Tenhi – Saivo
2011 – full length – Prophecy Productions
VOTO: 9 – recensore: Persephone
Formazione: Tyko Saarikko: voce, chitarra – Jaakko Hilppö: voce – Jussi Lehtinen: voce – Tuukka Tolvanen: voce – Ilmari Issakainen: chitarra, basso, batteria, pianoforte – Heikki Hannikaine: contrabbasso – Paula Lehtomäko: viola – Janina Lehto: flauto – Elisa Ollikainen: violoncello
Tracklist: 1. Saivon Kimallus – 2. Pojan Kiiski – 3. Uloin – 4. Pienet Purot – 5. Sateen Soutu – 6. Haaksi – 7. Surunuotta – 8. Savoie – 9. Vuoksi – 10. Paluu Joelle – 11. Sees – 12. Siniset Runot

La superficie increspata di un lago d’inverno. La silente opacità della nebbia d’intorno. La grigia oscurità del segreto fondale. Bruma, quiete e arcana immutabilità. Questo il varco d’accesso a Saivo, regno in cui, secondo le antiche credenze del popolo Sami (meglio noto con l’improprio appellativo di Lapponi), hanno dimora le anime dei trapassati. È qui che i defunti continuano le ordinarie faccende della loro vita quotidiana, è qui che gli spiriti nuovamente s’incontrano con le perdute famiglie dei loro antenati di un tempo. Come premesso dalla stessa Prophecy Productions, dunque, Saivo si connota come “un’immagine speculare del mondo reale”, un luogo, il cui vetusto ingresso è ben celato dall’ambigua profondità di taluni, inerti paesaggi lacustri che costellano la ghiacciata Finlandia.
Ma veniamo all’opus in questione. All’indomani delle fortunate invocazioni alla Madre Terra, musa ispiratrice del precedente Maaäet (2006), tornano, a lungo attesi, i finnici Tenhi che, ancora una volta in veste di sciamani della tradizione Sami, ci guidano, attraverso questo Saivo, tra i più segreti meandri del mondo ultraterreno dei morti, ammaliandoci con il loro avvolgente mix di neofolk, prog ed ethereal. Cinque anni di silenzio che, intervallati dalla ristampa di Airut: Aamujen (2004), lavoro nato in seno al side-project Harmaa, dalla tripla compilation Folk Aesthetic (2007) e, dulcis in fundo, dall’inaspettata dipartita del chitarrista Illka Salminen, fondatore della band insieme al vero e proprio mastermind Tyko Saarikko, hanno perfezionato l’arcana formula dei nostri in una sacrale immersione in acque cupe e senza tempo: musica per un’altra dimensione quindi, sospinta, per dirla ancora con la label, da una mistica “corrente sotterranea di pensiero”.
Orsù, null’altro che corpi nudi, spogli – finalmente – di qualsivoglia affanno, ci accingiamo a percorrere il liquido sentiero dell’Oltretomba: la via che le ascetiche note dei Tenhi hanno solennemente tracciato per noi. E saranno le rarefatte atmosfere di Saivon Kimallus a lasciare che la mente si dischiuda al filo di una nuova percezione: un maestoso intreccio di piano ed armonium su cui ben s’impianta l’austera profondità delle linee vocali di Tyko Saarikko, rigorosamente in lingua madre. E come non smarrire il cuore nelle tintinnanti armonie pianistiche che, simili a sfuggenti cascate dell’anima, catturano lo spirito in un indefinito vortice di scintillìi danzanti? Seguono le cadenzate simmetrie di Pojan Kiiski, luminoso contraltare alla dominante assenza di ritmo della precedente opener: qui ad imporsi sono la pura essenza delle chitarre acustiche, l’imponente gravità delle trame corali e il carezzevole abbraccio delle aperture degli archi. A chiudere il caldo e lento tocco delle dita che scivolano sinuose sul corpo della sei corde: una calma e lunga discesa verso la fascinosa incognita dell’abisso. Non così la successiva Uloin, laddove malinconici paesaggi agresti, scanditi, a tratti, dal raro riverberarsi di un timpano, sembrerebbero rivivere nei più distanti echi di un flauto boschivo. Uno struggente incrocio di vagheggianti arpeggi anima, poi, la sognante Pienet Purot, le cui ritmiche evanescenti si rivelano affidate al delicato, quasi impercettibile lavoro effettuato sui piatti. Una sola, pregnante parola traduce, invece, il mesto splendore di Sateen Soutu e della successiva, immensa Haaksi: violoncello, questo incommensurabile. Di struttura molto più semplice, al contrario, il seguente Surunuotta, brano dal piglio antico e medievaleggiante, in cui la dolcezza delle corde pizzicate ben si alterna tanto all’intima sublimità dei silenzi quanto alla ieratica levità dei sussurri. Riempie l’aria la soave polifonia di voci che, in Savie, breve, ma densa ballata, graziosamente si adagia su un nostalgico tappeto di palpitanti chitarre. Ancora violoncello e fingerpicking per la ritmata, a suon di contrabbasso, Vuoksi, diversamente dalla sommessa Paluu Joelle, tutta impiantata sull’impenetrabile fruscio di acque fosche. Un composto tripudio di cori apre gli impalpabili paesaggi che sostanziano lo spirito della penultima Sees. Tristezza e bellezza chiudono, infine, il platter: è la volta dell’infinita Siniset Runot, dieci minuti di musica ed etereo brusìo, la creazione di una sovrannaturale atmosfera che, tra mistero ed introspezione, ipnotizza e coinvolge al tempo stesso; notevoli, in particolare, i commoventi interventi affidati al piano.
La produzione, limpida e perfetta, valorizza il calore e la purezza dei suoni, tanto singolarmente quanto nell’equilibrio delle armonie. Nonostante il minimalismo sonoro di fondo, ricercatezza e ispirazione non mancano, anzi: l’intero album ne trasuda. Un viaggio in mondi interiori – trascendenza e immanenza – che, se per alcuni potrebbe correre il rischio di apparire oltremodo pesante, per altri parrebbe piuttosto destinato ad aprire un strada, un varco, “una luce in luoghi oscuri, quando ogni altra luce si spegne”.
Spirava un’aria di tempesta il giorno che, per la prima volta, tra incensi e candele di rito, le note di questo Saivo hanno risuonato, magnifiche, nella mia mente. Da quel momento, il superbo respiro dei Tenhi non mi ha più abbandonata. Ecco, dunque, un disco per cui vale la pena recensire.

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