione ri-registrate e abbreviate di circa trenta secondi l’una. La voce di Petri fa un figurone, adattandosi alla perfezione alle linee vocali che vedevano Jari in difficoltà, aiutata anche da vigorosi cori e una sezione ritmica, Janne Parviainen in particolar modo, a dir poco straripante. La melodica Warrior’s Quest alterna momenti di raffinatezza chitarristica a screams che non lasciano scampo, mentre White Storm, dopo il breve intermezzo Kalevala Melody – buono solamente per spezzare un po’ il ritmo – suona aggressiva e brutale fin dai primi secondi; la traccia, con riff velocissimi di chitarra e tempi di batteria al fulmicotone, crea, prima dello stacco evocativo di tastiera, un muro sonoro sporco di sangue nemico. Rispetto alla versione demo, il brano, oltre – ovviamente – a una produzione spettacolare, si avvale di una parte cantata in pulito di grande effetto particolarmente riuscita. Segue Into Hiding, cover dei connazionali Amorphis: la canzone è maestosa e possente già nella versione originale, presente nel capolavoro Tales From The Thounsand Lakes del 1994, eppure gli Ensiferum riescono a donarle ancora maggiore epicità, facendo, tra l’altro, risaltare l’orientaleggiante riff iniziale, ormai entrato di diritto nella storia del death metal europeo. Petri si dimostra un gran cantante, in possesso di una voce abbastanza versatile, in grado di passare con disinvoltura dallo scream urlato ad un gran growl, profondo e sicuro. Ultima traccia dell’EP è Finnish Medley, cinque minuti che vedono miscelati i seguenti brani folk finlandesi: Karjalan Kunnailla, Myrskyluodon Maija e Metsämiehen Laulu. La prima parte è affidata alla voce soave di Kaisa Saari e i giri di chitarra molto semplici e sognanti, mentre per la conclusiva Metsämiehen Laulu (la seconda parte, Myrskyluodon Maija, è breve e strumentale) i riff si fanno più ritmati e le parti vocali sono affidate a Markus Toivonen e Sami Hinkka.

Registrato e mixato nel novembre 2005 presso i Sonic Pump Studios e masterizzato nei gloriosi Finnvox Studios, Dragonheads suona fresco e originale, pur essendo solamente un intermezzo tra due dischi, esperimento perfettamente riuscito per la band di Helsinki; la bellissima copertina rappresente la classica ciliegina sulla torta su di un dischetto che centra in pieno il bersaglio, sfamando i fan desiderosi di nuovo materiale (Iron è del 2004) e presentando in pompa magna il nuovo frontman Petri Lindroos.

Interessante per i seguaci del gruppo, utile per chi non conosce la band e vuole avvicinarsi al loro extreme folk metal.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Korrigans – Ferocior Ad Rebellandum

Korrigans – Ferocior Ad Rebellandum

2014 – full-length – Nemeton Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Thanatos: voce – Torc: chitarra, bouzouki, tin e low whistle – Ensis: chitarra – Dalk: basso – Solstafir: batteria – Spiorad: fisarmonica, tastiera

Tracklist: 1. Proemio – 2. Latium Vetus – 3. Il Baluardo – 4. Iter Bellicum I: L’Aruspice – 5. Iter Bellicum II: Le Saturnie Mura – 6. Corbium Capta Est – 7. Bacchanalia – 8. Rebellio – 9. Ferocior Ad Rebellandum – 10. L’Animo Degli Eroi

korrigans-ferocior_ad_rebellandumLa scena italiana si arricchisce di un nuovo gruppo assai promettente, i Korrigans. In realtà la band laziale è attiva dal 2012, anno durante il quale ha pubblicato il demo self titled, ma è con questo Ferocior Ad Rebellandum che la formazione pontina balza all’attenzione degli amanti della scena pagan folk: il sound non del tutto definito del demo è maturato e cresciuto di pari passo con l’abilità tecnica e di scrittura dei musicisti; i testi, come vedremo più avanti, sono parte fondamentale dell’opera e risultano essere interessanti e fortemente legati al territorio di provenienza della band.

Ferocior Ad Rebellandum è un lavoro di extreme folk metal che brilla di luce propria nonostante l’evidente influenza degli abruzzesi Draugr. Nei cinquantadue minuti di durata prevalgono i tempi medi dove il frontman Thanatos (già conosciuto tramite il demo dei romani Dyrnwyn) riesce ad esprimersi al meglio grazie a deliziose rime e cambiando spesso stile vocale (anche a seconda dei personaggi interpretati), comunque quasi sempre d’impronta black metal.

Un aspetto fondamentale per i Korrigans è rappresentato dai testi: in Ferocior Ad Rebellandum si narra, anche grazie alle parole di Tito Livio, storico romano del I secolo, della rivolta mossa dalla popolazione italica dei Volsci contro l’allora giovane forza di Roma, storia che si conclude nel 446 a.C. con la vittoria dell’esercito dell’Urbe nella Piana di Corbione. Fa veramente piacere constatare come gruppi una volta interessati ad altre tematiche (e influenze musicali) abbiano iniziato a raccontare della propria terra, scavando nel passato e cercando intorno a loro gli input per fare grandi dischi: dopo i seminali Draugr è stata la volta dei Gotland dell’eccezionale Gloria Et Morte, e ora si può festeggiare la fresca pubblicazione dei Korrigans per mano della Nemeton Records.

Proemio è l’intro del disco, dove la tastiera e la fisarmonica accompagnano Thanatos che declama l’opera di Tito Livio. Primo brano “vero” è Latium Vetus, sette minuti di mid tempo dove non mancano apprezzate sfuriate black oriented ed epiche melodie. Semplicemente ottima Il Baluardo: musicalmente presenta dei fraseggi di chitarra accattivanti, con la parte strumentale curatissima e gli inserti folk perfetti. Il baluardo non è altro che uno “straniero” divenuto il leader dell’esercito dei Volsci, il tutto descritto con un linguaggio poetico studiato nei minimi dettagli. Iter Bellicum I: L’Aruspice vede nella prima parte i Korrigans dare parecchio spazio alle influenze folk, ma è presente anche una parte più tirata (stilisticamente vicina ai vecchi Ensiferum) che riesce a dare un po’ di energia aggiuntiva al disco. Strumenti acustici introducono Iter Bellicum II: Le Saturnie Mura, composizione da quasi nove minuti dove la fisarmonica di Spiorad regna sovrana. Ottima la prova di Thanatos e molto interessanti le parti strumentali, dove di tanto in tanto si tenta qualcosa di “nuovo”. Corbium Capta Est è un bel pezzo dinamico e personale dalla forte impronta folk, con il testo che racconta dei successi dei guerrieri volsci e della presa di Corbione, fatto che scatenerà come non mai l’ira dei romani. Ma prima della grande battaglia c’è tempo per festeggiare il cammino compiuto: Bacchanalia è una composizione allegra e diversa da tutte le altre, dove a risaltare è lo spirito più godereccio e festoso, come giustamente era l’animo dei guerrieri arrivati a sfidare la potenza di Roma:

Al  domani or non pensiamo
E sol Bacco celebriamo
Possa dar a nostre menti

Assenza di patimenti

Rebellio, cantato in latino, è un intermezzo molto evocativo, un bellissimo modo per condurre l’ascoltatore alla title track, il momento più importante dell’intero album. L’esercito italico pensa di avere in mano la battaglia e di poter sconfiggere Roma, ma la storia racconta della potenza dell’Urbe capace di spezzare e sottomettere qualunque nemico per ancora molti secoli. L’Animo Degli Eroi è quel che resta, ovvero il coraggio di aver affrontato senza paura un avversario tanto potente, combattendo con furore e trovando la morte con onore. Musicalmente si tratta di un up-tempo che ben si presta al testo che parla di una sconfitta affrontata a testa alta:

Vermiglio color fango fragor d’acciaio
Corpi che cozzan vite fuggon via
Mamerte impera niun gli sfuggirà

In questo giorno Ade si riempirà!

Lo scontro volge al termine, il Baluardo è trafitto da una freccia e la Piana di Corbione è la tomba della ribellione: musica e testo vanno di pari passo, quindi le note sono oscurate da una palpabile sofferenza.

L’aspetto visivo, per la band, è molto importante: gli abiti di scena sono ben curati e le foto promozionali accattivanti, così come il booklet di sedici pagine (opera di Davide Cicalese, cantante dei Furor Gallico) è completo di testi, informazioni e immagini dei membri del gruppo. Le fasi di registrazione e missaggio si sono svolte a Latina presso lo Zero Zero Studio: non tutto è perfetto e alcune cose potevano essere fatte meglio (il suono delle chitarre e alcune regolazioni di volume), ma considerando che per i ragazzi è la prima vera esperienza in studio non ci si può lamentare più di tanto.

Ferocior Ad Rebellandum è un ottimo disco di folk italico con testi e musiche diverse da quelle che si è abituati ad ascoltare in giro, sicuramente (e finalmente) più vicini a noi italiani e alla nostra cultura. Questo è uno dei motivi che dovrebbe far venire la curiosità di ascoltare i Korrigans, ma fortunatamente c’è molto di più. La musica è l’altra nota positiva del full-length, già buona ma che può e deve maturare ulteriormente nei prossimi lavori. La personalità non manca, la voglia di osare anche, la competenza è già mostrata: alcuni piccoli miglioramenti e i Korrigans potranno sfornare un vero capolavoro. Per il momento possiamo godere di questi cinquantadue minuti di buono e sincero extreme folk metal italico. Complimenti.

Eluveitie – Helvetios

Eluveitie – Helvetios

2012 – full-length – Nuclear Blast Records

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Chrigel Glanzmann: voce, mandolino, gaita, bodhrán, tin e low whistle – Ivo Henzi: chitarra – Sime Koch: chitarra – Meri Tadić: violino – Anna Murphy: ghironda, voce – Päde Kistler: cornamusa, whistles – Kay Brem: basso – Merlin Sutter: batteria

Tracklist: 1. Prologue – 2. Helvetios – 3. Luxtos – 4. Home – 5. Santonian Shores – 6. Scorched Earth – 7. Meet The Enemy – 8. Neverland – 9. A Rose For Epona – 10. Havoc – 11. The Uprising – 12. Hope – 13. The Siege – 14. Alesia – 15. Tullianum – 16. Uxellodunon – 17. Epilogue

eluveitie-helvetiosIn questi giorni mi sembra di vivere (finalmente!) in un paese scandinavo, tanta è la neve che copre la terra, donando al paesaggio, già di partenza affascinante, quel qualcosa di favolistico e spietato al tempo stesso. Al di là dei problemi logistici, non esiste occasione migliore per tornare bambini e fare pupazzi di neve personalizzati nelle maniere più originali, oppure decidere di andare a passeggiare sui monti in cerca del silenzio più assordante, allontanandosi dalla civiltà che sempre meno mi piace. Guardandomi attorno, contemplando gli alberi carichi di neve fino a piegarli e con la speranza di non incontrare una famiglia di cinghiali, intono le parole del ritornello di Luxtos. Allo stupore iniziale segue un’attenta riflessione sulla qualità del nuovo disco degli svizzeri Eluveitie, arrivati al traguardo del quinto full length. Effettivamente il brano è davvero ben fatto, un pezzo che dal vivo farà sfracelli, capace di entrare nella testa dell’ascoltatore fin dai primi giri nel lettore. Ma il resto delle canzoni? Qualche melodia di Santonian Shores, il riff portante di Havoc (uguale a tanti altri, in verità) e il ricordo del fastidio provato ascoltando A Rose For Upona e l’imbarazzante Alesia. Eppure l’album è composto da ben diciassette tracce, ma evidentemente hanno poco da dire.

L’album, anche esso su Nuclear Blast, è un netto miglioramento rispetto a Everything Remains As It Never Was, e i motivi sono molteplici: la qualità media delle composizioni è leggermente migliorata, le canzoni odorano maggiormente di natura e all’interno di Helvetios ci sono effettivamente diversi brani sopra la media. Sono fortunatamente messi da parte i riff sporchi di influenze metalcore, così come non ci sono più i ritornelli ruffiani con voce pulita. Al loro posto però ha preso spazio la voce di Anna Murphy, con risultati tecnicamente non spregevoli, ma in contesti semplicemente fuori luogo in un disco extreme folk metal.

Ad aprire l’album, dopo il tradizionale intro, è Helvetios, e sin dalle prime note è possibile notare come la ghironda della Murphy sia posta in evidenza dal missaggio. La canzone non è niente di esaltante, ma è comunque un classico buon inizio alla Eluveitie, tra momenti dove gli strumenti tradizionali hanno maggiore spazio e riff di matrice svedese. Le note positive proseguono con quella che probabilmente è la migliore canzone del disco, ovvero Luxtos: tempi medi, chitarre semplici che seguono la melodia e un ritornello che esplode in tutta la sua potenza, dove finalmente Chrigel Glanzmann tira fuori una linea vocale leggermente diversa rispetto a quanto fatto nei dischi passati. L’inizio “grasso” di Santonian Shores è uno dei momenti migliori di Helvetios, anche se il prosieguo è forse scontato tra riff stoppati e ritornelli ariosi: scontato, ma decisamente ben fatto. Meet The Enemy vede la partecipazione come ospite del bravo Fredy Schnyder dei Nucleus Torn, e non a caso la parte strumentale risulta essere davvero interessante. Un riferimento al testo: Meet The Enemy è ambientato nel 58 a.C. e parla dell’“incontro” tra gli Elvezi e le legioni romane di Giulio Cesare, quindi un brano dove rabbia e violenza si sposano bene con l’aggressività della musica. Breve – due minuti e quarantacinque secondi – è The Siege, traccia sparata, diretta, divertente e con un bel violino in evidenza per oltre metà brano. Le varie Home, Havoc (dal piglio leggermente irlandese per quel che riguarda le melodie), The Uprising, Neverland che si distingue per il ritornello catchy e la conclusiva Uxellodunon (quest’ultima trascina stancamente l’ascoltatore alla conclusione dell’album con Epilogue) sono pezzi già ascoltati nei precedenti dischi, con i soliti riff ignoranti di death melodico, i bridge dove compaiono i vari violini, cornamusa e tin whistle prima del ritornello maggiormente melodico. Canzoni che sono fin troppo prevedibili, e quindi di fatto filler e niente di più.

Non mancano ovviamente le note negative: innanzitutto diciassette tracce per cinquantanove minuti di durata sono troppe, anche se ben cinque di esse sono intermezzi o intro-outro, che avranno sicuramente un significato all’interno del disco, ma che dal secondo ascolto in poi si skippano rapidamente. Le parti folk sono all’incirca tutte uguali, eseguite in maniera perfetta, ma anche meccanica, il che per un gruppo folk metal non è proprio il massimo. L’unico momento diverso rispetto al resto è lo scorcio di luce che gode il violino durante The Siege. Alcune canzoni semplicemente non riescono a decollare a causa di un appiattimento delle chitarre che ripetono sempre gli stessi giri, non osando mai qualcosa di diverso o di nuovo, e non brillando in qualità quando sono alle prese con gli ormai consueti riff di scuola Dark Tranquillity post 2000.
Infine, ci sono le due pietre dello scandalo, due canzoni che l’amante del folk non vorrebbe ascoltare in questo contesto: A Rose For Upona e Alesia. La prima è una sorta di power ballad ruffiana con Anna Murphy alla voce, un pezzo che stona nel contesto musicale creato dalle altre composizioni. Alesia, dove Giulio Cesare fece costruire un doppio anello di fortificazioni per assediare la città e poi proteggere le sue legioni dalla controffensiva dei Galli, ha invece un retrogusto americano, una gomma da masticare all’europea, per una sorta di Evanescence del folk, a partire dal pianoforte iniziale al quale si sovrappone la voce femminile e un riffing tipico d’oltreoceano. Il ritornello, cantato a due voci con l’ausilio di Chrigel Glanzmann, è quanto di più commerciale ci si possa aspettare, e non bastano la strofa seguente leggermente più “cattiva” e lo stacco melodeath a far cambiare idea. Anche Inis Mona era un singolo ruffiano, ma quello era un brano più ricercato, più sincero e semplicemente più bello da ascoltare.

La spontaneità e il sound fresco di Spirit e Slania sono decisamente lontani, eppure in questo Helvetios gli Eluveitie riescono, in alcuni frangenti, a riaccendere quella fiammella che li aveva portati all’attenzione del pubblico con i vecchi lavori, prima dell’esplosione mediatica e di vendite.

Helvetios è un disco che dà tutto nei primi tre-quattro ascolti e non cresce oltre, non trasmette nulla in quelli successivi, non regala particolari inizialmente sfuggiti, né tantomeno emozioni di qualunque tipo, ma questo è ormai la normalità per una band fredda come poche.

Anche qui, come per Everything Remains As It Never Was tutto è perfetto: produzione, cura dei dettagli, potenza, e proprio come Everything Remains As It Never Was è un disco formalmente perfetto, ma privo di cuore.

Come sono lontani i tempi dove i gruppi folk (Otyg e Storm in primis) sapevano emozionare!

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata (febbraio 2012) per il sito Metallized.

Survael – War Of The Wild

Survael – War Of The Wild

2012 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Marco Anson: voce – David Arenas: chitarra – Alex Gonzalez: chitarra – Miguel Jareňo: basso – Jose Arenas: batteria

Tracklist: 1. Desperta Ferro – 2. War Of The Wild – 3. Trollsong – 4. Nighthowler – 5. The Watcher

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Il sottobosco spagnolo, come abbiamo visto in alcune recensioni dei mesi scorsi, è in fermento e propone spesso gruppi agguerriti che cercano di mettersi in mostra con la propria arte. Nonostante il mercato non sia particolarmente affamato di folk metal – i Mägo de Oz sono un mondo a parte e, forse, un giorno ne parlerò – le band underground, spinte dai piccoli ma significativi successi di Mistur e Llvme, stanno cercando con il duro lavoro di emergere ed avere quella visibilità che potrebbe far fare loro il salto di qualità.

I Survael sono una formazione di Madrid attiva dal 2008 che ha realizzato, dodici mesi più tardi, Demo e, nel 2012, l’EP War Of The Wild. I musicisti della band definiscono la propria musica come “epic metal”, ma in realtà siamo ben distanti da quel che acts quali Manilla Road e Cirith Ungol hanno insegnato con i primi lavori: War Of The Wild è un dischetto di folk metal “moderno”, privo di strumenti tradizionali e orchestrazioni, con le sole chitarre a creare melodie e atmosfere avvincenti.

Uscito il 1 aprile 2012, il cinque pezzi War Of The Wild non è certo un pesce d’aprile: la musica dei Survael è feroce e battagliera, epica in alcuni momenti e diretta nelle varie sfumature del songwriting. L’opener Desperta Ferro è un up-tempo dal sapore mediterraneo nell’intro e nelle strofe, dagli ottimi spunti chitarristici (con il dinamico drumming di Jose Arenas a rendere il tutto fluido all’ascolto) e il chorus giocato su una semplice ed efficace melodia di sei corde. La title track è meno aggressiva rispetto alla precedente traccia, con alcune sonorità tedesche davvero piacevoli e il costante buon lavoro dei chitarristi Arenas e Gonzalez. Non poteva mancare una canzone con la parola troll nel titolo, ed eccoci serviti: Trollsong è probabilmente la migliore composizione del disco, dall’ottimo ritornello con il coro clean che ruba la scena a Marco Anson, cantante dalla voce graffiante e perfetto in questo contesto. Nighthowler è di forte ispirazione finntrolliana, dall’ottimo chorus e dalle ritmiche indiavolate, anche se suona decisamente troppo poco personale. Chiude l’EP The Watcher, buon brano che presenta gli stessi punti di forza delle precedenti tracce: strofe violente e dirette, ritornelli ben fatti, linee vocali d’impatto e i cori, quando presenti, immediatamente memorizzabili.

L’EP War Of The Wild è ben riuscito sotto tutti gli aspetti (sempre ricordando che è un autoprodotto): le canzoni si fanno valere e i venti minuti di durata del dischetto sono godibilissimi. La Spagna può contare anche sui Survael per cercare di guadagnare consensi in ambito folk/viking metal. In attesa di ascoltare il nuovo materiale previsto per il 2014, War Of The Wild è un ottimo antipasto.