Bucovina – Sub Stele

Bucovina – Sub Stele

2013 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Florin “Crivăţ” Ţibu: voce, chitarra – Bogdan Luparu: voce, chitarra – Jorge Augusto Coan: basso – Bogdan “Vifor” Mihu: batteria

Tracklist: 1. Spune tu, Vânt – 2. Sub Piatră Doamnei – 3. Şoim în Văzduh – 4. Zi după Zi, Noapte de Noapte – 5. Luna Preste Vârfuri (remake) – 6. Râul Vremii – 7. Day Follows Day, Night Follows Night

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A distanza di tre anni dall’ultima release tornano con un nuovo lavoro i romeni Bucovina, una delle realtà underground migliori dell’intera scena europea. La band si è formata nel 2000 a Iaşi, nel nord est della Romania, suonando in principio una sorta di black metal ma cambiando presto sonorità e incorporando melodie e atmosfere collegabili con il folclore della propria terra. Nel 2006 la band ha pubblicato il debutto Ceasul Aducerii-aminte, un’opera molto interessante e sincera, dal suono rustico e con all’interno delle gran belle canzoni. Grazie al full length sono riusciti a farsi notare e il nome del gruppo ha iniziato a circolare tra gli appassionati del genere. Ci sono voluti quattro anni per poter ascoltare l’EP Duh, dischetto ben prodotto e, in un certo senso, più freddo rispetto al debut cd. Sub Stele arriva nei mailorder (non nei negozi in quanto – incredibilmente – autoprodotto) sul finire del 2013 e surclassa per bellezza e qualità tutte le uscite dell’anno ad eccezione di Asa, ultimo grandioso lavoro a firma Falkenbach.

Sub Stele è la naturale evoluzione di Ceasul Aducerii-aminte e Duh, prendendo da entrambi i lavori ma portando avanti il discorso con delle gustose novità che non snaturano i Bucovina, ma permettono loro di non suonare ripetitivi. Sono presenti, difatti, alcune scream vocals – fatto inedito se si esclude Vinterdoden (che è una cover dei norvegesi Helheim) – nei momenti giusti, e in generale le composizioni risultano essere più pesanti rispetto al passato. Non si può certo parlare di metal estremo con il quartetto romeno, ma è innegabile che alcuni riff particolarmente crudi siano, oltre che efficaci, etichettabili come “cattivi”.

Il booklet è di rara bellezza, dai colori sgargianti e rifinito nei minimi dettagli. Il lavoro è stato svolto dalla Kogaion Art, duo creativo che negli ultimi anni si sta facendo un nome nella scena metal est europea grazie a booklet stupendi e loghi dal grande impatto.

La produzione è perfetta: i suoni sono “fisici” e reali, gli strumenti ben equilibrati e il risultato unisce la naturalezza di Ceasul Aducerii-aminte con la pulizia di Duh. Del missaggio e del mastering se ne è occupato, come per l’EP, Dan Swanö (Katatonia, Marduk, Asphyx, Dissection ecc.), mentre la bonus track l’ha curata Mike Wead, chitarrista di King Diamond.

La musica, chiaramente, è il piatto forte di Sub Stele: in soli trentasette minuti i Bucovina sono riusciti a trasmette, una volta di più, l’amore che nutrono nei confronti della propria terra, Bucovina appunto. Sub Stele inizia con Spune tu, Vânt, canzone introdotta da un arpeggio di chitarra acustica sopra al quale si posano le delicate linee vocali fino alla potente accelerazione, dove riff in tremolo picking e la doppia cassa di Bogdan “Vifor” Mihu compiono un gran lavoro. La canzone si sviluppa tra riff tritacarne e aperture meno pesanti dove sono presenti delle deliziose melodie, così come molto orecchiabile è l’assolo di chitarra, dopo il quale si torna alle note del primo arpeggio, il quale conclude il brano. Dalle sonorità più allegre e pagan è Sub Piatră Doamnei, canzone che vede le strofe molto ritmate e il cantato di Florin “Crivăţ” Ţibu più incisivo che mai. Il break a tre quarti di canzone è semplicemente perfetto nella sua semplicità e aiuta a portare alla chiusura, dopo il solismo dell’axeman, del brano con grande efficacia. L’ascolto di Sub Stele prosegue con Şoim în Văzduh, traccia che sfiora i sette minuti di durata durante i quali i Bucovina mostrano i muscoli in un up tempo dal cantato sporco. Il break dopo diverse strofe serve a spezzare la tensione e a portare il pezzo verso lidi meno aggressivi dove il buon chitarrismo si fa sentire. Un altro giro di strofa serve a far entrare di scena gli epici cori che portano Şoim în Văzduh alla conclusione. Zi după Zi, Noapte de Noapte è un ottimo pezzo pagan metal che unisce le diverse anime della band romena: momenti soft si alternano ad accelerazioni e parti tirate, senza perdere mai il classico sound, ormai riconoscibilissimo, dei Bucovina. La quinta traccia Luna Preste Vârfuri (remake) è la nuova versione dell’omonimo pezzo tratto dal debut album Ceasul Aducerii-aminte del 2006. Nella nuova veste sonora/musicale il basso di Jorge Augusto Coan è sempre in evidenza con fraseggi di buon gusto, e il sound perfetto creato da Dan Swanö non fa rimpiangere quello underground e sincero di quasi dieci anni fa. Le lunghe cavalcate e il massiccio drumming di Mihu guadagnano in potenza e cattiveria, senza perdere, però, lo spirito iniziale della canzone; il testo, è giusto dirlo, è squisitamente romantico. La prima parte di Râul Vremii è un mid tempo che dopo diversi giri si tramuta in un riff dal sapore scandinavo su martellante base di doppia cassa durante la quale, di tanto in tanto, fa la sua comparsa pure un breve growl da parte del cantante. Improvvisamente il brano muta e in lungo interludio le chitarre di Ţibu e Luparu mettono a segno alcuni riff da manuale. Sub Stele volge al termine con la riproposizione di Zi după Zi, Noapte de Noapte cantata in lingua inglese, con il titolo di Day Follows Day, Night Follows Night, originariamente pubblicata online nell’aprile 2013. Le differenze, però, non si limitano al solo cantato, difatti sono presenti anche altri particolari che rendono comunque l’ascolto interessante, primo tra tutti l’uso della tastiera come esecutrice della melodia principale. Proprio la tastiera fa capolino anche in altri momenti, rendendo il pezzo più orchestrale e sinfonico.

Si conclude in questo modo il secondo full length dei Bucovina, un disco semplicemente bello da ascoltare (anche a ripetizione) e maturo come raramente capita di sentire, anche da parte di act ben più noti e sponsorizzati da etichette non di poco conto. Se si vuol per forza trovare un difetto a questo disco, beh, è proprio il fatto che sia difficilmente reperibile in Europa occidentale, ma è comunque possibile acquistarlo attraverso mailorder est europei per pochi euro.

I Bucovina hanno il merito di aver creato un disco elegante e intenso, con l’unica pecca di averlo pubblicato a tanti anni di distanza (ben sette) dal debutto, ma data la qualità ne è valsa decisamente la pena. Sub Stele è un signor album e merita di essere scoperto, ascoltato e amato.

Time Of Tales – Enter The Gates

Time Of Tales – Enter The Gates

2014 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Grzegorz Słomba: voce, chitarra solista – Tomasz Frask: chitarra ritmica – Bartosz Majerski: basso – Piotr Ungeheuer: batteria – Piotr Występek: tin whistle

Tracklist: 1. Enter The Gates – 2. Liar – 3. Journey Unknown – 4. Warriors Of Fire

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Dalla Polonia arriva una piacevole sorpresa in ambito folk metal: si tratta dei Time Of Tales, band nata nel 2009 e proveniente da Mielec, fresca autrice dell’EP Enter The Gates.

Musicalmente si può parlare di un folk metal ricco di spunti interessanti e dal sapore melodico nonostante il cantato aggressivo di Grzegorz Słomba: il suo growl ben si adatta alla musica del gruppo, il risultato è piacevole e non si ha mai l’impressione di trovarsi di fronte a una scelta forzata.

La prima canzone dell’EP, la title track, è settata su tempi medi con protagonista Piotr Występek e il suo tin whistle. Tra riff rocciosi, belle accelerazioni (in particolare durante l’assolo di chitarra) e reminiscenze dei migliori Eluveitie, Enter The Gates rappresenta bene il sound della band polacca. Liar inizia con una gustosa cavalcata con whistle e chitarre ben in evidenza per poi diventare una divertente canzone folk metal tra stop’n’go e melodie accattivanti. Dal sapore celtico e cruachaniano, almeno inizialmente, il brano Journey Unknow è impreziosito dal potente lavoro del drummer Piotr Ungeheuer e durante l’ascolto si è pervasi da una sensazione malinconica che probabilmente è quella che accompagna chi abbandona la certezze della propria vita per imbarcarsi in un viaggio che ha come tappa una terra lontana e sconosciuta. Warriors Of Fire è l’ultimo brano dell’EP: breve e movimentato, non mancherà di scatenare il pogo durante i concerti.

I sedici minuti di Enter The Gates passano velocemente grazie alla buona qualità delle canzoni sorretta dalla bontà della produzione. Si tratta di un inizio promettente e abbastanza personale che non mancherà di far circolare il nome Time Of Tales nell’underground europeo. In attesa, si spera presto, di un lavoro dal minutaggio superiore.

Ithilien – From Ashes To The Frozen Land

Ithilien – From Ashes To The Frozen Land

2013 – full-length – Mighty Music

VOTO: 6 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Pierre Cherelle: voce, chitarra – Benjamin Delbar: basso – Olivier Bogaert: tastiera – Geoffrey Dell’Aria: cornamusa, whistles – Jerry Winkelmans: batteria

Tracklist: 1. Battle Cry – 2. Unleashed – 3. Rebirth – 4. Sealed Destiny – 5. Through Wind And Snow – 6. Reckless Child – 7. Drinkin’ Song – 8. Mother Of The Night – 9. Stare Into The Deep – 10. Everlasting Dawn – 11. A World Undone – 12. Northern Light

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Nati nel 2005 per volontà del cantante/chitarrista Pierre Cherelle, gli Ithilien arrivano a pubblicare il primo full length solamente nel dicembre 2013. Negli anni precedenti la band belga ha lavorato molto e cambiato diverse volte line-up pubblicando, nel 2011, l’EP Tribute To The Fallen, dischetto che permette loro di far circolare il proprio nome nel circuito folk metal europeo. La firma con la danese Mighty Music porta il gruppo alla realizzazione del debutto From Ashes To The Frozen Land, album contenente dodici tracce per un durata complessiva di sessanta minuti. Proprio l’elevato minutaggio è la prima caratteristica che salta all’occhio: non un problema quando si ha a che fare con i grandi del settore – vedi Moonsorrow – ma decisamente pericoloso per gruppi al primo album.

Gli Ithilien (nome di tolkieniana memoria) suonano un potente extreme metal (chiari i riferimenti al death e black) con una buona dose di folk: il sound è mutato non poco rispetto a Tribute To The Fallen, ora sicuramente più melodico, accattivante e meno derivativo, ma non ancora abbastanza maturo per riuscire a spiccare in un mercato, quello del folk metal, intasato d’uscite provenienti da ogni angolo del mondo.

Dopo il classico intro parte Unleashed, discreto biglietto da visita dove riff heavy si mescolano a potenti accelerazioni e brevi break più estremi. In Rebirth sono presenti cornamuse e belle melodie folk: il sound è meno cupo e aggressivo, ma non per questo meno pesante nonostante la dolcezza di alcuni frangenti. Il bel finale si sviluppa nella successiva Sealed Destiny, uno dei pezzi meglio riusciti del cd: si tratta di uno strumentale di quattro minuti che rimanda ai break di metà disco degli act swedish death degli anni ’90. Un sound magico, un tuffo nel passato impensabile date le premesse musicali, ma decisamente apprezzato. From The Ashes To The Frozen Land prosegue con Through Wind And Snow: velocità media e atmosfere lugubri non lasciano il segno a causa del ripetersi forse eccessivo dei riff. Molto bella, invece, l’accoppiata Reckless Child/Drinkin’ Song: la prima è semplicemente la canzone meglio strutturata e maggiormente coinvolgente dell’album, lunga sette minuti e ricca di cambi d’umore. La seconda, come da titolo, è la classica, allegra e spensierata canzone alcolica che ogni gruppo folk che si rispetti deve avere in repertorio. Dopo questi momenti di allegria e accordi in levare, si torna alla velocità con Mother Of The Night, brano che vive su sonorità death/black anni ’90, tra chitarre taglienti e discreti mid tempo da headbanging. Stare Into The Deeped Everlasting Dawn sono due canzoni musicalmente diverse (la prima incentrata su tempi medi, la seconda maggiormente veloce, dinamica e con un bel break acustico), ma simili per risultato: brani non brutti, ma decisamente innocui. From Ashes To The Frozen Land volge al termine con A World Undone, ennesimo mid-tempo discreto che, però, non porta molto al disco se non uno stacco a metà canzone particolarmente riuscito. Ultimo pezzo in scaletta è Northern Light, un lungo outro atmosferico.

Parlando dei singoli musicisti non si può non apprezzare il cantato sempre convincente di Pierre Cherelle e il drumming di è Jerry Winkelmans; gli axemen e il basso fanno la loro parte con disciplina. Quel che manca è in fase di composizione, non c’è una vera killer song e spesso il la durata delle singole tracce risulta troppo elevata rispetto a quello che le composizioni avrebbero realmente da dire.

From Ashes To The Frozen Land è un disco con diversi alti e bassi, impegnativo da ascoltare e non particolarmente ispirato. Un minutaggio inferiore (con un taglio di due-tre brani) avrebbe sicuramente aiutato, ma è anche vero che gli Ithilien sono al primo vero lavoro e necessitano di tempo ed esperienza per maturare e migliorare. Rimandati, quindi, al prossimo disco, con l’augurio e la speranza di poter ascoltare un cd più dinamico e fresco.

Perpetual Dawn – Pale Blue Skies…

Perpetual Dawn – Pale Blue Skies…

EP – 2013 – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Daniel Kuzmanovski (voce, chitarra, basso, tastiera)

Tracklist: 1. Pale Blue Skies Burn First – 2. Moment Of Apprehension – 3. Submerged – 4. Insomnia – 5. Disclosure (And Loss) – 6. Perpetual Dawn

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La storia del progetto Perpetual Dawn ha inizio nel 2009 ad Adelaide, sud dell’Australia, quando il polistrumentista Daniel Kuzmanovski decide di creare musica che unisse le fredde sonorità del nord Europa con melodie del folklore. Nello stesso anno vede la luce il demo …and Become The Essence Of Night, dischetto molto legato al melodic black metal, mentre esce quattro anni dopo (dicembre 2013) l’EP Pale Blue Skies…, dove le influenze folk si uniscono alla base black creando, grazie anche all’ottimo uso della voce, un sound personale e dinamico. Il cd è limitato a 500 copie e presenta un booklet ben curato con tutto quello che serve: foto, testi e informazioni in un’elegante veste grafica.

I ventisei minuti del disco cominciano con Pale Blue Skies Burn First, una traccia di appena due minuti dal sapore malinconico grazie alle iniziali chitarre acustiche e alle melodie (caratteristica vincente dell’intero lavoro) mai banali che si incastrano alla perfezione con il drumming ad opera dell’ospite Brody Green. La successiva Moment Of Apprehension vede il doppio cantato clean/scream spesso sovrapporsi per un effetto di grande presa. Le influenze swedish black sono palesi e i giri chitarristici risentono dell’importanza del mai abbastanza compianto Jon Nödtveidt, leader dei Dissection; da menzionare lo stacco a tre quarti di canzone, semplice e d’impatto. Il terzo brano Submerged è un up-tempo dal sapore nordico e dal piglio melodico, lineare nell’incedere e tagliente nell’approccio. Molto più folkeggiante la breve Insomnia, nella quale melodie e arpeggi clean si alternano ad assoli di chitarra e cavalcate heavy di buona fattura. Disclosure (And Loss) è un pezzo strumentale che introduce la conclusiva Perpetual Dawn, traccia da oltre sette minuti durante la quale le caratteristiche dei Perpetual Dawn vengono enfatizzate, rendendo il brano ancora più epico e melodico dei precedenti. Kuzmanovski si dimostra un musicista in gamba e maturo, gestendo bene l’ampio minutaggio e confezionando una canzone di non semplicissimo ascolto, ma di qualità.

Con una musica del genere, la produzione suona come ci si può aspettare: decisamente ’90 e sporca il giusto come i gruppi di serie B dell’epoca erano soliti avere. Canzoni come Moment Of Apprehension e Insomnia sarebbero ben meno convincenti con un sound più pulito e moderno, complimenti quindi a Kuzmanovski che ha registrato e mixato il tutto nella sua casa, ad eccezione delle parti di batteria, registrate nell’abitazione del drummer Green.

Il progetto Perpetual Dawn, dopo il discreto demo di cinque anni fa, compie un bel passo in avanti con questo Pale Blue Skies, un cd convincente e curato sotto tutti gli aspetti. Sarà interessante scoprire come si comporterà il mastermind in un eventuale full length, intanto massimo supporto ad un musicista onesto e in gamba come Kuzmanovski!

Amon Amarth – Surtur Rising

Amon Amarth – Surtur Rising

2011 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Johan Hegg: voce – Johan Söderberg: chitarra – Olavi Mikkonen: chitarra – Ted Lundström: basso – Fredrik Andersson: batteria

Tracklist: 1. War Of The Gods – 2. Töck’s Taunt – Loke’s Treachery Part III – 3. Destroyer Of The Universe – 4. Slaves Of Fear – 5. Live Without Regrets – 6. The Last Stand Of Frej – 7. For Victory Or Death – 8. Wrath Of The Norsemen – 9. A Beast Am I – 10. Doom Over Dead Man
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Cinquanta minuti di death metal scandinavo marchiato con il loro ormai classico stile, questo propongono gli Amon Amarth nel disco Surtur Rising, ottavo full-length per il quintetto vichingo.

Il combo di Stoccolma da qualche anno sembra aver trovato la propria direzione musicale mostrandosi intenzionato, ora più che mai, a proseguire senza deviazioni. Il rischio di fare la parte degli Ac/Dc del death metal svedese – cosa di per se non disdicevole, vista anche l’ottima compagnia che avrebbero – esiste: potreste convenire sul fatto che è meglio produrre album buoni ma simili tra di loro, piuttosto che buttarsi in riletture stile In Flames. Non sono un “evoluzionista” a tutti i costi, anzi, sono tendenzialmente un tradizionalista, ma qualche volta i gruppi tendono troppo a sedersi sugli allori – pur meritati – godendo dei frutti dell’aver seminato tanto negli anni precedenti. È quello che fanno gli Amon Amarth confezionando l’ennesimo buon album, curato e godibile sotto tutti gli aspetti, ma spento dal punto di vista emozionale. Le canzoni, in particolare nella prima metà del cd, sono quasi tutte accattivanti, i musicisti, in particolare il mai abbastanza lodato Fredrik Andersson, compiono il loro lavoro con umiltà e buon gusto, ma manca sempre qualcosa: a fine disco si può non avere la fame di premere nuovamente il tasto play. Gli ascolti, comunque, si susseguono nella speranza che qualcosa cambi, ma il risultato è sempre lo stesso: un buon album, assolutamente piacevole, ma con poca presa; decisamente inferiore, per fare un esempio, al massiccio Twilight Of The Thunder God.

Surtur Rising parte – come i precedenti lavori – con un brano veloce, War Of The Gods, dal chorus da urlare in concerto e i riff azzeccati per fare facilmente breccia nei cuori degli amanti delle sonorità epico/brutali. Töck’s Taunt è un mid-tempo possente, tragico nelle sonorità e nel growl viscerale del gigante Johan Hegg. In Destroyer Of The Universe i ritmi si fanno nuovamente indiavolati, i riff sono semplici ed efficaci anche nella parte centrale della canzone, dove i cinque vichinghi dimezzano la velocità in quello che è facile immaginare diverrà un momento di potente headbanging nei concerti, prima che l’assolo di Johan Söderberg e la ripetizione del ritornello sanciscano la fine del brano. Come prevedibile, dopo una canzone veloce, segue il mid tempo di Slaves Of Fear: mediocre, con strofe scialbe e un’inutile e forzata ricerca della melodia (vizio che i nostri si portano appresso da anni…) che non paga come si sperava nelle intenzioni. Si riparte a suon di doppia cassa e riff old style per Live Without Regrets, traccia estrema vicina alle origini musicali del gruppo: pur avendo più di una parte smaccatamente melodica, Live Without Regrets risulta essere una delle migliori composizioni degli Amon Amarth degli ultimi anni. Tutt’altra cosa è The Last Stand Of Frej, canzone cupa e lenta, molto doomy nell’incedere e simile per attitudine (e sbadigli che provoca) a Under The Northern Star del disco With Oden On Our Side. For Victory Or Death è un riempitivo che scorre senza lasciare segno per poi lanciarci in Wrath Of The Norsemen, dove la rabbia viene urlata dal growl cavernoso dal frontman su una base compatta creata dai riff dei due chitarristi Mikkonen e Söderberg, come sempre bravissimi ad alternare note al fulmicotone con parti al limite del lugubre. Decisamente anni ’90 alcuni soluzioni di A Beast Am I: veloce, diretta, brutale; questi sono gli Amon Amarth più feroci! Ultima canzone di Surtur Rising è Doom Over Dead Man, ennesimo episodio lento e (troppo?) melodico. Non che sia una composizione non riuscita, ma la prima parte è soporifera mentre dopo tre minuti il ritmo aumenta un pochino senza però portare con sé un minimo d’ispirazione. Si conclude in questo modo un album che con un paio di tagli sarebbe risultato maggiormente godibile e più snello, evitando forse qualche sbadiglio che, considerando il nome stampato sul cd, non ci si aspetta.

La produzione compie un passo in avanti dopo quella già più che buona di Twilight Of The Thunder God, che a sua volta era un mix efficace tra la grezzissima e sporca di Fate Of Norns e quella patinata di With Oden On Our Side. Surtur Rising suona 100% swedish, gli strumenti sono ben miscelati e la sezione ritmica composta dagli ordinati Andersson e Lundström, rispettivamente batteria e basso, perfettamente udibile. I testi parlano, come al solito, di mitologia norrena, in particolare di Surtur, gigante del Fuoco, e delle sue epiche vicende. Le linee vocali di Johan Hegg sono particolarmente curate e studiate, ne è esempio la volontà di creare rime su rime al fine di dare maggiore melodia al growl. Il tedesco Thomas Ewerhard si è occupato del bell’artwork: ormai un collaboratore fisso della band di Hegg in quanto dal 1999, era The Avenger, cura  l’aspetto grafico dei cd e dvd.

Surtur Rising suona esattamente come un qualunque fan – o semplice conoscitore – degli Amon Amarth si aspetterebbe. Ancora prima di avere l’album nello stereo si conoscono nota per nota la struttura delle canzoni, i momenti dei cambi di tempo e gli assoli di chitarra: gli Amon Amarth sono decisamente prevedibili, il che non è necessariamente negativo, dipende unicamente dalla qualità delle canzoni. Imprevedibile, invece, è la scelta della cover da utilizzare come bonus track: Aerials dei System Of A Down. Il brano lascia a bocca aperta dalla sorpresa, ma l’esecuzione è molto efficace e gli ultimi cinquanta secondi della lirica sono da manuale. Peccato che questi tre minuti e mezzo siano gli unici dove gli Amon Amarth decidano di osare di più.

Confronti con il passato meglio non farne: Surtur Rising è un amore passeggero, un’infatuazione che, per quanto piacevole al momento non è destinata a lasciare emozioni negli anni a venire. Once Sent From The Golden Hall, capolavoro del 1998, è invece Amore vero, con la A maiuscola. Di quelli che si provano una sola volta nella vita e che rimangono impressi in eterno sulla pelle, come una cicatrice procuratasi sul campo di battaglia.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Trollfest – Kaptein Kaos

Trollfest – Kaptein Kaos

2014 – full-length – NoiseArt Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Trollmannen: voce – Mr. Seidel: chitarra – Dr. Leif Kjønnsfleis: chitarra – Lodd Bolt: basso – Trollbank: batteria – DrekkaDag: sassofono – Manskow: fisarmonica, banjo

Tracklist: 1. Trolltramp – 2. Kaptein Kaos – 3. Vulkan – 4. Ave Maria – 5. Filzlaus Verkündiger – 6. Die Grosse Echsen – 7. Seduction Suit no.21 – 8. Solskinnsmedisin – 9. Troll Gegen Mann – 10. Sagn Om Stein – 11. Renkespill – 12. Kinesisk Alkymi – 13. Døden Banker På

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I Trollfest questa volta hanno davvero esagerato. Giunti al sesto disco, senza paure e consci delle proprie qualità, hanno dato sfogo a tutta la malsana creatività che dal 2003 li ha portati ad essere, con lo scorrere degli anni e delle pubblicazioni, un gruppo di punta della scena folk metal internazionale.

Un suono unico, un’attitudine genuina come pochi, completamente svitati e autori, nonostante ciò, di un cd che alza l’asticella, una volta di più, dell’importanza di avere influenze extra metal nella propria proposta, non accontentandosi di inserire un certo strumento o una melodia lontana anni luce dal mondo heavy metal o dalla scena folk, ma inserendo veri e propri spezzoni all’interno delle proprie canzoni, riuscendo perfettamente a unire stili apparentemente in contrasto tra loro (ritmi tropic-caraibici, sonorità orientali ecc.) denotando, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che i musicisti, per quanto cazzoni, amanti dell’alcool e sempre al limite del ridicolo per quel che riguarda l’aspetto estetico, quando c’è da comporre musica di qualità sono più che lucidi e capaci di creare canzoni vere e fottutamente ispirate.

Musicalmente parlando Kaptein Kaos è meno estremo di quanto fatto in passato: urla furiose e blastbeat hanno lasciato spazio a chitarre rocciose (e rock) e arrangiamenti ariosi, ma non si tratta di un cambiamento totale in quanto, come vedremo, all’interno dei quarantotto minuti di durata del platter non mancano sfuriate da headbanging e stacchi perfetti per il sempre più di moda wall of death.

L’intro è di quelli classici dei Trollfest: due minuti e mezzo di suoni e rumori buoni per entrare nel mondo di Kaptein Kaos, il troll che ha inventato una macchina del tempo per viaggiare liberamente e, tra le altre cose, assaggiare cibo e bevande. La title-track è un tipico pezzo dei musicisti norvegesi con riff pesanti e il sax di DrekkaDag a spiccare sul resto, anche se il vero protagonista, come sempre, è lo scatenato Trollmannen. Furioso l’inizio di Vulkan, spassoso il bridge con i fiati e da applausi la parte “balkan metal” che arriva un attimo dopo la potente accelerazione di TrollBank, un martello pneumatico al drum kit. Quarta traccia in scaletta, dopo il violento finale di Vulkan, è il singolo Ave Maria, già nota per essere stata utilizzata come anteprima settimane prima della pubblicazione del cd. Si tratta di un buon pezzo “radiofonico” dove i Trollfest suonano dannatamente catchy senza perdere un grammo di personalità. La bravura di musicisti, e il successo di questo album, sta nella capacità di osare sempre di più suonando diversamente da quanto fatto in passato, ma rimanendo comunque se stessi. Poco più di sessanta secondi per l’intermezzo Filzlaus Verkündiger, dopodiché è il turno di Die Grosse Echsen, mid tempo semplice e melodico, con il ritornello caratterizzato dal sax del rustico DrekkaDag e cori da stadio. Un arpeggio di chitarra introduce Seduction Suit no.21, quattro minuti e mezzo strumentali dal sapore romantico che spianano la strada all’eccellente Solskinnsmedisin, uno dei pezzi più originali e riusciti nell’intera discografia della band di Oslo. Alla base extreme folk (definizione quanto meno riduttiva) si aggiunge un gustoso stacco di musica caraibica: tequila e temperature alte prendono il posto che era di idromele e neve, e il risultato è, oltre che spiazzante, anche divertentissimo! Per non parlare del finale dove, messe da parte distorsioni e aggressività, i Trollfest si trasformano in un vero e proprio gruppo centro americano. Neanche il tempo di pensarlo che arriva Troll Gegen Mann, un brutale assalto sonoro che compensa quanto ascoltato poco prima: la parte centrale, con il cantato clean, è eccezionale e dal sapore vagamente punk/hardcore. Sagn Om Stein inizia con un bel riff semplice e melodico per proseguire da una parte parlata e dal ritornello orecchiabile e scanzonato che ci ricorda quanto i troll norvegesi possano ormai far quel che vogliono senza perdere di qualità, anche se sicuramente ci saranno diverse persone che storceranno il naso durante la marcetta da balera romagnola (delizioso il breve solo di violino!). I primi secondi di Renkespill sono una sorta di tributo (volontario o meno non si sa) a The Trooper degli Iron Maiden in salsa folk, canzone che prosegue con il classico ritmo pazzo e discontinuo dei Trollfest, tra parti veloci e stacchi simil acustici. Kaptein Kaos ci sorprende con Kinesisk Alkymi: sonorità orientali si uniscono con il tipico sound della truppa guidata da Trollmannen, anche se il cantato clean stupisce non poco, per un risultato che fa pensare al risultato di un’ipotetica collaborazione tra i cinesi Tengger Cavalry e i Trollfest. Chiude il cd Døden Banker På, dalla strofa gagliarda e chorus dal piglio leggermente malinconico dove si alternano urla e voci pulite condite dal sax sulla base di accordi grassi e profondi.

La copertina è disegnata, come per i precedenti tre full length, da Jonas Darnell, autore del famoso fumetto “Herman Hedning”. Il risultato, come ampiamente prevedibile, è perfetto per la musica e i testi del disco. Del mixing se n’è occupato Endre Kirkesola (In Vain, Solefald, Sirenia, Blood Red Throne ecc.), mentre le registrazioni sono avvenute nel dUb Studio e nel noto Trollskogen Recording Facilities. Il suono è perfetto, massiccio e profondo, facendo suonare i Trollfest come una sorta di Andrew W.K. del folk, la band perfetta, con queste tredici canzoni, del balkan metal party-hard.

Kaptein Kaos è l’ennesimo successo targato Trollfest, un gruppo che è impossibile non amare sia per attitudine che per musica proposta. Nell’arco di dieci anni e di sei dischi, la band più brutta e sporca del folk metal ha raggiunto con i propri full length una qualità pari alla follia (e coraggio?) riscontrabile tanto in Willkommen Folk Tell Drekka Fest! che in questo Kaptein Kaos. Geniali.