Live Report: Romaobscura II

ROMAOBSCURA II

PRIMORDIAL + DOOMRAISER + HANDFUL OF HATE + ABYSMAL GRIEF + SHORES OF NULL + SEVENTH GENOCIDE

22 febbraio 2014, Traffic Club, Roma

LocandinaRomaobscuraII

La seconda edizione del Romaobscura si preannunciava interessante e con gruppi provenienti da diversi ambiti musicali, ma tutti, per rientrare nel “tema” del festival, dal sound oscuro e pesante. Senza mezzi termini, Romaobscura II è stato un successo: sette gruppi di buon/ottimo livello si sono esibiti sul palco del Traffic Club, il pubblico (circa 300 paganti, dato considerevole considerando la “pigrizia” del pubblico capitolino) ha risposto in maniera calorosa e l’organizzazione è stata impeccabile per qualità e precisione.

I Seventh Genocide sono stati i primi a suonare: davanti un discreto numero di spettatori per l’ora dell’esibizione – prima delle 19 – il loro post black ha riscosso pareri positivi pur nella brevità della setlist e qualche piccola sbavatura negli arpeggi di chitarra pulita. Ottimo il teatrale finale, quando il cantante/bassista Rodolfo Ciuffo, posato il suo strumento, ha “alzato” un corno di cervo mentre il resto della band concludeva il brano. I calabresi Glacial Fear, storico nome del metal tricolore essendo attivi dai primi anni ’90, hanno portato all’audience romana il loro massiccio death/thrash dalle tinte moderne, ben diverso da quel che ricordavo con il pregevole full length Frames del 1997, in una cassetta ricevuta con l’allora in voga tape-trading insieme ai precedenti demo ed EP. Veloce cambio di palco e prima sorpresa della serata rappresentata dagli Shores Of Null, band di Roma che ha da poco firmato per la celebre Candlelight Records, label che pubblicherà il debutto Quiescence il 24 marzo. Fin dai primi istanti dello show è stato possibile capire che i musicisti possiedono la classica marcia in più, con canzoni dall’ottimo songwriting caratterizzate dalla bella voce di Davide Straccione, abile nel pulito quanto nel growl. Tra (ultimi) Enslaved e Borknagar con un tocco di Katatonia di metà carriera, ma il tutto ri-assemblato con personalità e gusto, lo spettacolo dei cinque musicisti è volato via rapidamente: da rivedere assolutamente in un concerto tutto loro! Sono quasi le 21 quando i genovesi Abysmal Grief salgono sul palco: la proposta musicale è molto personale e definirla semplicemente doom metal è a dir poco riduttivo, in quanto influenze progressive ’70 e ritmi più moderni (li vedrei benissimo in un film di Rob Zombie…), con il suggestivo aiuto dell’incenso e della semplice ma efficace scenografia, ha soddisfatto il pubblico, il quale ha assistito incuriosito a un gran bel concerto. Si cambia completamente genere con i veterani Handful Of Hate, black metal band arrivata al sesto disco grazie al recente To Perdition, sul quale è incentrata parte dello show: feroci e chirurgici nonostante i suoni non perfetti, i toscani hanno confermato quanto si dice di buono su di loro, con tanto di autocelebrazione prima dell’ultimo brano: “Handful Of Hate, punta di diamante dell’estremismo estremo italiano”, frase che può apparire arrogante ma che non si allontana dalla verità. Alle 22.45 salgono sul palcoscenico del Traffic i Doomraiser, formazione quasi venerata a Roma e autrice di una prova da ricordare. Il loro doom metal ignorante e intransigente (sparato a volume altissimo) ha fatto muovere le teste a tempo, con il frontman Cynar in grande forma ben supportato dal resto del gruppo. Tra riff cadenzati, chitarre dalla distorsione grassa e accelerazioni spacca collo, il wall of sound creato dai musicisti è stato spaventoso, ipnotizzando gli ascoltatori che tributato alla band, a fine esibizione, il meritato riconoscimento.

È passata mezzanotte quando gli headliner, i tanto attesi Primordial, alla prima data in carriera nella Città Eterna, fanno il loro ingresso. Il brano Dark Horse On The Wind del cantautore di Dublino Liam Weldon funge da intro con parte della platea che intona le strofe della canzone. Il pezzo d’apertura è No Grave Deep Enough, tratto dall’ultimo – eccellente – Redemption At The Puritan’s Hand: i suoni sono appena discreti, ma fortunatamente in una manciata di minuti tutto sarà perfetto, con volumi equilibrati e gli strumenti limpidi e corposi. Alan Averill si conferma vero animale da palco, bravissimo a incitare il pubblico, a lanciare i cori e a raccogliere i meritati applausi al termine di ogni brano. La scaletta è da brividi e le due ore a loro disposizione passano velocemente, tra struggenti melodie, linee vocali evocative e una certa rudezza di fondo che da sempre contraddistingue la musica degli irlandesi. Un boato accoglie l’attesissima As Rome Burns, cantata praticamente da tutti, in particolare nel crescendo “Sing Sing Sing to the Slaves – Sing to the Slaves that Rome Burns”, e molto toccante The Coffin Ships, canzone che parla delle “navi bara” dirette in America sulle quali si imbarcarono (e morirono di stenti durante il viaggio) un gran numero di abitanti dell’isola verde in seguito alla carestia che colpì l’Irlanda tra il 1845 e il 1849. Gli ultimi due dischi, To The Nameless Dead e Redemption At The Puritan’s Hand sono i più rappresentati con quattro brani ciascuno, ma fortunatamente non sono lasciati da parte i vecchi – ottimi – lavori quali A Journey’s End, Spirit The Earth Aflame e Storm Before Calm. I successi di una carriera si susseguono, da Sons Of The Morrigan a The Burning Season, da Gods To The Godless a Gallows Hymn, fino ad arrivare al grandioso finale con Heathen Tribes e l’acclamata Empire Falls.

ScalettaPass

Cala il sipario sulla seconda edizione del Romaobscura e, nonostante le tante ore di musica (e sudore), tutti sono più che soddisfatti per quanto visto e sentito durante le sette ore del festival. A questo punto non possiamo far altro che augurarci una terza edizione del Romaobscura, un nome divenuto in poco tempo sinonimo di qualità.

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