Intervista: Nemeton Records

Intervista a Matteo Casciani, boss della giovane ma intraprendente Nemeton Records, label italo/irlandese che ha in roster alcune tra le migliori realtà tricolori della scena folk metal. Un’interessante chiacchierata ricca di informazioni e novità tutta da leggere!!!

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Come è nata la Nemeton Records?

Ho lavorato come ufficio stampa per la Moonlight Records di Parma per un annetto, all’inizio mi occupavo soltanto di stoner/doom. Nel dicembre 2012 sono entrati anche alcuni gruppi folk tipo Artaius, Vallorch, Diabula Rasa e Ulvedharr. Mi sono appassionato al genere e lavorare con i gruppi era abbastanza semplice. A maggio 2013 uno dei soci Moonlight decise di uscire dall’etichetta e voleva fondarne una tutta sua, mi chiese un aiuto e ho lavorato per un quattro mesi al progetto. Alla fine per motivi personali lui si é tirato indietro ed ho preso il controllo di tutta l’operazione ed ho deciso di fare un’etichetta dedicata soltanto al folk metal e i suoi sottogeneri.

Nel roster di Nemeton Records ci sono, tra gli altri, i gruppi precedentemente sotto contratto con la Moonlight. Vuol dire che l’etichetta di Parma non esiste più?

Il roster era stato diviso dai proprietari, al momento dalle informazioni in mio possesso la Moonlight è in hiatus. Io ho preso accordi con i gruppi fuoriusciti dalla Moonlight e li ho raccolti sotto Nemeton. Avevamo lavorato bene insieme e si è creata una certa fiducia. Tengo a precisare che gruppi come Kalevala hms e Diabula Rasa collaborano soltanto con Nemeton.

Il nuovo disco dei Kalevala hms esce però per Self…

I Kalevala sono indipendenti dalla Nemeton ma collaborano sui live ed alcune promozioni.

Al momento nel roster ci sono unicamente gruppi italiani, una scelta precisa quella di puntare sulle formazioni tricolori?

Al momento ho deciso di partire con una scena che conosco abbastanza bene, quindi lavorare in Italia sembra essere la scelta logica. Ho contatti anche con gruppi internazionali, ma prima di aggiungere gruppi internazionali vorrei creare una base solida sulla scena Italiana.

Ho letto con grande piacere l’accordo con gli Atavicus. Si può dire che sia un vero colpo visto il passato dei musicisti e il seguito che hanno pur non avendo, al momento, pubblicato cd. È così?

L’accordo con gli Atavicus nasce dal lavoro di Ark, il cantante degli Ulvedharr, che mi ha passato i primi demo della nuova formazione. Io ne sono rimasto molto colpito e vedendo lui così convinto mi sono lasciato coinvolgere. Devo dire che logicamente per loro gioca molto a favore la notorietà ottenuta con la vecchia formazione. Credo che comunque conquisteranno nuovo pubblico con la loro prima uscita.

Nel roster figurano molte band con un demo o un EP all’attivo: tutte queste pubblicheranno un full length entro l’anno?

Non credo, altrimenti si rischia una saturazione della scena e si rischia di far uscire prodotti mediocri viste le ristrettezze di budget. Stiamo lavorando con alcune formazioni per il loro primo album o il secondo. Al momento molti dei gruppi in roster hanno contratti di management. Una cosa che mi ha insegnato lavorare con Moonlight é che a volte é meglio fare un periodo di prova con una band al fine di capire se si riesce a lavorare bene insieme sul piano professionale e umano. Inoltre é sempre meglio capire il progetto dall’inizio.

Visto che siamo in tema, quali saranno le prossime uscite targate Nemeton Records?

Al momento al 100% posso confermarti gli Ulvedharr ed Atavicus. Diciamo che a giugno avrò un piano più completo sulle releases 2014.

Cosa cerchi in un gruppo folk metal? Cosa deve avere per attirare l’attenzione dell’etichetta?

Mi piacciono molto i lavori in italiano o lavori che includano leggende e racconti delle regioni/località da dove provengono i gruppi. Inoltre le registrazioni e la presentazione del gruppo giocano a vantaggio di un possibile contratto. Ricevo circa 50/60 e-mail a settimana da gruppi di tutto il mondo e purtroppo l’80% si presentano veramente male con pessime registrazioni. A volte gioca anche la referenza di addetti ai lavori o altri gruppi.

Potendo scegliere 2-3 gruppi di tutto il mondo, anche del passato, con chi ti piacerebbe lavorare?

Visto che li conosco i primi sono i Celtachor, per me una grande promessa della scena irlandese. Degli italiani mi piacerebbe molto lavorare con i Furor Gallico.

Sei soddisfatto del lavoro fatto fino ad oggi? Parer mio, il nome della Nemeton Records circola in maniera massiccia nell’underground della scena folk/viking metal e le aspettative per le uscite sono decisamente alte.

Sono molto felice degli ultimi sei mesi di lavoro anche se vorrei fare molto di più, specialmente in ambito live al momento in Europa é molto dura. Mi piacerebbe molto far girare i gruppi il più possibile, ma a volte e molto difficile specialmente perché ultimamente i locali, tranne alcune eccezioni, non pagano molto. Il pay to play sta rovinando sempre di più molti festivals, come etichetta a volte ricevo proposte scandalose per delle slots nei grandi festivals. Senza contare che quando arriva in Italia un gruppo straniero molti opener devono pagare e purtroppo capita che il gruppo meno valido sia sul palco solo perché ha una maggiore disponibilità. Comunque sono contento che il nome sta circolando e sopratutto la gente ascolta i gruppi in roster. Come anteprima posso dirti che a fine mese avremo una compilation di brani dei gruppi in roster con una bellissima copertina disegnata dalla batterista dei Celtachor.

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Con me sfondi una porta aperta, ho sempre criticato il pay to play e in passato ho rifiutato un tour in Inghilterra con i Dismember per questo motivo. Però ci sono anche le etichette che chiedono un contributo – chiamiamolo così – per pubblicare i dischi dei gruppi. Qual è la posizione e la politica di Nemeton Records su questo?

Al momento non chiedo contributi per pubblicare un disco nuovo, mi faccio carico delle spese di duplicazione e promozione. Se intendi quelle etichette che chiedono tipo 5000 euro per fare un disco io non ragiono in quel modo. Al momento il metodo di lavoro per le etichette sta cambiando, non esistono più le ricche advance date a gruppi emergenti, a meno che non dimostrino di avere un prodotto perfetto.

La cosa ti fa onore, soprattutto al giorno d’oggi!

Diciamo che ho visto alcune cose che non mi sono piaciute in passato. Preferisco fare una partnership con i gruppi dove io metto la metà e loro fan altrettanto. Entrambi abbiamo alla fine un buon prodotto e possibilmente una fonte di guadagno.

Bene Matteo, siamo alla fine dell’intervista. A te lo spazio.

Vorrei ringraziare Mister Folk per la disponibilità e tutti i gruppi Nemeton per la costante fiducia dimostrata negli ultimi mesi.

Glittertind – Djevelsvart

Glittertind – Djevelsvart

2013 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Torbjørn Sandvik: voce, chitarra – Geirmund Simonsen: fisarmonica, samples, cori – Stefan Theofilakis: flauto – Olav Aasbø: chitarra solista – Bjørn Nordstoga Eide: basso – Geir Holm: batteria

Tracklist: 1. Inngang – 2. Djevelsvart – 3. Sundriven – 4. Sprekk For Sol – 5. Kvilelaus – 6. Trollbunden – 7. Nymåne – 8. Tåketanker – 9. Stjerneslør – 10. Utgang

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I norvegesi Glittertind sono sempre stati un gruppo a sé, non seguendo i trend del momento o forzando le uscite discografiche. Un progetto che, fin dall’anno di fondazione come one man band, il 2001, è andato avanti con personalità, facendo di testa propria senza la minima paura di cambiare. Il debutto Evige Asatro (2003) è uno strano mix di folk e punk rock piuttosto adolescenziale, completamente differente dal secondo full length, arrivato solamente nel 2009, il gustoso Landkjenning, lavoro puramente folk metal con testi e musiche a riprendere la storia e la tradizione norvegese. Ma, come detto, Torbjørn Sandvik non ama ripetersi e, dopo quattro anni d’inferno, passati vicino alla propria fidanzata malata di cancro e senza dimenticare la violenza che ha scosso la sua terra e l’intera Europa, ovvero la strage del 22 luglio 2011, è arrivato a riflessioni intime e forse senza risposta. In questo periodo Torbjørn ha compiuto un percorso, per arrivare, infine, alla domanda “Who am I?”.

La risposta, che non è una risposta, è in queste dieci tracce, le più cupe e pesanti (psicologicamente) dei Glittertind, dove malinconia e sonorità ricercate la fanno da padrone sul folk metal e ritmi più tradizionali. Di pari passo, insieme ai testi, anche la musica è cambiata radicalmente: atmosfere soffuse e pianoforte hanno preso il posto di violini e motivi popolari, creando un tutt’uno lirica/musica di grande effetto, pur essendo di non semplice ascolto. Un cambiamento che si può notare anche dalle foto promozionali, ben diverse da quando erano ben in vista corone e drakkar.

Le prime ripetizioni, difatti, spiazzano completamente l’ascoltatore, abituato a differenti sonorità: ritmi rock, atmosfere che non stonerebbero come colonna sonora di un film drammatico, voce sofferta e coinvolgente non sono gli ingredienti che ci si aspetterebbe da una folk metal band. I Glittertind hanno deciso di mettere gli strumenti popolari a disposizione della musica e non, come purtroppo sempre più spesso avviene, il contrario.

Dopo questa breve, ma doverosa, introduzione, si può iniziare a parlare di Djevelsvart, terzo full length e primo per la norvegese Indie Recordings. Come detto, i fasti del folk metal quasi non ci sono più, come si può ascoltare fin dalla prima vera traccia Djevelsvart: una sorta di rock robusto e al contempo melodico, infarcito di qualche growl verso la fine della canzone e belle melodie sicuramente non etichettabili come folk. La composizione, al di là del genere di riferimento, è bella, ed è l’unica cosa che realmente conta. Si prosegue con Sundriven, pezzo orchestrale che rimanda a Landkjenning  per oscurità ed atmosfere, dal basso imponente e le leggiadre linee vocali di Torbjørn Sandvik a svettare sul resto. Massiccia e seventies è Sprekk For Sol, più dinamica e forse coinvolgente rispetto alle precedenti tracce. Kvilelaus è una composizione soft e delicata, sorretta da un arpeggio dolce come le linee vocali del singer, vero protagonista dell’album. Da questa canzone di appena tre minuti e mezzo di durata si può capire la completa trasformazione dei Glittertind e del leader Torbjørn Sandvik:  qui ci sono grazia e maturità artistica. Si ritorna al rock-folk con Trollbunden, pezzo che durante la strofa può ricordare, udite udite, i  Queens Of The Stone Age: brano a sé che si distingue dal resto del platter, ma comunque convincente. Totalmente differente il seguente Nymåne, cantato quasi unicamente nella prima metà, quella più melodica, mentre il resto è un drammatico insieme di nubi cariche di pioggia che minacciano un violento temporale, mentre il pianoforte finale rasserena l’aria come un raggio di sole riesce a dare speranza nell’oscurità. Tåketanker è un altro brano dal taglio hard rock ’70, ma sempre potente e moderno nel sound. Un bel contrasto con l’ultima vera canzone di Djevelsvart, la straziante Stjerneslør: malinconica e soft nella prima parte, coinvolgente (o travolgente?) e ritmata nella seconda, che si conclude con un lungo fade out dove rimangono in evidenza la batteria e il basso sempre pulsante, con i cori e la tastiera a chiudere un cd difficile e triste, con l’outro Utgang a spegnere l’ultima fiammella di candela rimasta ancora accesa.

Djevelsvart è un album bello quanto non semplice da ascoltare e comprendere, facile quindi abbandonarlo in un angolo dopo un paio di ascolti distratti. Sicuramente non è un cd adatto a chi cerca ad ogni costo melodie da ballare o ritmi sfrenati, mentre chi sa andare oltre il “classico” folk metal non potrà che goderne gli effetti. Malinconici ma positivi nonostante le difficoltà, i Glittertind ci danno la possibilità di maturare come ascoltatori, sta a noi volerlo o meno.

Kampfar – Djevelmakt

Kampfar – Djevelmakt

2014 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Dolk: voce – Ole Hartvigsen: chitarra – Jon Bakker: basso – Ask: batteria

Tracklist: 1. Mylder – 2. Kujon – 3. Blod, Eder og Galle – 4. Swarm Norvegicus – 5. Fortapelse – 6. De Dødes Fane – 7. Svarte Sjelers Salme – 8. Our Hounds, Our Legion

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Le gambe appesantite dal fango, alto fino alle caviglie, l’odore di erba bagnata e terrore nell’aria, un rumore inesistente di passi che entra nel cervello fino a farlo impazzire. Bloccato e braccato, con i tronchi degli alberi che fanno da scudo verso l’ignoto ma che rinforzano il senso di paura e angoscia, consapevole che il demone che muove i musicisti norvegesi sotto al nome Kampfar mi raggiungerà e non avrà pietà di me.

Così è ogni volta che esce un nuovo lavoro della band capitanata da Dolk: l’odore della terra umida e del sottobosco più intimo si fa largo nelle mie narici, la consapevolezza che dinanzi alla smisurata potenza della Natura siamo nulli e impotenti. E poi quell’iniziale urlo straziante, feroce, inimitabile per quanto ci si sforzi per genuinità e cuore:

Helvete! I forbannede!
Helvete! I som er beredt
Helvete! Djevelen og hans engler
Helvete!
En manifestering av hat
i et fravær av lys

L’opener Mylder vale da sola l’acquisto del sesto full length (il primo su Indie Recordings) dei Kampfar: gli oltre sei minuti e mezzo di durata volano via con la stessa rapidità con cui i riff di chitarra (e il potente drumming di Ask) cambiano volto più volte alla canzone. Le atmosfere sono quelle “classiche” alle quali ci hanno abituato i quattro norvegesi, ma non mancano piccoli particolari, dettagli che permettono al sound di suonare “classico” ma al contempo evoluto. Il songwriting è, difatti, quello che da anni caratterizza il combo norvegese, ma il recente cambio di line up, con il nuovo chitarrista Ole Hartvigsen che ha sostituito lo storico Thomas Andreassen (in verità uscito dalla band da qualche anno), ha dato al gruppo nuova linfa vitale. Un cambio di formazione passato inosservato, ma che ha portato in dote ai Kampfar un musicista esperto e di qualità, come testimonia anche il disco Attende che Hartvigsen ha inciso, come bassista, con i Mistur, una formazione decisamente – e ingiustamente – sottovalutata. La seconda traccia Kujon ha un bel groove, meno soffocante rispetto all’opener ma non per questo meno feroce. Si tratta di un’aggressività diversa, più “elaborata”, con arpeggi semi-puliti, accordi aperti e riff melmosi come solo i Kampfar sanno fare. Dopo una breve introduzione gotica alla The Vision Bleak fa il suo ingresso l’affilta Blod, Eder og Galle, up tempo dai riff brutali sui quali Dolk costruisce una litania maledetta da far venire i brividi. Piccoli – azzeccatissimi – inserti di tastiera rendono ancora più monumentale la canzone che, sicuramente, in sede live non farà prigionieri. Swarm Norvegicus è maggiormente atmosferica, con le trame di chitarra in primo piano e le strazianti urla di Dolk, un frontman di razza superiore, a dilaniare la carne dell’ascoltatore. Note di pianoforte portano a Fortapelse, composizione che alterna momenti di oscura violenza ad altri maggiormente aperti e adatti all’headbanging. L’ascolto di Djevelmakt prosegue senza un attimo di tregua: è il momento di De Dødes Fane, killer song la quale, all’interno dei suoi cinque minuti di durata, riassume tutte le caratteristiche e gli umori musicali dei Kampfar targati 2014. Svarte Sjelers Salme è caratterizzata da una melodia sinistra sulla quale Dolk gioca molto, mentre nelle strofe – veloci e dirette – non si può far altro che tenere il tempo con dita, piedi e testa, come rapiti da un’estasi malefico-musicale. Il gran lavoro di Ask alla batteria è il motore dei Kampfar e non c’è una traccia durante la quale si mette particolarmente in evidenza in quanto tutte e otto le canzoni lo vedono protagonista con un drumming potente e preciso, dinamico e ricco di cambi di tempo. L’ultima canzone di questo gran bel cd è Our Hounds, Our Legion: il primo minuto è un semplice arpeggio di chitarra dal sapore neofolk, mentre il proseguo si sviluppa nel più classico pagan black metal che da venti anni rende la band di Bergen una dei massimi esponenti del genere.

La produzione è rozza nell’anima, ma grandiosa e perfetta per potenza e pulizia: tutto quel che serve per far suonare un disco come Djevelmakt in maniera spaventosa Peter Tägtgren e Jonas Mats Kjellgren (Immortal, Amorphis, Belphegor ecc.) lo hanno fatto, e meritano – come sempre accaduto in carriera – un sincero applauso. La copertina, invece, è l’unione di tre dipinti: la base risale al 1981 ed è dell’artista  polacco Zdzisław Beksiński, con altre due tele che sono stage “aggiunte” per creare l’effetto finale, e sono una dello stesso Beksiński e l’altra dell’inglese John Charles Dollman.

Il 2014 è già un buon anno grazie a Djevelmakt, album di altissima qualità che rafforza ulteriormente un nome, quello dei Kampfar, troppo spesso “dimenticato” quando si parla di grandi gruppi.

Intervista: Atavicus

Gli Atavicus, nonostante siano in attività da pochi mesi, hanno già attirato l’attenzione dei cultori dell’underground. D’altra parte, quando si ha a che fare con ex membri dei Draugr non potrebbe essere diversamente. Nell’intervista (la prima rilasciata) si parla di musica che è stata e di musica che verrà, di concerti e dell’accordo con Nemeton Records per la pubblicazione, tra qualche mese, del disco di debutto… buona lettura!

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Iniziamo l’intervista ripercorrendo gli ultimi mesi del 2013: cosa ha portato i Draugr allo scioglimento?

Triumphator: Cominciamo col dire che, a discapito di alcune malelingue (poche per fortuna), dietro al nostro scioglimento non c’è stata nessuna trama complicata o complotti vari, ma semplicemente una crescente divergenza di gusti prettamente musicali che spesso sfociavano in incomprensioni durante il lavoro di stesura dei brani, negli arrangiamenti e su varie scelte stilistiche; diciamo che non andavamo più tutti nella stessa direzione quando si parlava di “Draugr”, allora prima di rischiare di continuare a lavorare su del materiale sul quale non erano tutti entusiasti e motivati al punto giusto a discapito del prodotto finale e anche dei nostri rapporti interpersonali, abbiamo coraggiosamente deciso di chiudere all’apice, concedimi il termine, del nostro cammino musicale, in modo da lasciare un buon ricordo a chi ci ha sempre stimato e supportato e anche a noi stessi.

Come Draugr stavate componendo il successore di De Ferro Italico: alcune canzoni (o parti) saranno utilizzate per il vostro EP?

Lupus Nemesis: Il materiale che andrà a comporre il nostro EP sarà del tutto inedito, non comprenderà tracce e parti precedentemente composte per quello che doveva essere il nuovo disco dei Draugr.

Avete annunciato la nascita degli Atavicus pochi giorni dopo l’ultimo show dei Draugr, quindi è chiaro che avevate già in mente il nuovo progetto. Come avete vissuto quell’ultimo concerto?

Triumphator: Commovente, surreale, indimenticabile, non mi vergogno di dire che almeno mezzo concerto l’ho suonato in lacrime, sapere di suonare certi brani con i tuoi compagni di mille avventure per l’ultima volta è stato straziante, e visto anche l’estremo calore che ci ha dimostrato il pubblico lo è stato ancora di più…

Lupus Nemesis: Abbiamo deciso di far nascere gli Atavicus subito dopo esserci resi conto che i Draugr erano ormai giunti al capolinea, per quanto non sia stata facile la scelta di metter fine a un capitolo così importante della nostra storia. Potrei descrivere l’ultimo concerto come qualcosa di unico, un insieme di emozioni ed energia immenso… instancabilmente alimentato dall’incredibile calore che il pubblico ha dimostrato in ogni istante dello show, impossibile in alcuni momenti non lasciar trasparire le emozioni che stavamo provando… non dimenticheremo mai quella esperienza.

Quali sono gli stimoli che hanno portato alla creazione degli Atavicus?

Lupus Nemesis: Per noi era ed è importante andare avanti seguendo una linea ben precisa, abbiamo ancora molto da dire e da fare. Semplicemente non era giunto il momento di mettere fine al nostro percorso musicale.

Perché avete scelto questo nome? Quali sono gli obbiettivi che vi siete prefissati?

Triumphator: Ammettiamo che scegliere il nome non è stato semplice, ci serviva qualcosa che fosse attinente alla proposta musicale ma al contempo non limitante, Atavicus è un aggettivo che fa riferimento a tutto ciò che antico e più precisamente “degli antenati”, quindi dal momento che a livello concettuale si gravita principalmente sulle tradizioni, i miti e la cultura della nostra terra, tra i vari candidati alla fine ha vinto. Per ciò che riguarda gli obbiettivi, a dire il vero, questo progetto nasce talmente di getto che l’unico obbiettivo per ora è semplicemente fare la nostra musica, farla al meglio per noi e ovviamente per chi la dovrà ascoltare, ma il resto se deve essere verrà da sé, chi fa molti programmi spesso rimane deluso in quanto si auto impone anche inconsciamente degli schemi che alla fine lo limitano…

Dato il successo di pubblico e critica di De Ferro Italico, avete sentito pressione per la scrittura dei pezzi?

Lupus Nemesis: Indubbiamente il successo di De Ferro Italico è stato grande, ma non abbiamo risentito della pressione di quel disco in quanto questo è un nuovo progetto, una nuova realtà ben diversa dalla precedente. Sarebbe un grave errore da parte nostra comporre e sviluppare un nuovo lavoro in funzione di quello che è De Ferro Italico.

Cosa dobbiamo aspettarci musicalmente e liricamente dagli Atavicus?

Lupus Nemesis: Musicalmente la trama sarà un black metal con tinte e componenti fortemente epiche, atmosferiche ed evocative, che andrà a fondersi con sonorità proprie dell’heavy metal classico creando una miscela dalle molteplici sfaccettature che sicuramente rappresenta a pieno ciò che siamo e ciò che ci piace fare. Le liriche andranno a narrare la bellezza della nostra Terra, delle genti che la popolavano, di battaglie perse nella memoria del tempo, di antichi culti, tradizioni e leggende che appartengono ad ognuno di noi. Non sarò mai stanco di ripetere che la nostra è una grande storia da conoscere e raccontare!

Ascoltando la preview di Sempiterno l’ho trovata un mix ben riuscito tra la ferocia di Nocturnal Pagan Supremacy e la grandiosità di De Ferro Italico. Il vostro intento è quello di unire le due anime più distintive dei Draugr?

Lupus Nemesis: Gli Atavicus hanno un’anima propria che non vuole essere la brutta copia o l’imitazione di qualcos’altro, ma ovviamente essendo quella la provenienza dei componenti, credo sia inevitabile ritrovare alcuni elementi simili a quelli presenti nei Draugr per il semplice motivo che il modo di concepire determinate cose è il medesimo.

Il disco uscirà per Nemeton Records: per quando è prevista l’uscita e cosa dobbiamo aspettarci?

Lupus Nemesis: Siamo in contatto con la Nemeton Records e stiamo definendo i prossimi passi da fare. Pur non avendo ancora una data precisa per la release, possiamo dire che orientativamente l’album vedrà la luce nel periodo di settembre/ottobre 2014.

Gli Atavicus suoneranno dal vivo o rimarranno una studio band?

Lupus Nemesis: In principio Atavicus è nato come un progetto da portare avanti in studio, non erano previste esibizioni dal vivo, ma il supporto, il calore e la richiesta che abbiamo ricevuto e stiamo ricevendo dal pubblico ci porta a considerare l’idea di intraprendere anche un’attività live nel prossimo futuro, è una possibilità che al momento non ci sentiamo di scartare.

Grazie per la disponibilità e per aver concesso a me la vostra prima intervista. Siamo ai saluti!

Ti ringraziamo per lo spazio che ci hai concesso con questa intervista, salutiamo tutti i lettori di Mister Folk e tutti coloro che seguitano a credere in noi e nella nostra musica. Onore alla legione!

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Live Report: Niflheim Festival

NIFLHEIM FESTIVAL

BORKNAGAR + MǺNEGARM + IN VAIN + EREB ALTOR + SHADE EMPIRE

13 marzo 2014, Traffic Club, Roma

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Serata di grande musica al Traffic di Roma, locale di punta per qualità e quantità dei concerti, per quel che concerne il Lazio e il centro Italia. I nomi che infiammeranno la serata sono di grande prestigio, soprattutto per gli amanti delle sonorità fredde/oscure/viking: il Niflheim Festival (tour della durata di nove date, delle quali ben tre in Italia), difatti, conta su una line-up ti tutto rispetto con i norvegesi Borknagar in veste di headliner, supportati da Månegarm, In Vain, Ereb Altor e Shade Empire, un pacchetto di tutto rispetto!

All’apertura porte il Traffic è praticamente desolato: al suo interno ci sono unicamente alcuni dei musicisti che saliranno sul palco in serata (tutti disponibilissimi per foto, autografi e strette di mano) e una manciata di spettatori. Un inizio sicuramente non incoraggiante, soprattutto se si pensa al pubblico presente fin dalla prima band, i giovani Seventh Genocide, al Romaobscura II. Le cose, però, miglioreranno con il passare del tempo (è giovedì sera e il traffico in orario post ufficio non fa sconti…) fino a raggiungere un buon numero di spettatori, tra i quali spicca un gruppetto di ragazzi proveniente dalla Sicilia che merita di essere menzionato per passione e volontà.

Sono le 20 quando i finlandesi Shade Empire salgono sul palco: la mezz’ora a loro disposizione è dedicata prevalentemente al quarto full length Omega Arcane, pubblicato lo scorso maggio tramite Candlelight Records. L’impressione generale non è delle migliori, il symphonic extreme metal della band appare disorganico e gli inserti di tastiera non particolarmente azzeccati. Di ben altra pasta gli Ereb Altor, gruppo svedese di viking metal che, partito da quasi cover band dei Bathory ha via via intrapreso una via musicale personale e avvincente. L’ultimo – bellissimo – disco Fire Meets Ice è al centro dell’attenzione con la title track e Nifelheim , ma non mancano estratti dal black oriented Gastrike (The Mistress Of Wisdom) o dagli epici By Honour e The End: in qualunque versione si prendano gli Ereb Altor sono sinonimo di qualità e a fine festival diverse persone li hanno eletti migliori della serata. Concordo con loro.

Scaletta Ereb Altor: 1. Fire Meets Ice – 2. The Mistress Of Wisdom – 3. By Honour – 4. Nifelheim – 5. Myrding

Rapido cambio di palco ed è il turno degli In Vain, freschi autori dell’ottimo Ænigma, pubblicato da Indie Recordings. L’attesa da parte del pubblico, data la qualità dei tre cd fino ad ora pubblicati, era alta, ma non tutto è andato alla perfezione. Il sound oscuro e magico che si può ascoltare su disco non trova conferme live e, seppur i musicisti diano il massimo, il loro concerto non riesce a decollare. Da segnalare la presenza di Lazare dei Borknagar sul palco per cantare Image Of Time (proprio come in studio) e qualche bel momento da headbanging nei pezzi più cadenzati, ma rimane l’impressione che una band come loro abbia bisogno di una setlist più lunga e, forse, un contesto diverso dove poter dare il meglio. Il Traffic è ben affollato e all’appello mancano i due gruppi più attesi: i lupi svedesi Månegarm attaccano con la feroce title track dell’ultimo Legions Of The North, seguita a ruota da Eternety Awaits. L’impatto è buono, i suoni equilibrati e i musicisti immediatamente in forma con il solo Erik Grawsiö a presentare piccoli problemi nel cantato clean. Nattsjäl, Drömsjäl (da Nattväsen), Sigrblot (da Vredens Tid), Vedergällningens Tid (daVargstenen) e I Evig Tid (dal feroce Dödsfärd) si alternano alle nuove Sons Of War e Hordes Of Hel con grande ritmo e la band risulta essere sempre compatta. L’unico vero problema dei Månegarm live è l’assenza del violino: dopo lo split con Janne Liljeqvist avvenuto nel 2012 il combo svedese ha deciso di non sostituirlo, anche se in studio Martin Björklund ha dato loro una mano. Alcuni arrangiamenti sono stati modificati e la maggior parte delle melodie di violino sono ora suonate dalle chitarre, ma l’effetto è sicuramente diverso. La chiusura è affidata agli otto minuti di Hemfärd, canzone che racchiude tutto lo spirito del quartetto di Norrtälje che sulle note dell’outro si gode i meritati applausi.

Scaletta Månegarm: 1. Arise – 2. Legions Of The North – 3. Eternity Awaits – 4. Nattsjäl, drömsjäl – 5. Hordes Of Hel – 6. Sirgblot – 7. Vedergållningens Tid – 8. Vigverk – 9. Sons of War – 10. I Evig Tid – 11. Hemfärd – 12. Outro

Manca poco allo scoccare della mezzanotte quando i Borknagar, al primo vero tour in quasi venti anni di carriera, attaccano con The Genuine Pulse dell’ottimo Empiricism del 2001. L’assenza di Vintersorg alla voce, com’è naturale che sia, si fa sentire e il discreto Athera (“noto” per i Susperia e i Chrome Division, decisamente meno per l’unico progetto interessante che l’ha visto protagonista, ovvero i Vanaheim del disco Helter og Kongers Fall), per quanto ce la metta tutta, non è della stessa pasta. Gli occhi sono comunque puntati su ICS Vortex, autore di una buonissima prova e straordinario quando è il momento di cantare. Il concerto prosegue con Oceans Rise tratto da The Archaic Curse del 1998 ed è un piacere constatare come i primi album, spesso snobbati dai gruppi in tour, siano invece così in considerazione. Dal 1998 si salta all’ultimo Urd del 2012 e, seppur ci siano quattordici anni e diversi full length tra i due lavori, l’anima dei Borknagar è rimasta la stessa: musica personale e diversa da tutto il resto ha permesso loro di ergersi tra le formazioni più interessanti fin da quando si sono affacciati, nel 1997, sul mercato discografico con il debutto self-titled. Il concerto prosegue tra vecchi classici e nuovi brani micidiali, tenendo sempre alta la tensione e facendo sognare il pubblico quando le tre voci clean si sovrappongono creando un effetto decisamente epico. Il concerto corre via velocemente e l’assolo del drummer Baard Kolstad, in una scaletta risicata, stona un po’.  The Eye Of OdenColossus  sono i probabili highlight della setlist, ma in sincerità qualcosa è mancato (forse la voce di Mr.V?) e il concerto dei Borknagar non è stato così travolgente come ci si poteva aspettare. All’una passata, dopo circa un’ora di concerto, i musicisti norvegesi salutano il pubblico e si ritirano tra gli applausi.

Scaletta Borknagar: 1. The Genuine Pulse – 2. Oceans Rise – 3. Epochalypse – 4. Ruins Of The Future – 5. Ad Noctum – 6. The Eye Of Oden (drum solo) – 7. Frostrite – 8. Universal  – 9. The Dawn Of The End – 10. Colossus

Il Niflheim Festival è stato un appuntamento importante per Roma in quanto un evento che porta nella capitale gruppi dal sound inusuale per queste latitudini, buono per tastare l’interesse del pubblico verso sonorità fredde e al contempo epiche: vista la riuscita della serata e il buon numero di paganti la speranza è quella di poter assistere in futuro ad altri concerti/festival folk/viking senza dover ogni volta macinare centinaia di chilometri. Nel frattempo rimane il ricordo di una serata veramente ben riuscita.

M.A.I.M. – Hostëria

M.A.I.M – Hostëria

2013 – EP – autoprodotto

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Dario De Nart: voce – Carlo De Nart: chitarra, voce – Giovanni Chemello: chitarra – Simone “Mastro” Giovinazzo: basso, voce – Silvia Valletta: violino – Nicola “Nik” De Cesero: batteria

Tracklist: 1. Casera Death Trip – 2. Quest For Perfection – 3. Polenta E Dragon – 4. Blood Stained Walls

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I M.A.I.M. di Belluno arrivano al secondo lavoro con questo EP Hostëria, un quattro tracce che prosegue il discorso musicale intrapreso con The Frozen Pass, cd pubblicato gli ultimi giorni del dicembre 2011, aggiungendo elementi e sviluppando alcune sonorità accennate con il debutto.  La storia della band inizia nel 2008, quando sulle note tipicamente heavy metal di Manowar e Judas Priest muovono i primi passi. L’anno successivo è decisivo l’ingresso in formazione del violino di Silvia Valletta, il quale, com’è naturale che sia, modifica l’approccio musicale della band: il risultato è The Frozen Pass, EP che suona ruvido e ’80 nonostante la presenza del violino, ma che segna al contempo un appesantimento del sound e un songwriting più orientato verso il folk metal.  Il recente Hostëria è la naturale evoluzione di un gruppo che non vuole rimanere ancorato al passato e cerca un sound personale, in parte riuscendoci.

Il cd si apre con Casera Death Trip, up-tempo delizioso dal testo simpatico dove la sezione ritmica è prepotente e il violino lavora di rifinitura sui riff di chitarra. La voce di Dario De Nart è squillante e molto più sicura rispetto al precedente disco e la sezione ritmica fa subito sentire i muscoli. Quest For Perfection è un inno alla ricerca del pub perfetto (“We will travel through the land searching for the perfect pub”), musicalmente molto allegro e piacevole per via dell’arrangiamento. Decisamente divertente la parte in lingua italiana che dona al brano quel qualcosa di grottesco che lo rende semplicemente irresistibile. La terza canzone Polenta E Dragon inizia con la narrazione in lingua madre, ma il testo è in inglese e, come per gli altri pezzi, l’umorismo lo fa da padrone. Riff heavy, stacchi di banjo (strumento presente anche in Quest For Perfection) e ritmiche da headbanging non danno tregua mostrando l’abilità e la coesione del gruppo. Hostëria si chiude con gli oltre nove minuti di durata del brano Blood Stained Walls, tra chitarre graffianti, melodie di violino malinconiche e alcuni frangenti molto teatrali e particolarmente efficaci. Per la prima volta compare anche la voce scream/growl che rinfresca l’aria e dà un’energica frustata buona per la prosecuzione di un brano lungo ed elaborato. I nove minuti scorrono piacevolmente e non si ha l’impressione che i M.A.I.M. abbiano esagerato con il minutaggio.

Il secondo lavoro del combo italiano è quindi un piccolo successo, le canzoni sono strutturate bene ed è chiaro che la band ha lavorato sodo per rendere il proprio sound più personale. Da segnalare il recente cambio di formazione con l’uscita dal gruppo di Silvia Valletta, sostituita da Aurora Torri, la quale suona il flauto traverso: sarà ancora più interessante scoprire il nuovo look della formazione nord italiana, attualmente alle prese con le nuove canzoni che, probabilmente, andranno a comporre il primo full-length. Intanto ci sono da ascoltare i venticinque minuti di Hostëria, spensierato e gustoso heavy/folk metal che odora di pub e sudore.