Sons Of Crom – Conqueror

Sons Of Crom – Conqueror

2014 – singolo – Debemur Morti Productions

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Iiro Sarkki: voce, batteria – Janne Posti: voce, chitarra, basso, tastiera

Tracklist: 1. Myrkrarfar – 2. Master Of Shadows

sons_of_crom-conquerorTempo di terminare l’ascolto del singolo Victory che i Sons Of Crom ne pubblicano uno nuovo: si tratta di Conqueror, due brani “anteprima” del full length Riddle Of Steel. Il lavoro – marchiato Debemur Morti Productions (Horne, Blut Aus Nord ecc.) – è disponibile unicamente in versione digitale e lo potete scaricare QUI.

Come per Victory ci troviamo dinanzi a classico e puro viking metal di stampo bathoriano: mid tempo, melodie di facile presa ed epicità sono gli ingredienti principali delle due composizioni. La prima traccia è Myrkrarfar, dall’incedere massiccio e arricchita da un lavoro di tastiera tanto semplice quanto efficace. Le linee vocali sono molto (troppo?) vicine a quelle tipiche di Quorthon, ma c’è da dire che si addicono alla perfezione con la musica; molto gradevole, infine, l’assolo di chitarra che porta il brano alla conclusione. Master Of Shadows è un pezzo frizzante che, seppur non spostandosi minimamente dal Bathory-style, presenta alcune piccole novità interessanti: compare brevemente la voce harsh, alcune atmosfere gelide (ma solo quelle) sono vicine al black metal e la sensazione che trasmette Master Of Shadows è che se vogliono i Sons Of Crom possono andare oltre il tipico viking.

Il sound del singolo è molto buono considerando i pochi mezzi a disposizione, mentre la copertina è molto evocativa ed è il dipinto “Pandæmonium” del 1825 dell’artista inglese John Martin.

Conqueror è la conferma della bontà artistica del duo svedese, oltre ad essere un bel biglietto da visita in attesa di Riddle Of Steel.

Skálmöld – Baldur

Skálmöld – Baldur

2010 – full-length – Tutl Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Björgvin Sigurðsson: voce, chitarra – Baldur Ragnarsson: chitarra – Þráinn Árni Baldvinsson: chitarra – Snæbjörn Ragnarsson: basso – Gunnar Ben: tastiera – Jón Geir Jóhannsson: batteria

Tracklist: 1. Heima – 2. Árás – 3. Sorg – 4. Upprisa – 5. För – 6. Draumur – 7. Kvaðning – 8. Hefnd – 9. Dauði – 10. Valhöll

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Gli Skálmöld si sono presentati al mondo con personalità e originalità: la foto promozionale che si trovava sul web portava a pensare a una band di heavy metal o qualcosa di moderno e vicino a tutte quelle cose che finiscono per “core”, distanti quindi dall’immagine ormai classica delle giovani bands folk/viking di presentarsi con spadoni, elmi, corni pieni di birra e altri cliché che tutti noi tanto amiamo, ma che sinceramente spesso sanno un po’ troppo di buffonata. Foto che quindi contrasta con l’album Baldur, cinquanta minuti colmi di tradizione viking e richiami al folk della loro terra natia, l’Islanda. Il tempo di un demo contenente solamente due pezzi che ecco la Tutl Records, etichetta faroese dall’occhio lungo, già label degli Heljareyga, side project del leader dei Týr Heri Joensen, li mette sotto contratto. La Napalm Records ha ristampato e distribuito il disco nell’estate 2011 con l’aggiunta della bonus track Kvaðning (edit), ovvero una versione della canzone tagliata in più punti e tre minuti più corta.

I tre minuti di Heima, opener del disco, sono da brividi alla schiena: quel che sembra essere una ninna nanna (con tanto di bambini piangenti e cigolio del pavimento in legno) si trasforma in un imponente coro maschile, elegante e maestoso. La seguente Árás può esser vista come la canzone manifesto degli Skálmöld in quanto contiene, nei sei minuti di durata, tutte le caratteristiche – e le qualità – che li hanno portati in poco tempo al “successo”: all’ottimo ritmo incalzante si contrappone un possente coro che ben si alterna al growl del singer Björgvin Sigurðsson, in un susseguirsi vincente di riff chitarristici e assoli di pregevole fattura. La successiva Sorg è introdotta da suoni acustici prima di esplodere in un pachidermico mid-tempo che vede nei cori l’elemento principale. Una bella botta di adrenalina arriva da Upprisa: ritmo feroce e vocals aggressive per quella che è la canzone maggiormente influenzata dalla scena nord europea anni ’90. Molto intenso lo stacco a metà canzone in cui la tastiera liturgica ricorda i migliori Windir e la marcetta di rullante, con l’aggiunta di voci a metà tra il cantato e il recitato, evocano immagini di rinascita dopo (l’apparente) morte invernale. Un gioiellino – il break – dalla durata di circa due minuti da ascoltare e assorbire per poi lasciarsi trasportare dalle emozioni. För è probabilmente il brano più debole di Baldur, interessante solamente nel chorus catchy e nello stacco “ignorante” – e molto metalcore – a circa metà del timing. Un’allegra melodia folk avvia gli oltre otto minuti di Kvaðning, inizialmente un mid-tempo quasi da festa pagana nonostante il growl del furioso cantante. Da segnalare la bella parte verso tre quarti di canzone con l’intreccio di chitarre alla Iron Maiden versione extreme metal. Hefnd è dotata di un buon tiro, ma risulta essere tra i pezzi meno ispirati di Baldur nonostante l’ottimo lavoro della tastiera in sottofondo e alcuni passaggi particolarmente gradevoli. Assolutamente da segnalare la presenza al microfono (anche nella seconda traccia) di Aðalbjörn Tryggvason, voce e chitarra dei bravissimi Sólstafir. Una melodia che ricorda i gloriosi Windir introduce Dauði, uno dei brani meglio riusciti del disco. La strofa trasuda epicità e “cresce” dopo il lungo assolo di chitarra, aumentando d’intensità a ogni ripetizione fino al termine del brano, dove la melodia windiriana torna come a chiudere il cerchio aperto pochi minuti prima. L’ultima composizione di Baldur è Vallhöl, canzone che ricorda da vicino i Týr per via delle melodie nordiche e l’utilizzo dei cori. I riff semplici sono un ottimo supporto alle linee vocali, mentre gli assoli di chitarra conducono nuovamente al coro iniziale, ora sorretto dalla sezione ritmica e dalle tre chitarre della line-up: un esaltante finale di canzone e album.

Note positive ce ne sono quindi più di una: al songwriting maturo e personale, nonostante la band si sia formata appena nel 2009, si aggiunge la produzione curata da Flex Árnason che risulta di buon livello. Dal punto di vista tecnico la sezione ritmica svolge un lavoro semplice e massiccio donando ai brani compattezza; di gusto le linee vocali e il growl di Sigurðsson, mentre sono davvero eccellenti gli assoli delle chitarre: Baldur Ragnarsson e þráinn Árni Baldvinsson sciorinano note su note dal sapore classicheggiante con buona tecnica e soprattutto non risultando in alcun brano “di troppo”.

Bravi gli Skálmöld nel non aver paura di intraprendere fin dal primo disco una via personale e, come per gli assoli di chitarra, esplorare territori poco conosciuti nel mondo del viking metal. Baldur è un gran bell’album!

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Thuedho – Wargus Sit!

Theudho – Wargus Sit!

2014 – singolo – autoprodotto

VOTO: S.V. – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Jurgen: voce, chitarra – Dieter: chitarra solista – Frederik: basso – Hammerman: batteria

Tracklist: 1. Police Informer – 2. The Lie, You Die

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Uscita particolare questa di Wargus Sit!, nuovo singolo targato Theudho. Fondamentalmente si tratta di un regalo (limitatissimo, solamente 20 copie stampate) da parte della band ai propri fans in occasione della presentazione del nuovo batterista Hammerman.

Il dischetto è composto solamente da due (brevi) cover punk, per la precisione Police Informer degli The Exploited e They Lie, You Die dei Discharge. Le canzoni sono state scelte dopo aver deciso di non voler incidere delle nuove, ma prevedibili, cover di stampo viking/black metal. I Theudho, infatti, hanno partecipato a diversi tribute album (Bathory, Celtic Frost, Summoning, Burzum e Falkenbach), da qui la decisione di suonare dei brani lontani musicalmente dalle sonorità tipiche della band, ma che sono comunque dei classici nel loro genere.

I sei minuti complessivi delle due canzoni passano velocemente: la produzione è massiccia e pulita, le chitarre sono molto potenti e aggressive, ma soprattutto è comprensibile la gioia della band nel presentare Hammerman, una vera forza della natura dietro al drumkit: basta ascoltare come maltratta la batteria in They Lie, You Die per capirne il motivo. L’artwork è molto carino e in linea con la musica di Wargus Sit!, con scritte cancellate, macchie varie, l’annuncio – solo per donne – della possibilità di divertirsi con il bassista Frederik e un significativo “fuck Cradle Of Filth!!!”, tutto molto punk.

Chiaramente Wargus Sit! è un lavoro da prendere con leggerezza, uno sfogo divertente ma comunque ben fatto. Un bel passatempo in attesa del prossimo full length.

Eldertale – Land Of Old

Eldertale – Land Of Old

2014 – EP – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Kirya Shapovalenko: voce, chitarra – Eugene Belozertsev: chitarra, balalaika – Eugene Kozakov: basso – Alexander Desyatnichenko: batteria – Josh O.Berg: tastiera

Tracklist: 1. Exile – 2. Land Of Old – 3. Time Of Ancient

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Gli Eldertale sono un gruppo ucraino che arriva al debutto con l’EP Land Of Old, lavoro reso disponibile gratuitamente tramite il proprio Soundcloud e inserito nell’articolo di Mister Folk Free Download parte V.

Il quintetto di Kiev si forma nel 2005, ma deve attendere il 2014 per pubblicare il primo lavoro in carriera, a causa soprattutto dei problemi interni che li ha portati allo scioglimento per ben due volte. Da un paio di anni la line-up è stabile e gli Eldertale sono riusciti a lavorare con serenità al proprio materiale.

Exile apre in maniera decisa l’EP: riff aggressivi e melodie di chitarra si uniscono bene sotto lo stesso brano, con l’ottimo cantato di Kirya Shapovalenko che si rivela perfetto per le sonorità del gruppo. La lunga title track viene introdotta da oltre tre minuti e mezzo di atmosferici arpeggi di chitarra prima di esplodere nell’extreme folk metal di stampo “moderno” che caratterizza gli Eldertale. I nomi che vengono alla mente sono quelli di Ensiferum e Wintersun dell’omonimo debutto del 2004, ma non sarebbe giusto limitare il combo ucraino a questi due nomi, in quanto il sound della band denota anche una personalità marcata anche se ancora da sviluppare completamente. Il lavoro “di fondo”, fatto di tastiere, melodie a basso volume e voci che sorreggono quella principale, mostra la maturità dei musicisti, già pronti al grande passo e quindi alla realizzazione del primo full length. Terzo e ultimo brano in scaletta, Time Of Ancient prosegue quanto ascoltato in precedenza, con una dose maggiore di melodia e una strofa mid tempo di buon impatto. Molto carine le due parti strumentali: nella prima rimangono da soli pianoforte-basso e batteria in attesa del ritorno della chitarra, la seconda a favore di una parte narrata.

Il suono è professionale, la produzione di qualità con tutti gli strumenti bilanciati e i suoni potenti e nitidi. Il risultato finale è più vicino a un disco di una band già affermata con tanto di label alle spalle piuttosto che un autoprodotto di un gruppo di recente formazione.

L’EP degli Eldertale non ha nulla da invidiare a quelli prodotti dalle case discografiche sia per qualità audio che per bontà musicale. Con Land Of Old non avranno problemi ad attirare l’attenzione di qualche etichetta e arrivare in breve termine al meritato full length di debutto.

Intervista: Atlas Pain

Un anno e mezzo di vita e un demo di appena due brani, eppure il nome dei giovani Atlas Pain circola tra i cultori dell’underground già da un po’. Effettivamente il demo Atlas Pain è, nella sua brevità, un buon biglietto da visita. Spazio quindi alla band, in attesa del nuovo lavoro che non tarderà ad arrivare.

AtlasPainRaccontate ai lettori di Mister Folk come vi siete incontrati e della nascita della band.

Ciao a tutti! Cominciamo innanzitutto con il ringraziarti per lo spazio concesso! Dunque: gli Atlas Pain nascono nel maggio del 2013 da una mia idea (Samuele). In quel momento ero davvero all’apice dei miei ascolti folk/pagan metal e la voglia di creare un progetto del tutto nuovo stava crescendo sempre di più. Da lì a poco ho iniziato a guardarmi intorno per trovare nuovi musicisti per far partire il tutto. Il primo fra tutti ad avermi contattato è stato Federico (basso). Devo ammettere che la sua è stata una scelta coraggiosa (almeno secondo il mio parere), più che altro perché lui arriva da un mondo musicale completamente diverso, incentrato molto di più sulla sperimentazione, sul jazz e sul fusion (gruppi come Gong e affini). In seguito ho conosciuto Luca (chitarra) in un incontro piuttosto particolare e divertente, magari ci sarà spazio dopo per raccontarti la vicenda! Ed infine è arrivato Marco (batteria), già mio compagno di scuola all’epoca: diciamo che è stato facile contattarlo e organizzarci al meglio! Abbiamo poi successivamente provato dei cantanti ma per quanto fossero bravi e competenti non avevano proprio il sound che cercavamo, così semplicemente ho provato a mettermi in gioco, iniziando a studiare tecniche di canto estremo. Da qui in avanti il gruppo è rimasto lo stesso.

Cosa “si nasconde” dietro al nome Atlas Pain?

Bella domanda! Il nome rappresenta il dolore di Atlante, titano appartenente alla mitologia greca, punito da Zeus e condannato a portare sulle spalle la volta celeste per l’eternità. Ciò si ricollega ai nostri testi. Infatti noi cerchiamo di trattare la mitologia in senso lato, trasformando epiche vicende appartenenti all’antichità in storie dal, oso dire, tocco sì epico ma anche fiabesco. Ora come ora i brani da noi composti arrivano più che dalla mitologia greca dal mondo irlandese e britannico. Molti dei nostri testi infatti sono tratti dal Mabinogion, raccolta di racconti mitologici gallesi, mentre altri appartengono più alla sfera celtica/irlandese. Ma l’idea di narrare storie e fiabe del mondo permane, vedremo in futuro cosa succederà!

Vi definite “epic symphonic mega fuckin’ folk metal”: come mai non vi è venuta in mente un’etichetta più lunga e difficile??? 🙂

Ah ah ah! Hai ragione! Ma l’idea di base è piuttosto semplice. È vero che noi suoniamo musica estrema ma, sto per dire una blasfemia, mi sono anche reso conto di quanto questo genere sia a volte colmo di negatività e troppa serietà. È divertente recitare e atteggiarsi da brutali vichinghi (d’altronde, per chi ha avuto modo di vederci sul palco, noi stessi lo facciamo!) ma è anche vero che niente ci vieta di raccontare storie come se fossimo appunto dei menestrelli, lasciando intravedere anche la nostra idiozia e stupidità! Il punto chiave è divertirsi e far divertire, e quale è il modo migliore per descriverlo se non con un’etichetta assolutamente ironica?

Nella biografia parlate di “coincidenze assurde e divertentissime” grazie alle quali avete incontrato il chitarrista Luca Ferrari. Quali sono???

È avvenuto proprio nel maggio 2013, in occasione del Worst Fest a Milano. Suonavano Stormlord, Vinterblot, Grailknight, Furor Gallico, Ulvedharr e altre band. Il bill era davvero promettente, ma ci sono stati parecchi problemi durante i soundcheck delle band. I concerti sono finiti alle cinque del mattino e Luca l’ho proprio conosciuto sulla strada del ritorno: mezzi pubblici non ce ne erano e casa nostra distava parecchi chilometri dal luogo del concerto. Ci siamo praticamente fatti una passeggiata lunga circa tre ore, tutto il tempo per conoscerci al meglio! Tornare a casa all’alba, dopo circa nove ore di concerto al chiuso e incontrare un futuro membro degli Atlas Pain con ancora Mare Nostrum degli Stormlord nelle orecchie è stata un’esperienza impagabile.

Avete pubblicato un demo di solamente due brani, come mai questa scelta?

Direi che più che una scelta fosse un’esigenza. Materiale pronto ne abbiamo davvero tanto, ma vogliamo anche fare le cose con calma, prendendoci i giusti tempi. Questi due brani molto probabilmente sono quelli più rappresentativi del gruppo. Li abbiamo registrati in un home studio (questo giustifica anche la bassa qualità delle registrazioni) e proprio per questo non volevamo bruciare le nostre carte ora. Ciò forse giustifica in parte la release di solo due brani. In ogni caso abbiamo le idee piuttosto chiare per le future uscite, ma te ne parlo meglio dopo 😉

Due canzoni e due stili musicali/vocali diversi: quali sono i veri Atlas Pain?

Urca! Non credo esistano dei “veri” Atlas Pain. Quelle sono solo due canzoni ma posso garantirti che in ogni nostro brano c’è sempre qualcosa di diverso all’interno. Nel caso di Once Upon A Time e Annwn’s Gate la differenza la si può trovare sia nelle ritmiche (la seconda più regolare mentre la prima è molto più rapida e tagliente) così come nel cantato: preferisco alternare growl e scream in base anche al tipo di sensazioni che il brano vuole trasmettere. In ogni caso se ti devo trovare un filo comune a tutte le nostre composizioni punterei senza dubbio sulla melodia: le nostre canzoni sono molto melodiche e facilmente orecchiabili ed è raro che nascano brani nuovi senza questa caratteristica.

Nel vostro sound si sente l’influenza dei Wintersun, ma anche una certa dose di personalità. Come nascono le vostre canzoni e da chi e cosa vi sentite ispirati?

Dal punto di vista compositivo io mi occupo della stesura del brano, sia melodie che testo. Poi una volta finito lo si arrangia al meglio in sala prove, dove ognuno poi è libero di interpretare la propria linea strumentale come meglio crede. Per quanto invece riguarda le ispirazioni, beh, sono davvero tante, troppe! Ovviamente prendiamo spunto dalla maggior parte delle band appartenenti al filone pagan/folk, ti posso citare Equilibrium, Ensiferum, Wintersun come tu dici, Turisas ma anche Amon Amarth, Suidakra, Vintersorg e Stormlord. Invece parlando di melodie e stile compositivo devo mettere al primo posto le soundtrack. Sono sempre stato un amante delle colonne sonore e credo che l’unire l’epicità di certi temi alla John Williams o alla Hans Zimmer con la furia di determinate ritmiche di metal estremo sia davvero affascinante!

© Gianni Pezzotta

© Gianni Pezzotta

Il demo è al momento in versione digitale. Farete anche il cd vero e proprio?

Escludo quasi totalmente l’idea di rilasciare il demo in formato fisico cosicché la gente lo possa comprare: ora come ora è in free download sul nostro sito ufficiale. L’unica idea che ci è venuta per adesso riguardo la sua distribuzione è la masterizzazione in via molto amatoriale su cd (probabilmente con un terzo brano in aggiunta) che porteremo ai nostri live e distribuiremo in maniera del tutto gratuita, giusto per soddisfare coloro che vogliono qualcosa fra le mani, per quanto amatoriale possa essere.

Cosa pensate del metal “virtuale”? Facebook, dischi in mp3 ecc.?

Siamo nel pieno dell’epoca tecnologica e mediatica e credo che i mezzi che abbiamo a disposizione (mi riferisco a social network, download e streaming) siano una risorsa di grande importanza, ormai quasi fondamentale per la visibilità di una band. È giusto secondo noi sfruttarle al meglio.

State lavorando al successore del demo? Se sì, cosa dobbiamo aspettarci?

Sì, il successore del demo è in cantiere già da tempo ma, come ho detto in precedenza, vogliamo prenderci i giusti tempi e rilasciare qualcosa che sia subito d’impatto, ben studiato e assolutamente professionale. Alcuni brani nuovi sono già stati scritti al cento per cento, altri sono in via di completamento. In ogni caso rifletteremo bene su cosa scartare e cosa scegliere per le future release. Riguardo alla musica saranno canzoni in perfetto stile Atlas Pain: epiche, melodiche, a volte sentimentali e a volte taglienti e veloci. Stiamo cercando insomma di capire su cosa puntare a livello compositivo, provando a fare emergere quello che effettivamente vogliamo che la gente percepisca dai nostri brani.

Quali sono i cinque album che vi portereste in un’isola solitaria?

Siccome siamo quattro ragazzi con quattro gusti musicali profondamente diversi, abbiamo pensato di sceglierne cinque a testa. Speriamo non sia un problema…

Samuele: Equilibrium – Sagas, John McCutcheon – John McCutcheon’s Four Season: Autumnsong, Aly Bain & Jerry Douglas – Transatlantic Session, Turisas – Stand Up And Fight e Finntroll – Nattfödd.

Federico: Caravan – Live at the BBC 1968-1975, National Health – Of Queuesand Cures, Gong – Angels Egg, Frank Zappa – The Grand Wazoo e Charles Mingus – Mingus Mingus Mingus Mingus Mingus .

Luca: While Heaven Wept – Vast Oceans Lacrimoses, Guccini – Ritratti, Stormlord – Mare Nostrum, Windir – Arntor e Wintersun – Time I

Marco: Rush – Moving Pictures, Alice In Chains – Jar Of Flies, Megadeth – Rust In Peace, Opeth – Blackwater Park (idea condivisa anche da Luca) e Dream Theater – Images And Words.

Cosa riserverà il 2015 agli Atlas Pain?

Tante sorprese e tante novità. Iniziamo con il dire che entreremo a breve in studio per la registrazione del nostro primo EP ufficiale. È ancora presto per dire quando e come uscirà, ma siamo abbastanza ottimisti sui tempi. Inoltre ci aspetterà una stagione live davvero con i controcazzi, con numerose date in cantiere e una probabile svolta dal punto di vista manageriale della band stessa: non possiamo per ora rivelare troppi dettagli .

Vi ringrazio per le risposte, avete lo spazio per concludere l’intervista!

Ancora una volta ti ringraziamo per le tue domande! Ringraziamo inoltre tutte le persone che ci hanno supportato finora, sia fra i fan sia fra le band stesse, con le quali abbiamo più volte condiviso il palco: mi raccomando, continuate così! Ci si vede presto!

Vanir – Særimners Kød

Vanir – Særimners Kød

2011 – full-length – Mighty Music

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Andreas Bigom: voce, tastiera – Phillip Kaaber: chitarra – Sara Oddershede: cornamusa, flauto – Sabrina Glud: violin – Lars Bundvad: basso – Martin Håkan: batteria

Tracklist: 1. Af Brages æt – 2. Gildet – 3. Elverkongens Brud – 4. Særimners Kød – 5. Rejsen Til Udgårdsloke – 6. Suttungs Mjød – 7. Lokes Listighed – 8. Niddings Dom – 9. Holmgang – 10. Togtet – 11. Langt Over Havet

vanir-saerimners_kodLe copertine, spesso, dicono tutto quel che c’è da sapere del disco che rappresentano. Quella di Særimners Kød, prima opera dei danesi Vanir, lo fa in maniera chiara: un burbero, muscoloso e rozzo vichingo intento a bere birra mentre mangia un maiale arrosto, classica rappresentazione dell’immaginario di chi non ha mai letto un libro di F. Donald Logan, Gwin Jones, Johannes Brǿndsted o Rudolf Pörtner.

Quel che si può ascoltare durante i quasi trentasei minuti di Særimners Kød è un extreme folk metal piuttosto allegro e di facile presa, infarcito di strumenti tradizionali che spesso ricoprono un ruolo di primaria importanza, con la particolarità di avere dei ritornelli che senza dover necessariamente ricorrere al trucchetto della voce pulita, risultano particolarmente incisivi.

Dopo un breve gironzolare senza contratto discografico, i Vanir riescono a pubblicare ufficialmente Særimners Kød grazie alla danese Mighty Music. La band di Roskilde, dopo un solo demo (anno 2010) realizza un full length sì “semplice”, ma anche incredibilmente efficace e godereccio, dal songwriting di qualità e che mantiene la propria freschezza a distanza di tempo e dopo ripetuti ascolti. Ovviamente non tutto è perfetto, ci sono dei dettagli che andrebbero rivisti, delle piccole cose che in alcuni punti minano la linearità della proposta, ma nel complesso, tanto più considerando la poca esperienza del gruppo, non pesano nell’economia del platter.

Af Braget Æt conferma che il vichingo della copertina è piuttosto propenso ai piaceri della tavola: cibo, brindisi e urla di uomini mezzi ubriachi sono la giusta introduzione per Gildet, brano ritmato e goliardico, con la fisarmonica a dettare melodie e un’attitudine positiva. La successiva Elverkongens Brud non si discosta molto dalla traccia precedente, se non per una voce più growl e maligna, mentre la musica continua a seguire le coordinate, ormai classiche, dettate anni fa dai Korpiklaani. La title track si presenta più cadenzata e con le cornamuse in primo piano; il vocione profondo di Andreas Bigom appare un pochino forzato nel contesto, pur incastrandosi bene nelle ritmiche della chitarra di Phillip Kaaber (sempre un “contorno” e mai strumento principale). La canzone è tirata un po’ troppo per le lunghe, una ripetizione in meno del bridge-chorus (molto belli, la parte migliore della traccia) avrebbe probabilmente reso l’ascolto più piacevole. Di nuovo velocità con Rejsen Til Udgårdsloke, ritmiche folk e voce aggressiva sono gli ingredienti della composizione. Dopo la rabbia delle precedenti canzoni, torna la spensieratezza con Suttungs Mjød, tra flauti, violini e atmosfere maggiormente ariose; le melodie risultano essere molto piacevoli e i “lalalalala” del coro sono sempre efficaci in questo genere musicale. Lokes Listighed è un up-tempo dal ritornello vincente e dalla strofa dove è facile immaginare il famoso vichingo ormai ubriaco battere a tempo di musica i pugni sulle tavole appiccicose di birra e avanzi di carne. Dopo l’intermezzo Niddings Dom a base di cornamusa e tamburo, è il turno di Holmgang, uno dei brani migliori di Særimners Kød: Sara Oddershede è, con la sua cornamusa, la protagonista del pezzo, tra riff incisivi e i cambi di tempo del batterista Martin Håkan. Penultimo brano del debutto targato Vanir è Togtet, danzereccia canzone da ballare barcollanti e con i piedi pesanti da troll, urlando frasi senza senso nel momento in cui rimangono solo la voce e la batteria, per poi ripartire più scoordinati e sudati che mai appena gli strumenti elettrici riprendono vita. In chiusura troviamo Langt Over Havet, brano lento e malinconico, in grado di riportare alla mente i loro conterranei Svartsot. Dopo tanta (positiva) confusione, un po’ di tranquillità ci vuole; probabilmente lo stesso pensiero del vichingo che, dopo aver riempito la pancia di maiale e, soprattutto, tanta birra, aver urlato e fatto confusione tra il ritmo della musica e le gesta impacciate dei suoi compagni di serata, varca la porta per tornare alla propria abitazione, tra un passo insicuro e il successivo, pensando unicamente al giaciglio che lo aspetta.

Il primo disco dei Vanir si rivela quindi un lavoro gustoso e invitante per tutti gli appassionati di folk metal che non disprezzano le atmosfere goliardiche e le growl vocals su strumenti come violino e cornamusa.

La produzione, non perfetta, ma che permette tranquillamente di godere delle gesta dei musicisti, aiuta le canzoni dallo spirito più alcoolico proprio grazie a quella minima, ma perenne e assai stuzzicante, “sporcizia” di fondo.

I Vanir iniziano la loro avventura nella maniera giusta. Le undici canzoni che compongono il disco sono una meglio dell’altra: non possiamo far altro che ascoltare e ballare sulle note di Særimners Kød.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.