Intervista: Vansind

L’underground folk metal è vasto, affollato e pieno di band di valore. I danesi Vansind stanno cercando di farsi largo a suon di chitarre e tin whistle grazie al breve ma riuscito EP MXIII. Mister Folk ha il piacere di farvi leggere le parole del gruppo nord europeo, alla prima intervista italiana: buona lettura!

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– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione dell’intervista.

Credo che questa sia la vostra prima intervista italiana, iniziamo quindi parlando della vostra storia.

Ciao Mister Folk, un caldo saluto per te e per tutti i tuoi lettori dalla Danimarca e dai Vansind, e un enorme grazie a te per averci dato l’opportunità di dirvi un po’ su noi stessi e sulla nostra musica! La band Vansind è un settetto, e sebbene si possa dire che proveniamo dalla città di Slagelse, i nostri membri si trovano in tutta la Danimarca da Copenaghen a Fredericia. La band si è formata nel 2019 quando Danni Jelsgaard (batteria) e Rikke K. Johansen (tastiere, whistle e cornamuse) hanno deciso di mettersi insieme e forse provare a colmare un vuoto sulla scena musicale danese lasciato in parte dallo scioglimento della band Huldre e in parte da alcune digressioni di altre band dalla parte più folk del genere metal. J. Asdgaard (voce), Gustav Solberg (chitarra), Line Burglin (voce), Morten Lau (basso) ed infine Tor Hansen (chitarra) furono ingaggiati e così il viaggio iniziò. Ciò che i membri hanno in comune è, prima di tutto, l’amore per la musica e il desiderio di fornire alla scena danese un po’ di metal con un atteggiamento sprezzante e in danese.

Prima di questo EP avete pubblicato due singoli, ne volete parlare?

È vero che abbiamo pubblicato due singoli, anche se il secondo è stato pubblicizzato come una premessa all’uscita di MXIII, e quindi compare anche sull’EP. Il nostro primo singolo, Valborgsnat/Walpurgis’ Night è del 2019 e rappresenta sicuramente l’inizio della band in termini di composizione e scrittura. Tutti erano coinvolti nella scrittura o nell’arrangiamento della musica, e da allora è stato il modo in cui lo facciamo.

MXIII è un EP di tre brani: presentatelo ai lettori di Mister Folk e raccontateci come avete vissuto questi mesi dopo la pubblicazione.

“MXIII” contiene le tre canzoni Fra Fremmed Kyst (03:39). Den Farlige Færd (05:23) e Gæstebudet (07:14), che raccontano ognuna una storia di coraggio, onore, oppressione, dei, re e ancelle… Insomma le cose che un vichingo potrebbe sognare alla vigilia della battaglia. Fra Fremmed Kyst (“From Strange Shores”) è una storia di disperazione, di mettere tutto in gioco per l’obiettivo comune e di ciò che potrebbe accadere se tenti il destino una volta di troppo. Den Farefulde Færd (“The Dangerous Journey”) è la storia dal titolo dell’EP, che racconta del re danese Svend Forkbeard, la cui forza e coraggio lo aiutarono a conquistare l’Inghilterra, ma i cui figli videro la propria ambizione e gelosia porre fine ai sogni del padre. Infine Gæstebudet (“La Festa”) racconta l’antica storia di uno dei tanti volti della guerra; l’incontro tra un soldato e una giovane donna che non finisce bene per nessuno dei due.

Di cosa trattano i vostri testi?

Saldamente radicati nella terra dei loro antenati, i Vansind suonano per la battaglia, danze a catena e l’innalzamento dei corni mentre le melodie folk incontrano il metallo solido e il vibrante mix di ringhi brutali e canto femminile. I temi dei testi sono tratti da antiche superstizioni e mitologia scandinava, nonché dalla tradizione della storia, e si combinano con la musica per formare un insieme festoso e cupo. Dove il luccichio negli occhi incontra il luccichio dell’acciaio esiste Vansind, e se ti unisci alla danza potresti intravedere il Valhalla stesso. In termini di materiale narrativo, il danese (e la tradizione scandinava) è assolutamente pieno di grandi racconti, e la storia scandinava è piena di saghe, faide e superstizioni, che creano testi epici e tuttavia ancora riconoscibili.

MXIII rimarrà in digitale o ci sono possibilità che venga stampato in formato fisico?

Al momento rimarrà in formato digitale, anche perché stiamo lavorando per registrare qualche altra canzone in un futuro non troppo lontano. Stiamo considerando di rendere disponibile anche una versione su CD, anche se nulla è deciso a questo punto.

Mi è piaciuta veramente molto l’alternanza delle voci, sicuramente un vostro punto di forza. Avete avuto difficoltà a trovare questo equilibrio o è stata una cosa spontanea e semplice?

Il mix delle voci era una chiara visione sin dall’inizio, avendo l’opportunità di avere entrambe le estremità dello spettro vocale, è un ottimo modo per evolvere sia la musica che la narrazione, e osiamo dire che siamo soddisfatti del modo in cui sta andando per noi finora.

La scena danese conta pochi gruppi ma tutti molto talentuosi. Vi sentite parte della scena e ci sono delle band con le quali andate maggiormente d’accordo?

La nostra scena musicale nazionale è stata molto dormiente negli ultimi 18 mesi circa, alla luce dell’epidemia covid. Perciò non abbiamo avuto l’opportunità di lavorare e di fare concerti con molte altre band, anche se le cose stanno andando molto bene su questo fronte e finora abbiamo prenotato per una mezza dozzina di lavori questo autunno. Sembra che siamo stati ben accolti dagli ascoltatori, e siamo molto ansiosi di mostrare la nostra musica dal vivo sul palco con alcuni buoni amici come i ragazzi e le ragazze di Svartsot, Aettir, Vanir e altri.

In alcuni momenti ho sentito degli echi degli Svartsot, forse per via del connubio voce growl/tin whistle. Sono una vostra influenza? Quali sono i gruppi che sentite più vicini?

Si potrebbe dire che gli Svartsot sono un’influenza, ma in termini di composizione e stile stiamo cercando di rivendicare il nostro interesse e di non copiare troppo da nessuno. Detto questo, siamo chiaramente influenzati dalle band che abbiamo ascoltato nel corso degli anni, ma questa è una vasta gamma di influenze considerando le varie età dei membri della band (abbiamo tra i 23 e i 44 anni), quindi per indicare una singola band come influenza principale sarebbe troppo semplicistico.

Immagino stiate già lavorando alle nuove canzoni: potete dirci qualcosa? Quali saranno i prossimi passi della band?

Stiamo infatti finendo un po’ di nuove canzoni e speriamo di rilasciare un altro EP verso ottobre o novembre, e stiamo anche programmando di iniziare a scrivere del materiale per ciò che diventerà un full-length, che registreremo prima o poi in primavera. Nel frattempo stiamo lentamente riempiendo il nostro calendario con concerti, una cosa che ci è mancata tantissimo nell’ultimo anno e mezzo, quindi speriamo di vedervi in tournée il prossimo anno e, con un po’ di fortuna, di avere un album pronto per voi la prossima estate!

Vi ringrazio per la disponibilità, volete aggiungere qualcosa?

Un ultimo ringraziamento a Mister Folk, ai tuoi lettori e a tutte quelle persone che ci hanno dato una risposta così positiva nel corso di questi mesi così difficili. Insieme batteremo questa pandemia, e quando ci ritroveremo dall’altra parte festeggeremo come se fosse il 1013! Tanti saluti e tanto affetto dai Vansind.

ENGLISH VERSION:

I think this is your first Italian interview, so let’s start with your story.

The band Vansind is a septet, and though we can be said to be from the town of Slagelse, our members are located across Denmark from Copenhagen to Fredericia. The band began in 2019 when Danni Jelsgaard (drums) and Rikke K. Johansen (keys, whistles, bag pipes) decided to get together and maybe try and fill a void on the Danish music scene left in part by the dissolution of the band Huldre and in part by certain other bands digression from the more folksy part of the metal genre. Recruited were J. Asdgaard (vocals), Gustav Solberg (guitar), Line Burglin (vocals), Morten Lau (bass) and finally Thor Hansen (guitar) and thus the journey began. What the members have in common is, first and foremost, a love for music and the desire to provide the Danish scene with some devil-may-care, dansable and Danish metal.

Before this EP you published two singles: would you like to talk about that?

It’s true we published two singles, although the second one was publicized as a build up to the release of MXIII, and so also features on the EP. Our first single, Valborgsnat/Walpurgis’ Night is from 2019 and certainly represents the beginning of the band in terms of composing and writing. Everyone was involved in the writing or arranging of the music, and that’s been the way we do it since then.

MXIII is an EP of three songs: present it to the readers of Mister Folk and tell us how you have lived these months after its publication.

MXIII contains the three songs Fra Fremmed Kyst (03:39), Den Farlige Færd (05:23) and Gæstebudet (07:14), that each tell a story of courage, honour, oppression, gods, kings and maids.. in short of the things a viking might dream of on the eve of battle. Fra Fremmed Kyst (“From Strange Shores”) is a tale of desperation and of putting everything on the line for the common goal, and of what may happen if you tempt the Fates once too often. Den Farefulde Færd (“The Dangerous Journey”) is the story from the title of the EP, telling of the Danish King Svend Forkbeard, whose strength and courage helped him conquer England, but whose sons saw their own ambition and jealousy end their father’s dreams. Finally Gæstebudet (“The Feast”) tells the old story of one of the many faces of war; the meeting between a soldier and a young woman that doesn’t end well for either of them.

What are your lyrics about? What are you most inspired by for your lyrics? Is Danish folklore full of legends to be inspired by?

Firmly rooted in the soil of their ancestors Vansind play for battle, chain dances and the raising of horns as folkish melodies meet solid metal and the vibrant mix of brutal growls and female singing. The lyrical themes are harvested from ancient superstitions and Scandinavian mythology as well as the lore of history, and combines with the music to shape a whole that is both festive and somber. Where the glint on the eye meets the glint of steel Vansind exists, and if you join in the dance you may just catch a glimpse of Valhal itself. In terms of story material Danish (and Scandinavian lore) is absolutely rife with great tales, and Scandinavian history is full of sagas, feuds and superstitions, making for epic and yet still relatable lyrics.

Will MXIII remain digital or are there chances that it will be printed in physical format?

At the moment it will remain digital, not in the least because we’re working towards recording a few more songs in the not-too-distant future. We are considering making at least a CD-version available too, though nothing is decided at this point.

I enjoyed the alternation of the two voices, this is one of your strong points. Did you have difficulty finding this balance or was it spontaneous and simple?

The mix of vocals was a clear vision from the beginning, having the opportunity to call on both ends of the vocal spectrum is a great way to evolve both the music and the storytelling, and we dare say we’re pleased with the way it’s working out for us so far.

The Danish scene has a few but very talented groups. Do you feel part of that scene and are there any bands you get along better with?

Our national music scene has been very much dormant during the last 18 months or so, in light of the Covid-epidemic. Thus we haven’t had the opportunity to works and gig with many other bands, although things are very much looking up on this front and we’re booked for half a dozen jobs this fall so far. It seems we’ve been well received by the listeners though, and we’re very eager to showcase our music live on stage with a few good friends such as the guys and girls of Svartsot, Aettir, Vanir and others.

In some moments I heard some echoes from Svartsot, maybe for the union of growl and tin whistle. Are they one of your influence? Which group do you feel closest to?

You might say that Svartsot are an influence, but in terms of composition and style we’re very much trying to claim our own stake and not copy too much from anyone. That being said we’re clearly influenced by the bands we’ve listened to over the years, but that is a broad array of influences considering the various ages of band members (we’re between 23 and 44 years of age), so to point out a single band as main influence would be far too simplistic.

I suppose you’re working on some new songs: can you tell us something about that? What will the next steps of the band be?

We are indeed finishing up a few new songs  and hope to release another EP come October or November, and are also planning to start writing material for what will become a full-length album, that we will be recording sometime next spring. In the meantime we’re slowly filling up our calendar with gigs, a thing that we’ve been missing so, so much over the last year and a half, so we hope we’ll be seeing some of you on the road over the next year and, with a bit of luck, have an album ready for you next summer!

Thanks for the availability, would you like to add something?

A final thanks to Mister Folk, your readers and all the people that have given us such a positive response over these last difficult months. Together we’ll beat this pandemic, and when we meet on the other side we’ll celebrate like it’s 1013! Many regards and much love from Vansind.

Trollfest – Happy Heroes

Trollfest – Happy Heroes

2021 – EP – Napalm Records

VOTO: S.V. – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Trollmannen: voce – Mr. Seidel: chitarra – Grimdrap Glutenfri Fleskeng: chitarra – Lodd Bolt: basso – TrollBANK: batteria – Kjellkje: batteria – Fjernkontrollet: tastiera, fisarmonica – DrekkaDag: sassofono

Tracklist: 1. Happy Heroes – 2. Cartoon Heroes (Aqua cover) – 3. Don’t Worry Be Happy (Bobby McFerrin cover) – 4. Happy (Pharrell Williams cover)

Dai Trollfest ormai ci aspettiamo di tutto e il loro folle True Norwegian Balkan Metal dissacrante e caotico fa ormai parte dell’elite del folk metal. Dopo l’ottimo Norwegian Faitytales del 2019 e un paio di singoli digitali lo scorso anno, la band guidata dall’urlatore Trollmannen torna a farsi viva con un EP dal titolo Happy Herores: gli eroi dei Trollfest saranno affidabili o meglio non averci a che fare? La bella copertina permette di capire in quale guaio ci stiamo andando a cacciare: i panciuti e sdentati Iron Man e Thor non promettono bene, anche se la parola HAPPY fa parte del titolo.

L’EP, disponibile in formato digitale e vinile, è composto da quattro brani – uno originale e tre cover – per una durata di circa quindici minuti. In apertura troviamo la title-track, la storia di un pazzo, crudele supereroe troll che in realtà è un antieroe, o forse un eroe dei cattivi (?!). Fatto sta che la violenza e la demenza fanno parte di questo disco e tutto si può riassumere nella riuscita cover di Don’t Worry Be Happy, pezzo che tutti, metallari compresi, abbiamo cantato più di una volta. Il disturbante videoclip della canzone è un’esplosione di colori, urla laceranti e atti criminali che si svolgono all’interno di una casa di cura, il posto dove forse i Trollfest si trovano a proprio agio. Le altre cover sono Cartoon Heroes degli Aqua, una band che i quarantenni ricorderanno per il tormentone Barbie Girl e l’hit Happy di Pharrell Williams, entrambe ben riuscite e trollfestizzate al punto giusto.

A livello musicale c’è da notare la grande importanza del sassofono di DrekkaDag, mai così in vista, e l’ingresso del batterista Kjellkje al posto dello storico TrollBANK. Happy Heroes è un EP dal chiaro intento di divertire ed è quello che effettivamente fa. In attesa prossimo album questi quindici minuti sono un buon passatempo che fa sorridere e scapocchiare un po’: d’altra parte i Trollfest sono i signori incontrastati del True Norwegian Balkan Metal…!

Svartsot – Mulmets Viser

Svartsot – Mulmets Viser

2010 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Thor Bager: voce – Cristoffer Frederiksen: chitarra solista – Cliff Nemanim: chitarra ritmica – James Atkin:  basso – Danni Jelsgaard: batteria – Stewart Lewis: strumenti folk

Tracklist: 1. Aethelred – 2. Lokkevisen – 3. Havfruens Kvad – 4. Hojen Pa Gloedende Paele – 5. Paa Odden Af Hans Hedenske Svaerd – 6. Laster Og Tarv – 7. Den Svarte Sot – 8. Kromandes – 9. Datter – 10. Grendel – 11. Jagten – 12. Lindisfarne – 13. I Salens Varme Gloed

A tre anni dal bel debutto Ravnenes Saga tornano i danesi Svartsot con questo Mulmets Viser (Napalm Records), lavoro contenente dodici tracce di extreme folk metal. Si era temuto lo scioglimento dopo il brutale split di ben quattro elementi avvenuto nel dicembre 2008, ma Cristoffer Frederiksen (chitarra solista) ha tenuto duro e riformato la line-up quasi da zero: dentro Thor Bager, Cliff Nemanim, James Atkine Danni Jelsgaard,rispettivamente voce, chitarra ritmica, basso e batteria. L’altro superstite è il polistrumentista Stewart Lewis che però al momento della registrazione, per problemi di salute della moglie, si è fatto sostituire da Hans-Jorgen Hansen.

Le composizioni sono piuttosto semplici sia come struttura (melodia-strofa-ritornello-melodia-strofa-ritornello-melodia-ritornello la maggior parte delle volte) che come tecnica, quel che più conta è però la qualità delle stesse e che le canzoni siano orecchiabili e godibili fin dal primo ascolto. Missione compiuta verrebbe da dire, in quanto quasi tutti i brani sono divertenti e coinvolgenti con delle melodie assolutamente azzeccate. Forse dodici canzoni sono troppe, e – parere di chi scrive – sarebbe stato meglio ridurre a dieci le tracce del disco e utilizzare diversamente quelle tagliate (mini cd, bonus track ecc.).

Detto della storia del gruppo, dell’importanza delle melodie e della struttura delle canzoni, la domanda che sorge spontanea è “sì, ma come suonano i brani?” Li possiamo dividere in tre categorie: 1) con le melodie di tin whistle e mandolino che da sole quasi riescono a fare la canzone; 2) mid tempo tendenti alla cupezza sonora, con delicati ricami malinconici di flauto irlandese; 3) canzone “cruda” con strumenti tipici poco in risalto. Della prima categoria fanno parte la carinissima opener folleggiante Aethelred, la massiccia Grendel, con le sue bellissime melodie balcaniche e Laster Og Tarv che è impreziosita dal lavoro di coppia chitarra-flauto che creano e reggono la struttura della canzone. Havfruens Kvad con le sue graziose melodie prodotte dal flauto e doppiate dalla chitarra risulta essere uno dei momenti migliori del cd, mentre la finntrolleggiante Lokkevisen è divertente e ballabile. E poi c’è Hojen Pa Gloedende Paele, con il tin whistle a comandare le danze, essendo presente in ogni secondo della composizione, in particolare con l’allegra (e fischiettabile) melodia che di tanto in tanto fa capolino nel brano. Di mid-tempo ce ne sono due: Den Svarte Sot ha un incedere malinconico e delicato al tempo stesso, mentre Lindisfarne (fatto storico che molti gruppi nordici hanno a cuore) mixa bene la crudezza di quanto accaduto in terra inglese nel 793 d.C. in quattro minuti di cupe sonorità, dove il mandolino risulta fondamentale pur rimanendo sempre in secondo piano. Sempre Lindisfarnepuò rientrare nella terza categoria proprio a causa dell’utilizzo diverso del mandolino, non più strumento fondamentale ma solamente di contorno. In Kromandes Datter si distingue il bel break centrale, dove la massiccia cavalcata strumentale risulta essere perfetta per spezzare e diversificare il brano dal resto della scaletta. Più vicina ad un certo tipo di death metal che al folk è Paa Odden Af Hans Hedenske Svaers, che ricorda vagamente le atmosfere degli Amon Amarth dei primi anni 2000. In verità c’è anche una quarta categoria, quella dei filler, dei riempitivi. Non che Jagten o I Salens Verme Gloed siano canzoni brutte o composte male, ma si sente subito una certa differenza di qualità con gli altri brani di questo Mulmets Viser.

A livello tecnico c’è poco da dire, nessun virtuosismo ma tanto groove. Buona la prova del batterista Danni Jelsgaard, oneste ma incisive le due chitarre, tondo e presente quanto basta il basso di James Atkin. Davvero buona invece la prova del cantante Thor Bager: il giovane frontman (21 anni all’epoca della pubblicazione) varia tra un growl profondo e incomprensibilee uno scream (a differenza del precedente cantante Claus Gnudtzmann, fermo al solo vocione cavernoso) che rende più dinamiche le sue linee vocali.

Il disco si presenta bene: l’eccellente copertina realizzata da Gyula Havancsák (Ensiferum, Annihilator, Destruction, Stratovarius ecc.) rappresenta appieno lo spirito dell’album, il booklet di ben sedici pagine è pieno di foto professionali, informazioni e testi (tutti rigorosamente in danese e privi di traduzione inglese), mentre l’edizione limitata contenente due bonus track ha una copertina differente raffigurante un intreccio ligneo di arte vichinga, ma con lo stesso booklet della versione di base. A completare il tutto c’è la produzione di Lasse Lammert, già al lavoro con Alestorm, Huldre, Lagerstein e Asmegin in campo folk metal: reale e graffiante, potente e pulita.

In conclusione gli Svartsot, pur essendo solamente al secondo album, hanno già una loro personalità che mettono in mostra in ogni traccia di Mulmets Viser, disco fresco e divertente per un gruppo che ha visto pericolosamente da vicino la scritta fine della propria carriera, e che sono riusciti, pur non inventando nulla di nuovo, a donarci quarantacinque minuti di buon extreme folk metal.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Heidra – The Blackening Tide

Heidra – The Blackening Tide

2018 – full-length – Time To Kill Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Morten Bryld: voce – Martin W. Jensen: chitarra – Carlos G.R.: chitarra – James Atkin: basso – Dennis Stockmarr: batteria

Tracklist: 1. Dawn – 2. The Price In Blood – 3. Rain Of Embers – 4. Lady Of The Shade – 5. A Crown Of Five Fingers – 6. The Blackening Tide – 7. Corrupted Shores – 8. Hell’s Depths

Quattro anni dopo il debutto Awaiting Dawn i danesi Heidra tornano a farsi sentire con un nuovo disco targato Time To Kill Records e la prima cosa che si nota ascoltando il cd è la “nuova” strada intrapresa dai musicisti di Copenhagen. Non che ci sia da stupirsi: se l’EP Sworn Of Vengeance (2012) risentiva dell’influenza degli Ensiferum, già con il full-length di due anni più tardi Morten Bryld e soci avevano piantato il seme del cambiamento che ha dato i propri frutti con The Blackening Tide. Sia chiaro, non si parla di una vera e propria trasformazione, ma di una sana, gagliarda e pienamente riuscita maturazione artistica che ha portato gli Heidra dall’essere una “classica” (e dotata) formazione folk metal in un gruppo dalla difficile catalogazione: i riferimenti folk non mancano, ma le orchestrazioni si sono fatte più incisive, le chitarre di Carlos G.R. e Martin W. Jensen prendono spesso il centro del palco a suon di veloci note e melodie accattivanti, ma il vero protagonista del cd è senza ombra di dubbio il cantante Morten Bryld. La sua voce potente ed espressiva è in grado di dare una marcia in più ai brani, soprattutto quando passa con estrema naturalezza dal growl al pulito suscitando ogni volta un misto di stupore e ammirazione. Il grande lavoro svolto sulle linee vocali, anche quelle meno memorizzabili che non fanno parte dei ritornelli, sono create per dar risalto alla voce del frontman e tutti questi sforzi si riflettono sul risultato finale.

Un’altra arma a favore di The Blackening Tide è l’ottima produzione opera di Marco Mastrobuono: i danesi hanno registrato il disco a Roma, presso i Kick Recording Studio e il tempo impiegato nella capitale è stato ben speso data l’elevata qualità che si può ascoltare una volta inserito il cd nel lettore. Gli strumenti sono tutti ben bilanciati, i suoni naturali e frizzanti, l’ascolto potente: l’audio non ha nulla da invidiare ai lavori rilasciati dalle potenti major internazionali. La copertina è in linea con la musica, ovvero epica e “raffinata”, che fa sognare chi la osserva e si immedesima nel personaggio che con regalità ammira il mare in tempesta.

L’iniziale Dawn è probabilmente il miglior esempio della natura camaleontica degli Heidra: muri di chitarre e melodie sognanti si sorreggono sul lavoro della possente sezione ritmica, con il cantante che spazia dal growl al melodico più volte. La seguente The Price In Blood ha un iniziale e adrenalinico tocco power che si trasforma presto in un brano dal sapore folk metal senza però ricordare qualche nome importante della scena. Proprio qui sta il cambiamento degli Heidra: qualunque tipo di canzone propongano lo fanno con personalità e una naturalezza che anni fa non gli era propria. L’ascolto prosegue con Rain Of Embers, inizialmente lenta e malinconica, cresce nella sofferenza e nella crudeltà di pari passo con il concept di The Blackening Tide che a sua volta è il seguito di quanto raccontato nel debutto Awaiting Down. Il re deposto vuole tornare sul trono che è suo di diritto e per farlo scende in battaglia contro il nemico: lo scontro è cruento e sembra vederlo vincitore fino a quando, poco prima di poter gridare alla vittoria, succede qualcosa che scaraventa il re e il suo esercito in un reame infernale. Il break centrale di Lady Of The Shade dà il via a un susseguirsi di cambio tempo, riff inusuali, note di pianoforte e altri dettagli che stupiscono per coraggio e che si incastrano alla perfezione con il resto della canzone. La quinta traccia è A Crown Of Five Fingers, in un certo senso semplice e lineare, caratterizzata dal bellissimo cantato pulito del ritornello, mentre la title-track è forse il brano migliore dell’intera discografia degli Heidra, completa sotto ogni aspetto e abbastanza varia da non far pesare i sei minuti e mezzo di durata. Il cantato è intenso, le chitarre libere di creare e la batteria di Dennis Stockmarr macina pattern potenti e dinamici, con la brutale accelerazione finale che pone fine a una signora canzone. L’arpeggio di chitarra apre Corrupted Shores, traccia che si snoda tra ritmiche up-tempo e ritornelli diretti che portano a Hell’s Depths, ultimo pezzo del cd. Le sonorità sono inizialmente struggenti, sanno di un triste addio, e il bridge, tra intrecci di chitarre e il crescendo vocale, è un inno all’epicità scandinava che si poteva ascoltare in dischi di quindici anni fa. La seconda parte della composizione è più robusta e vede aumentare progressivamente la “cattiveria” fino al break che riporta, infine, alle sonorità struggenti dei primi minuti, come una sorta di cerchio che si chiude avendo detto tutto quello che c’era da dire. Hell’s Depths è forse il miglior modo per chiudere un disco come The Blackening Tide, un emozionante viaggio nel concept portato avanti dalla band, ma anche un viaggio musicale iniziato anni fa e ancora non arrivato a destinazione. Di sicuro, quello che aspetta gli Heidra non è possibile immaginarlo, ma siamo tutti eccitati e curiosi di sapere dove porterà i cinque musicisti.

Il secondo disco di Bryld e soci è quello della consacrazione, ora gli Heidra camminano con le proprie gambe senza essere seguiti dall’ombra di altre band ad ogni nota suonata, ma cosa ancora più importante, The Blackening Tide è un lavoro completo e bello, senza cali di qualità e con numerosi spunti vincenti disseminati tra le varie tracce: quasi cinquanta minuti di musica senza una sbavatura, anzi, interessante fino all’ultimo secondo dell’ultima canzone. Gli Heidra hanno fatto un importante passo in avanti e il responso che riceveranno sarà la giusta ricompensa per il duro lavoro fatto per arrivare fino a questo punto.

Duir – Obsidio

Duir – Obsidio

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Giovanni De Francesco: voce – Mirko Albanese: chitarra – Pietro Deviscenzi: basso – Matteo Polinari: batteria – Thomas Zonato: cornamusa

Tracklist: 1. Inconscio – 2. Destarsi – 3. Rise Your Fear – 4. Dies Alliensis – 5. Insomnia Seeds – 6. Obsidio

Nuovo EP per i Duir, formazione che abbiamo già incontrato qualche anno fa in occasione del loro primo e acerbo Tribe. Tra i due lavori è passato molto tempo e la band veneta ha avuto modo di lavorare con calma alla realizzazione di questo Obsidio, dischetto composto da sei tracce per una durata complessiva di trentuno minuti.

Pur rimanendo in ambito extreme folk metal, la nuova via musicale intrapresa dai Duir convince maggiormente rispetto alla vecchia: forse i cambiamenti di line-up (per un periodo ha fatto parte della formazione anche l’ex Dyrnwyn Mauro Ricotta alla chitarra), probabilmente per la maggiore esperienza, fatto sta che le nuove canzoni – tutte composte dall’axeman Mirko Albanese – suonano fresche e in grado di competere con il mercato odierno.

Obsidio è introdotto dall’ambient Inconscio fino a quando la feroce Destarsi si fa spazio a suon di doppia cassa e riff tritacarne. I suoni sono un po’ confusionari ma non disturbano l’ascolto e rendono l’EP particolarmente grezzo. In questo contesto tendente all’estremo la cornamusa di Thomas Zonato spicca per eleganza e gusto, ma è il ritornello il pezzo forte della canzone, per melodia e impatto. Rise Your Fear è un mid-tempo in lingua inglese che nella parte finale accelera in potenza e velocità con la cornamusa sempre in bella vista. Dies Alliensis è un pezzo dal mood oscuro, ricco di riff aggressivi e cupi che ben contrastano con le melodie di Zonato. Più “classica” per struttura e linearità, Insomnia Seeds è una composizione matura di extreme folk metal, ma il meglio arriva con la title-track: epica secondo la migliore tradizione Draugr, personale nello stile e italiana nell’anima. I cinque minuti e mezzo di Obsidio sono la migliore prova possibile delle abilità dei Duir, passati da essere il classico gruppo di belle speranze a una piccola realtà arrivata a un passo dal salto di qualità definitivo.

Con questo lavoro la band veneta mostra quanto sia importante lavorare sodo per realizzare un lavoro di qualità. Le canzoni scorrono senza ostacoli, l’ispirazione è più che concreta e anche la produzione, sicuramente migliore di Tribe, ma ancora da migliorare per il prossimo lavoro, fa un passo avanti. L’artwork di Chiara Bruscaggin è volutamente scarno e le illustrazioni crude ben rendono l’idea del contenuto sonoro di Obsidio. Infine, la lingua italiana, quando utilizzata dal cantante Giovanni De Francesco, è stimolante e motivo di interesse, tanto più che è utilizzata in sole due occasioni, fatto che la rende sempre affascinante quando la si sente. I Duir hanno prodotto questo buon cd che può rappresentare per loro un nuovo punto di partenza.

Ensiferum – Drangoheads

Ensiferum – Dragonheads

EP – 2006 – Spinefarm Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Petri Lindroos: voce, chitarra – Markus Toivonen: chitarra, voce – Sami Hinkka: basso –  Janne Parviainen: batteria – Meiju Enho: tastiera

Scaletta: 1. Dragonheads – 2. Warrior´s Quest – 3. Kalevala Melody – 4. White Storm – 5. Into Hiding – 6. Finnish Medley ensiferum-drangoheads

Dragonheads segna la rinascita per gli Ensiferum, formazione che dopo l’abbandono dell’intera sezione ritmica e del cantante-chitarrista Jari Mäenpää ha rischiato di sciogliersi come neve al sole. Il caparbio Markus Toivonen, axeman e membro fondatore della band, non si è dato per vinto e ha reclutato in breve tempo i bravissimi Janne Parviainen (batteria) e Sami Hinkka (basso), oltre a Petri Lindroos, proveniente dai Norther, in sostituzione di Jari, impegnato all’epoca in sala d’incisione per il debutto del suo progetto Wintersun.

Il contenuto di Dragonheads è quello classico che ci si aspetta da un EP, ovvero un mix di brani nuovi e vecchi, oltre a cover e pezzi live; nei ventisei minuti di questo dischetto troviamo in apertura una nuova canzone, due brani ri-registrati risalenti al periodo demo del 1999, una cover degli Amorphis e due composizioni folk finlandesi personalizzate e rese in parte “metalliche”. Dragonheads è inoltre l’occasione per presentare ai fan la nuova formazione, oltre che un gustoso antipasto in attesa del disco successivo, utile anche a non far passare troppo tempo dal precedente lavoro Iron, secondo e ultimo dell’era Mäenpää.

La prima traccia, Dragonheads, è per lo più un epico mid-tempo granitico, che rende per cinque minuti gli Ensiferum una band viking, sia dal punto di vista musicale sia lirico:

Sails up! We’re leaving today
Distant lands are calling
Cowards stay at home; this is a quest of true men
Farewell, should we never see again

Il testo narra di un gruppo di vichinghi che, senza paura e con desiderio di osare, salpano dalla propria terra verso l’ignoto, sfidando la Natura e il fato:

Weeping women waiving at the pier
When the sky starts cry
But neither rain, nor wind can make us turn around
What’s decided, has to be done

Musicalmente Dragonheads si differenzia molto dal debutto Ensiferum e dal successivo Iron: riff pieni e grassi, fieri cori maschili e un Petri quasi arrogante tanto è sicuro dietro al microfono. Non manca, ovviamente, la componente “destino”, fondamentale tassello della vita di ogni impavido uomo nordico:

If we die the sun will shine again beyond mortal time
we’ll meet again in Valhalla…

Warrior’s Quest e White Storm, entrambe risalenti all’autoproduzione Demo II del 1999, sono per l’occasione ri-registrate e abbreviate di circa trenta secondi l’una. La voce di Petri fa un figurone, adattandosi alla perfezione alle linee vocali che vedevano Jari in difficoltà, aiutata anche da vigorosi cori e una sezione ritmica, Janne Parviainen in particolar modo, a dir poco straripante. La melodica Warrior’s Quest alterna momenti di raffinatezza chitarristica a screams che non lasciano scampo, mentre White Storm, dopo il breve intermezzo Kalevala Melody – buono solamente per spezzare un po’ il ritmo – suona aggressiva e brutale fin dai primi secondi; la traccia, con riff velocissimi di chitarra e tempi di batteria al fulmicotone, crea, prima dello stacco evocativo di tastiera, un muro sonoro sporco di sangue nemico. Rispetto alla versione demo, il brano, oltre – ovviamente – a una produzione spettacolare, si avvale di una parte cantata in pulito di grande effetto particolarmente riuscita. Segue Into Hiding, cover dei connazionali Amorphis: la canzone è maestosa e possente già nella versione originale, presente nel capolavoro Tales From The Thounsand Lakes del 1994, eppure gli Ensiferum riescono a donarle ancora maggiore epicità, facendo, tra l’altro, risaltare l’orientaleggiante riff iniziale, ormai entrato di diritto nella storia del death metal europeo. Petri si dimostra un gran cantante, in possesso di una voce abbastanza versatile, in grado di passare con disinvoltura dallo scream urlato ad un gran growl, profondo e sicuro. Ultima traccia dell’EP è Finnish Medley, cinque minuti che vedono miscelati i seguenti brani folk finlandesi: Karjalan Kunnailla, Myrskyluodon Maija e Metsämiehen Laulu. La prima parte è affidata alla voce soave di Kaisa Saari e i giri di chitarra molto semplici e sognanti, mentre per la conclusiva Metsämiehen Laulu (la seconda parte, Myrskyluodon Maija, è breve e strumentale) i riff si fanno più ritmati e le parti vocali sono affidate a Markus Toivonen e Sami Hinkka.

Registrato e mixato nel novembre 2005 presso i Sonic Pump Studios e masterizzato nei gloriosi Finnvox Studios, Dragonheads suona fresco e originale, pur essendo solamente un intermezzo tra due dischi, esperimento perfettamente riuscito per la band di Helsinki; la bellissima copertina rappresente la classica ciliegina sulla torta su di un dischetto che centra in pieno il bersaglio, sfamando i fan desiderosi di nuovo materiale (Iron è del 2004) e presentando in pompa magna il nuovo frontman Petri Lindroos.

Interessante per i seguaci del gruppo, utile per chi non conosce la band e vuole avvicinarsi al loro extreme folk metal.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.