Live Report: The City Of Rome Celtic Festival

THE CITY OF ROME CELTIC FESTIVAL

MORTIMER MC GRAVE  + FINNEGANS WAKE + GENS d’YS + ONYDANSE + THE CITY OF ROME PIPE BAND

23 maggio 2014, Locanda Atlantide, Roma

RCF

Venerdì 23 maggio, presso il locale Locanda Atlantide, si è svolto il primo The City Of Rome Celtic Festival, iniziativa fortemente voluta da Paolo Alessandrini che, come vedremo, ha riscosso grande successo.

Chi conosce la realtà musicale capitolina sa benissimo quanti pochi siano i luoghi dove poter organizzare un evento del genere, soprattutto quelli di medie dimensioni  (alla fine circa 400 spettatori!). La scelta di Locanda Atlantide, sito in zona centro, quartiere San Lorenzo per la precisione, si è rivelata buona sia per capienza che per raggiungibilità. Non tutto perfetto, sia chiaro (nella sala del concerto il caldo era quasi insopportabile), ma sono decisamente più i pro che i contro del locale. Nella sala bar, dove la temperatura era decisamente gradevole, erano presenti diversi stand di artigianato celtico con bracciali, collane, polsini e borse in pelle, ma anche scatole di legno incise e altri prodotti graziosi. Appesi ad una parete c’erano alcuni dipinti dell’amica illustratrice Elisa Urbinati, i quali hanno suscitato l’interesse di diverse persone.

Il piatto forte della serata, come prevedibile, è stata la musica: vari stili provenienti da diverse terre hanno messo d’accordo praticamente tutti, che si trattasse di un ritmo rock con cornamusa o di un brano tradizionale. Ad aprire il festival è stata una rappresentanza della The City Of Rome Pipe Band, visti già in occasione del Sei Nazioni di rugby eseguire l’inno nazionale della Scozia e nel main stage della seconda serata del Montelago Celtic Festival 2013. I musicisti hanno intrattenuto il pubblico con cornamuse e percussioni, producendo uno spettacolo assai gradito.  I romani Onydanse hanno fatto ballare con il loro balfolk, con violino e organetti in evidenza. Grande coinvolgimento da parte del pubblico per le tre ballerine della scuola di danza GENS d’YS che si sono esibite di verde vestite, le quali hanno raccolto applausi scroscianti per tutta la durata dello show. Le danzatrici sono successivamente scese tra gli spettatori insegnando un ballo irlandese molto semplice e divertente, che sulle note dei Finnegans Wake ha fatto divertire e sudare tutti quanti. Lo show dei Finnegans Wake è stato in parte rovinato da problemi tecnici (che in realtà si sono presentati più volte nell’arco dell’intera serata), ma i musicisti hanno portato a termine lo spettacolo con professionalità e passione.

Ben oltre mezzanotte sono saliti sul palco i Mortimer Mc Grave: la band marchigiana, che consta di due ex Kurnalcool in line-up – chi è nato o cresciuto nelle Marche ha apprezzato senz’altro – è veterana della scena e si vede da come Mortimer e Peace And Love (in dialetto: Pisellò) tengono il palco tra battute e piccole gag. Anche per gli headliner ci sono stati dei problemi con gli strumenti, in particolare con la Uillean pipe che per lunghi tratti non è uscita dalle casse, ma la bontà delle canzoni e la voglia di divertire e divertirsi ha avuto la meglio sul resto.

Tra pezzi propri (Disco Mortimer in particolare) e rivisitazioni di brani d’oltre Manica e non (‘O Sole Mio in versione rockpipe è fantastica!) il concerto dei Mortimer Mc Grave è volto al termine, lasciando tutti sudati e felici per aver partecipato a un festival nuovo che, parola dell’organizzatore, sarà riproposto nel 2015 in maniera ancora più importante. Alla caricaaaa!!!

Fotografie di Alice “Persephone”
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che fighi!

Odroerir – Götterlieder II

Odroerir – Götterlieder II

2010 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Fix: voce, chitarra, flauto, mandolino, tastiera, large schalmei – Natalie Nebel: voce – Stickel: chitarra, small schalmei – Manuel “Marley” Schmidt: basso – Veit: violino, cello – Philipp: batteria

Tracklist: 1. Heimdall – 2. Bifröst – 3. Des Thors Hammer Heimholung – 4. Idunas Äpfel – 5. Skadis Rache – 6. Der Riesenbaumeister – 7. Allvater

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La definizione data dalla casa discografica a Götterlieder II (“Second Part of their Musical Adaption of the Edda. Epic Pagan Folk Metal”), terzo disco degli Odroerir, dice praticamente tutto. Non si tratta della solita uscita pubblicitaria atta a piazzare qualche copia in più tra gli amanti del folk metal, ma della nuda verità. Chi conosce la storia e la classe dei tedeschi capisce subito di ritrovarsi tra le mani l’ennesimo gran lavoro del combo proveniente dalla Thuringia.

I testi trattano infatti dell’Edda poetica, una raccolta di poemi in norreno estratti dal manoscritto islandese del XIII secolo Codex Regius: insieme all’Edda in prosa(scritta da Snorri Sturluson) è la più importante fonte di notizie sui miti germanici e sulla mitologia norrena che già erano confluiti in Götterlieder del 2005: quel che ne esce è un secondo concept originale e molto simile ad una colonna sonora. Al di là delle facili enunciazioni ciò che più colpisce di Götterlieder II è che la tracklist suona incredibilmente fresca pur non portando particolari novità all’interno del sound, un tradizionale folk metal ricco di spunti personali di spiccata qualità. Pensandoci bene (e a posteriori) le premesse c’erano comunque tutte: una discografia, seppur limitata a due release, di grande spessore e, soprattutto, la presenza di Fix (axeman dei bravissimi Menhir) a certificare che gli Odroerir non sono certo un gruppo teutonico qualunque.

Il disco si apre in maniera epica con le percussioni ed il violino di Heimdall, ai quali si aggiungono molto presto flauto e chitarra. Il cantato di Fix è delicato e ben si addice al sound del gruppo. La canzone dura oltre otto minuti e, grazie a un songwriting di assoluta qualità, risulta varia e piacevole per tutta la sua durata. Trova spazio pure un bell’assolo di chitarra, stilisticamente vicino all’heavy metal che arricchisce ulteriormente una canzone praticamente perfetta. L’ascolto prosegue con i tre minuti di Bifröst, un brano chitarra-voce (e cori) che rimanda a terre lontane dove la natura è la signora incontrastata che incute timore e rispetto. Des Thors Hammer Heimholung vede nuovamente protagonista il violino di Veit: una prima parte soffice e leggiadra in cui il limpido cantato di Natalie Nebel disegna scenari sognanti, viene doppiato da una seconda metà pesante e metallica decorata dalle dolci melodie di Veit. La quarta traccia, Idunas Äpfel, è una malinconica ballata acustica dalla lunga durata, dove i cori maschili e la voce di Natalie si amalgamano perfettamente con gli arrangiamenti, creando un’atmosfera evocativa di sublime riuscita. Con la successiva Skadis Rache le sei corde tornano a ringhiare e il sound a giocare con un gusto tipicamente folk metal: la novità (presente solo in questa canzone) del cantato growl nella parte centrale del brano si sposa perfettamente con l’aumento di intensità del drumming e con il riffing roccioso di Fix e Stickel. Der Riesenbaumeister è un altro brano acustico con un grazioso arpeggio di chitarra a fare da sottofondo al cantato di Fix che ben si alterna con Natalie e il coro di voci maschili. In tutto l’album è presente un perfetto alternarsi e sovrapporsi di voci (lead e backing) che riesce costantemente a non cadere nel banale e, anzi, a rappresentarsi quale più evidente trademark del sound degli Odroerir. In chiusura troviamo i diciannove minuti di Allvater, una lunga cavalcata dove sono presenti tutti gli elementi che rendono il gruppo della Thuringia unico e originale: trovano infatti spazio le bellissime melodie di violino, i riff di chitarra sempre granitici e mai invadenti, l’alternarsi delle voci con i cori e – soprattutto – quella sensazione (ipersensoriale e bellissima!) che proietta in un mondo fatto di natura incontaminata, di silenzio e devozione, di sconfinati boschi all’interno dei quali l’aria si fa pesante e non un raggio di sole riesce a penetrare il fitto fogliame degli imponenti e secolari alberi.

La musica dei sei tedeschi è un personalissimo folk metal in cui non sono presenti ritmi danzerecci o riff spacca collo, dove ogni singolo strumento si mette al servizio del songwriting dando origine a un sound delicato, morbido e dolce. Götterlieder II è in grado, però, di penetrare senza pietà la carne per colpire a morte il vostro cuore: anche solo dopo il primo ascolto non potrete più voltarvi indietro, completamente conquistati dalle atmosfere fantastiche che questi bravi musicisti sanno creare.

Album consigliato a tutti i folk metaller (o più genericamente, ai possessori di buon gusto), Götterlieder II  deve far parte della propria collezione musicale.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Metsatöll – Karjajuht

Metsatöll – Karjajuht

2014 – full-length – Spinefarm Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Markus: voce, chitarra – KuriRaivo: basso – Lauri: cornamusa estone, zither, flauti, whistles, voce – Atso: batteria

Tracklist: 1. Külmking – 2. Lööme mesti 3. See on see maa 4. Must hunt5. Terasest taotud maa – 6. Öö – 7. Tõrrede kõhtudes – 8. Metsalase veri – 9. Surmamüür – 10. Mullast – 11. Karjajuht – 12. Talisman

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Metsatöll sono una delle band più importanti e rispettate dell’est Europa, questo grazie a un’attitudine sincera che li ha portati a pubblicare negli anni album di qualità senza mai un passo falso. Se si aggiunge a questo l’abilità del combo estone nel tenere il palco, anche quando impegnato in qualità di special guest, non risulta difficile capire come i quattro musicisti (gli stessi dal 2004, un esempio di stabilità, al giorno d’oggi, non indifferente) siano entrati nel cuore degli appassionati di folk/pagan metal.

Attivi dal 1999, non è un segreto che undici anni più tardi, grazie alla pubblicazione dell’eccellente Äio, siano riusciti ad affacciarsi in maniera decisa in Europa, grazie soprattutto al lavoro della potente casa discografica Spinefarm Records, permettendo loro di vendere in poco tempo oltre 13.000 copie. Äio ha rappresentato una svolta nel sound dei Metsatöll, non tanto per la qualità – i precedenti lavori sono ottimi -, ma per lo stile acquisito, da quel momento in poi proposto anche successivamente. Il nuovo full length Karjajuht prosegue esattamente il discorso iniziato con Aio e portato avanti con Ulg, perdendo però, come prevedibile, ogni effetto sorpresa. Non che ce ne sia necessariamente bisogno data la qualità delle canzoni, ma è anche vero che con questo disco la band non ha neanche cercato di portare qualcosa di nuovo al proprio sound. In realtà piccole novità ci sono (la cornamusa che si sostituisce alla chitarra per un assolo, una melodia con la sei corde in clean e altri particolari del genere), ma nulla di particolarmente rilevante.

Karjajuht  inizia con un uno-due pugilistico in grado di abbattere anche il più forte e robusto combattente: Külmking e Lööme mesti, difatti, sono dei brani potenti e vigorosi, dal ritmo incalzante e ricchi di parti folkloristiche come da anni il buon Lauri, talentuoso polistrumentista, propone all’interno delle composizioni della band estone. Da segnalare, nella seconda traccia, la presenza del leader dei Korpiklaani Jonne Järvelä con il suo tipico stile vocale. Dall’inizio pacato, See on see maa è un buon modo per riprendere fiato – non che sia una canzone “moscia” – grazie all’ottimo ritornello e alla struttura solida del brano. Il flauto crea le melodie principali di Must hunt, ma sono da menzionare anche le eccezionali linee vocali di Markus, da sempre marchio di fabbrica dei Metsatöllgrazie al suo timbro non particolarmente delicato e immediatamente riconoscibile. Gli strumenti a fiato sono i protagonisti anche dell’up tempo Terasest taotud maa, scolastica ma accattivante. Leggermente moderna nel riffing è la seguente Öö, dove la cornamusa estone si fa bella su una base quasi new metal, ma questione di pochi secondi (e comunque il loro esser moderni non è mai stucchevole o adolescenziale) che la chitarra si indurisce tirando fuori giri di grande impatto. La settima traccia, Tõrrede kõhtudes, risulta essere piuttosto debole rispetto alle compagne, sicuramente ben al di sotto di Metsalase veri, canzone che inizia con un fantastico riff pachidermico da headbanging che non fa prigionieri. Il proseguo non è da meno, arricchito, però, da parti folk essenziali che risaltano ancor di più la bontà della composizione. Surmamüür è un brano anonimo fino a quando entra in scena la voce di Kadri Voorand con un inatteso assolo vocale originale quanto strano, di grande effetto. Il vigoroso ritmo thrash di Mullast rappresenta una bella ventata d’aria fresca, ma è con la title track Karjajuht, uno dei pezzi migliori dell’album, che i quattro estoni tornano a livelli di eccellenza: i riff massicci della sei corde e il drumming del picchiatore Marko Atso sono le principali caratteristiche di questa composizione nell’ormai classico stile Metsatöll. L’ultima traccia di questo lungo viaggio è Talisman, pezzo dal sapore malinconico che porta a conclusione un cd ben riuscito ma, a causa dei grandi predecessori, non entusiasmante.

Metsatöll hanno ormai trovato il proprio sound definitivo (anche se, come insegnano gli Arkona dell’ultimo Yav, mai dire mai), e da qualche anno continuano per la via intrapresa nel 2010 con lo strepitoso Äio senza cercare ulteriori evoluzioni. Il risultato è un disco stilisticamente impeccabile ma prevedibile e che non porterà chi li segue da anni ad un ascolto compulsivo. Sicuramente una spanna sopra alla media e punto di partenza per chi vuole avvicinarsi a queste sonorità.

Intervista: M.A.I.M.

Mister Folk da voce all’underground italiano: questa volta a raccontarsi sono i bellunesi M.A.I.M., autori sul finire del 2013 dell’EP Hostëria. In attesa del prossimo lavoro, un full length, leggiamo cosa hanno da dirci!

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Dopo diversi mesi dalla pubblicazione cosa provate ascoltando l’EP Hostëria?

Siamo molto soddisfatti del lavoro, in particolare di come la resa sul cd sia fedele al suono e alle sensazioni che vogliamo proporre da vivo. Inoltre registrare Hostëria è stata un’esperienza indimenticabile anche perché è stata l’ultima volta che abbiamo suonato con il nostro ex-tastierista “Neno”, scomparso di recente, e riascoltandolo ogni tanto la lacrimuccia ci scappa…

Hostëria è cantato in lingua inglese, ma in un paio di canzoni ci sono delle piccole parti in italiano: come mai questa scelta? C’è possibilità, in futuro, di avere un brano interamente in italiano?

Le parti narrate sono nate con intento parodico nei confronti di molti gruppi power seri (come i Rhapsody Of Fire, ad esempio) che inseriscono nei loro dischi parti recitate più o meno involontariamente comiche: noi abbiamo voluto inserirne di deliberatamente demenziali e ci è sembrato giusto farlo nella nostra lingua madre. Al momento non abbiamo in cantiere canzoni completamente in italiano, ma ci piace provare cose nuove e non è da escludere che qualcosa salti fuori.

Ascoltando The Frozen Pass e il successivo Hostëria è possibile riscontrare alcune differenze tra i due cd e la progressione del sound. Come e quanto pensate di essere evoluti come musicisti e come gruppo?

Sicuramente abbiamo imparato a conoscerci meglio, a superare quelli che erano i nostri limiti tecnici iniziali e a guardare verso altri generi. Quantificare quanto ci siamo evoluti è difficile, anche perché non è stato un processo conscio: semplicemente abbiamo sempre fatto quello che ci andava di fare e in generale non ci siamo mai preoccupati di come la gente ci ha etichettato negli anni.

State lavorando al primo full length, cosa potete dire in merito?

Al momento stiamo ancora definendo diverse cose, ma posso anticiparti che verrà registrato in estate e sarà una summa di tutto ciò che abbiamo fatto nei nostri sei anni di attività, quindi molti pezzi saranno familiari a chi ci segue. Abbiamo in cantiere un concept album, molto più folk ed atmosferico, di cui proponiamo già dal vivo un paio di pezzi, ma prima di tuffarci in un’impresa del genere vogliamo fare un passo indietro e tirare le somme della strada fatta finora.

C’è una data, anche solo indicativa, per la pubblicazione del disco?

Azzardo periodo autunno-inverno, ma in mezzo possono succedere davvero molte cose. Anche le nostre precedenti release sono “uscite-quando-sono-uscite”, quindi preferisco non sbilanciarmi.

In alcuni frangenti mi avete ricordato i Kalevala hms in versione più hard’n’heavy. Vi sentite vicini a loro musicalmente e cosa pensate della band di Parma?

Ti rispondo a titolo personale: li ho visti dal vivo un paio di volte e mi sono piaciuti molto, Musicanti di Brema in particolare è un disco che adoro, ma mi sento abbastanza sicuro nel dire che non rientrano nelle nostre influenze di gruppo, né ci sentiamo particolarmente vicini a loro, anzi, penso che, al netto di una certa allegria e goliardia di fondo, siano una band molto lontana da quello che cerchiamo di proporre.

Sul fronte live non ho visto molto movimento. Pochi locali dove suonare, difficoltà organizzative o una vostra scelta per avere tempo al fine di concentrarvi sul disco?

Al momento tutte e tre le cose combinate… viviamo in una delle zone d’Italia meno densamente popolate e nel nostro capoluogo c’è un unico locale che dà a dei gruppi metal la possibilità di esibirsi; un po’ di anni fa le cose andavano diversamente e c’erano decine di locali con un folto pubblico di appassionati, ora, purtroppo, la scena si è spostata altrove. Al momento suonare per noi vuol dire fare trasferte il che non solo è oneroso dal punto di vista personale, ma anche molto difficile da organizzare: ti assicuro che, dal momento che siamo contrari per principio al pay-to-play e siamo affezionati all’idea del D.I.Y., è veramente dura convincere un qualsiasi gestore di locale extra-veneto (ad esempio di Udine o Trento) ad ospitarti, e quindi investire su di te, dal momento che non puoi garantire pubblico. In ogni caso, ultimamente non siamo stati così con le mani in mano: quest’inverno abbiamo fatto alcune date trivenete e in questo mese di maggio abbiamo avuto date nel bellunese e nella marca trevigiana.

Come si fa a suonare “epic Casera metal”? Spiegate ai lettori questa definizione.

Un litro di rosso prima di mettere mano a qualsiasi strumento è un buon inizio… seriamente, è una definizione che abbiamo coniato qualche tempo dopo la registrazione di The Frozen Pass, quando ci siamo resi conto che quanto stavamo suonando sfuggiva un po’ alla tassonomia metal comunemente in uso, inoltre volevamo qualcosa che rendesse palese la natura genuinamente montanara della nostra proposta. Altri possibili candidati erano “Segadìz” (segatura), “Sapìn” (zappino) e “Manèra” (accetta), ma alla fine la “Casera” (casetta/bivacco in quota) ha prevalso.

Il “pub perfetto” l’avete più trovato o la cerca continua???

Abbiamo suonato e fatto festa in tanti bei locali, ma è una ricerca ideologica: non finirà mai.

Il sogno nel cassetto?

Domanda difficile… al di là del solito, direi organizzare un grande festival metal a Belluno, sperando che possa avvicinare i giovani bellunesi alla musica metal e di conseguenza far ritornare ai vecchi fasti la scena musicale nella nostra vallata.

Grazie per la disponibilità, a voi la chiusura e i saluti!

Grazie a te per l’ intervista! Mi rivolgo anche ai lettori, speriamo di incontrarci personalmente al più presto ad un concerto! Saluti a tutti e, naturalmente, stay metal!

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Metsatöll – Äio

Metsatöll – Äio

2010 – full-length – Spinefarm Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Markus “Rabapagan”: voce, chitarra – KuriRaivo: basso – Varulven: cornamusa estone, flauti, zither, scacciapensieri, chitarra, voce – Marko Atso: batteria

Tracklist: 1. Ema hääl kutsub – 2. Kui rebeneb taevas – 3. Tuletalgud – 4. Vaid vaprust – 5. Äio – 6. Vihatõbine – 7. Kuni pole kodus, olen kaugel teel – 8. Vägi ja võim – 9. Minu kodu – 10. Nüüd tulge, mu kaimud – 11. Roju – 12. Kabelimatsid – 13. Verijää – 14. Jõud

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Inizio dalla conclusione: Äio è un bellissimo album di pagan metal. Un disco che dopo decine e decine di passaggi continua ad entusiasmare come la prima volta, svelando in continuazione piccole particolarità che con i semplici ascolti “superficiali” non si notano: per questo mi permetto di consigliare l’immersione di questo lavoro con le cuffie, in modo da essere isolati dall’ambiente circostante lasciando disegnare alla musica un mondo nuovo in cui i quattro elementi terra-fuocoaria-acqua spadroneggiano su uno sfondo color marrone. Chiudendo gli occhi, disteso sul letto ad ascoltare i sessanta minuti di Äio ho “visto” esattamente quello: perfetta quindi la scelta della copertina, un dipinto di Jüri Arrak dal titolo A Figure With A Figure.

Solitamente preferisco album con al massimo dieci canzoni (o un minutaggio contenuto), preferendo qualche brano in meno a favore della qualità e della scorrevolezza del disco: beh, in Äio le tracce sono quattordici, tutte di fattura elevata e con una gran bella varietà stilistica, dove si alternano rocciose cavalcate dal sapore heavy metal, brani dalla forte impronta tradizionale estone e canzoni pregne di atmosfere pagane. Il climax è dunque ricco di richiami storico-culturali che evocano antiche tradizioni a rischio estinzione, vuoi per una società “costretta” a (s)correre verso il futuro, vuoi per una globalizzazione che tende ad appiattire le evidenti differenze tra i popoli e le culture. I Metsatöll meritano rispetto perché, oltre al fatto di essere ottimi musicisti e compositori, sono orgogliosi delle proprie origini e cultura, ribadendo questo legame in ogni album con l’inserimento di canti tradizionali tra le canzoni “vere”: ritmi – questi – quasi tribali che permettono all’ascoltatore di entrare nell’atmosfera di certi ritrovi tipici dell’Estonia, facendolo sentire per qualche minuto parte di un’annosa memoria che, testarda e orgogliosa, resiste alle tentazioni della società occidentale.

Äio è stato concepito in una piccola e isolata fattoria ad Hargla, nel sud dell’Estonia, per esser poi registrato in parte ai Sinusoid Studios di Tallinn e in parte presso i famosi Finnvox Studios di Helsinki, dove si è anche svolto il mixaggio ad opera di Mikko Karmila (Amorphis, Nightwish, Children Of Bodom ecc.). Il sound è potente e pulito, reale e vibrante. I volumi degli strumenti sono regolati perfettamente, dando risalto di volta in volta alla cornamusa, al basso o al flauto, a seconda dell’esigenza della singola canzone.

Mia consuetudine è descrivere traccia per traccia il contenuto musicale degli album sotto analisi, cosa che questa volta non succederà per due motivi: il primo è che quattordici tracce sono tante e finirei per annoiare (e annoiarmi!) nonostante siano tutte meritevoli di almeno una breve descrizione; il secondo è che trovo difficoltà nel “raccontare” ciò che i brani contengono realmente, dato che spesso si va oltre la “solita” canzone, al di là della bella melodia, dell’armonia, della tecnica. Äio entra in un territorio dove le emozioni non sono spiegabili con le sole parole; emozioni che messe per iscritto perderebbero gran parte del loro significato e comunque non renderebbero giustizia alle vibrazioni interne, ai brividi lungo la schiena che si hanno durante i vari ascolti. Sarebbe come cercare di raccontare un quadro di Caravaggio a chi quell’opera non l’ha mai vista: per quanto la descrizione possa esser ben concepita, solo trovandovisi dinnanzi il quadro produrrà i sentimenti che l’Arte con l’A maiuscola sa suscitare.

Allora che ci sto a fare -vi chiederete- se non descrivo il contenuto musicale del disco? In realtà qualcosa vi dico, soffermandomi su quelli che reputo essere i migliori quattro brani di Äio, ovvero la title-track, Vihatõbine, Minu Kodu e Roju. Äio è stato il primo singolo pubblicato su myspace, in quanto contiene tutti i classici ingredienti vecchi e nuovi del Metsatöll-sound: bellissime melodie ad opera del polistrumentista Lauri “Varulven”, epiche cavalcate di chitarra e un drumming robusto e vario al punto giusto. Di nuovo c’è che i riff di chitarra sono “più metal”, sfumatura presente in quasi tutti i brani (ascoltare l’inizio roboante di Vaid Vaprust per credere). Nuovo è anche un certo gusto per le arie inquietanti, sinistre, diverse dalle la “solita” melodia folk metal, spesso “allegra”. Molto bella inoltre la parte finale: un muro heavy metal di oltre un minuto con doppia cassa e riff stoppati a rendere l’uscita davvero esplosiva. Dicevo di refrain inquietanti: in Vihatõbine troverete anche riff oscuri e un cantato nenia da far accapponare la pelle. Ma il bello arriva dopo due minuti e mezzo, dove ognuno dei musicisti sembra andare per conto proprio, creando un insieme di controtempi e dissonanze che intrecciandosi formano un’atmosfera di cupa malevolenza: è come se quattro demoni dell’est si fossero impossessati dei Metsatöll facendoli suonare come mai prima. Il risultato è “spaventoso”, nel vero senso della parola. La chitarra è marcia e terrificante, il drumming di Marko Atso potente e deciso, il basso di Raivo “Kuriraivo” Piirsalu pulsante come non mai con il buon Lauri a creare un tappeto d’inquietudine con la torupill, la tipica cornamusa estone. Sono venti anni che ascolto heavy metal ma mai nulla di paragonabile alla parte centrale di Vihatõbine. Minu Kodu è introdotta da un arpeggio di chitarra per poi prendere il via con un riff massiccio e cadenzato, ottimo per oscillare la testa come solo noi metallari sappiamo fare. Le strofe sono accompagnate dal delicato flauto di Lauri, mentre Markus “Rabapagan” canta con la sua caratteristica voce sgraziata (perfetta per il sound del gruppo) un ritornello melodico e abbastanza inusuale per la band.  Il capolavoro, però, è Roju, canzone che unisce perfettamente riff pesanti, atmosfere pagane e un chorus che in sede live farà cantare anche la security:

Hei-hei naised nüüd, kõlab meeste sõjahüüd
Heitke seljast undrukud, me murrame kui marutuul

Il brano ha la classica struttura strofa-ritornello, a dimostrazione di come i quattro estoni sappiano trasformare un’idea semplice in un vero inno da urlare a squarciagola. Altre canzoni particolari sono Kuni Pole Kodus, Olen Kaugel Teel (Until I Arrive At Home, I’m On A Distant Road) la quale è una delicata ballata sul ritorno a casa di un viaggiatore, e la conclusiva Jõud con il suo ritornello stranamente orecchiabile, dal retrogusto quasi hair metal ’80: un bizzarro esperimento che però non si può non apprezzare visto il buonissimo risultato finale. Le altre canzoni, “semplicemente” belle, farebbero fare un figurone ad un qualsiasi altro album di folk-pagan metal uscito negli ultimi anni.

I Metsatöll restano dunque fedeli alla loro tradizione, sia musicale sia culturale, senza paura di osare o provare soluzioni nuove e rischiose, ed anzi, facendo di questi elementi gli assi portanti della nuova direzione intrapresa. Mi ritrovo così tra le mani quello che sicuramente è il più bell’album della loro già notevole discografia: un platter che sicuramente rimarrà nella storia del genere grazie a “vibrazioni” semplicemente uniche. Capolavoro!

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Enslaved – Eld

Enslaved – Eld

1997 – full-length – Osmose Productions

VOTO: CAPOLAVORORecensore: Mr. Folk

Formazione: Grutle Kjellson: voce, basso – Ivar Bjørnson: chitarra, tastiera – Harald Helgeson: batteria

Tracklist: 1. 793 (Slaget om Lindisfarne) – 2. Hordalendigen – 3. Alfablot – 4. Kvasirs Blod – 5. For Lenge Siden – 6. Glemt – 7. Eld

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8 giugno 793: dopo questa data l’Europa non sarà più la stessa. In quel giorno alcuni vichinghi norvegesi saccheggiarono il monastero inglese di Lindisfarne, massacrando i monaci che, ingenuamente, erano inizialmente andati ad accoglierli vicino alla costa. Questo fatto, non il primo in ordine cronologico, ma il più noto tra le iniziali scorribande extra Scandinave dei vichinghi, è un fatto molto caro ai nativi di quelle fredde terre, orgogliosamente riportato nei testi e negli artwork di molti gruppi viking metal e non solo.

Non fanno eccezione gli Enslaved, che decidono di aprire Eld, terzo disco della loro carriera, con 793 (Slaget om Lindisfarne), ovvero “La battaglia di Lindisfarne”.

Åretak hørdes, vakre langskip fosset frem
Som en vind fra nord, kom våre fedre i land
[…] Sverdslag knuste kristmanns skalle

In queste poche parole sono racchiusi gli argomenti che il power trio norvegese vuole raccontare: bellissime e potenti navi, il vento del nord, l’importanza degli avi e spade che spaccano crani cristiani. Soliti testi, verrebbe da dire, mentre Grutle Kjellson va oltre i cliché (che comunque, è bene dirlo, all’epoca non erano così inflazionati) e regala all’ascoltatore una miriade di sensazioni ed emozioni, descrivendo con poche parole quello che il suo cuore non riesce a trattenere. Nell’opener di Eld troviamo la nostalgia per un passato glorioso e il desiderio di tornare agli antichi fasti. Dopo un intro atmosferico piuttosto lungo, la canzone si snoda tra maestose clean vocals e rare urla lancinanti: l’interminabile brano – sedici minuti – è costituito in maggior parte da riff piuttosto melodici e ritmi non elevati (buono e abbastanza fantasioso il lavoro di Harald Helgeson dietro le pelli), fatta eccezione per la sfuriata raw black metal che squarcia in due la composizione. Un lungo break strumentale, nel quale è presente anche un elementare assolo di chitarra, non fa che conferire a 793 (Slaget om Lindisfarne) una solennità a dir poco impressionante. Un riff tipicamente heavy metal ’80 introduce Hordalendigen, prima che la furia del duo chitarra/batteria trasformi la canzone in una canonica composizione black metal, fortunatamente arricchita da brevi momenti di respiro accompagnati dalla voce pulita di Grutle. Alfablot, “Sacrificio agli Elfi”, è uno dei pezzi più aggressivi dell’intero Eld: la chitarra si fa zanzarosa e la devastante batteria si perde un pochino in una produzione tecnicamente non perfetta, ma fatta con il cuore. Il binomio testi/musica va sempre di pari passo e sarà così per tutto il disco: la brutalità raggiunta in Alfablot ben si accompagna ad un testo crudo e sanguinario. L’inizio doom di Kvasirs Blod suona minaccioso:

I gammel tid hersket det en krig
Mellom de hellige slekte, baner og æser
Da Fren kom, ble guddommene forent

Opp fra et kar med spytt steg Kvasir

Kvasir, nato dalla coppa contenente gli sputi degli Æsir e Vanir in segno di riconciliazione, viene ucciso nella notte dai nani Fjalarr e Galarr, i quali, dopo aver raccolto il suo sangue, lo addolciscono con il miele, creando dopo la fermentazione quella bevanda sacra ai folk/viking metallers chiamata idromele. I riff di chitarra, tipicamente anni ’90, sono spietati e intransigenti, la batteria una macchina da guerra e la voce del leader Grutle alterna strazianti urla ad epici inserti in clean. Particolarmente azzeccato risulta essere il giro della sei corde che dopo metà brano consente a Kvasirs Blod di apparire maggiormente vario e movimentato. Particolarmente “romantica” è For Lenge Siden, dove la malinconia per la pochezza del presente fa rimpiangere il glorioso passato:

Lovsanger ble sunget
Den gang folket fremdeles var stolt
I de svundne tider,

For lenge siden

La causa può essere solo una: la nuova religione cristiana, in questa occasione chiamata “malattia del sud”, imposta e mai del tutto accettata dalle popolazioni pagane del nord:

Så kom pesten
Pesten fra sør
Svik og vranære

Forpestet våre sinn

La reazione sta nel desiderio di rivalsa, affermare che il loro passato non è stato dimenticato, ma anzi, lo si vuole far rivivere più che mai:

Kjemp! Fornekt et ditt sinn
Vår morgen skal ogsa bli var kveld
Vi skal igjen synge

Lovsanger fra fordums tid

Slik vi gjorde i de dager
For pesten kom

For lenge siden

For Lenge Siden si distingue dalle altre tracce grazie alla prima parte dove sono presenti riff e tempi squisitamente progressivi, presagio della futura svolta musicale del gruppo originario di Bergen. Molto belle le parti di chitarra e martellante la batteria, mentre l’acido scream di Grutle Kjellson suona quasi mefistofelico. Glemt (“Dimenticata”) è la canzone più estrema di Eld, tirata e brutale fin dal primo secondo, un vero assalto viking/black metal. La sezione ritmica picchia in maniera forsennata, supportando meravigliosamente l’ascia furiosa di Ivar Bjørnson, in questo frangente insanguinata più che mai. Gli occhi morti che fissano il vuoto descritti nel testo sono spaventosi e al tempo stesso sinistramente affascinanti, così come affascinanti sono le melodie che (in minima parte) addolciscono una canzone gelida e ferale. Si giunge alla conclusione con la titletrack, dove la speranza, i sogni e la malinconia vengono spazzati via senza remore. C’è solo spazio per il fuoco (eld), la morte e la distruzione, come si può evincere dalle liriche:

Det som ein gong bar fram liv
Og gav oss vår Moder Jord
Skal venda attende i Surts flammar

Vår lekam skal brennast ved Ragnarok

Våre sjeler bindast i Frost og Eld

“La nostra carne brucerà quando arriverà il Ragnarok, le nostre anime si uniranno nel Fuoco e nel Gelo”: nel dire questo gli Enslaved suonano con rabbia e intelligenza, aprendo improvvisamente alla melodia e ai cori epici, prima di una breve parte più ragionata e (vagamente) progressiva. La conclusione è affidata alle bordate black/viking del riffmaker Ivar, autore di un’ottima prova, prima dell’urlo finale che pone fine a questo disco imprescindibile per la conoscenza e la cultura della musica viking metal.

Un disco, Eld, che trasuda epicità, onore e lealtà fin dalla magnifica copertina orgogliosamente nordica, dove è ritratto Grutle Kjellson in un’espressione di grande fierezza mentre impugna corno e spada. La produzione, affidata al guru Eirik Hundvin (in quel periodo al lavoro anche con Burzum, Immortal, Gorgoroth, Einherjer, Emperor, Mayhem e i Windir dell’intramontabile Arntor) è semplicemente perfetta: gli strumenti sono ben udibili e miscelati con cura e attenzione, creando così un aspro muro sonoro che colpisce fin dal primo ascolto, capace di squarciare la carne quando ce n’è bisogno, così come di lasciare respirare nei pochi momenti di calma.

Le lunghe canzoni di Eld fanno parte della storia del viking metal, figlie del black norvegese degli anni precedenti imbastardito dall’interessamento per la scena progressive rock: un mix apparentemente arduo che in questo album ha iniziato a dare dei risultati, anche se la forza eruttiva di questi due generi ha prodotto grandi risultati diversi dischi dopo. Il 1997 è un anno particolarmente importante per la scena viking metal europea: dall’esordio dei Windir, Sóknardalar, al mini cd Far, Far North degli Einherjer, dal crudo Av Norrøn Ætt degli Helheim al seminale debutto dei Mithotyn, In The Sign Of The Ravens, senza dimenticare, perché no, anche per l’EP En Historie dei misconosciuti Vanaheim.

Tutti però devono chinare la testa dinanzi Eld, disco della (prima) maturità degli Enslaved.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.