Primordial – Redemption at the Puritan’s Hand

Primordial – Redemption At The Puritan’s Hand

2011 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Alan Averill “Nemtheanga”: voce – Ciaran MacUiliam: chitarra – Michael O’Floinn: chitarra – Paul MacAmlaigh: basso – Simon O’Laoghaire: batteria

Tracklist: 1. No Grave Deep Enough – 2. Lain With The Wolf – 3. Bloodied Yet Unbowed – 4. Gods Old Snake – 5. The Mouth Of Judas – 6. The Black Hundred – 7. The Puritan’s Hand – 8. Death Of The Gods

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A tre anni e mezzo dal precedente To The Nameless Dead tornano sul mercato, tramite la potente Metal Blade Records, i Primordial con il settimo capitolo della loro ventennale carriera. La storia della band di Dublino inizia nel 1987 e vede la pubblicazione del debutto discografico, quel Imrama del 1995 ancora acerbo ma già esplicativo riguardo il possibile futuro roseo dei cinque irlandesi, e il susseguirsi di cd di assoluto valore fino al prima citato To The Nameless Dead del 2007.

Dopo quell’album la band arrivò a sfiorare lo scioglimento come conseguenza di un disastroso concerto tenuto ad Atene nel 2010, dopo il quale il batterista Simon O’Laoghaire, nel gruppo dal 1997, decise di lasciare i Primordial. Ma se siamo qui a parlare di Redemption At The Puritan’s Hand vuol dire che il gruppo si è ricompattato, O’Laoghaire si è seduto nuovamente dietro al drum kit e la band dopo mesi di sbandamento è tornata a produrre musica di assoluta qualità come sempre ha fatto.

Registrato in Galles presso i Foel Studios tra dicembre 2010 e gennaio 2011, Redemption At The Puritan’s Hand è composto da otto tracce per un totale di circa sessanta minuti di musica. Il tema dell’intero disco è la morte e l’obbligatoria convivenza con la consapevolezza che alla fine dei nostri giorni non saremo altro che cibo per i vermi – you’re food for worms and nothing more citando una parte di testo -, nonostante le strutture da noi stessi create per dare un senso all’esistenza che, inevitabilmente, realizzeremo non essersi concretizzate. A dispetto di tale pessimismo il bianco della copertina porta a pensare che in fondo la salvezza sia possibile, e la teatrale voce di Alan Averill “Nemtheanga” – sempre perfetto tanto nel pulito quanto nello scream o nelle parti enfatiche – sembra rafforzare questa speranza. Un gruppo come i Primordial non si limita a dare al pubblico una semplice copertina, tant’è che quella che a prima vista sembra essere la “solita” cover metal (in questo caso opera di Paul McCarroll, autore anche dell’artwork del bellissimo Sailing The Seas Of Fate dei canadesi SIG:AR:TYR) con ossa, fiamme e croci, finisce per costituire un interessante insieme di simboli: in chiave esoterica l’immagine rappresenta la purificazione assoluta, si tratta di una morte iniziatica. Lo scheletro al centro del cerchio adornato da teschi crociati e clessidre (simbolo della ciclicità del tempo) si purifica intraprendendo un cammino di evoluzione che porterà all’illuminazione anche attraverso la mano divina posizionata sul cuore.

Musicalmente, Redemption At The Puritan’s Hand, è un classico album dei Primordial, con tutti gli elementi che da sempre contraddistinguono il gruppo rendendolo assolutamente unico e riconoscibile fin dalle primi passaggi. Particolarità del prodotto è il sentimento di speranza che, seppur nascosto tra melodie angoscianti e parti cantate che trasmettono pura sofferenza, si materializza ad ogni nota. Il cd si apre con gli oltre sette minuti di No Grave Deep Enough, canzone veloce nel tipico inconfondibile stile Primordial: vagamente epico e dal riffing novantiano il brano specifica fin dalle prime battute quali siano le intenzioni della band, ovvero riempirci di emozioni a suon di doppia cassa e chitarre struggenti. Lain With The Wolf parte invece lenta, con oltre un minuto di percussioni che creano un’atmosfera tribale e primitiva fino all’ingresso delle asce di Ciaran MacUiliam e Michael O’Floinn, autori di un morbido tappeto sonoro dove il bravo singer Alan Averill può ricamare le sue tipiche linee vocali d’effetto. La seguente Bloodied Yet Unbowed inizia anch’essa con un lungo intro arioso, prima che i chitarristi comincino a macinare riff a metà tra il celtic metal e l’heavy tradizionale. Toccante l’accelerazione di metà brano e furiosa la successiva parte quasi black metal che dopo pochi giri rallenta fino a chiudere la composizione con chitarre “ingrassate” volte ad un finale delicato e armonioso. Gods Old Snake è nella prima parte cantata in scream, le sei corde sono taglienti e il drumming si fa nervoso per quella che, per atmosfera creata, è la canzone più estrema dell’intero full length. Segue la bellissima The Mouth Of Judas, una sorta di power ballad (parola inusuale per descrivere un brano dei Primordial, ma efficace nello specifico caso) straziante e soave: la traccia dimostra la capacità del gruppo di sapersi muovere con disinvoltura attraverso diversi tipi di stili, passando con estrema naturalezza dalla crudezza dello scream e delle chitarre impazzite, alla delicatezza di un testo profondo e relativa atmosfera rilassata. L’avvio di The Black Hundred, episodio più breve del cd con i suoi “soli” sei minuti e venti di lunghezza, è violento e moderno per lo stile del gruppo e non sembra incastrarsi alla perfezione con le successive parti cantate, anche se nella seconda metà le cose migliorano quel tanto che basta per rendere accettabile il brano. The Puritan’s Hand si basa su un giro di chitarra lento e monotematico, ripetuto fino a farlo diventare straziante: passati tre minuti di angoscia sotto forma di musica, il tempo accelera leggermente dopo un breve stacco e The Puritan’s Hand prende vita aumentando la dose di energia sprigionata. Una chitarra acustica apre l’imponente Death Of The Gods, ultima traccia di Redemption At The Puritan’s Hand, lirica che racchiude le caratteristiche che hanno reso famosi i Primordial nel mondo: atmosfere sognanti impreziosite da squisite soluzioni vocali si contrappongono al lavoro certosino del batterista Simon O’Laoghaire e al riffing ora cupo ora affilato dei due axmen, mentre il basso del silenzioso Paul MacAmlaigh alterna fasi di semplice accompagnamento a momenti in cui il suo contributo strumentale risulta essere maggiormente coinvolto nella trama della canzone.

Il sound del disco è fantastico: suoni crudi e reali si fondono in un magma emozionale come è sempre più raro ascoltare, gli strumenti hanno tutti il giusto spazio e in fase di mixaggio si è svolto un lavoro eccellente. A prendersi cura del settimo disco del combo irlandese sono stati Chris Fielding (Napalm Death, Mael Mórdha, Winterfylleth), i membri della band MacAmlaigh e Averill con Jaime Gomez Arellano (Ghost, Angel Witch, Cathedral ecc.) a gestire il mastering.

Si chiude in questo modo un album a lungo atteso che non deluderà le aspettative dei fans; un disco, questo Redemption At The Puritan’s Hand, che conferma di prepotenza i Primordial tra i migliori act dell’intera scena europea.

Un ringraziamento a Silvia Agabiti Rosei per l’aiuto e la spiegazione della copertina.
NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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