Heathen Foray – Inner Force

Heathen Foray – Inner Force

2013 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Robert Schroll: voce – Bernd Zahn: chitarra – Alexander Wildinger: chitarra – Max Wildinger: basso – Markus Kürgerl: batteria

Tracklist: 1. Inner Force – 2. Illusion – 3. Weischeitskrieg – 4. Wahrheit – 5. Glit Zu Flamme 6. Mei Laund – 7. Ragnaröck – 8. The Wizard’s Life – 9. No Mercy

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A tre anni esatti dal precedente The Passage tornano con un nuovo lavoro gli austriaci Heathen Foray, al terzo full lenght in carriera. La prima cosa che salta all’occhio è l’assenza di un’etichetta discografica: la band, dopo lo split con la tedesca Black Bards ha deciso di proseguire autonomamente per avere completo controllo della propria musica, ma perdendo in fatto di promozione e distribuzione. Il disco, infatti, è reperibile unicamente tramite i vari siti del gruppo e attraverso bandcamp.

Non ci è dato sapere se la qualità di Inner Force sia dovuta all’autoproduzione o se sarebbe stata la stessa in caso di contratto discografico, fatto sta che questo è il miglior lavoro del combo di Graz sia per quel che riguarda il lato prettamente musicale che per quanto concerne la produzione: potente e gagliarda, tutto bilanciato a dovere con il suono sputato fuori dalle casse che avvolge e convince al 100%. Dato caratteristico che si ripete di album in album, alcune canzone (le prime due e le ultime due) sono cantate in inglese, altre – il blocco centrale – in tedesco.

Gli Heathen Foray con gli anni sono evoluti e hanno limato le imperfezioni del passato, sono migliorati e sicuramente maturati, ma soprattutto hanno capito come centrare sempre il bersaglio. Inner Force, brano apripista del cd, è un signor pezzo che racchiude tutto quello che una metal song dovrebbe avere: riff grintosi e dinamici, un assolo di chitarra degno di essere chiamato tale, ottime melodie e soprattutto un ritornello vincente dove, nonostante la voce pulita, non si rischia il poco apprezzabile effetto metalcore. I sei minuti di durata passano con grande piacere per poi approdare al secondo brano in scaletta, Illusion. La canzone è un up tempo dove il singer Robert Schroll, con il suo caratteristico vocione growl, è il padrone della scena insieme alle melodie create dalla coppia di chitarre Zahn/Wildinger. Weischeitskrieg è la prima canzone del disco in lingua tedesca, veloce e graffiante ma con intelligenti rallentamenti che fanno apprezzare ancora di più le successive accelerazioni del batterista Markus Kürgerl. L’ascolto prosegue con la ritmata Wahrheit, composizione piacevole ma non al livello delle precedenti sorelle, dotata comunque di un ottimo assolo di chitarra, e Glit Zu Flamme, dal sapore teutonico e dai riff di qualità. Più oscura è Mei Laund, dagli accordi stoppati e dalle sonorità malinconiche, un buon brano utile a cambiare temporaneamente registro permettendo agli Heathen Foray di mostrare un lato della loro musica sicuramente meno conosciuto. Ragnaröck è un altro grande pezzo di Inner Force, diretto e melodico al tempo stesso, con il binomio ritornello/melodie che fa realmente la differenza al punto che non si può non rimanere affascinati da questa canzone. Torna la voce pulita per la penultima traccia in scaletta, The Wizard’s Life, il tempo dell’introduzione che la chitarra torna distorta e la voce si trasforma in un potente growl.

Knights on the hunt for the head of the wizard
Caught in the woods after days of journey
Seduced by spells of pagan Magic
Hit by a sword in the middle of his abstruse heart

Alcuni passaggi, a fine testo, ricordano vagamente i tipici intrecci dei Dissection, ma durano giusto pochi secondi. No Mercy è l’ultima canzone della tracklist e chiude degnamente il terzo disco della band austriaca a suon di riff thrasheggianti, tupa-tupa di Kürgerl e le classiche belle melodie dei due axemen.

Il cd, uscito a metà settembre, necessita di più ascolti per poter essere apprezzato nonostante l’apparente semplicità della proposta: l’heathen metal (inserito nelle categoria “folk” per praticità) degli Heathen Foray è diventato, con questo Inner Force, dinamico e vincente. Tutto funziona a dovere, partendo dall’ottimo songwriting, passando per le prestazioni dei musicisti, per concludere con la produzione. Un’autoproduzione di questo livello non capita tutti i giorni, e sicuramente va considerato con uno dei migliori dischi in ambito folk/viking di questo 2013.

Intervista: Vallorch

Nel giro di un anno i Vallorch sono passati dallo status di gruppo sconosciuto a stella nascente del folk metal, pubblicando in pochi mesi un EP, il disco di debutto Neverfade e suonando in molti festival, compresi Fosch Fest e Metaldays.  Una bella chiacchierata con il bassista/cantante Leonardo Dalla Via ci permette di conoscere meglio il combo nord italiano.

Vallorch

La band (line-up che ha registrato Neverfade)

Prima domanda – d’obbligo – sul Metaldays dove avete da poco suonato.

Che dire? Esperienza esplosiva e grande soddisfazione! Metaldays è l’ultima incarnazione del Metalcamp, a cui già alcuni di noi partecipavano da diversi anni, e si è trattato di un piccolo sogno realizzato. L’atmosfera che si respira è incredibile, rilassata e quasi eterea, come si fosse venuta a formare una pacifica nazione di solo metal, ma chi ci è stato saprà meglio di noi cosa intendiamo. Stare su un palco di fama internazionale con un pubblico così ghermito e partecipe ci ha lasciati piacevolmente di stucco: non ci aspettavamo certo stage diving con tanto di gommone e coccodrillo gonfiabile! Partecipare al festival dalla parte del musicista dopo averlo fatto da fan è quasi surreale.

Ci siamo conosciuti lo scorso anno in occasione del Fosch Fest 2012, dove avete suonato ottenendo un buon riscontro da parte del pubblico. Da quell’intervista è passato appena un anno ma di cose ne sono successe… vi va di raccontarle?

Appena scesi dal palco di Bagnatica siamo subito stati investiti dal calore del pubblico folk metal italiano, che fortunatamente ci ha accolti entusiasta. Da lì abbiamo cominciato a girare locali in compagnia di altre stelle nascenti e band ben conosciute e amate, come Ulvedharr, Artaius, Diabula Rasa, Furor Gallico. Subito in autunno siamo entrati in studio per registrare il nostro album di debutto, e nel frattempo abbiamo anche avuto il piacere ed onore di aprire per gli Arkona. Abbiamo suonato in locali e festival per tutto il Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte, per poi avere in primavera la conferma della partecipazione all’ambito festival di Tolmin.

Come siete giunti alla firma con la Moonlight Records?

È stata Moonlight Records stessa a contattarci prima della nostra partecipazione al Fosch Fest: non avendone sentito parlare abbiamo optato per un colloquio. Una volta sentita dal vivo la loro proposta di promozione e distribuzione abbiamo deciso di firmare il contratto, e di intensificare la composizione di pezzi nuovi per Neverfade.

Passiamo al debutto Neverfade: a distanza di mesi dall’uscita siete completamente soddisfatti o qualcosa si poteva fare meglio o diversamente?

Non ti nascondo che le sessioni di registrazione ci hanno visti un po’ in difficoltà: precedentemente non avevamo limiti di tempo. Abbiamo dovuto in sede far fronte alla nostra inesperienza, e alcuni risultati finali non hanno coinciso con ciò che avevamo in mente. Ti parlo in ogni caso di piccolezze o di problemi risolti in corso d’ opera: siamo soddisfatti del nostro lavoro!

Come sapete ho apprezzato l’EP Stories Of North e ascolto con piacere il debutto targato fine 2012 ma, produzione a parte, trovo poche differenze tra i due lavori. Che idea vi siete fatti su questo punto – letto anche in recensioni e forum – e come vedete ora il vostro debutto, a quasi un anno dalla sua realizzazione?

Crediamo che sia naturale vederla così: per noi l’album è stato come un capitolo conclusivo di ciò che avevamo iniziato con l’EP. Non abbiamo volutamente modificato in modo eccessivo i brani già presenti in Stories Of North, e in un senso più ampio Neverfade altro non è che un ampliamento della corrente compositiva in atto già dal lavoro precedente.

Le tracce presenti in Neverfade sono 13 considerando la bonus track: non tanto per la qualità quanto per la quantità, non era forse il caso di togliere uno-due brani in modo da rendere l’ascolto più scorrevole e immediato?

Non ci siamo mai davvero posti il problema dell’eccessiva durata. I brani sono nati istintivamente, e ci è sembrato naturale includere tutto ciò che avevamo creato. Il lavoro è composto da solo otto canzoni vere e proprie: ci sono intro e outro più due intermezzi che difficilmente possono essere considerati canzoni a sé stanti (Join The Dance e Störiele). Escludendo Il Fuggevol Sogno, che abbiamo deciso di inserire come chicca aggiuntiva, il lavoro dura 50 minuti: leggermente di più della durata media di un album, ma non esageratamente.

Canotto

Il famoso canotto del Metaldays

Sul web si è parlato molto de Il Fuggevol Sogno, unica canzone cantata in italiano. Considerando il fatto che ha ricevuto buoni consensi, pensate alla possibilità di dare più spazio alla lingua italiana prossimamente?

Non lo escludiamo, ma non è nelle nostre priorità. Siamo comunque interessati a mantenere un legame con la nostra cultura, e piuttosto vorremmo utilizzare (almeno in parte) la lingua cimbra. Questo non significa che non utilizzeremo più l’ italiano: la nostra intenzione è quella di includere una ghost track a tema favolistico in lingua italiana in ogni album, e proseguire quindi l’iter iniziato da Il Fuggevol Sogno di Demetrio.

Una critica che vi è stata mossa è quella relativa al poco lasso di tempo trascorso tra l’EP e il debutto: in questo modo non c’è stato modo per consentire al sound di maturare, di fatto suonando come Stories Of North ma con una minutaggio maggiore. Quale opinione avete a riguardo?

Siamo d’ accordo: Moonlight Records ci ha proposto il contratto a patto che fossimo stati in grado di entrare in studio dopo l’ estate, e questo ha fatto sì che Neverfade diventasse una sorta di quadro ampliato di Stories Of North. Ci stiamo prendendo tutto il tempo necessario per la realizzazione del nuovo album, in maniera da non ripeterci.

Un’altra possibile lettura è che eravate pronti al debutto già all’epoca di Stories Of North. Cosa ne pensate?

È un’interpretazione lusinghiera e ovviamente ci rende felici sapere che qualcuno la pensa a questo modo. Delle molte recensioni, quelle che valutano Neverfade con un voto più alto più spesso sono straniere, o vengono da persone che non hanno ascoltato prima l’EP, considerando tutte le canzoni un unicum. Ci siamo posti nei confronti di Neverfade come un lavoro che andava a completare le canzoni già composte con Stories Of North: l’EP è autoprodotto, e non volevamo che le nostre prime creazioni fossero di difficile reperibilità!

Quanto sono importanti i testi per voi? Come nascono le liriche delle canzoni, quali sono le fonti d’ispirazione?

I testi stanno via via diventando sempre più importanti nella nostra visione d’ insieme. Per il nostro primo lavoro abbiamo optato per tematiche mitiche, leggendarie o fantastiche, traendo ispirazione da tradizione, storia e letteratura, con dei picchi di introspezione e di critica sociale. Pensiamo che i nostri prossimi lavori avranno molto più impegno dal punto di vista tematico, pur non perdendo la nostra identità folk.

In questo periodo, nonostante la penuria di locali, state suonando spesso, in particolare in mini festival, la scena folk metal sembra piuttosto viva e interessante…

Lo è! Fortunatamente il nostro paese ha moltissimi fan instancabili del genere, e sembra che l’Italia abbia da qualche anno dato il benvenuto in maniera molto più che entusiasta al genere, che in questo momento prospera.

Leo

Leonardo live

Secondo voi per quale motivo il folk metal in Italia sta godendo di tanta salute? Cosa volete trasmettere attraverso la vostra musica?

Pensiamo che il motivo principale sia lo spirito di unità e fratellanza che aleggia nell’ambiente. Anche solo passeggiando al Fosch Fest, o a molti altri festival, si è andato creando un insieme di fan del genere folk metal che si sente parte di qualcosa di unico. Dobbiamo il nostro successo e la presenza di spettatori in gran parte alla folk family, che più che un gruppo di persone dagli stessi interessi, è una vera e propria famiglia allargata dove non solo si conoscono tutti personalmente, ma sono tutti amici!

La nostra musica è un estensione di noi stessi, e ci piace lasciare all’ ascoltatore il compito o (si spera) il piacere di interpretarla. Anche solo quel brivido lungo la schiena o la pelle d’oca sull’avambraccio: se abbiamo in qualche modo contribuito nel nostro piccolo a rendere migliore la vostra giornata, ci riteniamo soddisfatti.

Quali saranno i prossimi passi dei Vallorch?

Siamo in piena fase compositiva, e in parallelo stiamo continuando a promuovere l’ album, a livello italiano e, speriamo, presto anche internazionale. Abbiamo ancora un bel po’ di strada da fare prima di entrare nuovamente in studio!

Considerando il gran numero di gruppi e dischi in circolazione, quali sono i motivi che dovrebbero portare la gente a supportarvi?

Pensiamo che ciò che più trasmette chi siamo e metro di giudizio per una band sia lo show live. Siamo veri, puri e crudi sul palco, e non facciamo altro che divertirci per divertire!

Molte grazie per la disponibilità, a voi la chiusura.

Grazie a te Fabrizio per questo spazio, salutiamo la folk family, i nostri instancabili fan e tutti i tuoi lettori che ci hanno voluto dedicare parte del loro tempo per leggere questa intervista. Grazie infinite!

Intervista: Sechem

Da Madrid, i Sechem provano a dire la loro in campo folk metal con musica e testi ispirati all’Antico Egitto. Tra mitologia, antiche melodie e oriental metal, il tastierista della band, Paolo, ci illustra il mondo della sua band, fresca autrice dell’EP Ren.

Sechem live

Sechem live

Siete una band da poco in circolazione e praticamente sconosciuta in Italia: presentatevi ai lettori.

Un caloroso saluto ai lettori di Mister Folk! Innanzitutto spero che il mio scriba non si perda in futili errori e mi scuso in anticipo. Noi siamo Sechem, un gruppo di sei studenti universitari che vivono a Madrid ed hanno in comune la passione per la storia e la musica e cercano umilmente di far scoprire alla gente qualcosa di nuovo, innovativo e originale.

Cosa vuol dire Sechem?

In senso stretto Sechem è il nome del fiore di loto, anche se la simbologia lo indica come simbolo della risurrezione, del rinnovamento.

Una band spagnola che propone melodie orientali, da dove viene l’idea e perché?

Beh diciamo che il fatto di essere una band spagnola non è altro che una coincidenza geografica. L’idea è nata dalla fondatrice, Marta Sacri, grande ammiratrice e studiosa della cultura egizia (sta infatti frequentando archeologia all’università). L’idea era di creare un gruppo diverso da quelli presenti nella scena folk più tradizionale, che portasse un’atmosfera non legata ai vichinghi o ai celti e allo stesso tempo fosse storicamente fedele alla realtà. In Spagna ci sono già molte band che evocano questi concetti come Incursed, Pedernal y Acero, Survael, Pimea Metsa, Ocelon… noi rappresentiamo una curiosa alternativa.

Vi autodefinite “oriental folk metal”: spiegate il concetto che è dietro questa definizione.

La scelta di definire la nostra musica in questo modo è nata dalla necessità di spiegare in breve alla gente “cosa siamo”. Siamo folk metal? Come detto prima non rispettiamo lo stereotipo folk. Siamo oriental metal? Se si pensa alle principali band che definiscono il genere come Orphaned Land o Myrath si notano notevoli differenze dal punto di vista musicale. La definizione, quindi, indica da un lato la tematica orientale e le melodie arabeggianti e dall’altro, l’inciso Folk, indica l’utilizzo di strumenti tradizionali e i testi legati alla cultura, al folklore appunto, dell’Antico Egitto.

Cosa volete trasmettere attraverso la vostra musica?

Noi pensiamo che la musica sia cultura e come tale sia un ottimo veicolo per trasmettere informazioni. Alcuni gruppi che utilizzano la cultura egizia, Nile su tutti, commettono errori madornali ed imprecisioni storiche raccapriccianti nei loro testi, dando un’idea totalmente errata e storpiata dell’epoca. Noi d’altro canto cerchiamo di rispettare la verità storica nel modo più accurato possibile nei nostri testi e anche quando “creiamo” scenari fittizi, facciamo in modo che siano storicamente possibili.

Di cosa parlano i testi di Ren?

Son Of The Sun parla di Akenaton, il denominato “Faraone eretico”. Uno dei primi monoteisti della storia, sfidò la tradizionale religione egizia (vecchia di millenni) instaurando il culto di un unico dio, Aton, il disco solare. Questi presupposti furono fondamentali per lo sviluppo del giudaismo prima e del cristianesimo poi. Dopo la sua morte subì una damnatio memoriae e molti dei suoi templi, statue e opere furono distrutte.

Queen Of Nubia è una canzone d’amore ambientata in Nubia appunto (attuale Sudan), che appartenne durante diverse epoche all’impero egizio. Le “Nubie” erano donne famose per la loro bellezza e bravura ed erano molto gettonate presso i monarchi.

Infine Osiriac Triad parla di uno dei miti più importanti nella religione egizia. Set, dio della tempesta, odiava profondamente suo fratello Asir (una delle divinità più importanti del pantheon). Set organizzò una congiura dove ingannò Asir, lo squartò e distribuì i suoi resti nella valle del Nilo. Isis, sorella e sposa di Asir, riuscì a riunire tutti i suoi resti meno il membro virile e, con l’aiuto magico di suo figlio Horus, resuscitò il suo sposo come dio dei morti e della resurrezione. Quest’ultimo espulse Set dal trono d’Egitto e, vendicandosi, lo mandò in esilio.

Akhenaton e Nefertiti

Akhenaton e Nefertiti

Quali sono i vostri gruppi di riferimento? Oltre alla musica cosa altro vi ispira per la composizione?

Come già ampiamente spiegato, l’ispirazione principale per i testi è la cultura e la religione dell’Antico Egitto. La musica tradizionale ha una grossa influenza, anche se è estremamente difficile da reperire. Se si parla di metal mi vengono da citare Aeternam e Orphaned Land per quanto riguardo l’oriental e più in generale Epica e Mark Morton fanno sentire la loro influenza. In generale abbiamo tutti gusti abbastanza diversi tra di noi quindi non c’è, diciamo, una guida precisa. La contaminazione però aumenta la varietà!

Avete optato per una registrazione a costo zero, decisione che ha dei lati positivi ed altri negativi. A registrazione conclusa, rifareste la scelta?

Diciamo che è stata una scelta obbligata. C’era la necessità di avere del materiale digitale per attrarre gente fuori dalla nostra cerchia personale e soprattutto da mandare alle organizzazioni dei festival e ai promoter in un lasso di tempo stretto e le nostre finanze coprivano appena la sala prove. La poca esperienza e i materiali utilizzati hanno portato ad un risultato non perfetto ma l’altra faccia della medaglia è alquanto brillante. Grazie a Ren abbiamo suonato nel festival di Folk Metal più importante di Spagna (Keltoi Fest), abbiamo fatto da spalla per i russi FängörN, parteciperemo il primo novembre al She Metal Fest di Murcia. Abbiamo anche avuto diversi passaggi in radio sia in Spagna che all’estero e… beh sto rispondendo a questa intervista!

Siete in contatto con altri gruppi spagnoli? Cosa pensate della scena del vostro paese?

Come in tutto il Sud Europa la scena metal è… difficile! Personalmente trovo la Spagna più aperta e più attiva rispetto all’Italia, la maggior affluenza di band internazionali (sia come cadenza che come quantità di città toccate) è infatti più alta. Anche l’underground ha meno difficoltà per arrivare a toccare livelli medio-alti. D’altro canto il grande blocco di heavy metal nazionale degli anni 80-90 ha fatto da muro per il lancio di band a livello internazionale. L’Italia in questo è avanti, qui infatti non abbiamo un corrispettivo dei Rhapsody, dei Lacuna Coil, dei Fleshgod Apocalypse, degli Elvenking, giusto per citare i più famosi oltralpe. Solo poche band con determinate caratteristiche (Dark Moor, Diabulus in Musica) sono riuscite a oltrepassare la frontiera con successo. Ho visto con piacere un vostro articolo su Around The Oak dei nostri colleghi Drakum, con cui abbiamo suonato al Keltoi Fest; siamo anche in ottimi rapporti con altri esponenti della scena come Incursed, Celtibeerian, Angel Dusk. Tutte band che consiglio vivamente di scoprire.

I primi due brani di Ren sono piuttosto simili tra di loro, mentre Osiriac Triad suona diverso e più dinamico. Cosa dobbiamo aspettarci dai Sechem in futuro?

Una registrazione di alta qualità appena possibile! Un EP che rispecchi certi standard di qualità e produzione, questo è di sicuro il nostro prossimo obiettivo. Musicalmente le cose si stanno facendo più “dure e veloci”. Senza spaventare nessuno mi sento di dire che Osiriac Triad, dal punto di vista musicale, rispecchia meglio le nuove composizioni.

Siamo ai saluti, grazie per l’intervista.

Grazie a te Mister Folk, in bocca al lupo per il libro e che Ra accompagni il tuo cammino.

Marta Sacri live

Marta Sacri live

Auriga – Prologo Mundi

AurigA – Prologo Mundi

2013 – demo – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Riccardo Binelli: voce – Cristiano Graziani: chitarra – Valerio Gabrielli: basso – Flavia Grottanelli: violino – Elia Di Padova: whistle, voce – Andrea Remoli: bouzouki – Marco Valintoppa: batteria

Tracklist: 1.Prologo Mundi – 2. La Prima Guerra – 3. Neve – 4. Laure – 5. Auriga – 6. Outro

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Gli AurigA nascono sul finire del 2010 e arrivano, dopo alcune difficoltà, alla release del primo demo dal titolo Prologo Mundi. La band laziale propone un pagan/folk metal piuttosto personale (soprattutto se si tiene in considerazione la giovane età dei musicisti) suonato con strumenti reali quali il whistle, violino e bouzouki senza ricorrere alla tastiera; già questo è, parere personale, un punto a loro favore.

Prologo Mundi può essere raccontato in poche parole: musica ispirata, ottimo concept, pessima registrazione. Quest’ultima è l’unico vero difetto del cd: dalla voce alla chitarra, per concludere con la sezione ritmica, tutto suona in maniera approssimativa, con solamente il violino, il bouzouki e i whistle a salvarsi, risultando sempre puliti e definiti. La produzione, confusionaria e approssimativa, non riesce, fortunatamente, a rovinare Prologo Mundi, in quanto le canzoni la spuntano su tutto,

La titletrack apre il demo con suoni della natura: versi di animali, pioggia e tuoni prima dell’ingresso degli strumenti folk seguiti a breve da chitarra elettrica e voce possente di Riccardo Binelli. La canzone è ben arrangiata, gli strumenti folk sono sempre in primo piano, ma a colpire è il ritornello a doppia voce pulita/growl davvero azzeccato. La Prima Guerra parte a folle velocità ed è un pezzo tirato e davvero gagliardo, potente e feroce senza rinunciare alle melodie e al buon gusto: probabilmente il brano migliore del demo. Neve è un intermezzo molto soft e intimo che apre la strada a Laure, composizione dal sapore est europeo. La lunga e interessante parte strumentale iniziale (oltre due minuti) è ben fatta e il resto del brano non è da meno. Quinta traccia è Auriga: anche in questo caso la guida della prima parte è affidata agli strumenti tradizionali, suonati con cura. Lo sviluppo del brano vede l’unione della vena più heavy metal e quella più pagana, con le efficaci urla “A-Auriga” di Binelli che danno un (ottimo) pizzico di cattiveria in più alla composizione. Chiude Prologo Mundi, tra pioggia e melodie soft, la strumentale Outro, tre minuti di delicatezza e malinconia.

La copertina rappresenta il Giano bifronte, dio degli inizi nella religione romana, ed è il tema trattato nei testi (quasi sempre in italiano) del dischetto: le origini del mondo a partire dall’universo stesso. Un concept originale e particolare, distante da quasi tutto quello che viene cantato nella scena italiana: complimenti!

Piccoli Draugr crescono? Non esattamente, anche se sul web il paragone ricorre spesso. Pur prendendo spunto da alcune cose della band abruzzese, gli AurigA suonano in maniera diversa, più folk e meno complessi. In caso gli autori del capolavoro De Ferro Italico possono (e devono) essere d’ispirazione per il lavoro duro e la dedizione nel realizzare un disco, ma è un discorso che vale qualunque band, di qualsiasi genere musicale.

Gli AurigA si presentano al pubblico metal con un demo che difficilmente passerà inosservato, tanto è interessante e valido musicalmente. Con una registrazione decente sarebbe stato ancora meglio, ma considerando che sono a inizio carriera i ragazzi della Tuscia non possono che migliorare e perfezionare tutti gli aspetti della loro musica. Avanti così!

Alestorm – In The Navy

Alestorm – In The Navy

2013 – EP – Napalm Records

VOTO:  S.V. – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Christopher Bowes: voce, tastiera – Dani Evans: chitarra – Gareth Murdock: basso – Elliot Vernon: tastiera – Peter Alcorn: batteria

Tracklist: 1. In The Navy – 2. Shipwrecked
alestorm-in_the_navyTornano a farsi sentire gli Alestorm, e il mondo sembra un posto migliore dove vivere. Soprattutto quando lo fanno, come in questo caso, con una cover bizzarra, e quindi nel loro classico stile.

In The Navy è un vinile pubblicato dalla Napalm Records, buono per fare ulteriore pubblicità al dvd live degli scozzesi Live At The End Of The World in arrivo a novembre. Il 7” è limitato a 300 copie, 150 color blu e altrettante color oro.

Per chi non lo sapesse, In The Navy è un vecchio successo di quel capolavoro di gruppo trash che risponde al nome di Village People: degli ubriaconi scozzesi che giocano a fare i pirati che coverizzano una band simbolo della comunità gay è quanto di più kitch ci possa essere, e chiaramente il risultato è eccellente. Per questo brano è stato fatto anche un video, visibile a fondo recensione insieme a quello originale del 1978, che altro non è che un collage di scene backstage e on stage del loro ultimo tour in Australia e Nuova Zelanda. Musicalmente suona simile all’originale, con quelle rullate che fanno tanta allegria e le la classica pronuncia imperfetta e tipicamente scozzese di Bowes: esattamente quello che ci si aspetta da una cover da loro eseguita. Il lato B del vinile prevede un’esilarante versione remixata di Shipwrecked, in questo caso intitolata Shipwrecked (Drop Goblin Remix), canzone tratta dall’ultimo cd Back Through Time del 2009. Non so chi ha messo mano alla canzone, ma è un fottuto genio: effetti da videogiochi arcade, qualche schitarrata ignorante e in generale un remix grottesco trasforma la canzone nell’ideale colonna sonora di una festa tra amici metallari che finisce in baldoria e alcool a volontà. Purché questi amici non siano duri e puri, perché per loro il folk metal (e quel che gira attorno) è un sotto-sotto genere ridicolo, Branduardi con la chitarra elettrica, e non hanno possibilità di redenzione. Noi divertiamoci anche per loro, con gli Alestorm ad alto volume è più facile!