Intervista: Theudho

La pubblicazione del limitatissimo singolo Wargus Sit! è la scusa per intervistare Jurgen, voce e chitarra dell’heathen metal band Theudho. Un’ottima occasione per parlare del recente cd, ripercorrere la carriera del gruppo e scoprire piccole curiosità in attesa del prossimo lavoro.

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Un ringraziamento a Luca Taglianetti per la traduzione dell’intervista.

TPartiamo dal nuovo singolo Wargus Sit! Due cover punk invece di pescare dal “classico” repertorio viking, come mai questa scelta? Chi ha scelto i pezzi?

Registrare – di nuovo – un paio di canzoni classiche di Bathory, Slayer o di black metal scandinavo sarebbe stato un po’ stantio e prevedibile, così abbiamo scelto di intraprendere un altro percorso. L’idea di registrare alcune cover punk è nata mentre ascoltavo alcuni vecchi album punk ed è subito sembrata ottima e innovativa. Siccome molta parte della musica punk è abbastanza simile stilisticamente ad alcuni subgeneri del mondo metal, non abbiamo avuto bisogno di cambiare molto per rendere queste canzone nostre. Voglio dire, anche band come Slayer, Megadeth, Anthrax, Sepultura e Metallica sono state pesantemente influenzate dalla musica punk e hanno registrato cover punk, quindi non c’era nessuna ragione per non farlo noi stessi.

Nelle info del disco avete scritto che avete deciso di fare questo cd per “festeggiare” il nuovo drummer Hammerman: come siete entrati in contatto con lui?

La scena metal nella parte fiamminga del Belgio è terribilmente piccola, quindi ci conosciamo più o meno tutti o per lo meno per sentito dire. In precedenza siamo stati in cartellone con alcune delle sue altre band e abbiamo amici in comune. Le sue abilità come batterista ci hanno sempre attirato, quindi abbiamo deciso di chiedergli di suonare la batteria per noi. Fortunatamente ha accettato.

Nell’artwork dallo stile punk c’è una scritta “fuck Cradle Of Filth”. Vi stanno antipatici, avete avuto problemi con loro in qualche show o cosa?

Non prendere troppo sul serio ciò che c’è scritto all’interno di Wargus Sit! Ci sono molti “graffiti da bagno pubblico” senza senso scarabocchiati lì – ad esempio la frase che citi. Inoltre, non chiamare il nostro bassista “per divertirti un po’”.

Avete partecipato a molti tribute album: tra i tanti, quale cover realizzata è quella che vi ha dato maggiore soddisfazione? E quale vi piacerebbe fare in futuro?

Credo che quelle che ci hanno soddisfatto di più sono le cover di Falkenbach, Bathory e Summoning. Al momento non stiamo cercando di partecipare attivamente ad altri album di cover o tributo. A volte siamo invitati a registrare una cover. Se ci piace la band e sentiamo che possiamo fare qualcosa di degno, accettiamo.

Come e quanto sono cambiati i Theudho dai tempi del debut album Treachary ad oggi?

Penso che i Theudho si siano evolutati molto attraverso gli anni. Sono passati dieci anni da quando ho dato vita ai Theudho come una one-man band. Da allora abbiamo avuto molti chitarristi, bassisti e batteristi che si sono avvicendati. Tutti hanno portato qualcosa di nuovo e diverso nella band, l’interazione tra musicisti alla fine ti rende un musicista migliore. Se ascolti gli album cronologicamente uno dopo l’altro, vedrai che le composizione sono diventate più varie, più melodiche, semplicemente migliori.

I vostri quattro album in poche parole:

– Treachery: L’album più spontaneo dei Theudho. Molte canzoni furono scritte e registrate in soli due giorni. Le tracce fluiscono naturalmente, nulla è forzato.

– The Völsunga Saga: Il primo album ad avere un input sostanziale dal lead guitarist che avevamo a quel tempo. Siccome era anche un grande tastierista/pianista, l’album divenne più keyboard-oriented rispetto al primo. È chiaramente un album di passaggio tra il “vecchio” e il “nuovo” stile

– Cult Of Wuotan: Mi piace davvero tanto la musica di questo album, ma se chiedessi a tutt’e quattro i ragazzi che ci hanno suonato cosa ne pensano, la risposta sarebbe la stessa: estremamente insoddisfatti del missaggio e in particolare del suono della batteria . Il fatto che la nostra etichetta abbia pagato molto per il missaggio, rende la cosa ancora più deludente. Questo è l’unico album dei Theudho che penserei seriamente di ri-registrare o ri-mixare. Anche se alcune persone mi hanno detto che l’album gli piace così com’è. Siccome la line-up con cui abbiamo registrato l’album è scomparsa, sarebbe inutile farlo ora. Penso che faremo ciò che hanno fatto i Suffocation con le canzoni di Breeding The Spawn: ri-registrare tracce scelte per altre pubblicazioni, come bouns tracks o b-sides

– When Ice Crowns The Earth: forse il nostro miglior album ad oggi, ma è stato registrato nella situazione più assurda; la line-up che ha registrato l’album è diversa da quella che l’ha scritto! I demo e il cd contengono lo stesso materiale, ma è una band completamente diversa che lo suona. In ogni caso, When Ice Crowns The Earth ha il miglior songwriting. Dan Swanö ha fatto un ottimo lavoro alla masterizzazione. Se non avete mai ascoltato Theudho fino ad ora e dovete scegliere un album, rubate questo online J

Nell’EP War Into The World c’è un’immagine con un “divieto” di troll e la scritta “no flutes, no humpa, no trolls, no party. 100 Germanic wrath”. Una chiara dichiarazione d’intenti…

Quel piccolo logo è sostanzialmente una reazione alla comune e leggermente irritante concezione di alcuni fan e recensori che ogni band con dei testi “pagani” abbia avuto per forza influenze dal folk o “humppa”. Sono cresciuto con l’heavy and il thrash metal degli ’80 e il death e black metal dei ’90, quelle influenze sono il fulcro del nostro stile. La musica e le danze tradizionali finniche non sono parte delle nostre influenze. Non c’è nessunissima ragione di collegarci a un certo sub-genere o supporre che suoniamo come certe band a causa di alcune similarità testuali superficiali. Ho disegnato questo logo anni fa come uno “scherzo da infiltrato”. Ovviamente, è stato ispirato dal logo di DSP “No fun, no mosh, no core, no trends”. È stato usato per la prima volta da una band di nome Waelcyrge. Successivamente anche i ragazzi di Heimat l’hanno usato. È stato su tutte le nostre uscite da allora, giusto per evitare confusione e porre le giuste aspettative

Siete attivi dal 2002, come vedete la scena da allora? Cosa è cambiato? Internet e le possibilità di realizzare facilmente dischi in casa è una buona cosa oppure si da spazio a chi non è ancora pronto per realizzare cd?

Ad essere onesto sono abbastanza fuori da ogni scena. L’intera industria musicale sta crollando, è sotto gli occhi di tutti. Penso che alla fine ci stiamo dirigendo verso una situazione in cui ogni band dovrà registrare i propri album con mezzi molto limitati e renderli disponibili solo in formato digitale, tagliando i costi di stampa, imballaggio e artwork. So per certo che molti artisti di grafica e studi di registrazione non se la stanno passando molto bene a causa di ciò. Alla fine hanno dovuto rinunciare alla loro vera passione per guadagnarsi da vivere in un lavoro senza sbocchi. Siccome sembra che oggigiorno l’attenzione della gente duri solo due secondi e semplicemente non si ha il tempo di gustare ogni pezzo musicale pubblicato, sono sicuro che molte ottime band non saranno notate e affonderanno ingloriosamente in un mare di eccessive uscite. È in ciò che si sentirà la mancanza di buone etichette; esse lavoravano, diciamo, come filtro. Una band fondamentalmente registrava dei demo finché veniva ritenuta abbastanza valida da una terza parte che era disposta a investire dei soldi. Né andare in tour per una band underground sembra un’idea economicamente fattibile. Non penso che l’intera teoria di registrare un album come “biglietto da visita” e guadagnare soldi solo con i live sia credibile. Inoltre, le band famose e i promotori richiedono soldi dai gruppi spalla piuttosto che avere la decenza di pagarli.

Sicuramente starete lavorando al prossimo full-length: è possibile avere qualche anticipazione?

È troppo presto per dare una descrizione completa dato che ancora non abbiamo finito tutte le canzoni. Non sono neanche sicuro quale accordatura di chitarra useremo, siccome parte del nuovo materiale è molto orientato verso sonorità death/black metal e in pratica richiedono una accordatura bassa. Ciò che posso dire è che ci sono ritmi e atmosfere diverse. Dato che stiamo ancora imparando cose nuove ogni giorno, le composizione stanno rivelandosi un po’ superiori rispetto all’album precedente. Pensiamo di provare anche materiale nuovo nella sezione vocale. Ci sono delle tracce di clean vocal anche negli album precedenti, ma stavolta potremmo mischiarle un po’ di più. C’è molto contrasto nella musica, è quindi sensato riflettere ciò anche nella resa vocale. Varie idee sui testi pure stanno girando, ma nulla è stabilito e finite al 100%. Uno dei miei amici svedesi ha espresso l’interesse di scrivere per noi – e sono completamente aperto a questa idea, siccome abbiamo sempre usato lingue diverse in tutti i nostri testi.

Grazie per le risposte, lo spazio è tutto vostro!

Grazie per il tuo interesse per i Theudho. I tuoi lettori possono dare un ascolto al nostro materiale su www.theudho.com e www.facebook.com/theudho!

Hammerman

Hammerman

ENGLISH VERSION:

Let’s start with your new single Wargus Sit! Two punk covers instead of picking up from the classic Viking repertoire, why this choice? Who chose the songs?

It felt a bit stale and all too predictable to – again – record a few classic Bathory, Slayer or Scandinavian black metal songs, so this route seemed like a good and fresh idea. The idea to record some punk covers arose when I was listening to a bunch of old punk albums. Since a lot of punk music is stylistically quite similar to certain subgenres in the metal realm, we didn’t need to change a lot to make these songs our own. I mean, even bands like Slayer, Megadeth, Anthrax, Sepultura and Metallica were heavily influenced by lots of punk music and recorded punk covers, so there’s no reason why we couldn’t.

In the album info you wrote you decided to record this cd to “celebrate” your new drummer Hammerman: how did you get in contact with him?

The metal scene in the Dutch speaking part of Belgium is awfully tiny, so everybody more or less knows everybody or at least is aware of who is who. We’ve been on the same bill with some of his other bands before and have mutual friends. His drumming skills always were an eye-catcher, so we decided to ask him to drum for us. Thankfully, he accepted.

In the punk style artwork there’s written “fuck Cradle Of Filth”. Don’t you like them? had you got any trouble with them in shows? What’s behind this statement?

Don’t take anything that’s written in the inner sleeve of Wargus Sit! too serious. There’s a lot of “public bathroom graffiti” nonsense scribbled in there – that particular line being an example. Also, don’t call our bass player for “a good time”.

You took part to many tribute albums: among these, which cover of the ones you played, has given to you more satisfaction? And which one you’d like to perform in the future?

The most satisfying ones were the Falkenbach, Bathory and Summoning covers, I believe. We’re not actually actively looking to participate in cover or tribute albums. Once in a while, we are invited to record a cover song. If we like the band and if we feel we can come up with something worthwhile, we agree.

How and how much did Theudho change from the debut album Treachery to today?

I think Theudho has evolved quite a bit throughout the years. It’s over a decade since I started Theudho as a one-man band. Since then we had several guitarists, bassists and drummers in and out of the band. They all brought something new and different to the table; interaction with other musicians ultimately makes you a better musician. When you listen to all albums chronologically one after another, it’s safe to say that the compositions are becoming more varied, more melodic and simply better.

Your four albums in few words:

– Treachery: the most spontaneous Theudho album. A lot of the songs were written and recorded in only two days. The tracks just flow naturally, nothing is forced.

– The Völsunga Saga: the first album to have substantial input from the lead guitarist we had at the time. Since he was also a great piano/keyboard player, this one became much more keyboard-oriented than the first one. This one clearly is a bridge between the “older” and “newer” style.

– Cult Of Wuotan: I really like the music on this record but if you’d ask all four guys who played on this album what they think about it, the answer would be the same: extremely dissatisfied with the mix and the drum sound in particular. The fact that our label paid a substantial amount to get it mixed, makes it even more disappointing. This is the only Theudho album which I would seriously consider re-recording or remixing. However, quite a few people have told me that they like the album the way it is. Since the line-up with which we recorded that album evaporated, it would be pointless anyhow. I guess we’re doing now what Suffocation did with tracks of Breeding The Spawn: re-record selected tracks for other releases, be it bonus tracks or b-sides.

– When Ice Crowns The Earth: probably our best album to date, but it was recorded in the weirdest situation; the line-up which recorded the album is a different one than the one that wrote the actual album. The demos and the actual record feature the exact same material, but still it’s a totally different band performing. Anyhow, When Ice Crowns The Earth has got our best songwriting to date. Dan Swanö did a really good job on the master. If you have never heard Theudho before and you must pick one album, steal this one online. J

In the War Into The World EP there’s a picture with a troll “no admittance” and the writing “no flutes, no humpa, no trolls, no party. 100% Germanic wrath”. A clear declaration of intents…

That little logo basically is a reaction to the common and slightly annoying misconception of some fans and reviewers that every band with “heathen” lyrics should have lots of folk or even “humppa” influences. I grew up with 80’s heavy and thrash metal and 90’s death and black metal, so those influences are the core of our style. Finnish traditional social dance music is not a part of those influences. There is absolutely no reason whatsoever to try to link us to a certain sub-genre or to expect us sound like certain bands because of some superficial lyrical similarities. I designed this logo years ago as an “insider joke”. Obviously, it was inspired by the DSP “No fun, no mosh, no core, no trends” logo. It was first used by a band called Waelcyrge. Later on, the guys in Heimat used it as well. It has been on all of our releases ever since, just to avoid all confusion to set the right expectations.

You are active from 2002, how do you perceive the scene from then? What has changed? Internet and the possibility to record easily albums at home is something good or this gives the chance to record an album to bands still not ready for it?

I am very much out of touch with any scene, to be fully honest. The whole music industry is crumbling, that much we all know. I guess we’re ultimately heading for a situation where every band will have to record their albums with very limited funds and make them available in a digital format only, cutting the costs of pressing, packaging, artwork… I know for a fact that a lot of graphic artists and recording studios are having a hard time because of this. Ultimately, they are forced to dump their true passion in order to make a living in some dead end job. Since people nowadays seem to have a two second attention span and simply don’t have the time to sample every piece of music out there, I’m sure lots of worthwhile bands won’t get noticed and will ingloriously drown in a sea of oversupply. This is where good labels actually will be missed; they worked as a filter, so to speak. A band would basically record demos until they were considered good enough by a third party that was willing to invest money in them. Going on tour as an underground band doesn’t sound like an economically viable idea either. I don’t think that the whole theory of recording an album as a “business card” and actually earning money by playing live is very credible. Besides, major bands and promoters demand money from support acts rather than having the decency of paying them.

You’re surely working on your next full length: can you give us any anticipations?

It’s way too early to give a comprehensive description since we haven’t finished all songs yet. I’m not even sure which guitar tuning(s) we will be using, as some of the new stuff is very death/black metal oriented and practically begging for lower tunings. What I can tell is that there are a lot of different tempos and moods going on. As we are still learning new things every day, the compositions are becoming a bit more advanced compared to the previous album. We expect to try a lot of new stuff in the vocal department as well. There are short hints of clean vocals on previous albums too, but this time we might mix it up a bit more. There is a lot of contrast in the music, so it makes sense to reflect this in the vocal delivery as well. Some ideas for lyrics are floating around too, but nothing is 100% set and finished. One of my Swedish comrades expressed interest in writing for us – I’m definitely open to that idea, as we have always used different languages throughout the lyrics.

Thanks for your time, please feel free to add anything you want!

Thanks for your interest in Theudho. Your readers are welcome to check out our stuff at www.theudho.com and www.facebook.com/theudho! Hammerman

Vanir – The Glorious Dead

Vanir – The Glorious Dead

2014 – full-length – Migthy Music

VOTO: 6,5 Recensore: Mr. Folk

Formazione: Martin Holmsgaard Håkan: voce – Lasse Guldbæk: chitarra solista – Phillip Kaaber: chitarra ritmica – Lars Bundvad: basso – Daniel ‘Luske’ Kronskov: batteria – Sara Oddershede: cornamusa

Tracklist: 1. Fall Of The Eagle – 2. March Of The Giants – 3. Written In Blood – 4. The Glorious Dead – 5. I Valkyriernes Skød – 6. Overlord – 7. The Flames Of Lindisfarne – 8. Blood Sacrifice – 9. The God Emperor

vanir-the_glorious_deadUna delle frasi più ricorrenti nel mondo del giornalismo metal è “il terzo album è quello della verità”. Ci sono anche delle varianti, tipo “…è quello della maturità” o “…è quello della consacrazione”, ma il senso rimane lo stesso. Nel 2014, con l’ormai nota “fretta” da parte di gruppi e label di pubblicare musica, quella frase non ha più molto senso. Soprattutto, tante band nemmeno ci arrivano al terzo full-length, e se lo fanno non è dato sapere se l’evoluzione del songwriting sia terminata oppure no.

Analizzando la discografia dei danesi Vanir si può notare come siano partiti da un folk metal molto rustico e chiassoso (Særimners Kød), sì con growl e chitarre robuste, ma soprattutto spensierato e godereccio, per appesantire la proposta con il successivo Onwards Into Battle. Il nuovo The Glorious Dead, marchiato Mighty Records, rappresenta la rottura con il sound folk che li ha caratterizzati a inizio carriera, aprendo un discorso musicale a più ampio respiro, ma anche rischioso. I nuovi Vanir sono i figli bastardi di quelli già sporchi di sangue di Onwards Into Battle, assetati di brutalità e affamati di carne umana quasi da fare spavento. Musicalmente parlando, forti dosi di death e thrash metal sono entrate prepotentemente nel songwriting del sestetto di Roskilde, le chitarre di Guldbæk e Kaaber non sono più il gustoso contorno delle goliardiche composizioni di un tempo, ma vere e proprie armi atte a fare male.

Il muro creato dalle sei corde è imponente e i primi ascolti sono di difficile interpretazione: chi conosce i vecchi dischi dei Vanir non può che rimanere spiazzato, ma una volta trovata la forza di ascoltare più volte The Glorius Dead è possibile riconoscerne la bontà. Gli inserti folk sono ridotti rispetto al passato, ma quando presenti donano al pezzo un qualcosa di fondamentale: la vita. La cornamusa di Sara Oddershede è splendente come non mai e più volte durante lo scorrere delle canzoni sembra di essere nello schieramento scozzese un attimo prima della battaglia, quando l’adrenalina e il terrore sono ai massimi livelli.

L’opener Fall Of The Eagle spiazza per cattiveria e musica: le strofe sono aggressive e death oriented, la cornamusa compare solamente nel ritornello leggermente più melodico. Le successive March Of The Giants e Written In Blood puntano molto sul groove dei chorus, decisamente accattivanti. Interessanti i sette minuti di I Valkyriernes Skød, canzone elaborata (per gli standard della band) dal tono cupo e drammatico. Overload è una scarica di adrenalina che dopo la botta iniziale non lascia molto (così come la title track), The Flames Of Lindisfarne, come intuibile dal titolo, racconta i fatti avvenuti nel 793 d.C. con lo sbarco dei vichinghi in terra inglese. Ci si avvia al termine del disco con la discreta Blood Sacrifice, pesante e asfissiante, con la cornamusa ottimamente amalgamata con il resto degli strumenti, in grado di aggiungere un tocco di tragica epicità alla musica. Nona e ultima composizione di The Glorious Dead è The God Emperor, dinamica e coinvolgente, con buoni cambi di ritmo e discrete trovate chitarristiche.

Non facile da ascoltare e apprezzare, The Glorious Dead rappresenta i Vanir di oggi, più violenti e diretti che mai, capaci comunque di non disperdere completamente quelle sonorità che li hanno resi famosi nell’underground europeo con i primi due lavori.

Vanir – Onwards Into Battle

Vanir – Onwards Into Battle

2012 – full-length – Mighty Music

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Andreas Bigom (voce, tastiera) – Phillip Kaaber (chitarra ritmica) – Lasse Guldbæk Jensen (chitarra solista) – Lars Bundvad (basso) – Martin R. H Håkan (batteria)- Sara Oddershede (cornamusa, whistle)

Tracklist: 1. Dark Clouds Gather – 2. Onwards into Battle – 3. Thyrfing – 4. By the Hammer They Fall – 5. Tveskægs Hævn – 6. Brigands Of Jomsborg – 7. Æresdød -8. Vinlandsfærd – 9. Warriors of Asgard – 10. Hlidskjalf Gynger – 11. Raise Your Horns – 12. Fimbul – 13. Sons Of The North

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I danesi Vanir, già autori nel 2011 dell’interessante Særimners Kød, pubblicano a dodici mesi di distanza dal debutto il secondo lavoro della loro carriera. Quello proposto dal sestetto vichingo di Roskilde è un folk metal che alterna brani tipicamente allegri e chiassosi ad altri maggiormente aggressivi e feroci. Proprio questo aspetto è quel che colpisce fin da subito chi ha ascoltato e apprezzato il precedente lavoro, dove il songwriting era orientato quasi sempre verso il lato più goliardico del fare folk. In Onwards Into Battle la prima cosa che si nota è la cattiveria musicale-lirica dei musicisti danesi, quasi fossero i fratelli maligni e incavolati di quelli che hanno suonato su Særimners Kød. La copertina non fa che rafforzare questo concetto: i Vanir hanno virato l’attenzione dalle feste a suon di idromele e carne sui tavoli del Valhalla al campo di battaglia, dove sangue e acciaio formano un tutt’uno. Questo indurimento del sound si deve principalmente alle tematiche trattate nei testi: sempre vichinghi e mitologia nordica, ma con un occhio di riguardo verso gli aspetti più crudi e sanguinari come combattimenti tra gli dei, sogni di gloria e potere, coraggio e onore.

Brani come Tveskægs Hævn, dall’incedere lento e pesante abbellito dall’ottimo lavoro di cornamusa, e – dopo il cupo intro – la titletrack sono forse i migliori esempi del “nuovo” sound dei Vanir, tanto più se si pensa all’EP Drikkevisen del 2011, dove i nostri ci hanno deliziato con due divertenti canzoni folk da taverna. Warriors Of Asgard mixa riff veloci e urla infernali con melodie di whistle che creano un effetto simile a quanto udibile nei primi due dischi degli Svartsot Ravnenes Saga e Mulmets Viser. Hlidskjalf Gynger è un mid tempo semplice e d’impatto, con un bell’inizio coinvolgente ed un chorus a voci pulite e cornamusa di contorno di gran qualità. Sorprendono la strumentale ed epica Æresdød e la conclusiva Sons Of The North, la quale è introdotta da un delicato arpeggio di chitarra acustica, è una canzone cantata con voce pulita in un’atmosfera medievale che fa tanto menestrello di corte, mentre la seconda parte vede l’ingresso in scena degli strumenti elettrici per un risultato che ricorda alcune cose di Armod, ottimo disco dei Falconer: inaspettata e bellissima conclusione per un disco come Onwards Into Battle.

La produzione è migliorata rispetto a quella comunque positiva di Særimners Kød: il produttore Berno Paulsson (The Haunted, Mithotyn, The Crown e Amon Amarth – a dire la verità i peggiori dal punto di vista sonoro e non solo – di Versus The World e Fate Of Norns) è riuscito a dare un corpo possente e al tempo stesso agile per le composizioni dei Vanir.

Cinquantaquattro minuti sono una durata un po’ esagerata, riuscire a finire l’ascolto tutto d’un fiato non è cosa semplice nonostante la bontà delle tracce Non sono presenti brani riempitivi, ma di sicuro un paio di pezzi in meno avrebbero giovato al risultato finale.

I Vanir continuano la marcia iniziata nel 2011, mostrando la volontà e la capacità di “andare oltre” il solito folk metal festoso, realizzando un disco che merita di essere ascoltato e assimilato con pazienza. Onwards Into Battle è un’uscita consigliata a tutti gli appassionati del genere e anche a chi vuole “distrarsi” con musica relativamente semplice e sicuramente piacevole. Promossi.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Live Report: Sognametal Tour

SOGNAMETAL TOUR

VREID/WINDIR/ULCUS + POSTHUM + VINTERBLOT

15 ottobre 2014, Traffic Live Club, Roma

LocandinaWindirCi sono due tipi di live show: il concerto “semplice” e l’evento. Quello dei Windir e del Sognametal Tour è più di un evento, è un unicum, un sogno che diventa realtà.

Come appassionato di musica ho ancora pochi desideri in fatto di concerti: Led Zeppelin, Ac/Dc e Kiss, il resto o l’ho già visto, o non mi interessa più di tanto. Poi ci sono i sogni, alcuni ormai impossibili, come la reunion e tour dei Rainbow del duo Dio/Blackmore, una fantasia avuta fin da metà anni ‘90. In ambito folk/viking erano due i sogni: Windir e Otyg. Se per quest’ultimi le possibilità in futuro non dovrebbero mancare (sempre che Vintersorg riesca a trovare i soldi per pubblicare il terzo disco, ormai pronto da tempo), quella della band nata dalla volontà di Valfar nel 1994 sembrava dover rimane tale. Ma succede che l’impossibile diventi possibile, anche se con qualche differenza rispetto al sogno iniziale. La morte di Terje Bakken nel gennaio 2004 ha chiuso in maniera definitiva la carriera dei Windir (dalle cui ceneri sono nati i Vreid), salutata il 3 settembre (compleanno di Terje) di quello stesso anno con uno show d’addio con Vegard, fratello di Valfar, alla voce.

Per festeggiare i venti anni dalla nascita della grande band, e per omaggiare lo sfortunato musicista a dieci anni dalla sua scomparsa, i membri ex Windir hanno pensato di portare in giro il Sognametal Tour – con Vegard alla voce – dividendo lo show in tre parti: la prima dedicata ai Windir, quella centrale ai Vreid e Ulcus e l’ultima nuovamente ai Windir.

Il Traffic Club è la sede dello show romano. Vanno giustamente ricordati e ringraziati gli organizzatori per lo sforzo e il coraggio di proporre una data così insolita, che fortunatamente alla fine ha ripagato gli sforzi con una discreta affluenza. Ad aprire la serata i pugliesi Vinterblot, formazione ben rodata ed esperta nonostante la giovane età. La band è stata compatta e coinvolgente come sempre, il loro pagan death metal è di un livello veramente alto e i ragazzi meritano sicuramente ben più dei trenta spettatori presenti alla loro esibizione. La breve set list ha visto anche l’esecuzione di un nuovo brano – bello e personale – momentaneamente privo di titolo che finirà nel secondo full length attualmente in lavorazione (e per saperne di più non perdetevi l’intervista online prossimamente!). I norvegesi Posthum sono i secondi a calcare il palco del Traffic: il loro black metal melodico e orecchiabile ha riscosso una buona dose di applausi. La musica è lineare e diretta, sicuramente non originale, ma suonata bene e con passione. Breve cambio palco ed è il turno degli headliner, per la precisione Vreid/Windir/Ulcus. Inutile dirlo, ma la gente presente al locale era lì unicamente per la storica viking metal band e per omaggiare il talentuoso Valfar. L’intro Byrjing crea un’attesa spasmodica, placata dall’irruenza di Arntor, Ein Windir, tratta dal meraviglioso Arntor. La brutale On The Mountain Of Goats (dall’ultimo lavoro in studio, Likferd) e la micidiale accoppiata Dance Of Mortal Lust / The Spiritlord (dal capolavoro 1184) chiudono la prima parte di show: Vegard lascia il palco a quelli che in realtà sono i Vreid, i quali hanno deliziato gli spettatori con un black metal personale e vario, capace di variare da quello windiriano di Under Isen (I Krieg, 2007) a quello più rock’n’roll di Pitch Black (eseguita a fine concerto) o parzialmente elaborato di The Ramble, canzone d’apertura di Welcome Farewell dello scorso anno. C’è spazio per un brano degli Ulcus, gruppo in attività dal negli anni ‘90, fino a quando tutti i musicisti sono entrati a far parte dei Windir, fino ad allora one man band. La canzone eseguita è stata The Profound Power, tratta dall’unico cd pubblicato Cherish The Obscure. Il concerto volge al termine con la grezzissima sorpresa Krigaren Si Gravferd, durettamente dal primo demo dei Windir Sogneriket del 1994, per poi lasciarsi ipnotizzare per nove minuti dalle struggenti melodie di Svartesmeden Og Lundamyrstrollet, prima di lasciare il palco con il classico Journey To The End, testamento musicale di Valfar e della sua creatura.

Le prestazioni dei musicisti sono state ottime, in particolar modo Steingrim ha picchiato il drum kit con precisione e cattiveria fino all’ultimo istante, ma parlare di tecnica o precisione è inutile per un concerto dove ha regnato l’emozione e il cuore. Ho visto ragazzi cantare a memoria i testi in norvegese, ho visto persone con le lacrime agli occhi, ho visto metallari abbracciati ed emozionati. Io ero tra di loro, con tutta la passione e la fede verso la musica di Valfar, ein Windir.

SCALETTA:

1. Byrjing (Windir) – 2. Arntor, Ein Windir (Windir) – 3. On The Mountain Of Goats (Windir) – 4. Dance Of Mortal Lust (Windir) – 5. The Spiritlord (Windir) – 6. The Ramble (Vreid) – 7. The Reap (Vreid) – 8. Speak Goddamnit (Vreid) – 9. Under Isen (Vreid) – 10. The Profound Power (Ulcus) – 11. Krigaren Si Gravferd (Windir) – 12. Svartesmeden Og Lundamyrstrollet (Windir) – 13. Pitch Black (Vreid) – 14. Journey To The End (Windir)

Khors – My Cossack Way

Khors – My Cossack Way

2014 – singolo – Candlelight Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Helg: voce, chitarra – Jurgis: voce, chitarra – Khorus: basso – Khaoth: batteria

Tracklist: 1. My Cossack Way

khors-my_cossack_wayLa complicata e drammatica situazione in Ucraina, oltre a preoccupare buona parte del globo, sprona i gruppi locali a pubblicare lavori (o canzoni) ispirati alla storia della propria regione, alla forza di alcuni personaggi o semplicemente dall’orgoglio di essere ucraini. Attenzione però, non si parla di un nazionalismo “politico”, ma di un sincero sentimento che nasce dal cuore.

I Khors, attraverso la sempre eccellente Candleligth Records, rilasciano per il decimo anniversario di attività della band Мій козацький шлях (tr.: My Cossack Way), un singolo digitale di breve, ma intensa, durata. La canzone, lunga quasi otto minuti, è dedicata a tutti i cosacchi che stanno combattendo in questo periodo di dolore e violenza.

Musicalmente parlando, My Cossack Way è un piccolo capolavoro che prosegue l’evoluzione artistica del combo di Kharkiv iniziata nel 2004 con il black metal di The Flame Of Eternity’s Decline, per poi inglobare tematiche e influenze pagane (si autodefiniscono “heathen dark metal”) fino a giungere al buonissimo e maturo Wisdom Of Centuries del 2012. La canzone My Cossack Way suona potente e drammatica, cupa ma con un fondo di vita che lascia aperta la speranza per un mondo migliore. Le melodie di chitarra, insieme al robusto drumming di Khaoth, sorreggono nel migliore dei modi le linee vocali di questo mid tempo d’autore. Lo stacco atmosferico e cadenzato a metà branoè la dimostrazione della maturità raggiunta dai musicisti, i quali non necessitano più (unicamente) di up tempo feroci per colpire nel segno e ferire l’ascoltatore.

Dopo un disco veramente bello come Wisdom Of Centuries e il live Abandoned Leaves (2013), i Khors fissano un nuovo mattoncino ad una carriera in continua crescita per qualità e notorietà. My Cossack Way è un singolo da acquistare (solamente tramite iTunes) e da ascoltare decine di volte.

Windir – Arntor

Windir – Arntor

1999 – full-length – Head Not Found

VOTO: CAPOLAVORORecensore: Mr. Folk

Formazione: Valfar: voce, chitarra, basso, tastiera, fisarmonica – Steingrim: batteria

Tracklist: 1. Byrjing – 2. Arntor, ein Windir – 3. Kong Hydnes Haug – 4. Svartesmeden Og Lundamyrstrollet – 5. Kampen – 6. Saknet – 7. Ending

windir-arntorIl secondo disco dei Windir, Arntor, è uno dei capolavori assoluti del viking metal.

L’intera discografia composta da quattro album della band capitanata dallo sfortunato Valfar, è bene dirlo, di altissima qualità, e il terzo lavoro 1184 eguaglia (per alcuni supera) anche la gemma Arntor, ma si parla comunque di dischi strepitosi che hanno dato sangue e calore a una scena, all’epoca, ancora in via di sviluppo nonostante fossero già usciti full length di gran pregio per conto di Enslaved, Helheim, Mithotyn, Einherjer e, ovviamente, Bathory.

Era il 17 gennaio 2004 quando Valfar, all’anagrafe Terje Bakken, venne trovato senza vita causa ipotermia a Reppastølen, in una vallata non distante la sua città natale Sogndal: era stato, il 14 gennaio, a trovare i suoi genitori a Fagereggi, e tornando a casa a piedi, com’era solito fare, venne sorpreso da una bufera di neve che non gli diede scampo. Un tragico, ma romantico (passatemi il termine) modo di morire, lui sincero amante della propria terra e della storia che tanto affascinante la rende. Dopo questo drammatico fatto i restanti componenti dei Windir, il gruppo da lui fondato nel 1994, decisero di non proseguire oltre, ma di esibirsi per un’ultima volta in onore del giovane polistrumentista che tanto aveva dato alla scena black/viking. Il 3 settembre di quell’anno – data del ventiseiesimo compleanno di Valfar – si tenne il concerto al quale parteciparono anche componenti di Enslaved e Finntroll (live immortalato nel dvd SognaMetal); il giorno stesso uscì la doppia raccolta dal titolo Valfar, ein Windir (Valfar, un guerriero).

I Windir in pochi anni passarono dall’essere una one-man band underground di buone speranze a uno dei pochi gruppi proveniente dalla scena black metal – in debito d’ossigeno come non mai – con idee fresche, spontanee e soprattutto uniche. Tutto comincia nel 1994, anno in cui Valfar decide di fondare un progetto black metal, che in giro di poco tempo lo porta alla pubblicazione di due demo (1994 e 1995) e del primo full length album nel 1997, quel Sóknardalr in cui, seppur acerbo in alcuni tratti, lascia intravedere lampi di genio assoluto. Si tratta di un disco fortemente black metal arricchito da qualche spruzzata folkloristica: un inizio che promette bene, ma che è ben lungi dal presagire il concepimento – da lì a pochi mesi – del capolavoro di un’intera carriera. Le registrazioni del secondo Arntor terminano difatti nell’agosto 1998, anche se la pubblicazione è rimandata all’11 ottobre 1999. Un disco che scuote in maniera tremenda la scena norvegese e non solo, portatore qual é di una ventata d’aria fresca e per di più arricchito da una componente territoriale che in passato altri gruppi avevano usato in maniera più che convincente, ma mai così sincera e viscerale. I testi dell’album raccontano le gesta eroiche di Arntor, un contadino divenuto guerriero per amore della propria terra, morto nel tentativo di aiutare re Magnus Erlingsson, tornato dall’esilio danese imposto nel 1180 dal faroese Sverre Sigurdsson, per combatterlo e riconquistare il trono. Le cose non andarono come speravano: il re fu sconfitto, l’usurpatore divenne re di Norvegia dal 1184 (guarda caso titolo dell’album successivo) al 1202, Arntor morì dopo aver portato il suo villaggio alla rivolta e la sua Sogndal venne rasa al suolo. A rendere i testi ancora più legati al territorio la scelta di Valfar di cantare in saognamaol”, il dialetto della sua regione.

L’album è registrato presso il Grieghallen Studio di Bergen (già meta di Immortal, Emperor, Mayhem ecc.) ed è prodotto magnificamente da Eirik Hundvin, capace di conferire un sound potente, epico e al tempo stesso brutale e sanguigno.

Arntor si apre con il bell’intro Byrjing, dove fisarmonica e tastiera creano una solenne atmosfera di attesa alla battaglia, che puntualmente arriva con Arntor, ein Windir, titolo micidiale che racchiude al suo interno il meglio delle capacità compositive di Valfar: violenti riff di matrice black incontrano melodie di chitarra assolutamente uniche per l’epoca, con le drammatiche scream vocals e il drumming veloce e quadrato di Steingrim ad incitare violenza. Nella parte centrale la canzone rallenta progressivamente fino ad arrivare all’arpeggio di chitarra, prima di riprendere velocità con i riff melodici derivati dalla musica folk locale che sono il vero trademark dell’album. La successiva Kong Hydnes Haug alterna parti di (raw) black metal a cori maestosi su basi melodiche prima della parte centrale in cui la tastiera crea un tappeto sul quale i cori diventano protagonisti, in attesa che le disumane urla di Valfar tornino con il loro carico di drammaticità. Ancora alta velocità in Svartsmeden Og Lundamyrstrollet, quarta traccia di Arntor, con la sempre presente chitarra solista a fare un lavoro di mediazione con la brutalità dei riff tipicamente black metal: si crea così un risultato maestoso, epico e al tempo stesso inquieto per i fatti narrati. Semplicemente geniali i giri di sei corde di metà canzone, che spezzano la tensione prima di rilanciare l’ascoltatore nella confusione di quelle terre così pregne di sangue versato, per non parlare poi delle scale della chitarra: una semplicità disarmante che suona meravigliosa nel contesto strumentale; una di quelle melodie che entrano in testa fin dal primo ascolto e che “tormentano” con rigorosa tenacia nei giorni successivi e nei momenti più impensabili. La voce pulita di Steinarson, ospite assai gradito, in Kampen, su base mid-tempo alla Falkenbach (o anche un certo Bathory, ma molto più aggraziato) è probabilmente la parte più calma e pagan dell’intero cd. Valfar e Steinarson alternano magnificamente i loro vocalismi per quella che è un’autentica perla di viking metal. Si torna a ritmi sostenuti con Saknet, lunga canzone dove Valfar mette in mostra, se ancora ce ne fosse bisogno, tutte le sue capacità compositive-tecniche-interpretative, uscendone a testa fieramente alta. Alla componente black e folkloristica si aggiunge un riffing più tradizionalmente heavy metal, arricchendo ulteriormente la tavolozza dei colori dai quali attingere a seconda dell’ispirazione e della necessità. Arntor è chiuso magnificamente dal brano Ending: il riff iniziale (e a ruota il cantato) è il più raw dell’intero album, ma basta una semplice melodia a cambiare completamente atmosfera, pur continuando la chitarra ritmica a buttarci addosso riff marci e Steingrim a violentare il proprio drum-kit. Finisce così un album fondamentale per la storia del metal estremo e del viking in particolare.

Quello prodotto dai Windir nel 1998-99 è un capolavoro assoluto che rimarrà per sempre nella storia della musica pesante, sia per un motivo prettamente musicale, sia – soprattutto – per tutto quello che gli ruota attorno: il legame con la terra d’origine – con la natura e con le tradizioni folkloristiche – sarà da concetto guida per le generazioni future, senza che queste possano però eguagliare la maestria di Valfar nel descrivere (e trasmettere agli ascoltatori) con la musica le intense sensazioni provate dal contadino-guerriero Arntor, eroe norvegese.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.