Intervista: Folk Metal Jacket

Giovane realtà italiana, i Folk Metal Jacket, due anni dopo il simpatico demo Our War Has Begun hanno da poco pubblicato tramite Moonlight Records l’EP di esordio Spill This Album. Intervistare una delle speranze del folk italiano è il minimo che si possa fare…

Logo dei Folk Metal Jacket

Logo dei Folk Metal Jacket

Iniziamo dal nuovo arrivato Spill This Album: come è nata l’idea del titolo e perché un EP invece del full lenght? Mi è piaciuto molto il fatto che avete iniziato con un demo per poi proseguire con un mcd, senza azzardare il grande passo del disco.

L’idea del titolo nasce poco dopo l’idea delle grafiche dell’EP che il nostro chitarrista “Jeff” aveva ideato. Come per il nome della band, abbiamo cercato qualcosa che facesse far sorridere l’ascoltatore con un gioco di parole rimandandoci al famoso album dei System Of A Down “Steal this Album!” e agganciandoci appunto alla grafica che rappresenta una botte di birra.

La scelta dell’EP è stata dettata più che altro dal nostro budget limitato, il materiale composto in attesa di essere pubblicato è tanto e vario ma abbiamo deciso di prendere la direzione di un lavoro più “ristretto” ma più curato. A posteriori, però, possiamo confermarti che è stato meglio così, innanzitutto perché vogliamo avere un buon tema che caratterizzi lo sfondo di ogni nostro brano e inoltre per avere un parere iniziale sul nostro lavoro prima di lanciarci in un lavoro più grande e preciso come quello di un album di almeno 10 pezzi.

L’EP è composto da cinque canzoni. Vi va di presentarle una ad una in modo da incuriosire i lettori?

In questa trattazione sulle follie dei Folk Metal Jacket si seguirà l’ordine storico in cui sono stati scritti i pezzi:

Satyriasis e Mosh’n’Storm, oltre ad essere in due tonalità simili, sono anche le più “datate”. I riff principali erano già stati scritti quando fu pubblicata la demo e quindi sono una sorta di anello di giunzione tra demo ed EP, anche perché l’elaborazione di testi e titoli si è protratta oltre quella delle altre canzoni. Pur non essendo particolarmente varie presentano il nostro lato più “spavaldo” ed espressamente folk metal.

Delirium Tremens è una traccia di stampo totalmente nuovo per noi, e infatti rispecchia l’impronta che l’ingresso di Wax (chitarra, nda) ha avuto nella band, sicuramente è un sound a cui intendiamo lavorare per valorizzarlo ancora di più.

The Battle e Winter Fog sono forse le canzoni che tirano di più, hanno dei motivi folk accattivanti, una ritmica estremamente veloce e sono anch’esse qualcosa di nuovo rispetto all’ensemble della demo, in particolare grazie al lavoro chitarristico e di arrangiamento di Jeff e della sua enciclopedica conoscenza del metal.

Per il demo i testi li avete scritti a scuola durante le ore di lezione, come sono nati quelli dell’EP, e quali temi trattate?

I temi dell’EP nascono in parte dalla nostra voglia di fuggire dalla realtà e un po’ dalla volontà di far divertire l’ascoltatore cercando, a volte, un significato più profondo. In questo senso, i testi di Satyriasis e Delirium Tremens parlano di esperienze più “quotidiane” per un ascoltatore di folk metal, come la sbronza molesta e la voglia di donna al ritorno da un’esperienza impegnativa. Dall’altro lato, Mosh’n’Storm e The Battle trattano un tema a noi molto caro cioè combatti per ottenere ciò che ti spetta e non permettere a nessuno di negarti la libertà, un’iniezione di queste due all’italiano medio sarebbe un toccasana. Ultima ma non ultima Winter Fog, che è la massima espressione della voglia di un posto dove poter fare casino all’ignoranza tutti insieme, cosa che purtroppo dalle nostre parti manca totalmente e nessuno è intenzionato ad autorizzare. Più precisamente, il testo racconta di un uomo che, perso tra la nebbia, si ritrova in un locale che è la trasfigurazione del paradiso secondo la nostra visione dove abbondano donne, botte e birra.

I Folk Metal Jacket al tempo del demo.

I Folk Metal Jacket al tempo del demo.

Il nuovo lavoro è prodotto e distribuito dalla Moonlight Records: che tipo di rapporto e di contratto avete con loro?

Il nostro contratto riguarda prevalentemente  la distribuzione e il booking, Moonlight Records per ora ci sta aiutando più con la promozione in attesa della stagione dei concerti. Il clima tra i gruppi dell’etichetta è ottimo, anche se ovviamente essendo in tanti a volte c’è un po’ da aspettare per vedere esaudite le proprie richieste.

Tra l’altro la Moonlight Records sembra specializzata negli ultimi tempi nelle sonorità folk metal e dintorni: Diabula Rasa, Vallorch, Artaius sono solo alcuni dei nomi presenti nel loro roster. Si può parlare, secondo voi, di una vera scena italiana?

Dipende da cosa si intende, in Italia di gruppi folk metal famosi nel mondo a livello Korpiklaani/Ensiferum non ce ne sono, anche perché nel nostro paese riuscire a suonare live è già un ottimo risultato, suonare all’estero è vissuta come un’utopia. Una scena, insomma, prevedrebbe un pubblico esterno ad essa, e a quella italiana ancora manca questo tipo di “grande pubblico”. In compenso, l’underground brulica da anni e anche nel 2013 non smette di stupire.

Rimanendo in tema, quali gruppi tricolori apprezzate maggiormente?

Ci sono davvero tante band italiane che apprezziamo infinitamente, volendo citare un aspetto diverso per ogni band sicuramente dei Folkstone, ormai simbolo del folk metal italiano, e dei Furor Gallico amiamo le voci, dei Draugr  la carica, degli Artaius l’originalità, dei Diabula Rasa la ricercatezza, dei Kalevala il lato irish, degli Ulvedharr la cattiveria e potremmo continuare ancora per molto… il bello del folk metal in Italia è che ogni gruppo emergente si fa conoscere per una sua dote particolare, quindi fondamentalmente non c’è un gruppo “senza talenti”.

Musicalmente parlando, quali sono le vostre icone e a cosa puntate in fase di songwriting?

Le nostre icone principali all’estero, dato che di quelle italiane abbiamo già parlato, sono sempre stati i Korpiklaani, i Finntroll e gli Ensiferum. Col tempo abbiamo aggiunto qualche influenza dagli altri gruppi che abbiamo conosciuto man mano e nell’EP abbiamo anche alcune influenze più diversificate fuori dal folk metal. In fase di songwriting, piuttosto che puntare alle influenze, lasciamo andare la mente e dove si va si va. A volte ci perdiamo un po’ per strada, ma  l’eterogeneità non è assolutamente da considerare un lato negativo.

Il vostro sound è caratterizzato dalla presenza del banjo: come è nata l’idea di avere fisso in formazione questo strumento?

I Folk Metal Jacket nascono passando davanti a un negozio di musica nel quale era esposto in vetrina un banjo, per puro caso Zanna (voce, nda) ha convinto Barbi a cominciare a suonarlo e ora eccoci qui a rispondere a un’intervista! Fin dall’inizio abbiamo inconsciamente iniziato a utilizzare il banjo per tracciare la melodia principale del pezzo, perché in fondo non c’era posto dove potesse stare meglio uno strumento con così poco sustain. Per noi non c’è stata nessuna nascita razionale di quest’idea, era lì e noi l’abbiamo usata, comporre per una formazione del genere è una cosa più semplice di quello che si pensi, con un po’ di pratica.

L’idea del nome del gruppo come è venuta fuori?

Come il nome dell’album, un sabato di prove nel limbo magico sul divano tra la fine delle prove e l’uscita del sabato sera. Al tempo Zanna portava sempre una cintura di proiettili e un giorno qualcuno (abbiamo tutti rimosso chi sia stato esattamente) ha fatto la fatidica associazione mentale. Contrariamente a quello che si può pensare, insomma, il nome della band non viene dal film di Stanley Kubrick ma dal nome del proiettile.

Il Sergente Maggiore Hartman.

Il Sergente Maggiore Hartman.

Cosa dobbiamo aspettarci dai Folk Metal Jacket nei prossimi mesi?

Tra i nostri impegni scolastici, universitari e di lavoro speriamo di riuscire a organizzare qualche data, possibilmente fuori dall’Emilia Romagna. Il lavoro al nostro primo video procede ma ancora non abbiamo una data abbastanza certa da annunciarlo, mentre la composizione procede costante come sempre e costantemente eclettica. Per il prossimo disco, di qualunque formato e dimensione sarà, ne vedrete delle belle!

Grazie per l’intervista. Salutate i lettori di MisterFolk, a voi il brindisi finale!

Grazie a te per l’intervista e il doveroso brindisi ai lettori di MisterFolk e a tutti gli appassionati di folk metal. Siccome fare solo un brindisi ci sembra poco, il secondo brindisi lo dedichiamo alla nascente scena folk metal italiana, buona fortuna a chiunque ci sturi le orecchie con nuova musica e nuove idee!

Nordheim – Refill

Nordheim – Refill

2013 – full-length – Maple Metal Records

Voto: 6 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Waraxe: voce, chitarra – Fred: chitarra – Thom: tastiera – Benfok: basso – Lucas Biron: batteria

Tracklist: 1. OV Frost And Ice – 2. Mask Of The Banned One – 3. Get Drunk Or Die Tryin’ – 4. Watch The Raven Die – 5. Under A Crying Storm – 6. The Grief – 7. Winter’s Dawn – 8. As Shadows Pass By – 9. Soulblood – 10. Dans Get Drunk

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I canadesi Nordheim si sono fatti conoscere nel 2010 con il debutto Lost In The North, un disco semplice e sincero che, grazie a qualche brano particolarmente ispirato, si lasciava ascoltare con piacere.

Refill, purtroppo, non convince proprio: i primi ascolti passano lisci come l’acqua, insapori e incolori. Proseguendo e insistendo la situazione non migliora, distraendosi facilmente dalla musica sputata fuori dai diffusori, incapace di attirare e trattenere l’attenzione dell’ascoltatore. Non si può parlare di un brutto disco, non sarebbe giusto nei confronti della band che si è impegnata molto e nei confronti delle nove canzoni che compongono il platter. La produzione è molto curata, pulita e potente, un passo in avanti rispetto al debutto, più amatoriale essendo uscito prima come autoprodotto e poi ristampato dalla Maple Metal Records. Assolutamente da menzionale la fantastica copertina opera di Nicolas Francoeur, il quale è riuscito a creare una cover che segue la storia iniziata con il debut e che ricorda fortemente Monkey Island, videogioco cult nato nel 1990.

L’inizio è affidato a OV Frost And Ice, pezzo veloce che alterna scream e cori puliti per un risultato soddisfacente: tra ritmiche serrate e urla taglienti, è il brano più brutale dell’intero lavoro. Mask Of The Banned One inizia con un riff alla Onlsaught, per lasciare presto spazio a melodie di chitarra e a un riffing più tradizionale. Nella terza traccia, Get Drunk Or Die Tryin’, sono presenti i Trollfest al gran completo, con il grande Trollmannen a cantare alcuni versi e i restanti musicisti impegnati nei cori. Com’è facile intuire, è un brano dallo spirito goliardico, ma anche molto aggressivo musicalmente, sicuramente uno dei pezzi meglio riusciti. Con la seguente Watch The Raven Die inizia la lunga serie (Under A Crying Storm, The Grief, Winter’s Dawn) di canzoni dallo scarso appeal, tra giri chitarristici banali, melodie mediocri e composizioni semplicemente non riuscite. La qualità torna sufficiente con l’ottava As Shadows Pass By, composizione abbastanza varia tra growl, sfuriate black metal e il ritornello molto bello e melodico. Refill si chiude in maniera dignitosa con la conclusiva Soulblood, dinamica e sempre potente, “elegante” nella parte finale.

Il problema di Refill è uno solo: mancano le canzoni alla Beer, Metal, Trolls And Vomit!, non c’è quel riff che rimane impresso nella memoria, una melodia che sia una ad attirare l’attenzione. Nove brani extreme metal (di folk c’è veramente poco) ben eseguiti ma anonimi, piacevoli da ascoltare ma che vengono dimenticati immediatamente. Refill è un full-length piatto e scontato, ben prodotto ma privo dello spunto che rendeva Lost In The North un cd avvincente.

La seconda prova dei Nordheim, pur non essendo male, delude e non poco: la bocciatura sarebbe immeritata, ma sicuramente vanno rimandati al terzo disco, sperando che la band ritrovi quella freschezza compositiva che in Refill manca completamente.

Gods Tower – Heroes Die Young

Gods Tower – Heroes Die Young

2013 – EP – Possession Production

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Lesley Knife: voce – Dmitry Lazarenko: chitarra – Dmitry Ovchinnikoff: tastiera – Yuri Svitsoff: basso – Wladislaw Saltsevich: batteria

Tracklist: 1. Heroes Die Young – 2. Rising Arrows

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Gods Tower, nome minore della scena est europea ed ex sovietica, ma da sempre interessanti qualitativamente parlando. Nati nel 1992, hanno realizzato tre demo e due full lenght prima di sciogliersi sei anni più tardi; nel 2010 c’è stata la reunion e la pubblicazione, dodici mesi più tardi, del disco Steel Says Last. Musicalmente si più parlare di un pagan/doom metal, in quanto nelle composizioni della band bielorussa sono presenti entrambe le influenze.

Due anni dopo il già citato Steel Says Last arriva questo vinile “7 limitato a 300 copie e prodotto dalla Possession Production, contenente due brani: Heroes Die Young e Rising Arrows.

La prima, già presente in una compilation e nel full lenght del 2011, è una composizione tipicamente heavy metal con la tastiera di Dmitry Ovchinnikoff in grande evidenza e un sound che ricorda i Lordi di Get Heavy, mentre Rising Arrows è la versione audio del videoclip pubblicato nel 2010 (che potete vedere di seguito). La canzone è stata registrata per la prima volta in occasione del demo The Turns del 1995, e nel debut album, sempre dal titolo The Turns, del ’97. La versione 2010 è più breve di centoventi secondi e ci sono dei cambiamenti per quel che riguarda le melodie di chitarra; immutata, invece, l’atmosfera sovietica e pagana che si respira nei quattro minuti e mezzo di durata.

Questa dei Gods Tower è sicuramente un’uscita che può interessare unicamente agli appassionati di vinili e di gruppi underground, ma è altresì una buona occasione per tutte le altre persone di scoprire una valida band troppo poco considerata.

Månegarm – Legions Of The North

Månegarm – Legions Of The North

2013 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Erik Grawsiö: voce, basso – Markus Andé: chitarra – Jonas Almkvist: chitarra – Jacob Hallegren: batteria

Tracklist: 1. Arise – 2. Legions Of The North – 3. Eternity Awaits – 4. Helvegr – 5. Hordes Of Hel – 6. Tor Hjälpe – 7. Wake The Gods (bonus track) – 8. Vigverk – 9. Sons Of War – 10. Echoes From The Past – 11. Fallen – 12. Forged In Fire – 13. Raadh

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A quattro anni dal precedente – e ottimo – Nattväsen, tornano a farsi vivi gli svedesi Månegarm. Di cose ne sono avvenute tante, tra tour e, soprattutto, cambi di line-up che hanno fatto tremare i supporter della band di Norrtälje e, forse, anche i musicisti stessi. Lo storico bassista Pierre Wilhelmsson, presente dagli esordi del 1995, ha abbandonato il gruppo nel 2010, seguito due anni più tardi dall’amatissimo violinista Janne Liljeqvist, desideroso di passare più tempo a casa dopo esser diventato padre. Due abbandoni non di poco conto, ma che non ha influito negativamente sul lavoro dei restanti strumentisti, compreso in neo arrivato Jacob Hallegren – in realtà con la band in veste di session dal 2008, ma divenuto membro fisso recentemente – alla batteria, dato che Erik Grawsiö ha deciso di occuparsi anche in studio unicamente della voce e del basso.

Altre novità sono rappresentate dalla firma del contratto discografico con l’austriaca Napalm Records, label che non necessita di presentazioni, e del cantato per la prima volta in lingua inglese invece che in svedese: il risultato finale è discreto, ma il fascino dell’idioma svedese è ben altra cosa, con il risultato che la decisione sembra non essere stata gradita, stando a quanto si legge su internet, dai fan del gruppo.

Con questi cambiamenti, come suona il nuovo Legions Of The North? 100% Månegarm! Il settimo disco in studio dei quattro svedesi è una sorta di best of di quanto fatto fino a questo momento, spaziando da (sorprendenti) brani black metal sullo stile del debutto Nordstjärnans Tidsålder, alle classiche canzoni potenti, ma orecchiabili, presenti in Nattväsen. Di tutto un po’: folk, viking, black, soluzioni melodiche e riff tritacarne, linee vocali epiche e convincenti in contesti freddi e minacciosi, con la dettagliata copertina di Kris Verwimp a ben rappresentare il contenuto del platter.

Dopo la classica intro, arriva la brutalità della title track, canzone che ricorda per sonorità il cd di esordio, con una consapevolezza, una capacità di scrittura e un’esperienza ovviamente di ben altro spessore. Le melodie e i cori smussano un po’ la cattiveria, ottenendo un sound agrodolce di grande effetto. Con Eternity Awaits si continua a tenere l’acceleratore pigiato pur suonando più “leggera” rispetto all’opener. La voce di Erik Grawsiö alterna scream e growl e brevi parti in pulito con grande naturalezza, confermando la fama di ottimo singer. Dopo la brevissima strumentale Helvegr i Månagarm, con Hordes Of Hel, tornano alle sonorità massicce e al tempo stesso epiche di Vargstenen, anche se, fatto curioso, in più di un punto mi è tornata in mente Orgasmatron dei Motörhead nella versione dei Sepultura con i fratelli Cavalera. Tor Hjälpe è un classico brano nato dalla mente di Grawsiö, dove delicatezza e ritmiche da headbanging vanno di pari passo. La settima traccia è la bonus track Wake The Gods, brano spinto che in meno di quattro minuti tira fuori le qualità migliori della band svedese: grandi riff di chitarra, ottime linee vocali e una innata bravura di creare canzoni semplici e avvincenti. Si continua con un’altra breve strumentale che lascia presto spazio a Sons Of War, composizione che non passerà di certo alla storia per il testo del ritornello (We stand united – We are the sons of war – A new dawn rising – In the land of the northern star – We stand united – Victory’s at hand – We are the sons of war), ma che gode di un’orecchiabilità fuori dal comune in grado di rimanere impressa nella memoria fin dai primi ascolti. Echoes From The Past presenta inizialmente giri di chitarra molto asciutti e melodici come mai proposti in passato, ma ben presto la doppia cassa di Jacob Hallegren (lineare e tosto il suo lavoro al drumkit) e dei riff più grintosi fanno tornare i Månagarm al loro classico sound, che in alcuni momenti ricordano gli ultimi Amon Amarth. Nei quasi sette minuti di durata trovano spazio anche piacevoli chitarre pulite e la voce di Stina Engelbrecht, prima dell’inevitabile ritorno alla distorsione. Fallen è un brano di media velocità dal ritornello cantato in pulito circondato da granitici riff e accelerazioni di pregevole gusto. Ancora brutalità del black metal con la mefistofelica Forged In Fire: tempi serrati, riff spacca collo e la voce di Grawsiö a scavare nell’animo dell’ascoltatore. Il break centrale, tra chitarre piene di energia positiva e voci clean, rappresenta il momento più bello dell’intero Legions Of The North, prima del ritorno del caos e del fuoco, come da ritornello:

Forged in fire
Cleansed by the sword
Baptized in blood
Born a seed of war
Forged in fire
Possessed by the hate
Behold, this is my fate

Ultima canzone (e unica ad avere il testo in svedese) del cd è Raadh, acustica e delicata, cantata da Stina Engelbrecht e da Erik Grawsiö all’unisono, conclusione azzeccata per un full lenght di buona qualità.

I primi ascolti di Legions Of The North non sono semplici: c’è meno folk nei cinquantacinque minuti del disco, un paio di sfuriate che possono disorientare l’ascoltatore, e soprattutto si sente la mancanza del violino di Janne Liljeqvist. Il dolce e straziante strumento è presente in un paio di brani suonato da un amico della band, tale Martin Björklung, ma non riveste l’importanza del recente passato. Detto questo, con il proseguo degli ascolti le cose cambiano: le melodie rimangono in testa, qualche ritornello viene canticchiato e ci si inizia ad appassionare alle canzoni fino a rimanerne affascinati e travolti (senza raggiungere i picchi del passato, è bene dirlo) dai riff del duo Almkvist/Andé e dall’ottimo cantato del leader indiscusso del gruppo.

Legions Of The North (titolo già usato dai Fjorsvartnir per il loro debutto del 2012) è un buon album che rassicura i fan del gruppo sullo stato di salute degli svedesi, lasciando presagire un qualche cambiamento dal prossimo platter, cosa che regolarmente accade dopo un album raccolta come questo. Non feroce come Dödsfärd, non “ruffiano” quanto Vargstenen – loro probabile picco qualitativo -, ma assolutamente convincente e piacevole da ascoltare.

La band

La band

Live report: Rammstein a Roma

RAMMSTEIN

9 luglio 2013, Ippodromo Capannelle, Roma

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Non mi sono mai interessato delle mode, magari venivo a sapere che era il momento d’oro del gruppo X, e me ne disinteressavo continuando ad ascoltare Heathen e Led Zeppelin. All’epoca della gioventù si andava a ballare rock a Senigallia e vedevo la pista riempirsi quando c’erano certi pezzi, per poi svuotarsi al cambio canzone. Dopo alcune volte mi hanno spiegato che quelle che tiravano di più erano dei Rammstein e dei System Of A Down: i primi mai sentiti nominare, ma che erano tedeschi lo capivo dalla lingua, i secondi li avevo anche visti nel 1998 a Milano di spalla a Slayer e Sepultura ma, come si dice a Roma, chi se li era inculati? Ero in prima fila per Hanneman/King, cosa mi poteva interessare del gruppetto che apriva con suoni fastidiosamente moderni? Tutto questo per dire che più di dieci anni fa dei Rammstein non me ne fregava nulla, e a differenza dal resto del mondo, che si è sempre diviso tra chi li adora e chi li odia, io stavo nel mezzo, ignaro e intento ad ascoltare altro. Poi verso il 2002-2003, ho deciso di voler ascoltare Mutter, rimanendone immediatamente colpito. Quando uscì Reise, Reise ci fu un po’ di delusione, ma questa è un’altra storia. Ora amo il sound dei sei crucchi, c’è poco da fare.

Il 9 luglio era una data che aspettavamo da tempo, esattamente da sette mesi, da quando, cioè, abbiamo comprato i biglietti a dicembre. Arrivati a Capannelle, appena entrati ci rendiamo subito conto di come un quinto della gente presente sia tedesca. In particolare mi hanno colpito le coppie over 50, in gran quantità, con picchi di 70enni con la birra in mano, la sciarpa dei Rammstein in fronte e dei gran sorrisi. Facendo la fila per andare al bagno incontro pure una tedesca somigliante all’attrice de La Signora in Giallo, telefilm che ho sempre sinceramente disprezzato a causa di quella donna che mi infastidiva prima dei pranzi domenicali a base di cannelloni o fettuccine di nonna Maria. Questa donna somigliante alla Signora in Giallo aveva una maglietta dei Rammstein un po’ sbiadita a causa dei lavaggi, un bicchierone di birra in mano e rideva insieme al compagno/marito, anche lui attempato, e anche lui con birra in mano e maglia dei Rammstein: mi hanno fatto molta allegria e anche un po’ di tenerezza. Metà pubblico era composto da metallari con le t-shirt classiche del genere, l’altra metà aveva magliette della band di Berlino, in giro c’era anche qualche macellaio e per concludere circa 3-4 mosche bianche con addosso i loghi di Nike e Adidas.

Basta chiacchiere, la musica? Di spalla agli headliner si è “esibito”, purtroppo, un dj amico della band – ne ignoro il nome, so solo che è il batterista dei Combichrist – che per 45 minuti ci ha scassato le palle con musica dance basata sui pezzi dei Rammstein stessi.

Persephone: Ha scassato le palle, non direi. Era semplicemente una presenza fuori contesto, che probabilmente in un’altra occasione, magari dopo un paio di Tennent’s Super opportunamente ingurgitate, avrebbe potuto anche fare un effetto diverso da quello più pateticamente ottenuto dietro raccomandazione dei Rammstein medesimi…

Oggi a Verona di spalla ci sono i Volbeat, mica gli ultimi stronzi, e a noi è toccato un cazzo di dj inutile. Parte della folla comunque sembrava felice, ma credo che se il dj avesse proposto loro musica dance basata sui pezzi di Peppino di Capri avrebbero ballato soddisfatti lo stesso. Chiusa questa fastidiosa parentesi, passiamo ai protagonisti della serata.

L’attesa dura circa mezz’ora, partono i primi colpi e il sipario cade velocemente a terra sulle note di Ich Tu Dir Weh. Da un’alta pedana centrale scende Till Lindemann con un giacchetto di piume rosa e un forte rossetto sulle labbra: il pubblico è in delirio, salta, canta e urla, pochi minuti bastano ai Rammstein per conquistare Roma. Come è usuale nei loro concerti, l’aspetto visivo e pirotecnico dello show riveste un ruolo fondamentale: ad ogni canzone ci sono fiammate altissime, fuochi d’artificio, botti vari e scenette di vario tipo, sempre divertenti e ironiche. Il povero tastierista Doctor Flake è l’unico obiettivo delle malefatte di Lindemann: preso a bottigliate mentre suona a ritmo di tapis roulant, picchiato con calci e pugni, viene cotto in un calderone a suon di lanciafiamme e, durante Bück Dich, viene sodomizzato dal massiccio cantante, il quale in seguito al rapporto, regala al pubblico litri e litri del suo piacere. Musicalmente sono stati pescati brani da tutti i dischi, dall’esordio Herzeleid all’ultimo, e non recente (2009), Liebe ist für alle da. Personalmente ho sentito la mancanza di un pezzo massiccio come Rammstein, solamente accennato verso la fine dello show, e della sboccata Te Quiero Puta!

Persephone: E figurati, il solito porco…

…ma insomma, la scaletta è stata fantastica, bella potente con qualche momento di respiro e anche un tocco di romanticismo tedesco, vedi la versione pianoforte/voce di Mein Herz Brennt. Probabilmente non si può chiedere di più al combo tedesco, che ha suonato un’ora e mezza con un’intensità rara nel panorama musicale moderno. Il rosa cannone fallico sul quale Till sale per la conclusiva Pussy congeda i Rammstein che salutano con sincero affetto il pubblico romano…

Persephone: …che in visibilio accenna erotiche danze degne del migliore film di Tinto…

La musica diventa muta, ci avviamo sfiniti dall’incessante ballare e saltare, sudati e grandiosamente soddisfatti, con le dure melodie ancora a ronzarci nelle orecchie, verso le sedie e i tavolini dell’area bar: c’è tempo per ridere e citare i tanti tedeschi che fanno i propri bisogni ai lati dei wc chimici, scambiare chiacchiere con amici che non si vedono da tempo e ridere di quella coppietta che in due fanno 30 anni complessivi e litigano con tutti perché non vogliono che si balli e si poghi sennò non riescono a vedere il concerto (“ao, mica è musica da camera questa, se non te sta bene stattene a casa, hai capito ‘sta rompicojoni, pensa de sta a un concerto de musica da camera!” un commento che ricordo bene). Come spesso accade ci sono anche quelli che provano a rimorchiare donne con discorsi futili e presunte imprese grazie allo yoga…anche questo è rock’n’roll! Forse la chiusa non ha troppo senso per voi, ma chi deve leggere…sa! ahahah!

Persephone: L’apocalisse dei Rammstein a Roma non sarà facile da dimenticare, in quanto ai rimorchioni, che dire? Più che dedicargli una sentita Benzin in compagnia di qualche altro nome a cui non di rado penso con la medesima devozione, non saprei…

SCALETTA:

1. Ich Tu Dir Weh
2. Wollt Ihr Das Bett In Flammen Sehen?
3. Keine Lust
4. Sehnsucht
5. Asche Zu Asche
6. Feuer Frei!
7. Mein Teil
8. Ohne Dich
9. Wiener Blut
10. Du Rieschst So Gut
11. Benzin
12. Links 2 3 4
13. Du Hast
14. Buck Dich
15. Intro: Rammstein
16. Ich Will
– – –
17. Mein Herz Brennt (voce/pianoforte)
18. Sonne
19. Pussy

Intervista: Druantia

Continuano le interviste di MisterFolk nell’underground centro europeo. Questa volta ci siamo occupati dei Druantia, giovane e promettente band olandese. Nick e Lotte hanno risposto alle domande.

Druantia-Band

Siete un gruppo molto giovane e praticamente sconosciuto in Italia: raccontaci come sono nati i Druantia e quali sono i traguardi che volete raggiungere.

Nick: I Druantia sono stati fondati quasi due anni fa. Lotte (flauti, chitarra e voce) e io (chitarra) ci conoscevamo da alcuni anni e un giorno lei se ne è uscita con l’idea di formare una metal band, chiedendomi di farne parte. Essendo entrambi grandi fan del genere, è stato normale provare a fare musica nostra.

Lotte: In realtà la mia è stata un’azione impulsiva, ma è stata una buona idea, così abbiamo deciso di continuare, anche se abbiamo avuto dei momenti di difficoltà. È stato molto difficile trovare i musicisti giusti perché il folk metal era un genere poco noto nell’area nella nostra zona.

Nick: Per fortuna dopo molti cambi di line-up abbiamo trovato Rik (voce), Mitchell (batteria) e Hans (basso) che si sono adattati perfettamente al gruppo, pronti e motivati a suonare nei Druantia. Non posso dire che abbiamo un obiettivo comune. Chiaramente, dire che vogliamo suonare al Wacken sarebbe un po’ troppo, vero? 😉 Il mio grande sogno è suonare il più possibile, vedere posti differenti e incontrare persone fantastiche. Mi piacerebbe suonare nei piccoli festival tedeschi come Hörnerfest o il Dark Troll Festival. È solo una cosa personale, ma ho la sensazione che anche gli altri membri del gruppo condividano questo desiderio!

Lotte: Beh, sì, potrebbe essere giusto. Per me l’obiettivo potrebbe essere “come diventare una band migliore” e un musicista completo. Ma penso che tutti amiamo suonare dal vivo e non avendo mai suonato in un festival, il prossimo obiettivo potrebbe proprio suonarci!

Musicalmente come definite la vostra proposta musicale? Quali sono i gruppi che apprezzate maggiormente e che vi danno ispirazione? 

Nick: La nostra musica più essere facilmente descritta come folk metal. Per definirla meglio, devi pensare a un misto tra folk e melodic death metal, una sorta di Eluveitie meets Amon Amarth, per dire. La nostra musica spazia dalle allegre drinking songs al melodico e pungente death metal reso intenso dal flauto.

Lotte: Onestamente trovo difficile descrivere il nostro stile musicale e la mia ispirazione proviene da molte band differenti mentre compongo. Se ascolti Vakyries Cry puoi renderti conto di quanto ascoltassi Finsterforst e Garleben in quel momento.

Avete pubblicato sul vostro canale youtube tre canzoni, rendendole scaricabili gratuitamente sul bandcamp, ma non avete realizzato un cd fisico nonostante la buona qualità audio e musicale, come mai?

Nick: Non abbiamo fatto la versione fisica del cd perché pensiamo che il demo sia buono, ma non abbastanza per farne una versione fisica da acquistare. Le registrazioni sono un ottimo modo per dimostrare che i Druantia ci sono e fanno questo tipo di musica. Tuttavia, se dobbiamo fare un dischetto fisico vogliamo un qualcosa che valga la pena di comprare, una sorta di EP con più canzoni, un migliore artwork e così via.

Lotte: Yeah, vedi, le registrazioni sono state un last-minute, non eravamo del tutto preparati. Un nostro amico ha uno studio d’incisione e ci ha offerto qualcosa che non potevamo rifiutare, ma non eravamo ancora pronti per lo studio. Inoltre mi stavo riprendendo da una brutta infezione alla gola, che ha reso la mia voce strana. Tutto sommato abbiamo imparato molto dalla nostra prima esperienza in studio, ma il lavoro non era abbastanza buono per farci un cd.

Lotte Vermeulen

Lotte Vermeulen

Mi fareste un track by track analizzando le differenze tra le varie canzoni?

Nick: Certo! Ti posso dire qualcosa a riguardo dei testi dei brani, mentre Lotte lo farà più che altro sulla musica.

Death of a God: Questa canzone parla di Baldr, uno degli dei nordici. Una notte un sogno profetico ha predetto la morte di Baldr. Sua madre, Frigg, non voleva che accadesse e ha chiesto un giuramento a tutto e tutti nel mondo di non nuocere a Baldr. Tuttavia, Mistletoe (vischio, nda), era troppo giovane per prender parte al giuramento: Loki, il traditore degli dei, crea una lancia di vischio, la dà al fratello cieco di Baldr, Höðr, il quale la tira a Baldr, uccidendolo.

Ragnarok: Ragnarok descrive gli eventi che accadono quando il mondo finirà. È come l’apocalisse, ma secondo i racconti e i miti del nord. Il mondo finirà, gli dei si scontreranno con i Giganti in un’epica battaglia che terminerà in un grande massacro. Il mondo sarà completamente distrutto, ma presto ricreato, e inizierà una nuova era.

Valkyries Cry: Si parla, ovviamente, delle Valchirie, le vergini che risiedono nel Valhalla. Durante le battaglie loro osservano dal cielo, scegliendo i guerrieri fieri e coraggiosi da far entrare nel Valhalla dopo che saranno morti.

Lotte: Death of a God è la prima canzone che ho terminato per i Druantia, ma è anche una delle preferite della nostra audience. È semplice ed molto ispirata dai danesi Svartsot, ma penso che sia orecchiabile e divertente da suonare. Il flauto è molto importante, come in verità lo è in tutte le nostre canzoni. Ragnarok è una composizione molto complicata e mi ha preso parecchio tempo per completarla. Ci sono molte variazioni e assoli, è più di una semplice canzone da ascoltare. Credo che sia una delle nostre canzoni che preferiamo suonare perché ci sono tanti piccole divertenti parti che ti danno un feeling da “hell-yeah” mentre le suoni. L’ultima canzone, Valkyries Cry è la più oscura e metal, un qualcosa che stavo decisamente puntando. Ha dei potenti riff death metal all’inizio e ottime parti di doppia cassa davvero cool che rendono il brano molto pesante. Però è presente un intermezzo acustico con voci pulite e acute, un gran contrasto con il resto della canzone, per me molto valido.

Nei testi trattate i temi classici del folk metal nord europeo. Pensate di continuare così o avete in mente qualcosa di più personale? Continuerete a cantare in inglese oppure state pensando ad utilizzare la vostra lingua madre?

Nick: Non sono sicuro della direzione che prenderanno I testi. C’è ancora molto da prendere dalla mitologia norrena, ma penso che sarebbe interessante scrivere di qualche argomento diverso. Abbiamo già scritto di altri temi come la mitologia celtica (Druantia è una dea celtica), o perfino di pirati! Vedremo, dipende dalla direzione musicale, alcuni argomenti sono migliori se accompagnati da un certo tipo di musica. I testi sono in inglese, almeno per ora, chissà cosa porterà il futuro? Ma è facile esprimermi in inglese. Voglio trasmettere una storia alla gente, racconti di dei nordici, battaglie epiche e grandi feste, penso che funzioni meglio in inglese che in olandese.

I flauti sono molto importanti e ben si mescolano con le ritmiche aggressive e il growl possente di Rik, in alcuni frangenti mi ricordate gli Svartsot. Cosa pensate della band danese e quale pensate sia la possibile evoluzione sonora dei Druantia?

Nick: Ahah, divertente questo che mi dici! Abbiamo sempre lavorato con i working-titles per le canzoni non complete, e Death of a God era chiamata “Svartsot-song” prima che fosse finita, quindi capisco il perché ti facciamo pensare agli Svartsot! Mi piacciono molto come band, anche se non li ascolto spesso. Parlando dell’evoluzione del sound dei Druantia, penso che ci muoveremo verso un sound nostro. Stiamo ancora cercando un posto nostro nella scena, ma credo che siamo sulla buona strada per definire il sound dei Druantia.

Lotte: Ascolto molto gli Svartsot, quindi yeah, è proprio quello che senti! Io scrivo la musica e Nick pensa ai testi, le influenze musicali provengono dai gruppi che ascolto di più. Io e Nick ascoltiamo spesso le stesse band.

La voce di Lotte è presente in più punti, senza però ammorbidire troppo le canzoni, trovo il tutto molto ben equilibrato e maturo!

Nick: Grazie per il complimento! Abbiamo aggiunto la voce di Lotte appositamente, perché non usarla quando si può? D’altra parte, non molte band folk metal usano la voce femminile accanto a quella maschile growl o harsh, penso sia solo una variazione in più alle canzoni!

Lotte: Penso sia un bel compito quello di fare uscire bene le voci femminili nel folk metal, altrimenti si rischia di farle suonare gothic. Onestamente non sono molto felice di come la voce suona nella registrazione. Live e nelle prove canto più potente, quindi dobbiamo lavorarci su. Non era stato programmato di cantare pulito all’inizio, ma quando non abbiamo trovato un cantante adatto ho iniziato a farlo io in alcuni pezzi e ai fans è piaciuto, quindi abbiamo continuato così. Io canto abitualmente, ma in maniera completamente differente. Solitamente canto in uno stile da cantautore, ma a quanto pare alla gente piace molto il mio cantato pulito nei Druantia, quindi: grazie 🙂

Nick Roovers

Nick Roovers

Come nasce una canzone dei Druantia?

Prima di tutto scriviamo la musica. Solitamente Lotte ci fa ascoltare la canzone quando è quasi finita, durante le prove completiamo i dettagli e la concludiamo. Già al primo ascolto della musica mi faccio un’idea di che tipo di testo ci starebbe bene. Inizio a scriverlo e durante le prove forgiamo musica e testo in un’unica canzone.

Nick, quali sono i chitarristi che ammiri di più, e perché?

Nick: Ci sono parecchi chitarristi che ammiro. I primi sono Andre Olbrich e Marcus Siepen dei Blind Guardian. Il loro stile di suonare è melodico e fluente, e tutte le canzoni dei Blind Guardian hanno dei grandi assoli! Inoltre amo Neige degli Alcest per il suo semplicistico e malinconico stile. Non è difficile suonare le canzoni degli Alcest, ma sono così belle! Amo anche suonare nello stile della maggior parte delle canzoni degli Amon Amarth: melodiche ma brutali parti di chitarra sono una grande ispirazione e lo stile è utilizzato in alcune canzoni dei Druantia (ascolta l’intro di Valkyries Cry, per esempio!)

Lotte, i tuoi gruppi preferiti?

Lotte: mi piacciono molte band ed è difficile nominarle tutte, ma ecco alcune che mi piacciono e mi ispirano: Finsterforst, Garlaben, Gernotshagen, Grailknights, Svartsot e Vogelfrey. I musicisti che ammiro? Altra domanda difficile, ma ho molto rispetto per i musicisti dei Vogelfrey, sono una band tedesca davvero cool e insieme suoneremo questa estate in Olanda. Raccomando alle persone di dargli un ascolto perché sono dei grandi musicisti. Ho anche visto i Månegarm dal vivo, recentemente, ammiro molto il cantante, la sua voce è incredibilmente buona e flessibile, davvero grandi!

Cosa mi dite della scena folk metal in Olanda?

Nick: la scena folk in Olanda è piccola, ma molto attiva. Ognuno cerca di aiutare l’altro ed è una bella cosa. Ci sono diversi concerti folk metal, non solo i grandi tour come l’Heidenfest o il Paganfest, ma anche di piccole e locali band. Chiaramente abbiamo gli Heidevolk, nostro orgoglio nazionale, ma anche altre grandi band olandesi. Prova per esempio Encorion, Myrkvar, Rhovanion, Amorgen, Thalanos e Baldrs Draumar!

Quali sono i prossimi passi dei Druantia? Per quando è prevista la nuova release?

Nick: non siamo sicuri di quando ci sarà la nuova release. Prima dobbiamo scrivere un po’ di materiale, cosa che stiamo facendo già ora. Il nostro prossimo passo sarà quello di suonare più concerti possibile. Abbiamo già programmato alcuni show con Adorned Brood, Black Messiah, Skiltron e Vogelfrey!

Lotte: Penso che suoneremo un sacco questa estate, e poi ci concentreremo sulla nostra musica e sulle nuove canzoni. Comunque, tenete d’occhio la nostra pagina facebook perché posteremo un po’ di materiale di inizio carriera 😉

Vi ringrazio per la disponibilità, a voi le ultime parole!

Nick & Lotte: Grazie per l’intervista, l’abbiamo apprezzata molto! Seguiteci su facebook (www.facebook.com/druantiafolkmetal) e su youtube (www.youtube.com/druantiafolkmetal). Grazie per il supporto, speriamo di suonare in Italia un giorno!

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