Enslaved – Eld

Enslaved – Eld

1997 – full-length – Osmose Productions

VOTO: CAPOLAVORORecensore: Mr. Folk

Formazione: Grutle Kjellson: voce, basso – Ivar Bjørnson: chitarra, tastiera – Harald Helgeson: batteria

Tracklist: 1. 793 (Slaget om Lindisfarne) – 2. Hordalendigen – 3. Alfablot – 4. Kvasirs Blod – 5. For Lenge Siden – 6. Glemt – 7. Eld

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8 giugno 793: dopo questa data l’Europa non sarà più la stessa. In quel giorno alcuni vichinghi norvegesi saccheggiarono il monastero inglese di Lindisfarne, massacrando i monaci che, ingenuamente, erano inizialmente andati ad accoglierli vicino alla costa. Questo fatto, non il primo in ordine cronologico, ma il più noto tra le iniziali scorribande extra Scandinave dei vichinghi, è un fatto molto caro ai nativi di quelle fredde terre, orgogliosamente riportato nei testi e negli artwork di molti gruppi viking metal e non solo.

Non fanno eccezione gli Enslaved, che decidono di aprire Eld, terzo disco della loro carriera, con 793 (Slaget om Lindisfarne), ovvero “La battaglia di Lindisfarne”.

Åretak hørdes, vakre langskip fosset frem
Som en vind fra nord, kom våre fedre i land
[…] Sverdslag knuste kristmanns skalle

In queste poche parole sono racchiusi gli argomenti che il power trio norvegese vuole raccontare: bellissime e potenti navi, il vento del nord, l’importanza degli avi e spade che spaccano crani cristiani. Soliti testi, verrebbe da dire, mentre Grutle Kjellson va oltre i cliché (che comunque, è bene dirlo, all’epoca non erano così inflazionati) e regala all’ascoltatore una miriade di sensazioni ed emozioni, descrivendo con poche parole quello che il suo cuore non riesce a trattenere. Nell’opener di Eld troviamo la nostalgia per un passato glorioso e il desiderio di tornare agli antichi fasti. Dopo un intro atmosferico piuttosto lungo, la canzone si snoda tra maestose clean vocals e rare urla lancinanti: l’interminabile brano – sedici minuti – è costituito in maggior parte da riff piuttosto melodici e ritmi non elevati (buono e abbastanza fantasioso il lavoro di Harald Helgeson dietro le pelli), fatta eccezione per la sfuriata raw black metal che squarcia in due la composizione. Un lungo break strumentale, nel quale è presente anche un elementare assolo di chitarra, non fa che conferire a 793 (Slaget om Lindisfarne) una solennità a dir poco impressionante. Un riff tipicamente heavy metal ’80 introduce Hordalendigen, prima che la furia del duo chitarra/batteria trasformi la canzone in una canonica composizione black metal, fortunatamente arricchita da brevi momenti di respiro accompagnati dalla voce pulita di Grutle. Alfablot, “Sacrificio agli Elfi”, è uno dei pezzi più aggressivi dell’intero Eld: la chitarra si fa zanzarosa e la devastante batteria si perde un pochino in una produzione tecnicamente non perfetta, ma fatta con il cuore. Il binomio testi/musica va sempre di pari passo e sarà così per tutto il disco: la brutalità raggiunta in Alfablot ben si accompagna ad un testo crudo e sanguinario. L’inizio doom di Kvasirs Blod suona minaccioso:

I gammel tid hersket det en krig
Mellom de hellige slekte, baner og æser
Da Fren kom, ble guddommene forent

Opp fra et kar med spytt steg Kvasir

Kvasir, nato dalla coppa contenente gli sputi degli Æsir e Vanir in segno di riconciliazione, viene ucciso nella notte dai nani Fjalarr e Galarr, i quali, dopo aver raccolto il suo sangue, lo addolciscono con il miele, creando dopo la fermentazione quella bevanda sacra ai folk/viking metallers chiamata idromele. I riff di chitarra, tipicamente anni ’90, sono spietati e intransigenti, la batteria una macchina da guerra e la voce del leader Grutle alterna strazianti urla ad epici inserti in clean. Particolarmente azzeccato risulta essere il giro della sei corde che dopo metà brano consente a Kvasirs Blod di apparire maggiormente vario e movimentato. Particolarmente “romantica” è For Lenge Siden, dove la malinconia per la pochezza del presente fa rimpiangere il glorioso passato:

Lovsanger ble sunget
Den gang folket fremdeles var stolt
I de svundne tider,

For lenge siden

La causa può essere solo una: la nuova religione cristiana, in questa occasione chiamata “malattia del sud”, imposta e mai del tutto accettata dalle popolazioni pagane del nord:

Så kom pesten
Pesten fra sør
Svik og vranære

Forpestet våre sinn

La reazione sta nel desiderio di rivalsa, affermare che il loro passato non è stato dimenticato, ma anzi, lo si vuole far rivivere più che mai:

Kjemp! Fornekt et ditt sinn
Vår morgen skal ogsa bli var kveld
Vi skal igjen synge

Lovsanger fra fordums tid

Slik vi gjorde i de dager
For pesten kom

For lenge siden

For Lenge Siden si distingue dalle altre tracce grazie alla prima parte dove sono presenti riff e tempi squisitamente progressivi, presagio della futura svolta musicale del gruppo originario di Bergen. Molto belle le parti di chitarra e martellante la batteria, mentre l’acido scream di Grutle Kjellson suona quasi mefistofelico. Glemt (“Dimenticata”) è la canzone più estrema di Eld, tirata e brutale fin dal primo secondo, un vero assalto viking/black metal. La sezione ritmica picchia in maniera forsennata, supportando meravigliosamente l’ascia furiosa di Ivar Bjørnson, in questo frangente insanguinata più che mai. Gli occhi morti che fissano il vuoto descritti nel testo sono spaventosi e al tempo stesso sinistramente affascinanti, così come affascinanti sono le melodie che (in minima parte) addolciscono una canzone gelida e ferale. Si giunge alla conclusione con la titletrack, dove la speranza, i sogni e la malinconia vengono spazzati via senza remore. C’è solo spazio per il fuoco (eld), la morte e la distruzione, come si può evincere dalle liriche:

Det som ein gong bar fram liv
Og gav oss vår Moder Jord
Skal venda attende i Surts flammar

Vår lekam skal brennast ved Ragnarok

Våre sjeler bindast i Frost og Eld

“La nostra carne brucerà quando arriverà il Ragnarok, le nostre anime si uniranno nel Fuoco e nel Gelo”: nel dire questo gli Enslaved suonano con rabbia e intelligenza, aprendo improvvisamente alla melodia e ai cori epici, prima di una breve parte più ragionata e (vagamente) progressiva. La conclusione è affidata alle bordate black/viking del riffmaker Ivar, autore di un’ottima prova, prima dell’urlo finale che pone fine a questo disco imprescindibile per la conoscenza e la cultura della musica viking metal.

Un disco, Eld, che trasuda epicità, onore e lealtà fin dalla magnifica copertina orgogliosamente nordica, dove è ritratto Grutle Kjellson in un’espressione di grande fierezza mentre impugna corno e spada. La produzione, affidata al guru Eirik Hundvin (in quel periodo al lavoro anche con Burzum, Immortal, Gorgoroth, Einherjer, Emperor, Mayhem e i Windir dell’intramontabile Arntor) è semplicemente perfetta: gli strumenti sono ben udibili e miscelati con cura e attenzione, creando così un aspro muro sonoro che colpisce fin dal primo ascolto, capace di squarciare la carne quando ce n’è bisogno, così come di lasciare respirare nei pochi momenti di calma.

Le lunghe canzoni di Eld fanno parte della storia del viking metal, figlie del black norvegese degli anni precedenti imbastardito dall’interessamento per la scena progressive rock: un mix apparentemente arduo che in questo album ha iniziato a dare dei risultati, anche se la forza eruttiva di questi due generi ha prodotto grandi risultati diversi dischi dopo. Il 1997 è un anno particolarmente importante per la scena viking metal europea: dall’esordio dei Windir, Sóknardalar, al mini cd Far, Far North degli Einherjer, dal crudo Av Norrøn Ætt degli Helheim al seminale debutto dei Mithotyn, In The Sign Of The Ravens, senza dimenticare, perché no, anche per l’EP En Historie dei misconosciuti Vanaheim.

Tutti però devono chinare la testa dinanzi Eld, disco della (prima) maturità degli Enslaved.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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