Intervista: Calico Jack

Tesori da scoprire, navi da abbordare, rum da scolare… non si sta parlando del nuovo film della Disney, bensì dei Calico Jack, formazione lombarda attiva da un paio di anni che ha da poco rilasciato l’EP Panic In The Harbour. Scopriamo cosa hanno da dirci i pirati italiani…

Calico Jack live

Calico Jack live

Siete una band giovane e poco conosciuta: presentatevi ai lettori di Mister Folk.

La band è stata fondata nel 2011 dai fratelli Toto (chitarra ritmica) e Caps (batteria) con l’obiettivo di fondere l’heavy metal dei mitici ’80 con il più recente folk metal scandinavo, il tutto avvolto da un’atmosfera marinaresca, ispirato dalle canzoni popolari e dai canti marinari della tradizione anglosassone. La ciurma si è formata subito con il violinista Dave, il cantante Giò e il bassista Ricky Riva. Dopo qualche cambiamento si è unito al gruppo anche Melo (chitarra solista). Dopo un paio di apparizioni live al Blue Rose Saloon di Bresso, abbiamo registrato il demo Scum Of The Seas uscito nel novembre 2012. In seguito, ci siamo esibiti in diversi locali di Milano e dintorni e nel frattempo abbiamo composto altre canzoni. A giugno 2013 siamo entrati nei Frequenze Studio di Monza per registrare il nostro primo EP, contenente altre quattro tracce fottutamente piratesche!

L’EP Panic In The Harbour suona più maturo rispetto al demo Scum Of The Seas, e le canzoni sono di qualità superiore. Frutto del lavoro in sala prove?

Il primo demo è stato solo un esperimento fatto anche di fretta che raccoglieva le idee raccolte fino a quel momento e come hai potuto sentire la registrazione era da scantinato anni 90′, senza spendere un euro! Purtroppo come tutte le band agli esordi non possiamo permetterci una registrazione eccellente però con questo nuovo disco abbiamo deciso non solo di affidarci ad uno studio vero, ma abbiamo tirato fuori anche tutta la nostra follia sbronza da serate alcoliche!!

Tutte e quattro i brani sono piacevoli e ben fatti, con Where Hath Th’ Rum Gone? e Grog Jolly Grog, a mio parere, un gradino sopra gli altri due. Avete delle canzoni preferite, e siete completamente soddisfatti del risultato finale?

Pensiamo che tutte le nostre canzoni siano venute fuori come ci aspettavamo, anche se ovviamente si poteva fare di più soprattutto in fase di produzione e mastering… sì, diciamo che le canzoni alcoliche più folk sono quelle che più ci divertiamo a suonare, ma non trascuriamo anche delle composizioni più ragionate come Deadly Day o House Of Jewerly, o gli assoli tipicamente Heavy/Power forse inusuali in un genere come il folk.

Il violino di Dave compie un ottimo lavoro, trovo che dia alla musica quel senso di divertimento sfrenato che in un genere come questo è sempre il benvenuto.

Dave è il più pazzo del gruppo, pensa che la canzone Where Hath Th’ Rum Gone? è stata scritta da lui una notte dopo una pesante sbronza alcolica!

Il growl profondo di Giò, invece, non sempre è facile da digerire. Ci si aspetterebbe una classica voce pulita, mentre il growl si fa fatica ad assimilarlo. Anche in questa maniera cercate di distinguervi dagli altri?

Giò: Beh più che con l’utilizzo della voce growl a distinguere la band è il come viene usato. Spesso mi ritrovo a sparare degli intricati scioglilingua in inglese che il caro Toto mi scrive e mi obbliga a cantare ad una velocità disumana. Certo questo non avviene in ogni singolo pezzo ma trovo che questa piccola vena thrash che ogni tanto torna in superficie aiuti a caratterizzarci ancora di più. Riguardo alla digeribilità della mia voce sto cominciando una cura a base di ormoni femminili per renderla più dolce della panna!!!

Immagino che i testi ruotino attorno a temi quali rum e alcool, mari da esplorare e navi da assalire, mi sbaglio?

Le tematiche riguardano tutto il mondo dei pirati, le leggende o i racconti di pura invenzione come la vicenda di Sharkbite Johnny, i mostri marini come il Kraken, il Grog, un bevanda a base di acqua e Rum…

"Poulpe Colossal" attacks a merchant ship (1810, Pierre Dénys de Montfort)

“Poulpe Colossal” attacks a merchant ship (1810, Pierre Dénys de Montfort)

Com’è un concerto dei Calico Jack? Proponete alcune cover?

Un concerto dei Calico Jack è una cannonata in faccia!!! E ovviamente ci si ubriaca di brutto! Di cover abbiamo fatto dei classici come Beer Beer e Vodka (dei Korpiklaani, nda), adesso vogliamo proporre qualcosa di diverso che non si sente spesso come Black Hand Inn dei grandissimi Running Wild.

Cosa vi affascina del mondo dei pirati? Da dove viene questa passione?

Il più grande appassionato di pirati è Toto che infatti ha creato la band, ha composto le prime canzoni e ha scritto i testi. A noi tutti il mondo della pirateria affascina molto e troviamo che sia una tematica originale rispetto ai soliti vichinghi, troll ecc., infatti le band metal nel mondo che si dedicano a questo tema si contano sulle dita di una mano… almeno possiamo vantarci di essere gli unici stronzi che fanno folk piratesco in Italia ahah!

Pensate che libri come L’isola Del Tesoro possano essere uno spunto valido per comporre musica?

L’Isola del Tesoro è stata l’opera che ha praticamente inventato il genere delle avventure piratesche, insieme ai romanzi storici di Defoe. Se non ci fosse stato quel libro, poche persone oggi conoscerebbero le imprese e la vita delle ciurme dell’Età dell’Oro della pirateria, anche grazie al carisma di Long John Silver, uno dei personaggi più riusciti della letteratura. Tutto quello che riguarda i pirati prende spunto in qualche modo dall’opera di Stevenson, e magari anche i Calico Jack prima o poi gli renderanno omaggio direttamente!

Il vostro parere sugli Alestorm? Li trovo molto divertenti e dall’attitudine giusta per suonare il loro scottish pirate metal…

Gli Alestorm sono sicuramente una band matta e irresistibile dal vivo, sono ovviamente simili a noi visti i temi trattati, ma noi vogliamo parlare del mondo dei pirati in modo un po’ diverso dal loro, diciamo meno demenziale. Comunque ci teniamo a precisare che il nostro sound si rifà di più al pirate metal dei Running Wild (che tra l’altro sono stati i primi a fondare il genere e a portarlo ad alti livelli) che non a quello degli Alestorm e i pirati come li intendiamo noi non hanno nulla a che fare con Johnny Depp e Orlando Bloom! A questo si aggiunge l’influenza moderna della voce growl e delle melodie folk allegre, anche se ognuno di noi è influenzato da diversi generi come il power, il thrash, il death e l’heavy metal classico… non ce la sentiamo di etichettarci come una band puramente folk. Quando ci dicono: ragazzi dovete fare questo, suonare quest’altro, noi rispondiamo: amico, siamo i Calico Jack e suoniamo quel cazzo che ci pare!!

Salutate i lettori del sito da vere canaglie dei mari!

Ahoy!!! Ci si vede sotto il palco! Comprate i nostri dischi, downloadateli e spacciateli in giro! (con noi la pirateria non è un reato!) Passate dal nostro fottuto canale youtube, dalla nostra pagina Facebook e dal nostro sito per tenervi sempre aggiornati sulle nostre depravate scorribande tra i sette mari!! Yo-ho-hooo!!

Bang!

Bang!

Calico Jack live
Annunci

Graveland – Thunderbolts Of The Gods

Graveland – Thunderbolts Of The Gods

2013 – full-length – No Colours Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Rob Darken: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Possessed By Steel – 2. Thunderbolts Of The Gods – 3. Chamber Of Wicked Tears – 4. Wolf Of The North – 5. Red Polaris – 6. When Hammer Shines (outro)

graveland-thunderbolts_of_the_gods

Rob Darken, ovvero la perseveranza fatta persona. Sono ventuno anni che il musicista polacco ha intrapreso l’avventura Graveland, un nome sconosciuto ai più, ma che nel cuore dell’underground ha sempre detto la sua. Negli ultimi anni i dischi del gruppo sono circolati con più facilità rispetto al passato, ma di fatto i Graveland sono rimasti una cult band per pochi intimi.

Rob Darken, ovvero la coerenza fatta persona. Ne sono passate di primavere da quando uscì Carpathian Wolves, cassetta truce e grezza di black est europeo. Da allora Darken ha pubblicato ben tredici dischi e un’infinità di EP, split e compilation. Con gli anni le capacità tecnico/compositive sono migliorate non poco, così come è cambiato l’approccio musicale del tuttofare Rob, passando gradualmente da un black confusionario a un pagan black epico e battagliero che moltissimo deve al mastro Quorthon. Proprio i Bathory di Hammerheart e Twilight Of The Gods (con una bella dose d’aggressività alla Blood Fire Death) sono il riferimento principale delle composizioni dei Graveland negli ultimi anni, con questo Thunderbolts Of The Gods che in alcuni tratti sembra essere un vero tributo al lavoro di Ace Börje Thomas Forsberg. Il nuovo disco della band polacca è, in realtà, molto di più: la caratteristica – e sgraziata – voce scream di Darken si innalza sulle note musicali con fierezza, i ritmi delle canzoni, alcuni frenetici e altri più epici, sono quelli classici della discografia della one man band e il trademark è immediatamente riconoscibile.

Le canzoni contenute in Thunderbolts Of The Gods sono solamente cinque (più l’outro), ma tutte di lunga durata, tra i sette e i nove minuti ciascuna. La prima traccia è Possessed By Steel, brano che inizia con una sorta di intro atmosferica che lascia presto spazio al riffing e al drumming non lineare dei Graveland. Nonostante il sound sporco e non melodico è possibile percepire l’epicità della composizione, una soluzione relativamente nuova per Darken. Un arpeggio clean introduce la title track: i primi due minuti sono imponenti, seguiti dal classico muro sonoro della band quando decide di pestare duro. Thunderbolts Of The Gods è una canzone che non fa sconti, in particolare quando, nella parte centrale, sul tappeto di doppia cassa si erge la tastiera e una voce femminile spettrale che ricorda qualcosa dei Behemoth più recenti. Terza in scaletta è Chamber Of Wicked Tears, una killer song che presenta dei rallentamenti veramente efficaci che spezzano la tensione dovuta ai riff brutali che non lasciano respiro all’ascoltatore. Wolf Of The North è caratterizzata da una prima parte incredibilmente melodica e avvolgente se si considera che a suonare è un disco dei Graveland. L’atmosfera è, per certi versi, western, e sembra di assistere ad una scena dove Clint Eastwood cavalca verso l’orizzonte, ma il grezzume del riff e della voce di Darken ci riportano alla realtà: brutale pagan black della migliore qualità! Il finale di canzone riprende la melodia iniziale con l’aggiunta della voce e della chitarra ritmica: il risultato è eccellente per quanto strano. Red Polaris è l’ultimo brano “vero” del cd: anche questo parte in maniera soft per poi incattivirsi man mano che i minuti scorrono. Chiude l’album When Hammer Shines, outro strumentale di due minuti, buono per lavare il sangue di dosso dopo una battaglia tosta come quella appena vissuta.

La produzione, della quale se n’è occupato Darken stesso, è la migliore possibile per questo tipo di release: abbastanza pulita e imperfetta, potente senza risultare artificiale. Gli strumenti sono bilanciati discretamente (la chitarra risulta un poco bassa quando la batteria alza i ritmi) e il loro suono è naturale e grintoso. Semplicemente meravigliosa la copertina creata dal maestro Kris Verwimp.

Thunderbolts Of The Gods è esattamente l’album che ci si aspetta da una band dalla storia ventennale che non ha mai conosciuto né picchi particolari, né cali allarmanti: sono semplicemente i Graveland. Darken, quindi, non delude e non tradisce, continua in maniera naturale la sua strada con coerenza e perseveranza. Hail Graveland!

Calico Jack – Panic In The Harbour

Calico Jack – Panic In The Harbour

2013 – EP – autoprodotto

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Giò: vocals – Toto: chitarra – Melo: chitarra – Ricky Riva: basso – Dave: violino – Caps: batteria

Tracklist: 1. Where Hath Th’ Rum Gone? – 2. House Of Jewelry – 3. Grog Jolly Grog – 4. Deadly Day In Bounty Bay

calico_jack-panic_in_the_harbour

Con una copertina che più esplicita non si può e un nome preso dal famoso corsaro britannico John, conosciuto come Calico Jack e “inventore” della bandiera per eccellenza, la Jolly Roger, cosa ci si può aspettare se non spassoso pirate metal? La band lombarda, attiva dal 2011 e con all’attivo il demo Scum Of The Seas, torna alla carica con l’EP Panic In The Harbour, dischetto contenente quattro brani, indovinate un po’, di pirate metal!

Fin dal primo ascolto è possibile notare come i Calico Jack abbiano fatto le cose per bene: dalla produzione alla qualità delle canzoni, per finire con le prove dei musicisti, tutto è migliore rispetto al demo, segno che i ragazzi si sono dati un gran da fare in sala prove.

Where Hath Th’ Rum Gone? è la spassosa opener di Panic In The Harbour: il violino di Dave è veloce e ricorda i Korpiklaani di qualche album fa, le chitarre e la sezione ritmica creano un discreto muro sonoro e l’impatto sull’ascoltatore è sicuramente buono. Più pacata House Of Jewelry, dal ritmo tipicamente heavy metal e con la parte centrale molto interessante tra assoli di sei corde e melodie di violino che si incastrano con gusto. Grog Jolly Grog è una composizione molto varia, che alterna momenti scalmanati ad altri più ricercati (gustoso l’ultimo minuto e mezzo!); nel finale i Calico Jack mostrano sì di saper far casino, ma anche di essere in grado di creare una buona canzone. I primi due minuti di Deadly Day In Bounty Bay, brano che conclude l’EP, sono estremamente piacevoli e melodici, tra dolci note di violino e accordi morbidi di chitarra, mentre il resto della canzone è più classicamente Calico Jack. La lunga composizione (otto minuti e mezzo di durata) scorre piacevolmente fino all’ultimo secondo, un pezzo diretto, semplice e ben realizzato.

L’unico punto a rischio di Panic In The Harbour è la voce di Giò: il suo growl profondo e pesante non è facile da assimilare e sicuramente farà storcere il naso a più di una persona. Rispetto al demo Scum Of The Seas il singer è migliorato e ora il suo vocione, dopo alcuni ascolti, si adatta bene alla musica del gruppo. Sicuramente si può fare ancora meglio, ma pezzi come Grog Jolly Grog testimoniano che l’abbinamento pirati/growl si può fare e che possono uscire anche momenti eccellenti.

Il suono dell’EP è una nota positiva: Panic In The Harbour è registrato bene considerando che è un autoprodotto di un giovane gruppo con non molta esperienza. Anche il mixaggio è curato: tutti gli strumenti hanno il giusto spazio, i volumi sono ben regolati e i complimenti per Caps, che si è occupato anche di questo aspetto, quindi, sono d’obbligo.

Diversi gruppi, dopo l’esplosione degli Alestorm (o la riscoperta dei Running Wild?), si sono appassionati al mondo dei pirati, e anche in Italia esistono alcune band dal buon potenziale: i Calico Jack sono i primi a realizzare un lavoro semi professionale e ben fatto. Attenzione quindi, i pirati sono tra noi!  YAAARRRR!!!

CalicoJack

Týr – Valkyrja

Týr – Valkyrja

2013 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Heri Joensen: voce, chitarra – Terji Skibenæs: chitarra – Gunnar H. Thomsen: basso

Tracklist: 1. Blood Of Heroes – 2. Mare Of My Night – 3. Hel Hath No Fury – 4. The Lay Of Our Love – 5. Nation – 6. Another Fallen Brother – 7. Grindavísan – 8. Into The Sky – 9. Fánar Burtur Brandaljóð – 10. Lady Of The Slain – 11. Valkyrja – 12. Where Eagles Dare (bonus track) – 13. Cemetery Gates (bonus track)

tyr-valkyria

Dopo un disco scialbo e povero d’idee interessanti come The Lay Of Thrym, i Týr risorgono letteralmente con il nuovo Valkyrja, primo lavoro per la Metal Blade Records dopo aver concluso la collaborazione con l’austriaca Napalm Records, label che ha permesso loro di farsi conoscere in tutto il mondo.

Nei mesi precedenti ci sono stati dei cambiamenti di non poco conto: detto del passaggio d’etichetta, la vera notizia è stata quella dell’abbandono del batterista Kári Streymoy, con la band dal lontano 1998. Al suo posto, solamente per Valkyrja, ha suonato il formidabile drummer dei Nile George Kollias, musicista che ha svolto bene il compito senza metterci molto del suo.

I testi del settimo studio album della band proveniente dalle Isole Fær Øer raccontano di un guerriero vichingo che si allontana dalla propria moglie per impressionare le Valchirie sul campo di battaglia e guadagnarsi, in questo modo, la Valhalla o la possibilità di essere condotto presso Fólkvangr, la dimora di Freyja, dea dell’amore, della fertilità e della seduzione. Heri Joensen spiega in poche parole il concept: “la donna che il guerriero lascia può rappresentare la donna terrena. Freyja, la Donna dei Caduti, può rappresentare la perfezione della Donna e la Valchiria è la connessione fra le due, che porta l’uomo dalla donna terrena a quella divina.

Freyja and the Necklace (J. Doyle Penrose, 1913)

Freyja and the Necklace (J. Doyle Penrose, 1913)

Il disco inizia con Blood Of Heroes, canzone piacevole nella sua semplicità: il classico sound post Land alterna momenti dove le linee vocali vengono enfatizzate a discreti giri chitarristi, probabilmente quello che mancava al precedente The Lay Of Thrym. Si prosegue sullo stesso stile con Mare Of My Night, canzone definita dalla band stessa come la “più sessualmente esplicita”. Con la terza Hel Hath No Fury sembra di tornare al 2008 con l’oscuro e intricato Land, disco sottovalutato se ce n’è uno: le asce di Joensen e Skibenæs si intrecciano meravigliosamente, recuperando parte dell’epicità nordica che negli ultimi lavori è andata completamente perduta. Un arpeggio malinconico accompagna la voce di Liv Kristine, ospite inaspettata e gradita, storica singer dei Theatre Of Tragedy e dal 2003 dei Leave’s Eyes. Si tratta di una sorta di power ballad (termine tipico del giornalismo musicale ’90, ormai completamente in disuso…forse perché non esiste più un vero giornalismo musicale?) dalle tinte romantiche che non stona affatto in Valkyria. Si cambia registro con Nation, composizione a metà strada tra i Týr più progressivi di inizio carriera e quelli più lineari (ma assolutamente ottimi) di By The Light Of The Northern Star: buone linee vocali faroesi (finalmente!!!) e assoli di chitarra di qualità sono i punti di forza del brano. Tempi veloci per Another Fallen Brother, canzone piatta nelle strofe per quanto avvincente nel ritornello, dove i musicisti riescono a creare una potente atmosfera bellicosa; ottima la parte strumentale con gli assoli dei due axemen, una vera botta di vita! Grindavísan è, per quanto mi riguarda, la traccia migliore di Valkyrja. Il cantato è nuovamente in faroese, le melodie di chitarra prese dalla musica popolare, i cori sono epici e toccanti, tutto perfetto per una canzone che porta i ricordi a diversi anni fa, quando il folk/viking era ancora un genere genuino e non di tendenza. Grindavísan è da ascoltare più e più volte perché è la canzone che tutti i fan di vecchia data dei Týr aspettavano da anni. La breve Into The Sky (meno di tre minuti di durata) è un up-tempo inconcludente, un riempitivo e niente più. La seconda canzone in faroese è Fánar Burtur Brandaljóð, dove le parti strumentali sono molto belle e suggestive e le accelerazioni di Kollias rendono la traccia più dinamica e accattivante. Lady Of The Slain è la più aggressiva del platter: la veloce doppia cassa e i riff taglienti di inizio brano mettono subito le cose in chiaro. Lo sviluppo della composizione è ancora meglio, con stacchi inaspettati, fischi e accelerazioni al fulmicotone, il tutto con il classico cantato (unico) di Joensen. Ultimo brano in scaletta è la title track, oltre sette minuti che scorrono velocemente tra cori, melodie classiche e linee vocali che rimangono impresse fin dal primo ascolto. Infine, come bonus track, troviamo due cover: Where Eagles Dare degli Iron Maiden e Cemetery Gates dei Pantera. Entrambe molto simili alle originali, vanno viste come semplice tributo e sicuramente non come reinterpretazione, esattamente come avvenuto due anni fa con i pezzi di Rainbow e Black Sabbath.

I suoni di Valkyrja sono buoni, la produzione è ben bilanciata e un poco secca, adatta per il sound dei Týr. Il disco è stato registrato negli Hansen Studios di Jacob Hansen, voce/chitarra dei thrashers danesi Invocator, noto soprattutto per il lavoro svolto in studio con Destruction, Aborted, Mercenary, Persefone, Volbeat e tanti altri. In questa occasione, però, ha “solamente” co-prodotto Valkyrja insieme ai ragazzi della band.

Non tutto in casa Týr è perfetto, vedi la registrazione delle parti di batteria con un session man, per quanto di lusso, e in un certo senso sprecato, come George Kollias. Il musicista non segue la band in tour, dove dietro al drum kit siede Amon Djurhuus, collaboratore di Joensen negli Heljareyga. Non si poteva sostituire Streymoy (storico batterista che ha lasciato la band per problemi di salute, alla schiena in particolare) direttamente con Djurhuus? Misteri del music business.

Musicalmente, rispetto al recente passato, si è fatto un bel passo in avanti, ma chi ha amato i Týr di Eric The Red e Ragnarok in tempi non sospetti fatica ad accettare questa evoluzione che ha portato il gruppo faroese verso lidi definibili, tra molte virgolette, mainstream. Di buono c’è che Valkyrja può soddisfare praticamente tutti, essendo un lavoro diviso in due parti: la prima è più orecchiabile e con canzoni piuttosto semplici, mentre nella seconda torna a galla la vecchia vena progressiva che contraddistingueva Joensen e soci ad inizio carriera.

Valkyrja è il gradito ritorno su livelli qualitativi medio/alti di una band data per spacciata da molti, me compreso, ma che ha saputo reagire alla grande, confezionando un disco godibile e ben fatto. I bei tempi di Eric The Red sono ben lontani, ma di questi tempi, di un cd come Valkyrja, non ci si può certo lamentare. Bentornati Týr!!!

Týr 2013

Týr 2013

Intervista: Ereb Altor

Con gli Ereb Altor si parla di viking metal di prima qualità, come certifica il recente – e buonissimo – Fire Meets Ice. Con Mats si è parlato della nuova release e del passato della band, di concerti, mitologia norrena e altro ancora. Buona lettura!

ErebAltor2013

Benvenuti su MisterFolk, è un onore potervi intervistare! Partiamo dal nuovo Fire Meets Ice, penso sia il vostro disco più bello e vario, siete d’accordo?

Penso che tutti gli album siano belli a modo loro. Ma sì, Fire Meets Ice è il più vario. Volevamo unire la storia degli Ereb Altor e tirare fuori i collegamenti mancanti tra i primi album e Gastrike.

By Honour e The End, per quanto ben fatti, risentivano troppo dell’influenza dei Bathory. Il cambiamento di sound avvenuto in Gastrike è dovuto alla volontà di evolversi o all’ingresso in formazione del drummer Tord?

Gastrike era una sorta di concept album con un altro approccio lirico. Invece di concentrarmi sulla mitologia norrena e i vichinghi ho scritto di vecchie leggende e storie di fantasmi della zona di dove vivo. Le storie sono molto oscure e volevo che la musica riflettesse i testi. Secondo me puoi sentire le influenze black metal anche in The End e sono fermamente convinto che puoi sentire l’atmosfera dei vecchi Ereb Altor in Gastrike.

Da Gastrike siete passati a Fire Meets Ice, il vostro album più vario e completo, recuperando alcuni elementi dei primi due cd. Come definite la vostra musica, divenuta aggressiva ed epica al tempo stesso?

Sì, è più complessa e ho voluto dimostrare che è possibile fare un album con entrambi i lati ed essere ancora se stessi. Penso che l’epicità e l’aggressività abbiamo molto in comune e compongo musica estrema con atmosfere epiche, così come compongo musica epica con tonalità aggressive.

Nel nuovo cd ho notato il riffing delle chitarre più potente rispetto al passato, in un certo senso con un groove moderno ma che sta benissimo nel sound della band. Siete rimasti affascinati da qualche gruppo “moderno” ultimamente? Quali sono i vostri ascolti in questo periodo?

Ad essere onesto continuo ad ascoltare i miei classici preferiti, che seguo da anni. Non sono appassionato del metal moderno con tutto quell’editing digitale nelle registrazioni. Se avessi tempo registrerei un disco in analogico. Lo scorso anno ho ascoltato parecchio gli Opeth e in quest’ultimo mese sto consumando il nuovo Legend dei Witchcrafts.

Le voci sono il punto forte di Fire Meets Ice: clean, growl e chorus si alternano con grande gusto e  le linee vocali sono le migliori della vostra carriera: alcune rimangono subito in testa!

Grazie!!! Penso che la voce harsh sia più dinamica se utilizzata solo in alcuni punti, stesso per la voce pulita. Si lavora con gli opposti e lo faccio spesso. Per dare più risalto a una parte heavy c’è bisogno di qualcosa di più leggero prima o dopo quella parte.

Tord si è occupato, oltre che delle parti di batteria, anche della registrazione e del missaggio. Immagino un lavoro molto intenso e stressante per lui, ma il risultato è ottimo!

Sì, ha passato molte ore lavorando sull’album, io e lui siamo i responsabili della produzione. Tord ha un grande orecchio per la musica e ci capiamo a vicenda con naturalezza.

Dopo che i primi tre album contenevano sette brani ciascuno ammetto che avete sorpreso con ben nove tracce per Fire Meets Ice!

Come sempre con gli Ereb Altor c’è un pensiero dietro a ogni cosa. I testi sono tutti sulla mitologia norrena, dove nove è il numero magico. In molte canzoni viene trattato il tema del numero nove. Odino si sacrifica e rimane appeso a Yggdrasil per nove notti, il viaggio di Hermod verso Hel dura nove notti, nove sono le canzoni che si devi imparare per padroneggiare la magia delle rune. Così dovevano essere nove le canzoni in Fire Meets Ice.

Hermóðr di fronte ad Hel (J.C. Dollman)

Hermóðr di fronte ad Hel (J.C. Dollman)

Da sempre trattate tematiche legate al Nord e alla sua mitologia: è una semplice passione per voi o c’è qualcosa di più?

È una passione e penso sia interessante e importante conoscere le proprie origini. Il suono degli Ereb Altor è anche molto legato al Nord e alla Scandinavia e a mio parere non c’è dubbio che questo approccio lirico sia quello giusto per noi.

In primavera avete girato l’Europa in tour per promuovere Gastrike. Pochi mesi ed è uscito Fire Meets Ice, vi vedremo a breve di nuovo in tour? Sarà possibile vedervi di nuovo in Italia?

Ci stiamo lavorando, ma non posso dire nulla in questo momento, c’è da aspettare e vedere. Recentemente abbiamo firmato con la booking agency Doomed Events e speriamo che questo ci possa aiutare in futuro per i concerti e i tour.

Il precedente tour era con gli italiani Forgotten Tomb, cosa pensate di loro?

Si vive a stretto contatto quando si è nello stesso tour bus, amo quei ragazzi e sono davvero dei grandi. Ci siamo divertiti tanto e abbiamo passato dei grandi momenti insieme! Mi piacciono davvero molto gli accordi disarmonici con i quali stanno lavorando!

Siete passati dalla Napalm Records alla Cyclone Empire: quali sono le differenze tra le due label? Sto notando che la Cyclone Empire vi fa molta promozione!

Rispetto alla Napalm Records abbiamo un rapporto più stretto con  con la Cyclone Empire. Sento un feeling migliore a lavorare con loro e so che si dedicano di più alla musica e si lavora l’un per l’altro. Quando abbiamo firmato per la Napalm Records eravamo una piccola band che doveva lottare con molti altri gruppi e sentivamo che la label non credeva troppo in noi…

Chi sono gli Ereb Altor quando non imbracciano gli strumenti?

Sono un uomo di casa, la maggior parte del tempo la passo con mia moglie e i figli. Tutti noi abbiamo delle famiglie.

Grazie per le risposte; per concludere, cosa dobbiamo aspettarci in futuro dagli Ereb Altor? Il Ragnarok?

Ci aspettiamo di passare più tempo sui palcoscenici europei. Puntiamo a fare più festival in futuro. Ragnarök è già accaduto, gli Dei sono scomparsi ed essi vivono solo nei nostri ricordi e ora è il momento per il genere umano di distruggere questo mondo.

ErebAltor

Drakum – Around The Oak

Drakum – Around The Oak

2011 – demo – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Javi: voce – Marc: chitarra – Feni: chitarra – Paula: tastiera – Alicia: basso – Caleb: violino – Conrad: batteria

Tracklist: 1. Around The Oak – 2. Absinthe – 3. The Wanderer

drakum-around_the_oakNati nel 2009 a Barcellona, gli spagnoli Drakum hanno faticato un po’ a farsi conoscere, ma i sacrifici e la bontà della proposta, un classico folk metal con voce growl, hanno portato il gruppo a esibirsi sul palco del prestigioso Metaldays 2013. Il punto di partenza, però, è stato il demo Around The Oak, dischetto genuino realizzato da una formazione giovane ma con le idee chiare.

Il cd contiene tre brani per una durata di poco superiore agli undici minuti. La title track dà inizio alle danze, canzone dal ritmo sostenuto dove fin dalle prime note i Drakum mettono in mostra le proprie armi: melodie semplici ed efficaci, il dolce violino di Caleb, la sezione ritmica compatta e, generalmente, un songwriting di qualità considerando la poca esperienza dei musicisti. Absinthe rispetto all’opener ha una componente folk più marcata (molto carino il dettaglio dello scacciapensieri), pur non mancando assoli di chitarra e il caratteristico growl del cantante. La conclusiva The Wanderer è classica nella struttura e celtica per sonorità, con il finale che presenta delle interessanti accelerazioni atte a dare un tocco di aggressività che in questo contesto ben si addice.

I Drakum confezionano un demo breve ma ben realizzato, le canzoni sono piacevoli all’ascolto e i musicisti sono abili nell’inserire alcuni elementi non classici nel campo del folk metal – basti pensare agli assoli di chitarra presenti in ogni brano – pur non “tradendo” la tradizione.

Si tratta solo di un primo passo datato 2011, sono passati due anni e mezzo dalla pubblicazione di Around The Oak e i Drakum, con una formazione in parte nuova, stanno realizzando il primo full lenght. Le premesse, seppur vecchie, sono buone, non resta che aspettare…

Drakum-Logo