Ensiferum – Suomi Warmetal

Ensiferum – Suomi Warmetal

2014 – EP – Devil Inc. Presseverlag

VOTO: SV – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Petri Lindroos: voce, chitarra – Markus Toivonen: chitarra – Sami Hinkka: basso – Janne Parviainen: batteria – Emmi Silvennoinen: tastiera

Tracklist: 1. Warmetal (Barathrum cover) – 2. Wratchild (Iron Maiden cover) – 3. Lady In Black (Uriah Heep cover) – 4. Breaking The Law (Judas Priest cover)

ensiferum-suomi_warmetalAgli Ensiferum piace suonare le cover, ormai è un fatto assodato. Basti pensare all’ultima e divertente Bamboleo dei Gipsy Kings contenuta in Unsung Heroes, all’ottima Into Hiding degli Amorphis nell’EP Dragonheads e alla scolastica Battery dei Metallica dell’epoca Iron. La pubblicazione di Suomi Warmetal è destinata a un ristretto numero di ascoltatori in quanto si tratta di un cd allegato al numero 94 della famosa rivista tedesca Legacy, quindi non in vendita. Chiaramente un’uscita del genere va presa con la giusta filosofia, ovvero divertimento e soddisfazione da parte della band di togliersi uno sfizio. La rivista non è nuova in queste cose: nel febbraio 2013 – solo per rimanere in tema folk – ha dato alla luce Blodsvept EP, un dischetto firmato Finntroll con all’interno inediti, cover dei Pet Shop Boy, live e demo version.

L’EP si apre con l’estrema Warmetal, canzone dei finlandesi Barathrum contenuta nel disco Infernal del 1997. Si tratta di un pezzo tirato e aggressivo, cupo e ricco di doppia cassa che si spera possa aver risvegliato nella band finnica un po’ di passione per le sonorità più violente. Seconda traccia è la famosissima Wratchild degli Iron Maiden, bonus track della versione giapponese di Unsung Heroes e precedentemente nel singolo Burning Leaves: molto simile all’originale, leggermente accelerata con le tastiere che ricoprono un ruolo fondamentale per personalizzare, per quanto possibile, un mattone di storia dell’heavy metal. Da un classico del metal a un classico dell’hard rock ’70: Lady In Black degli Uriah Heep è un brano bellissimo dove testo e musica vanno a braccetto come raramente capita. La versione degli Ensiferum, inserita nella tracklist di Victory Songs, rende omaggio all’originale con la giusta dose di chitarre distorte senza snaturarla. Ultimo brano è Breaking The Law dei Judas Priest, disponibile nel singolo Stone Cold Metal (2010). Il sound sporco, piccoli accorgimenti “epici” e la voce grezza incattiviscono il classico del duo Tipton/Downling, un piccolo piacere da ascoltare nonostante l’età ormai importante.

Unico vero dubbio che fa sorgere un lavoro del genere riguarda la produzione della prima traccia, sicuramente registrata durante le sessione di One Man Army: se il sesto disco degli Ensiferum avrà la stessa non potenza e carenza di bassi potrebbe essere davvero un problema.

Warmetal è un EP che lascia il tempo che trova, nato come sfizio pubblicitario, una gioia per i collezionisti e nulla di più.

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Incursed – Beer Bloodbath

Incursed – Beer Bloodbath

2014 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Narot Santos: voce, chitarra ritmica – Asier Fernández: chitarra solista – Juan Sampedro: basso – Asier Amo: batteria Jon Koldo Tera: tastiera

Tracklist: 1. Beer Bloodbath – 2. Raging Wyverns – 3. Die By The Sword (2014) – 4. Game Of Thrones – 5. Beer Bloodbath (drunken version)

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Gli spagnoli Incursed hanno sorpreso piacevolmente pubblico e critica con la realizzazione di Fimbulwinter nel 2012, un lavoro di extreme folk metal ben fatto nato da una terra che non è propriamente la culla del genere. La storia del gruppo inizia nel 2007 per volontà di Narot Santos e Sergio Castro, realizzando due anni più tardi l’EP Time To Unsheathe Our Rusty Swordse e nel 2010 il full length Morituri. Il presente Beer Bloodbath è un’anticipazione del terzo LP dal titolo Elderslied, uscito a circa un mese di distanza; le canzoni presenti sono cinque per un totale di ventuno minuti.

L’apertura è affidata a Beer Bloodbath, classico pezzo di folk “moderno” dove tastiera e melodie di chitarra fanno la voce grossa. Le strofe e il chorus sono orecchiabili e si memorizzano facilmente, ma a spiccare è il potente drumming di Asier Amo che dona al pezzo un pizzico di cattiveria che non guasta mai, mentre il finale “confusionario” tra cori da osteria, vetri rotti e fisarmoniche è un colpo di coda inaspettato quanto simpatico. Raging Wyverns inizia con le chitarre acustiche che presto si trasformano in asce affilate; parti elettriche si alternano ad altre acustiche, così come il cantato è ora pulito, ora growl. Il risultato è ottimo, l’effetto un po’ Amorphis grandioso, sicuramente uno dei pezzi migliori della discografia degli Incursed e brano portante dell’EP e del full length. Dopo le prime due canzoni, entrambe presenti nel cd Elderslied, è il turno di Die By The Sword, nuova incisione del pezzo presente del disco Morituri. Confrontando le due versioni si può notare, oltre all’evidente indurimento del suono e pulizia di registrazione, anche i piccoli ma importanti ritocchi della nuova pelle, sicuramente più incisiva ora rispetto a quattro anni fa. Quarta traccia è la cover del tema principale di Game Of Thrones, serie tv di grande successo mondiale. Molto bravi gli Incursed a realizzarla in maniera fedele con un tocco di personalità (vedi l’assolo di chitarra verso la fine), riuscendo nel non cadere nel banale o fallendo tentando di stravolgerla. Ultimo pezzo in scaletta è Beer Bloodbath in drunken version: la differenza sta nella voce, prima in growl e ora chiara con un tocco di alcool che la rende buffa, molto simile a quella di Christopher Bowes degli Alestorm.

L’EP Beer Bloodbath riesce nel proprio scopo: fa girare il nome degli Incursed grazie a canzoni piacevoli e la prevedibile curiosità riscossa – e ben appagata – da Game Of Thrones. Consigliato agli amanti di questi prodotti “minori” e ben fatti.

Intervista: Solarsteinn

Esordire con un EP contenente una sola traccia da 18 minuti non è cosa da poco, ma ancora più “estremo” è farlo con una canzone veramente buona. Angelo Raffaele De Innoncentiis, mastermind del progetto Solarsteinn, ci è riuscito in pieno; “obbligatorio”, quindi, porgli alcune domande per conoscere il musicista e capire alcune scelte. Buona lettura!

BandCome e perché hai deciso di fondare una one man band?

Perché dopo tanti anni passati a suonare con altre persone, a scendere a compromessi stilistici e anche di altro tipo ho deciso di suonare da solo e scrivere qualsiasi cosa mi passa per la testa senza avere l’approvazione di nessuno. Può sembrare un modo dittatoriale di ragionare ma è una situazione maturata nel tempo. Il come è semplicissimo: ho la possibilità di scrivere e registrarmi musica da solo ed è una situazione che mi piace.

Quali sono le tue precedenti esperienze musicali?

Dal ’96 suono la chitarra e canto nei Rising Moon una swedish death metal band, abbiamo fatto cinque album. Ma ormai da anni la band è congelata, non so neanche se esiste più, non sento gli altri membri da vari anni.

Pensi che il progetto Solarsteinn possa un giorno avere una vera line-up e suonare dal vivo o senti di escludere questa possibilità a priori?

La voglia di suonare dal vivo è sempre forte ma riallacciandomi alla domanda iniziale, mi è diventato difficile suonare con altre persone, per preparare dei live bisogna fare molte prove ed è difficile trovare musicisti che eseguano quello che tu gli dici. Ognuno vuole sempre strafare, ti capita il guitar hero che non alza gli occhi dalla chitarra e non ti ascolta, il bassista che anche a 10 di volume ti dice: “hey, non mi sento per niente”, i batteristi che ad ogni live ti improvvisano delle parti. Sono un po’ stanco di queste situazioni e quindi per adesso non ci penso ai live, se un giorno dovessi trovare persone affidabili allora potrei iniziare a pensare a dei concerti.

L’EP The Challange Of Thor presenta una sola canzone lunga ben diciotto minuti. Sicuramente una scelta coraggiosa per essere una prima pubblicazione…

Mi son sempre piaciute le canzoni lunghe, nei Rising Moon non era possibile fare canzoni con minutaggi estremi e quindi l’idea di scrivere un brano lungo è stata quasi naturale, ovviamente ci sono dei pro e dei contro. Si possono dire molte cose in diciotto minuti, ma è facile cadere nella ripetitività e nella noia. E questo è stato l’aspetto più problematico durante la stesura del brano. Ho cercato di curare al meglio l’arrangiamento e creare un buon equilibrio tra le partiture prettamente metal e le partiture orchestrali. Spero di esserci riuscito.

Al momento l’EP è in formato digitale: hai intenzione di fare anche la versione fisica?

La versione fisica dell’EP è in cantiere perché ho svariate richieste in merito, ma al momento è disponibile solamente il formato digitale su Bandcamp. Sono alla ricerca di una label disposta a stamparlo e chiunque fosse interessato può contattarmi tramite Facebook. Se non dovessi trovare una label lo stamperò da me in una tiratura limitata.

Il testo è preso da un poema di Henry Wadsworth Longfellow. Come sei giunto allo scrittore americano e cosa ti ha colpito in particolare?

Quando iniziai a scrivere una canzone così lunga sapevo che il più grande ostacolo sarebbe stato la parte delle liriche. Un testo troppo lungo sarebbe stato complicato da inserire senza far perdere importanza alla parte strumentale, un testo corto avrebbe reso il brano vuoto, quindi dovevo cercare una giusta via di mezzo. Ho iniziato a fare delle ricerche su internet su poemi a tematiche nordiche e vichinghe. Mi sono imbattuto in “The Challenge OF Thor” di Henry Wadsworth Longfellow. Mi colpì subito perché aveva già una struttura da canzone, l’inizio molto potente: “I am the God Thor, I am the war God, I am the thunderer”. Quale miglior modo di cominciare un testo viking? E di conseguenza ho iniziato a costruire il brano intorno al testo, cosa mai fatta in passato.

Oltre al minutaggio della traccia è inusuale anche un testo preso da uno scrittore del passato. Pensi di continuare su questa strada oppure hai intenzione di scrivere dei testi di tuo pugno?

Non ho mai amato scrivere testi, da quando suono ne avrò scritti tre o quattro. Quindi credo sia veramente difficile che io ne scriva uno, quello che devo dire preferisco dirlo con la musica. In The Challenge Of Thor dopo aver letto il testo ho voluto dare al brano una struttura circolare, un inizio calmo che procede in crescendo fino alla parte centrale per poi proseguire verso la chiusura e tornare nella situazione di calma iniziale. Chi ascolterà il brano potrà rendersene conto. E quindi quando leggo un testo già scritto, inizio ad immaginare la musica e a svilupparla già nella mente. Così faccio anche meno fatica ad adattare le parole alla musica e posso concentrarmi meglio sull’arrangiamento globale del brano.

Quali sono i gruppi e i musicisti che ti hanno formato? Cosa ascolti in campo viking metal e cosa al di fuori del genere?

Ho iniziato ad ascoltare metal con gli Iron Maiden, sono il mio gruppo preferito e anche fonte di ispirazione, successivamente ho scoperto il thrash, il death, il black ed infine il viking e folk metal. Devo essere sincero: la mia cultura in ambito viking è limitata, negli ultimi anni ho ascoltato veramente poca musica anche per via del mio lavoro. Ho uno studio di registrazione e dopo una giornata di lavoro non riesco ad ascoltare niente. Però ci sono delle band che apprezzo e seguo. Mi piacciono su tutti: Moonsorrow, Finntroll, Falkenbach, Ensiferum.

Quanto bisognerà aspettare per poter ascoltare un nuovo lavoro, magari più corposo, targato Solarsteinn?

Premesso che sono molto lento nel partire e nel carburare credo che questa volta l’attesa non sarà tanta. Ho già delle melodie da sviluppare e arrangiare. Vorrei scrivere un brano di 30 minuti però strutturato in capitoli e vorrei dargli un taglio più cinematografico per quanto riguarda la parti orchestrali.

Un parere sulla scena italiana?

Rispetto a tanti anni fa la scena italiana è cresciuta tantissimo sia come numero di band che come qualità. Io sono abruzzese e per quanto riguarda il filone viking/folk abbiamo un buon numero di valide band. Purtroppo scarseggiano i locali dove poter suonare.

Grazie per la disponibilità, a te lo spazio conclusivo.

Grazie a te per l’intervista e per la passione e l’impegno che dedichi a questo mondo del viking/folk metal. Solarsteinn è un progetto giovane che per crescere necessita il supporto di persone come te. Chiunque fosse interessato può seguire la pagina facebook della band: https://www.facebook.com/solarsteinn

Thyrfing – Farsotstider

Thyrfing – Farsotstider

2005 – full-length – Regain Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Thomas Väänänen: voce – Henrik Svegsjö: chitarra – Patrik Lindgren: chitarra – Kimmy Sjölund: basso – Joakim Kristensson: batteria – Peter Löf: tastiera

Tracklist: 1. Far åt Helvete – 2. Jag Spår Fördärv – 3. Farsotstider – 4. Höst – 5. Själavrak – 6. Elddagjämning – 7. Baldersbålet – 8. Tiden Läker Intet

thyrfing-farsotstiderFondati nel 1995 e affascinati dalla mitologia norrena al punto da scegliere il nome della band da una spada magica che appare in un poema dell’Edda Poetica, i Thyrfing hanno mostrato album dopo album una notevole voglia di evolversi e maturare, di non rimanere fermi: se i primi dischi Thyrfing e Valdr Galga erano (parole loro) molto influenzati dai lavori di Enslaved e Bathory, con il successivo Urkraft hanno iniziato a portare nuove influenze all’interno delle composizioni, tra momenti maggiormente pesanti e riff pieni di groove. Soprattutto, in alcuni frangenti è comparsa un’oscurità praticamente sconosciuta nei precedenti dischi, inquietante anche se presente in modeste quantità. Vansinnesvisor è l’album che ha estremizzato il lato dark del gruppo, appesantendo le canzoni e rendendone non sempre semplice l’ascolto.

Farsotstider, uscito nel 2005, è un ulteriore passo in avanti per la band di Stoccolma. Pur mantenendo forti legami con la tradizione viking, l’album si inoltra nel buio di un futuro senza luce, dove a causa della cecità gli altri sensi vengono enfatizzati, ma la durata dell’esperienza è necessariamente breve a causa della mancanza d’aria: Farsotstider è un album asfissiante, cupo, apocalittico, nero, opprimente, soffocante. Musicalmente è un lavoro quadrato e spigoloso, dove le chitarre urlano anatemi verso l’ascoltatore e la tastiera dimentica tutti i classicismi presenti fino al precedente e già “diverso” Vansinnesvisor. Non c’è spazio per melodie incoraggianti, non c’è una sola nota “positiva” all’interno delle otto canzoni che compongono Farsotstider, ma solo triste pestifera aria insana.

Låt hoppets vingar
Förgås i flammor
(trad: lascia le ali della speranza, saranno consumate dalle fiamme)

L’operner Far åt Helvete è un malvagio inno pessimista, massiccio e cadenzato al tempo stesso: i giri di chitarra sono validi nella loro semplicità, la batteria colpisce senza tregua e le vocals sembrano in grado di strappare la pelle. Bellissimo il finale, con le chitarre che si cimentano in un riff lento accompagnate dalla tastiera di Peter Löf, importantissimo come non mai nell’economia del sound. La successiva Jag Spår Fördärv non cambia molto dalla precedente traccia, essendo anche questa una nera perla di negatività. Il ritmo è leggermente superiore, le asce di Henrik Svegsjö e Patrik Lindgren suonano più melodiche, ma il risultato non cambia:

En sjukdom obotlig, en pest otyglad
Detta är allt vad vi gör dig
(trad.: un male incurabile, la peste indomita, questo è tutto quello che facciamo per te)

La title track è stilisticamente più vicina ai primi lavori, grazie alle melodie finalmente ariose, alle note di tastiera che aprono e non opprimo, e al riffing più dinamico rispetto ai precedenti brani. La bellissima Höst si apre con gli accordi di una chitarra acustica, un motivo quasi folk, ma l’incantesimo dura poco, in quanto le chitarre portano tutto nell’angoscia più totale. La canzone è particolarmente toccante, merito sia dei continui stacchi acustici sia della voce disperata di Thomas Väänänen, freddo nel ricordarci che altro non siamo se non cibo per i vermi (Föda åt maskar, allt vi är). Con Själavrak i Thyrfing tornano a pestare duro creando una canzone solida, basata su tempi medi e con le chitarre impegnate in brevi melodie durante le quali è possibile intuire una lieve ma persistente luce. La sesta traccia di Farsotstider è Elddagjämning, canzone piuttosto interessante, che vede il continuo avvicendarsi di momenti claustrofobici ad altri dove è finalmente possibile inspirare aria pulita. Un continuo sali-scendi questo che, se da una parte entusiasma per la qualità eccelsa e l’atmosfera creata, dall’altra toglie energie all’ascoltatore, traumatizzato dai continui cambi buio/luce. Durante tutti i quarantadue minuti del cd rimane difficile respirare senza affanno, tanta è malsana l’aria (d’altra parte il titolo, buona parte dei testi e l’artwork trattano della peste e della triste fine che attende l’umanità). La band svedese è bravissima in questo, a trasmettere cioè in musica quello che i testi narrano. Ci si avvicina al termine dell’album con Baldersbålet, composizione mid tempo che mette la sezione ritmica in evidenza, pur non suonando nulla di particolarmente eclatante. La forza del bassista Kimmy Sjölund e del batterista Joakim Kristensson sta nel conoscere i propri (evidenti) limiti tecnici e saper aggirare l’ostacolo con una dose veramente massiccia di feeling e buon gusto. Chiude questo malato e fetido disco Tiden Läker Intet, brano di otto minuti di durata dove compare per la prima volta anche un bel violino. Nonostante l’elevato minutaggio della composizione i Thyrfing se la cavano più che bene, trovando soluzioni atmosferiche e acustiche che ben si amalgamano con i riff sempre ostili delle chitarre, creando un finale quasi ipnotico e completamente inaspettato.

Registrato tra i Cosmos Studios e i Zarathustra Studio nel corso della primavera del 2005, Farsotstider suona nordico ma sudicio: la produzione e il mixaggio di Henrik Edenhed e della band stessa risalta in maniera eccezionale l’oscurità dei passaggi strumentali, i riff marziali delle chitarre e le morbose urla di Thomas Väänänen. I suoni sono sporchi quanto basta per far capire di essere dinanzi una band tenebrosa, imponente e malvagia. Nota assolutamente positiva, il basso è perfettamente udibile, dando spessore e rotondità alle otto composizione del disco.

La copertina è opera di Lorenzo Mariani, artista originario di Ancona che ha collaborato anche con Darkthrone, 1349, Aborym e molti altri: una front cover che non lascia speranza, dove in un desolante paesaggio di morte si innalza solitario un grande e potente albero ormai secco, a testimoniare che anche la natura è stata sconfitta, e la peste del titolo non ha risparmiato niente e nessuno. Il booklet è semplice e spartano: pagine nere con testi non facilmente leggibili, una foto molto evocativa e le varie informazioni tecniche. Il minimo indispensabile, perfetto però per il contesto musicale e concettuale di Farsotstider. “Buffo” l’errore di una pagina rovesciata, rendendo in questo modo quattro testi leggibili solamente capovolgendo il libricino.

A rendere più appetibile un disco già per se molto interessante, il bonus dvd inserito dalla Regain Records nella seconda edizione dell’album, dove è presente il concerto che i Thyrfing hanno tenuto nel festival estivo Party San Open Air nel 2006. L’esibizione dei nostri è diretta e priva di fronzoli, mettendo positivamente a nudo la cruda proposta del sestetto svedese.

Il quinto full length dei Thyrfing è oggettivamente difficile da ascoltare, tanta è la pesantezza della proposta, non tanto musicale quanto concettuale. Non per questo non merita di essere ascoltato con grande attenzione, in quanto è in grado di far provare sensazioni non comuni nella vita quotidiana, oltre che a garantire quarantadue minuti di grande e potente musica.

Se fosse così semplice! Se da una parte ci fossero uomini neri che perfidi tramano nere azioni e bastasse distinguerli dagli altri e distruggerli! Ma la linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ogni uomo. Chi può distruggere un pezzo del proprio cuore? (Aleksandr Solženicyn – Arcipelago Gulag)

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Solarsteinn – The Challange Of Thor

Solarsteinn – The Challange Of Thor

2014 – EP – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Angelo Raffaele De Innocentiis: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. The Challange Of Thor

solarsteinn-the_challange_of_thorProviene dal sempre più interessante Abruzzo un nuovo progetto, la one man band Solarsteinn nata dalla volontà di Angelo Raffarele De Innocentiis, polistrumentista dotato di iniziativa e talento. The Challange Of Thor è un EP momentaneamente disponibile solo in versione digitale ispirato al poema dell’americano Henry Wadsworth Longfellow, autore della raccolta Tales Of A Wayside Inn, nella quale si trova The Challange Of Thor, testo musicato da De Innocentiis.

Il lavoro è composto da una suite dall’importante durata di diciotto minuti che riesce a tenere l’ascoltatore attaccato alle casse per tutto il tempo. Pioggia e tuoni sono il tappeto dove dolci melodie prima e brevi orchestrazioni poi si posano in attesa dell’ingresso della chitarra dopo il terzo minuto. L’andamento della prima parte è epico e incalzante, in un certo senso bathoriano, ma con l’utilizzo della voce growl. I riff sono lineari e il cantato accattivante, tutto suona in maniera convincente e non sembra di certo una composizione di un musicista al debutto. L’accelerazione di batteria dona un pizzico di cattiveria che non guasta, ma è con lo stacco di pianoforte che De Innocentiis riesce nell’impresa di non risultare dispersivo o inconcludente, lì dove in molti falliscono, attaccando parti strumentali/orchestrali al resto della canzone in maniera forzata per uno sgradevole risultato finale di taglia/incolla. La seconda parte di The Challange Of Thor è più dinamica, con diversi cambi di tempo e la chitarra impegnata in giri semplici quanto di buon gusto, l’energia che esce dalle casse è palpabile e i tuoni di fine canzone, insieme al bel pianoforte, disegnano un’uscita di scena malinconica che ben contrasta con quanto ascoltato in precedenza.

The Challange Of Thor è quindi un buon inizio per la one man abruzzese, non resta che aspettare un nuovo lavoro maggiormente corposo per farsi un’idea più precisa del suono di Solarsteinn. L’EP è già un bell’inizio in grado di fare la gioia degli amanti del viking metal classico.

Korrigans – Ferocior Ad Rebellandum

Korrigans – Ferocior Ad Rebellandum

2014 – full-length – Nemeton Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Thanatos: voce – Torc: chitarra, bouzouki, tin e low whistle – Ensis: chitarra – Dalk: basso – Solstafir: batteria – Spiorad: fisarmonica, tastiera

Tracklist: 1. Proemio – 2. Latium Vetus – 3. Il Baluardo – 4. Iter Bellicum I: L’Aruspice – 5. Iter Bellicum II: Le Saturnie Mura – 6. Corbium Capta Est – 7. Bacchanalia – 8. Rebellio – 9. Ferocior Ad Rebellandum – 10. L’Animo Degli Eroi

korrigans-ferocior_ad_rebellandumLa scena italiana si arricchisce di un nuovo gruppo assai promettente, i Korrigans. In realtà la band laziale è attiva dal 2012, anno durante il quale ha pubblicato il demo self titled, ma è con questo Ferocior Ad Rebellandum che la formazione pontina balza all’attenzione degli amanti della scena pagan folk: il sound non del tutto definito del demo è maturato e cresciuto di pari passo con l’abilità tecnica e di scrittura dei musicisti; i testi, come vedremo più avanti, sono parte fondamentale dell’opera e risultano essere interessanti e fortemente legati al territorio di provenienza della band.

Ferocior Ad Rebellandum è un lavoro di extreme folk metal che brilla di luce propria nonostante l’evidente influenza degli abruzzesi Draugr. Nei cinquantadue minuti di durata prevalgono i tempi medi dove il frontman Thanatos (già conosciuto tramite il demo dei romani Dyrnwyn) riesce ad esprimersi al meglio grazie a deliziose rime e cambiando spesso stile vocale (anche a seconda dei personaggi interpretati), comunque quasi sempre d’impronta black metal.

Un aspetto fondamentale per i Korrigans è rappresentato dai testi: in Ferocior Ad Rebellandum si narra, anche grazie alle parole di Tito Livio, storico romano del I secolo, della rivolta mossa dalla popolazione italica dei Volsci contro l’allora giovane forza di Roma, storia che si conclude nel 446 a.C. con la vittoria dell’esercito dell’Urbe nella Piana di Corbione. Fa veramente piacere constatare come gruppi una volta interessati ad altre tematiche (e influenze musicali) abbiano iniziato a raccontare della propria terra, scavando nel passato e cercando intorno a loro gli input per fare grandi dischi: dopo i seminali Draugr è stata la volta dei Gotland dell’eccezionale Gloria Et Morte, e ora si può festeggiare la fresca pubblicazione dei Korrigans per mano della Nemeton Records.

Proemio è l’intro del disco, dove la tastiera e la fisarmonica accompagnano Thanatos che declama l’opera di Tito Livio. Primo brano “vero” è Latium Vetus, sette minuti di mid tempo dove non mancano apprezzate sfuriate black oriented ed epiche melodie. Semplicemente ottima Il Baluardo: musicalmente presenta dei fraseggi di chitarra accattivanti, con la parte strumentale curatissima e gli inserti folk perfetti. Il baluardo non è altro che uno “straniero” divenuto il leader dell’esercito dei Volsci, il tutto descritto con un linguaggio poetico studiato nei minimi dettagli. Iter Bellicum I: L’Aruspice vede nella prima parte i Korrigans dare parecchio spazio alle influenze folk, ma è presente anche una parte più tirata (stilisticamente vicina ai vecchi Ensiferum) che riesce a dare un po’ di energia aggiuntiva al disco. Strumenti acustici introducono Iter Bellicum II: Le Saturnie Mura, composizione da quasi nove minuti dove la fisarmonica di Spiorad regna sovrana. Ottima la prova di Thanatos e molto interessanti le parti strumentali, dove di tanto in tanto si tenta qualcosa di “nuovo”. Corbium Capta Est è un bel pezzo dinamico e personale dalla forte impronta folk, con il testo che racconta dei successi dei guerrieri volsci e della presa di Corbione, fatto che scatenerà come non mai l’ira dei romani. Ma prima della grande battaglia c’è tempo per festeggiare il cammino compiuto: Bacchanalia è una composizione allegra e diversa da tutte le altre, dove a risaltare è lo spirito più godereccio e festoso, come giustamente era l’animo dei guerrieri arrivati a sfidare la potenza di Roma:

Al  domani or non pensiamo
E sol Bacco celebriamo
Possa dar a nostre menti

Assenza di patimenti

Rebellio, cantato in latino, è un intermezzo molto evocativo, un bellissimo modo per condurre l’ascoltatore alla title track, il momento più importante dell’intero album. L’esercito italico pensa di avere in mano la battaglia e di poter sconfiggere Roma, ma la storia racconta della potenza dell’Urbe capace di spezzare e sottomettere qualunque nemico per ancora molti secoli. L’Animo Degli Eroi è quel che resta, ovvero il coraggio di aver affrontato senza paura un avversario tanto potente, combattendo con furore e trovando la morte con onore. Musicalmente si tratta di un up-tempo che ben si presta al testo che parla di una sconfitta affrontata a testa alta:

Vermiglio color fango fragor d’acciaio
Corpi che cozzan vite fuggon via
Mamerte impera niun gli sfuggirà

In questo giorno Ade si riempirà!

Lo scontro volge al termine, il Baluardo è trafitto da una freccia e la Piana di Corbione è la tomba della ribellione: musica e testo vanno di pari passo, quindi le note sono oscurate da una palpabile sofferenza.

L’aspetto visivo, per la band, è molto importante: gli abiti di scena sono ben curati e le foto promozionali accattivanti, così come il booklet di sedici pagine (opera di Davide Cicalese, cantante dei Furor Gallico) è completo di testi, informazioni e immagini dei membri del gruppo. Le fasi di registrazione e missaggio si sono svolte a Latina presso lo Zero Zero Studio: non tutto è perfetto e alcune cose potevano essere fatte meglio (il suono delle chitarre e alcune regolazioni di volume), ma considerando che per i ragazzi è la prima vera esperienza in studio non ci si può lamentare più di tanto.

Ferocior Ad Rebellandum è un ottimo disco di folk italico con testi e musiche diverse da quelle che si è abituati ad ascoltare in giro, sicuramente (e finalmente) più vicini a noi italiani e alla nostra cultura. Questo è uno dei motivi che dovrebbe far venire la curiosità di ascoltare i Korrigans, ma fortunatamente c’è molto di più. La musica è l’altra nota positiva del full-length, già buona ma che può e deve maturare ulteriormente nei prossimi lavori. La personalità non manca, la voglia di osare anche, la competenza è già mostrata: alcuni piccoli miglioramenti e i Korrigans potranno sfornare un vero capolavoro. Per il momento possiamo godere di questi cinquantadue minuti di buono e sincero extreme folk metal italico. Complimenti.