Intervista: Corte Di Lunas

L’appuntamento con le ragazze della Corte Di Lunas è alle 14:00 di domenica, normalmente un buon orario se non fosse che ho passato la notte precedente a saltare e pogare nel caos creato ad arte dai Punkreas. Decidiamo tutti insieme di fare una sorta di pigiama party, quindi spazio a occhiaie e look casalingo, ma qualcuno spiffera “scommettiamo che una di noi arriva truccata e in tiro?”. Parole profetiche, che fortunatamente non hanno intaccato una lunga e divertente chiacchierata che ha visto protagonista il nuovo album Nemeya, ma non sono certo mancati discorsi da nerd e il sacro e amato Montelago Celtic Festival. Questa la trascrizione di oltre due ore di sorrisi e musica e, a fine articolo, un paio di domande su quanto accadute in casa Corte di Lunas da agosto in poi. La parola a Giorndana, Martina e Maria Teresa, e sì, l’intervista è lunga, ed è bella anche per questo 🙂

ph. Ermes Buttolo

Sto ascoltando il vostro disco e me lo sto proprio godendo. Io sono un fan degli album da 40 minuti e 10 canzoni al massimo, invece il vostro di brani ne ha 14 ma non si ha mai la sensazione che ci sia qualcosa di troppo, scorre veramente bene, è dinamico e con pezzi rock, folk, lenti… me lo sto proprio gustando…

Giordana: grazie! sicuramente l’hai ascoltato più di noi! (risate, nda)

Vabbè, voi lo avete pubblicato da poco, ci sta che non abbiate voglia di riascoltarlo così tanto.

Giordana: stavamo parlando anche fra di noi di non godercelo anche dopo il release party, invece ce lo stiamo abbastanza godendo. Ci sono stati brani in cui ci abbiamo messo più fatica per completarli e dicevamo “nooo, quando la finiamo ‘sta canzone non la vogliamo sentire per un bel po’”, e invece no.

Allora parliamo di questo concerto, ho visto che avete cambiato posto…

Giordana: sì, più grande e anche al chiuso, visto che c’era il rischio di maltempo. Freddo o non freddo, il posto iniziale prevedeva alcune autorizzazioni comunali che potevano saltare da un momento all’altro, tutte quelle cose burocratiche tipo “la giunta che si riunisce cinque giorni prima dell’evento e da l’ok definitivo” ci faceva tribolare.

Ho visto le foto dell’evento ed è andato più che bene!

Maria Teresa: Ci ha dato anche l’occasione di renderlo più teatrale, c’era un palco con il sipario, alla fine è andata molto meglio perché quel giorno ha piovuto a dirotto e meno male che è andata così!

Martina: c’è da dire non che non avessimo cercato un posto bello dove farlo, non che il primo posto facesse schifo, è che qua in Friuli è difficilissimo trovare un posto!

Giordana: è tutto autofinanziato, era complesso… ci sono club che affittano, però sono costi folli! Per noi era una festa, non volevamo far pagare il biglietto alla fanbase, volevamo che la gente la vivesse come una festa e infatti alla fine c’era un rinfresco che l’abbiamo sponsorizzato noi.

Martina: va che stai sotto le coperte ahah! (riferito a Giordana)

Stavo notando che Giordana è l’unica truccata, dovevamo fare il pigiama party e loro mi hanno detto “vedrai che Giordana arriva truccata”, però stai sotto le coperte, così è comunque un po’ pigiama party.

Giordana: dai raga ho messo mascara e rossetto vista la tosse e il moccolo!

Anche mia moglie quando fa le riunioni di scuola dà casa sta sotto le coperte con il pigiama e sopra ha una maglia e si da una sistemata alla meglio per fare scena.

Martina: come al tempo del covid, con la gente con i boxer sotto!

Giordana: ho appena visto la puntata di The Big Bang Theory dove c’è Leonard che deve fare il discorso alla sua vecchia scuola, si mette la toga solo che ne ha una da ragazza sexy, quindi corta! (risate di tutti, nda)

Maria Teresa: comunque anche io ho i pantaloni del pigiama!

Anche io, ho i pantaloni di Grifondoro! Il pigiama comprato al Lidl quando c’era la collezione Harry Potter.

Martina: anche io ho la vestaglia di Hogwarts e anche l’accappatoio!

Allora parliamo delle vostre saghe preferite!

Maria Teresa: Mamma ho perso l’aereo vale? Allora ce lo metto, è la mia Bibbia, Kevin McCallister è il mio messia, poi assolutamente Harry Potter e Il Signore degli Anelli.

Giordana: Il Signore degli Anelli, è uno dei miei fav, se vogliamo andare sul vintage c’è Streghe, Big Ben Theory, I Pirati dei Caraibi del quale mi voglio fare il rewatch.

Martina: anche io voglio fare il rewatch di Pirati dei Caraibi, anche perché non l’ho mai finito, mi mancano gli ultimi due. Poi amo Star Trek, tantissimo! Sherlock e…

Maria Teresa: The Witcher ragazzi, The Witcher!

Martina: tu The Witcher non lo guardi per la storia!

Esatto, voi signorine non guardate The Witcher per la trama!

Martina: come serie anche Black Sails, quindi sempre pirati, una delle serie più sottovalutate della storia delle serie tv, un capolavoro. Harry Potter ovviamente, e La Ruota del Tempo, la saga letteraria, non la tv.

Ho provato a guardare la serie e ho abbandonato subito.

Martina: lascia stare la serie tv, fa cagare! I libri invece sono bellissimi.

Per me al primo posto ci sta Il Signore degli Anelli, mi ha cambiato la vita, sia libri che film. A Natale ho ricominciato la saga di Star Wars e ogni volta che la guardo mi piace sempre di più.

Martina: anche gli ultimi?

Io ho fatto 1-2-3, 4-5-6, 7-8-9, mentre due anni fa avevo fatto 4-5-6, 1-2-3, 7-8-9. E Rogue One che è proprio l’apoteosi della bellezza.

Martina: ma il 7-8-9 ti sono piaciuti?

Rivedendoli sì, al momento i deboli sono l’1 e il 2. Sono belli eh, però i meno belli.

Martina: c’è David, il mio moroso, che è il bouzoukista, siamo andati a vedere gli ultimi due insieme ed è uscito dal cinema e non riusciva a parlare da quanto era incazzato. Poi qualche tempo fa ha comprato il blue ray per vedere se cambiava idea. Gli ho chiesto “quindi?” e mi ha risposto “no, mi fanno cagare uguale!”.

Mi è piaciuta tanto Black Sails e rimanendo in tema anche Pirati dei Caraibi. Dopo questa bella chiacchierata nerd torniamo però a Nemeya, questa foresta sacra che è al centro del vostro disco. Avete carta bianca per raccontare tutto su Nemeya.

Maria Teresa: tutto è nato dopo Tales From The Brave Lands (il precedente disco, nda), che raccontava delle leggende del Friuli Venezia Giulia, una volta terminato è scattata la quarantena e ci siamo domandate “e ora di cosa parliamo?”. C’era un po’ l’idea di continuare sul filone eroi, tradizione… poi ci siam detti “perché non parlare di noi, ci esponiamo, parliamo delle nostre leggende, che creiamo noi?”, non per fare i mitomani, ma per portare qualcosa di nostro. Così è iniziato tutto un lavoro sui personaggi, ognuno di noi ha un animale, ce ne sono sette e li abbiamo portati in una foresta sacra e magica capace di abbattere i muri e gli strati che ci siamo messi con il tempo e gli adattamenti sociali e l’idea era proprio questa, di avere una cornice macro che però fosse vero, con un’anima, un carisma. Ci siamo scervellati perché volevamo che fosse femminile, con un nome proprio, che avesse una vibe un po’ indigena e tribale, alla fine è arrivata Nemeya e allora non lo sapevamo, ma Nemeya ha la radice latina di nemus che è bosco sacro.

Giordana: è arrivato a caso perché volevamo dare questa cornice di trasformazione, di crescita, era il periodo in cui avevamo appena fatto la cover di Ghali in arabo, io ero fissata con l’arabo, e quel giorno Mary tira fuori una parola, Nameya (CORRETTA?) che in arabo significa crescita e dicevamo “ah, bello!” e l’abbiamo ficcata nella pre-registrazione dell’intro. Lì c’è una voce del bosco che chiama il nome del bosco “nemeya”, però noi l’avevamo messa lì e se ci stava bene si lasciava, però ha fatto un po’ da inception nei nostri cervelli, soprattutto in quello di Maria Teresa che non riusciva a sentire nessun altro titolo. Con Martina cercavamo altre possibilità…

Martina: avevamo una lista di nomi indigeni!

Giordana: abbiamo provato con altri nomi ma poi siam tornati là, perché alla fine era giusto così, forse perché a volte l’istinto deve essere ascoltato prima.

Voi che animali siete?

Martina: lei che belva si sente? (risate, nda)

Come li avete scelti? In base alle vostre caratteristiche oppure avete scelto un animale che vi piace e avete successivamente trovato delle caratteristiche “utili”?

Martina: abbiamo deciso il messaggio che volevamo trasmettere e poi abbiamo cercato un animale che riuscisse a impersonare la meglio questo messaggio. Abbiamo fatto un lavoro di questo tipo cercando anche di andare incontro ai nostri gusti personali e con creature che riguardassero unicamente la foresta. Io sono il cervo, la canzone è quella che parla del rispetto nei confronti della natura, del fatto che la natura vince sempre, ovvero che la terra sopravvive senza uomo, ma l’uomo non sopravvive senza terra, la canzone è Ruins. La storia è del cervo che trova una bambina, una degli ultimi superstiti della razza umana e le racconta di come l’uomo ha saputo sabotarsi e distruggersi. Il racconto avviene in mezzo a queste rovine dentro a un bosco e lui le porta il messaggio “è andata così ma cerca di non fare gli stessi errori dei tuoi predecessori”, poi la fa salire sulla groppa e la porta in giro cantandole questa storia di come poi la natura ha anche maledetto l’uomo, non a caso al centro della canzone c’è una parte con dei versi in latino che suonano molto duri e dicono che l’uomo ha distrutto la natura ma la natura riconquisterà i suoi spazi. Il messaggio è il rispetto della natura perché noi siamo suoi ospiti.

Maria Teresa: io sono la lince (ride, nda). All’inizio non lo avevo scelto io, Nicolas aveva detto “sei un gatto selvatico” e io l’ho coniugato per il bosco, quindi mi è stato affibbiato. Inizialmente volevo un rapace, ma poi ho detto “sentiamo anche gli altri” e ho dato l’ok dopo aver visto la lince di Giulia Nasini… che è rock’n’roll! Il mio brano parla dell’onorare la propria natura, la parte selvaggia, infatti “The Holy Wild”, con Anna Murphy.

Giordana: io non sono un animale, anche se mi sarebbe piaciuto! Come è venuta in mente la tematica del pezzo ho pensato a questa creatura che è una driade, creatura mitologica mezza albero e mezza donna. Il messaggio del brano parla dell’essere visti per quello che si è, la storia della driade è quella dell’albero che dà riparo alle creature del bosco come se fosse una madre in un certo senso, che è anche un inside joke visto che tra di noi ci chiamiamo Madre. Questa cosa per me risuona molto, noi lo facciamo in tono scherzoso, ma per me la madre si prende cura degli altri, ed ha dei risvolti anche negativi, nel senso può succedere che ci spendiamo molto per gli altri e mettiamo in secondo piano noi stessi, abbiamo paura di dire di no ecc. Abbiamo parlato di noi in queste canzoni e io di me in questo brano specifico, ho pensato a questa creatura alla quale vengono strappati dei pezzi, senza cattiveria, come quando siamo nel bosco e stacchi una foglia per annusarla: non lo fai con cattiveria ma quella pianta ne soffre. A un certo punto la driade si sente che gli mancano dei pezzi e inizia a cantare perché in questo modo si sente più viva. Con quel canto le creature del bosco si avvicinano a lei non per prenderle dei pezzi, ma per ascoltarla. Per la prima volta la driade si sente “vista”, viene apprezzata per quello che lei è e non per quello che fa.

Secondo voi, un concept come questo, è in grado di entrare nel profondo delle persone? E cosa può dare?

Maria Teresa: quando l’arte è onesta, non per forza originale, ma onesta, qualcuno lo tocchi. Penso che le persone abbiano molto bisogno di autenticità, soprattutto in questi tempi. Io per prima, quando vado al cinema o al teatro, cerco quello, non il migliore al mondo, ma qualcosa di vero. Per noi è stato un processo molto impegnativo, abbiamo scavato a fondo; c’è un messaggio, un motore della storia, il positivo e il lato oscuro, in modo che i personaggi risultino veri, noi siamo umani! Non so che effetto sortirà ma vedo le reazioni delle fanbase e per me è un grande traguardo che una persona si senta capita, che si emozioni con i nostri brani, quindi penso di sì, la storia di Nemeya può entrare nel profondo.

Credete che l’arte (il folk rock in questo caso) possa salvare il mondo?

Martina: dipende da cosa intendi per mondo, il mondo di una persona sì.

Giordana: forse non solo il mondo di una persona… l’arte ha salvato il mondo, il mio mondo è stato tanto segnato da quando ho iniziato a fare arte. L’arte ha un significato catartico, ridiscussione dei propri limiti e ridefinizione di sé. Una cosa così difficile che può diventare parte di un personaggio a 360° è come dire che noi possiamo accettare e vivere qualsiasi cosa. In questi anni ci siamo portati avanti parlando nei brani che anticipavano l’album del fatto che noi siamo tridimensionali anche nelle nostre ombre, le nostre paure, le imperfezioni, quello che la mia psicologa chiama “melma”. Noi camminiamo con i piedi nel fango e questo fango fa parte di noi e secondo me quando una persona ascolta le nostre canzoni e realizza che questa melma la può tirare fuori, senza vergognarsene, o anche vergognarsene ma affrontando la vergogna, le persone si sentono più leggere. L’arte può veramente salvare la vita, il mondo… dipende.

Magari è il primo passo per salvare quel mondo. Tante persone vengono salvate nel loro mondo, insieme possono salvare qualcosa di più grande.

Giordana: anche la gentilezza, il fatto di avere uno sguardo amorevole nei confronti delle persone, delle diversità, delle cose che non ci piacciono. Uno sguardo che passa attraverso qualcosa di gentile e quello può veramente cambiare il mondo, perché adesso nel mondo ci sono ottiche di diverso tipo, del primeggiare, del produrre, ma non della gentilezza.

Maria Teresa: da un po’ noi pensiamo di avere una piccola responsabilità. Non abbiamo chissà quanti mila follower, però una piccola nicchia l’abbiamo e cerchiamo di curare la fanbase e passare messaggi di inclusione, gentilezza, rispetto della natura, perché ci crediamo e pensiamo che possa avere un effetto domino. Abbiamo una fanbase fantastica, persone super variegate e super carine, con quest’album abbiamo pensato di fare qualcosa gentile nei confronti della natura, quindi 1 euro da ogni vendita di cd sarà destinato a piantare alberi, e insieme all’album mettiamo dei semini selvaggi che piacciono tanto alle api. Ci scrivono persone che ci mandano le foto, magari persone che non hanno mai toccato un vaso e ci dicono che hanno piantato i nostri semini.

Martina: abbiamo un fan in Brasile al quale non abbiamo potuto mandare i semi per problemi di dogana. C’era rimasto male per questo e uno dei nostri ragazzi gli ha detto “li pianto io i tuoi semi, gli diamo un nome e li curerò come se fossero miei” ed è stato molto bello!

Maria Teresa: tra l’altro questi semi crescono velocissimi!

[Prosegue una lunga chiacchierata su fiori, piante, Cicero l’acero, gusti personali, spine, gatti che usano la terra delle piante come lettiere, gatti con nomi presi da saghe ecc.]

Nell’album cantate in inglese e friulano…

Giordana: l’inglese per trasmettere il nostro messaggio in maniera più ampia possibile, e il friulano che abbiamo attribuito agli spiriti del bosco, a Nemeya, la lingua della tribù.

Avete pensato a fare qualcosa in italiano o un album tutto friulano, vieppiù che il genere “consente” queste cose.

Martina: in friulano ci sono in Nemeya, che è la grande novità dell’album, in italiano c’è un ritornello.

Giordana: questa cosa ci viene chiesta spesso. C’è un discorso di fruibilità e anche di sonorità, siamo abituati a suonare e scrivere in inglese. Devo dire che il friuliano funziona molto bene, mentre l’italiano lo vedo meno bene su di noi.

Maria Teresa: in realtà avevamo provato a scrivere in italiano, ricordate?

Cambia anche la metrica…

Giordana: tantissimo! In inglese hai tante parole corte e puoi dire molte parole in poco spazio, mentre in italiano sono più lunghe e l’accento alla fine, quindi è un po’ più complesso. Però se hai sempre ascoltato musica in inglese hai un’idea di eleganza nella musica. Per me l’italiano è il pop di quando ero alle medie, ci metto molto più tempo quando sento cantare in italiano per “sentirlo” maturo, elegante.

Martina: penso ai Folkstone, cantano solo in italiano. Fanno un genere che è molto “forte”, rude, con concetti forti. Percepisco Corte di Lunas come un pochino più ragionati e cerchiamo un certo tipo di musicalità nelle parole che scegliamo.

Giordana: direi che sono una cacacazzi nella scelta delle parole! (ridono, nda) Ascoltavo il disco di un gruppo di amici nostri, 5 Uomini sulla casa del Morto, cantano in italiano e apprezzo tantissimo quando le parole sono scelte – vedi anche Lucio Corsi che ha dei testi incredibili – perché secondo me i testi in italiano fatti così sono una figata, ma è molto facile diventare un po’ banali, vedi le rime sui verbi, mentre in inglese può farlo per assonanza.

Martina: in friulano questo succede molto spesso, devi sapere che Giò non parla friuliano perché viene da una zona dove non lo si parla, infatti a volte scriviamo in inglese e poi traduciamo in friuliano finché Giò non trova quella musicalità necessaria.

In Nemeya ci sono diversi ospiti… come li avete scelti, o le canzoni hanno scelto loro?

Martina: Con Anna degli Emian ci conosciamo da un po’ e ci dicevamo “dobbiamo fare qualcosa insieme”, ce l’abbiamo fatta ed è diventata la nostra regina delle fate con Fairies And Fireflies. In The Holy Wild c’è Anna Murphy (Cellar Darling, ex Eluveitie, nda) e in realtà quando abbiamo scritto quel pezzo abbiamo pensato a Cristina Scabbia che gravitava nel giro Lucca Comics ed eravamo stati intervistati da lei, pensa come va il mondo alla rovescia! Io sono grande fan dei Lacuna Coil, quindi figurati! L’abbiamo contattata ma non è risultata possibile, quindi abbiamo iniziato con una girandola di nomi cercando una persona che avesse una bella vocalità potente, estesa ma calda e il primo nome della lista era Anna Murphy. L’abbiamo contattata ad agosto e sembrava non si riuscissero a incastrare gli impegni tanto è vero che abbiamo contattato anche un’altra artista che aveva dato l’ok, nel frattempo Anna ha risposto con un ok a distanza di sei mesi e abbiamo preso questo treno che è incredibile perché l’ammiriamo molto. Complicato ma bello perché era il primo nome contattato.

Giordana: Cristina era molto impegnata, stava registrando il disco e anche pubblicando il libro, un momento molto complicato.

Martina: L’altra cantante era Denise Cannas delle Uttern, nel pezzo il ft. era “la selvaggia”, la parte selvaggia di Giordana dato che canta lei, Denise delle Uttern – che rappresentano assolutamente lo spirito selvaggio – poteva starci benissimo.

Vi dico che ascoltando il brano con Anna Murphy ho inizialmente pensato che suonasse la ghironda.

Martina: se ci fosse stato tempo le avrei chiesto anche una collaborazione a livello ghirondistico!

Giordana: noi ci siamo spesi molto per trovare questa collaborazione e il fatto che ci abbiamo messo molto nel trovare la persona giusta che caratterizzasse il pezzo nella pratica ci ha tolto un po’ di tempo nello sperimentare quella persona. Sarebbe stato bello farle suonare la ghironda, magari la parte centrale, anche solo per sentire come l’avrebbe fatta. E poi, potendo tornare indietro, le farei cantare la parte lead nel finale invece del coro. Forse è stato tutto veloce da quando ha accettato a quando ha fatto la sua parte.

Martina: per noi è stato un calvario durato mesi, da quando l’abbiamo contattata a quando ha detto di sì, ma poi è stato velocissimo dal sì a quando ci ha mandato le sue parti.

Il terzo ospite è Giacomo Voli.

Martina: fa cliché pensare a un cantante power metal che interpreta il lupo (ridono, nda). Inizialmente il brano era pensato solo per Giordana e non come duetto. Conosco Giacomo da tanti anni e ho sempre desiderato sia a livello di amicizia che professionale di riuscire a collaborare con lui in qualche modo. Ho buttato l’idea agli altri ed è stata accolta di buon grado da tutti. Lui è una persona incredibile, genuino e sincero, ci ha dato subito l’ok e ci ha consegnato le cose in pochissimo tempo. La cosa figa è che fidandoci ciecamente di lui gli abbiamo lasciato carta bianca, pensa che ha registrato anche gli ululati, un falsetto che non c’era e io e Mary quando l’abbiamo ascoltato ci siamo messe a piangere, una cosa quasi mistica. In più le due voci, la sua e quella di Giò, stanno benissimo insieme!

Una cosa che mi piace della vostra musica è che ha una grande varietà di canzoni e stili: pezzi rockeggianti, cose più delicate e intime, momenti per ballare e momenti per riflettere. Come vi regolate per i brani, nel senso: “abbiamo fatto un bel disco, però magari mettiamo un po’ di chitarre in più qua o là”. O magari c’è un bel riff di chitarra che vuole la sua luce e ci si lavora intorno… come funziona?

Giordana: con il sangue! C’è una continua oscillazione perché ovviamente le persone portano quello che a loro piace, quello che per loro è il sound che vorrebbero avesse la band. Ci conosciamo e conosciamo i gusti di ognuno di noi, quindi so che Nicolas, essendo lui un grande fan di heavy classico, tenderà a utilizzare plettrate aggressive, power chord, un certo tipo di scelte chitarristiche, con noi che gli diciamo “vorremmo l’arpeggino sognante” lui magari si sente spaesato ma poi lo fa e lo fa anche molto bene. Abbiamo bisogno di punzecchiarci e stimolarci per uscire un po’ dalla zona di piacere, sentendoci bene in un pezzo e un po’ meno in un altro, ma comunque ci piacciono tutti.

Martina: noi componiamo tutti e sette, e come avrai capito è una cosa complessa, ma anche molto ricca. Al di là della ricerca del compromesso, siamo sette ascolti diversi, per cui il sound Corte di Lunas nasce da questo, una grande amalgama da cose diverse che piacciono e che ci parlano. Il lavoro è complesso e faticoso, ma ricco. Riascoltando i pezzi sentivamo che c’era tanta differenza tra un brano e l’altro, abbiamo quindi cercato di riportare un po’ di folk perché l’impressione era che ci stessimo inoltrando un po’ troppo nel rock. Gli strumenti sono versatilissimi, il flauto, la ghironda, il bouzouki, posso distorcere la ghironda, ma diventa “metal”, non è più folk. Un po’ come Eluveitie e Cellar Darling, non so se mi spiego. Avevamo paura di virare troppo verso i Cellar Darling e troppo poco verso gli Eluveitie, a un certo punto c’è stata un certo tipo di attenzione verso quell’aspetto. In questo album ci sono 14 brani, 14 anime diverse, riascoltandolo penso che il lavoro abbia pagato.

Giordana: abbiamo iniziato a lavorare con il nostro social media/manager e la prima cosa che ci ha chiesto è stata quella di inquadrarci in un genere musicale, “come definiamo la Corte di Lunas?”. Abbiamo tirato fuori l’etichetta fantasy folk rock e nel farlo ci abbiamo versato lacrime e sangue. La scelta di non andare nel metal e rimanere nel rock ti dà alcune possibilità togliendone altre, siamo partiti come band folk e volevamo che rimanesse, mentre fantasy è la novità di questo ultimo disco perché obbiettivamente non possiamo dire di essere tradizionali come non possiamo dire medieval folk rock come per l’album precedente. Ci piace molto questa etichetta fantasy. Abbiamo trovato un accordo nel genere musicale, ma è sempre un equilibrio dinamico, è importante che il sound sia dato dall’insieme e non da un singolo brano.

Parliamo di Montelago Celtic Festival. Frequento Montelago dal 2008 e ho difficoltà a spiegare la musica di Montelago, perché per me la musica è un insieme di cose che si vivono sul momento, con la musica che va, la gente intorno, quella sensazione che si prova solo in quel posto. Devo dire che in Nemeya c’è un brano che rappresenta il sound di MCF ed è Bal Dal Faun. Ascoltandola ho pensato che potrebbe essere la sigla del festival. Quest’anno tornerete sul main stage immediatamente prima dei Wardruna, una grande cosa! Cos’è Montelago per voi come gruppo e come persone?

Giordana: Montelago è casa. Andiamo lì a lavorare, e ci cagheremo addosso! La prima volta che siamo andati a Montelago non sapevo nulla del festival, dormivo nel furgone, mi hanno svegliato e mi hanno detto “guarda che tra venti minuti si inizia” e mi lanciano alle 22:00 sul main stage e io mi sono letteralmente cagata in mano! Per me Montelago è proprio quella cosa che dicevi tu: quella cosa che ha sotto la musica, ha sotto l’amicizia, la gentilezza delle persone che conosci come se fossero amici da sempre, c’è lo spirito di Montelago…

Martina: Montelago è casa, è fratellanza e libertà. Per quanto non sia una persona particolarmente espansiva, devo dire che a Montelago è un po’ come essere un po’ brilla, quella sensazione di benessere… mi sento molto più libera a Montelago.

Maria Teresa: è casa, è Contea… ne ho fatti un po’ di festival in Italia e fuori, non ho mai visto un senso di fratellanza del genere ed è un’atmosfera che non ho mai trovato da nessun’altra. Mi gasa l’idea di ritrovare i clan, gli amici sul palco come i Lennon Kelly, i Fragment… sono felicissima di suonare prima dei Wardruna e mi cagherò addosso, però la cosa che mi gasa più di tutto è che siamo tutti amici a far festa.

Giordana: sono contenta che suoniamo giovedì e venerdì, così sabato posso morire! Figo suonare il sabato, ma sono contenta di suonare prima così il sabato me lo godo il festival.

Allora ci vedremo sicuramente a Montelago, noi ci facciamo tutti e quattro i giorni, avremo modo di chiacchierare e fare brindisi a base di Varnelli! Per i nostri lettori volete aggiungere qualcosa?

Giordana: salutiamo tutti quanti, ci vediamo ovviamente a Montelago, speriamo che le persone si trovino bene a Nemeya e che ne escano più forti una volta attraversato il bosco, magari raccontandoci le loro storie perché per noi è stato un percorso di crescita ma lo è ancora di più quando le persone ci portano i loro personali percorsi di crescita.

Martina: perché i brave folks sono il nostro motore, lo stimolo per fare quello che facciamo.

L’intervista si è svolta prima di Montelago Celtic Festival (cliccate per link per il racconto e vedere ben 288 foto!), quindi ho sentito nuovamente la band per un paio di domande extra, eccole di seguito.

Montelago è alle spalle, ma ricordo benissimo il vostro concerto sul main stage, la gente fomentata dalla vostra esibizione. Poi sono saliti i Wardruna e tutti in silenzio ad ammirarli. Com’è stato quel giorno folle e incredibile?

Non neghiamo di aver passato dei momenti difficili nel backstage. Il caldo non aiutava, placare l’agitazione è stato impossibile… ma i vinelli di Wolf hanno sicuramente aiutato! 😉 Ovviamente il ricordo di quel concerto rimarrà scolpito nella nostra memoria per sempre. Non troveremo mai le parole per descrivere la magia di quella sera. L’energia che arrivava dal pubblico, condividere il palco con Giacomo Voli… sembra tutto così surreale! Ancora non ci possiamo credere. L’ansietta pre-Wardruna ha sicuramente contribuito ad ottenere una performance migliore, questo va detto.

Il 30 ottobre avete pubblicato il nuovo singolo E Gremio Terrae. Raccontateci tutto il possibile su questa canzone molto toccante!

E Gremio Terrae nasce dal nostro desiderio di seppellire ciò che siamo stat* finora, l’immagine che avevamo creato di noi stess* per compiacere chi ci stava attorno. Abbiamo ritenuto fosse giunto il momento di tornare alla nostra vera essenza, scavando il terreno per tornare nel Grembo della Madre (da qui il titolo). Ci siamo ispirati alla “Cailleach”, l’anziana strega del folklore scozzese, portatrice dell’inverno, che, nonostante il suo aspetto vissuto, conserva un potere immenso. Uno scenario stregonesco ci sembrava consono sia al significato che al periodo d’uscita del singolo. La formula in latino volevamo proprio fosse un sabba, un coro a cui ci piacerebbe si unissero le voci di chi è pronto a mostrare ogni lato di sé, di chi è pronto a mettersi in gioco per com’è. La congrega di Lunas vi aspetta!

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